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26 luglio 2022

Ultima notte a Soho (E. Wright, 2021)

Ultima notte a Soho (Last night in Soho)
di Edgar Wright – GB 2021
con Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'aspirante stilista Eloise "Ellie" Turner (Thomasin McKenzie) si trasferisce a Londra dal suo villaggio di campagna per frequentare una scuola di moda. Innamorata di tutto ciò che è retrò, si adatta male alla vita di città e all'esistenza frenetica dei compagni di corso e dello studentato, preferendo trovarsi una stanza in affitto da sola nella casa di una vecchia signora (Diana Rigg). Qui però, favorita anche dalle percezioni extrasensoriali che ha sempre posseduto, comincia a sognare di notte la vita di un'altra ragazza, Sandie (Anya Taylor-Joy), che abitava nella sua stessa stanza negli anni Sessanta: un'aspirante cantante finita però per essere costretta a prostituirsi e infine uccisa dal suo manager/protettore, Jack (Matt Smith). Convinta di aver riconosciuto quest'ultimo in un vecchio che bazzica nel quartiere (Terence Stamp), e tormentata anche nella realtà dai fantasmi degli uomini che avevano sfruttato Sandie, Ellie decide di indagare su quell'antico omicidio. Insolito thriller onirico che si svolge su due diversi piani temporali e con venature sovrannaturali, quasi un incrocio fra "Personal shopper", "The neon demon", "Suspiria" e "Questione di tempo". La regia di Wright (anche soggettista) è fantasiosa e vivace, in particolare quando fonde visivamente le diverse esistenze di Ellie e Sandie (che si vedono riflesse reciprocamente negli specchi) e nell'uso dei colori (la fotografia, degna di menzione, è del sudcoreano Chung Chung-hoon, abituale collaboratore di Park Chan-wook). Forse il tutto è un po' troppo carico, ma soprattutto nella prima metà il risultato è assai efficace, con un feeling da vecchio musical (la colonna sonora è molto ricca, composta da tante celebri hit degli anni Sessanta, fra cui spicca "Downtown" di Petula Clark, cantata anche dalla Taylor-Joy) e un intrigante contrasto o commistione fra le atmosfere della Swingin' London e quelle moderne. Meno azzeccato è il passaggio da thriller a horror: e nel finale si perde qualche colpo. Complessivamente, comunque, un buon risultato per un Wright che per una volta lascia da parte i suoi consueti toni da commedia. La traduzione italiana del titolo è sbagliata: sarebbe dovuto essere "La scorsa notte a Soho".

28 marzo 2021

RocknRolla (Guy Ritchie, 2008)

RocknRolla (id.)
di Guy Ritchie – GB 2008
con Gerard Butler, Tom Wilkinson
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

One-Two (Gerard Butler), Mumbles (Idris Elba) e Bob il bello (Tom Hardy), piccola banda di criminali londinesi, rubano a più riprese – grazie alla complicità della contabile Stella (Thandie Newton) – il denaro che il mafioso russo Yuri (Karel Roden) dovrebbe consegnare al gangster Lenny (Tom Wilkinson) per "ungere" i politici locali e ottenere così i permessi per una grande speculazione edilizia (i riferimenti sono a oligarchi come Roman Abramovich, da qualche anno proprietario del Chelsea: non a caso le riunioni d'affari di Yuri avvengono nei salottini di uno stadio di calcio). Questo complica la vita a Lenny, che Yuri sospetta di essere implicato nei furti, già nei guai perché il russo gli ha prestato un prezioso dipinto "portafortuna" che a sua volta gli è stato sottratto dal figliastro Johnny (Toby Kebbell), rocker ribelle e tossicodipendente... L'intera vicenda ci viene narrata da Archy (Mark Strong), braccio destro tuttofare di Lenny. Con una miriade di personaggi, sottotrame intrecciate e fazioni di vario genere in contrasto fra di loro, Guy Ritchie torna ai canovacci che lo hanno reso celebre (come in "Lock & Stock" e "Snatch"), ovvero storie improbabili e semi-comiche di criminali di diversa estrazione, da delinquenti di piccolo calibro a gangster inseriti nella società, da sicari armati a sbandati improvvisati, fornendo un concitato ritratto di un sottobosco di malviventi dominato da amicizie e tradimenti, regole non scritte e relazioni che corrono sul filo. Nonostante la densità di eventi (o forse proprio per questo), a tratti si ha la sensazione che si improvvisi man mano che si va avanti. Non mancano comunque bei momenti (il rapporto fra i tre ladri, in particolare dopo la rivelazione che uno di loro è gay; quello fra Johnny e il padre; la sottotrama sul misterioso "informatore" che si annida nella malavita) e alcune indovinate scene d'azione (tutta la sequenza della rapina ai danni dei due sicari russi), ma anche svolte forzate e improbabili. Curiosità: il dipinto ambito da tutti non si vede mai (è un MacGuffin, come il contenuto della valigetta di "Pulp Fiction"). Piccoli ruoli per Jeremy Piven e Gemma Arterton. Prima dei titoli di coda, una scritta annuncia che i personaggi sopravvissuti torneranno in un seguito che non è mai stato realizzato (l'intenzione di Ritchie era quella di filmare una trilogia, con Jason Statham pronto a subentrare come nuovo antagonista).

