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4 novembre 2023

D&D: L'onore dei ladri (J. Goldstein, J. F. Daley, 2023)

Dungeons & Dragons: L'onore dei ladri
(Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves)
di Jonathan Goldstein e John Francis Daley – USA 2023
con Chris Pine, Michelle Rodriguez
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Il bardo ed ex spia Edgin (Chris Pine) e la guerriera Holga (Michelle Rodriguez), rivoltisi al furto, si alleano con il giovane stregone Simon (Justice Smith) e la druida mutaforma Doric (Sophia Lillis) per salvare Kira (Chloe Coleman), la figlia di Edgin, rapita dal truffatore Forge (Hugh Grant), che si è impadronito del potere in una città-stato con l'aiuto della perfida maga Sofina (Daisy Head). Chi cerca una trama sensata e personaggi originali rimarrà deluso. Chi si "accontenta" dell'avventura, della fantasia e della magia, invece, no. La vastità e la varietà del mondo, dei suoi scenari, delle creature e delle situazioni garantisce il divertimento, anche se a livello di sceneggiatura gli snodi sono meccanici e improbabili, il ritmo manca di respiro, e soprattutto tutto è ricolmo di umorismo e di battutine con occasionali dissonanze tonali quando si sfiorano temi seri o momenti di pathos. Insomma, un tipico prodotto da intrattenimento hollywoodiano. Che però, a differenza dei precedenti tentativi di portare al cinema il celebre gioco di ruolo (tre film usciti fra il 2000 e il 2012, di cui solo il primo in sala: il secondo solo in TV e il terzo direttamente nell'home video), questa volta ha riscosso un certo successo, se non di pubblico almeno di critica, anche per merito del buon cast (fa eccezione la bambina, tremenda). Regé-Jean Page è lo stregone Xenk Yendar, Bradley Cooper l'halfling Marlamin. Certo, sarebbe stato carino se la storia avesse fatto maggior riferimento alle dinamiche del gioco (di cui porta in scena comunque numerose creature, razze e oggetti magici). Tantissima CGI: le poche scene dal vivo sono state girate in Irlanda del Nord.

28 novembre 2022

You and me (Fritz Lang, 1938)

You and me
di Fritz Lang – USA 1938
con George Raft, Sylvia Sidney
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

L'ex rapinatore Joe Dennis (George Raft) sta cercando di rifarsi una vita onesta, lavorando come commesso nei grandi magazzini di proprietà del signor Morris (Harry Carey), filantropo che ama dare una seconda possibilità agli ex galeotti. Qui si innamora della collega Helen (Sylvia Sidney) e finisce per sposarla, ignorando che anche la ragazza ha trascorsi criminali: quando lo scopre, per la delusione accetta la proposta dei suoi ex complici di rapinare proprio il negozio in cui lavora. Sarà Helen a insegnare a lui e agli altri ladri perché "il crimine non paga" (e non con un pistolotto morale, ma con un ragionato calcolo... economico!). Il terzo film americano di Fritz Lang è forse uno dei suoi lavori più incompresi e di minor successo (tanto da non essere mai stato importato nel nostro paese, e per questo motivo manca di un titolo italiano), dai toni insoliti che mescolano tanti generi e tipologie di pellicola: si va dalla commedia romantica a quella a sfondo sociale post-Depressione, dal dramma morale al noir gangsteristico, il tutto condito con un'insolita leggerezza (per alcuni critici si tratta dell'unica commedia mai diretta da Lang). Le sequenze notturne e alcune belle scene (quella in cui gli ex galeotti ricordano e rimpiangono i "bei tempi" in cui erano in cella, o quella della "lezione" che Helen elargisce ai rapinatori) e un buon cast di contorno (con tanti attori "secondari" ma brillanti, come Warren Hymer, Barton MacLane, Robert Cummings) forniscono un interessante substrato per un film che però appare decisamente legato al suo tempo e debitore al cosiddetto Lehrstűck, il "teatro didattico" alla Bertolt Brecht: non a caso le musiche sono accreditate a Kurt Weill, sodale di Brecht, che però abbandonò il progetto prima della conclusione, lasciando solo una canzone (quella introduttiva, che ironizza sul consumismo e recita "Non puoi avere niente per niente, devi pagare") e alcuni spezzoni di colonna sonora. Anche la lavorazione fu travagliata, per via di contrasti fra Lang e la sceneggiatrice Virginia Van Hupp (che lavorò su un soggetto di Norman Krasna), nonché fra i due attori protagonisti. Il risultato fu un sonoro flop di pubblico e di critica ("meritato", disse lo stesso Lang), rivalutato solo in tempi recenti.

7 settembre 2021

Lo spione (Jean-Pierre Melville, 1962)

Lo spione (Le doulos)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1962
con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani
**1/2

Rivisto su YouTube, per ricordare Jean-Paul Belmondo.

