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19 settembre 2022

Matrix Resurrections (Lana Wachowski, 2021)

Matrix Resurrections (The Matrix Resurrections)
di Lana Wachowski – USA/Australia 2021
con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss
**

Visto in TV (Now Tv).

Dopo il finale (anticlimatico) del terzo capitolo, "Matrix Revolutions", l'improbabile pace fra macchine ed esseri umani è in effetti arrivata. Ciò non ha impedito però a un nuovo programma, l'Analista (Neil Patrick Harris), di dare vita a un altro mondo virtuale, una nuova Matrix, nella quale sono imprigionati anche Neo (Keanu Reeves) e Trinity (Carrie-Anne Moss), immemori del loro passato. Neo, addirittura, è ora un game designer, e le vicende della trilogia precedente sono l'oggetto dei videogiochi da lui progettati. Ma un ulteriore gruppo di "ribelli" – fra cui la giovane Bugs (Jessica Henwick) e un nuovo Morpheus digitale (Yahya Abdul-Mateen II) – lo aiuta a prendere coscienza della realtà, a "risvegliarsi" e a tornare a lottare per liberare anche Trinity, il tutto dovendo anche fronteggiare un redivivo agente Smith (Jonathan Groff). Le Wachowski avevano sempre resistito alle proposte di realizzare un nuovo episodio di "Matrix", ma alla fine la cronica paura di Hollywood di investire su nuove idee le enormi somme di denaro necessarie per produrre blockbuster (e la conseguente proliferazione di franchise, remake e reboot che riciclano i successi del passato) ha avuto la meglio. Quantomeno la pellicola ne è consapevole, visto che non mancano frecciatine alla tendenza dell'industria di impossessarsi delle idee dei creativi e di replicarle, svuotandole di significati. Nel mondo fittizio di Neo, i game designer affermano addirittura esplicitamente che "la Warner Brothers vuole fare un sequel della trilogia, con o senza di noi": impossibile non pensare che a parlare siano le Wachowski, con Lana che per una volta firma il film da sola, senza la sorella Lilly. E se di sequel si tratta, a lungo sembra invece di assistere a un remake, per quanto appunto consapevole di esserlo (numerosi sono i "flash" di memoria che ripropongono scene e immagini del primo film). Nel complesso il risultato non è brutto (anzi, è persino più gradevole del secondo e del terzo capitolo), ma come tutti i prodotti di questo tipo è destinato a essere irrilevante. Al di là dei rimandi e degli agganci ai film di vent'anni prima, la pellicola non riesce a creare nulla di nuovo: i temi del libero arbitrio, della programmazione e del destino, del rapporto fra fantasia e realtà, e della simulazione di un mondo virtuale sono non solo già visti ma anche abusati, e i nuovi personaggi (o le rivisitazioni dei precedenti) non hanno alcun carisma. Persino il protagonista Neo appare sempre meno "speciale", si fa trascinare dagli eventi ed è sperso, frastornato e senza poteri (o quasi). E se c'è il tentativo di aggiornare alcuni elementi ormai datati (ai fosfori verdi non si rinuncia, ok, ma almeno i nostri eroi passano da un mondo all'altro muovendosi attraverso gli specchi – un'altra citazione da "Alice", dopo il bianconiglio – anziché cavi e cabine telefoniche), sia gli effetti speciali sia le scene d'azione sono tutt'altro che rivoluzionarie o innovative come quelle di una volta. Ultima (meta)citazione, nel finale i nostri eroi dicono al cattivo "Ci hai dato qualcosa che non pensavamo di poter avere: un'altra chance": il sottinteso è "di fare un finale migliore" (anche qui sono le Wachowski che parlano).

8 marzo 2022

Bill & Ted face the music (D. Parisot, 2020)

Bill & Ted Face the Music (id.)
di Dean Parisot – USA 2020
con Keanu Reeves, Alex Winter
**

Visto in TV (Prime Video).

Venticinque anni dopo il loro trionfale concerto alla "Battaglia dei complessi", non solo Bill (Winter) e Ted (Reeves) non hanno sfondato (come sembrava dai titoli di coda di "Un mitico viaggio"), ma i Wyld Stallyns si sono sciolti e i due ragazzi – ormai uomini adulti – non sono mai riusciti a scrivere la canzone che, secondo la previsione dell'ormai defunto Rufus (George Carlin, che appare in una breve scena sotto forma di ologramma), avrebbe dovuto unire tutta l'umanità. Dal futuro giunge la figlia di Rufus, Kelly (Kristen Schaal), per metterli in guardia: se non scriveranno e suoneranno la canzone entro il pomeriggio, l'intera realtà spazio-temporale collasserà su sé stessa. Grazie alla solita macchina del tempo, i due amici inizieranno a viaggiare nel futuro, cercando il momento in cui avranno già scritto la canzone: incontreranno così diverse versioni di sé stessi, sempre più bizzarre e originali. Contemporaneamente, le loro figlie – Theadora "Thea" Preston (Samara Weaving) e Wilhelmina "Billie" Logan (Brigette Lundy-Paine) – viaggiano nel passato per "reclutare" alcuni dei più famosi musicisti e riformare così la band: Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Wolfgang Amadeus Mozart, Ling Lun (flautista cinese del 2600 a.C.) e Grom (una batterista preistorica). Saranno tutti uccisi da Dennis Caleb McCoy (Anthony Carrigan), terminator-robot cattivo inviato dalla Grande Leader del futuro (Holland Taylor), e si ritroveranno così all'inferno, da cui però evaderanno grazie a una vecchia amica, la Morte (William Sadler), che riprenderà a sua volta il proprio posto come bassista nella band... Terzo capitolo, realizzato a quasi trent'anni di distanza dai precedenti, di una saga comico-musicale-fantascientifica che in Italia è sempre passata sotto silenzio (il primo film, "Bill & Ted's Excellent Adventure", non è nemmeno mai stato doppiato nella nostra lingua!). L'impressione è quella di una reunion nostalgica, rispettosa, a tratti anche divertente, ma forse non necessaria: riprende elementi dalle prime due pellicole (rispettivamente i viaggi nel tempo e quelli nell'aldilà), ripercorre territori già noti, gioca con le aspettative dei fan ma fa poco per accattivarsi l'interesse dei neofiti. Oltre a Reeves, Winter e Sadler, si rivedono altri attori dei primi due film, come Hal Landon Jr. (il padre di Ted) e Amy Stoch (Missy, che stavolta sposa il fratello minore di Ted), mentre le principesse Joanna ed Elizabeth sono interpretate stavolta da Jayma Mays ed Erinn Hayes. Fra i camei: il rapper Kid Cudi e il rocker Dave Grohl. La sceneggiatura è sempre di Chris Matheson ed Ed Solomon. In positivo: le due figlie dei nostri eroi, di fatto la loro versione femminile (e "smart"). In negativo: la mancanza di interazione dei personaggi storici fra di loro e con il mondo moderno, ma soprattutto il passo indietro a livello di colonna sonora (il che, in un film incentrato proprio sulla musica, è un difetto non da poco). Il doppiaggio italiano annacqua e banalizza il linguaggio sgangherato dei personaggi.

11 settembre 2021

Matrix Revolutions (Wachowski, 2003)

Matrix Revolutions (The Matrix Revolutions)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2003
con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss
*1/2

Rivisto in divx.

