30 settembre 2022

Vite vendute (Henri-Georges Clouzot, 1953)

Vite vendute (Le salaire de la peur)
di Henri-Georges Clouzot – Francia/Italia 1953
con Yves Montand, Charles Vanel
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

In un paese dell'America Centrale, quattro sbandati di origine europea accettano di condurre due camion pieni di nitroglicerina da consegnare a un vicino pozzo di petrolio in fiamme: l'incarico è pericoloso (le strade sono dissestate e in cattive condizioni, e il minimo urto o sobbalzo può far saltare in aria l'esplosivo e, con esso, l'intero camion), ma il compenso in denaro che li attende è sufficiente ad alimentare i sogni di riscatto e a vincere ogni paura... o quasi. Da un romanzo di Georges Arnaud, uno dei capolavori di Clouzot, un noir "on the road" caratterizzato da un livello incredibile di tensione crescente, man mano che i protagonisti si trovano ad affrontare gli ostacoli sul proprio cammino e, al contempo, le sofferenze fisiche e psicologiche che li accompagnano. La buona caratterizzazione dei personaggi (simpatiche "canaglie" legate da rapporti di amicizia e di rivalità) li pone davanti alle proprie stesse paure, che fronteggiano chi con coraggio e chi con codardia, chi con spensierata incoscienza e chi con mente sempre fredda, nonostante il pericolo e la morte che incombe. Fino a un finale apocalittico. Memorabile per più versi (dalle manovre lente – tutt'altro dunque che rapide o adrenaliniche – ma spericolate dei camion sulla strada, alle scene dei nostri eroi immersi nel petrolio), la pellicola offre rimandi o suggestioni a tanti film e autori precedenti e successivi: dall'incipit quasi buñueliano all'ambiente cameratesco del gruppo di espatriati che ricorda certi film di Hawks, dalle immagini spettacolari dei pozzi di petrolio in fiamme (che fanno pensare a Herzog) al "balletto" finale del camion sulle note del "Danubio blu" di Strauss (che anticipa evidentemente il Kubrick di "2001"). Intensi gli interpreti: Yves Montand (il corso Mario), Charles Vanel (l'ex gangster francese Mister Jo), Folco Lulli (l'italiano Luigi) e Peter van Eyck (lo scandinavo Bimba), i cui trascorsi vengono solo accennati. Véra Clouzot, moglie del regista, è Linda, la ragazza di Mario. Curiosità: è l'unico film ad aver vinto sia il Festival di Cannes sia l'Orso d'Oro a Berlino. Un remake nel 1977, "Il salario della paura" di William Friedkin.

28 settembre 2022

Snow White (J. Searle Dawley, 1916)

Biancaneve (Snow White)
di J. Searle Dawley – USA 1916
con Marguerite Clark, Creighton Hale
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Benvoluta da tutti a corte, la principessa Biancaneve è trattata come una serva dalla matrigna Brangomar, gelosa della sua bellezza. Quando la regina ordina al cacciatore Berthold di portarla nel bosco e ucciderla, questi la risparmia per pietà. Biancaneve trova così rifugio nella capanna dei sette nani. Sobillata da una strega, la regina proverà a raggiungerla anche lì, ma la ragazza sarà salvata dal principe Florimond che si è innamorato di lei. Questo film muto in sei rulli è uno dei primi adattamenti cinematografici della celebre fiaba dei fratelli Grimm (un precedente corto del 1902 è andato perduto). Tecnicamente parlando, si tratta di un adattamento dello spettacolo teatrale di Broadway del 1912 scritto (sotto pseudonimo) da Winthrop Ames, di cui conserva anche la protagonista Marguerite Clark, e che rispetto alla fiaba originale amplia il ruolo dei personaggi secondari, su tutti il cacciatore e i sette nani, ai quali vengono affibbiati per la prima volta dei nomi, vale a dire Blick, Flick, Glick, Snick, Plick, Whick e Quee (il più giovane dei sette, con un ruolo da macchietta comica). Walt Disney ricorda di aver visto il film al cinema quando aveva solo quindici anni e di esserne rimasto colpito: naturalmente vi si ispirerà quando, vent'anni dopo, deciderà di realizzare il suo primo lungometraggio animato. La storia è meravigliosamente raccontata, con una gran cura nelle scene (splendida la sala del trono della regina), nei costumi, nei personaggi, tutti ben caratterizzati, compresi quelli minori (le damigelle di corte, le tre figlie del cacciatore, i nani stessi). Di contro, la regia è parecchio statica, con poco o nessun uso del montaggio narrativo o dei movimenti di macchina: se pensiamo a cosa faceva Griffith in quegli stessi anni, da questo punto di vista il film non è certo innovativo. Se la sceneggiatura mantiene alcuni elementi della fiaba dei Grimm che le versioni successive (a partire da quella disneyana) preferiranno eliminare, come il pettine avvelenato con cui la regina travestita prova a uccidere Biancaneve ben prima della più celebre mela, ne introduce altri del tutto spuri: per esempio, qui la regina cattiva e la strega sono due personaggi differenti, che complottano insieme contro la protagonista (ed è la seconda a consegnare alla prima lo specchio magico). Inoltre, come detto, il cacciatore ha tre figlie che giocano un ruolo importante nella vicenda. Oltre ai sette nani (curiosità: i cartelli usano lo spelling dwarves, al posto del più corretto dwarfs, ben prima dell'uso che notoriamente ne farà Tolkien), tutti i personaggi hanno un nome. Altri elementi che invece rimarranno (e che Disney farà suoi) sono gli animaletti del bosco che aiutano Biancaneve (un uccellino e un coniglio). La pellicola fu distribuita nelle sale a Natale, come suggerisce l'incipit in cui si vede proprio Babbo Natale tirare fuori i personaggi della storia dal suo sacco, sotto forma di bambole che poi prendono vita.

26 settembre 2022

Old (M. Night Shyamalan, 2021)

Old (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2021
con Gael García Bernal, Vicky Krieps
**

Visto in TV (Now Tv).

Una famiglia di turisti in vacanza, insieme ad altre persone ospiti del loro resort, viene condotta su una spiaggia tropicale dalla quale è impossibile fuggire e dove, per uno strano fenomeno dovuto alle rocce che la circondano, l'invecchiamento dei loro corpi è accelerato: praticamente un giorno lì trascorso corrisponde a una vita intera. Una trovata originale e interessante (la sceneggiatura si ispira a una graphic novel, "Castello di sabbia", di cui però cambia i toni e il finale, fornendo una spiegazione al misterioso fenomeno che nel fumetto era assente) che viene un po' "sprecata" in una pellicola non del tutto riuscita. Tanto le psicologie dei personaggi quanto le svolte narrative sono sviluppate in maniera schematica, senza contare buchi logici e dialoghi espositivi che vanno a scapito della sospensione dell'incredulità, e i bei scenari naturali non compensano la povertà di trucco ed effetti speciali (niente invecchiamento in tempo reale, semplicemente ogni tanto gli attori vengono sostituiti da altri più adulti). Come se non bastasse, molti dei potenziali spunti che il soggetto portava con sé – i rapporti famigliari, in particolare con l'evoluzione di quelli fra genitori e figli; o l'atteggiamento di fronte alle malattie degenerative, o alla morte improvvisa – sono affrontati in maniera superficiale, preferendo puntare su tensioni e colpi di scena da horror estivo (senza però il coraggio di mostrare scene troppo forti sullo schermo). Se l'intrattenimento non manca, resta il rimpianto per cosa il film poteva essere e non è stato (basti pensare, come possibile termine di paragone, a quel capolavoro che era "L'angelo sterminatore" di Luis Buñuel!). Nel cast corale – che comprende anche Rufus Sewell, Emun Elliott, Abbey Lee ed Embeth Davidtz – il nome più noto è Gael García Bernal. Shyamalan ha il ruolo dell'autista del pulmino dell'albergo.

25 settembre 2022

Il giardino delle streghe (Fritsch, Wise, 1944)

Il giardino delle streghe (The curse of the Cat People)
di Gunther von Fritsch, Robert Wise – USA 1944
con Ann Carter, Simone Simon
***

Rivisto in DVD.

Dopo gli eventi de "Il bacio della pantera", Oliver (Kent Smith) si è risposato con la collega Alice (Jane Randolph), ma il ricordo della prima moglie defunta, Irina (Simone Simon), lo tormenta ancora. La famiglia si è trasferita fuori città, nel villaggio di Tarrytown, dove Amy (Ann Carter), la figlia della coppia, frequenta la scuola. Solitaria, introversa e "sognatrice", la bambina ha molta fantasia e pochi amici ("c'è come un muro fra lei e la realtà", dice il padre, preoccupato perché "l'immaginazione uccide"): non stupisce, dunque, che si faccia una "amica" immaginaria, un fantasma che ha proprio le fattezze di Irina, con la quale trascorre gran parte del suo tempo... Insolito horror dalle sfumature famigliari e sospese, incentrato più sulle insicurezze e le angosce infantili, in particolare le sofferenze della solitudine, che non su un pericolo esterno e concreto. Il film può essere visto e valutato a sé stante: le correlazioni con il precedente sono deboli e spurie, quasi un'imposizione dello studio per sfruttare il cast identico a quello del successo di due anni prima, mentre il produttore Val Lewton, che vi ha riversato ricordi autobiografici, avrebbe preferito differenziare le due pellicole (e lanciare questa con il titolo "Amy and her friend"). Non ci sono uomini gatto, infatti, e nemmeno streghe, se è per questo: il giardino del titolo è quello della vecchia villa che i bambini del villaggio dicono essere maledetta e abitata da spiriti. A risiederci c'è invece una vecchia e svampita attrice di teatro, Julia Farren (Julia Dean), convinta che la propria figlia sia morta e che la donna che si prende cura di lei, Barbara (Elizabeth Russell), non sia che un'impostora. Le due vicende si incrociano più volte, quando Amy fa visita a Julia e ne diventa amica, suscitando l'invidia e il rancore di Barbara. Il risultato è un insieme di temi psicoanalitici e suggestioni inquietanti (c'è di mezzo anche la leggenda di Sleepy Hollow, visto che il racconto di Washington Irving si svolge proprio a Tarrytown), favorite dalla bella fotografia – come nel film precedente – di Nicholas Musuraca, e da una colonna sonora che nella versione italiana saccheggia ampiamente la sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij. La pellicola era stata iniziata da Gunther von Fritsch, al suo debutto nel lungometraggio: ma non avendo rispettando le tempistiche (dopo i 18 giorni di riprese previsti aveva terminato solo metà film), venne sostituito dal montatore Robert Wise, che esordì così a sua volta nella regia. Alla sua uscita passò quasi inosservato, ma la rivalutazione successiva da parte della critica l'ha portato a diventare un piccolo cult movie.