Appena uscito di prigione, e dopo aver regolato i conti con un ex complice, lo scassinatore Maurice (Serge Reggiani) tenta un nuovo colpo ma viene sorpreso sul posto dalla polizia, che qualcuno aveva prontamente avvertito. In fuga, e convinto che a tradirlo sia stato l'amico Silien (Jean-Paul Belmondo), medita vendetta: ma è proprio lui l'informatore? Da un romanzo di Pierre Lesou, un noir d'atmosfera con una trama intricata e una ragnatela di misteri e ambiguità. Per gran parte della pellicola, infatti, seguiamo le mosse di Silien – che trama, mente, inganna – senza che sia mai chiaro da che parte stia, se sia effettivamente uno "spione" o se sia rimasto fedele all'amico. Solo alla fine si spiegherà ogni cosa, prima che il destino, in un ulteriore e inevitabile controfinale, concluda a modo suo la vicenda. Un giovane Belmondo è sfacciato, carismatico e sornione, sempre sicuro di sè e capace di muoversi in un sottobosco di criminali legati da forti rapporti di amicizia, che però possono incrinarsi di fronte al minimo sgarbo. E non mancano piccoli e grandi colpi di scena, che talvolta giungono inaspettati come improvvisi scatti di violenza quando meno ce li si aspetta (la didascalia introduttiva recita: "Bisogna scegliere. Morire... o mentire?"). Bella la fotografia in bianco e nero di Nicolas Hayer, che tratteggia una Parigi notturna e piovosa. Belmondo aveva già recitato per Melville l'anno prima in "Léon Morin, prete" (e tornerà l'anno seguente ne "Lo sciacallo"). Nel cast anche Michel Piccoli, Jean Desailly, René Lefèvre, Philippe March, Monique Hennessy e Fabienne Dali. Musiche di Paul Misraki. Volker Schlöndorff è l'aiuto regista, Bertrand Tavernier ha collaborato alla produzione. Il titolo originale, un termine gergale che significa "cappello", indica un informatore della polizia.

26 luglio 2021

Il ladro invisibile (Segundo de Chomón, 1909)

Il ladro invisibile (Le voleur invisible)
di Segundo de Chomón [e Ferdinand Zecca] – Francia 1909
***

Visto su YouTube.

Acquistata una copia de "L'uomo invisibile" di H.G. Wells su una bancarella di libri usati, un uomo si prepara e poi beve la pozione dell'invisibilità (la cui ricetta era sulle pagine del libro!). E toltisi i vestiti, si introduce in una ricca dimora per rubare denaro e oggetti preziosi. Non contento, dopo essersi rivestito (con una maschera sul volto), rapina anche alcuni passanti. Due poliziotti lo inseguono fino a casa, ma nella colluttazione il ladro si sbarazza degli abiti e, nuovamente invisibile, agita sedie e oggetti, mettendo in fuga le forze dell'ordine. Sfruttando le tecniche di animazione stop motion già abbondantemente utilizzate in precedenza (per esempio ne "L'hotel elettrico") e abbinandovi effetti ottici (come la sovrimpressione), Chomón dà vita a quello che forse è stato il primo "uomo invisibile" sul grande schermo, precedendo in questo Claude Rains e James Whale di ben 24 anni. A parte la trama lineare (con il lieto fine per il malfattore, che non viene punito per i suoi furti: in questo anticipa forse il Fantômas dei serial diretti da Louis Feuillade a partire dal 1913), la breve pellicola (meno di sei minuti) è riuscitissima, potendo sfoggiare effetti di ottima fattura (per l'epoca, naturalmente), un ritmo serrato e un sense of wonder finalizzato per una volta alle esigenze narrative (cosa che non sempre era scontata nel cinema dei pionieri, nemmeno nei lavori di Méliès, modello di riferimento di Chomón). È curioso come gli stessi trucchi che in altri lavori (come "La locanda stregata" dello stesso Méliès o "The haunted hotel" di James Stuart Blackton) erano utilizzati per creare spavento o suggestioni spiritiche, siano qui piegati a scenari più quotidiani, concreti o comunque "scientifici": non ci sorprendiamo nel vedere gli oggetti muoversi da soli o fluttuare in aria perché "sappiamo" che a muoverli è un uomo invisibile, lì presente (anche se non lo vediamo!), e non forze misteriose o soprannaturali. Degno di nota inoltre il riferimento esplicito al libro di Wells (anche se il film non è un suo adattamento).

28 marzo 2021

RocknRolla (Guy Ritchie, 2008)

RocknRolla (id.)
di Guy Ritchie – GB 2008
con Gerard Butler, Tom Wilkinson
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

One-Two (Gerard Butler), Mumbles (Idris Elba) e Bob il bello (Tom Hardy), piccola banda di criminali londinesi, rubano a più riprese – grazie alla complicità della contabile Stella (Thandie Newton) – il denaro che il mafioso russo Yuri (Karel Roden) dovrebbe consegnare al gangster Lenny (Tom Wilkinson) per "ungere" i politici locali e ottenere così i permessi per una grande speculazione edilizia (i riferimenti sono a oligarchi come Roman Abramovich, da qualche anno proprietario del Chelsea: non a caso le riunioni d'affari di Yuri avvengono nei salottini di uno stadio di calcio). Questo complica la vita a Lenny, che Yuri sospetta di essere implicato nei furti, già nei guai perché il russo gli ha prestato un prezioso dipinto "portafortuna" che a sua volta gli è stato sottratto dal figliastro Johnny (Toby Kebbell), rocker ribelle e tossicodipendente... L'intera vicenda ci viene narrata da Archy (Mark Strong), braccio destro tuttofare di Lenny. Con una miriade di personaggi, sottotrame intrecciate e fazioni di vario genere in contrasto fra di loro, Guy Ritchie torna ai canovacci che lo hanno reso celebre (come in "Lock & Stock" e "Snatch"), ovvero storie improbabili e semi-comiche di criminali di diversa estrazione, da delinquenti di piccolo calibro a gangster inseriti nella società, da sicari armati a sbandati improvvisati, fornendo un concitato ritratto di un sottobosco di malviventi dominato da amicizie e tradimenti, regole non scritte e relazioni che corrono sul filo. Nonostante la densità di eventi (o forse proprio per questo), a tratti si ha la sensazione che si improvvisi man mano che si va avanti. Non mancano comunque bei momenti (il rapporto fra i tre ladri, in particolare dopo la rivelazione che uno di loro è gay; quello fra Johnny e il padre; la sottotrama sul misterioso "informatore" che si annida nella malavita) e alcune indovinate scene d'azione (tutta la sequenza della rapina ai danni dei due sicari russi), ma anche svolte forzate e improbabili. Curiosità: il dipinto ambito da tutti non si vede mai (è un MacGuffin, come il contenuto della valigetta di "Pulp Fiction"). Piccoli ruoli per Jeremy Piven e Gemma Arterton. Prima dei titoli di coda, una scritta annuncia che i personaggi sopravvissuti torneranno in un seguito che non è mai stato realizzato (l'intenzione di Ritchie era quella di filmare una trilogia, con Jason Statham pronto a subentrare come nuovo antagonista).

