Visualizzazione post con etichetta Piscine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piscine. Mostra tutti i post

5 novembre 2022

Making a splash (Peter Greenaway, 1984)

Making a splash
di Peter Greenaway – GB 1984
con attori non professionisti
***

Visto su YouTube.

Uno dei più affascinanti fra i lavori meno noti di Peter Greenaway, questo "piccolo" documentario senza parole (ad accompagnare le immagini c'è solo l'incessante e indispensabile musica di Michael Nyman), sul rapporto fra l'uomo e l'acqua, è il degno erede – vista l'ambientazione prevalente in piscina e il focus, nella seconda parte, sugli allenamenti di una squadra di nuoto sincronizzato – del "Taris" di Jean Vigo. Il rapido succedersi di immagini, movimenti, colori, luci, suoni e musica dà vita a un'armonia che cattura immediatamente lo spettatore, anche perché celebra qualcosa che è di natura ancestrale, un legame con le nostre origini, in tutti i sensi. Si comincia con piccole gocce che cadono dalle foglie, che formano poi rigagnoli, cascatelle e infine fiumi, popolati da pesci. Giungiamo infine alle piscine, dove i neonati muovono i primi passi, lasciando poi il posto a bambini e adolescenti che giocano o si lanciano in acqua dagli scivoli, ad adulti che si tuffano, a sportivi che nuotano o competono, fino a mostrare, nella lunga parte conclusive, le evoluzioni coreografate e caleidoscopiche delle danzatrici del nuoto sincronizzato, il tutto inframmentato occasionalmente da superfici marine o increspature sull'acqua (dai riflessi scintillanti o illuminate dal rosso del sole al tramonto o dal biancore della luna) e incorniciato da un montaggio rapido e ritmico, che va di pari passo con la colonna sonora di Nyman (il brano è "Water dances").

10 novembre 2019

Naissance des pieuvres (C. Sciamma, 2007)

Naissance des pieuvres
di Céline Sciamma – Francia 2007
con Pauline Acquart, Adèle Haenel
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La minuta e taciturna quindicenne Marie (Pauline Acquart) si invaghisce della bella Floriane (Adèle Haenel), spigliata capitana della squadra di nuoto sincronizzato, e fa di tutto per diventarne amica e confidente, accettando persino di favorirne gli incontri con François, il ragazzo di cui anche l'amica Anne (Louise Blachère) è innamorata. Inedito in Italia (a quanto mi risulta), il film è l'opera d'esordio di Céline Sciamma, regista che con i successivi "Tomboy" e "Ritratto della giovane in fiamme" continuerà a raccontare storie di giovani donne alla scoperta dei propri sentimenti e della propria sessualità. Già in questa opera prima dimostra di saperlo fare con estrema delicatezza, ritraendo tutto il disagio e l'insicurezza di chi si sente fuori posto nel mondo ("Non sono normale", dice Marie ad Anne) e cerca disperatamente di trovare qualcosa o qualcuno cui aggrapparsi. Di fronte alla goffaggine e all'infantilismo di Anne, Marie pensa bene di "scaricarla" in favore di Floriane, che le appare invece più sicura di sé, matura e disinibita (ha infatti la fama di ragazza che ha già avuto molte esperienze): ma si renderà conto che non è così. Gli sguardi, i silenzi, le dinamiche dell'amicizia e degli amori adolescenziali (con annesse delusioni, sofferenze e tradimenti che conducono a una presa di consapevolezza anche amara) rendono il film molto gradevole e realistico, nonostante qualche leggera forzatura. Buona anche la regia, che gioca molto col "non detto", soprattutto nelle scene finali. Adèle Haenel era la compagna della regista all'epoca.

17 dicembre 2018

A bigger splash (Luca Guadagnino, 2015)

A bigger splash
di Luca Guadagnino – Italia/Francia 2015
con Ralph Fiennes, Tilda Swinton
**

Visto in TV.

L'introverso fotografo Paul (Matthias Schoenaerts) e la cantante rock Marianne (Tilda Swinton), temporaneamente muta perché operata alle corde vocali, sono in vacanza a Pantelleria. Qui vengono raggiunti da Harry (Ralph Fiennes), produttore musicale ed ex fidanzato di Marianne, insieme alla sua giovanissima figlia Penelope (Dakota Johnson). L'entusiasmo invadente di Harry e la provocante sensualità di Penelope incrinano subito il fragile equilibrio, portando alla luce tensioni pronte a scoppiare... Remake de "La piscina" di Jacques Deray, è un raro caso in cui il rifacimento è migliore dell'originale. Rispetto al film del 1969, infatti, c'è maggiore attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, cui viene fornito un background interessante (il tentato suicidio di Paul, per esempio) e vengono indagate le relazioni passate (anche grazie ad alcuni brevi flashback). L'ottima prova dei quattro protagonisti (strepitoso soprattutto Fiennes, davvero in gran forma: e dire che nel film di Deray il personaggio di Harry era quasi insignificante, mentre qui è una forza trainante) e la bella ambientazione (una Pantelleria immersa in un'atmosfera pigra ed estiva, simile a quella che Guadagnino riproporrà in "Chiamami col tuo nome") rendono assai piacevole il film almeno per due terzi. Ma nell'ultima mezz'ora crolla tutto, anche perché la trama è in fondo poco interessante, la svolta da thriller impedisce il naturale sviluppo dei temi imbastiti fino ad allora, e la pellicola scivola verso un finale deludente (imbarazzante e del tutto fuori posto, poi, la scena finale dell'autografo sotto la pioggia). Nel cast anche Aurore Clément, Lily McMenamy e Corrado Guzzanti (il maresciallo dei carabinieri). Fastidioso il doppiaggio nella sequenza dell'interrogatorio di Marianne (dove era evidente che in originale i personaggi parlavano lingue diverse, per mezzo di un interprete). Tante le nudità integrali (anche per Fiennes e la Johnson), mentre il setting "esotico" lascia immaginare che il film fosse rivolto a un pubblico internazionale più che a quello italiano. Inevitabili, ma spuri, i molti riferimenti all'emergenza dei migranti. Nella colonna sonora, alcuni brani del "Falstaff" di Verdi. Il titolo è preso da un dipinto pop di David Hockney.