23 settembre 2022

Thor: Love and Thunder (Taika Waititi, 2022)

Thor: Love and Thunder (id.)
di Taika Waititi – USA 2022
con Chris Hemsworth, Christian Bale
*1/2

Visto in TV (Disney+).

Dopo un periodo trascorso nello spazio, un Thor sempre più magniloquente, stupido e fanfarone (Chris Hemsworth) torna sulla Terra per affrontare Gorr (Christian Bale), il "macellatore di dei", che intende sterminare tutte le divinità dell'universo. Con l'aiuto di Jane Foster (Natalie Portman), la sua ex che ha ottenuto dal redivivo martello Mjolnir la capacità di trasformarsi in una variante di Thor al femminile, nonché della Valchiria (Tessa Thompson) e dell'alieno Korg, il nostro eroe cercherà di impedire al nemico di raggiungere Eternità, entità cosmica in grado di esaudire i desideri. Il quarto lungometraggio dedicato al dio del tuono, il secondo diretto da Taika Waititi dopo "Thor: Ragnarok", è uno dei film del Marvel Cinematic Universe più brutti di sempre. Il finale (leggermente) a sorpresa, e in generale tutto ciò che ruota attorno all'antagonista (che però si vede troppo poco), non bastano a nobilitare una trama semplicistica e retorica, dei dialoghi mediocri, un umorismo la cui qualità va dall'infantile all'imbarazzante (intendiamoci: è sempre lo stesso umorismo goffo e adolescenziale di tutti i film Marvel, ma stavolta appare di livello ancora più basso, vedi per esempio la scena in cui Thor viene denudato da Zeus), personaggi vacui dalla caratterizzazione ondivaga o esilissima, una recitazione scadente, una colonna sonora orribilmente random, la brutta CGI e in generale l'estetica da videogioco. L'atmosfera, per la maggior parte della pellicola, è quella di uno scherzo continuo, una buffonata con occasionali momenti "seri" (la malattia di Jane, le origini di Gorr) che generano una tremenda dissonanza tonale. E se il tutto è impossibile da prendere sul serio, manca anche quel senso di divertimento spontaneo e scanzonato che rendeva gradevole il precedente episodio. Fra le cose potenzialmente interessanti (ma trattate come una barzelletta), la "gelosia" fra le varie armi di Thor, come quella che l'ascia Stormbreaker prova verso Mjolnir, mentre la breve sequenza ambientata nella dorata città degli dei (dal ridicolo nome di Omnipotence City) sembra la parodia di un film di Tarsem Singh o del "Gods of Egypt" di Alex Proyas. Pochi o irrilevanti, stavolta, i collegamenti con gli altri film Marvel (giusto la presenza, all'inizio, dei Guardiani della Galassia), mentre abbondano quelli ai precedenti capitoli di Thor. Le due capre, oltre che dalla mitologia norrena, provengono dalla run nei comics di Walt Simonson. E a proposito di fumetti: Eternità è del tutto travisato e banalizzato. Giusto una nota di costume gli elementi di "inclusività" (il girl power, la Valchiria lesbica, l'omosessualità della razza di Korg: dettagli inutili ai fini della storia, almeno questi ultimi due, nient'altro che queerbaiting, che però sono stati censurati in alcune edizioni all'estero). Russell Crowe è uno Zeus buffone e poco cerimonioso (che nei titoli di coda invita Ercole alla vendetta contro Thor), Matt Damon, Sam Neill e Luke Hemsworth ritornano (da "Thor: Ragnarok") in un cameo nel ruolo degli attori asgardiani nell'unica scena in cui si fa riferimento (ovviamente ironico) a Odino e Loki.

21 settembre 2022

La fiera delle illusioni (Guillermo del Toro, 2021)

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (Nightmare Alley)
di Guillermo del Toro – USA/Messico 2021
con Bradley Cooper, Cate Blanchett
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

All'inizio degli anni quaranta, il truffatore Stan Carlisle (Bradley Cooper) mette a frutto le tecniche di mentalismo e chiaroveggenza che ha appreso negli anni trascorsi come imbonitore in un circo itinerante per spillare soldi ai membri dell'alta società, proponendosi come medium e spiritista, con la complicità di una subdola psicanalista (Cate Blanchett) che gli rivela i segreti dei suoi ricchi clienti. Ma quando tenterà il colpo grosso ai danni di Grindle (Richard Jenkins), un milionario recluso che soffre di sensi di colpa per la morte della ragazza che ha amato in gioventù, le cose non andranno come previsto... Il nuovo film di Del Toro, dopo il successo de "La forma dell'acqua", è un originale thriller psicologico tratto dal classico romanzo di William Lindsay Gresham che era già stato portato sul grande schermo da Edmund Goulding nel 1947 con Tyrone Power (la cui figlia Romina ha qui un breve cameo nella scena dell'esibizione di Stan al ristorante). Il protagonista, ambizioso imbonitore da fiera con un misterioso e tragico passato (svelato poco a poco), è al centro di una vicenda in cui è convinto di poter manipolare facilmente le persone intorno a sé – che si tratti delle sue "vittime", della ragazza che ama, Molly (Rooney Mara), fuggita con lui dal circo, o della subdola femme fatale Lilith (una Blanchett in versione dark lady) – salvo infilarsi in una spirale di autodistruzione che lo porterà, tormentato a sua volta dai sensi di colpa, a finire nel peggiore dei modi, in un cerchio che si chiude. Ben recitato e molto bello visivamente, il film è purtroppo debole narrativamente: la storia e le sue svolte non lasciano incantati come il precedente (e più romantico) "La forma dell'acqua", né stupefatti come un altro film su truffe e illusioni per certi versi simile, quale "The prestige" di Nolan. Da elogiare però l'ottima confezione, con regia, fotografia e scenografie all'altezza degli altri lavori di Del Toro, e un'accattivante ricostruzione ambientale, tanto nella parte legata alla fiera (la prima ora di film), tanto in quella negli ambienti più altolocati (la seconda ora). Il ricco cast comprende anche Willem Dafoe (Clem, il direttore del circo), Toni Collette e David Strathairn (i due "maghi" da cui Stan apprende i segreti del mestiere), Ron Perlman (il forzuto Bruno), Peter MacNeill, Mary Steenburgen e Holt McCallany. Quattro nomination agli Oscar (per film, fotografia, scenografie e costumi) ma nessuna statuetta vinta. In alcune sale è circolata una versione in bianco e nero che ne accentua le sfumature noir.

19 settembre 2022

Matrix Resurrections (Lana Wachowski, 2021)

Matrix Resurrections (The Matrix Resurrections)
di Lana Wachowski – USA/Australia 2021
con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss
**

Visto in TV (Now Tv).

Dopo il finale (anticlimatico) del terzo capitolo, "Matrix Revolutions", l'improbabile pace fra macchine ed esseri umani è in effetti arrivata. Ciò non ha impedito però a un nuovo programma, l'Analista (Neil Patrick Harris), di dare vita a un altro mondo virtuale, una nuova Matrix, nella quale sono imprigionati anche Neo (Keanu Reeves) e Trinity (Carrie-Anne Moss), immemori del loro passato. Neo, addirittura, è ora un game designer, e le vicende della trilogia precedente sono l'oggetto dei videogiochi da lui progettati. Ma un ulteriore gruppo di "ribelli" – fra cui la giovane Bugs (Jessica Henwick) e un nuovo Morpheus digitale (Yahya Abdul-Mateen II) – lo aiuta a prendere coscienza della realtà, a "risvegliarsi" e a tornare a lottare per liberare anche Trinity, il tutto dovendo anche fronteggiare un redivivo agente Smith (Jonathan Groff). Le Wachowski avevano sempre resistito alle proposte di realizzare un nuovo episodio di "Matrix", ma alla fine la cronica paura di Hollywood di investire su nuove idee le enormi somme di denaro necessarie per produrre blockbuster (e la conseguente proliferazione di franchise, remake e reboot che riciclano i successi del passato) ha avuto la meglio. Quantomeno la pellicola ne è consapevole, visto che non mancano frecciatine alla tendenza dell'industria di impossessarsi delle idee dei creativi e di replicarle, svuotandole di significati. Nel mondo fittizio di Neo, i game designer affermano addirittura esplicitamente che "la Warner Brothers vuole fare un sequel della trilogia, con o senza di noi": impossibile non pensare che a parlare siano le Wachowski, con Lana che per una volta firma il film da sola, senza la sorella Lilly. E se di sequel si tratta, a lungo sembra invece di assistere a un remake, per quanto appunto consapevole di esserlo (numerosi sono i "flash" di memoria che ripropongono scene e immagini del primo film). Nel complesso il risultato non è brutto (anzi, è persino più gradevole del secondo e del terzo capitolo), ma come tutti i prodotti di questo tipo è destinato a essere irrilevante. Al di là dei rimandi e degli agganci ai film di vent'anni prima, la pellicola non riesce a creare nulla di nuovo: i temi del libero arbitrio, della programmazione e del destino, del rapporto fra fantasia e realtà, e della simulazione di un mondo virtuale sono non solo già visti ma anche abusati, e i nuovi personaggi (o le rivisitazioni dei precedenti) non hanno alcun carisma. Persino il protagonista Neo appare sempre meno "speciale", si fa trascinare dagli eventi ed è sperso, frastornato e senza poteri (o quasi). E se c'è il tentativo di aggiornare alcuni elementi ormai datati (ai fosfori verdi non si rinuncia, ok, ma almeno i nostri eroi passano da un mondo all'altro muovendosi attraverso gli specchi – un'altra citazione da "Alice", dopo il bianconiglio – anziché cavi e cabine telefoniche), sia gli effetti speciali sia le scene d'azione sono tutt'altro che rivoluzionarie o innovative come quelle di una volta. Ultima (meta)citazione, nel finale i nostri eroi dicono al cattivo "Ci hai dato qualcosa che non pensavamo di poter avere: un'altra chance": il sottinteso è "di fare un finale migliore" (anche qui sono le Wachowski che parlano).