19 febbraio 2021

Le streghe son tornate (A. de la Iglesia, 2013)

Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2013
con Hugo Silva, Carmen Maura
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

José (Hugo Silva), padre di Sergio (Gabriel Delgado) e separato dalla moglie Silvia (Macarena Gómez), dopo aver rapinato un "Compro oro" nel centro di Madrid in compagnia del figlioletto, fugge verso il confine insieme a lui, al complice Antonio (Mario Casas) e al tassista Manuel (Jaime Ordóñez), con i quali condivide odio e risentimento verso tutto il genere femminile. Inseguiti dall'ex moglie e da due poliziotti (Secun de la Rosa e Pepón Nieto), finiranno tutti nel villaggio di Zugarramurdi, "infestato" da una congrega di streghe (fra cui Terele Pávez, Carmen Maura e Carolina Bang, rispettivamente nonna, madre e figlia), che intendono sacrificare il bambino alla "grande madre" per restituire alle donne la supremazia sull'intero creato. Black comedy horror dai toni grotteschi e sopra le righe, in purissimo stile de la Iglesia (prendere o lasciare): non mancano momenti geniali (come la scena iniziale della rapina, con i ladri vestiti da artisti da strada e un'irresistibile dissonanza culturale nel vedere statue di Gesù Cristo o personaggi quali Spongebob e Minnie comportarsi da criminali) o sequenze disgustosamente gore, ma il tono è sempre ironico quando non pseudo-tarantiniano nel suo mix di generi (il paragone più azzeccato è quello con "Dal tramonto all'alba"). In ogni caso, da non prendere troppo sul serio, soprattutto quando affronta – in chiave di divertimento provocatorio – il tema dei rapporti con le donne e i tanti luoghi comuni "maschilisti" sull'argomento (dai discorsi in auto sulle rispettive ex, alla "litigata" fra José ed Eva durante la fuga, con inconciliabili differenze di vedute). Proprio queste aggiunte rendono la pellicola qualcosa di più di un semplice intrattenimento post-moderno. Buoni gli effetti speciali.

7 dicembre 2020

American animals (Bart Layton, 2018)

American animals (id.)
di Bart Layton – USA 2018
con Barry Keoghan, Evan Peters
**1/2

Visto in TV.

Per il suo secondo lungometraggio, Layton ricorre ancora una volta a una storia vera (come nel precedente "L'impostore"), raccontando del furto di alcuni libri rari (fra cui una copia de "L'origine della specie" di Darwin, da cui proviene la frase che apre il film e gli dà il titolo) da una biblioteca universitaria nel Kentucky da parte di quattro studenti, più o meno sbandati. Interviste ai veri protagonisti del furto (nonché ai loro genitori e a un professore) inframmezzano le sequenze girate con attori che li impersonano (Barry Keoghan, Evan Peters, Jared Abrahamson e Blake Jenner), rendendo la pellicola qualcosa a metà fra il film di finzione e il documentario. E tanti piccoli dettagli cambiano a seconda di chi li racconta, come a voler comunicare che siamo di fronte a una ricostruzione che può non essere del tutto attendibile. Questa struttura, nonché l'ottima regia e le buone interpretazioni, si abbinano però a una storia non eccessivamente originale e forse meno interessante della precedente. Per lo meno i personaggi sono ben costruiti: i quattro studenti che si improvvisano rapinatori, preparando in anticipo ogni dettaglio – anche attraverso la visione di film celebri basati su furti e rapine (guardano "Rapina a mano armata" di Kubrick, si affibbiano soprannomi basati sui colori come ne "Le iene" di Tarantino) – ma poi pasticciando e commettendo innumerevoli errori, e che esibiscono paure, perplessità, incertezze e ripensamenti, fino ai sensi di colpa che conducono al loro inevitabile arresto, sono ragazzi anche brillanti che soffrono nel sentirsi ingranaggi di un sistema, che sognano la libertà e vogliono distinguersi in un'impresa fuori dal comune: lo specchio di una gioventù che, guidata dal sogno americano, aspira ad elevarsi al di sopra degli altri e di raggiungere il successo a tutti i costi, anche con scorciatoie illegali. Il regista ce li mostra in chiave simpatetica, anche se il suo sguardo è, appunto, quasi zoologico o entomologico. Piccola parte per Udo Kier nel ruolo del ricettatore olandese.

6 novembre 2020

Downtown torpedoes (Teddy Chan, 1997)

Downtown torpedoes (San tau dip ying)
di Teddy Chan – Hong Kong 1997
con Jordan Chan, Takeshi Kaneshiro
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Una banda di ladri acrobatici e ipertecnologici, specializzati nel furto di segreti industriali, viene convinta da Stanley Wong (Alex Fong), capo dei servizi segreti di Hong Kong, a collaborare al recupero di due preziose lastre per la stampa di banconote false, cadute nelle mani di un agente inglese traditore. Ma il gruppo, di cui fanno parte gli abili Cash (Jordan Chan) e Jackal (Takeshi Kaneshiro), la coordinatrice Sam (Charlie Yeung), l'inaffidabile Titan (Ken Wong) e la giovane hacker Phoenix (Theresa Lee), scoprirà di essere stato ingannato: a volersi impadronire delle lastre era proprio colui che li ha ingaggiati. Solido action movie, ben fatto anche se non particolarmente originale, che si lascia seguire fino alla fine grazie alle diverse sequenze (ispirate a "Mission: Impossible") che vedono i protagonisti all'opera, e un discreto numero di capovolgimenti e di colpi di scena. Gli interpreti sono adeguati, la regia è senza fronzoli, la fotografia fredda come in gran parte delle pellicole del genere. Se il grosso dell'azione è ambientato nella (ex) colonia inglese, l'incipit si svolge in Germania e il finale a Budapest. "Skyline cruisers" di Wilson Yip, uscito tre anni più tardi, avrebbe dovuto esserne un sequel ma è diventato poi un film indipendente.