5 novembre 2018

La piscina (Jacques Deray, 1969)

La piscina (La piscine)
di Jacques Deray – Francia 1969
con Alain Delon, Romy Schneider
*1/2

Visto in TV.

Ospiti in una villa con piscina sulla Costa Azzurra durante le vacanze estive, la pace dei coniugi Jean-Paul (Alain Delon) e Marianne (Romy Schneider) è turbata dall'arrivo inatteso di Harry (Maurice Ronet), vecchio amico dell'uomo ed ex amante della donna, insieme alla sua figlia diciottenne Penelope (Jane Birkin). La presenza di Harry suscita la gelosia di Jean-Paul, che forse anche per questo motivo trasferisce le proprie attenzioni sulla ragazza... Scritto da Deray insieme a Jean-Claude Carrière (che hanno fatto una sorta di incrocio fra "I diabolici" e "Un uomo a nudo"), un film pruriginoso nella prima parte (con la macchina da presa che indugia sui corpi seminudi dei protagonisti), troppo tirata per le lunghe con le sue descrizioni dei noiosi riti di seduzione dell'alta borghesia, e che nel finale vira verso il thriller, quando le tensioni sotterranee finiscono con l'esplodere (senza comunque rinunciare a un'atmosfera sospesa e di continua attesa). I protagonisti sono tutte figure vuote, annoiate e insignificanti (come rivelano anche i loro mestieri: il pubblicitario e scrittore fallito, l'autore di canzonette...), senza un vero legame con il mondo esterno (ma anche i rapporti fra di loro sono esili, al punto che servirà una tragedia per far riavvicinare almeno un poco i due coniugi). Delon e la Schneider (che erano stati una coppia nella vita reale fino a pochi anni prima) esibiscono una discreta alchimia, Ronet non si fa notare, mentre la Birkin appare svagata e fuori parte nel ruolo della ragazza candida e ingenua. Musica di Michel Legrand. Rifatto da Luca Guadagnino nel 2015 ("A bigger splash").

15 agosto 2018

Il laureato (Mike Nichols, 1967)

Il laureato (The Graduate)
di Mike Nichols – USA 1967
con Dustin Hoffman, Anne Bancroft
***1/2

Rivisto in DVD.

Tornato a casa dal college dopo essersi "laureato" a pieni voti (in realtà si tratta di un Bachelor of Arts, poco più che un diploma e non proprio corrispondente alla nostra laurea), il ventunenne Benjamin Braddock (un Dustin Hoffman a inizio carriera, che proprio con questa pellicola rivelò il suo straordinario talento al grande pubblico) non sa più cosa fare della propria vita. Incerto sul suo avvenire, disinteressato ai consigli dei genitori o dei loro amici (impagabile l'industriale che gli suggerisce di buttarsi nella "plastica"), sperso di fronte a un universo sociale, familiare ed economico in cui non si identifica (significativo lo sguardo apatico e fisso nel vuoto che mostra sin dalla primissima inquadratura del film, quella dell'atterraggio in aereo e del successivo passaggio sul nastro trasportatore in aeroporto), Ben attira su di sé le "attenzioni" della signora Robinson (Anne Bancroft), amica di famiglia e moglie di un socio in affari del padre, una donna ricca, annoiata, alcolizzata ma ancora piacente, che con suo grande imbarazzo tenta esplicitamente di sedurlo. Dopo un iniziale rifiuto, i due finiscono per diventare amanti, incontrandosi a più riprese in una camera d'albergo. Tutto cambierà però quando il ragazzo conoscerà la coetanea Elaine (Katharine Ross), figlia della signora Robinson, che infatti aveva fatto di tutto affinché i due giovani non uscissero insieme. Fra i due scatterà l'amore a prima vista: un amore vero, stavolta, non fasullo o imposto dalla noia, dalle circostanze, dal conformismo o dalle costrizioni... Una pellicola iconica, uno dei film più importanti della seconda metà degli anni sessanta, che come pochi seppe interpretare le inquietudini e l'insofferenza di un'intera generazione verso i valori e la morale di quella che l'aveva preceduta. Non a caso apparve nel momento storico in cui finalmente Hollywood stava superando gli obblighi e i paletti del codice Hays, le norme di autocensura che impedivano di affrontare sullo schermo in maniera realistica o matura temi sociali o sessuali (norme alle quali già altre pellicole, come "Chi ha paura di Virginia Woolf?" dello stesso Nichols, avevano dato le prime spallate). Perfettamente figlio dei suoi tempi e, se vogliamo, in linea con i temi del malessere e della "contestazione" giovanile (anche se nella sceneggiatura sono assenti riferimenti politici), il film riscosse un grande successo di pubblico e di critica, con sette nomination ai premi Oscar, vincendo quello per la miglior regia. Fondamentale, al riguardo, anche la colonna sonora, con le bellissime canzoni di Simon & Garfunkel ("The Sound of Silence", "April Come She Will" e "Mrs. Robinson", quest'ultima scritta appositamente per il film).

