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15 aprile 2023

Dheepan - Una nuova vita (J. Audiard, 2015)

Dheepan - Una nuova vita (Dheepan)
di Jacques Audiard – Francia 2015
con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Sivadhasan (Jesuthasan), ex guerrigliero delle Tigri Tamil che ha perso la famiglia e i compagni nella guerra civile, fugge dallo Sri Lanka per immigrare in Francia, assumendo il falso nome di Dheepan e fingendo di avere una famiglia – insieme a una donna sconosciuta (Srinivasan) e a una bambina orfana (Claudine Vinasithamby) – per ottenere rifugio politico. Qui lentamente i tre cercano di integrarsi e trovano anche lavoro in una banlieu fuori Parigi: lui come guardiano di un complesso di caseggiati, lei come badante, mentre la piccola va a scuola. Pur non avendo legami di sangue, lentamente svilupperanno affetto reciproco. E quando gli scontri fra le bande rivali di spacciatori che dominano la banlieu metteranno in pericolo questa nuova "famiglia", Sivadhasan non esiterà a tornare in azione per difenderla. Audiard mescola il tema dell'immigrazione e (soprattutto) dell'integrazione con sfumature da thriller e da crime story come già aveva fatto in alcune delle sue precedenti pellicole (da "Tutti i battiti del mio cuore" a "Il profeta"), scegliendo il punto di vista di personaggi singalesi che per lo più non parlano francese. Il risultato è gradevole, anche se non troppo originale: interessante le riflessioni sul significato di famiglia a prescindere dai legami di sangue (cosa che mi ha ricordato il film hongkonghese "Bullets over summer" di Wilson Yip) e l'uso del linguaggio, meno la drammaticità retorica sui rifugiati e la deriva action nel finale. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a "Cane di paglia" di Peckinpah. Forse esagerata la Palma d'Oro a Cannes (che infatti fu fischiata all'annuncio in sala), dove peraltro Audiard aveva già vinto il premio per la sceneggiatura per "Un héros très discret" e il Grand Prix per lo stesso "Il profeta".

11 agosto 2021

La paura mangia l'anima (R. W. Fassbinder, 1974)

La paura mangia l'anima (Angst essen Seele auf)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1974
con Brigitte Mira, El Hedi ben Salem
***

Visto in divx, alla Fogona.

Emmi (Mira), vedova anziana e sola, conosce il marocchino Alì (Salem), immigrato in Germania, e se ne innamora, arrivando addirittura a sposarlo. La cosa fa scandalo, perché lui è più giovane di lei ma soprattutto è uno "straniero", e la coppia finisce con l'essere ostracizzata (dai figli di lei, dai vicini di casa, dai negozianti del quartiere, dalle colleghe di lavoro). Ispirandosi in parte a "Secondo amore" e "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk, ma collocando la vicenda in un contesto sociale molto diverso e ben definito (la Germania degli anni settanta, dove gli immigrati – specie se arabi o di colore – erano visti con estremo pregiudizio, in particolare dopo gli attentati di Monaco del 1972), Fassbinder (che si ritaglia una particina, quella del marito della figlia della protagonista, interpretata da Irm Hermann) mette in luce il razzismo e l'intolleranza della "gente comune", ma anche l'ipocrisia (quando poi c'è un tornaconto, tutti ricominciano a rivolgere loro la parola e finiscono con l'accettare il nuovo stato delle cose: "Il tempo è un'ottima medicina", è l'amaro commento, che fotografa solo in parte la situazione), senza però limitarsi a un pamphlet socio-politico e raccontando anche le difficoltà psicologiche del rapporto fra due persone così diverse per età e cultura. La fotografia di Jürgen Jürges rievoca, a modo suo, i vividi colori dei film di Sirk. El Hedi ben Salem, al primo ruolo da protagonista, era all'epoca il compagno del regista tedesco, che ha girato il film in meno di due settimane, in una pausa di lavorazione fra altri due lavori ("Martha" ed "Effi Briest"). Ciò nonostante, la pellicola ricevette un grande riscontro critico ed è diventata uno dei film più noti e celebrati di Fassbinder, tuttora di grande attualità. Il titolo originale in tedesco è volutamente sgrammaticato ("Paura mangiare anima": è una frase pronunciata dal marocchino Alì, che non parla bene la lingua): il suo significato è metaforico, ma si fa anche letterale quando veniamo a sapere che gli immigrati, per lo stress, soffrono frequentemente di ulcera perforante.

31 luglio 2021

Nomadland (Chloé Zhao, 2020)

Nomadland (id.)
di Chloé Zhao – USA 2020
con Frances McDormand, David Strathairn
***

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo la morte del marito e la chiusura della miniera in cui lavorava (che ha portato all'abbandono della cittadina in cui risiedevano: siamo attorno al 2012, negli anni della grande crisi economica), Fern ha iniziato a vivere da "nomade", spostandosi e dormendo in un furgone (van) che è di fatto la sua casa, viaggiando per l'America occidentale, guadagnandosi da vivere con lavoretti temporanei e contando sulla solidarietà incrociata delle altre persone che hanno scelto il suo stesso stile di vita. Dico "scelto", nonostante i disagi e i pochi mezzi a disposizione, perché le occasioni per rimettere radici da qualche parte non mancherebbero, date le offerte che ogni tanto giungono da parenti o da amici di stabilirsi presso di loro. Ma il desiderio di indipendenza e di assaporare la libertà di muoversi dove e come si vuole, la paura del futuro o la disillusione per i rapporti sociali di lunga data e verso un mondo dominato dal capitalismo, impediscono a lei – e ai tanti altri come lei – di rinunciare a questa vita. Al terzo film (e dopo il già notevole "The rider", che le era valso un contratto con la Marvel per dirigere uno dei prossimi cinecomic, "Eternals": la lavorazione di questo è proceduta in parallelo con la pre-produzione di quello), la regista sino-americana Chloé Zhao ha fatto il botto: Leone d'Oro a Venezia e premio Oscar per il miglior film (forse facilitato anche dalla ridotta concorrenza per via della lunga chiusura dei cinema per il Covid). Ispirato a un libro-inchiesta della giornalista Jessica Bruder – che per diversi mesi ha vissuto in un camper, aggregandosi a comunità di "nomadi" costretti dalle difficoltà economiche a spostarsi di città in città per gli Stati Uniti in cerca di lavoro – il film si sviluppa senza trama, fatto di tanti piccoli momenti ed episodi, risultando a tratti quasi documentaristico (e di fatto lo è: documenta una realtà). Al centro c'è sempre il personaggio di Fern, interpretato da una straordinaria Frances McDormand (anche lei premiata con l'Oscar, così come la regista), umanissima ed "eccentrica, audace e sincera" (come la definisce la sorella), mentre la pellicola stessa ha toni misurati, senza mai sfociare nel pretenzioso o nel melodrammatico (ed è questa la sua forza). Attorno alla protagonista si muovono pochi personaggi ricorrenti, come quelli interpretati dall'attore David Strathairn e da alcuni veri "nomadi" (Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells). Notevoli inoltre i paesaggi, gli scenari e le ambientazioni, praticamente sempre extraurbani, che restituiscono un'immagine dell'America più "pura" e immacolata (per esempio i suoi parchi naturali).