23 gennaio 2021

L'incredibile avventura di Mr. Holland (C. Crichton, 1951)

L'incredibile avventura di Mr. Holland (The Lavender Hill Mob)
di Charles Crichton – GB 1951
con Alec Guinness, Stanley Holloway
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il modesto signor Holland (Guinness), impiegato pignolo e apparentemente integerrimo, progetta di rubare un milione di sterline in lingotti d'oro durante il loro trasporto dalla fonderia alla banca. E per far uscire il bottino dal paese stringe un sodalizio con Pendlebury (Holloway), aspirante artista e proprietario di un'azienda che produce oggetti ricordo: il metallo verrà fuso per realizzare modellini della Torre Eiffel da spedire in Francia come souvenir. Ma se il colpo va a buon fine come previsto, una serie di coincidenze faranno tornare parte della refurtiva a Londra, attraverso un gruppo di scolarette in gita... Una spigliata commedia criminale, realizzata dallo stesso regista che, trentacinque anni più tardi, tornerà su temi simili con "Un pesce di nome Wanda". Da ricordare l'insolito metodo con cui Holland e Pendlebury si procurano due complici esperti di rapine (Sid James e Alfie Bass), gridando parte dei loro piani in pubblico (in metropolitana o alle corse) e sperando che qualcuno si mostri interessato, nonché l'inseguimento "pasticciato" con le auto della polizia. L'intera storia è raccontata da Holland in flashback, mentre si trova a Rio de Janeiro: in una breve scena all'inizio compare Audrey Hepburn, allora ancora sconosciuta, che pronuncia una sola battuta. Premio Oscar per la miglior sceneggiatura (a T. E. B. Clarke) e nomination per Guinness come miglior attore. Inadatto (e molto stupido) il titolo italiano.

5 ottobre 2020

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, 1981)

Un lupo mannaro americano a Londra
(An American Werewolf in London)
di John Landis – USA/GB 1981
con David Naughton, Jenny Agutter
***

Rivisto in TV.