Se le influenze del cinema europeo sono evidenti (in particolare quelle de "La notte" e di altri film di Antonioni che raccontavano l'alienazione e l'incomunicabilità, specie nella borghesia), il film è comunque da considerare uno dei capolavori del cinema americano con il suo misto di commedia, satira e attenzione all'ambiente sociale. La regia di Nichols è innovativa e dinamica, e alterna sequenze con la macchina da presa mobile (che segue da vicino il protagonista) a memorabili scelte di montaggio o di campo: dall'incipit – già citato – all'aeroporto, alla celeberrima inquadratura della gamba della signora Robinson mentre il protagonista è sullo sfondo; dalla scena della fila interminabile di anziani che escono dall'hotel in cui Ben vorrebbe entrare, all'ardito passaggio con lui che esce dalla piscina e si ritrova a letto con l'amante; per non parlare del finale dirompente e dissacrante – del tutto irrealistico ma entrato nell'immaginario collettivo – dell'irruzione al matrimonio, con i pugni sbattuti sulla vetrata della chiesa e l'utilizzo del crocifisso come arma per sbaragliare gli invitati prima di fuggire con la sposa. Una fuga in autobus, si badi bene, visto che l'auto di lusso (un'Alfa Romeo Spider) regalata a Ben dai genitori come premio per la laurea era stata abbandonata in panne senza troppi rimpianti: per gran parte del film, ma soprattutto nella seconda parte (dall'incontro con Elaine in poi: in precedenza l'incertezza la faceva da padrona, frammista a timidezza e insicurezza) il ragazzo procede spedito per la sua strada senza più curarsi del perbenismo e delle opinioni degli altri. Certo, proprio nell'ultima inquadratura del film torna lo sguardo sperso che avevamo visto all'inizio, stavolta condiviso con Elaine: anche se ha seguito il proprio cuore, Ben sembra ripiombare nell'incertezza per il proprio futuro ("e ora dove andiamo?"). Dietro una trama all'apparenza puramente "scandalosa" (la relazione adulterina di un ragazzo con una donna che potrebbe essere sua madre) sono dunque leggibili tante metafore che il contesto sociale e culturale non fa che esacerbare (le piscine in cui si va "alla deriva", o sul cui fondale ci si adagia con la tuta da sub; l'acquario con i pesci senza via d'uscita; e ancora: scenari asettici o impermeabili alle emozioni, come le case, l'albergo per gli incontri clandestini, il locale di strip tease). Svariate attrici affermate (fra cui Doris Day) rifiutarono la parte della signora Robinson. Murray Hamilton è il signor Robinson, lo sceneggiatore Buck Henry (che insieme a Calder Willingham ha adattato il romanzo di Charles Webb) interpreta il receptionist dell'albergo.

11 agosto 2018

Taris o del nuoto (Jean Vigo, 1931)

Taris o del nuoto (Taris, roi de l'eau, aka La natation par Jean Taris)
di Jean Vigo – Francia 1931
con Jean Taris
**1/2

Visto su YouTube.

Un breve documentario "didattico" di 10 minuti su Jean Taris, campione francese di nuoto, realizzato da Vigo per conto della GFFA (Gaumont). Si tratta del suo primo lavoro sonoro (Taris non parla, ma c'è un narratore e una colonna sonora), ed era destinato a far parte di un cine-notiziario. Il film riprende il nuotatore in azione e ne analizza in dettaglio la tecnica (usando primi piani o campi ravvicinati, e all'occorrenza anche particolari tecniche di montaggio: l'effetto reverse per mostrare l'ingresso in acqua, il ralenti per le bracciate, riprese sott'acqua per le virate, la respirazione o il movimento dei piedi). Quasi un corso accelerato di nuoto per il grande schermo. Anche se l'interesse è più storico che artistico, il cortometraggio appare a tratti decisamente innovativo: le immagini delle immersioni, in particolare, anticipano una delle sequenze più celebri dell'ultimo lavoro di Vigo, "L'Atalante" (la scena del tuffo nel canale, vista tante volte nella sigla di "Fuori Orario"). Nel finale, una sovrimpressione "veste" Taris dopo che è uscito dalla piscina, e un trucco ottico lo fa camminare sull'acqua mentre saluta gli spettatori.

9 settembre 2016

Swimming pool (François Ozon, 2003)

Swimming Pool (id.)
di François Ozon – Francia/GB 2003
con Charlotte Rampling, Ludivine Sagnier
**1/2

Rivisto in divx.

La scrittrice inglese Sarah Morton (Rampling), scostante e solitaria, si reca in Francia per trascorrere qualche giorno da sola nella villa di campagna del suo editore John (Charles Dance), nella speranza di ritrovare l'ispirazione. Qui è però raggiunta all'improvviso dalla figlia di John, la spigliata e disinibita Julie (Sagnier), che sconvolge la sua vita con una ventata di giovinezza e sensualità (fa il bagno nuda nella piscina della villa, porta a casa ogni notte un uomo diverso). Sarah è disturbata e attratta al tempo stesso dall'ingombrante presenza della ragazza, e all'ostilità iniziale si sostituisce una morbosa curiosità: non può fare a meno di spiarla, ne copia le pagine del diario e ben presto la trasforma nella protagonista del nuovo libro che sta scrivendo. Ma è tutta realtà oppure, come l'improvvisa (e improbabile) svolta "gialla" suggerisce, soltanto frutto della sua fantasia? Il finale spiazzante dà la risposta e rivela la reale portata dell'immaginazione della scrittrice (già intravista in precedenza nei suoi sogni, nei quali coinvolge – oltre a Julie – anche un aitante cameriere del vicino villaggio e il vecchio giardiniere della villa). Da uno spunto esile, Ozon – anche sceneggiatore insieme a Emmanuèle Bernheim – trae un thriller ambiguo e sofisticato che non lascia indifferente lo spettatore, grazie alla suspense e alla consueta attenzione alla psicologia dei personaggi. Il tema, evidentemente caro al regista francese (visto che tornerà nei successivi "Angel" e "Nella casa"), è quello del labile confine fra realtà e finzione, e in particolare dello scrittore che si ispira alla realtà, inglobandola nei propri libri e sostituendo l'immaginazione alla vita vera. Entrambe le interpreti avevano già lavorato con Ozon: la Rampling in "Sotto la sabbia", Ludivine in "Gocce d'acqua su pietre roventi" (anche lì a seno nudo) e "8 donne e un mistero".