17 settembre 2022

Finale a sorpresa (Cohn, Duprat, 2021)

Finale a sorpresa - Official Competition (Competencia oficial)
di Mariano Cohn, Gastón Duprat – Spagna/Argentina 2021
con Antonio Banderas, Oscar Martínez, Penélope Cruz
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Giunto alla soglia degli ottant'anni, il ricco imprenditore Humberto Suárez (José Luis Gómez) ambisce a lasciare al mondo qualcosa di prestigioso per essere ricordato, e decide di finanziare un film di successo. Assume così l'eccentrica regista Lola Cuevas (Penélope Cruz) affinché diriga un'ambiziosa pellicola d'autore, tratta dal romanzo di un premio Nobel incentrato sulla rivalità fra due fratelli, con gli acclamati attori Iván Torres (Oscar Martínez) e Félix Rivero (Antonio Banderas) come protagonisti. Ma già durante le prove, lo scontro fra personalità così spigolose e diverse fra loro non depone a favore del risultato... Iván e Félix, infatti, impersonano rispettivamente il cinema colto e quello commerciale: il primo è un anziano "maestro di recitazione", attore di teatro intellettuale e impegnato, che ama calarsi nel personaggio e disprezza la superficialità e la volgarità del secondo, "celebrità" devota allo spettacolo e ai gusti del pubblico. In più ci si mette la regista, con i suoi vezzi autoriali e anticonformisti, a intorbidire le acque, sottoponendo i due attori a prove ed esperimenti sempre più bizzarri... Dopo "L'artista", "Il cittadino illustre" e "Il mio capolavoro", la coppia argentina Cohn/Duprat continua a riflettere sul mondo della creatività e dell'arte con una nuova commedia dai toni grotteschi e astratti come l'ambientazione in cui si svolge la vicenda (l'enorme villa di Humberto, con ampi e spazi vuoti di cemento, vetro e marmo, in cui hanno luogo le prove). La rivalità tra i due fratelli della sceneggiatura del film si riflette in quella fra i due interpreti, mentre il loro contrasto rispecchia quello, sempre più tenue e confuso, fra il cinema d'autore e quello rivolto al pubblico, fra la creatività fine a sé stessa e all'espressione artistica e quella che mira soltanto a riscuotere plausi e vincere premi. Forse il tutto mostra un po' la corda, si ride meno di quanto ci si aspetterebbe e non si raggiungono le profondità de "Il cittadino illustre", ma la confezione è comunque ottima, così come i dialoghi e le prove (molto autoironiche) degli interpreti. Colonna sonora a base di brani per pianoforte di Chopin, Satie e Beethoven.

16 settembre 2022

Una donna sposata (Jean-Luc Godard, 1964)

Una donna sposata (Une femme mariée)
di Jean-Luc Godard – Francia 1964
con Macha Méril, Philippe Leroy, Bernard Noël
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ventiquattr'ore nella vita di una donna contemporanea, sposata (per l'appunto), ma con un amante. Charlotte (Macha Méril), infatti, si divide fra il marito Pierre (Philippe Leroy), pilota d'aereo spesso assente da casa per lavoro, e Robert (Bernard Noël), attore di teatro con cui ha una tresca da tre mesi. La macchina da presa di Godard la riprende da vicino durante gli incontri con quest'ultimo, indugiando su vari particolari del suo corpo, e poi nel tempo libero, fra divagazioni e frivolezze, come suggerito dalle numerose immagini di pubblicità di biancheria intima e servizi sulla bellezza riprese dalle riviste femminili che legge, accompagnate dai suoi pensieri e da affermazioni sussurrate, come se stesse confidando i propri segreti e ricordi a qualcuno (allo spettatore?). Girato in uno splendido bianco e nero (anzi, "in nero e bianco", come recitano i titoli di testa), il film è frammentato e caratterizzato da un montaggio vivace, libero e sbarazzino, che dona all'insieme una natura artistica e sperimentale, come molti lavori di Godard in quegli anni (il modello più simile è "Questa è la mia vita"): di fatto è un saggio/esplorazione sul tema della donna-oggetto, del legame del suo ruolo con quello maschile, del modo in cui è vista dalla società e in cui vede sé stessa. Charlotte non è superficiale, tutt'altro: sia quando si contempla, sia quando si pone in relazione con gli altri, sfiora nelle conversazioni temi complessi e filosofici. Per tutto il film sono disseminati frammenti di discorsi, ciascuno introdotto da un titoletto numerato (come capitoli di un romanzo) e associato a un differente personaggio: "La memoria" (il marito Pierre), "Il presente" (Charlotte stessa), "L'intelligenza" (Roger Leenhardt, critico e documentarista, nonché uno dei "padri" spirituali e teorici della Nouvelle Vague, che interpreta sé stesso), "L'infanzia" (il piccolo Nicolas, figlio dei due coniugi), "La giava" (un ballo popolare francese, considerato "scandaloso", associato qui alle esperienze amorose della domestica di casa), "Il piacere e la scienza" (con un ginecologo che illustra a Charlotte i metodi contracettivi), "Il teatro e l'amore" (l'amante Robert). Da queste e da altre discussioni fuoriescono vari concetti che definiscono la donna, in sé, nella sua sessualità, nel rapporto con i sentimenti e con gli uomini, con cui Charlotte ha relazioni di volta in volta consapevoli e svagate, di contrasto e di complicità, di sincerità e di tradimento. La stessa Charlotte appare a volte confusa, indecisa (quale dei due uomini scegliere?), insicura se farsi guidare dai consigli che gli altri (o le riviste di moda) le elargiscono in continuazione. Girato in brevissimo tempo, il film è puntuale nel suo tentativo di riprodurre non la realtà, ma una possibile rappresentazione di essa. E non mancano citazioni letterarie e, ovviamente, cinematografiche: la donna di servizio si chiama Madame Céline e il suo monologo cita appunto "Morte a credito" di Céline; Robert sta recitando in "Bérenice" di Racine (su cui Godard, al tempo, progettava di lavorare); Charlotte e l'amante si incontrano in un cinema che proietta "Notte e nebbia" di Resnais. La censura ebbe da ridire su alcune scene, ma si intestardì in particolare su un dettaglio solo apparentemente insignificante: fece cambiare l'articolo del titolo, da determinativo (avrebbe dovuto essere "La donna sposata") a indeterminativo, per evitare che il comportamento disinvolto e adulterino della protagonista fosse da ascrivere a tutte le donne, anziché a una sola in particolare.

13 settembre 2022

Il disprezzo (Jean-Luc Godard, 1963)

Il disprezzo (Le mépris)
di Jean-Luc Godard – Francia/Italia 1963
con Brigitte Bardot, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli,
per ricordare Jean-Luc Godard.

Lo scrittore francese Paul Javal (Michel Piccoli), che vive a Roma con la giovane moglie Camille (Brigitte Bardot), viene assunto dall'ambizioso produttore americano Jeremy Prokosch (Jack Palance) per rielaborare la sceneggiatura di un film sull'Odissea che il regista tedesco Fritz Lang (sé stesso) sta per girare a Capri. Ma qualcosa si incrina nel rapporto fra i due coniugi: di punto in bianco, forse per risentimento verso la nonchalance insincera con cui il marito ha lasciato che lei trascorresse il pomeriggio insieme a Prokosch, Camille dichiara di non amarlo più, anzi di provare disprezzo nei suoi confronti. E durante la lavorazione del film, nella villa di Jeremy a Capri, le cose non migliorano, mentre l'interpretazione originale e audace che il produttore intende imporre alla rilettura dell'Odissea (Ulisse e Penelope si amavano davvero?), oltre a seminare contrasti con Lang, sembra riecheggiare proprio i problemi della relazione fra Paul e Camille... Dal romanzo di Alberto Moravia, adattato dallo stesso Godard, una coproduzione italo-francese che, per i suoi temi (che fondano riflessioni esistenzialiste e suggestioni metacinematografiche) e la sua forma (l'uso del colore, del linguaggio, del formato panoramico, dei movimenti di macchina, dei piani sequenza) si rivela una delle opere più importanti e paradigmatiche del co-fondatore della Nouvelle Vague, colma com'è di riferimenti intrecciati alla vita, l'arte, la realtà, il cinema e il racconto. Le riflessioni sulla settima arte si sprecano, a cominciare dalla frase di apertura, "Il cinema sostituisce al nostro sguardo il mondo che desideriamo", passando per la celebre citazione di Louis Lumiére ("Il cinema è un'invenzione senza futuro"), ai discorsi sul suo stato attuale (con le teorie godardiane sulla superiorità del cinema autoriale, "Come ai tempi di Griffith e Chaplin"), dai tanti manifesti di pellicole sui muri di Roma (fra cui film di Hawks, Hitchcock o dello stesso Godard), alla scelta di Lang (che all'epoca, anche se naturalmente non lo si sapeva ancora, aveva ormai concluso la sua carriera: il suo ultimo film risale al 1960, e prima della sua morte nel 1976 non ne girerà altri) per il ruolo del regista, un Lang che afferma che "il cinemascope è fatto per i serpenti o per i funerali". C'è spazio poi per l'eterno conflitto fra la pulsione artistica e le esigenze commerciali (Paul deve piegarsi alle richieste del produttore "perché ha bisogno di soldi", cosa che si collega al dover mantenere "una moglie giovane e bella"), anche se Jeremy cerca di darsi arie autoriali affermando "Quando sento parlare di cultura, metto mano al libretto degli assegni" (capovolgendo il senso della celebre frase attribuita a Goebbels, che invece metteva mano "alla pistola", simbolo del disprezzo – appunto! – verso la cultura). Come Ulisse sfida gli dèi, Paul alla fine sfida il produttore (ossia, per un cineasta, il suo dio), anche se la sua è una rivolta vana e improduttiva: alla fine lascerà l'incarico, mentre Lang continuerà a girare sul set perché "bisogna sempre finire quello che si è iniziato".