Due giovani americani, in vacanza in Gran Bretagna, vengono aggrediti nella brughiera scozzese da una misteriosa creatura selvaggia: Jack (Griffin Dunne) ci rimette le penne, mentre David (David Naughton), ricoverato a Londra, viene informato dal fantasma dell'amico che al primo plenilunio si trasformerà in un lupo mannaro. Mettiamo subito le cose in chiaro: nonostante il nome del regista/sceneggiatore (e il titolo che richiama "Un americano alla corte di Re Artù" di Mark Twain, libro peraltro citato nei dialoghi), questo film non è una commedia, bensì un horror con tutte le carte in regola e con una notevole dose di gore, che gioca ad attualizzare un classico dei mostri Universal ("L'uomo lupo" del 1941 con Lon Chaney Jr., anch'esso citato dai personaggi), rivisitandolo in chiave moderna, realistica e quotidiana. Landis aveva già realizzato qualcosa del genere con il suo film d'esordio, "Slok", ma quello era a tutti gli effetti una parodia. Qui invece, coadiuvato dagli stupefacenti (per l'epoca) effetti speciali di Rick Baker (che mostrano "in diretta" la trasformazione di David in licantropo, oltre che Jack in vari stati di decomposizione, e che vinsero la prima edizione dell'Oscar per il miglior trucco), confeziona un film che fa davvero paura e che coinvolge anche con la trovata di rendere protagonista della vicenda (suo malgrado) proprio il "mostro", per lunghi tratti inconsapevole di essere tale e convinto che l'amico che gli appare anche dopo la morte sia soltanto uno dei tanti incubi notturni che lo perseguitano. Fra le dichiarate fonti di ispirazione, anche "Il mastino dei Baskerville" e naturalmente "Dracula" (per le scene nel pub). Landis ammise che la sequenza della trasformazione era forse troppo lunga, ma la qualità del lavoro di Rick Baker fu tale che non se la sentì di tagliare alcunché. Fra le scene più memorabili, quella in cui David cerca di farsi arrestare da un bobby insultando gli inglesi ("La regina Elisabetta è un uomo!... Shakespeare è francese!") e quella in cui incontra le proprie vittime in un cinema porno a Piccadilly Circus (il film che si vede sullo schermo, girato appositamente da Landis, è "See You Next Wednesday", pellicola-cameo che ricorre per scherzo in quasi tutti i lavori del regista). Jenny Agutter è l'infermiera Alex, che accudisce David e si innamora di lui. Nel cast anche John Woodvine (il dottor Hirsch), Brian Glover (uno degli avventori del pub "L'agnello maciullato") e Frank Oz (l'ambasciatore americano). La bella colonna sonora comprende molte canzoni e ballate dedicate alla luna, come "Blue Moon" (sui titoli di testa e di coda), "Moondance" e "Bad Moon Rising". Nel 1997 è uscito un sequel ("Un lupo mannaro americano a Parigi").

7 aprile 2020

Lock & Stock (Guy Ritchie, 1998)

Lock & Stock - Pazzi scatenati (Lock, stock and two smoking barrels)
di Guy Ritchie – GB 1998
con Nick Moran, Jason Statham
***

Rivisto in TV.

Per ripagare il boss del crimine con cui si sono indebitati, dopo aver perso alle carte una forte somma di denaro, quattro amici dell'East End londinese – Eddie (Nick Moran), Bacon (Jason Statham), Tom (Jason Flemyng) e Soap (Dexter Fletcher) – decidono di derubare una gang di rapinatori, subito dopo che questa ha a sua volta derubato un gruppo di coltivatori di marijuana, scatenando l'ira degli spacciatori che venivano da loro riforniti. Ne seguirà un marasma di vendette e rese dei conti incrociate. L'opera prima di Guy Ritchie, che segna anche l'esordio cinematografico di molti dei suoi attori (in particolare di Jason Statham, in precedenza modello e tuffatore, e di Vinnie Jones, ex calciatore), è una scatenata commedia ambientata in un sottobosco di piccoli e grandi criminali, fra professionisti e balordi, che guarda a Tarantino (senza farne mistero: uno dei personaggi, a un certo punto, commenta: "Ma che è, Pulp Fiction questo?") e alla sua commistione di anti-eroi, trame noir e pulp, stile pop, dialoghi scoppiettanti e citazioni cinematografiche (nella colonna sonora si echeggia Morricone), ma che riesce ad essere a suo modo originale per via dell'ambientazione londinese e della ricchezza con cui gli innumerevoli personaggi vengono caratterizzati. Inoltre, nonostante tutto (e non è una cosa scontata), fra sanguinose sparatorie e scommesse clandestine, i multipli fili della vicenda si lasciano seguire fino in fondo, consentendo allo spettatore di avere sempre ben chiara la situazione e di comprendere quali sono i legami fra i personaggi, grazie a una serie di MacGuffin che questi si contendono (il denaro, la droga, i due moschetti d'antiquariato). La successione di eventi tragicomici e senza un attimo di respiro (dalla sequenza della rapina fino al finale sospeso) segue proprie regole di coerenza e non una semplice casualità postmodernista (nulla a che spartire con i fratelli Coen, per fortuna!). Nel cast corale, oltre ai quattro protagonisti citati, spiccano P. H. Moriarty (il boss Harry "l'accetta"), Lenny McLean (il suo violento braccio destro Barry "il battista"), Vinnie Jones (Big Chris, l'esattore di Harry, che va sempre in giro con il figlioletto Little Chris), Stephen Marcus (l'intrallazzatore Nico il greco), Frank Harper (il capo dei rapinatori), Vas Blackwood (il capo degli spacciatori), Nicholas Rowe e Steven Mackintosh (due dei coltivatori di marijuana), Victor McGuire e Jake Abraham (i due ladruncoli assoldati da Barry). Sting interpreta il padre di Eddie, Vera Day il giudice della partita di carte sul ring (che si rifà a "The hard case", un precedente cortometraggio di Ritchie), Alan Ford è il narratore nella versione inglese. Il produttore Matthew Vaughn resterà al fianco di Ritchie anche nei successivi "Snatch" e "Travolti dal destino". La colonna sonora comprende anche musica da "Zorba il greco". Il titolo originale (quello italiano non ha alcun senso, sembra quasi che il film abbia come protagonisti due personaggi chiamati Lock e Stock!) si riferisce letteralmente alle parti di un'arma da fuoco ("Otturatore, impugnatura e due canne fumanti") ma è anche un modo di dire che significa "tutto quanto", analogo ai nostri "armi e bagagli" o "baracca e burattini".