19 giugno 2016

L'effetto acquatico (Sólveig Anspach, 2016)

L'effetto acquatico (L'effet aquatique)
di Sólveig Anspach – Francia/Islanda 2016
con Samir Guesmi, Florence Loiret Caille
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Innamorato dell'istruttrice Agathe, l'operaio Samir si iscrive alla piscina comunale di Montreuil e finge di non saper nuotare per poter prendere lezioni da lei. Le cose si complicheranno quando Agathe si reca in Islanda per partecipare a un congresso internazionale, e Samir la segue spacciandosi per il delegato israeliano. Simpatica commedia romantica franco-islandese, con personaggi bizzarri (i custodi della piscina; i due islandesi che ospitano Agathe e Samir, consiglieri municipali a giorni alterni; in generale, tutti i personaggi di contorno), situazioni esilaranti (il discorso improvvisato di Samir al convegno) e tanti momenti divertenti, nonostante una sceneggiatura un po' improvvisata, che passa da una situazione all'altra saltando di palo in frasca e senza preavviso (a un certo punto Samir perde la memoria, e sarà Agathe, che nel frattempo ha capito di ricambiare il suo affetto, a cercare di conquistarlo). Il suo maggior pregio è quello di fondere bene lo spirito caldo e romantico del cinema francese con l'ambientazione nordica, fredda e surreale. È purtroppo l'ultimo film della regista, morta di tumore alla fine delle riprese.

16 giugno 2014

Thermae Romae II (Hideki Takeuchi, 2014)

Thermae Romae II
di Hideki Takeuchi – Giappone 2014
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Tornano l'architetto romano Lucius e i suoi bizzarri viaggi nel tempo fino al Giappone moderno, per "carpire" i segreti delle terme nipponiche e riproporli nell'Antica Roma. Se possibile, questo secondo lungometraggio tratto dal manga di Mari Yamazaki (che stavolta si identifica in tutto e per tutto nella coprotagonista femminile, Mami) è ancora più kitsch e divertente del primo capitolo, del quale ripropone temi, soggetto, stile e ambientazione. Dopo aver realizzato terme per i gladiatori del Colosseo (ispirandosi a quelle per i lottatori di sumo) e per i bambini (copiando i moderni "acquapark"), per difendere il sogno di pace dell'imperatore Adriano dagli intrighi del Senato Lucius dovrà creare un'utopica città termale senza precedenti, con tanto di "bagni misti". Gag a profusione, anacronismi (voluti), strizzatine d'occhio, il tutto condito con molta ironia, l'umorismo demenziale tipico dei manga e le arie d'opera di Puccini, Leoncavallo e Verdi (a proposito: l'improbabile cantante pavarottiano è qui protagonista a sua volta di una serie di sketch con tutta la sua famiglia!), più – tanto per far numero – brani di Smetana e di Dvořák. E nel finale si sfiora il metacinema (o il metafumetto?). Ancora ottimi, visto che si tratta di un film giapponese (che si solito non brillano per budget) scenografie, effetti e ricostruzione storica: ma quando i personaggi parlano in latino, è meglio tapparsi le orecchie o, magari, riderci sopra!

14 dicembre 2013

Un uomo a nudo (Frank Perry, 1968)

Un uomo a nudo (The swimmer)
di Frank Perry – USA 1968
con Burt Lancaster, Janice Rule
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli.

Ospite di alcuni amici nella loro villa con piscina sulle colline del Connecticut, in un'assolata domenica di fine estate, Ned Merrill decide di tornare a casa a piedi, o meglio "a nuoto", bagnandosi, una dopo l'altra, in tutte le piscine delle ville della contea che lo separano dalla sua formando una sorta di catena (o un "fiume", come lo chiama lui). Quella che sembra soltanto una bizzarria da parte di un uomo di successo, che si distingue dai suoi amici di mezza età per essere rimasto ancora un sognatore e un ottimista come quando era giovane, un dongiovanni tuttora atletico e con una famiglia felice che lo aspetta (una moglie e due figlie, che cita continuamente e con orgoglio), si rivelerà una sorta di Odissea al contrario, una parabola dove il viaggio verso casa comporta l'amara e dolorosa presa di coscienza del proprio fallimento. Piscina dopo piscina, scopriremo infatti – e forse anche lui con noi, visto che sembrava averlo rimosso – che l'immagine idilliaca che ci era stata presentata poggiava su basi ormai crollate, fino al più completo sfacelo. Ogni tappa del viaggio rappresenta un aspetto della personalità del protagonista che viene alla luce, in maniera non sempre piacevole, cancellando il falso sorriso che sfoggiava all'inizio (l'incontro con il bambino è un tuffo nella propria infanzia solitaria, quello con l'amante mette in crisi il suo orgoglio di dongiovanni, la festa e la piscina pubblica rappresentano le fasi di un'umiliazione sociale, dapprima da parte dei membri della sua stessa classe alto-borghese e poi da quelli del proletariato). Frank Perry ("David e Lisa", "Brevi giorni selvaggi") è uno dei registi più interessanti – e purtroppo misconosciuti – del cinema americano degli anni sessanta: qui tratteggia magistralmente, con un linguaggio che a volte assume i tratti surreali dell'allegoria, un'epoca in cui i miti del successo, del benessere e dell'american dream cominciavano a incrinarsi e a venarsi di inquietudine e di dubbi. Lancaster (a petto nudo e in costume da bagno – o addirittura senza – per l'intera durata della pellicola) è il mattatore, mentre fra i comprimari si segnalano Janet Landgard (la giovane babysitter), Joan Rivers (la donna alla festa) e Janice Rule (l'ex amante). La sceneggiatura di Eleanor Perry (moglie e collaboratrice abituale del regista) è tratta da un racconto breve di John Cheever. Alcune scene sarebbero state rigirate da Sydney Pollack (non accreditato) su richiesta dei produttori, che ritenevano "troppo intellettuale" l'interpretazione di Perry.