1 aprile 2021

Ingeborg Holm (Victor Sjöström, 1913)

Ingeborg Holm, aka Il calvario di una madre (Ingeborg Holm)
di Victor Sjöström – Svezia 1913
con Hilda Borgström, Aron Lindgren
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito, una donna (Hilda Borgström) si ritrova sommersa dai debiti ed è costretta a dare in adozione i suoi tre figli, mentre lei viene rinchiusa in un ricovero per poveri. Da qui evaderà (è la parola giusta!) per correre al capezzale della figlia maggiore, malata. E a causa delle avversità della vita, diverrà pazza. Rinsavirà soltanto quando, quindici anni più tardi, potrà rivedere il secondo figlio Erik, ora cresciuto e giunto a cercarla. Da un dramma teatrale di Nils Krok (ispirato forse a una storia vera), un romanzo d'appendice di puro interesse storico, essendo uno dei primi lavori importanti del futuro regista de "I proscritti" e "Il carretto fantasma". Pare che contribuì a portare all'attenzione del pubblico in Svezia le difficili condizioni degli indigenti e il modo discutibile in cui erano gestite le case di accoglienza (il direttore e il contabile del ricovero sono ritratti come particolarmente insensibili), ma a parte la buona prova della Borgström c'è poco di interessante qui a livello cinematografico (la macchina da presa è statica e sempre fissa nella stessa posizione, e gran parte delle scene, con poche eccezioni, sono girate in interni e in campo medio o lungo). Aron Lindgren interpreta sia il marito della protagonista sia il figlio da adulto.

5 febbraio 2021

Pixote (Héctor Babenco, 1980)

Pixote - La legge del più debole (Pixote - A lei do mais fraco)
di Héctor Babenco – Brasile 1980
con Fernando Ramos da Silva, Jorge Julião
***

Visto in divx.

Il piccolo Pixote, insieme ad altri ragazzi di strada, viene rinchiuso in un istituto correzionale per delinquenti minorili. Qui i ragazzi subiscono violenze e soprusi di ogni genere, ad opera di sorveglianti sadici e poliziotti corrotti. Insieme ad alcuni dei suoi nuovi amici – Chico, Dito e il giovane transessuale Lilica – riuscirà a fuggire dal riformatorio, vagando per il Brasile in cerca di una nuova vita. Da un romanzo di José Louzeiro ("Infancia dos mortos"), un lungometraggio che fornisce una rappresentazione realistica e lirica al tempo stesso di un mondo crudele e violento, dove i ragazzi sono vittima di quegli stessi adulti che dovrebbero accudirli, e nonostante ciò provano a stringere legami d'amore e di amicizia destinati però a essere spazzati via dalle tragedie della vita. Pur nella sua originalità, i modelli di riferimento non mancano: da "I figli della violenza" di Luis Buñuel ad "Accattone" di Pier Paolo Pasolini. Il protagonista Pixote, il più giovane del gruppo (ha solo undici anni), è quasi l'osservatore delle vicende che si svolgono attorno a lui e che coinvolgono emotivamente gli amici più grandi (Lilica, in particolare, sta per compiere diciott'anni). Esposto anzitempo agli aspetti più sordidi della vita (droga, prostituzione, omicidi), Pixote non prova mai rabbia o risentimento verso gli altri e accetta quasi serenamente ciò che gli accade, senza però perdere il desiderio di combattere e di andare per la propria strada: la pellicola si chiude infatti con il ragazzo che, rimasto solo, si incammina lungo i binari di una ferrovia, in cerca di nuove avventure. Da apprezzare le interpretazioni intense dei piccoli protagonisti, in gran parte attori non professionisti scelti proprio fra i ragazzi di strada (Fernando Ramos da Silva, il cui ruolo è praticamente autobiografico, morirà a soli 17 anni ucciso dalla polizia), ma anche quelle degli adulti (su tutti Marília Pêra nel ruolo della prostituta Sueli, che diventa quasi una "madre" per Pixote), la regia che non si nasconde dietro retorica o ipocrisia e che anzi documenta senza filtri la realtà, la sceneggiatura che affastella piccoli e grandi episodi e la mancanza di buonismo nel denunciare un ambiente duro e terribile, ma anche pieno di quella vitalità ed energia che spinge i protagonisti a ribellarsi e a cercare di sopravvivere in qualche modo. Il film vinse dei premi a diversi festival internazionali, donando per la prima volta una certa notorietà al regista Babenco.

30 gennaio 2021

La tigre bianca (Ramin Bahrani, 2021)

La tigre bianca (The white tiger)
di Ramin Bahrani – USA/India 2021
con Adarsh Gourav, Rajkummar Rao
***

Visto in TV (Netflix).