21 febbraio 2020

Paddington (Paul King, 2014)

Paddington (id.)
di Paul King – GB 2014
con Hugh Bonneville, Nicole Kidman
**

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto a Londra dal misterioso Perù in cerca di una nuova casa, l'orsacchiotto Paddington (così chiamato perché viene trovato nella stazione ferroviaria con questo nome) è accolto e ospitato dalla famiglia Brown, che lo aiuterà a rintracciare l'esploratore della Società Geografica che quarant'anni prima aveva visitato il suo paese, e a sfuggire alla perfida tassidermista (Nicole Kidman) che intende impagliarlo per esporlo nel Museo di Storia Naturale. Da una popolare serie di libri per bambini, un gradevole film per famiglie che fonde (in maniera eccellente) l'animazione in CGI con la live action. Oltre a essere tecnicamente ben fatto, presenta diverse gag indovinate (alcune talmente sottili da passare quasi inosservate) e un leggero accenno a temi complessi (come l'immigrazione). Peccato che, di contro, la trama e l'intreccio siano davvero poco originali e ricordino moltissimi altri film di questo tipo (a partire dal recalcitrante capofamiglia che, pian piano, si affeziona a sua volta all'orsetto): è in tutto e per tutto un film per bambini. Nel cast "umano" anche Sally Hawkins e Jim Broadbent. Nella versione originale la voce di Paddington è di Ben Whishaw. Grande successo di pubblico e di critica, che ha portato alla realizzazione di un sequel nel 2017 (sempre scritto e diretto da King), mentre un terzo capitolo sarebbe in cantiere.

Nota: anche se il protagonista è graficamente generato al computer, non metto il tag "Animazione" perché altrimenti dovrei inserirlo anche per film come "Star Wars" o "Il Signore degli Anelli". Intendo riservarlo ai film completamente in animazione (tradizionale, stop motion o digitale che sia), oppure a quelli che fondono live action e animazione tradizionale (cioè disegnata a mano).

2 febbraio 2020

Survivor (James McTeigue, 2015)

Survivor (id.)
di James McTeigue – USA/GB 2015
con Milla Jovovich, Pierce Brosnan
*1/2

Visto in TV.