17 giugno 2012

Thermae Romae (Hideki Takeuchi, 2012)

Thermae Romae (id.)
di Hideki Takeuchi – Giappone 2012
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Che cosa hanno in comune gli antichi romani e i moderni giapponesi? La cultura delle terme! Il protagonista di questa bizzarra pellicola, tratta da un manga di Mari Yamazaki, è Lucius Modestus, architetto al servizio dell'imperatore Adriano (siamo nel secondo secolo dopo Cristo). Questi, convinto che per il bene dell'impero sia essenziale aiutare i cittadini a ritemprare il corpo e lo spirito, lo incarica di costruire per lui delle terme mai viste prima. Attraverso un misterioso varco che collega le thermae romane con gli onsen giapponesi, Lucius compie incredibili viaggi nel ventunesimo secolo, da cui prende ispirazioni e idee per ricreare a Roma delle terme simili a quelle nipponiche. E conquisterà l'amore della giovane Mami, aspirante disegnatrice di manga che lo eleggerà come "eroe" carismatico, protagonista ideale della sua opera d'esordio. Superato lo shock di vedere un attore con gli occhi a mandorla recitare nella parte di un antico romano che parla in latino e veste la toga, e l'assurdità di una trama incentrata su viaggi nel tempo attraverso vasche da bagno e stazioni termali (uno spunto, fra l'altro, che ricorda un paio di episodi di "Lamù"), rimane un film divertente e autoironico, per quanto sia essenzialmente una stupidaggine. In ogni caso la ricostruzione storica e l'attenzione ai dettagli sono più curate che in blockbuster hollywoodiani come "Il gladiatore". Non mancano curiosi spunti di approfondimento sociale: Lucius che afferma "nessuno ama le terme come noi romani" ma che poi si cruccia per aver copiato, senza alcun slancio creativo, le idee della "tribù dei volti piatti" (il che è ironico, visto che spesso sono i giapponesi a essere stati accusati di copiare le idee altrui); Adriano che intende "dominare gli altri popoli con la cultura, e non con la forza"; i romani che ammirano il "lavoro di squadra" dei giapponesi. La colonna sonora, un po' scontata a dire il vero, è a base di brani d'opera (di Verdi e di Puccini): impagabile il cantante simil-Pavarotti che intona le arie durante i "viaggi" di Lucius.

28 marzo 2012

Nostalghia (Andrej Tarkovskij, 1983)

Nostalghia (id.)
di Andrej Tarkovskij – Italia/URSS 1983
con Oleg Yankovskij, Erland Josephson
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Lo scrittore Andrei Gorchakov (Oleg Yankovskij) giunge in Italia sulle tracce di un musicista russo del settecento che visse da esule in Toscana. Mentre visita il piccolo centro termale di Bagno Vignoni, in compagnia della sua guida e interprete Eugenia (Domiziana Giordano), incontra Domenico (Erland Josephson), un uomo da poco uscito dal manicomio. Questi gli rivela che per "salvare il mondo" è necessario attraversare la vasca medievale di Santa Caterina con una candela accesa in mano, e affida proprio a lui l’incarico. Rimasto colpito dalla "follia" di Domenico, con cui si sente stranamente in sintonia ("Una goccia più una goccia non fa due gocce ma una goccia più grande!"), ma soprattutto tormentato da sogni e ricordi della propria famiglia (rimasta in Russia) e da inquietanti segni premonitori (le piume che cadono dal cielo, l'incontro con una bambina di nome Angela), Gorchakov rifiuta le avances di Eugenia e sceglie di rimanere da solo nella campagna toscana. E proprio nello stesso istante in cui Domenico – che si è fatto portavoce di una protesta dei "pazzi" contro la società moderna – si dà fuoco a Roma al suono della nona sinfonia di Beethoven, Gorchakov muore dopo aver attraversato la fatidica vasca. Il primo film girato da Tarkovskij fuori dalla Russia (il secondo, tre anni più tardi, sarà “Sacrificio”), prodotto dalla Rai e sceneggiato insieme a Tonino Guerra, è perfettamente in linea con i temi e la poetica degli altri suoi lavori. L'argomento, come suggerisce il titolo, è quello del sentimento che pervade i russi quando si trovano lontani (per scelta o per costrizione) dalle proprie radici: non solo nostalgia ma anche incertezza verso il futuro, una situazione in cui la distanza e l'alienazione possono spingere a dimenticare le barriere fisiche in favore di quelle spirituali. La nostalgia è anche verso quella purezza primordiale, quello stato di armonia interiore che il mondo moderno (il consumismo, la corruzione, l'inquinamento) mette continuamente a repentaglio: e solo i "pazzi" sembrano accorgersene. Il personaggio interpretato da Yankovskij è ovviamente una proiezione dello stesso Tarkovskij, di cui riflette lo smarrimento e le preoccupazioni di un periodo in cui stava meditando di lasciare definitivamente l'Unione Sovietica, dove erano invece rimasti la moglie e il figlio (che, a differenza sua, non avevano avuto il permesso di espatriare). I sogni e le visioni del protagonista (rigorosamente in monocromia) fondono e confondono il passato con il presente, la Russia con la Toscana: memorabile, per esempio, l'inquadratura finale, in cui la casa di famiglia e la campagna russa sono "contenuti" all'interno delle rovine dell'abbazia di San Galgano, segno della capacità di aver finalmente riunito i due opposti dentro di sé. Un altro esempio è dato dal cane di Domenico, identico a quello che appare nelle visioni di Gorchakov: ed è proprio l'animale – una sorta di guida, come quello di “Stalker” – a rappresentare un legame fra i due uomini prima ancora che essi si incontrino. I luoghi dell’infanzia e la nostalgia del grembo materno (cui allude anche l'affresco della "madonna del parto" di Piero della Francesca) diventano qui una prefigurazione della morte, come se inizio e fine della vita si toccassero. Quanto al piano-sequenza dell'attraversamento della vasca con la candela in mano, che riesce solo al terzo tentativo, è una delle scene più note di tutto il cinema del regista russo, vuoi per l’intensità della sequenza (che rappresenta il vero e proprio climax del film), vuoi per il fascino del luogo. Molto evocativa la fotografia di Giuseppe Lanci, che esalta gli scenari di una Toscana medievale e soffocata da nebbia e umidità, fra stanze d'albergo deserte, case diroccate e chiese sommerse dall'acqua. Le poesie che il protagonista recita, in russo, sono del padre del regista, Arsenij Tarkovskji.