Nato in povertà in un remoto villaggio in India, Balram (Gourav) non vuole rassegnarsi a rimanere per tutta la vita uno "schiavo", ovvero un servitore (nei confronti della propria famiglia, della società o degli uomini più ricchi di lui o di casta superiore). Si fa dunque assumere come autista dalla famiglia più benestante della regione, e da lì comincia la sua scalata verso il successo. Dal fortunato romanzo omonimo del giornalista di economia Aravind Adiga, un film di forte critica sociale che, attraverso l'ascesa personale del protagonista (anche a costo di commettere crimini di vario genere), si scaglia contro tutte le consuetudini radicate e le tradizioni culturali che impediscono all'India di diventare una potenza economica e sociale alla pari degli altri grandi paesi del mondo. Si va dall'assuefazione al ruolo di subordinati che permea gran parte della popolazione (Balram paragona i suoi compatrioti ossequiosi ai polli chiusi nelle stie) al sistema delle caste e quello dei matrimoni combinati, dalle ingiustizie e i maltrattamenti cui sono sottoposti i lavoratori alla corruzione imperante nel sistema politico, dall'arretratezza delle regioni rurali al disinteresse dei ricchi nel risolvere i loro problemi. Ma il vero tema, quasi più individuale che collettivo, è quello dell'incapacità innata del servitore di ribellarsi a questo stato di cose: Balram, l'unico che ci prova, è paragonato appunto alla "tigre bianca", animale rarissimo di cui si dice che nasca un solo esemplare ogni generazione. Certo, il termine di paragone (in positivo) sembrano essere sempre gli Stati Uniti, dove ha studiato il capo del protagonista, Ashok (Rajkummar Rao), e da cui proviene sua moglie, la "Pinkie Madam" (Priyanka Chopra). Ironicamente, però, Balram è convinto che l'uomo bianco sia ormai sul viale del tramonto, e che il nuovo secolo sarà quello "dell'uomo giallo e dell'uomo nero" (ovvero di Cina e India: quasi l'intera pellicola è narrata in flashback in una mail che il protagonista scrive al primo ministro cinese, Wen Jiabao, raccontandogli la propria vita nella speranza di fare affari con lui!). Se inizia come una storia di crescita "dalle stalle alle stelle" come tante, la pellicola si fa via via più potente nel suo attacco diretto e senza mezzi termini alle tradizioni arcaiche di un paese arretrato e disagiato, alle ipocrisie tanto dei poveri (che quasi si autocompiacciono della propria povertà) che dei ricchi (esemplari gli alti e i bassi nel rapporto con il padrone, che passa continuamente dal trattarlo come un membro della famiglia ad umiliarlo e sfruttarlo in ogni modo), sottolineando però una grande differenza ("i ricchi possono permettersi di sprecare le opportunità che hanno"). E ha anche il merito di non giudicare in alcun modo il suo personaggio: nessuna sentenza morale o "castigo" hollywoodiano giunge ad annacquare il messaggio (anzi, si prendono le distanze dalle pellicole occidentali: "Non dovete pensare che ci sia un quiz da un milione di rupie per uscire dalla povertà", dice Balram, riferendosi al "Millionaire" di Danny Boyle). Ottimi gli attori, un po' lento il ritmo (ma alla lunga carbura). Bahrani (anche sceneggiatore), americano di origine iraniana, ha spesso affrontato temi simili, sin dai suoi esordi.

20 ottobre 2020

La ragazza senza storia (A. Kluge, 1966)

La ragazza senza storia (Abschied von Gestern)
di Alexander Kluge – Germania 1966
con Alexandra Kluge, Günter Mack
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Anita G. (Alexandra Kluge, sorella del regista) è una ragazza ventiduenne fuggita dalla Germania Est in cerca di nuove opportunità. La pellicola, tratta da un racconto dello stesso Kluge, la segue nel suo vagabondare per la Germania Ovest, fra furtarelli, condanne, lavoretti, vicende sentimentali (più o meno opportunistiche). Premiato a Venezia con il gran premio della giuria, si tratta di uno dei primi film importanti del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco, il movimento fondato da un gruppo di giovani cineasti in aperta ribellione contro il "cinema dei padri" e ispirato alla Nouvelle Vague francese: qui sono evidenti gli influssi di Godard, per esempio, nella struttura a episodi e nel montaggio libero e disgiunto (anche sonoro), nei cartelli con frasi a punteggiare la vicenda come commenti o titoletti, nei frequenti primi piani della protagonista, nella dislocazione narrativa, ma soprattutto nel tentativo di ritrarre "la vita vera" e le peripezie di un personaggio che sembra reale e non il frutto di una sceneggiatura preconfezionata o "commerciale". Lo stile è caratterizzato da un grande (neo)realismo, quasi documentaristico, con personaggi minori che, intervistati, parlano del loro passato (e di quello della Germania), del lavoro, della società. E Anita, "ragazza con la valigia", con i suoi difetti e le sue difficoltà, rappresenta tutti coloro che cercano di restare a galla nella vita, in un mondo dove gli interessi e gli egoismi dominano su tutto (gli appartenenti alle generazioni precedenti, in particolare, appaiono evasivi o incomprensibili). In un certo senso, è lei stessa una personificazione della Germania che vorrebbe iniziare una nuova vita dopo le tragedie della guerra (e della divisione del paese in due), senza peraltro dimenticare il passato, verso il quale dimostra curiosità e voglia di conoscenza. Si mantiene a galla con piccoli furti, prova diversi lavoretti (vendere dischi per imparare lingue straniere, fare le pulizie in un albergo), si aggrappa ad alcuni uomini (uno studente, un segretario del ministero della cultura), prova a iscriversi all'università (per studiare scienze politiche e sociologia), inizia a studiare il francese, a leggere Kafka, ad ascoltare Verdi (dimostrando così una notevole apertura culturale), ma alla fine si scontra sempre con le stesse difficoltà. In mezzo a tanto realismo, c'è spazio anche per alcune sequenze più surreali od oniriche (un segno della confusione, dell'incertezza, o semplicemente dei sogni e delle fantasie della protagonista). Edgar Reitz, il futuro regista di "Heimat" nonché co-firmatario con Kluge del "manifesto di Oberhausen", la dichiarazione del 1962 da cui nasce il NCT, fa da cameraman.