16 ottobre 2020

Le regole della truffa (Rob Minkoff, 2011)

Le regole della truffa (Flypaper)
di Rob Minkoff – USA 2011
con Patrick Dempsey, Ashley Judd
***

Visto in TV, con Sabrina.

Una banca viene rapinata contemporaneamente da due bande diverse: la prima è composta da tre criminali professionisti e high-tech (Mekhi Phifer, Matt Ryan e John Ventimiglia), la seconda da una coppia di balordi (Tim Blake Nelson e Pruitt Taylor Vince). Fra i clienti, presi in ostaggio insieme al personale dell'istituto, c'è il nevrotico e semi-autistico Tripp (Patrick Dempsey), che non può mettere a tacere le proprie straordinarie capacità osservative, in grado di catturare ogni dettaglio. Grazie a queste, si rende subito conto che c'è qualcosa di strano: forse qualcuno trama nell'ombra, ha manipolato entrambe le bande di rapinatori e ha un secondo (o un terzo) fine... Scritto da Jon Lucas e Scott Moore (gli sceneggiatori di "Una notte da leoni") e diretto dal co-regista de "Il re leone", un heist movie comico e vivacissimo, caratterizzato da un ritmo senza sosta, ricco di false tracce e di colpi di scena: da un lato guarda al cinema corale e umoristico alla Guy Ritchie (alcuni personaggi sembrano usciti da "Snatch"), dall'altro al classico giallo deduttivo alla Agatha Christie (quando tutti i presenti, rapinatori od ostaggi che siano, si sospettano a vicenda, sembra quasi di essere in un remake di "Dieci piccoli indiani" o in una partita di "Cluedo"), con echi da "I soliti sospetti" e "Quel pomeriggio di un giorno da cani", il tutto senza risultare pretenzioso, senza strizzatine d'occhio post-moderne allo spettatore e senza traccia di messaggio morale (è puro intrattenimento!). Merito anche di un protagonista unico nel suo genere, osservatore come Sherlock Holmes ma disinibito e impulsivo per via di una sorta di ADHD (la sindrome di deficit di attenzione e iperattività). Gli altri personaggi sono più stereotipati o macchiettistici, ma comunque adeguatamente funzionali al loro ruolo. Ashley Judd è la cassiera di cui Tripp si innamora, i dipendenti della banca sono interpretati da Jeffrey Tambor (il direttore), Curtis Armstrong, Rob Huebel, Adrian Martinez e Octavia Spencer, e gli altri clienti da Natalia Safran ed Eddie Matthews. Passato quasi inosservato in sala e bistrattato dalla critica, il film meriterebbe una rivalutazione.

19 luglio 2020

Prendi i soldi e scappa (W. Allen, 1969)

Prendi i soldi e scappa (Take the money and run)
di Woody Allen – USA 1969
con Woody Allen, Janet Margolin
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Cresciuto in un quartiere disagiato di San Francisco, Virgil Starkwell diventa – senza troppa fortuna – un criminale che alterna fallimentari tentativi di rapine in banca a brevi soggiorni in penitenziari dai quali, in un modo o nell'altro, riesce sempre ad evadere. Al suo primo vero film da autore completo (attore, sceneggiatore e regista) dopo l'esperimento "Che fai, rubi?", Woody Allen sceglie la strada del mockumentary (il "finto documentario"), con tanto di voce narrante e di interviste ai vari personaggi che il protagonista ha incontrato nel corso della sua vita (a partire dai genitori, che appaiono sullo schermo con nasi e baffi finti). Lo sfortunato Virgil è una specie di Clyde, la cui Bonnie è rappresentata dalla tenera e virginea Louise (Janet Margolin), incontrata per caso (“Era così tenera, così dolce mentre camminava accanto a me nel parco, che dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla. Dopo mezz'ora avevo rinunziato del tutto all'idea di rubarle la borsetta”). La comicità è soprattutto situazionista, praticamente slapstick (esilaranti le scene in cui il protagonista è incatenato ad altri cinque evasi con cui forma una chain gang), lontana dalla verbosità e dalle ossessioni intellettuali che diventeranno il marchio di fabbrica del comico dal decennio successivo. La tecnica del documentario anticipa naturalmente "Zelig" (e c'è anche una scena in cui Virgil, per breve tempo, si trasforma in un rabbino). Prima di decidere di fare lui stesso il regista, Allen aveva chiesto che a dirigere la pellicola fosse Jerry Lewis. Il film è stato scritto insieme all'amico Mickey Rose, che Woody aveva conosciuto al liceo e che collaborerà con lui anche nel suo secondo film, "Il dittatore dello stato libero di Bananas".

1 luglio 2020

Diario di un ladro (Robert Bresson, 1959)

Diario di un ladro (Pickpocket)
di Robert Bresson – Francia 1959
con Martin LaSalle, Marika Green
***

Visto in divx.