9 settembre 2011

La ragazza del bagno pubblico (J. Skolimowski, 1970)

La ragazza del bagno pubblico (Deep End)
di Jerzy Skolimowski – Gran Bretagna 1970
con Jane Asher, John Moulder-Brown
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Mike, quindicenne che ha da poco lasciato la scuola, viene assunto come inserviente in una struttura di bagni pubblici frequentata da una clientela perversa e bizzarra. Qui si innamora della sua bella collega ventenne Susan, al punto da seguirla di nascosto e di curiosare nella sua vita privata, che peraltro non è priva di contraddizioni (ha un fidanzato ma è contemporaneamente l'amante del suo ex professore di liceo). Finirà in tragedia. Caratterizzato da un taglio psicologico a base di ossessioni e di desideri che ricorda il cinema di Polanski (d'altronde Skolimowski si era fatto le ossa proprio come sceneggiatore dei primi lavori del suo compatriota), è un film non privo di ambiguità, soprattutto a sfondo sessuale. Mike dapprima sembra timido e introverso, afferma di non aver avuto esperienze e reagisce in maniera imbarazzata e confusa alle scoperte "avances" delle frequentatrici del bagno pubblico: ma in seguito (vedi la scena con la sua amica Kathy) ci viene fatto intendere che tanto ingenuo e senza esperienza non è. E la stessa Susan si presenta da un lato smaliziata e disinibita (è lei che "procura" a Mike le occasioni per stare da solo con donne interessate alla sua compagnia), al punto da nascondere forse un passato da spogliarellista, ma dall'altro è chiaramente in cerca di una relazione stabile con il suo ragazzo, qualcosa che Mike non può capire. Fra scene suggestive (il bagno di notte nella piscina), concitate (la fuga di Mike dopo aver rubato la sagoma all'esterno del nightclub) o ai limiti dell'assurdo (il tentativo di sciogliere con il phon la neve dove è caduto il diamante della ragazza), la pellicola trasforma un tipico tema da "coming of age" in un torbido racconto di ossessione e tragedia. Indimenticabile Jane Asher (che era reduce da una relazione con Paul McCartney!), con il suo fisico e volto da modella, lo sguardo dolce ed espressivo, l'impermeabile di color giallo acceso. Musiche di Cat Stevens e dei Can.

11 giugno 2011

Atmen (Karl Markovics, 2011)

Atmen
di Karl Markovics – Austria 2010
con Thomas Schubert, Karin Lischka
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciottenne Roman Kogler, cresciuto fra orfanotrofi e riformatori (e dunque mai veramente "libero"), è ora imprigionato in un centro di detenzione giovanile per avere involontariamente ucciso un coetaneo quattro anni prima, in reazione al suo tentativo di soffocarlo per scherzo con la maglietta. Apatico, chiuso e introverso, è in attesa dell'udienza che potrebbe restituirgli la libertà condizionata; e nel frattempo ottiene un permesso per uscire ogni giorno ed andare a lavorare in un mortuario, dove si occupa del trasporto di cadaveri (il che richiede, occasionalmente, anche di prelevarli nelle case, di lavarli e di vestirli: proprio come in "Departures", film con il quale questa pellicola condivide alcuni aspetti ma non certo il taglio narrativo e l'estetica romantica). In difficoltà nei confronti del mondo e della vita ("L'inferno sono gli altri", cita a un certo punto un personaggio), Roman si trova invece a proprio agio con i morti: ma lentamente il difficile rapporto con i colleghi si scioglie nell'amicizia, alcuni brevi incontri (come quello con una ragazza straniera in treno) lo spingono a una maggiore apertura, e soprattutto ha la forza di andare in cerca della madre che lo aveva abbandonato alla nascita (e che, a sua volta, aveva tentato di soffocarlo da piccolo, prima di reinfondere in lui il soffio della vita). Un film dalle scenografie fredde e asettiche e dall'incedere minimalista, ma che affronta temi psicologici che vanno ben oltre la semplice esistenza del protagonista. Il tema del soffocamento (reale o metaforico) e del bisogno di "respirare" è esplicitato dal titolo, che significa appunto "respiro", e si rispecchia in molti particolari del film, che dunque dimostra di essere assai meditato: dal fumo delle sigarette che Roman inala, all'aria che trattiene quando si tuffa in piscina. Eccellenti le interpretazioni, e davvero un buon esordio alla regia per l'attore Karl Markovics.

18 dicembre 2010

Hollywood Party (Blake Edwards, 1968)

Hollywood Party (The Party)
di Blake Edwards – USA 1968
con Peter Sellers, Claudine Longet
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Qualche giorno fa è scomparso Blake Edwards, re della commedia brillante e irriverente: per ricordarlo mi sono rivisto un suo esilarante classico, una delle numerose collaborazioni con il grande Peter Sellers (da lui lanciato anche nella serie della "Pantera Rosa").