Terzo episodio di "Matrix", girato in contemporanea al secondo e che nelle intenzioni avrebbe dovuto concludere la trilogia (mentre scrivo è invece in preparazione un quarto capitolo). Avevamo lasciato Neo (Reeves) in coma, al termine del precedente "Matrix Reloaded", dopo essere riuscito in qualche modo a usare i suoi poteri contro le macchine anche al di fuori del mondo virtuale di "Matrix". La sua coscienza si trova ora in una sorta di "limbo", da dove viene recuperato dai suoi amici – Trinity e Morpheus, aiutati per l'occasione dal misterioso Seraph (Collin Chou) – che hanno avuto la meglio sul Merovingio. Mentre Zion, la città sotterranea degli ultimi uomini liberi, è assediata dalle terribili "seppie", Neo comprende che l'unico modo per ottenere la fine della guerra è quello di andare a trattare direttamente con le macchine nel loro quartier generale. Qui proporrà un patto: in cambio della pace, sconfiggerà definitivamente l'agente Smith (Hugo Weaving), programma senziente ormai sfuggito ad ogni controllo, che replicandosi come un virus ha già invaso ogni angolo di Matrix e minaccia di impadronirsi anche del mondo esterno (dove è già giunto una volta, "infettando" Bane (Ian Bliss), uno dei soldati umani). Se la sceneggiatura tira le fila della vicenda, il film – stroncato da pubblico e critica – ne banalizza anche la complessità e completa definitivamente il distacco dalle tematiche che avevano fatto la fortuna dell'originale. Basti pensare che, a parte un incipit peraltro verboso e pretenzioso (costellato com'è di dialoghi costituiti da una serie di domande e risposte fumose, piene di filosofia spicciola sull'amore e il karma) e lo scontro conclusivo con Smith, la maggior parte dell'azione non si svolge nel mondo virtuale che dà il nome alla serie ma in quello reale (con la fotografia che passa dai toni dominanti di verde a quelli di blu), impegnati a seguire l'assedio delle "seppie" contro la città di Zion, difesa da soldati in esoscheletri metallici. Messa da parte ogni suggestione filosofica o concettuale, il film si trasforma dunque in una pellicola fracassona di fantascienza bellica, allontanandosi dalle radici cyberpunk e dai temi digitali/informatici (retrò o meno), i cui pochi elementi superstiti annegano in un mare di genericità e di fuffa. Ancora più imperdonabile, pertanto, è l'anticlimaticità del finale. Le macchine tanto temute, che tengono prigionieri da oltre un secolo gli esseri umani, non solo non vengono sconfitte ma si scende a patti con esse, con la scusa di un "nemico comune" da debellare (ovvero Smith, contro cui Neo si batte nell'unica sequenza degna di essere ricordata, lo scontro nella città sotto la pioggia). La trovata delude su più fronti, compresa la sua pretestuosità e la maniera improvvisa con cui viene calata sul tavolo da gioco (e forse i Wachowski ne erano in parte consapevoli, visto il nome – "Deus ex machina"! – che hanno dato al "re delle macchine"). Poco cerimonioso anche il destino dei tre personaggi classici della serie: Neo e Trinity escono (per ora) di scena, Morpheus è ridotto a un semplice comprimario, mentre è incredibile la quantità di tempo e spazio sprecata a seguire personaggi minori, di cui non ci importa nulla, durante l'assedio di Zion (Zee, Kid, Mifune...). Fra le new entry anche l'Uomo del Treno (Bruce Spence), programma al servizio del Merovingio. Mary Alice sostituisce Gloria Foster nel ruolo dell'Oracolo. Il quarto capitolo, diretto dalla sola Lana (ex Larry) Wachowski, dovrebbe chiamarsi "Matrix Resurrections".

6 settembre 2021

Matrix Reloaded (Wachowski, 2003)

Matrix Reloaded (The Matrix Reloaded)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2003
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
*1/2

Rivisto in divx.

In seguito all'enorme (e non scontato) successo del primo "Matrix", furono messi in cantiere non uno ma ben due seguiti, girati contemporaneamente e distribuiti nelle sale a sei mesi di distanza l'uno dall'altro, con tanto di cliffhanger alla fine del primo. Un cliffhanger che non fu gradito dal pubblico, all'epoca poco abituato ad assistere a un film "che non terminava": certo, c'era appena stato il precedente della trilogia de "Il Signore degli Anelli" e, qualche decennio prima, quello degli ultimi due film di "Ritorno al futuro", ma in questo caso la scritta "To be continued" giungeva davvero troppo repentina e inaspettata, per di più dopo una visione già estenuante. È infatti un po' tutto il film a deludere chi aveva apprezzato il precedente (chi invece non lo aveva visto, richiamato in sala dall'hype, si trovò di fronte a una pellicola quasi incomprensibile, dato che la conoscenza delle premesse della storia vengono date per scontate). La trama è assai convoluta, ma può essere riassunta in qualche modo: avendo ormai accettato il ruolo dell'Eletto che, secondo una profezia, porrà fine alla lunga guerra fra l'umanità e le macchine che tengono prigioniera la razza umana nel mondo virtuale di "Matrix", l'ormai onnipotente Neo (Reeves) viene a sapere dall'Oracolo (Gloria Foster) – che scopre essere a sua volta un programma senziente – qual è la sua missione: raggiungere la "Sorgente" del programma. Per farlo avrà bisogno del Fabbricante di Chiavi (Randall Duk Kim), tenuto prigioniero dal perfido Merovingio (Lambert Wilson), e nel frattempo vedersela con l'Agente Smith (Hugo Weaving), ormai slegatosi dal sistema e diventato una sorta di virus in grado di auto-duplicarsi. Ma quando, grazie all'aiuto degli amici Morpheus (Fishburne) e Trinity (Moss), raggiungerà la Sorgente, verrà a sapere dall'Architetto (Helmut Bakaitis) – colui che ha progettato Matrix – che la profezia era falsa, e che il suo ruolo è sempre stato quello di facilitare la distruzione di Matrix per farla rinascere da zero, cosa già accaduta cinque volte in passato. Tuttavia si ribellerà e tornerà nel mondo reale, nel tentativo di salvare la città sotterranea di Zion (dove vivono i pochi umani rimasti liberi) dall'imminente attacco delle macchine.

Ciò che nel primo film era affascinante (il tema del "risveglio" e della scoperta di una realtà virtuale) viene qui messo da parte per costruire un mondo su più ampia scala, e l'impressione è che non fosse necessario (scompare del tutto, fra l'altro, il punto di vista di chi vive ignaro all'interno di Matrix). Pachidermico, noioso, pieno di elementi poco ispirati o che appaiono fuori contesto (a partire dal ballo sensuale degli abitanti di Zion), con una marea di personaggi del tutto superflui (Lock, Niobe, il "navigatore" Link, il consigliere Hamann....) e situazioni che si succedono una dopo l'altra, spesso slegate fra di loro come le missioni di un videogioco, il lungometraggio appare privo di equilibrio e disorganico, barcamenandosi sull'alternanza fra le (vuote) riflessioni filosofiche sui concetti di destino e di libera scelta, e lunghe (e noiose) scene d'azione assai meno indovinate e spettacolari di quelle del film precedente, oltre che prive di adrenalina per l'eccesso di ralenti nella loro messa in scena (il bullet time non è più una novità). A proposito di queste, da ricordare comunque la lotta di Neo contro i tanti Smith, e quella con gli sgherri del Merovingio (fra cui due fantasmi albini gemelli) che culmina nell'inseguimento in autostrada. Certo, se uno può piegare a piacimento la realtà, non si capisce perché continui a lottare usando le arti marziali. In generale Neo è ormai un non-personaggio, un tool privo di caratterizzazione, buono solo per far avanzare la storia e assumere, nel finale, ulteriori connotati messianici (addirittura "resuscita" Trinity, dopo che era morta come da sua premonizione). Ma il punto più basso della pellicola è forse l'apparizione della pessima Monica Bellucci nel fugace ruolo di Persephone, la moglie del Merovingio: ancor più nell'edizione italiana, quando parla con la sua indecente dizione (che crea uno scarto respingente rispetto ai doppiatori professionisti che danno voce agli altri personaggi). La fotografia insiste ancora di più sulle tonalità di verde quando ci si trova dentro Matrix, per distinguere quel mondo da quello reale. Gloria Foster e Aaliyah (che doveva interpretare Zee, la compagna di Link, poi sostituita da Nona Gaye) sono morte durante le riprese. Ottimo il risultato al botteghino: ma poi il terzo capitolo, "Matrix Revolutions", incasserà la metà di questo.

