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5 settembre 2019

Operazione sottoveste (B. Edwards, 1959)

Operazione sottoveste (Operation Petticoat)
di Blake Edwards – USA 1959
con Cary Grant, Tony Curtis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Nel dicembre 1941, durante la seconda guerra mondiale, il capitano della marina americana Matt Sherman (Cary Grant) cerca in ogni modo di rimettere in sesto il sommergibile da guerra Sea Tiger, da lui comandato e di stanza nelle Filippine, rimasto danneggiato dopo un attacco nemico mentre era in rada. Costretto ad accogliere a bordo il tenente Holden (Tony Curtis), raffinato damerino e donnaiolo senza alcuna esperienza di vita in mare, ne scopre le preziose qualità come "trovarobe": furbo e maneggione, Holden riesce infatti a procurarsi per vie traverse tutto il materiale necessario alle riparazioni di fortuna, bypassando (non sempre in modo legale) le vie gerarchiche e le pastoie burocratiche dell'esercito americano (a tratti sembra il conte Oliver del Gruppo TNT!). Per causa sua, però, sul sottomarino vengono imbarcate anche cinque infermiere militari che, essendo donne, porteranno scompiglio a bordo (ma proprio la loro presenza salverà l'equipaggio da una difficile situazione). Divertentissima commedia di ambientazione (sotto)marina, primo grande successo di pubblico e di critica per Blake Edwards, che ai temi classici dello scontro fra personalità (l'eroico, "inquadrato" e irritabile Sherman, che non pensa ad altro che tornare in guerra, contro il furbo e spregiudicato Holden, refrattario alle regole e in grado di cavarsela in ogni circostanza) e delle complicazioni romantiche (con love story incrociate fra le infermiere e i marinai, in mezzo a guai, ingerenze e tentativi di seduzione di ogni tipo) aggiunge una satira corrosiva dell'ambiente militare, compresa la confusione e i sotterfugi, che anticipa addirittura "MASH", il che è sorprendente: se scherzare sui rapporti fra i sessi era comune sin dalle commedie screwball degli anni trenta (alle quali la sceneggiatura di Stanley Shapiro e Maurice Richlin si rifà apertamente, aiutata anche dalla presenza di Grant), stupisce notare come ironizzare sugli ambienti di guerra fosse già possibile dieci anni prima della controcultura e delle proteste contro il conflitto in Vietnam, terreno fertile per il capolavoro di Altman. E dire che il film è stato realizzato con il supporto costruttivo della difesa e della marina americana. In più c'è l'evidente ironia sul maschilismo imperante nelle forze armate, esemplificata dalle indimenticabili sequenze in cui il sommergibile, per una serie sfortunata di eventi, finisce con l'essere ridipinto interamente di rosa, fra lo sconcerto dei marinai a bordo. Da notare che, nel mondo reale, solo nel 2010 le donne sono state finalmente ammesse sui sottomarini americani! Lo stesso sommergibile, scalcinato, fumante e destinato alla demolizione, è quasi un personaggio a sé stante. Tutta la vicenda, colma di momenti imbarazzanti e di situazioni paradossali, è rievocata in un flashback nella cornice ambientata ai giorni nostri, ossia nel 1959 (l'incipit e la conclusione del film). Alcuni episodi, per quanto strano possa sembrare, sono ispirati ad eventi realmente accaduti durante la seconda guerra mondiale (compresi l'affondamento del camion e la lettera con cui Sherman lamenta il mancato approvvigionamento di carta igienica!). Battuta celebre (di Grant): "Quando una ragazza ha meno di 21 anni è protetta dalla legge, quando ha superato i 65 è protetta dalla natura. A qualsiasi età intermedia, è caccia libera". Nel cast anche Gene Evans (il capo macchinista), Dick Sargent, Joan O'Brien, Dina Merrill e Virginia Gregg. Nel 1977 è stata realizzata una serie tv ispirata al film, con John Astin e Jamie Lee Curtis. Cary Grant aveva comandato un sommergibile anche nel lungometraggio "Destinazione Tokyo"del 1943, e fu proprio la visione di quel film a ispirare Tony Curtis (al quale si deve l'idea della pellicola) ad arruolarsi in marina durante la guerra.