Invitato per errore a un party organizzato nella propria villa hollywoodiana dallo stesso produttore del costosissimo film (una sorta di remake di "Gunga Din") le cui riprese ha appena mandato all'aria con la sua dabbenaggine, l'imbranato attore di origine indiana Hrundi V. Bakshi provocherà disastri a non finire anche nel corso della serata, seminando caos e distruzione nella lussuosa casa e fra gli ospiti. Il personaggio si iscrive nel classico filone comico degli elementi involontariamente perturbatori della quiete all'interno di un establishment più o meno serioso (come sarà anche l'ispettore Closeau interpretato dallo stesso Sellers o, in tempi più recenti, Mr. Bean). Ma attenzione: l'inaccorto Bakshi non è semplicemente una causa di guai che nascono dal nulla, semmai catalizza e innesca quei germi della distruzione che sono già presenti negli ambienti che visita, proprio come faceva Monsieur Hulot (con i film di Jacques Tati ci sono moltissime cose in comune). La villa dove si svolge la festa, infatti, non è certo un luogo perfetto (molti arredi sono malfunzionanti di per sé, senza alcun bisogno dell'intervento di Bakshi), così come non lo sono i suoi proprietari ("La sua signora è caduta nella piscina!" – "Salvate i gioielli!"), la servitù (spicca, su tutti, il cameriere che si ubriaca bevendo i drink che dovrebbe servire agli ospiti) e gli stessi invitati (compresa la figlia dei padroni di casa, che a un certo punto irrompe al party con i suoi giovani amici "contestatori" – siamo nel 1968! – e un elefantino dipinto con slogan e simboli hippie). Gran parte della comicità deriva dallo sviluppo lentissimo ed estenuante delle gag (proprio la lentezza del ritmo può rendere forse il film poco appealing per chi è abituato alla comicità odierna, dai tempi ben più rapidi). Il ridicolo nasce infatti dall'esasperato accumularsi del tempo necessario a concludere una situazione: tre celebri esempi sono dati dalla scena iniziale in cui Bakshi, sul set del film, rifiuta di morire e continua a suonare (sempre peggio) la sua tromba; da quella dove cerca disperatamente di trattenere la pipì mentre la graziosa Claudine Longet canta un'interminabile e melliflua canzone ("Nothing to lose"); e dalla magistrale sequenza della carta igienica nel bagno che non finisce più di srotolarsi. Il film stesso non è che una lunga serie di esilaranti gag e di sketch che si succedono senza soluzione di continuità, spesso con un notevole grado di improvvisazione (Edwards ha dichiarato che si è trattato della sceneggiatura più breve su cui ha mai lavorato), fino alle estreme conseguenze. Tornando al parallelo con Jacques Tati, è indubbio come i lavori del comico francese (soprattutto "Mio zio" e "Play time") siano stati una costante fonte di ispirazione per la pellicola: lo ricordano la struttura narrativa (un elemento "puro" che si introduce in un ambiente fasullo e chiuso in sé stesso); la commistione di linguaggi e di nazionalità dei vari personaggi; l'interazione surreale e comica (ma con tempi calcolatissimi) con i vari arredi e oggetti; la satira contro le "comodità" moderne e tecnologiche, qui evidente nelle gag con la pulsantiera elettronica che controlla il mobilio e i pavimenti mobili; la confusione che monta in un crescendo irresistibile; per non parlare del personaggio femminile "innocente", la graziosa ragazza francese di cui alla fine Bakshi conquista la simpatia. E anche la bizzarra automobile con cui il protagonista arriva alla festa ricorda quella de "Le vacanze di Monsieur Hulot".

17 febbraio 2010

I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955)

I diabolici (Les diaboliques)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1955
con Véra Clouzot, Simone Signoret
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Monica e Giuseppe.

Cristina, direttrice di un collegio per ragazzi, progetta l'omicidio del suo tirannico marito insieme a Nicole, insegnante nell'istituto ed ex amante dell'uomo. Non senza qualche difficoltà, le due donne portano a termine quello che sembrerebbe un delitto perfetto: ma il corpo della loro vittima, anziché essere ritrovato nella piscina come avevano previsto, scompare nel nulla. E altri eventi misteriosi cominciano a verificarsi, mettendo a dura prova i nervi delle due complici, scosse dal terrore e da crescenti sensi di colpa.

"Non siate diabolici! Non distruggete l'interesse che i vostri amici potrebbero nutrire per questo film. Non raccontate loro quello che avete visto": così recita il cartello che conclude la pellicola e che pregava gli spettatori dell'epoca di non svelare il finale e i colpi di scena ai quali avevano appena assistito. Forse a un pubblico odierno, più smaliziato e abituato ai twist ending, il film di Clouzot può fare meno effetto. Ma all'epoca la pellicola destò sensazione, e ancora oggi rimane uno dei migliori thriller e noir francesi del dopoguerra, che punta tutte le sue carte sull'atmosfera di dubbio e di tensione che riesce abilmente a costruire (motivo per cui gli si possono perdonare alcune implausibilità nella trama) attraverso una sceneggiatura che si dipana lentamente seminando falsi indizi e false aspettative, il ricorso ai più oliati meccanismi di costruzione della suspense e una vibrante fotografia in bianco e nero quasi espressionista che trasforma in un luogo da incubo i corridoi e le stanze del collegio. Ogni dettaglio e ogni personaggio, anche minore, concorre a dar forma a un mosaico di inquietudine e di angoscia, oscuro e torbido come l'acqua della piscina della scuola (acqua che, fra l'altro, è un tema ricorrente nel film: dalle immagini della pioggia sull'asfalto che aprono la pellicola alla vasca da bagno nella quale viene immerso il cadavere). Fondamentale la trovata di costringere lo spettatore a identificarsi con le due assassine, ritratte non senza ambiguità morali: Nicole (una Signoret statuaria e dominatrice) è fredda e impenetrabile, ma anche la più fragile, sottomessa e religiosa Cristina, che soffre di problemi cardiaci (impersonata da Vera Clouzot, moglie dello stesso regista e scomparsa cinque anni più tardi – coincidenza inquietante! – per un attacco di cuore), in fondo non esita più di tanto a diventare complice dell'omicidio del marito fedifrago. Quest'ultimo è il caratterista Paul Meurisse, mentre il personaggio del detective impiccione, interpretato da Charles Vanel, può ricordare un tenente Colombo ante litteram. Degna di nota la colonna sonora, o meglio la sua assenza: a parte la musica che si sente sui titoli di testa e di coda, infatti, le scene di maggior tensione sono accompagnate da un silenzio angosciante. Il titolo italiano, con il senno di poi, è ben più rivelatore di quello originale. Pare che anche Alfred Hitchcock volesse trarre un film dal romanzo "Celle qui n'était plus" di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, ma venne preceduto per poche ore da Clouzot nell'aquisto dei diritti: si rifece con "La donna che visse due volte" (anch'esso tratto da un libro di Boileau e Narcejac). Nel 1996 ne è stato realizzato un brutto remake made in USA, "Diabolique", con Sharon Stone e Isabelle Adjani.