31 agosto 2021

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Matrix (The Matrix)
di Andy e Larry Wachowski – USA/Australia 1999
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
***

Rivisto in DVD.

L'irrequieto programmatore Thomas Anderson (Keanu Reeves), anche hacker con il nome di "Neo", ha sempre pensato che qualcosa non tornasse nel mondo attorno a lui. E non si sbagliava: contattato dal misterioso Morpheus (Laurence Fishburne), capo di un gruppo di resistenza clandestina al "sistema", scoprirà che la realtà in cui vive non è altro che una simulazione virtuale, chiamata "Matrix", all'interno della quale sono imprigionate le menti degli esseri umani, i cui corpi sono invece incapsulati e sfruttati come fonte di energia bioelettrica. Siamo infatti nel futuro, e non nel 1999 come lui credeva, un futuro in cui le "macchine" hanno vinto una guerra contro l'umanità. Ma proprio Neo potrebbe essere "l'eletto" che cambierà le carte in tavola, potendo alterare le regole del sistema dall'interno... Al secondo film come registi (dopo "Bound") e al terzo come sceneggiatori (dopo anche "Assassins"), gli allora fratelli – e oggi sorelle – Wachowski fanno il botto, realizzando una pellicola che colpì come poche l'immaginario collettivo, rinnovando il genere fantascientifico e in particolare il sottogenere del cyperpunk, di cui mai fino ad allora erano state sfruttate appieno le potenzialità sul grande schermo (fra i titoli che ci avevano provato negli anni novanta: "Johnny Mnemonic" con lo stesso Keanu Reeves, e "Strange days"). Certo, l'originalità è molto minore di quanto possa sembrare a prima vista: i contenuti "pescano" da innumerevoli racconti e romanzi di fantascienza letteraria (si pensi ai lavori di Philip K. Dick, Frederick Pohl e William Gibson) e a fumetti (come l'episodio "Terrore in una piccola città" dei Fantastici Quattro di John Byrne) ma anche da film precedenti ("Dark city" di Alex Proyas su tutti, ma pure "Essi vivono" e, se vogliamo, "The Truman Show"), anime ("Ghost in the shell") e serie tv ("Doctor Who"). Non basta: anche il mood e le atmosfere retrò si ispirano a pellicole precedenti (il neo-noir e la SF hanno sempre avuto un forte connubio), mentre le coreografie delle scene d'azione sono chiaramente debitrici al cinema di Hong Kong (i film di John Woo, Tsui Hark, Yuen Woo-ping: quest'ultimo, non a caso, è il responsabile delle arti marziali nel film). Il ricorso al wire-work è ubiquo, e persino abiti e look dei personaggi (gli spolverini neri, i completi in pelle, gli occhialini) sembrano uscire da pellicole dell'ex colonia britannica come "La vendetta della maschera nera". Il che non ha impedito loro di diventare iconici in occidente, come un po' tutto il film, che ha appunto avuto il merito di frullare molte cose insieme per dar vita a un mix intrigante e coinvolgente su più livelli, dando visibilità (e popolarità) mainstream a temi e atmosfere fino ad allora di nicchia.

Non si può negare infatti l'enorme impatto, anche culturale, che "Matrix" ha avuto sul grande pubblico. Al di là della storia fantascientifica (con tanto di finale aperto: Neo accetta il proprio ruolo di "eletto" a capo della resistenza, ma la guerra è tutt'altro che vinta), la pellicola ha saputo intercettare inquietudini da sempre presenti nella società, che in passato sfociavano nella contestazione e oggi, non di rado, nel complottismo ("Matrix è il mondo che ti è stato messi davanti agli occhi per nasconderti la verità", "è un sistema che [i poteri che ci governano segretamente] usano per tenerci sotto controllo", gli uomini non sanno nemmeno di essere schiavi, e di quelli che lo scoprono, non tutti vogliono svegliarsi o essere liberi), tanto che alcuni elementi, immagini e metafore del film (a partire dall'iconica scena della "pillola azzurra e pillola rossa") sono state adottate proprio dal mondo complottista. Altro dialogo cult: "Mi fanno male gli occhi" (Neo) – "Perché non li hai mai usati" (Morpheus). Il tema del risveglio, della presa di coscienza e della consapevolezza, comunque, consente illustri riferimenti letterari ("Alice nel paese delle meraviglie", pluricitata) e filosofici (dalle visioni del mondo orientali, "Il cucchiaio non esiste", a quelle dell'antica Grecia, la caverna di Platone e il "Conosci te stesso", fino a Baudrillard). A questo si aggiunge l'ambito digitale/informatico, per quanto questo aspetto oggi risulti un po' datato (e lo sembrava anche nel 1999: vedi i vecchi monitor a fosfori con le caratteristiche tonalità di verde – l'alternativa era l'ambra! – e le linee telefoniche usate per il trasferimento dei dati: le fibre ottiche erano ancora di là da venire). L'intera Matrix ricorda un po' quegli ambienti virtuali online, come "Second Life", che in epoca pre-social media andavano tanto di moda. Per quanto riguarda la rappresentazione del "mondo reale", ovvero la parte di film ambientata nel (vero) futuro, la CGI ci mostra suggestioni a metà fra "Terminator" e il body horror di Cronenberg e Tsukamoto. Parliamo infine degli aspetti messianici (Neo, la cui venuta è stata profetizzata da un Oracolo, a un certo punto letteralmente muore e risorge) e di quelli super-eroistici (l'ultima inquadratura del film ce lo mostra addirittura volare come Superman: ma altri riferimenti vanno a Batman, a Blade – che nel film del 1998 con Wesley Snipes sfoggiava occhialini e abiti molto simili ai suoi – e, perché no?, ai molteplici manga e anime giapponesi i cui personaggi ricevono un costante power upgrade.

La ricchezza di spunti e temi è anche una scusa per portare sullo schermo scene d'azione spettacolari, all'epoca rivoluzionarie (per quanto ispirate, come già ricordato, al cinema di Hong Kong). Su tutte l'irruzione di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) nel palazzo dove Morpheus è tenuto prigioniero, con una tempesta di proiettili che fanno a pezzi ogni centimetro quadrato della sala, o la scena in cui Neo "scansa" le pallottole che vengono sparate contro di lui (forse la più celebre del film, imitata e parodiata numerose volte negli anni a venire: fu realizzata con una tecnica chiamata da allora bullet time, che consiste nel piazzare una serie di videocamere attorno agli attori e di fondere insieme le immagini riprese per dare l'illusione del movimento al rallentatore mentre l'inquadratura gira intorno a velocità normale). La sequenza dell'addestramento, invece, ricorda ovviamente un videogioco (e non a caso fra i film che svilupperanno ulteriormente i concetti di "Matrix" ci sono pellicole dall'impianto dichiaratamente legato ai videogame, come "Ready Player One" e i nuovi "Jumanji"). Paradossalmente, tutto questo mondo sembra molto più interessante del protagonista, la cui natura di "eletto" gli impedisce di diventare davvero un personaggio con cui identificarsi (alla fine addirittura può "vedere" il codice sorgente attorno a sé). Meglio i personaggi secondari, dal carismatico Morpheus alla "tosta" Trinity. Hugo Weaving è l'agente Smith, il principale antagonista della pellicola, uno dei "programmi senzienti" che pattugliano Matrix in cerca dei ribelli (rappresentati come una sorta di "uomini in nero", con giacca, cravatta e occhiali scuri, capaci di forzare entro un certo limite le regole del mondo virtuale); Joe Pantoliano è il "traditore" Cypher, Gloria Foster il misterioso "Oracolo". La fotografia di Bill Pope punta su colori smorti, spesso con tinte di verde che richiamano i succitati monitor monocromatici dell'epoca. Il film riscosse un enorme successo commerciale e di critica (vinse quattro premi Oscar, tutti tecnici: per gli effetti speciali, il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro), il che consentì di mettere in cantiere due seguiti da girare back-to-back, "Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions", usciti nel 2003 ma non proprio indovinati. Il problema è che, nonostante il finale aperto (come già detto), i Wachowski non avevano davvero pensato a come proseguire la storia: e la mancanza di coesione e di progettazione visibile già in questo primo capitolo mostrerà tutte le sue crepe nei sequel.