Se al centro narrativo della pellicola c'è la crisi sentimentale ed esistenziale di una coppia borghese, dal punto di vista formale (ma in fondo anche contenutistico) essa è permeata a più livelli dal tema dell'arte, della cultura e della creatività. Si va dai rimandi alla civiltà mediterranea, con i paesaggi di Capri (una fonte di ispirazione fu il contemporaneo documentario "Méditerranée" di Jean-Daniel Pollet e Volker Schlöndorff) e le molteplici immagini delle statue greco-romane (a volte colorate, come pare che fossero in effetti i marmi che oggi siamo abituati a vedere bianchi), ai riferimenti pittorici (in un'inquadratura, la Bardot sembra la "ragazza con l'orecchino di perla" di Vermeer), dalle architetture classiche alle sculture moderne. Non sarebbe poi un film di Godard se il linguaggio non avesse un ruolo chiave: importante, al riguardo, il personaggio di Francesca (Giorgia Moll), la segretaria e interprete di Prokosch. Ogni personaggio parla infatti in una lingua diversa (inglese, francese, tedesco, italiano), generando un'affascinante babele in cui la ragazza si occupa di mettere ordine, traducendo a beneficio degli spettatori anche le numerose citazioni "colte" e letterarie (Omero, naturalmente, ma anche Dante o Hölderlin). Il film, che si apre con titoli di testa letti ad alta voce anziché scritti sullo schermo (come aveva fatto Orson Welles, con quelli di coda, ne "L'orgoglio degli Amberson"), è essenzialmente diviso in tre parti, che si svolgono rispettivamente a Cinecittà, nell'appartamento romano di Paul e Camille, e infine a Capri (la villa è Casa Malaparte, a Punta Massullo). Degna di nota è la sezione centrale, con solo due personaggi che discutono, litigano e si riappacificano, girata con lunghi piani sequenza e lasciando ampia libertà di improvvisazione ai due attori. Ne risulta un realistico e frustrante dialogo fra marito e moglie sul filo dell'incomprensibilità e dell'incomunicabilità, del velatamente alluso e del non detto. Il produttore italiano Carlo Ponti avrebbe voluto scritturare Sophia Loren e Marcello Mastroianni, mentre Godard suggeriva Kim Novak e Frank Sinatra. Si pensò anche a Monica Vitti, prima che Ponti scegliesse la Bardot e insistette affinché fossero presenti sue scene di nudo (come nella prima sequenza, a pancia in giù sul letto, girata in penombra). Il direttore della fotografia è Raoul Coutard, le musiche sono di Georges Delerue, almeno nell'edizione francese, perché in quella italiana sono invece di Piero Piccioni (e sono più jazz e "scanzonate", anziché classiche e "serie"). Ponti, infatti, rimaneggiò pesantemente la pellicola prima della sua uscita nel nostro paese: furono tagliati venti minuti di girato, cambiati l'inizio e la fine, alterati i nomi dei protagonisti (che riacquistano quelli del romanzo di Moravia: Emilia e Paolo Molteni), ma soprattutto viene svuotato di significato il personaggio dell'interprete Francesca, che diventa inutile visto che tutti parlano in italiano anziché nelle rispettive lingue. Insomma: da vedere, se si può, solo in originale.

12 settembre 2022

In vacanza dal nonno (Hou Hsiao-hsien, 1984)

In vacanza dal nonno (Dong dong de jiaqi)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1984
con Wang Chi-kuang, Li Shu-chen
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mentre la madre è ricoverata in ospedale in città in attesa di una difficile operazione, l'undicenne Tong-tong e la sua sorellina di quattro anni Ting-ting trascorrono l'estate dal nonno in un villaggio di campagna. Qui vivranno giornate di spensieratezza, fra giochi, scherzi e amicizie con i bambini del luogo; ma assisteranno anche a piccoli e grandi drammi, momenti di vita ed enigmatiche "cose da grandi", il tutto mentre monta la tensione per la salute della madre lontana. Ispirato ai ricordi d'infanzia dello sceneggiatore Chu Tien-wen (che aveva già scritto con HHH il precedente "I ragazzi di Fengkuei", e che rimarrà un fedele collaboratore del regista per il resto della sua carriera), un film magico nella sua semplicità e nel minimalismo, che pure – nonostante il punto di vista sia quello infantile – non risulta mai banale e anzi affronta con profondità temi seri. Oltre ai giochi con gli amici (fra bagni nel fiume e scherzi con gli animali) e al rapporto con la sorellina piccola (che vorrebbe partecipare alle "avventure" dei bambini più grandi), Tong-tong è testimone del litigio fra lo zio Chang-ming, che ha messo incinta la fidanzatina Pi-yun, e il nonno Liu, medico del villaggio; delle scorribande di due ladri venuti da fuori, che trovano rifugio proprio a casa dello zio; e delle vicende legate ad Han-tzu, detta Dim-ma, la "pazza del villaggio", vittima di abusi ma che stringe un commovente sodalizio con la piccola Ting-ting (che la "adotta" come un surrogato della propria madre). Splendidi i bambini, in particolare la piccola Ting-ting con il suo sguardo corrucciato e tenero. Il soggetto ha ispirato, almeno in parte, quello de "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki. Vincitore del premio della giuria al festival di Locarno, il film è anche il primo di una trilogia di "ricordi d'infanzia": sarà seguito infatti da "A time to live, a time to die" (basato sulle memorie dello stesso HHH) e "Dust in the wind" (basato su quelle del co-sceneggiatore Wu Nien-jen).

10 settembre 2022

Regression (Alejandro Amenábar, 2015)

Regression (id.)
di Alejandro Amenábar – Canada/Spagna 2015
con Ethan Hawke, Emma Watson
**

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

In una cittadina del Minnesota, nel 1990, un poliziotto (Ethan Hawke) indaga su un caso di abusi sessuali su una minorenne (Emma Watson) proveniente da una famiglia estremamente religiosa. Con l'aiuto di uno psicologo (David Thewlis) che usa il metodo della "ipnosi regressiva" per far tornare alla luce i ricordi repressi, scopre che potrebbe essere coinvolta nientemeno che una setta satanica, che pratica segretamente i suoi rituali in città... Ispirato a fatti reali (non dissimili, per certi versi, ad alcuni casi avvenuti anche in Italia, come quelli della Bassa modenese o di Bibbiano), il film rivela il proprio significato e acquista valore solo nel finale "a sorpresa": prima, per lunghi tratti, non sembra altro che un thriller dozzinale, stereotipato e privo di appeal. Solo il finale, appunto, rivela il motivo di questi stereotipi e che eravamo di fronte a tutto tranne che a una pellicola sulla falsariga de "L'esorcista" o "Rosemary's baby". Ma giunge troppo tardi, quando l'interesse dello spettatore è stato messo a dura prova e forse è già scemato, non sollevato nemmeno dal ricco cast e dalla regia di un Amenábar che, dopo una serie di ottimi film, per la prima volta non riesce a nobilitare la materia trattata. Colpa anche dell'impostazione schematica e a tema (vedi l'approccio alla religione), e di una sceneggiatura che (a parte il protagonista, in preda a paranoia e incubi) dimentica di caratterizzare in maniera interessante i vari personaggi.

9 settembre 2022

Città portuale (Ingmar Bergman, 1948)

Città portuale, aka Città della nebbia (Hamnstad)
di Ingmar Bergman – Svezia 1948
con Nine-Christine Jönsson, Bengt Eklund
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo nove anni ininterrotti di navigazione, il marinaio Gösta (Eklund) torna sulla terraferma con l'intenzione di restarci, e sbarca nel porto proprio mentre una ragazza, Berit (Jönsson), tenta il suicidio buttandosi in mare. Innamorati, i due cominciano a frequentarsi. Ma solo dopo alcune settimane la tormentata Berit rivela a Gösta la verità su di sé, ovvero i problemi in famiglia, con genitori litigiosi e mai comprensivi, e i suoi trascorsi in riformatorio, per via di una serie di cattive compagnie. Ma anche di fronte a una società ipocrita e perbenista, saprà trovare una nuova voglia di vivere. Il quinto lungometraggio di Bergman, da lui anche sceneggiato a partire da un romanzo di Olle Länsberg, è un dramma (neo)realista di scarso interesse, forse ispirato alle pellicole di Marcel Carné, anche se l'attenzione al vissuto sociale e alle questioni morali, in particolare quelle delle nuove generazioni, quasi impotenti in un mondo che non li prende in considerazione e non è fatto a misura loro, è comunque da apprezzare (si pensi alla scena in cui Gertrud, amica di Berit, ricorre a un aborto clandestino a costo della vita pur di non dire nulla alla propria famiglia).

8 settembre 2022

Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963)

Il maestro di Vigevano
di Elio Petri – Italia 1963
con Alberto Sordi, Claire Bloom
**1/2

Visto su Facebook Watch

Antonio Mombelli (Sordi) lavora da diciannove anni come maestro elementare a Vigevano, fiorente cittadina che prospera grazie all'industria delle scarpe. La moglie Ada (Bloom), che sogna una vita migliore, vorrebbe che abbandonasse la scuola per dedicarsi, come molti altri, alla fabbricazione di calzature: ma lui rifiuta di cambiare attività e di abbandonare quella che reputa la sua vocazione per diventare uno "scarparo" o, peggio ancora, un arricchito volgare come il commendator Bugatti (Piero Mazzarella), industriale agli antipodi del proprio mondo. E questo nonostante le umiliazioni che subisce quotidianamente dal direttore dell'istituto (Vito De Taranto), lo stipendio da fame, i sacrifici che deve compiere per mantenere la propria "dignità", e la triste fine che vede fare al suo unico amico Nanini (Guido Spadea), timido insegnante che vive di supplenze. Dall'omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, adattato dallo stesso regista insieme ad Age e Scarpelli, il terzo film di Petri (il suo primo successo al botteghino, nonostante qualche concessione al patetismo) è un ritratto malinconico e dolceamaro di un personaggio che cerca di rimanere sé stesso di fronte a un mondo che cambia (siamo al culmine del boom economico) e dove la ricchezza dell'industria sta spazzando via i valori del passato. Mombelli si identifica a tal punto con la figura del maestro che, quando la scuola è chiusa, è come se anche lui non esistesse. I sogni di elevazione sociale e di ricchezza della moglie non fanno presa su di lui, che è tormentato da ben altri incubi (non mancano scene legate all'immaginazione), i suoi problemi di coscienza sono sbeffeggiati da chi lo circonda, e gli esempi di onestà e correttezza che vorrebbe dare al figlioletto Rino cadono nel vuoto. Quando, dopo un anno di alti e bassi, torna l'autunno e la scuola riapre, è come se non fosse cambiato nulla. Ottimo Sordi, a suo agio con un personaggio complesso, e memorabili a modo loro le figure meschine o macchiettistiche che gli girano attorno, come il pomposo direttore della scuola che parla di sé al plurale e lascia sempre le parole a metà per farle completare al suo interlocutore, il tragico Nanini ("Francamente crepare sarebbe l'unico modo per fottere tutti"), che sogna di "vivere agrestamente, primitivamente" come nel giardino dell'Eden, o anche l'avvocato Racalmuto, che pensa di sostituire le parole con numeri per avere un linguaggio universale. Musiche di Nino Rota.