Il punto di forza di Bresson è senza dubbio l'estremo rigore che riversa tanto nella forma quanto nei contenuti delle sue pellicole. Per certi versi "Pickpocket" mi ha ricordato il suo film che finora mi era piaciuto di più, ovvero "Un condannato a morte è fuggito", anche se il tema trattato è, almeno all'apparenza, ben diverso: ma lo stile asciutto, quasi documentaristico, e il tentativo di scavare nell'anima del personaggio principale, solo contro tutti (per obbligo più che per scelta), resta identico. Michel (Martin LaSalle), il protagonista, è un giovane disoccupato che per disperazione diventa un borseggiatore. Nonostante il suo miglior amico, una sua graziosa vicina di casa (Marika Green) e persino un poliziotto (Jean Pélégri) cerchino di rimetterlo sulla retta via, lui prosegue nella sua “professione” fino a quando, inesorabilmente, non verrà arrestato. Ma proprio nel punto più basso della sua vita, quando addirittura arriverà a meditare propositi di suicidio, troverà inaspettatamente un amore salvifico. Bresson indugia sui movimenti delle dita e sui piccoli trucchi usati dai borseggiatori per sfilare portafogli e orologi senza essere visti (Michel che si allena sembra quasi un Oliver Twist cresciuto), e i titoli di testa accreditano persino un certo Kassagi – che interpreta il complice di Michel – come "consulente tecnico per le gesta dei ladri". Notevole la tensione di alcune scene, costruita quasi completamente con la scelta delle inquadrature: per esempio quando la macchina da presa rimane fissa sul volto di Michel, mentre noi sappiamo che le sue mani stanno sfilando un portafogli, oppure quando si muove rivelandoci solo all'ultimo minuto – e spesso in ritardo rispetto all'onnipresente voce fuori campo del protagonista – un elemento chiave che genera sorpresa (il volto di un personaggio del quale avevamo visto solo i piedi, oppure la bambina che gioca per terra nella stanza). Michel, la cui disperazione sembra avergli alienato ogni fiducia nell'esistenza o nel genere umano, è un personaggio ai limiti dell'amoralità che trova nel finale una sorta di redenzione quasi divina (e dire che poco prima dichiara di essere ateo: "Ho creduto in Dio... per tre minuti"). La sceneggiatura, dello stesso Bresson, è originale (è il primo film del regista francese a non essere tratto da un testo pre-esistente). Il film ha influenzato, fra gli altri, Paul Schrader, che vi si è ispirato per i propri film e per la sceneggiatura di "Taxi Driver".

18 maggio 2020

La bestia nera (Tod Browning, 1919)

La bestia nera (The Wicked Darling)
di Tod Browning – USA 1919
con Priscilla Dean, Wellington A. Playter
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

La ladruncola Mary Stevens (Priscilla Dean), che vive nei bassifondi arrabattandosi come può, si impadronisce della collana di perle che il ricco Kent Mortimer (Wellington A. Playter), ora caduto in rovina, aveva donato alla fidanzata Adele (Gertrude Astor) prima che questa l'abbandonasse. Innamoratasi di Kent e colpita dalla sua nobiltà d'animo anche di fronte alle difficoltà, Mary decide di cambiar vita e di trovarsi un lavoro onesto come cameriera: ma il passato, nei panni del turpe Stoop Connors (Lon Chaney), che vuole impadronirsi della collana, torna a farle visita... Questo lungometraggio girato da Tod Browning per la Universal affronta il tema, tanto caro al cinema muto, della "donna perduta", o meglio – in questo caso – della "rosa nella spazzatura", come suggerisce la metafora del fiore gettato via perché i petali sono infangati: ma pur nella spazzatura, essa rimane comunque una rosa. L'interessante ambientazione, il (relativo) realismo dei dialoghi (in particolare il linguaggio comico di Mary, pieno di slang, non acculturato e indice del suo basso livello sociale), la caratterizzazione curata anche dei personaggi minori – dal gestore del banco dei pegni (Spottiswoode Aitken) al colossale barista di cui tutti hanno paura (l'ex wrestler Kalla Pasha) – lo rendono tuttora assai gradevole. A lungo ritenuto perduto, il film è stato ritrovato negli anni novanta (una copia era infatti custodita in un museo olandese). Priscilla Dean era una diva del muto molto popolare a cavallo fra gli anni dieci e gli anni venti, la cui carriera non sopravvisse all'avvento del sonoro. Ma naturalmente il nome che spicca nel cast è quello di Lon Chaney, non ancora "uomo dalle mille facce", qui alla prima delle sue dieci collaborazioni con Browning.

15 marzo 2020

Skyline cruisers (Wilson Yip, 2000)

Skyline cruisers (San tau chi saidoi)
di Wilson Yip – Hong Kong 2000
con Leon Lai, Jordan Chan, Shu Qi
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Tre anni dopo un colpo andato male e in cui ha perso la sua fidanzata, il ladro iper-tecnologico Mac (Leon Lai) si è trasferito in Australia e ha messo insieme una nuova squadra, formata dall'amico Bird (Jordan Chan) e dai giovani Sam (Sam Lee) e Michelle (Michelle Saram). Tormentato dal passato e roso dai sensi di colpa, accetta l'incarico di recuperare il prototipo di un nuovo farmaco contro il cancro, sottratto dal perfido dottor Kam al suo legittimo scopritore. Ma dopo essersi introdotto nel laboratorio segreto di Kam in Malesia, anche con l'aiuto di una bella e misteriosa spia (Shu Qi) incontrata sul posto, scoprirà di essere stato ingannato... Concepito inizialmente come seguito di un film di tre anni prima, "Downtown torpedoes" di Teddy Chan, questa pellicola realizzata da Yip dopo i successi di critica "Bullets over summer" e "Juliet in love" si iscrive nel filone delle rapine sofisticate e tecnologiche di certi film hollywoodiani dell'epoca (in una delle prime scene, il direttore di una banca afferma che i loro sistemi di sicurezza "fanno impallidire quelli di Mission: Impossible I e II"). E dal punto di vista tecnico non sarebbe neanche male, pur con una regia un po' derivativa. Peccato che sia anche estremamente noiosa, senza appigli emotivi, con una trama inutilmente confusa e pretenziosa, e colpi di scena di cui non importa niente a nessuno. D'altronde, come capita spesso in questo genere di film, l'oggetto del contendere (il farmaco) è solo un MacGuffin, una scusa per inscenare lunghissime sequenze prive di tensione (ma fotografate benissimo!), all'insegna di gadget high-tech il cui funzionamento non viene nemmeno spiegato: insomma, un elaborato (e vuoto) esercizio di stile. Sprecato il cast, a partire da una Shu Qi imbrigliata in un personaggio mai approfondito. Jordan Chan e Sam Lee avevano già recitato per Yip in "Bio-zombie". Accattivante il look di Michelle Saram, con i capelli corti e arancioni.