19 ottobre 2020

The bad batch (Ana Lily Amirpour, 2016)

The bad batch (id.)
di Ana Lily Amirpour – USA 2016
con Suki Waterhouse, Jason Momoa
**

Visto in TV (Netflix).

In un mondo (futuro?) dove i criminali, i reietti e i "membri non funzionanti della società" (rinominati "the bad batch", che potremmo tradurre come "il lotto difettato") vengono isolati e spediti a vivere nel deserto del Texas, la stessa sorte capita alla giovane Arlen (Suki Waterhouse). Ribelle e introversa, la ragazza non si troverà a suo agio né fra i culturisti selvaggi, tatuati e cannibali (!) che abitano nelle lande desolate (e che le mangiano un braccio e una gamba!) né con gli appena più civilizzati abitanti di Comfort, cittadina fortificata e dominata dal carismatico DJ – con tanto di harem – che si fa chiamare "il Sogno" (Keanu Reeves) e che conserva il proprio potere dispensando musica e droghe. Ma sceglierà di seguire uno dei primi, Miami Man (Jason Momoa), per aiutarlo a ritrovare la figlioletta (Jayda Fink) che proprio lei gli aveva sottratto... Il secondo lungometraggio della Amirpour è, come il precedente "A girl walks home alone at night", un pastiche bizzarro e originale, per quanto non del tutto riuscito. Le suggestioni (fra "Mad Max" e "1997: Fuga da New York", per non parlare di scenari che sembrano usciti da un film di Robert Rodriguez, Tarantino o Jodorowsky) legate al mondo selvaggio e distopico in cui un'umanità di reietti e di freak vive allo sbando, nonché alcuni interessanti personaggi o situazioni quasi da cinema sperimentale o underground (a partire dalla protagonista amputata), non riescono a compensare il soggetto esile, la mancanza di ritmo e l'inconcludenza narrativa (non sappiamo quasi nulla del passato dei personaggi e in molti casi essi vengono abbandonati senza una risoluzione), senza contare che è difficile trovare qualcuno a cui aggrapparsi o con cui empatizzare (la stessa Arlen rimane muta per gran parte della pellicola e si comporta poi in maniera irrazionale, prima di manifestare una sorta di ricerca di riscatto o redenzione, il desiderio di "essere la soluzione per qualcosa"). Apprezzabile, comunque, il cinismo e la mancanza di buoni sentimenti: Arlen non si lascia tentare da impulsi materni nei confronti della bambina, e il tenero coniglietto finisce arrostito. Nel cast anche un irriconoscibile Jim Carrey (il vecchio eremita), nonché Giovanni Ribisi, Diego Luna e Yolonda Ross. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

30 luglio 2020

Bill & Ted's excellent adventure (S. Herek, 1989)

Bill & Ted's Excellent Adventure
di Stephen Herek – USA 1989
con Alex Winter, Keanu Reeves
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Bill S. Preston, Esquire (Alex Winter) e Ted "Theodore" Logan (un Keanu Reeves agli esordi) sono due liceali non esattamente acuti e brillanti, che vivono a San Dimas, cittadina in California. Poco portati per lo studio, il loro unico sogno è quello di formare una rock band, i Wyld Stallyns, anche se nessuno dei due è davvero capace di suonare decentemente la chitarra elettrica. Tuttavia, se non supereranno l'esame finale di storia (cosa non certo facile per chi crede che "Joan of Ark" sia la moglie di Noè), saranno bocciati: e di fronte a questa eventualità il padre di Ted minaccia di spedire il figlio in un'accademia militare in Alaska, separando così per sempre il duo. Per fortuna giunge loro un inatteso aiuto da Rufus (George Carlin), un uomo del futuro (!) che mette a loro disposizione una macchina del tempo (con l'aspetto di una cabina telefonica): grazie ad essa, Bill e Ted potranno viaggiare nelle diverse epoche del passato e portare nel presente alcune importanti figure storiche (Napoleone, Socrate, Billy the Kid, Gengis Khan, Giovanna d'Arco, Sigmund Freud, Beethoven e Abramo Lincoln) che, dopo aver trascorso alcune ore nel mondo moderno (compresa una movimentata visita al centro commerciale della città), li assisteranno nella loro presentazione a scuola. Mai tradotto o distribuito in Italia (a differenza del sequel che uscirà due anni più tardi, "Bill & Ted's bogus journey", intitolato da noi "Un mitico viaggio"), un autentico cult movie nonché mio particolare guilty pleasure: una commedia sui viaggi nel tempo, assolutamente da non prendere sul serio, che garantisce un divertimento ingenuo ma senza freni e che in patria, insieme per l'appunto al suo secondo capitolo (creativamente migliore, più cupo e complesso), nonché a una serie animata e una a fumetti, ha dato origine a un vero e proprio mito generazionale, capace di influenzare l'immaginario collettivo sotto molteplici aspetti. Quello della commedia demenziale – antesignana di cose come "Fusi di testa" o "Beavis & Butt-head" – è soltanto lo strato più superficiale (al di sotto c'è la satira della società moderna, del consumismo, della famiglia e del sistema scolastico), ma già da solo garantisce una notevole dose di divertimento per l'approccio scanzonato alla storia e ai classici temi della fantascienza e delle pellicole teen a sfondo scolastico.

Ricco di gag, di giochi di parole, di trovate comiche legate alla cultura pop (con citazioni da "Doctor Who" o "Star Wars") o frutto originale della creatività degli autori (a volte anche stupida, certo, ma sempre comicamente contagiosa), il film ha saputo crearsi una fan base affezionata e duratura, come testimoniano le recenti menzioni in pellicole ad ampio budget quali "Ready Player One" e "Avengers: Endgame". Il motivo è chiaro: innanzitutto è facile affezionarsi a due protagonisti ingenui e simpatici, due slacker ignoranti e clueless ma sempre allegri e ottimisti, che quantomeno – per usare le parole di Socrate – "sanno di non sapere", e che parlano attraverso un linguaggio o slang del tutto particolare che fa ampio uso di aggettivi di valutazione esagerati o desueti (come "Excellent" o "Triumphant"), spesso comicamente rafforzati da avverbi come "Most" e "Totally". Bill e Ted si rivolgono agli altri con il termine "Dude", esclamano il proprio stupore con "No way!" (o "Yes way!"), si esprimono con versi di celebri canzoni rock, usano il gesto dell'air guitar come segno di approvazione, e coniano, come tormentone, le frasi "Be excellent to each other" e "Party on, dude!" che diventeranno le forme di saluto standard nella società del futuro. Il mondo da cui proviene Rufus, 700 anni più tardi, è infatti un'utopia che poggia le proprie fondamenta sulla musica e la filosofia dei Wyld Stallyns, per quanto assurdo e improbabile possa sembrare. Per questo motivo è necessario che i due ragazzi non vengano divisi e che passino l'esame di storia. La sceneggiatura, nata a partire da alcuni sketch comici scritti e interpretati al liceo, è di Chris Matheson (figlio di Richard Matheson!) e Ed Solomon, che firmeranno anche quelle dei seguiti. Fra gli aspetti più interessanti c'è il modo in cui sono concepiti i viaggi nel tempo, assolutamente lineari e a prova di paradosso (i rapporti causa-effetto sono sempre rispettati, anche quando la cronologia è invertita: se i due protagonisti hanno bisogno di qualcosa nel presente, gli basta decidere che nel futuro torneranno indietro a predisporre il tutto). Alcune scene sono state girate in Italia (il castello medievale, per esempio è l'Orsini-Odescalchi di Bracciano). Le carriere dei due protagonisti prenderanno strade differenti: Reeves diventerà una star, Winter finirà nel dimenticatoio. Ma nel 2020 i due si ritroveranno insieme a girare, trent'anni dopo, un terzo capitolo di "Bill & Ted".