27 gennaio 2020

Un sogno chiamato Florida (S. Baker, 2017)

Un sogno chiamato Florida (The Florida Project)
di Sean Baker – USA 2017
con Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Willem Dafoe
**

Visto in TV.

La giovane Halley (Bria Vinaite) abita con la figlia di sei anni Moonee (Brooklynn Prince) in un motel alla periferia di Orlando, in Florida, non lontano dai parchi di divertimenti di Disney World. Mentre la bambina passa il tempo a correre in giro con i suoi amici, combinando piccoli e grandi guai e facendo spesso infuriare il direttore del motel, Bobby (Willem Dafoe), e gli altri residenti, la madre cerca in ogni modo di guadagnare il denaro necessario al suo mantenimento e a pagare l'affitto della stanza. Come nei precedenti lavori di Baker ("Starlet" e "Tangerine"), oltre ai personaggi la vera protagonista è l'ambientazione, in questo caso le strade e le periferie disagiate a pochi passi dal lusso e dai divertimenti di Disney World, che nel film non si intravedono mai se non da lontano. La struttura è comunque episodica, con una pronunciata attenzione verso il realismo e lo "slice of life": è il tipico film dove conta più l'atmosfera che circonda i personaggi che non la trama, quasi inesistente. Per molti versi ricorda "Last resort" di Pawlikowski, che comunque era migliore. Man mano che procede, infatti, si fa più melodrammatico e comincia a sembrare finto, fra luoghi comuni e personaggi troppo "costruiti". Ma forse per apprezzarne maggiormente la spontaneità (molte scene sono state improvvisate, lasciando ampio spazio ai giochi dei bambini, oppure – come quelle della vendita dei profumi – girate in strada con una videocamera nascosta) bisognerebbe vederselo in lingua originale: la versione italiana è infatti funestata da un pessimo adattamento, pieno di calchi dall'inglese e di falsi amici, accompagnato da un altrettanto pessimo doppiaggio (fastidiose, in particolare, le voci impostate e sempre urlanti dei bambini).

15 settembre 2019

Non si uccidono così anche i cavalli? (S. Pollack, 1969)

Non si uccidono così anche i cavalli? (They shoot horses, don't they?)
di Sydney Pollack – USA 1969
con Jane Fonda, Michael Sarrazin
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nell'America colpita della grande depressione (siamo nel 1932), un locale organizza una maratona di ballo che richiede alle coppie partecipanti di danzare ininterrottamente per giorni e giorni (anzi, addirittura settimane), con appena dieci minuti di sosta ogni due ore. A partecipare sono soprattutto disperati e disoccupati, attratti non solo dal premio di 1500 dollari in palio ma soprattutto dal vitto offerto gratuitamente ai concorrenti. Fra di loro troviamo la coppia estemporanea formata dalla scostante Gloria (Fonda), che dalla vita ha già ricevuto una nutrita dose di sconfitte e disillusioni, e dall'ingenuo Robert (Sarrazin), un ragazzo che vagabonda senza meta e “che non sa dire di no”. Tratto dal romanzo del 1935 di Horace McCoy, il film segue il progredire della gara, sempre più estenuante man mano che passano i giorni, resa ancora più difficile (ma più spettacolare per il pubblico che si affolla a seguirla) dalle occasionali e massacranti “prove” supplementari, come le corse a eliminazione. E naturalmente, spogliato da tutto il piacere e il divertimento (almeno per i contendenti), il ballo diventa una travagliata metafora della vita (con tanto di coppie che si formano, si rompono e si ricongiungono, di nascite – una delle partecipanti è incinta – e di morti). Susannah York è la platinata inglese Alice, che spera inutilmente che fra il pubblico ci sia qualche pezzo grosso di Hollywood a notarla (il fascino del cinema e del suo mondo dorato, specie in California dove si svolge la storia, è onnipresente), Red Buttons è l'anziano marinaio, Gig Young (premiato con l'Oscar al miglior attore non protagonista: la pellicola ebbe in totale nove nomination) è l'ambiguo proprietario del locale e organizzatore della gara. La struttura del film alterna le scene del ballo a quelli che sembrerebbero alcuni flashback del passato di Robert (ma solo nel finale scopriremo che sono invece flashforward).

24 giugno 2019

I miserabili (Ladj Ly, 2019)

I miserabili (Les misérables)
di Ladj Ly – Francia 2019
con Damien Bonnard, Alexis Manenti
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il poliziotto Stéphane (Damien Bonnard) viene assegnato alla brigata anti-crimine che pattuglia le strade del quartiere Les Bosquets a Montfermeil, comune alla periferia di Parigi dove Victor Hugo aveva ambientato alcune parti de "I miserabili". Oggi i nuovi emarginati sono gli abitanti delle banlieue, immigrati o discendenti degli abitanti delle ex colonie francesi in Africa. Dopo le rivolte del 2005, nel quartiere vige un delicato equilibrio, con l'ordine mantenuto a fatica non solo dalla polizia ma anche da una struttura clandestina organizzata dagli stessi abitanti (con tanto di "sindaco") e dai Fratelli Musulmani (che, se non altro, tengono lontano il traffico di droga). Ciò non toglie che i ragazzini, lasciati a sé stessi, si rendano protagonisti di furti o di piccole e grandi monellerie, una delle quali (il rapimento di un cucciolo di leone da un circo appena giunto in città) provoca l'escalation di eventi raccontata nel film. Opera prima di un regista di origini maliane che in precedenza ha girato solo documentari e cortometraggi (uno dei quali è stato espanso per realizzare questo primo lungometraggio), la pellicola si svolge quasi nell'arco di una sola giornata, la prima in cui Stéphane è di pattuglia insieme ai suoi colleghi Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga). Fra lo Spike Lee di "Clockers" e "L'odio" di Kassoviz (di cui è quasi una versione aggiornata), il film ha il grande merito di ritrarre senza filtri una realtà che il regista conosce bene per averci vissuto in prima persona, senza parteggiare per una parte o per l'altra (il punto di vista è spesso quello dei poliziotti, ma l'impostazione è a tratti corale) e illustrando le difficoltà e gli ostacoli per una pacifica convivenza (il colore della pelle non è nemmeno il primo fra questi). Anche se la violenza non può che chiamare altra violenza, spesso la rabbia (come dice l'Imam) è l'unico metodo a disposizione degli ultimi strati della società per far sentire la propria voce. E come ai tempi di Hugo, è difficile uscire dalla miseria e vincere i pregiudizi. Jeanne Balibar è il commissario di polizia, Issa Perica è il bambino che rapisce il leone, Al-Hassan Ly (figlio del regista) è il ragazzino che filma tutto con il drone.