31 marzo 2018

Operazione terrore (Blake Edwards, 1962)

Operazione terrore (Experiment in Terror)
di Blake Edwards – USA 1962
con Glenn Ford, Lee Remick
**1/2

Visto in divx.

Kelly Sherwood (Lee Remick), giovane cassiera in una banca di San Francisco, viene avvicinata da un misterioso individuo che minaccia di uccidere lei e la sorella minore Toby (Stefanie Powers) se non lo aiuterà a rapinare la banca dove lavora. Pur sorvegliata, la ragazza riesce ad avvisare l'FBI: e l'agente Ripley (Glenn Ford) inizia un'indagine che lo porterà a identificare il colpevole, fra i cui tratti caratterizzanti ci sono la voce asmatica e dal respiro affannoso (quasi un antesignano di Darth Vader!) e la straordinaria abilità di manipolare le donne... Da un romanzo di Gordon Gordon e Mildred Gordon ("The Gordons") da loro stessi sceneggiato, un thriller poliziesco il cui maggior pregio sta nella confezione: la regia di Edwards (che nei suoi primi anni non si dedicava ancora esclusivamente alle commedie), coadiuvato dalla fotografia ricca di ombre di Philip Lathrop e dalla colonna sonora d'atmosfera di Henri Mancini, evoca i noir degli anni quaranta e contribuisce all'inquietante atmosfera di paranoia e terrore che circonda la protagonista, vivacizzando così un intreccio senza troppe sorprese con la varietà delle inquadrature, gli intensi primi piani, un buon uso degli ambienti (memorabile il climax finale nello stadio da baseball) e una curata caratterizzazione dei personaggi minori (l'informatore Popcorn (Ned Glass), la ragazza cinese Lisa (Anita Loo), o Ashton (Patricia Huston), la donna uccisa nella casa dove fabbrica manichini). Il personaggio più affascinante è forse proprio il cattivo, Red Lynch, di cui per gran parte del film non sappiamo praticamente nulla (l'attore che lo interpreta, Ross Martin, a differenza del resto del cast, viene accreditato soltanto nei titoli di coda) ma di cui si intravedono tratti ambigui e contraddittori (è violento e minaccioso con Kelly, ma tenero e premuroso con Lisa e con il figlio adottivo). Domandandosi come faccia a manipolare le donne (tanto le sua vittime quanto le sue complici), Ripley commenta: "non si tratta solo di amore, come non si tratta solo di paura".

15 gennaio 2011

Victor Victoria (B. Edwards, 1982)

Victor Victoria (id.)
di Blake Edwards – GB/USA 1982
con Julie Andrews, Robert Preston
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