6 luglio 2020

John Wick 3 (Chad Stahelski, 2019)

John Wick 3: Parabellum (John Wick: Chapter 3 - Parabellum)
di Chad Stahelski – USA 2019
con Keanu Reeves, Ian McShane
*1/2

Visto in TV.

Il terzo capitolo di quella che ormai è diventata una saga (anche se dall'inizio del primo è passata una sola settimana!) comincia esattamente dove era terminato il secondo. John Wick è stato "scomunicato" dalla Gran Tavola, l'organizzazione di killer di cui faceva parte, e con una taglia di 14 milioni di dollari sulla testa è ormai il bersaglio di tutti i suoi ex colleghi. Nel corso della sua fuga (durante la quale veniamo a sapere che probabilmente è di origine bielorussa e che il suo vero nome è Jardani Jovonovich) fa una tappa a Casablanca per incontrare Sofia (Halle Berry) e ottenere la grazia dal "reggente" Berrada (Jerome Flynn), prima di tornare a New York, dove dovrà difendere l'hotel Continental dell'amico Winston (Ian McShane) dalla furia del giapponese Zero (Mark Dacascos). Smarrita ormai la purezza del primo episodio, la sceneggiatura continua ad aggiungere alla trama una sovrastruttura tutt'altro che interessante. L'organizzazione dei killer si fa sempre più stratificata e complessa, con riti e regole via via più assurde e nuovi personaggi – come la "Giudicatrice" (Asia Kate Dillon) – che rendono la storia ancora più inconsequenziale. Tutto viene costruito per poi essere smontato poco dopo, i personaggi continuano a prendere decisioni senza senso, e nulla sembra originale o sorprendente. E se va ammesso che alcune scene d'azione sono ricche di stile, almeno a livello di scenografie e coreografie (ma con un utilizzo casuale di elementi culturali "alti" per risultare più chic: dagli arredamenti alla musica di Vivaldi, fino al titolo del film che proviene dalla frase in latino "Si vis pacem, para bellum"), è anche vero che i combattimenti sono prolungati più del dovuto, fino a sconfinare nella noia (come è il caso dello scontro finale nell'albergo). E a proposito di combattimenti e sparatorie (di fatto l'ossatura del film): alcuni sono indubbiamente interessanti (la battaglia con i coltelli nel negozio di armi), ma altri fanno smaccatamente il verso ai videogiochi sparatutto (come quello a Casablanca, che li imita anche attraverso la fotografia, le soggettive e i movimenti di macchina, e con tanto di armi o munizioni prese ai nemici uccisi). Persino Reeves pare annoiarsi e risulta meno convincente, mentre Dacascos è inutilmente pompato come nemico all'altezza di John Wick (ovviamente non lo è). Dal primo film torna, se non altro, il tema del cane da vendicare (stavolta quello di Halle Berry). Un altro cliffhanger nel finale: ci toccherà un quarto episodio. Nota di demerito per i titolisti italiani che non hanno mantenuto la coerenza con il secondo film, eliminando la parola "capitolo".

John Wick 2 (Chad Stahelski, 2017)

John Wick: Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2)
di Chad Stahelski – USA 2017
con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio
*1/2

Visto in TV.

Portata a termine la sua vendetta nel film precedente, John Wick sperava di potersi ritirare finalmente a vita privata. Ma è costretto a tornare in azione per onorare controvoglia un "pegno" che aveva contratto in passato con il boss della camorra Santino D'Antonio (Scamarcio), il quale gli chiede di recarsi a Roma per uccidere la propria sorella Gianna (Claudia Gerini). Uno dei pregi del prototipo era la semplicità della trama, la storia di un killer che cercava una vendetta personale. Qui invece si amplia l'orizzonte, si aggiungono scenari "esotici" (Roma, appunto) e società criminali in lotta fra loro, dando vita a un setting da film di spionaggio (tipo James Bond, per intenderci). E il finale aperto, in cui il protagonista viene "scomunicato" dall'organizzazione di killer di cui faceva parte ed è costretto alla fuga da solo, prepara il terreno per un ulteriore sequel. Già il primo film non brillava per originalità o realismo (i cattivi si comportavano in maniera assurda, non uccidendo per esempio l'eroe quando ne avevano la possibilità), ma stavolta tutto sembra ancora più fine a sé stesso, con personaggi che vivono in un mondo a parte, senza punti di contatto con quello della gente comune (al punto da spararsi o uccidersi fra di loro anche per strada e in pubblico) e dove la vita umana non ha alcun valore. Le scene girate in Italia (in location come le Terme di Caracalla, gli Horti Sallustiani e Piazza Navona) trasudano stereotipi e convenzionalità, mentre gli attori nostrani (Scamarcio e la Gerini, ma c'è anche Franco Nero) si doppiano da soli, generando una sensazione di dilettantismo se confrontati con le voci dei personaggi americani. La cosa migliore, nonostante tutto, continuano a essere i riti e le regole di killer e malavitosi, il vero motore dietro l'effetto domino che genera infinite scene d'azione e di sparatorie. Nel cast anche il rapper Common (Cassio, la guardia del corpo di Gianna), Ruby Rose (Ares, l'assassina muta) e Laurence Fishburne (il "re" dei mendicanti della Bowery).

5 luglio 2020

John Wick (Chad Stahelski, 2014)

John Wick (id.)
di Chad Stahelski [e David Leitch] – USA 2014
con Keanu Reeves, Michael Nyqvist
**

Visto in TV.

Ex sicario ritiratosi a vita privata, John Wick torna in azione dopo la morte della moglie per vendicarsi di una gang di mafiosi russi che, ignorando la sua identità, gli hanno rubato l'auto e ucciso il cane. Un plot semplicissimo e non troppo originale, un personaggio visto mille volte (il killer inarrestabile che da solo affronta centinaia di avversari), scene d'azione ripetitive che sembrano uscite da un videogioco (a un certo punto, a sottolineare la cosa, uno sparatutto in prima persona compare davvero sullo schermo), cattivi che fanno sempre la scelta sbagliata: nonostante tutto, però, ci si diverte, perché – vivaddio – il film non si prende sul serio e non aspira a essere nulla più di quello che è, senza sovrastrutture filosofiche o rimandi all'attualità. La cosa più interessante sono i piccoli particolari che ampliano il mondo attorno al protagonista e ai suoi "colleghi": un universo dove fare il killer è un lavoro come un altro e i sicari seguono un proprio codice, si radunano presso l'hotel Continental (una sorta di "porto franco" dove potersi rifugiare, rilassare, o incontrare i propri clienti), si fanno pagare in "monete d'oro" e hanno a propria disposizione una serie di servizi per le questioni più pratiche, come ripulire le scene delle sparatorie dai cadaveri che hanno seminato. Keanu Reeves è in gran forma nel ruolo dell'assassino freddo ed elegante (veste sempre di nero), carismatico e inespressivo, che combatte per una vendetta personale senza lasciar trapelare più di tanto le proprie emozioni. Michael Nyqvist è il boss mafioso russo, Alfie Allen il figlio arrogante e stupido che ha scatenato l'ira del protagonista, Ian McShane il misterioso proprietario del Continental, John Leguizamo il garagista Aurelio, mentre Willem Dafoe e Adrianne Palicki sono due "colleghi" di John, rispettivamente un alleato e un'antagonista. Da notare le traduzioni dal russo che appaiono sullo schermo come fossero le didascalie di un fumetto. Opera prima della coppia di ex stuntmen Chad Stahelski (regista) e David Leitch (produttore), sceneggiata da Derek Kolstad, la pellicola ha riscosso un inatteso successo di pubblico che ha portato alla realizzazione di vari sequel, dando così vita a una fortunata franchise (attualmente sono in lavorazione anche una serie televisiva e degli spin-off).