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

4 settembre 2022

Fritz il gatto (Ralph Bakshi, 1972)

Fritz il gatto, aka Il ritorno del pornogatto (Fritz the cat)
di Ralph Bakshi – USA 1972
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Nella New York dei tardi anni sessanta, in preda ai fermenti della contestazione giovanile, lo studente universitario Fritz si mostra più interessato alle ragazze e alle droghe leggere che non alle questioni sociali. Il che non gli impedisce – sotto gli effetti di un allucinogeno – di scatenare una rivolta a Harlem, sobillando la folla a ribellarsi contro le autorità e le classi agiate. Quando la sommossa sarà soffocata nel sangue, Fritz è costretto a fuggire dalla città per recarsi verso la costa ovest, dove finirà comunque nei guai, lasciandosi coinvolgere in un attentato progettato da una cellula di neonazisti... Dal fumetto underground di Robert Crumb, ambientato in un mondo popolato da animali antropomorfi (Fritz ovviamente è un gatto, gli afroamericani sono corvi, i poliziotti sono maiali), il primo lungometraggio di Ralph Bakshi è una feroce satira del movimento della controcultura, degli hippy e dei diritti civili, di cui mette in luce gli aspetti più paradossali e ipocriti, non risparmiando comunque frecciatine a ogni strato della società (dalle forze dell'ordine alle diverse confessioni religiose), e portando per la prima volta ad ampio raggio nel mondo dell'animazione il sesso, la nudità, le droghe, la violenza, i conflitti razziali, e persino la satira politica (le silhouette di Topolino, Paperino e Paperina esultano, sventolando una bandiera americana, al passaggio degli aerei dell'esercito che vanno a bombardare Harlem). Peccato che gran parte di tutto questo si perda nella sconcertante versione italiana, che adatta (o meglio, stravolge) i contenuti ricorrendo a dialoghi in dialetto (tutti i personaggi diventano immigrati italiani, di questa o quella regione) – in maniera simile a "Monty Python e il sacro Graal": d'altronde c'è sempre lo zampino di Oreste Lionello – e soprattutto a un profluvio di battute pecorecce di bassissima qualità. Ogni scena è stravolta in chiave sessuale, con dialoghi o monologhi completamente inventati (presenti anche quando nella versione inglese i protagonisti non parlavano!) che modificano personaggi e situazioni senza alcun rispetto per l'originale. Di Fritz, per dirne una, si dice che è nientemeno che "Romeo, il gatto del Colosseo" (sì, quello degli Aristogatti!, che già di suo era stato trasformato dalla versione italiana di quel film da irlandese in romano) trasferitosi negli Stati Uniti; la rivolta da lui sobillata non è più legata al razzismo negli USA, al socialismo o ai diritti civili, ma è una protesta contro le tariffe troppo alte delle prostitute; e nei dialoghi si citano con nonchalance Mike Bongiorno, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Sofia Loren (con la tremenda battuta "Carletto, abbiamo rotto i... ponti!", in riferimento a Carlo Ponti), l'IVA (all'epoca appena introdotta, e quindi argomento di attualità) e gli scioperi alla Fiat. La cosa curiosa è che del film, alla sua uscita nelle sale italiane, esisteva anche una versione tradotta in modo fedele all'originale, pare con la voce di Giancarlo Giannini (anziché quella di Lionello) sul protagonista, che però è andata perduta. Ne parla, con dovizia di particolari, il buon Evit in un articolo del suo blog Doppiaggi italioti. La stessa trovata (due doppiaggi, uno serio e uno "cafone") era stata fatta anche per "La pacifista" di Miklós Jancsó. Anche se non è certo un capolavoro (la storia si trascina in maniera noiosa, e l'animazione è di bassa qualità: non mancano però alcune ottime scene, come quella della morte del corvo Duke, con le palle da biliardo che simulano il battito del cuore) e non piacque nemmeno a Crumb, il film ebbe un discreto successo, forse per via dell'effetto shock (si tratta pur sempre di uno dei primi esempi di lungometraggio animato per adulti), tanto che due anni dopo uscì un sequel, "Le nove vite di Fritz il gatto", senza però coinvolgere Bakshi o Crumb.

3 settembre 2022

Scompartimento n. 6 (J. Kuosmanen, 2021)

Scompartimento n. 6 - In viaggio con il destino (Hytti nro 6)
di Juho Kuosmanen – Finlandia/Russia 2021
con Seidi Haarla, Yuri Borisov
**

Visto in TV (Now Tv).

Laura (Haarla), giovane finlandese che studia archeologia a Mosca, parte in treno diretta verso nord per andare a osservare i petroglifi (antiche incisioni rupestri) su un'isola vicino a Murmansk, oltre il Circolo Polare Artico. Avrebbe dovuto accompagnarla Irina, la sua ragazza russa, che però all'ultimo momento si è tirata indietro (dal viaggio e forse dalla sua vita). Si trova così a condividere il lungo tragitto con un giovane russo sconosciuto, Ljoha (Borisov), che a sua volta sta recandosi a Murmansk per lavorare in una cava mineraria. All'inizio la convivenza è difficile, ma poi subentra l'amicizia e forse qualcosa di più... Da un romanzo di Rosa Liksom, un film gradevole ma esile nella trama e nei personaggi, la storia di un viaggio (e di una coabitazione forzata nello scompartimento di un treno) che avvicina due persone all'apparenza lontanissime fra loro (sono di paesi, lingue, sessualità diverse). Bella l'ambientazione e la descrizione degli ambienti, e bravi gli attori. Nulla, comunque, di sorprendente o che non si sia mai visto prima: anche per questo lascia perplessi il gran premio della giuria ricevuto a Cannes (ex aequo con "Un eroe" di Asghar Farhadi).

2 settembre 2022

Gioco al massacro (D. Damiani, 1989)

Gioco al massacro
di Damiano Damiani – Italia 1989
con Tomas Milian, Elliott Gould
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il regista Clem Da Silva (Tomas Milian) fa visita al collega, nonché amico di un tempo, Theo Steiner (Elliott Gould), nella sua villa di Capri. I due non si vedono da dieci anni, da quando cioè Clem ha accusato di Theo di avergli sottratto la donna, Bella (Nathalie Baye), e soprattutto l'idea per il suo primo film, quella che ha fatto divergere le loro carriere. Theo ha infatti vinto l'Oscar ed è diventato un regista brillante e di grande successo, mentre Clem è stato consegnato all'anonimato e costretto a lavorare in televisione o in prodotti di serie B. Nonostante il tempo trascorso, la rivalità non si è assopita: fra una punzecchiatura e l'altra, i due decidono di metterla in scena: ciascuno realizzerà una pellicola in cui farà un feroce ritratto dell'altro, senza filtri e senza tirarsi indietro. Verranno così alla luce gli autentici sentimenti, ma anche i segreti più intimi e nascosti... Scritto dallo stesso Damiani e da Raffaele La Capria (a partire da un testo teatrale dei medesimi autori, "Il genio"), un interessante film sull'amicizia che si dipana lungo i confini dell'elaborazione creativa e della competizione artistica: un "gioco al massacro", appunto, in cui Clem e Theo si accusano reciprocamente di rubarsi le idee, con il primo che nutre gelosia e rancore verso il collega che, a differenza sua, ha trovato il successo professionale e ricevuto gli elogi della critica, e il secondo che sguazza nelle provocazioni e nella rivalità stessa con l'amico per trovare una ragione di vita o una direzione espressiva. L'ambientazione circoscritta (tutto il film si svolge nella villa a Capri, a parte il prologo e l'epilogo ambientati a New York a un anno di distanza) e la forza dei dialoghi (che si appoggiano sulle ottime prove dei due protagonisti) rendono l'insieme intenso, focalizzato e coeso. Nel cast anche Eva Robin's (la transessuale su cui sia Theo che Clem meditano di fare un film), Galeazzo Benti (il produttore), Michael Gothard e John Steiner. Musiche di Riz Ortolani.

31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

29 agosto 2022

Io e Annie (Woody Allen, 1977)

Io e Annie (Annie Hall)
di Woody Allen – USA 1977
con Woody Allen, Diane Keaton
***1/2

Rivisto in divx.

Alvy Singer (Allen), comico e cabarettista newyorkese, ripercorre il proprio rapporto con le donne e in particolare quello con Annie Hall (Keaton), aspirante cantante del Wisconsin con cui ha convissuto, lasciandosi dopo un anno di relazione fra alti e bassi. Il film che ha definitivamente consacrato Woody Allen, fino ad allora noto per le sue commedie satiriche più o meno demenziali, di cui in un certo senso rappresenta artisticamente il punto d'arrivo: vinse l'Oscar (battendo nientemeno che "Guerre stellari") ed è tuttora considerato fra i suoi migliori lavori, se non il migliore in assoluto. La commedia romantica ed esistenziale vive sulle insicurezze, le nevrosi e le idiosincrasie del personaggio (magistralmente accentuate, nella versione italiana, dal doppiaggio di Oreste Lionello, che fu apprezzato dallo stesso Allen: "mi ha fatto sembrare migliore di quanto io sia"), intellettuale ebreo che disprezza gli intellettuali (celeberrima la scena della coda davanti al cinema, nella quale "materializza" dal nulla il sociologo Marshall McLuhan per mettere a tacere un saccente individuo che pontificava proprio su di lui), pessimista per natura (legge solo libri che contengono la parola "morte" nel titolo), che cerca di "elevare culturalmente" la sempliciotta e impulsiva Annie, spingendola a iscriversi all'università e ad andare in analisi (come lui, che va dallo psichiatra da quindici anni: "Gli concedo un altro anno, poi vado a Lourdes"). La sceneggiatura è ricchissima e frammentata, e passa da un momento all'altro senza pause e senza soluzione di continuità, in un susseguirsi di monologhi, flashback (cui spesso assistono, commentandoli, le versioni "attuali" dei personaggi) e istanti in cui il protagonista si rivolge direttamente al pubblico rompendo la quarta parete, dando vita a una serie di riflessioni esistenziali che forgiano non solo il personaggio (Alvy è un vero e proprio alter ego di Allen, nonché la naturale evoluzione delle figure interpretate nei film precedenti, in particolare il Sam Felix di "Provaci ancora, Sam") e il suo rapporto con i rappresentanti dell'altro sesso (ha ben due matrimoni alle spalle, prima ancora di incontrare Annie) ma anche quello con la stessa New York, "città morente" a cui fa da contraltare una California solare ma artificiale ed eccentrica. Anche il linguaggio cinematografico è decostruito attraverso l'uso occasionale dello split screen e persino una sequenza a cartoni animati (che parodizza la "Biancaneve" disneyana). Fra le battute più memorabili, quelle sul sesso: "Il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere", "Non denigrare la masturbazione: è sesso con qualcuno che amo". In più, aforismi come quello (attribuito a Groucho Marx) che apre la pellicola, "Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me", e la barzelletta sulle uova che la conclude ("Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina" "Perché non lo interna?" "E poi a me le uova chi me le fa?"), con chiosa finale ("È quello che penso dei rapporti uomo-donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi... ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova"). Diane Keaton, deuteragonista perfetta, aveva già recitato con Allen nei precedenti "Il dormiglione" e "Amore e guerra" (nonché in "Provaci ancora, Sam"). Piccole parti per Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Janet Margolin, Shelley Duvall e Christopher Walken (il fratello sciroccato di Annie), nonché camei per Jeff Goldblum, Sigourney Weaver e Truman Capote. Oltre a quello per il miglior film, la pellicola vinse anche gli Oscar per la regia, la sceneggiatura (di Allen e Marshall Brickman) e l'attrice (Keaton).