Kate Abbott (Milla), agente di sicurezza presso l'ambasciata americana a Londra, scopre un complotto per far entrare un gruppo di terroristi negli Stati Uniti. Ma a causa delle macchinazioni dello spietato killer detto "L'orologiaio" (Brosnan), e dopo che una bomba ha ucciso tutta la sua squadra, sarà proprio lei a essere accusata di tradimento e a dover fuggire per provare la propria innocenza, fino a sventare personalmente l'attentato che i terroristi stanno organizzando. Ambientato negli anni immediatamente successivi all'11 settembre, un mediocre thriller d'azione dai temi vagamente hitchcockiani (la caccia all'uomo – in questo caso una donna – innocente, con resa dei conti finale in un celebre luogo pubblico, una Times Square affollata di newyorkesi per festeggiare il capodanno), ma purtroppo assai noioso e con molti problemi di scrittura. La trama è infatti piena di forzature e di buchi logici, con tutti i personaggi (tranne la protagonista, ovviamente) che si comportano in modo stupido. Carenti le caratterizzazioni e sprecato il cast (che oltre a Milla e Brosnan comprende Dylan McDermott, il diretto superiore di Kate, James D'Arcy, l'ispettore inglese che le dà la caccia, e Angela Bassett, l'ambasciatrice americana). Decente almeno la confezione, con una regia competente pur senza guizzi.

22 ottobre 2019

The elephant man (David Lynch, 1980)

The Elephant Man (id.)
di David Lynch – USA/GB 1980
con John Hurt, Anthony Hopkins
***1/2

Visto in DVD.

La vera storia di John Merrick (Hurt, che recita sotto un pesante make up curato da Christopher Tucker), "l'uomo elefante", così chiamato per via della deformazione congenita di cui soffriva al volto e su gran parte del corpo. Esibito come fenomeno da baraccone nella Londra di fine ottocento, fu notato dal dottor Frederick Treves (Hopkins), medico chirurgo presso il London Hospital, che se ne prese cura e divenne suo amico, salvandolo da violenze e umiliazioni. Il secondo lungometraggio di David Lynch, dopo lo sperimentale "Eraserhead", è quello che lo ha reso noto anche presso il pubblico generalista. Ispirato alle memorie di Treves, si rifà forse nell'impostazione al classico di François Truffaut "Il ragazzo selvaggio", con cui condivide il tema, l'ambientazione ottocentesca e la fotografia in bianco e nero. Merrick (il cui vero nome era Joseph, non John), una volta ripulito e "reintrodotto" in società, dimostra di non essere affatto quel mostro che il suo aspetto lasciava credere: gentile e sensibile, conquista tutti con la sua anima nobile, la passione per l'arte e i suoi modi affabili, e finisce per dare una lezione di umanità a coloro che lo circondano, mostrando di non provare mai odio, rancore o sentimenti negativi, né verso i suoi aguzzini né per la propria condizione. Celebre il suo unico grido di disperazione, verso il finale: "Io... non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano!". In un certo senso il film capovolge le regole dell'horror: qui è il "mostro" ad avere paura delle persone normali, essendo soggetto in continuazione agli sguardi degli altri, che abbiano fini voyeuristici oppure scientifici. A parte alcune sporadiche sequenze surrealiste (l'incipit e la conclusione, in cui si vede la madre di John spaventata da un branco di elefanti), Lynch dirige con stile sorprendentemente sobrio e classico, coadiuvato dalla bella fotografia di Freddie Francis e dalle ottime prove degli attori: nel cast ci sono anche John Gielgud (il direttore dell'ospedale), Anne Bancroft (Madge Kendal, celebre attrice di teatro che si prende a cuore le sorti di John), Wendy Hiller (la capo infermiera), Freddie Jones (l'imbonitore Bytes, che cerca in ogni modo di riprendersi il suo "tesoro") e Michael Elphick (il portiere notturno, che si fa pagare per mostrarlo ai curiosi). Suggestiva anche la colonna sonora di John Morris, integrata dall'Adagio per archi di Samuel Barber. Co-prodotto da Mel Brooks (che non volle essere accreditato, nel timore che il pubblico pensasse che si trattasse di un film comico), il lungometraggio riscosse un grande successo di critica: venne nominato a otto premi Oscar, anche se non se ne aggiudicò nessuno, e fu responsabile diretto dell'introduzione, a partire dall'edizione successiva, della statuetta per il miglior trucco.