5 maggio 2019

The gift (Sam Raimi, 2000)

The Gift (id.)
di Sam Raimi – USA 2000
con Cate Blanchett, Keanu Reeves
**1/2

Rivisto in TV.

Annie Wilson (Cate Blanchett), giovane vedova che abita con i suoi tre bambini in una cittadina rurale nel profondo sud degli Stati Uniti, ha il "dono" di essere una sensitiva, e si guadagna da vivere leggendo le carte e facendo previsioni agli abitanti del villaggio. Quando una ragazza, figlia di un ricco imprenditore, svanisce misteriosamente, è proprio una sua visione a dirigere la polizia sulla giusta traccia: il corpo viene infatti ritrovato in uno stagno, nella proprietà di Donnie (Keanu Reeves), marito violento e razzista che in precedenza aveva minacciato di morte la stessa Annie. Donnie è incriminato e condannato, ma proprio Annie comincia a dubitare della sua colpevolezza, quando nuove visioni le suggeriscono di chiedere di riaprire il caso... Scritto da Billy Bob Thornton e Tom Epperson, un thriller soprannaturale che può vantare una discreta atmosfera e un cast davvero interessante: oltre all'ottima Blanchett e ad un Reeves sopra le righe, ci sono Giovanni Ribisi (Buddy, il meccanico vittima di abusi e con problemi psichiatrici), Katie Holmes (Jessica, la ragazza uccisa), Greg Kinnear (Wayne, il preside della scuola, fidanzato di Jessica), Hilary Swank (Valerie, la moglie di Donnie), Gary Cole (il procuratore) e J.K. Simmons (lo sceriffo scettico). Certo, qualche personaggio è un po' stereotipato o tagliato con l'accetta, e la risoluzione finale non sorprende più di tanto, ma la tensione non manca e la regia di Raimi riesce a costruire una bella ambientazione di provincia ricca di tensioni e inquietudini.

13 giugno 2016

The neon demon (Nicolas Winding Refn, 2016)

The neon demon (id.)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Francia/USA 2016
con Elle Fanning, Jena Malone
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Jesse (Elle Fanning), sedicenne proveniente da un paesino di provincia, si è trasferita a Los Angeles dove aspira fare la modella. Qui la sua bellezza – ma soprattutto la sua purezza e la sua luce interiore – conquistano subito tutti: viene così assunta da un'agenzia e scelta da un importante stilista come sua musa. Il rapido successo, però, le procura anche l'invidia di altre modelle già affermate e ossessionate dal desiderio di rimanere al centro dei riflettori... Thriller psicologico che nel finale si trasfigura, cambiando improvvisamente registro e assumendo venature horror, esplicitando in chiave estrema il concetto del "cannibalismo" della bellezza di cui si nutrono tutti coloro che fanno parte del mondo della moda (la dicotomia fra cibo e sesso, fra l'altro, è introdotta quasi subito, nel discorso a proposito dei colori dei rossetti). Con il suo candore e la sua innocenza, Jesse pare una vittima predestinata in un mondo che si nutre di giovani donne per masticarle e sputarle non appena non sono più all'altezza (oltre che preda ideale, indistintamente, di uomini e di animali feroci), mentre l'unico che sembra interessarsi a lei non solo per il suo aspetto, il giovane Dean (Karl Glusman), viene respinto dalla stessa ragazza una volta che comincia a "integrarsi" nel sistema. Ma la sua bellezza, ciò che le dà "potere" sugli altri, è anche estremamente pericolosa... Con atmosfere fra il Lynch di "Mulholland Drive" e l'Aronofsky de "Il cigno nero", il film scorre pericolosamente sul filo degli eccessi. Il regista danese (che nei titoli di testa si firma con la sigla "NWR", come se fosse un marchio di moda) si appoggia a un'estetica pop e da video-arte, fra luci, colori, musica elettronica (di Cliff Martinez) e movimenti di macchina che danno vita a sequenze oniriche e psichedeliche, e compensa con lo stile un soggetto in fondo più banale di quando non appaia a prima vista, perfetto per un mondo crudele ma artificiale, dove dietro la bellezza non c'è altro che vacuità e vanità. Jena Malone è Ruby, la truccatrice lesbica che dedica il suo lavoro (e le sue attenzioni) sia alle modelle che ai cadaveri dell'obitorio; Abbey Lee e Bella Heathcote sono le colleghe di Jesse. Nel cast anche Keanu Reeves (il gestore del motel), Christina Hendricks (la direttrice dell'agenzia), Desmond Harrington (il fotografo) e Alessandro Nivola (lo stilista).

15 maggio 2016

A scanner darkly (R. Linklater, 2006)

A scanner darkly - Un oscuro scrutare (A scanner darkly)
di Richard Linklater – USA 2006
con Keanu Reeves, Robert Downey Jr.
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

Al suo secondo film in animazione rotoscope (dopo “Waking life”), Linklater adatta un romanzo semi-autobiografico di Philip K. Dick e ricorre a un cast di attori celebri (quasi tutti perfettamente riconoscibili anche in versione “ricalcata”) che comprende Keanu Reeves, Winona Ryder, Robert Downey Jr., Woody Harrelson e Rory Cochrane. In un prossimo futuro in cui il 20% della popolazione è dipendente da una droga chiamata "Sostanza M" (che provoca allucinazioni, schizofrenia, e a lungo andare distrugge le capacità cerebrali), Reeves è Bob Arctor, un uomo che ha abbandonato la propria famiglia e ospita nella sua casa in California un piccolo gruppo di amici più o meno "sballati" con cui condivide la dipendenza dalla droga e indugia in conversazioni sconclusionate e deliranti. Ma Bob è anche un agente della narcotici in incognito, introdottosi nel gruppo all'insaputa dei suoi compagni per scoprire se vi si nascondono elementi sovversivi. L'intera dimora è tenuta sotto controllo da videocamere che riprendono segretamente ogni cosa ("l'oscuro scrutare" del titolo). La doppia vita di Bob, sempre più schizofrenico a causa della droga che è costretto ad assumere per svolgere il suo incarico e che causa progressivamente una separazione delle funzioni dei due emisferi cerebrali, raggiunge infine un punto di non ritorno. Fra paranoie e allucinazioni, perdita di identità e di memoria, la pellicola racconta in maniera efficace – grazie anche al particolare approccio visivo, sempre in bilico fra immagini realistiche e deviazioni per la tangente – la discesa negli inferi della tossicodipendenza, la perdita di controllo mentale e gli effetti delle sostanze psicotrope. A tratti visionario e fantascientifico (come dimenticare la “tuta disindividuante” che gli agenti in incognito indossano per celare la propria identità anche ai colleghi, attraverso la quale cambiano aspetto in continuazione, e il cui effetto mimetico è in fondo replicato dalla stessa tecnica digitale con cui è girato il film?), altre volte quanto mai tragico e concreto (come suggeriscono i toccanti titoli di coda, nei quali Dick ricorda tutti i suoi amici rimasti vittime di anfetamine e sostanze psicotrope), il film ambienta una vicenda di complotti autoritari (la potente corporazione che gestisce la disintossicazione dei dipendenti dalla droga è in realtà la sua prima produttrice) in un mondo allucinato e visionario che ricorda quello dei protagonisti di “Paura e delirio a Las Vegas”, con persone che si trasformano in insetti, ricevono la visita di strani alieni e perdono la percezione del tempo e dello spazio.