30 novembre 2019

Bande à part (Jean-Luc Godard, 1964)

Separato magnetico (Bande à part)
di Jean-Luc Godard – Francia 1964
con Anna Karina, Sami Frey, Claude Brasseur
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due giovani delinquenti, Frantz (Sami Frey) e Arthur (Claude Brasseur), progettano di svaligiare la villa fuori Parigi dove Odile (Anna Karina), compagna di Frantz in un corso di inglese, risiede come ragazza alla pari. L'ingenua Odile ha infatti rivelato a Frantz che un altro ospite della casa, il signor Stolz, nasconde una grande somma di denaro nel proprio armadio. In attesa del colpo, i tre vagabondano per Parigi, amoreggiano e filosofeggiano. Dopo la produzione internazionale de "Il disprezzo", Godard voleva dirigere un film "povero" e quasi improvvisato, volutamente in bianco e nero e a basso costo, e l'occasione gliela fornì un romanzo noir di Dolores Hitchens suggeritogli dall'amico François Truffaut. Girato in maniera libera e sbarazzina per le strade di Parigi, i suoi locali e le periferie, ricco di momenti estemporanei eppure memorabili (il "minuto di silenzio" in cui si arresta anche la banda sonora; Anna Karina che canta in metropolitana; il ballo a tre – la "Madison dance" – in un caffé, scena che richiedette molti giorni di prove perché i due attori maschili avevano difficoltà a muoversi a tempo; la scena in cui i tre ragazzi decidono di battere il record della visita più rapida al Louvre, correndo per le stanze del museo e completando il percorso in meno di 9 minuti e 45 secondi, scena che sarà omaggiata da Bernardo Bertolucci in "The dreamers"), molti dei quali inseriti nella pellicola soltanto perché altrimenti sarebbe risultata troppo breve, il film è diventato uno dei più poetici e iconici di Godard, capace di influenzare numerosi cineasti anche a distanza di anni. Quentin Tarantino, per dirne uno, ha addirittura chiamato A Band Apart la propria casa di produzione. In Italia, d'altro canto, ha sempre avuto poca visibilità, tanto da aver ricevuto soltanto una distribuzione limitata in sala (con l'insolito titolo "Separato magnetico"). Molti riferimenti ai B-movie e alle pellicole di genere americane (che Godard e i suoi colleghi della Nouvelle Vague amavano molto), sia dal punto di vista stilistico che sotto forma di citazioni esplicite da parte dei personaggi. A un certo punto Anna Karina guarda in macchina, come aveva già fatto in "Questa è la mia vita". In una scena, un'insegna luminosa recita "Nouvelle Vague". Frasi celebri: "Tutto ciò che è nuovo è per questo automaticamente tradizionale" (attribuita a Eliot) e "Meglio essere ricchi e felici che poveri e infelici". Le musiche (compreso il brano R&B della scena della danza) sono di Michel Legrand, di cui curiosamente i titoli di testa affermano che potrebbe essere l'ultimo suo lavoro per il cinema (non è vero, naturalmente). Qualche similitudine con "Jules e Jim" di Truffaut, per il terzetto di protagonisti ma anche per la voce "letteraria" (e, in questo caso, metacinematografica) fuori campo, fornita dallo stesso Godard, che nel finale preannuncia un sequel che non sarà mai girato, con "le avventure di Odile e Frantz nei paesi caldi", questa volta in Cinemascope e Technicolor.

3 ottobre 2019

Baby driver (Edgar Wright, 2017)

Baby Driver - Il genio della fuga (Baby Driver)
di Edgar Wright – GB/USA 2017
con Ansel Elgort, Lily James
**1/2

Visto in TV.