5 marzo 2019

The protagonists (Luca Guadagnino, 1999)

The protagonists (id.)
di Luca Guadagnino – Italia 1999
con Tilda Swinton
*

Visto in divx.

Una troupe cinematografica italiana vola a Londra per realizzare un film basato su una storia vera: due giovani di buona famiglia (Claudio Gioè e Paolo Briguglia) hanno ucciso "per gioco" un uomo scelto a caso, l'egiziano Mohammed (Andrew Tiernan), all'interno della sua automobile. Tilda Swinton (che interpreta sé stessa) fa la narratrice, l'interprete, la guida per le strade di Londra... Dal titolo "altmaniano", il primo lungometraggio di Luca Guadagnino è un pasticcio senza capo né coda, un minestrone di inchiesta giornalistica, metacinema, documentario, ricostruzione artistica, videoclip musicale, girato con un poco promettente guazzabuglio di stili, un montaggio frenetico, dialoghi banali. L'interesse dello spettatore non decolla mai, anche perché l'analisi psicologica dei personaggi è superficiale, il racconto della vicenda è ripetitivo, la riflessione sul male è vuota e del tutto fine a sé stessa. Ne risulta un film pretenzioso, retorico, compiaciuto, ma anche goffo e sconclusionato. Da mal di testa la colonna sonora incessante, mediocre anche il doppiaggio. Fra gli attori (talvolta poco riconoscibili) anche Fabrizia Sacchi, Laura Betti e Michelle Hunziker.

25 maggio 2016

Ho affittato un killer (Aki Kaurismäki, 1990)

Ho affittato un killer (I hired a contract killer)
di Aki Kaurismäki – GB/Fra/Fin/Ger/Sve 1990
con Jean-Pierre Léaud, Margi Clarke
**1/2

Rivisto in divx.

Henri (Léaud), francese in "esilio" a Londra dove è impiegato in un ufficio comunale, conduce una vita vuota, monotona e solitaria. Quando perde il lavoro, decide di suicidarsi: non riuscendo però a uccidersi con le proprie mani, commissiona l'incarico ad un killer (Kenneth Colley). L'incontro con una donna, Margaret (Clarke), gli farà però cambiare idea: a questo punto farà di tutto per sfuggire al sicario che lui stesso ha assoldato. Alla sua prima produzione internazionale (anche se non si tratta del suo primo film girato all'estero, visto che c'era stato "Leningrad Cowboys Go America"), Kaurismäki non rinuncia al proprio stile laconico ed essenziale, e sceglie un attore il cui volto impassibile si sposa alla perfezione con la sua poetica: Jean-Pierre Lèaud, icona della Nouvelle Vague e celebre per i film di Truffaut. Se la trama è alquanto inverosimile, ondeggiando tra la black comedy e la farsa (i vari tentativi di suicidio di Henri, che non vanno a buon fine per imperizia o per sfortuna) e con un meccanismo narrativo a tratti forzato (la rapina), l'atmosfera è invece quella di un perfetto noir. Gli ambienti (i quartieri più proletari e degradati della Londra thatcheriana; gli appartamenti spogli che riflettono il vuoto nelle vite dei personaggi; i pub e i locali dove si consumano whisky e sigarette senza pensare al futuro) e i personaggi di contorno (da Margaret, venditrice di rose, allo stesso killer, che si scopre malato terminale di cancro) contribuiscono al tono malinconico e fatalista tipico dei migliori esempi del genere. Nel finale c'è spazio per un po' di speranza, magari da andarsi a cercare altrove (tanto "la classe operaia non ha patria", dice Henri). Cameo di Joe Strummer (il chitarrista), di Serge Reggiani (il proprietario del chiosco di hamburger) e dello stesso Kaurismäki (il venditore di occhiali da sole).

7 maggio 2015

2 cavalieri a Londra (David Dobkin, 2003)

2 cavalieri a Londra (Shanghai Knights)
di David Dobkin – USA 2003
con Jackie Chan, Owen Wilson
**1/2

Visto in TV.