30 giugno 2013

Point break (Kathryn Bigelow, 1991)

Point Break - Punto di rottura (Point Break)
di Kathryn Bigelow – USA 1991
con Keanu Reeves, Patrick Swayze
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Johnny Utah (Keanu Reeves), giovane agente dell'FBI appena trasferito in California, deve indagare su una banda di rapinatori di banche che compiono i loro colpi mascherati da ex presidenti degli Stati Uniti (Reagan, Nixon, Carter e Johnson). Insieme al collega Angelo Pappas (Gary Busey), sospetta che dietro ai furti ci possa essere un gruppo di surfisti, che con i proventi delle rapine si finanziano le trasferte invernali nell'emisfero australe. Sotto copertura, si introduce così nelle "tribù" dei praticanti di questo sport, conquistando prima l'amore della bella Tyler (Lory Petty) e poi l'amicizia di Bodhi (Patrick Swayze), carismatico "guru" di un gruppo di amanti degli sport estremi. Naturalmente proprio quest'ultimo si rivelerà essere il capo della banda. Il miglior film della Bigelow (checché ne dicano i giurati del premio Oscar) è una pellicola fra le più iconiche dei primi anni novanta, forse il terzo miglior surf movie della storia (dopo "Un mercoledì da leoni" e "Il silenzio sul mare", ovviamente), che sul classico tema dell'indagine poliziesca (e del buddy movie) innesta riflessioni "filosofiche" sull'amicizia, la libertà, il "sapore" di una vita vissuta pericolosamente. È un film carico di testosterone (il che è ironico, se si pensa che alla regia c'è una donna), a tratti quasi viscerale: un critico, ai tempi, scrisse che "Point Break fa sentire quelli come noi, che non trascorrono la vita in cerca di un'emozione fisica estrema, come cittadini di seconda classe. Il film trasforma lo spericolato valore atletico in una nuova forma di aristocrazia". È inoltre, probabilmente, la pellicola che ha fatto da modello al primo "Fast and Furious", quasi un remake che ne sposta il focus dal surf alle corse automobilistiche illegali. Anche se Reeves sforna una delle sue migliori interpretazioni, a rubare la scena è il personaggio di Swayze, appassionato di filosofia orientale (il nome Bodhi è un diminuitivo di "bodhisattva") e dedito, oltre che al surf (dove è perennemente alla ricerca dell'"onda giusta"), anche al paracadutismo; del suo carisma persino il protagonista fatica a non sentire il fascino. Memorabile la trovata di mascherare i rapinatori come presidenti; fuori posto, invece, il finale in cui Reeves getta via il distintivo come faceva Gary Cooper in "Mezzogiorno di fuoco". In gran parte delle sequenze tra le onde, gli attori non fanno uso di controfigure: Swayze, in particolare, recitò di persona anche nelle scene in cui si getta nel vuoto con il paracadute. Il titolo è un termine del gergo surfistico che si riferisce alla rottura di un'onda quando impatta con una scogliera che emerge dalle acque. James Cameron (ai tempi marito della Bigelow) figura come produttore esecutivo. Nel 2015 è uscito un remake.

22 novembre 2010

Il profumo del mosto selvatico (A. Arau, 1995)

Il profumo del mosto selvatico (A walk in the clouds)
di Alfonso Arau – USA 1995
con Keanu Reeves, Aitana Sanchez-Gijon
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Un giovane reduce della Seconda Guerra Mondiale, insoddisfatto del suo lavoro e con un matrimonio infelice alle spalle, si offre di accompagnare una ragazza incinta e abbandonata, fingendo di essere suo marito, fino alla sua tenuta vinicola nel sud della California (la ragazza proviene da una ricca famiglia di agricoltori di origine ispanica). Nonostante l'iniziale ostilità del padre di lei, i due finiranno per innamorarsi davvero. Lineare e sdolcinato, scontato e prevedibile, il film è il remake di una pellicola di Blasetti del 1942, "Quattro passi fra le nuvole". Gran spreco di paesaggi da cartolina, illuminati da una fotografia ruffiana: il resto sono situazioni stereotipate (le ragazze che pestano l'uva), personaggi-macchietta (i nonni, i domestici), conflitti schematici, risoluzioni facili e senza alcuna fatica, per non parlare di diversi passaggi improbabili (l'incendio che si attacca all'intero vigneto nel giro di pochi secondi). Non male il cast maschile (Keanu Reeves è in buona forma, il padre della ragazza è Giancarlo Giannini, il nonno è Anthony Quinn); del tutto dimenticabile invece la protagonista femminile.

23 marzo 2010

Molto rumore per nulla (K. Branagh, 1993)

Molto rumore per nulla (Much Ado About Nothing)
di Kenneth Branagh – GB/USA 1993
con Kenneth Branagh, Emma Thompson
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Giuseppe.

La commedia di William Shakespeare, un brillante e ricco girotondo di inganni, amori, calunnie ed equivoci, viene messa in scena dall'istrionico Branagh in maniera accattivante e moderna, con l'aiuto di un cast stratosferico, che mescola stelle hollywoodiane (Denzel Washington, Keanu Reeves, Michael Keaton), giovani attori (Robert Sean Leonard e Kate Beckinsale) e vecchie glorie del teatro o del cinema britannico (Richard Briers, Brian Blessed, Phyllida Law, Imelda Staunton). Naturalmente la parte dei mattatori la fanno lo stesso Branagh ed Emma Thompson, all'epoca marito e moglie, che battibeccano e si stuzzicano in continuazione nei panni dei "bisbetici" Benedetto e Beatrice, qui elevati a protagonisti principali anche al di sopra dei giovani amanti Claudio ed Ero. L'amore eccessivamente idealizzato di questi ultimi, infatti, si dimostra vulnerabile ai primi sospetti e alle prime difficoltà, mentre quello temprato da innumerevoli schermaglie poggia invece su basi assai più solide. Senza rinunciare all'impostazione teatrale e ai dialoghi originali (ricordo che dopo aver visto il film per la prima volta andai a consultare il testo scespiriano, stupendomi di ritrovarci pari pari situazioni, battute e dialoghi che avrei giurato fossero stati scritti da uno sceneggiatore contemporaneo apposta per la pellicola!), il film offre anche momenti di grande cinema: basti pensare all'incipit, con l'arrivo dei soldati di Don Pedro nella tenuta di Leonato e tutti i personaggi che si lavano nei fontanili prima di presentarsi all'incontro con le controparti; al ballo notturno in maschera, evocativo e inconfondibilmente "italiano"; e ai due magnifici piani sequenza in occasione della canzone presso la fontana e soprattutto nel finale, quando vengono festeggiate le nozze.

La storia è ambientata a Messina, in Sicilia, ma Branagh ha scelto di girarla in Toscana, in una magnifica villa fra colline e vigneti: proprio questo film, insieme ad altre pellicole degli anni novanta come "Io ballo da sola" di Bernardo Bertolucci, ha contribuito a cementare l'amore fra gli inglesi e quello che ormai chiamano "Chiantishire", spingendo molti cittadini britannici (l'ex premier Tony Blair in testa) ad acquistare casolari e tenute nella regione. L'ambientazione è un elemento fondamentale per il successo del film (che non a caso si apre e si chiude sul paesaggio delle colline toscane), attraversato dall'atmosfera estiva, da un'allegria contagiosa (feste, risate, canti, balli), da un umorismo sfrenato (le smorfie di Benedetto; il linguaggio nonsense, bislacco e ricco di malapropismi del capo delle guardie, interpretato da un farsesco Michael Keaton che cita persino i Monty Python quando cammina mimando una cavalcata), ma anche da toni malinconici e finanche tragici, con i complotti del perfido Don Juan (un Keanu Reeves severo e arcigno) ai danni del fratello Don Pedro (un Denzel Washington solare e in gran forma), di cui fanno le spese Claudio ed Ero e che scatenano il dramma prima dell'immancabile lieto fine. Azzeccata anche la colonna sonora di Patrick Doyle, con un paio di canzoni assai gradevoli e orecchiabili (il testo della prima, "Sigh no more", apre il film a mo' di didascalia). La pellicola ha anche contribuito a rinnovare il popolare legame fra il grande pubblico, il cinema e Shakespeare, che lo stesso Branagh aveva riportato in auge sin dal suo "Enrico V" del 1989, mostrandone tutta l'attualità.