Il giovane Baby (Ansel Elgort) è un abilissimo pilota che lavora come autista per bande di rapinatori di banche. Lo fa per ripagare un debito al gangster Doc (Kevin Spacey), organizzatore di queste rapine. Ma quando il debito è finalmente saldato e il ragazzo vorrebbe rifarsi una vita onesta con Debora (Lily James), cameriera di un diner della quale si è innamorato, viene costretto a partecipare a un ultimo colpo... La trama è già vista e risaputa (da "Driver l'imprendibile" di Walter Hill a "Drive" di Nicolas Winding Refn, passando per "Transporter" e mille altri film del genere), ma la confezione è accattivante e ricca di stile, grazie a una regia che fa un uso variegato e consapevole del montaggio e dei piani sequenza (rendendo spettacolari le scene d'azione), rinunciando per quanto è possibile agli effetti speciali digitali, ma soprattutto al modo con cui la ricca colonna sonora è integrata diegeticamente nel racconto. Baby, infatti, soffre di acufene per via di un incidente stradale in cui è rimasto coinvolto da piccolo, e per coprire il suono ascolta continuamente musica con le cuffie nelle orecchie: le varie canzoni fanno così da sottofondo a tutti i suoi spostamenti e, naturalmente, alle fughe e agli inseguimenti in auto. Quasi ogni sequenza è perciò coreografata a ritmo di musica (tanto le scene d'azione quanto i momenti più tranquilli, come i bei titoli di testa), come se fossimo in un musical. In più, Baby ha l'abitudine di registrare i dialoghi delle persone attorno a sé, per poi campionarli, mixarli e produrre dei brani personalizzati: assai interessante. Nel complesso, un buon film d'intrattenimento con un fascino al contempo retrò e post-moderno, che ricama sul binomio romantico di "strada e musica", con diverse citazioni pop (da "Monsters & Co." ad "Austin Powers"), che scade un po' nella sezione centrale ma con un incipit e una parte conclusiva adrenalinica e soddisfacente. Peccato per un attore protagonista non sempre all'altezza e poco espressivo, un giovane cantante e DJ cui è difficile prevedere un futuro da star. Meglio, decisamente, i comprimari: non solo Spacey e la Evans, ma anche i numerosi complici delle rapine (Doc ama cambiare uomini a ogni colpo), tutti caratterizzati con qualche tratto curioso – il "pazzo" Jamie Foxx, la coppia sexy formata da Jon Hamm e Eiza González, il rude Jon Bernthal – e giostrati a rotazione in modo da rendere difficile allo spettatore prevedere in anticipo chi sarà il "boss finale", ovvero l'avversario da sconfiggere per ultimo (che infatti non è quello atteso). C.J. Jones interpreta il padre adottivo di Baby, sordo e paralitico, un personaggio francamente superfluo. La vicenda è ambientata ad Atlanta. Fra le ispirazioni evidenti (e ammesse da Wright), anche "Punto zero", "Point break" e "Le iene". Il successo della pellicola ha spinto il regista a progettare un possibile sequel (che deve ancora essere girato).

28 agosto 2019

Stop thief! (James Williamson, 1901)

Al ladro! (Stop thief!)
di James Williamson – GB 1901
con Sam Dalton

Visto su YouTube.

Un vagabondo, per strada, ruba un pezzo di carne che un macellaio sta trasportando dal suo negozio. Inseguito da questi, e anche da un gruppo di cani randagi, il ladro si rifugia in una botte, ma verrà scoperto e punito. È incredibile il dinamismo che caratterizza questa pellicola pionieristica e influente, considerata da alcuni critici come il primo chase movie della storia del cinema (i film di inseguimenti, un genere che tanto successo avrà nel periodo delle comiche mute per almeno una decina d'anni: da notare però che già un altro inglese, George Albert Smith, aveva proposto qualcosa di simile nel 1897 in "The miller and the sweep"). Ma l'aspetto forse più interessante è l'utilizzo del montaggio, che collega una dopo l'altra tre diverse inquadrature (il luogo dove avviene il furto; le case che fanno da sfondo all'inseguimento, con donne e bambini che vi assistono divertiti; e la scena finale del barile). Proprio l'utilizzo dei raccordi e della "continuità" narrativa è uno degli aspetti più innovativi delle opere dei registi della cosiddetta "scuola di Brighton", che in quegli anni stavano affinando continuamente il linguaggio della settima arte, rendendolo sempre più unico e sofisticato, ben consapevoli delle differenze fra il teatro e il cinema e delle caratteristiche uniche che quest'ultimo poteva offrire allo spettatore (non soltanto riprese "fisse" di scene recitate come su un palcoscenico, o semplici "dissolvenze" che collegano una sequenza dopo l'altra, ma entrate e uscite di campo da parte dei personaggi per raccontare rapidamente e in diretta lo svolgersi di una vicenda). Il film di Williamson ispirerà direttamente, fra gli altri, il compatriota Frank Mottershaw ("A Daring Daylight Burglary") e l'americano Edwin S. Porter ("The Great Train Robbery"), oltre a Ferdinand Zecca ("La course des sergents de ville").

29 giugno 2019

La città si difende (Pietro Germi, 1951)

La città si difende
di Pietro Germi – Italia 1951
con Renato Baldini, Paul Müller
**

Visto in TV.

Quattro uomini – il pittore Guido (Paul Müller), l'ex calciatore Paolo (Renato Baldini), il disoccupato Luigi (Fausto Tozzi) e il giovane studente Alberto (Enzo Maggio jr.) – rapinano l'incasso di una partita di calcio allo stadio: non si tratta di delinquenti di professione, ma di disperati che, in una città che mostra ancora le ferite aperte della guerra, sperano in questo modo di rifarsi una vita. Il destino, però, vorrà diversamente. Con un titolo che sembra anticipare la stagione dei poliziotteschi, Germi filma una storia che ricorda invece capisaldi come "Giungla d'asfalto" di Huston o "Rapina a mano armata" di Kubrick, ovvero quella di una rapina portata a termine con successo, ma i cui autori non riescono a goderne i frutti per una serie di circostanze avverse. Quasi diviso in episodi, il film segue le vicende dei quattro protagonisti separatamente: Paolo, che era stato costretto ad abbandonare la carriera agonistica per un infortunio, sarà tradito proprio dall'amante (Gina Lollobrigida) che sperava di riconquistare con il denaro; Luigi, pentito delle sue azioni, cercherà di lasciare la città insieme alla moglie (Cosetta Greco) e alla figlioletta, ma finirà col cedere alla pressione; Guido, braccato dalla polizia, contatterà una banda di contrabbandieri per farsi portare fuori dal paese, ma ci lascerà la pelle; e infine Alberto minaccerà il suicidio saltando giù da un cornicione ma sarà convinto a costituirsi da un accorato discorso della madre (Emma Baron). La sceneggiatura (di Federico Fellini, Tullio Pinelli e Luigi Comencini) risulta purtroppo di maniera, schematica e a tratti anche retorica (vedi il discorso finale della madre di Alberto), più sbilanciata sul versante del neorealismo che del noir, in particolare nell'episodio di Luigi, dai toni fin troppo melodrammatici. La parte migliore è invece quella relativa a Guido, il pittore che insegue un amore impossibile per una donna vista una volta sola (Tamara Lees). Premiato come miglior film italiano alla Mostra di Venezia.