28 agosto 2022

Les carabiniers (Jean-Luc Godard, 1963)

Les carabiniers
di Jean-Luc Godard – Francia/Italia 1963
con Patrice Moullet, Marino Masè
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

In un paese immaginario, in seguito alla visita di alcuni fucilieri (i "carabiniers" del titolo), due contadini – Ulysses (Marino Masè) e Michelangelo (Patrice Moullet), che vivono in una baracca con due donne, Cleopatra (Catherine Ribeiro) e Venus (Geneviève Galéa) – vengono arruolati nell'esercito del re e mandati in guerra, con la promessa che potranno saccheggiare tutto ciò che troveranno e diventare ricchi. Si macchieranno di molti delitti, ma resteranno con un pugno di mosche. Parabola surreale contro l'imperialismo e la guerra, ambientata fuori dal tempo (siamo evidentemente nel presente, ma i materiali di repertorio si riferiscono alla seconda guerra mondiale) con personaggi, luoghi e situazioni da intendersi in chiave universale. Lo stile di Godard è astratto e purificato, al tempo stesso essenziale e minimalista (una recitazione amatoriale e un aspetto quasi da film muto, con tanto di numerosi cartelli che rappresentano le lettere scritte a casa dai due soldati, i cui testi provengono da autentiche missive di soldati al fronte o di circolari dell'esercito nazista) e sofisticato (con i primi esempi di quella decostruzione del linguaggio che rappresentava una delle novità principali della Nouvelle Vague). Alla sceneggiatura ha contribuito Roberto Rossellini, da un soggetto di Beniamino Joppolo. Accolta con ostilità dal pubblico e dalla critica francese, la pellicola non è mai stata distribuita nei cinema italiani: probabilmente era troppo in anticipo sui suoi tempi. Molte le scene memorabili: la fucilazione della partigiana rivoluzionaria che cita Lenin e Majakovskij (Odile Geoffroy); le reazioni ingenue di Michelangelo al cinema, simili a quelle dei primi spettatori del muto, quale il tentativo di "entrare" nello schermo; il ritorno a casa con una valigia piena di fotografie di "ricchezze" che vengono minuziosamente catalogate ed elencate (monumenti, mezzi di trasporto, animali, donne...). La Ribeiro, che ebbe una relazione con Godard (al quale l'aveva presentata Truffaut) era una cantante impegnata, i cui brani venivano composti proprio da Moullet. La Galéa è la madre di Emmanuelle Béart.

27 agosto 2022

Street without end (Mikio Naruse, 1934)

Street without end (Kagirinaki hodo)
di Mikio Naruse – Giappone 1934
con Setsuko Shinobu, Sozo Okada
**

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Sugiko (Setsuko Shinobu) e Kesako (Chiyoko Katori), due amiche che lavorano come cameriere in un bar, hanno la possibilità di "elevarsi" socialmente quando la prima è chiesta in moglie da Hiroshi (Sozo Okada), ricco rampollo di una famiglia nobile, e alla seconda viene offerto di diventare attrice cinematografica. Ma le cose non funzioneranno: Sugiko è guardata con sospetto e poi rifiutata dalla madre e dalla sorella di Hiroshi, che non tollerano che una ragazza lavoratrice e di bassa estrazione entri a far parte della loro famiglia; e Kesako si trova a disagio nel mondo fasullo e dorato del cinema, preferendo alla fine sposarsi con l'amico di sempre Shinkichi (Shinichi Himori). L'ultimo film muto di Naruse, nonché l'ultimo realizzato per la Shochiku prima di passare a quella che diventerà la Toho, è uno shomingeki (storie di gente comune) tratto da un serial di Komatsu Kitamura (già autore dei soggetti di alcune pellicole di Ozu del primo periodo). La storia, a dire il vero, è un po' ondivaga e sfilacciata, e ricicla insieme tanti temi standard del genere: Sugiko che vuole sacrificarsi per la famiglia, e in particolare per il fratello minore Koichi (Akio Isono), cui vuole pagare gli studi; il conflitto fra la vita moderna e le antiche tradizioni, come i valori feudali che regnano nella famiglia di Hiroshi, il che si traduce in rapporti di classe (la servitù di casa è vista dall'alto in basso, tanto che Sugiko è criticata dalla suocera perché la tratta da "uguale") e atteggiamenti sprezzanti e altezzosi. Una didascalia, a un certo punto, rende esplicito il tema centrale: "Ancora oggi, in Giappone, la nozione "feudale" di famiglia schiaccia l'amore puro dei giovani". Tutto alquanto generico, nonostante la buona prova degli attori e la regia dinamica. Ma la scena in cui Sugiko, con orgoglio, lascia Hiroshi e la sua famiglia e ribatte a testa alta alla suocera e alla sorella, è potente. Piccole parti per Chishu Ryu (il talent scout cinematografico), Ichiro Yuki (il primo ragazzo di Sugiko) e Tomio Aoki (il bambino che risponde al telefono).

25 agosto 2022

Buongiorno, notte (M. Bellocchio, 2003)

Buongiorno, notte
di Marco Bellocchio – Italia 2003
con Maya Sansa, Roberto Herlitzka
***

Rivisto in TV (Netflix).

La ventitreenne Chiara (Maya Sansa) fa parte con altri tre compagni del piccolo gruppo armato delle Brigate Rosse che il 16 marzo 1978 sequestra Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, tenendolo poi prigioniero per quasi due mesi in una stanza segreta, nascosta dietro la libreria di un appartamento romano, prima di ucciderlo. Ma nella sua immaginazione la ragazza, colta da dubbi e ripensamenti, sogna invece di liberarlo e di lasciarlo andare via per le strade della città... Liberamente tratto dal romanzo semi-autobiografico "Il prigioniero", scritto dalla brigatista Anna Laura Braghetti (di cui Chiara è l'alter ego, come i personaggi interpretati da Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno lo sono dei suoi compagni), una rappresentazione personale e originale di uno dei fatti di cronaca più importanti dell'Italia dei tardi anni settanta, visto interamente dalla prospettiva di una ragazza combattuta fra un'ideologia folle, cieca e astratta e sentimenti umanitari che prendono forma poco a poco, così come dal contrasto fra una vita "normale" (i pranzi in famiglia, il lavoro come archivista ministeriale, le discussioni con l'amico e collega Enzo) e le azioni quasi "utopiche" delle BR che, peraltro, sono accolte con indifferenza o ostilità dalla maggior parte della società che la circonda. Oltre alla buona prova degli attori (da segnalare Roberto Herlitzka che dà vita a un Moro pieno di dignità), la forma filmica mette in scena l'insieme grazie a un montaggio che usa materiali di repertorio di vario genere (in televisione passano i telegiornali d'epoca, i balletti della Carrà, le carrellate di primi piani e dichiarazioni di politici come Andreotti & C.; nella mente e nei sogni di Chiara, invece, si dipanano documentari d'epoca sovietici, che accompagnano la sua lettura delle "Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana", in parallelo con la lettura delle lettere che lo stesso Moro è costretto dai brigatisti a scrivere ai suoi cari e ai suoi colleghi di partito). L'atmosfera del film, in generale, è sospesa, irreale, onirica, grazie anche alla fotografia fredda di Pasquale Mari e all'uso estraniante della musica (fra i brani ricorrenti, estratti da brani dei Pink Floyd come "Shine On You Crazy Diamond" e "The Great Gig In The Sky" e dalla versione orchestrale del Momento musicale op. 94 n. 3 in fa minore di Franz Schubert). Alcuni passaggi dei dialoghi, in particolari le frasi del più "convinto" fra i brigatisti (quello interpretato da Lo Cascio), provengono da dichiarazioni e comunicati dei fondatori delle stesse Brigate Rosse. Il titolo (da un verso di Emily Dickinson) è anche quello di una sceneggiatura scritta da Enzo (Paolo Briguglia), ispirata proprio al caso Moro. Nel 2022 Bellocchio tornerà sull'argomento con un altro film, "Esterno notte".

24 agosto 2022

Listening (Kenneth Branagh, 2003)

Listening
di Kenneth Branagh – GB 2003
con Frances Barber, Paul McGann
**1/2

Visto su YouTube.

Un uomo (McGann) e una donna (Barber), ospiti di una struttura dove, per rilassarsi, è assolutamente vietato l'uso della parola, stringono un legame empatico. Cortometraggio (di 20 minuti) quasi senza dialoghi, che narra una storia d'amore accompagnata solo da sguardi e dai suoni della natura: insolitamente "minimalista" per Branagh, anche sceneggiatore, ma con un twist finale. Una pellicola delicata e al tempo stesso intensa, che distilla le sue emozioni contando proprio sull'assenza delle parole, poco nota (anche se ha vinto alcuni premi a vari festival internazionali) e di difficile reperibilità (la copia su YouTube è di scarsa qualità e con sottotitoli in greco), ma che rappresenta una pausa quanto mai benvenuta fra un filmone ipertrofico e un altro. Ottimi i due attori, attivi per lo più a teatro: ma McGann è noto anche come ottavo "Doctor Who". Nella colonna sonora c'è il secondo movimento del concerto "Emperor" di Beethoven.