4 marzo 2009

Il bacio della pantera (J. Tourneur, 1942)

Il bacio della pantera (Cat people)
di Jacques Tourneur – USA 1942
con Simone Simon, Kent Smith
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il capostipite, nonché il più celebre degli horror prodotti da Val Lewton per la RKO negli anni quaranta: film di serie B e a bassissimo budget che hanno creato dal nulla un nuovo tipo di cinema di mistero, terrore e suspense, lasciando ampi margini all'immaginazione degli spettatori e basandosi più sul fascino e l'atmosfera, sulle suggestioni esistenziali e soprannaturali, sui giochi d'ombra e sugli effetti sonori, che non sull'esibizione scoperta e sensazionalistica della minaccia sullo schermo come invece accadeva nelle pellicole in voga fino ad allora, come le saghe dei "mostri" della Universal. Lewton (che collaborava spesso alle sceneggiature, non accreditato) e i suoi collaboratori (fra i quali i registi Jacques Tourneur, Mark Robson e Robert Wise) danno invece vita a un cinema fatto di inquietudini, di metafore e di psicologie contorte, uno stile al quale si sono poi ispirati sia i maestri europei del brivido (compresi Argento e Bava) sia quelli asiatici (si pensi agli horror giapponesi).

La protagonista del film è Irina, una bella e tormentata disegnatrice di moda di origine serba. Convinta di essere la discendente di una razza di mutanti in grado di trasformarsi in enormi felini, rifiuta di "consumare" il matrimonio con il marito Oliver perché teme di trasformarsi in una belva e di sbranarlo durante l'amplesso. Di fatto, i suoi continui dinieghi spingono il marito fra le braccia della collega Alice, da sempre innamorata di lui. Ma la gelosia di Irina nei confronti della ragazza sembra incanalarsi verso un'irrefrenabile sete di vendetta, e Alice per ben due volte si accorge di essere seguita da "qualcosa" che minaccia di aggredirla (le due scene, quella della passeggiata notturna e quella nella piscina, con i riflessi dell'acqua proiettati su soffitto e pareti, sono magistrali per tensione e suspense). Immaginazione o realtà? Metafora sessuale o puro escapismo fantastico? Per tutta la sua durata, attraverso simboli di un male ancestrale e immagini ambigue, la pellicola lascia lo spettatore nel dubbio sulla reale interpretazione dei fatti, complice anche il personaggio dello psicanalista che funge da contraltare razionale ai timori e alle convinzioni di Irina, la quale si sente irrimediabilmente attratta dai grandi felini dello zoo e la cui sola presenza terrorizza a morte i piccoli animali. Due anni dopo, Robert Wise ne realizzò un buon seguito con "Il giardino delle streghe". Nel 1982 Paul Schrader ne ha fatto invece un remake con Nastassja Kinski.

2 ottobre 2006

Lady in the water (M. N. Shyamalan, 2006)

Lady in the Water (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2006
con Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard
**1/2

Visto ieri al cinema Excelsior, con Albertino e Ghirmawi.

Dopo il successo de "Il sesto senso", sembra che Shyamalan stia progressivamente perdendo i favori di critica e pubblico. Eppure di questo film, stroncato un po' da tutti, ho gradito il modo delicato e naturale in cui il fantastico, il fiabesco e l'irreale fanno irruzione nel quotidiano. Giamatti (grandissimo, come al solito) è il custode di un condominio alle prese con una misteriosa ninfa acquatica che trova nella piscina del complesso. Insieme a un gruppo di stravaganti inquilini scelti forse da un destino superiore, l'uomo dovrà aiutare la ninfa a completare la sua missione, proteggendola da un mostro che vive nel giardino dell'edificio e che le impedisce di far ritorno a casa. Ispirato a una sedicente fiaba orientale della buona notte, probabilmente inventata di sana pianta dal regista stesso, e ambientato interamente in pochi metri quadri (l'azione non esce mai dal cortile della casa e dai piccoli appartamenti dove vivono i personaggi), il film riesce a stare miracolosamente in equilibrio su un filo sottilissimo fra tensione e implausibilità narrativa. A differenza che nei film di Roman Polanski, inoltre, qui il condominio non è fonte di paranoia e ossessioni bensì un microcosmo popolato da persone talvolta bizzarre ed eccentriche ma comunque solidali fra loro. Alcune scene con il personaggio del critico cinematografico mi hanno ricordato "Scream" e persino "Ghostbusters". Il direttore della fotografia è Christopher Doyle, noto per i suoi film a Hong Kong (è l'abituale collaboratore di Wong Kar-Wai). Come sua abitudine, il regista stesso si è ritagliato una parte nel film: stavolta, però, non si tratta di un breve cameo ma di un ruolo abbastanza importante nell'economia della storia.