19 giugno 2018

Un affare di famiglia (H. Koreeda, 2018)

Un affare di famiglia (Manbiki kazoku, aka Shoplifters)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2018
con Lily Franky, Sakura Ando
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Daniela e Marisa,
in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La famiglia Shibata, che vive di espedienti ed è dedita a piccoli furti nei negozi e nei supermercati, è decisamente sui generis: i rapporti di parentela fra i suoi membri sono in gran parte fittizi e tutti, apparentemente, abitano insieme soltanto per interesse. Eppure l'affetto che sviluppano l'uno per l'altro è genuino, pur in assenza di un effettivo legame di sangue. Ospiti nella casa della nonna Hatsue (Kirin Kiki), che riscuote la pensione da vedova, il capofamiglia Osamu (Lily Franky) insegna al figlio Shota (Jyo Kairi) l'arte del taccheggio, anche per integrare il poco denaro che proviene dai lavori della moglie Nobuyo (Sakura Ando), impiegata in un'impresa di pulizie, e della sorella di questa Aki (Mayu Matsuoka), che si esibisce in un peep show. Quando si imbatteranno in Juri (Miyu Sasaki), una bambina maltrattata dai propri genitori, sarà per loro del tutto naturale "rapirla" per accoglierla nella propria famiglia, dove troverà finalmente la felicità. Al centro del film c'è dunque il concetto relativo di famiglia, anche in rapporto alla moderna società capitalistica: al di là del benessere economico o della legalità, il legame assume valore e significato soltanto quando c'è dietro affetto e cura reciproca ("Dare alla luce un figlio non basta per essere madre", dirà Nobuyo parlando dei genitori di Juri). Un argomento già affrontato più volte da Koreeda – e forse con maggiore incisività – nei suoi precedenti lavori, da "Nobody knows" a "Father and son". In ogni caso, è da apprezzare la naturalezza e la leggerezza con cui si toccano temi sociali così delicati, con tanto di dilemmi morali (il furto e il rapimento, in certe occasioni, possono essere la cosa giusta da fare?). La struttura episodica rende l'insieme assai gradevole, mentre il finale (in cui si tirano le fila) è una chiosa che scalda il cuore. Da confrontare con il più crudo realismo di un film già visto in questa stessa rassegna e che sfiorava temi simili, "Cafarnao" di Nadine Labaki. Palma d'oro (la prima per Koreeda) al Festival di Cannes.

10 giugno 2018

Bling ring (Sofia Coppola, 2013)

Bling Ring (The Bling Ring)
di Sofia Coppola – USA 2013
con Israel Broussard, Katie Chang, Emma Watson
**1/2

Visto in divx.

Ispirato a una storia vera, e in particolare a un articolo pubblicato su "Vanity Fair" con le interviste ai protagonisti (di cui comunque cambia i nomi), il film racconta la vicenda di un gruppo di adolescenti californiani che, fra il 2008 e il 2009, entravano nelle case delle celebrità dello spettacolo per svaligiarle, portando via abiti, scarpe, gioielli e altri "trofei". Guidati dalla "capobanda" Rebecca (Katie Chang), i ragazzi – Marc (Israel Broussard), Nicki (Emma Watson), Sam (Taissa Farmiga), Chloe (Claire Julien) e occasionalmente altri amici – pianificavano le incursioni verificando su internet che i vip fossero assenti e approfittavano del fatto che le case fossero lasciate incustodite o addirittura aperte. Naturalmente la motivazione non era la ricchezza (i ragazzi provenivano tutti da famiglie più o meno agiate) ma il desiderio di sentirsi parte del mondo dello spettacolo, dell'apparenza e dello sfarzo. Immersa in questa cultura di vanità e vacuità, con personaggi che passano le loro esistenze fra selfie, feste, alcol e droga, la pellicola si snoda in maniera alquanto monotona, ma è tremendamente efficace nel mostrare l'ossessione per la cultura pop e per i suoi idoli, dove quello che conta è più come si appare che non quello che si fa (si parla delle attrici e mai dei loro film). In questo senso, per una volta lo stile leggero e pop della Coppola è funzionale all'ambientazione e ai personaggi. La figura più interessante, comunque, è senza dubbio Marc, l'unico maschio della banda (ma appassionato di moda femminile al pari delle amiche), per il quale l'amicizia di Rebecca (senza alcun connotato sessuale, si badi bene) è l'occasione per conquistare quell'autostima, quella popolarità e quel senso di appartenenza a un gruppo che gli sono sempre mancati. Marc è anche l'unico che mostra una qualche consapevolezza di quello che sta facendo, e che cerca di mettere in guardia Rebecca dai rischi e dal pericolo di essere presi. In un contesto in cui i genitori risultano assenti, distratti o... sciroccati (vedi la madre "new age" di Nicki), gli adolescenti vivono senza progetti e in balia delle mode, del fascino dello star system e del mito di vip altrettanto vuoti (il simbolo per eccellenza ne è Paris Hilton, non a caso fra le più... derubate!).

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua coinquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.