22 agosto 2022

Il talento di Mr. C (Tom Gormican, 2022)

Il talento di Mr. C (The unbearable weight of massive talent)
di Tom Gormican – USA 2022
con Nicolas Cage, Pedro Pascal
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Insoddisfatto di come procede la sua carriera, e in crisi nella relazione con la figlia sedicenne, Nicolas Cage (sé stesso) medita di abbandonare il cinema e, nel frattempo, accetta l'invito di un ricco fan, lo spagnolo Javi Gutierrez (Pedro Pascal), che lo ospita nella sua villa a Maiorca per discutere di una sceneggiatura da lui scritta. Ma si ritroverà al centro di un vero e proprio thriller, quando due agenti dell'FBI, sospettando che Javi sia un criminale internazionale, lo convinceranno a indagare per conto loro... L'idea dell'attore in crisi che interpreta sé stesso in una pellicola parodistica e auto-ironica non è certo nuova: qualche anno fa lo aveva fatto, per esempio, anche Jean-Claude Van Damme in "JCVD". Qui Gormican (anche sceneggiatore) gioca sul fatto che Cage ha la fama di non rifiutare quasi nessun ruolo e, pertanto, di apparire in moltissimi film, spesso di qualità discutibile, nonostante nella sua carriera non siano mancati lavori belli e importanti (fra i tanti che vengono citati in un modo o nell'altro durante la pellicola, "Face/Off" di John Woo e "Cuore selvaggio" di David Lynch, il cui protagonista – una versione giovane e ribelle dello stesso Cage – appare talvolta davanti agli occhi del suo alter ego per conversare con lui, come fosse la sua coscienza). Anche se l'idea è comunque carina e il divertimento non manca (toccante l'amicizia che Nick stringe con Javi, e spassose le scene in cui i due agiscono sotto effetto dell'LSD), alla resa dei conti il film è un po' piatto e meno dirompente di come avrebbe potuto essere senza il freno a mano tirato (per non parlare della commistione fra realtà e fantasia: alla fine non è chiaro se tutto ciò cui abbiamo assistito sia vero o sia cinema). Ma l'interpretazione di Cage, che parodizza più volte sé stesso e le proprie "doti sciamaniche d'attore", è ottima, come anche quella di Pascal. Il titolo italiano, che richiama "Il talento di Mr. Ripley", è più banale e meno evocativo di quello originale.

21 agosto 2022

Rabid (David Cronenberg, 1977)

Rabid - Sete di sangue (Rabid)
di David Cronenberg – Canada/USA 1977
con Marilyn Chambers, Frank Moore
**1/2

Visto in divx.

Sottoposta a un trapianto di pelle sperimentale dopo un incidente in moto, Rose (Marilyn Chambers) diventa "portatrice sana" di un'epidemia che rende lei assetata di sangue e trasforma la gente che morde (attraverso una protuberanza sotto l'ascella) in una sorta di mostri idrofobi. Il secondo lungometraggio "mainstream" di David Cronenberg è un horror seminale che fonde insieme le tematiche dei vampiri e degli zombie, con tanto di finale apocalittico in cui l'infezione si è ormai sparsa in tutto il mondo. Se infatti la prima parte del film è ambientata nella clinica di chirurgia plastica del dottor Keloid (Howard Ryshpan), isolata in campagna, i cui esperimenti danno origine alla mutazione, nel prosieguo la vicenda si sposta in città: memorabile la scena in cui Rose "adesca" una delle sue vittime in un cinema a luci rosse. Il diffondersi dell'epidemia, con i tentativi delle autorità di contenerla (attraverso vaccini, lockdown e controlli sanitari) sembra anticipare a modo sua la recente pandemia di Covid. Ma naturalmente la pellicola si iscrive di buon diritto nel filone dell'horror (anzi, del body horror, di cui Cronenberg è un maestro) alla Romero. All'epoca fece impressione per la violenza grafica, e in effetti era in anticipo sui tempi. La protagonista (scelta dal produttore esecutivo Ivan Reitman: Cronenberg avrebbe voluto Sissy Spacek) era nota per i suoi film pornografici, come "Dietro la porta verde". Un remake nel 2019.

19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

17 agosto 2022

Irma Vep (Olivier Assayas, 1996)

Irma Vep (id.)
di Olivier Assayas – Francia 1996
con Maggie Cheung, Jean-Pierre Léaud, Nathalie Richard
***

Rivisto in divx.

René Vidal (Jean-Pierre Léaud), regista "autoriale" da tempo in declino, è in procinto di girare un remake del classico serial del 1915 "I vampiri" di Louis Feuillade (naturalmente muto e in bianco e nero, come l'originale) scegliendo come protagonista Maggie Cheung (sé stessa), popolare attrice di Hong Kong. Giunta a Parigi, Maggie si ritrova spersa in una città straniera di cui non conosce la lingua e su un set pieno di confusione, dove abbondano tensioni e litigi. Per non parlare del fatto che si trova al centro delle tensioni fra la troupe e un regista in profonda crisi, sia professionale che personale, e delle attenzioni che, secondo feroci gossip, esercita su Zoé, la costumista lesbica (un'ottima Nathalie Richard). Una sorta di "Effetto notte" per Assayas, con cui affronta svariati temi semi-autobiografici e legati allo stato della settima arte in un momento di passaggio dalle velleità autoriali delle Nouvelle Vague (di cui René è uno degli ultimi rappresentanti: non a caso il personaggo è interpretato da Léaud, celebre "alter ego" di Truffaut nel ciclo di Antoine Doinel iniziato con "I quattrocento colpi") al post-modernismo di Tarantino & Co. (esemplificato dalla macchietta del giornalista che intervista Maggie, innamorato di John Woo e del cinema di arti marziali e feroce detrattore del vecchio cinema francese, descritto come "noioso", "intellettuale" e interessato solo al "proprio ombelico": sembra di sentire le stesse critiche che si facevano all'epoca al cinema impegnato italiano, o le parole rivolte da esegeti del cinema "popolare" e "d'azione" contro quello "d'autore"; il paradosso, naturalmente, è che le due cose possono convivere, come ha dimostrato la stessa Maggie nel corso della sua carriera, passando dalle pellicole di Jackie Chan a quelle di Wong Kar-wai). Lo stile di Assayas, per forza di cose, va alla ricerca del realismo, con la macchina a mano, lunghi piani sequenza, musica diegetica, dialoghi improvvisati o che si sovrappongono fra loro in modo fluente; e non mancano momenti intensi e sorprendenti, come quello in cui Maggie, per "entrare nel personaggio", indossa il costume di Irma Vep (una tuta in lattice, aderente e completamente nera, simile a quella di Musidora nel film di Feuillade ma ispirata anche alla Catwoman del secondo "Batman" di Tim Burton) e si aggira per l'albergo dove risiede, entrando persino nella stanza di una turista americana (interpretata da Arsinée Khanjian, moglie e musa di Atom Egoyan!) e rubandole una collana. L'insieme è affascinante, nel ritrarre il caos turbolento di una produzione cinematografica destinata da subito al fallimento: alla fine René abbandonerà il progetto e gli subentrerà un altro regista, José Mirano (Lou Castel), che come prima cosa rinuncerà all'attrice cinese, sostituendola con la sua controfigura. Maggie come sempre è esotica, splendida e vulnerabile. Nel cast anche Bulle Ogier (l'amica di Zoé). Nella colonna sonora spicca "Bonnie and Clyde" cantata da Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Nel 2022 lo stesso regista ha realizzato un remake autoreferenziale sotto forma di miniserie televisiva (con Alicia Vikander).

15 agosto 2022

Nodo alla gola (Alfred Hitchcock, 1948)

Nodo alla gola (Rope)
di Alfred Hitchcock – USA 1948
con James Stewart, John Dall, Farley Granger
***1/2

Rivisto in divx.

Due studenti universitari, Brandon (John Dall) e Phillip (Farley Granger), uccidono l'amico David, strangolandolo con una corda, e ne nascondono il cadavere in una cassapanca, pochi minuti prima che nel loro appartamento giungano gli ospiti invitati a cena, fra cui il padre stesso di David (Cedric Hardwicke) e sua zia (Constance Collier), la sua ragazza Janet (Joan Chandler), il suo rivale Kenneth (Douglas Dick), e soprattutto l'ex istitutore e ora amico dei ragazzi, il brillante Rupert Cadell (James Stewart), dotato di grande intelligenza e capacità di osservazione... Da un testo teatrale di Patrick Hamilton, il primo film a colori di Alfred Hitchcock è noto per una particolare caratteristica: a parte l'incipit con i titoli di testa, è girato interamente in un unico piano sequenza, ovvero con la macchina da presa che si muove ininterrottamente all'interno dell'appartamento in cui si svolge la vicenda (un attico a New York, di cui si intravede la skyline attraverso il grande finestrone), senza alcuno stacco di montaggio. La tecnologia dell'epoca, a dire il vero, rendeva impossibile tutto ciò: a differenza di film più recenti ("Arca russa", "Birdman", "1917"), che possono contare sul digitale, la durata limitata dei rulli di pellicola costringeva di fatto i cineasti a dover interrompere le riprese ogni dieci minuti (o meno): Hitchcock risolse il problema facendo in modo che l'inquadratura, ogni volta, fosse brevemente "oscurata" dalla schiena di un personaggio o da un mobile (come la suddetta cassapanca), per poi riprendere dalla stessa posizione come se non ci fosse stata alcuna interruzione. Il risultato è stupefacente, anche perché il regista inglese ha coreografato nei minimi dettagli l'azione, il movimento e la disposizione dei personaggi, l'apparire di ogni oggetto di scena nell'inquadratura al momento giusto per accrescere la tensione (come quando vediamo per la prima volta la tavola apparecchiata, o la pistola nel finale, o quando i commensali discutono fuori scena mentre la macchina da presa si sofferma sulla governante (Edith Evanson) che sta liberando la cassapanca e si appresta ad aprirla). Il tutto non fa che mantenere alta la tensione e cattura l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, impresa notevole per un film costituito da soli dialoghi, ambientato in una sola stanza e che si svolge in tempo reale!

Il soggetto, naturalmente, è ispirato al celebre caso (del 1924) dell'assassinio di Bobby Franks da parte di Leopold e Loeb, due studenti dell'università di Chicago che provarono a mettere in atto un "delitto perfetto", convinti di riuscire a scamparla dall'alto del loro "intelletto superiore" che si abbinava al disprezzo provato verso il resto della società. Anche qui Brandon teorizza l'omicidio come "forma d'arte", un privilegio riservato "ai pochi che se lo possono permettere", ovvero a coloro che, per superiorità intellettuale o culturale, si stagliano sopra le masse. Idee, di derivazione nietzschiana (il Superuomo), che gli sono state suggerite dallo stesso Rupert, per il quale però erano sono provocazioni teoriche e filosofiche, non certo da mettere in pratica nella realtà. Intelligente e pignolo, Rupert recita di fatto la parte dell'investigatore in quello che è in tutto e per tutto una inverted detective story come quelle del tenente Colombo, dove cioè il delitto viene compiuto all'inizio, davanti agli occhi degli spettatori – la prima inquadratura del film dopo i titoli è proprio quella del "nodo alla gola" del povero David! – che ne conoscono perciò ogni dettaglio e sono lasciati a interrogarsi su come gli assassini verranno scoperti. E proprio Rupert svelerà l'intrigo, tormentando con la sua sola presenza i due colpevoli (in particolare Phillip, più facile a cedere alla tensione e di fatto "succube" di Brandon, che invece è sempre, o vorrebbe apparire, sicuro di sé: tra i due studenti, fra l'altro, scorre un'evidente – anche se non esplicita – tensione omosessuale), il tutto mentre l'abile sceneggiatura semina di doppi sensi e battutine "macabre" l'intera cena, dai continui riferimenti a David (e alla sua assenza) ai retroscena sui polli, cui veniva tirato il collo. Qualche affinità (a partire dal cadavere nella cassapanca) con "Arsenico e vecchi merletti" di Frank Capra, a sua volta tratto da una commedia teatrale. Da notare i tanti riferimenti meta-cinematografici (in una scena, i commensali parlano di cinema, di James Mason, Ray Milland e Gregory Peck). In Italia il film venne distribuito anche col titolo "Cocktail per un cadavere".