15 maggio 2019

Last resort (Paweł Pawlikowski, 2000)

Last resort - Amore senza scampo (Last resort)
di Paweł Pawlikowski – GB 2000
con Dina Korzun, Paddy Considine
**1/2

Visto in divx.

Una giovane madre, Tanya (Dina Korzun), e suo figlio Artyom (Artyom Strelnikov) giungono dalla Russia in Gran Bretagna in cerca di una nuova vita. Ma l'uomo con cui la donna si era fidanzata non si presenta all'aeroporto: i due vengono quindi fermati come immigranti clandestini, trasferiti in una località costiera e alloggiati in uno squallido palazzone, in attesa che la loro richiesta di asilo venga accolta. Qui la ragazza e il bambino stringono una relazione d'affetto e d'amicizia con Alfie (Considine), gestore di un locale di giochi e divertimenti. Fra Ken Loach e i Dardenne, ma con un'ambientazione (il litorale desolato e abbandonato) che ricorda certi film di Garrone (come "L'imbalsamatore" o "Dogman"), un film ben fatto, semplice e coinvolgente, col merito di affrontare il tema dell'immigrazione da un'angolazione originale, con schiettezza e senza particolare retorica. Da ricordare le sequenze in cui Tanya, lei che in patria faceva l'illustratrice di libri per bambini, si lascia tentare per disperazione dall'offerta di recitare come modella in video pornografici per internet, ma anche le scene degli anziani che giocano al bingo, o quelle del ragazzino che bighellona con gli amici occasionali o che rivernicia l'appartamento insieme ad Alfie. Evidente l'impronta est-europea del regista (polacco), anche in un setting britannico. Il titolo ("Ultima risorsa") fa riferimento proprio al resort di divertimenti dove si svolge la storia, che naturalmente d'inverno ha un aspetto tutt'altro che turistico o vacanziero).

25 marzo 2019

Fiore gemello (Laura Luchetti, 2018)

Fiore gemello
di Laura Luchetti – Italia 2018
con Anastasya Bogach, Kallil Khone
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele (FESCAAAL). Era presente la regista.

Anna, sedicenne in fuga (scopriremo poi da che cosa, attraverso una lunga serie di flashback), incontra Basim, giovane immigrato clandestino della Costa d'Avorio, da poco sbarcato in Italia. Insieme trovano conforto l'uno nell'altra, in mezzo al disinteresse e all'ostilità circostante. Girato in Sardegna (di cui si intravedono scorci aspri e desolati), un film assai banale che racconta una storia banale come i suoi protagonisti (dei quali l'unico aspetto interessante è quello legato alla comunicazione: Anna non parla per nulla, Basim invece alterna due lingue, l'italiano e il francese). Anzi, si può persino dire che Basim cessa presto di essere un personaggio, e l'unica storia che il film racconta diventa quella di Anna, e non è che sia così interessante (o sconvolgente) soprattutto nelle sue svolte drammatiche e nel meccanismo farraginoso. Luoghi comuni, carenze logiche e narrative (vedi le figure di contorno, a partire dal "cattivo" interpretato da Aniello Arena, per non parlare dell'anziano floricoltore gentile (Giorgio Colangeli) o del "prostituto" travestito), prevedibilità e noia, anche nella regia e nell'utilizzo del paesaggio. E un affidamento al realismo filmico che mette a dura prova la pazienza dello spettatore (il cinema dovrebbe trasfigurare la realtà, non limitarsi a riprodurla). In più, la metafora insistita e retorica del fiore e della fragilità. I due attori sono esordienti: Khone, in particolare, era giunto in Italia soltanto sei mesi prima.

18 gennaio 2019

8 Mile (Curtis Hanson, 2002)

8 Mile (id.)
di Curtis Hanson – USA 2002
con Eminem, Kim Basinger
***

Rivisto in TV.