È il seguito di "Pallottole cinesi", ambientato pochi anni dopo, nel 1887. Questa volta i nostri due eroi, Chon Wang (Jackie) e Roy O'Bannon (Wilson), si trasferiscono nel vecchio continente, ossia nella Londra vittoriana, alla ricerca del misterioso sicario britannico che ha ucciso in Cina il padre di Chon per impadronirsi di un prezioso sigillo imperiale. Il cattivo è Lord Rathbone (Aidan Gillen), imparentato nientemeno che con la famiglia reale: in cambio del sigillo, che vuole consegnare al fratellastro dell'imperatore cinese (Donnie Yen), questi sterminerà per lui la regina Vittoria e tutti i parenti più prossimi, lasciandolo come unico sopravvissuto nella linea di successione. Chon e Roy sventeranno però l'attentato, aiutati anche dall'ispettore di polizia Arthur Conan Doyle (al quale i nostri due eroi ispireranno, involontariamente, il personaggio di Sherlock Holmes) e da un piccolo ladruncolo di strada, Charlie Chaplin (qui c'è un anacronismo: Chaplin in realtà è nato nel 1889). Come nel film precedente, siamo di fronte a un pastiche che mescola generi e luoghi comuni dell'avventura, con citazioni e riferimenti di ogni tipo. Fra un bisticcio e un combattimento, i nostri eroi attraversano con ironia tutti i luoghi simbolo di Londra e dintorni (passando da Stonehenge, da Whitechapel – dove affrontano Jack lo Squartatore – o dal museo delle cere di Madame Tussaud, per concludere con la lotta finale nel Big Ben). Come e più del precedente (al quale è superiore per ritmo e regia), il film è sempre in movimento: per quanto riguarda le scene d'azione Jackie sembra parecchio in forma (se si pensa che aveva quasi 50 anni), combatte come suo solito utilizzando gli oggetti e i luoghi stessi a suo favore, ed è protagonista di numerose sequenze divertenti (vedi lo scontro nelle porte girevoli dell'albergo, quello al mercato londinese – dove combatte con un ombrello sulle note di "Singin' in the rain" – o appunto quello nel Big Ben: delude invece, ahimé, la lotta con Donnie Yen sul Tamigi). Wilson, dal canto suo, contribuisce con il suo personaggio sbruffone e inaffidabile, che qui si prende una cotta per la sorella di Chon, la bella Lin (Fann Wong). La scena in cui l'amico parla male di lui alla sorella, mentre Roy origlia, è speculare a quella del primo film in cui era Roy a "tradire" l'amicizia di Chon; e se in "Pallottole cinesi" i due cementavano l'amicizia con un bagno a base di bolle di sapone, qui si riappacificano con una battaglia di cuscini in un bordello! Nel finale, i due (anzi tre, contando anche Conan Doyle) vengono nominati baronetti dalla regina Vittoria, giustificando così il titolo del film (anche se quello italiano perde ogni legame con il precedente: in originale si passava da "Shanghai Noon" a "Shanghai Knights", qui invece nulla fa capire a uno spettatore non informato che si tratta di una serie). Controfinale metacinematografico, con i nostri due eroi che progettano di trasferirsi a Hollywood per girare film di kung fu (altro anacronismo: sono un paio di decenni in anticipo!), ovviamente – in puro Jackie style – "senza controfigure".

3 marzo 2015

La rapina perfetta (R. Donaldson, 2008)

La rapina perfetta (The bank job)
di Roger Donaldson – GB/USA 2008
con Jason Statham, Saffron Burrows
**

Visto in TV.