13 agosto 2022

Frodo is great... Who is that!!? (aavv, 2004)

Frodo is great... Who is that!!?
di Stan Alley, Nick Booth, Hannah Clarke – Nuova Zelanda 2004
con Bret McKenzie, Jemaine Clement
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

All'uscita de "La compagnia dell'anello", il primo film della trilogia de "Il Signore degli Anelli" diretta da Peter Jackson, alcune fan stavano guardando la scena chiave del Consiglio di Elrond, quando l'hobbit Frodo Baggins si offre di portare l'anello fino a Mordor. "Frodo is great... Who is that!!?", gridarono, notando un elfo affascinante, silenzioso e misterioso, situato all'estremità dell'inquadratura. Si trattava soltanto di una comparsa, un personaggio senza nome che appare sullo schermo per pochissimi secondi (tre in tutto, pare, sommando le varie scene della sequenza). L'acronimo ricavato dalla suddetta frase gli ha fornito un nome, Figwit appunto, e un sito web realizzato per l'occasione gli ha dato popolarità all'interno del fandom tolkeniano. Un po' per gioco, Figwit è diventato oggetto di teorie, disegni, racconti e poesie: e l'attore che lo aveva interpretato, il neozelandese Bret McKenzie (membro del gruppo comico-musicale Flight of the Conchords), ha finito per essere richiamato da Jackson e dai responsabili del casting per dare vita nuovamente al personaggio, stavolta con un ruolo parlato e come sorta di tributo ai fan, in una breve scena del terzo film, "Il ritorno del re" (è lui l'elfo che fa da scorta ad Arwen mentre sta recandosi ai Rifugi Oscuri). Questo documentario ne celebra la storia, raccontando l'ascesa del "fenomeno Figwit" attraverso interviste allo stesso McKenzie, ai suoi amici e famigliari, a membri del cast e dello staff della trilogia (Jackson compreso) e a tanti appassionati della Terra di Mezzo: è uno sguardo ironico e affettuoso alla potenza dell'immaginazione, alla capacità affabulatoria che quasi dal nulla (tre secondi di un personaggio marginale, muto e senza nome!) può creare storie e mondi interi. Alcune curiosità: il padre di Bret appare a sua volta come comparsa nel "Signore degli Anelli", anche se con un ruolo ben più importante: è infatti Elendil, il padre di Isildur, che cade in battaglia contro Sauron nel prologo del primo film. E Jemaine Clement, l'altra metà dei Flight of the Conchords, è stato il sodale di Taika Waititi (anche qui presente) nel film parodistico "Vita da vampiro".

12 agosto 2022

Dagor Dagorath (aavv, 2016)

Dagor Dagorath
di [Willow Productions] – [USA?] 2016
animazione digitale
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Dagor Dagorath ("La battaglia delle battaglie") è il nome dello scontro finale fra il bene e il male che, secondo una profezia di Mandos, segnerà la fine del mondo nell'universo di J.R.R. Tolkien. Si tratta di una sorta di Ragnarok norreno o di Apocalisse biblica, cui si accenna soltanto di sfuggita nel "Silmarillion", avendo Christopher Tolkien eliminato i paragrafi che ne parlavano in dettaglio e che il padre aveva inserito nella versione del 1937 del manoscritto. Quei paragrafi (pubblicati poi nel quarto volume della "History of Middle-earth", inedito in Italia) formano la base del testo letto dal narratore in questo cortometraggio animato, realizzato dallo stesso studio (Willow Productions) che l'anno precedente aveva firmato un bel "Ainulindalë" (ovvero la creazione del mondo, l'altra "estremità" della cosmogonia tolkeniana). Assistiamo così alla liberazione di Melkor/Morgoth dal Vuoto Esterno e al suo ritorno su Arda, alla distruzione del Sole e della Luna e all'ultima battaglia sui campi di Valinor, con la sconfitta di Melkor a opera di un redivivo Túrin Turambar. Il recupero della luce dei Silmaril e la rinascita dei Due Alberi porterà con sé un rinnovamento del mondo, con una seconda "musica degli Ainur", e l'avvento di una nuova era. Meno affascinante visivamente del precedente lavoro (anche la CGI mostra ancor più tutte le sue pecche e appare decisamente amatoriale), il film si fa notare per alcuni riferimenti non a Arda ma al nostro mondo (si riconosce la geografia del pianeta Terra e si vedono grattacieli moderni) ma resta comunque interessante come tentativo di portare sullo schermo un evento importante ma narrativamente marginale nel corpus letterario tolkeniano. Come nel corto precedente, i credits glissano sui nomi dei registi.

Ainulindalë (aavv, 2015)

Ainulindalë
di [Willow Productions] – [USA?] 2015
animazione digitale
**1/2

Visto su YouTube.

Affascinante cortometraggio d'animazione che riesce in qualcosa che poteva sembrare impossibile, o comunque estremamente difficile: portare sullo schermo in maniera convincente l'Ainulindalë, "la musica degli Ainur", ovvero l'incipit del Silmarillion, il capitolo che – come una vera e propria "Genesi" biblica – racconta la creazione dell'universo (Eä) e di Arda (il pianeta su cui si svolge "Il Signore degli Anelli") a partire dal tema musicale introdotto da Ilùvatar (il "padre di tutti") e sviluppato dagli Ainur, progenie del suo spirito. Fra questi spicca Melkor, il più potente degli Ainur, che come Lucifero osa portare avanti una melodia propria, introducendo così una dissonanza (il male) nel creato. Quando la musica assume forma fisica, dando origine ad Arda, gli Ainur vi si stabiliranno, come sorta di divinità (e qui dalla teologia biblica si passa a un parallelo con le mitologie pagane, come quella greco-romana o quella norrena). Il breve corto si conclude con due eventi narrati nel prosieguo del "Silmarillion" ovvero la costruzione delle due lampade, Illuin e Ormal, e il risveglio dei figli di Ilùvatar, i primi Elfi. I puristi di Tolkien storceranno il naso di fronte ad alcune imprecisioni: gli Elfi infatti nascono in realtà quando le lampade erano ormai crollate, tanto da essere noti come "popolo delle stelle" perché proprio le stelle sono state la prima cosa che hanno visto al loro risveglio; e la forma di Arda mostrata nel film è sferica, quando invece, fino alla distruzione di Númenor, era un disco piatto. A parte questi (non insignificanti) dettagli, e nonostante la computer grafica molto semplice e piuttosto rozza, il breve film riesce a trasmettere in maniera accattivante quel senso di cosmogonia e di afflato epico-religioso che permea il testo di Tolkien, e potrebbe benissimo fungere da prologo per un eventuale film (o serie) basata sul "Silmarillion". Le musiche sono di Aaron e Andrew Woodhouse. Gli stessi autori (i credits dicono Willow Productions: non sono riuscito a individuare i nomi dei registi) realizzeranno l'anno seguente un sequel che racconta invece la battaglia alla fine del mondo, "Dagor Dagorath".

11 agosto 2022

One of the seven (Sampsa Kares, 2021)

Uno dei sette (One of the seven)
di Sampsa Kares – Finlandia 2021
con Saaraz, Anae, Faroni
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Breve film amatoriale, realizzato da un gruppo di cosplayer finlandesi e britannici, ispirato al mondo de "Il Signore degli Anelli" di J.R.R. Tolkien. Due giovani nani (la pellicola non fornisce nomi, ma l'aspetto è quello di Fíli e Kíli, due dei compagni di Thorin Scudodiquercia, nella trilogia "Lo Hobbit" di Peter Jackson) si inoltrano nel Bosco Atro, alla ricerca di uno dei sette anelli dei nani, finito nelle mani del re degli elfi Thranduil. Per riaverlo indietro, gli offrono in cambio una cassetta di preziose gemme, fra cui il monile un tempo appartenuto alla sua defunta moglie: ma si tratta di un inganno... Senza dialoghi, solo con una voce narrante (che è appunto quella della moglie di Thranduil, che appare anche al re degli elfi sotto forma di visione), il corto merita un plauso per l'originalità: a differenza di quasi tutti gli altri fan movie ambientati nella Terra di Mezzo, per una volta non ci presenta storie di Raminghi o genericamente di battaglie fra uomini e orchi (forse i personaggi più facili da realizzare), ma un episodio su elfi e nani, con una trama incentrata sulla loro rivalità e su temi tipici del capolavoro tolkeniano (la corruzione del potere). Definito dagli stessi autori una "fan fiction", il film rappresenta l'anello nanico con caratteristiche identiche a quello di Sauron, dalla "voce" sussurrante al potere di tentare e corrompere il suo portatore: in realtà, pur essendo stati forgiati con l'aiuto dell'Oscuro Signore, i sette anelli dei nani non ebbero sui loro portatori la stessa influenza dei nove degli uomini o dell'Unico, per via dell'innata resilienza dei nani. I due protagonisti sono però molto giovani e, dunque, più sensibili al suo potere. La scena finale, in cui appare l'Unico Anello nelle acque del fiume Anduin (anche se si tratta di una gag), lascia poi intendere che la storia si svolga prima di quando questo cadde nelle mani di Gollum (e naturalmente prima che i sette anelli dei nani vennero distrutti o recuperati da Sauron: l'ultimo, quello di Durin, fu sottratto a Thráin, il padre di Thorin): dunque i due protagonisti non possono essere Fíli e Kíli, allora non ancora nati, ma soltanto due nani che gli somigliano. Nel complesso il corto è simpatico e realizzato con cura e passione: ogni interprete, in particolare, ha curato il proprio costume (stiamo parlando di cosplayer, dopo tutto).