Il giovane Jimmy Smith Jr. – chiamato da tutti "B-Rabbit" – non sembrerebbe il miglior candidato per diventare un grande rapper (quale è il suo sogno): per cominciare è bianco, mentre quasi tutti gli altri "artisti dell'hip-hop", affermati o aspiranti tali, sono neri. Poi vive in una roulotte ancora con la madre (e in un mondo dove tutti si atteggiano a "duri", non ci potrebbe essere umiliazione più grande!). E in generale è un loser, con una vita quanto mai disagiata: lavora con turni massacranti in una fabbrica di automobili (siamo a Detroit, dopotutto), ha problemi familiari, bazzica con una cricca di amici sfigati, e viene tradito persino dalla sua stessa ragazza (Brittany Murphy), che pur di ottenere un ingaggio come modella si concede a uno dei suoi rivali. Ma proprio dalla rabbia e dalla frustrazione riesce a trovare la forza per tirare orgogliosamente su la testa, continuare a lottare e sconfiggere i suoi avversari nella battaglia finale a colpi di slang e di rime. Non amo il rap, ma la visione di questo film (liberamente ispirato alla vera vita di Eminem, che oltre a recitare firma anche la colonna sonora) ha rappresentato uno dei rari casi in cui ho apprezzato (e capito, almeno in parte) questo genere musicale. Il bello è che si tratta essenzialmente di una pellicola di arti marziali o di pugilato, dove però i combattimenti sul ring sono sostituiti dalle "battaglie" freestyle, ovvero aggressive improvvisazioni vocali a colpi di rime e di ironia con cui i rapper si insultano a vicenda, e dove il vincitore è colui che lascia senza parole l'avversario o gli ritorce contro i suoi stessi insulti nel modo migliore. Pur con qualche limite, Eminem si dimostra un attore sorprendentemente efficace nel dar vita a un personaggio perfettamente calato in una realtà difficile e disagiata, il quartiere 313 di Detroit (dal numero del prefisso telefonico), un ambiente fatto di periferie industriali, di gang di perdigiorno o di criminali, di fallimenti e di sogni di riscatto. Da notare che il doppiaggio italiano cerca goffamente di tradurre lo slang usato dai personaggi (per esempio, l'epiteto "man" con cui tutti si chiamano l'un l'altro diventa "bello"): per fortuna (e inevitabilmente, direi), le "canzoni" sono però lasciate in inglese con sottotitoli (le traduzioni si perdono comunque mille sfumature). Il titolo si riferisce alla strada (8 Mile Road) che divide il quartiere bianco da quello nero. Kim Basinger, che per Hanson aveva recitato già in "L.A. Confidential", è la scapestrata madre del protagonista. Nel cast anche Mekhi Phifer, Evan Jones e Anthony Mackie. Il regista John Singleton ha un cameo come buttafuori. Il film vinse l'Oscar per la miglior canzone con "Lose Yourself" (fu la prima volta che il premio andò a un brano rap).

18 giugno 2018

Cafarnao (Nadine Labaki, 2018)

Cafarnao - Caos e miracoli (Capharnaüm)
di Nadine Labaki – Libano 2018
con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'incipit è potente. Il dodicenne Zain, rinchiuso in un carcere minorile per aver accoltellato un uomo (scopriremo poi il perché), fa convocare i propri genitori in tribunale perché intende fare loro causa per averlo fatto nascere. "Chi non vuole prendersi cura dei figli non dovrebbe fare dei bambini", è la sua tesi. Da qui la pellicola racconta in flashback le vicissitudini del piccolo protagonista, cresciuto in una famiglia povera e in un ambiente degradato, privato persino dell'identità (ignora la sua data di nascita e non ha documenti, perché mai registrato all'anagrafe, come peraltro tutti i suoi numerosi fratellini e sorelline), costretto a lavorare anziché andare a scuola e a diventare adulto troppo in fretta. La goccia che fa traboccare il vaso è quando la sorellina Sahar, di un anno più piccola di lui, viene data in sposa, ancora bambina, a un negoziante del quartiere. Dopo aver cercato inutilmente di impedirlo, Zain fugge di casa. Sarà accolto e ospitato da Rahil, immgrata clandestina etiope, e si prenderà cura del suo figlioletto Yonas, di solo un anno, quando la ragazza verrà arrestata... I primi due lungometraggi di Nadine Labaki ("Caramel" ed "E ora dove andiamo?"), pur affrontando temi di notevole peso, li presentavano con la leggerezza della commedia e del musical. Il terzo, invece, nella sua denuncia è serio in tutto e per tutto, col rischio di sfociare nel melodrammatico e, a tratti, nella retorica, non solo per le condizioni estreme che mostra ma anche e soprattutto perché i protagonisti sono bambini (peraltro interpretati da attori eccezionali, tanto Zain quanto il piccolo Yonas). Ma per fortuna la barriera del buonismo non viene mai oltrepassata del tutto, e manca ogni traccia di gratuità o di accondiscendenza: e il film, nel raccontare un'intensa storia di peripezie e di espedienti per sopravvivere in un mondo duro e cieco alle difficoltà dei più deboli, non intende assolvere o giustificare le peggiori nefandezze con la scusa della povertà o delle condizioni sociali. La sapiente tecnica cinematografica (regia, montaggio, fotografia) è al servizio della storia e dei personaggi senza sconfinare nel poetismo fine a sé stesso. E sapere dall'inizio che Zain è destinato a finire in prigione aumenta la tensione durante l'intera visione, visto che lo spettatore si aspetta in continuazione che le cose precipitino da un momento all'altro. Ma ci sono anche (pochi) piccoli tocchi surreali o di umorismo poetico (il vecchio che si veste da Uomo Ragno, anzi da "Uomo Scarafaggio"; in generale le scorribande di Zain insieme al piccolo Yonas). La regista interpreta l'avvocatessa Nadine. Premio della giuria a Cannes.

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

20 dicembre 2016

Il cerchio (Jafar Panahi, 2000)

Il cerchio (Dayereh)
di Jafar Panahi – Iran 2000
con Nargess Mamizadeh, Fereshteh Sadre Orafai
***

Visto in divx.