Nella fredda Parigi dell'inverno del 1934, l'affamata e disoccupata cantante Victoria Grant (Julie Andrews) cerca inutilmente di ottenere una scrittura in un cabaret. Su suggerimento dell'amico gay Toddy (un simpatico e sarcastico Robert Preston), si presenta a un agente teatrale simulando di essere un uomo: il conte Victor Grazinsky, aristocratico polacco che sul palco si esibisce in abiti femminili e di cui Toddy finge di essere l'amante. Divenuta rapidamente una stella e una celebrità in tutta Parigi, attira l'interesse del rude gangster di Chicago King Marchand (James Garner), che non sa spiegarsi perché si senta tanto attratto da un maschio... Divertentissima commedia musicale sul tema del travestitismo e dell'ambiguità sessuale, questa farsa scoppiettante su "una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna" – ispirata a un film tedesco del 1933 ("Viktor und Viktoria", di Reinhold Schünzel) – è forse il capolavoro di Blake Edwards: a un incipit melodrammatico e dickensiano seguono dialoghi impertinenti e sofisticati, un'esilarante comicità slapstick, numeri musicali ricchi di glamour (grazie anche agli splendidi costumi e alle coreografie) e colpi di scena a ripetizione. Naturalmente il tema dell'identità sessuale gioca un ruolo primario: si veda il gangster che per rassicurarsi della propria virilità si lascia coinvolgere in risse in palestra e nelle peggiori bettole di Parigi. Ma il film è anche – attraverso il filtro dell'ironia e della musica – un inno alla tolleranza e all'accettazione. Da vedere e da rivedere. Meravigliosi tutti gli interpreti, dai tre protagonisti principali ai numerosi caratteristi e ai personaggi di contorno: la sensibile guardia del corpo di Garner (Alex Karras), la gelosa "pupa" del gangster (Lesley Ann Warren), l'elegante agente di Victor (John Rhys-Davies), l'imperturbabile cameriere (Graham Stark), il maldestro e sfortunato investigatore (Sherloque Tanney) e molti altri. Fra le canzoni (di Henri Mancini, collaboratore abituale di Edwards, che nell'occasione vinse l'Oscar) spiccano "Le Jazz Hot", "You and Me" e "Crazy world", quest'ultima usata anche come tema nei titoli di testa.

18 dicembre 2010

Hollywood Party (Blake Edwards, 1968)

Hollywood Party (The Party)
di Blake Edwards – USA 1968
con Peter Sellers, Claudine Longet
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Qualche giorno fa è scomparso Blake Edwards, re della commedia brillante e irriverente: per ricordarlo mi sono rivisto un suo esilarante classico, una delle numerose collaborazioni con il grande Peter Sellers (da lui lanciato anche nella serie della "Pantera Rosa").

Invitato per errore a un party organizzato nella propria villa hollywoodiana dallo stesso produttore del costosissimo film (una sorta di remake di "Gunga Din") le cui riprese ha appena mandato all'aria con la sua dabbenaggine, l'imbranato attore di origine indiana Hrundi V. Bakshi provocherà disastri a non finire anche nel corso della serata, seminando caos e distruzione nella lussuosa casa e fra gli ospiti. Il personaggio si iscrive nel classico filone comico degli elementi involontariamente perturbatori della quiete all'interno di un establishment più o meno serioso (come sarà anche l'ispettore Closeau interpretato dallo stesso Sellers o, in tempi più recenti, Mr. Bean). Ma attenzione: l'inaccorto Bakshi non è semplicemente una causa di guai che nascono dal nulla, semmai catalizza e innesca quei germi della distruzione che sono già presenti negli ambienti che visita, proprio come faceva Monsieur Hulot (con i film di Jacques Tati ci sono moltissime cose in comune). La villa dove si svolge la festa, infatti, non è certo un luogo perfetto (molti arredi sono malfunzionanti di per sé, senza alcun bisogno dell'intervento di Bakshi), così come non lo sono i suoi proprietari ("La sua signora è caduta nella piscina!" – "Salvate i gioielli!"), la servitù (spicca, su tutti, il cameriere che si ubriaca bevendo i drink che dovrebbe servire agli ospiti) e gli stessi invitati (compresa la figlia dei padroni di casa, che a un certo punto irrompe al party con i suoi giovani amici "contestatori" – siamo nel 1968! – e un elefantino dipinto con slogan e simboli hippie). Gran parte della comicità deriva dallo sviluppo lentissimo ed estenuante delle gag (proprio la lentezza del ritmo può rendere forse il film poco appealing per chi è abituato alla comicità odierna, dai tempi ben più rapidi). Il ridicolo nasce infatti dall'esasperato accumularsi del tempo necessario a concludere una situazione: tre celebri esempi sono dati dalla scena iniziale in cui Bakshi, sul set del film, rifiuta di morire e continua a suonare (sempre peggio) la sua tromba; da quella dove cerca disperatamente di trattenere la pipì mentre la graziosa Claudine Longet canta un'interminabile e melliflua canzone ("Nothing to lose"); e dalla magistrale sequenza della carta igienica nel bagno che non finisce più di srotolarsi. Il film stesso non è che una lunga serie di esilaranti gag e di sketch che si succedono senza soluzione di continuità, spesso con un notevole grado di improvvisazione (Edwards ha dichiarato che si è trattato della sceneggiatura più breve su cui ha mai lavorato), fino alle estreme conseguenze. Tornando al parallelo con Jacques Tati, è indubbio come i lavori del comico francese (soprattutto "Mio zio" e "Play time") siano stati una costante fonte di ispirazione per la pellicola: lo ricordano la struttura narrativa (un elemento "puro" che si introduce in un ambiente fasullo e chiuso in sé stesso); la commistione di linguaggi e di nazionalità dei vari personaggi; l'interazione surreale e comica (ma con tempi calcolatissimi) con i vari arredi e oggetti; la satira contro le "comodità" moderne e tecnologiche, qui evidente nelle gag con la pulsantiera elettronica che controlla il mobilio e i pavimenti mobili; la confusione che monta in un crescendo irresistibile; per non parlare del personaggio femminile "innocente", la graziosa ragazza francese di cui alla fine Bakshi conquista la simpatia. E anche la bizzarra automobile con cui il protagonista arriva alla festa ricorda quella de "Le vacanze di Monsieur Hulot".