14 novembre 2009

Belli e dannati (Gus Van Sant, 1991)

Belli e dannati (My own private Idaho)
di Gus Van Sant – USA 1991
con River Phoenix, Keanu Reeves
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni, Eleonora e Ginevra.

Mike (Phoenix) e Scott (Reeves) sono due ragazzi di strada, che vendono il proprio corpo e vivono alla giornata. Il primo è narcolettico (dunque lo vediamo spesso dormire sulle strade o all'aperto), ossessionato dai ricordi d'infanzia e soprattutto da quelli della madre che lo ha abbandonato poco dopo la nascita; il secondo è il rampollo di un ricco e potente uomo politico (il sindaco di Portland) che – anche come atto di ribellione nei confronti del padre – ha scelto di rinunciare a un'esistenza agiata per vivere ai margini della società. Per aiutare l'amico a rintracciare la madre, Scott lo accompagna nel suo viaggio da Seattle all'Oregon, dall'Idaho ("lo stato delle patate") all'Italia. Le loro storie personali si intrecciano: se la ricerca di Mike fa da filo conduttore alla pellicola, la vicenda di Scott è invece ispirata – con tanto di dialoghi "aulici" ripresi pari pari dal dramma originale – all'Enrico IV di Shakespeare, naturalmente con Scott nei panni del principe Henry. William Richert è Bob, il Falstaff della situazione, l'anziano e gaudente "maestro di vita" adorato (e sbeffeggiato allo stesso tempo) dai ragazzi, che viene poi rinnegato da Scott una volta che questi ha ripreso il proprio posto nella società. Molto bella la scena dei due funerali paralleli ma assai diversi fra loro, quello del padre di Scott e quello di Bob. Film folgorante, insolito, ricco di squarci surreali (le copertine delle riviste gay che si animano e parlano fra loro) o iperreali (i paesaggi, le strade infinite, le case), con una bella fotografia dai colori vivaci e dipinti. Come dice Mereghetti, "Van Sant è singolarmente pudico nell'affrontare il tema della prostituzione maschile e dell'amore omosessuale". Il lungometraggio, infatti, non mira a suscitare scandalo ma semplicemente a rappresentare le inquietudini, le pulsioni, gli amori e la solidarietà di personaggi anarchici e "diversi". Manca forse un po' di compattezza e coerenza, con la sceneggiatura che alterna scene intense a sequenze meno riuscite e svolte narrative consapevoli ad altre che sembrano improvvisate: ma anche questo fa parte del suo DNA. Ottima comunque la regia, che rivela già tutte le capacità multiformi del talentuoso Van Sant (il film è così diverso dal precedente "Drugstore cowboy"!). Il titolo originale si riferisce probabilmente al desiderio di Mike di trovare un proprio posto nel mondo dove vivere felicemente: se possibile il luogo delle sue origini, che infatti sogna più volte nel corso del suo viaggio. Le comunità dei "ragazzi di vita" di Portland e di Roma – e qui il pensiero corre a Pasolini – sono incredibilmente simili. Forse si tratta dell'interpretazione più celebre di River Phoenix, che richiama il James Dean di "Gioventà bruciata" (per l'acconciatura e il giubbino rosso) e che vinse a Venezia la Coppa Volpi come miglior attore, due anni prima della sua tragica scomparsa. Nel cast anche Chiara Caselli (la ragazza italiana di cui si innamora Scott) e Udo Kier (l'ambiguo tedesco Hans).

14 novembre 2008

Constantine (Francis Lawrence, 2005)

Constantine (id.)
di Francis Lawrence – USA 2005
con Keanu Reeves, Rachel Weisz
**

Visto in DVD.

John Constantine è un personaggio ideato da Alan Moore nel periodo in cui lo scrittore inglese lavorava sulla testata "Swamp Thing". La popolarità del character, il cui aspetto era ispirato a quello del cantante Sting, spinse la DC Comics (non ancora Vertigo) a renderlo protagonista di una serie personale, "Hellblazer", una delle più fortunate dell'etichetta for mature readers della casa editrice. Di quel personaggio il film prende solo alcuni aspetti e ne cambia personalità, caratteristiche e setting: il Constantine cinematografico è americano e non inglese, veste come uno yuppie in giacca e cravatta e non in trench coat, lotta per conquistarsi un posto in paradiso anziché per puro spirito di avventura e per attrazione verso l'occulto, ed è molto meno cinico e sarcastico. Francamente, viste le premesse, mi aspettavo un totale disastro: e invece, se si dimentica qual è il materiale di origine e lo si guarda come una pellicola a sé stante, in fondo il film ha una bella atmosfera (non male nemmeno gli effetti speciali) e presenta diversi spunti interessanti. Constantine è ritratto come un esorcista laico, senza fede ("tu non credi, tu sai", gli dice un ambiguo angelo interpretato da Tilda Swinton) e alle prese con il tentativo, da parte del figlio di Satana, di invadere il mondo degli esseri umani, trasgredendo la regola che vieta a demoni e angeli di intervenire direttamente nelle vicende degli uomini. Nel complotto rimane coinvolta anche una poliziotta con poteri paranormali, convinta che il misterioso suicidio della sorella gemella sia stato dovuto a qualche intervento soprannaturale. L'originalità della pellicola sta nel mettere in scena una lotta fra il bene e il male nel quale l'eroe non parteggia per l'una o per l'altra parte (anzi, le disprezza entrambe) ma cerca di restare a galla nel mezzo. La sottotrama del tumore ai polmoni proviene dal primo celebre ciclo di albi scritto da Garth Ennis, anche se viene risolta in maniera ben più semplicistica. E alla fine Constantine smette di fumare: il "vero" John non l'avrebbe mai fatto.

5 febbraio 2008

Dracula (Francis F. Coppola, 1992)

Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker's Dracula)
di Francis Ford Coppola – USA 1992
con Gary Oldman, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi, Kinuko, Marcello, Maddalena e Giuseppe.

Di tutte le versioni cinematografiche di Dracula, quella di Coppola è la più fedele al testo originale di Stoker (citato anche nel titolo!), del quale ripropone – ma solo in parte – persino la struttura epistolare. Le scenografie, la fotografia cupa e colorata e le buone interpretazioni di Oldman (un ambiguo Dracula), della Ryder (una tormentata Mina) e di Anthony Hopkins (un sardonico Van Helsing), ma anche il folle Senfield interpretato da Tom Waits, sono le cose migliori di un film che però è tutt'altro che perfetto e a volte si fatica a prendere sul serio. I toni fumettosi e la sceneggiatura sopra le righe, per esempio, non mi hanno mai affascinato particolarmente, e i personaggi minori (come i tre pretendenti di Lucy) rimangono sullo sfondo e sono poco caratterizzati. Completamente anonimo, infine, è Keanu Reeves nei panni di Jonathan Harker. Coppola non esita ad accostare al vampirismo gli abusati temi della cinematografia (le scene a Londra "velocizzate" sono piuttosto carine) e del sesso (soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Lucy, ma anche con l'apparizione delle tre conturbanti vampire fra le quali spicca una Monica Bellucci che non parla e che dunque risulta più che convincente) e sforna un film barocco che parte bene ma che lungo la strada perde interesse, tanto che lo scontro finale con il vampiro si rivela tutt'altro che memorabile.