Diverse storie, tutte con protagoniste femminili, si intrecciano nell'arco di una sola giornata a Teheran. Si comincia con l'audio di un parto, sui titoli di testa. In un ospedale, la madre della partoriente apprende con delusione che la neonata è una femmina, e teme che la famiglia del marito di lei, che desiderava un maschio, la ripudierà. Si prosegue seguendo tre ragazze che sono appena uscite di prigione, e cercano di procurarsi il denaro per la corriera che le porterà nel villaggio di una di loro; un'altra detenuta è evasa perché incinta e vorrebbe abortire; una madre, rimasta da sola, tenta di abbandonare la propria figlia; una ragazza è arrestata per prostituzione; il cerchio si chiude a tarda sera, in una cella, quando dalla finestrella della porta (simile a quella dell'ospedale nella scena introduttiva) si sente lo stesso nome della ragazza che al mattino stava partorendo. Terzo film di Panahi (il primo non incentrato sui bambini), vincitore del Leone d'Oro alla mostra del cinema di Venezia, è probabilmente il più celebre dei tanti film sul tema della condizione (e dell'oppressione) delle donne in Iran. Non soltanto senza un uomo (il marito o un parente) al fianco non possono fare niente (dall'affittare una stanza in albergo a viaggiare da sole, fino al semplice fumare in pubblico!), ma alla minima trasgressione rischiano di essere ripudiate dalle proprie famiglie ed emarginate dalla società, costrette poi a gesti disperati. Soltanto una vaga rete di solidarietà interna le aiuta a stare a galla (le varie ragazze uscite dal carcere si aiutano a vicenda; ma c'è anche chi, come l'infermiera, cerca in tutti i modi di tenere nascosto il proprio passato). Costruito su una serie di long take che si fanno via via sempre più intensi (con uno stile di ripresa differente per ogni protagonista: si passa dalla camera a mano al dolly, dalle inquadrature statiche a quelle in costante movimento), dietro l'ambientazione apparentemente semplice e neorealista il film è complesso, stratificato (eccezionale, come sempre, il lavoro sul sonoro) e magistrale nella messa in scena, per esempio mostrando per contrasto svariate situazioni che permettono di confrontare il trattamento delle donne con quello degli uomini (quando una coppia viene sorpresa in auto, per esempio, la donna è arrestata e l'uomo solo redarguito; e nel furgone della polizia, al detenuto maschio viene concesso senza troppe discussioni di fumare, mentre alla donna no). E soprattutto, non è mai retorico nella sua denuncia di un mondo dove alle donne non è permesso nemmeno di espiare le proprie colpe (ogni forma di riabilitazione è preclusa). Gran parte delle interpreti non erano attrici professioniste (le uniche due eccezioni sono Fereshteh Sadre Orafai, che interpreta Parì, la ragazza incinta, e Fatemeh Naghavi, la madre che abbandona la figlia). Nonostante il premio a Venezia, dove venne peraltro iscritto senza il permesso del ministero della cultura, il film (coprodotto da Italia e Svizzera) non fu particolarmente gradito dalle autorità iraniane, che ne proibirono la proiezione: negli anni seguenti, Panahi ebbe sempre più problemi con la censura e il governo, fino agli arresti nel 2003 (quando gli fu "consigliato" di espatriare, ma lui rifiutò) e nel 2010.

28 settembre 2016

The woman who left (Lav Diaz, 2016)

The woman who left (Ang babaeng humayo)
di Lav Diaz – Filippine 2016
con Charo Santos-Concio, John Lloyd Cruz
***

Visto al cinema Anteo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver trascorso trent'anni in carcere per un crimine che non aveva commesso, Horacia viene liberata e scopre che suo marito è morto e suo figlio è disperso. Per vendicarsi di Rodrigo, l'uomo che l'aveva fatta imprigionare ingiustamente, si reca nella città dove questi risiede, con l'intenzione di ucciderlo. Ma Rodrigo fa parte di una famiglia ricca, potente e corrotta, e gira sempre con le sue guardie del corpo. Mentre attende l'occasione giusta per avvicinarlo, Horacia si traveste, cambia nome, acquista una pistola, ed entra in contatto con la gente del posto, in particolar modo con i più derelitti: il "gobbetto" venditore ambulante di balut (uove fecondate e bollite); la giovane senzatetto sciroccata che inveisce contro i "demoni"; il travestito epilettico in cerca di autodistruzione; le famiglie che vivono nelle baracche. Come una sorta di eroe notturno ("Chi sei, Batman?"), Horacia si divide fra i propositi di vendetta (che la tengono lontana dai figli: non solo Junior, disperso chissà dove – a un certo momento il film ci lascia quasi sospettare che possa trattarsi del travestito Hollanda – e che solo alla fine della pellicola si metterà a cercare, finendo peraltro col girare in tondo; ma anche Minerva, la figlia minore, che nel frattempo ha messo su famiglia) e la propria pulsione al bene e alla gentilezza, grazie alla quale diventa una vera figura salvifica per l'umanità ai margini della società che abita in questa città oscura, proletaria e violenta, funestata dai disordini, dai sequestri e dalle ingiustizie, dove solo i potenti possono frequentare la chiesa (che il "cattivo" si chiami come l'attuale e controverso presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, forse non è un caso) e dove il mito di figure come Madre Teresa di Calcutta e la Principessa Diana si fonde con il vissuto quotidiano. Lav Diaz, come sempre, gira in bianco e nero, senza colonna sonora (se si eccettuano le canzoni intonate dagli stessi personaggi: indicativa "Somewhere" da "West Side Story", con cui Horacia cerca di instaurare un rapporto affettivo con Hollanda), con camera fissa e senza movimenti di macchina, con inquadrature lunghe e ritmo lento: fa eccezione una sola, unica sequenza, quella in cui Horacia giunge sulla spiaggia in cerca di Hollanda, che significativamente si svolge proprio in contemporanea all'uccisione di Rodrigo, il momento clou della vicenda, alla quale tanto la protagonista quanto noi spettatori non possiamo assistere. Il Leone d'Oro meritatamente vinto a Venezia, dopo il Pardo conquistato due anni fa a Locarno con "From what is before", giunge finalmente a dare notorietà (e una possibile distribuzione in sala) all'opera di un cineasta unico nel suo genere e sicuramente meritevole di attenzione, anche se le sue scelte stilistiche sembrano fatte apposta per tener lontano il grande pubblico. Qui, paradossalmente, siamo di fronte a uno dei suoi film più accessibili, con una trama anche piuttosto lineare: fra Dumas ("Il conte di Montecristo") e Tolstoj ("Dio vede quasi tutto, ma aspetta"), la pellicola si propone come un revenge movie con tutti i crismi. E nonostante le quasi quattro ore di durata, il metraggio è anche sotto la media dei lavori di Diaz (le cui pellicole hanno raggiunto talvolta anche le 10 ore!).