16 dicembre 2009

Colazione da Tiffany (B. Edwards, 1961)

Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany's)
di Blake Edwards – USA 1961
con Audrey Hepburn, George Peppard
***

Visto in divx, con Marisa.

Holly Golightly, eccentrica e aspirante attrice dal passato misterioso e dal presente mondano e disinvolto, si è trasferita dalla campagna texana in un appartamento di New York: qui vive da sola con un gatto senza nome (dargliene uno significherebbe renderlo prigioniero), si reca ogni mattina a fare colazione davanti alle vetrine della gioielleria Tiffany e cerca in ogni modo di procacciarsi un ricco marito, passando nel contempo da un uomo all'altro. Il suo vicino del piano di sopra, l'aspirante scrittore Paul Varjak (o "Fred", come lo chiama lei, perché gli ricorda suo fratello), non può certo permettersi di farle la morale, visto che è a sua volta mantenuto da un'amante (Patricia Neal), ma ne prende comunque a cura le sorti e nel finale riuscirà anche a far breccia nel suo cuore. Liberamente tratto da un racconto di Truman Capote (del quale lo sceneggiatore George Axelrod cambia parecchie cose, a partire dal ruolo di Paul, e ammorbidisce la caratterizzazione della protagonista, in origine esplicitamente una vera e propria escort), è forse il film più celebre – e anche il più romantico – di Blake Edwards, anche se non certo il suo capolavoro (quello andrebbe scelto fra "Hollywood Party" e "Victor Victoria"). Il suo pregio risiede nel ritratto anticonvenzionale di una donna che non aspira all'amore ma alla libertà, non disdegnando nel frattempo la ricchezza. La parte principale, che Capote aveva pensato per Marilyn Monroe, si adatta perfettamente a una Hepburn iconica, raffinata (veste Givenchy), turbolenta e imprevedibile, la cui caratterizzazione si alterna fra l'ingenuità dell'oca (come quando non si rende conto del significato delle sue visite al gangster in carcere) e l'autodeterminazione consapevole (per esempio nel rapporto con l'anziano ex marito, Buddy Ebsen). Memorabile la colonna sonora di Henry Mancini, con la canzone "Moon river" interpretata dalla stessa Hepburn sul davanzale della finestra. La pellicola, comunque, non è esente da difetti, prima fra tutti la caratterizzazione stereotipata e sopra le righe del vicino di casa giapponese, interpretato da Mickey Rooney, nonché una certa mancanza di "levità" nelle scene più umoristiche: anziché sulla commedia sofisticata alla Lubitsch o alla Cukor, Edwards preferisce infatti premere sul pedale della satira di costume, alternandola con un esasperato sentimentalismo romantico.