15 giugno 2016

Io, Daniel Blake (Ken Loach, 2016)

Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake)
di Ken Loach – GB 2016
con Dave Johns, Hayley Squires
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo quarant'anni di lavoro come carpentiere in una segheria, Daniel Blake ha dovuto smettere a causa di un infarto. Ma per un cavillo gli viene negato l'assegno di invalidità: l'uomo è così costretto a una lunga trafila fra uffici e call center per cercare di far valere i propri diritti, vittima di una burocrazia ottusa e ridicola che sembra fare apposta a mettergli i bastoni fra le ruote. Intenzionato a non darsi per vinto e al tempo stesso a non perdere la propria dignità, Daniel le prova tutte, e nel frattempo stringe amicizia con Katie, madre single con due figli a carico, a sua volta disoccupata e alla disperata ricerca di una fonte di sostentamento. Ken Loach ha sempre fatto film "politici", e questo – premiato a Cannes con la Palma d'Oro, la seconda per il regista britannico dopo "Il vento che accarezza l'erba" nel 2006 – non solo non è da meno, ma è forse uno dei suoi lavori più esplicitamente di denuncia sociale. È un film cupo e pessimista, che mette al centro un vecchio lavoratore tagliato completamente fuori dal nuovo mondo "digitale" che si è formato intorno a lui, prigioniero di un meccanismo statale e burocratico che sembra aver perso di vista il proprio fine, in una società dove soltanto la solidarietà fra poveri, che si aiutano e sostengono a vicenda, può offrire qualche spiraglio di speranza e di fiducia per il futuro. Ma come tutti i film a tema, ha naturalmente i suoi limiti: nonostante la calda umanità del protagonista e la cura psicologica della sceneggiatura nel descrivere le tribolazioni di Katie, la Newcastle in cui si svolge la storia sembra troppo costruita per essere vera, e tutti i personaggi con cui interagisce Daniel non hanno personalità al di là del loro ruolo nelle sue vicende. Ma il brusco finale (con la lettera di Dan letta da Katie, quasi un manifesto per rivendicare la propria dignità di uomo e di lavoratore) è senza dubbio commovente.

6 febbraio 2016

La parte degli angeli (Ken Loach, 2012)

La parte degli angeli (The Angels' Share)
di Ken Loach – GB/F/I/B 2012
con Paul Brannigan, John Henshaw
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

Robbie (Branningan), teppista di Glasgow che ha sempre condotto una vita problematica, vorrebbe mettere la testa a posto, anche perché sta per diventare padre. Ma non è facile, visto che nessuno sembra disposto a dargli fiducia. Condannato a trecento ore di lavori socialmente utili in seguito a una rissa, fa la conoscenza del bonario Harry (Henshaw), che lo prende sotto la propria ala protettiva e, fra le altre cose, lo introduce al mondo della degustazione del whisky. L'occasione della riscossa giungerà quando verrà a conoscenza dell'imminente vendita, in un'asta esclusiva, di un barile di preziosissimo whisky invecchiato oltre quarant'anni, particolarmente bramato dagli appassionati... Di solito apprezzo Loach a corrente alternata, trovando alcuni suoi lavori troppo schematici e manichei, ma mi sembra che il regista – che pure non rinuncia mai a ritrarre il mondo dei più deboli e degli emarginati, e soprattutto il contesto sociale di povertà e disoccupazione in cui si muovono – dia il meglio di sé quando, più che lanciare un messaggio, si "limiti" a raccontare una storia, meglio se condita da una venatura leggera e ottimista, all'insegna della redenzione, come nel caso de "Il mio amico Eric" o del film in questione. La simpatia dei personaggi, l'insolito contesto "enologico" (da confrontare con "Sideways" di Payne, dove si degustavano vini in California!), il tema del riscatto dei perdenti e il valore dell'amicizia si fondono mirabilmente in una commedia realistica e non consolatoria, dove non tutto fila liscio ma ci si ingegna per trarre il meglio da ciò che si ha a disposizione, e dove per una volta la volontà e la solidarietà vengono ricompensate. In più, un setting inconfondibilmente e orgogliosamente scozzese, che fonde ambienti proletari (le periferie di Glasgow), scenari turistici (il castello di Edimburgo) e gli elementi più caratteristici della nazione (i kilt, i pub, e ovviamente il whisky). Premio della giuria a Cannes. Il titolo si riferisce a quella parte di distillato che evapora in modo naturale dai barili durante l'invecchiamento. Nella colonna sonora spicca la classica "I'm Gonna Be (500 Miles)" dei Proclaimers.

2 febbraio 2016

Trash (Stephen Daldry, 2014)

Trash (id.)
di Stephen Daldry – GB/Brasile 2014
con Rickson Tevez, Eduardo Luis
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Tre bambini di una favela brasiliana, che vivono rovistando fra i rifiuti di una discarica, trovano un portafoglio contenente le prove della corruzione di un importante uomo politico. Presi di mira dalla polizia e dagli sgherri al servizio dell'uomo, riusciranno con ostinazione a seguire gli indizi che li porteranno fino alla verità. Da un romanzo di Andy Mulligan, adattato da Richard Curtis (ma che ci fa qui?), una storiellina banalotta e retorica sulla bontà degli innocenti e contro la corruzione dei potenti. La confezione patinatissima e i toni avventurosi non mascherano i veri intenti del film, che vorrebbe iscriversi nel filone di "City of God" (di cui è una versione edulcorata in tutto e per tutto) o, magari, di "Slumdog Millionaire" (pellicole di registi occidentali su realtà "povere" e del terzo mondo, che sarebbero però molto più efficaci se fossero state girate direttamente da cineasti del luogo). Non si capisce bene a chi è rivolto: i protagonisti bambini e il meccanismo della caccia al tesoro sembrano quelli di una pellicola per adolescenti, ma i contenuti socio-politici sono più da spettatore adulto e radical-chic. In ogni caso, paternalista, evitabile e dimenticabile: metafore di grana grossa (i poveri trattati come "spazzatura", e che infatti proprio nella spazzatura vivono e sguazzano), temi sociali qualunquisti, con accuse mai circostanziate, e finale lieto e scontato come non mai (ci sono persino i soldi gettati al vento). Nel cast, fra gli "adulti", Martin Sheen (il prete), Rooney Mara, Wagner Moura e Selton Mello.