Terry (Statham), ex delinquente ora sulla retta via ma con forti problemi economici, è convinto da una vecchia fiamma, Martine, a organizzare una formidabile rapina al caveau di una banca londinese. Ignora però di essere stato manipolato dai servizi segreti britannici, che intendono sfruttare lui e la sua banda per mettere le mani su foto compromettenti per la famiglia reale, che un criminale custodisce proprio in una delle cassette di sicurezza. Ispirato a una storia vera (la celebre rapina alla banca di Baker Street del 1971, sulla quale dopo pochi giorni fu fatto calare il silenzio stampa, il che ha dato adito a speculazioni e interpretazioni di vario genere), un heist movie che riesce a fondere in maniera efficace elementi di realtà storica (le intercettazioni dei dialoghi fra i rapinatori, effettuate da un radioamatore; la sottotrama dell'omicidio di Gale Benson; i riferimenti a svariati personaggi dell'epoca) con una ricostruzione fantasiosa dell'accaduto. Più che la rapina in sé, che tutto sommato fila via liscia, sono le complicazioni successive a dare interesse alla vicenda: al "bottino" e ai rapinatori stessi, per motivi diversi, si interessano infatti le alte sfere dello spionaggio britannico (per i motivi sopra descritti), la normale polizia (che ignora i retroscena della vicenda), il gangster nero militante Michael X (che si ispira a Malcolm X) e altri criminali locali, guidati dal pornografo Lew Vogel (che a sua volta custodiva importanti documenti nel caveau). Alla fine ne risulta un buon intrattenimento, anche per merito degli attori (come ho già scritto in passato, sono un fan di Statham): ma se è da apprezzare l'approccio vecchio stile, non ci si aspetti la stessa tensione e la stessa qualità di classici storici (come "Giungla d'asfalto" o "Rififi") o moderni (come "Inside Man") del genere.

29 dicembre 2014

Love actually (Richard Curtis, 2003)

Love Actually - L'amore davvero (Love Actually)
di Richard Curtis – GB 2003
con Hugh Grant, Colin Firth
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dalla penna di Richard Curtis (già sceneggiatore di successi come "Quattro matrimoni e un funerale" e "Notting Hill", qui alla sua prima regia), una pellicola corale a sfondo romantico-natalizio che segue in parallelo una decina di love story di vario genere che si dipanano a Londra sotto Natale: il film comincia infatti quando mancano cinque settimane alle festività e si conclude proprio la notte di Natale (con un'appendice collocata un mese più tardi, che tira le fila e mostra le conseguenze di tutte le vicende). Girato con un cast di stelle britanniche, il film ricorda certe pellicole corali di Robert Altman (e infatti Curtis ha dichiarato a più riprese come i riferimenti siano "Nashville" e "America Oggi"), anche se i collegamenti fra le varie storie sono molto tenui e di poca importanza per lo sviluppo delle singole vicende. Hugh Grant è il primo ministro inglese, appena eletto, che si scopre attratto della sua assistente Natalie (Martine McCutcheon). Colin Firth è uno scrittore divorziato che si trasferisce a lavorare in Francia, dove si innamora della domestica portoghese Aurelia (Lúcia Moniz), nonostante nessuno dei due conosca la lingua dell'altro. Bill Nighy è Billy, un attempato cantante rock che cerca di tornare sulla cresta dell'onda grazie a una melensa cover di una canzone natalizia. Harry (Alan Rickman), direttore di un'azienda di design, è sposato con Karen (Emma Thompson) ma ha la tentazione di una scappatella extraconiugale con una sua provocante dipendente (Heike Makatsch). La sua impiegata Sarah (Laura Linney) è attratta dal bel collega Karl (Rodrigo Santoro), ma deve anche badare al fratello ricoverato in un istituto psichiatrico. Mark (Andrew Lincoln) è innamorato della fresca sposina (Keira Knightley) del suo miglior amico. Daniel (Liam Neeson), che ha appena perso la moglie, aiuta il figlio undicenne a dichiararsi a una coetanea. Il giovane fattorino Colin (Kris Marshall) intende viaggiare in America perché è convinto che laggiù le ragazze siano più disinibite. I timidi John (Martin Freeman) e Judy (Joanna Page) si conoscono mentre lavorano come controfigure per le scene di sesso in un set cinematografico.

L'amore descritto da Curtis assume vari aspetti e varie facce, e non sempre si tratta di quello romantico: ci sono anche i valori dell'amicizia (Billy, che sceglie di trascorrere il Natale in compagnia del suo unico vero amico, ovvero il grasso manager che gli è sempre stato vicino) o degli affetti familiari (Sarah per il fratello, Daniel per il figlio). E se la maggior parte delle storie si concludono con l'inevitabile lieto fine (matrimoni, dichiarazioni, nascita di nuovi amori), altre lasciano il finale aperto o prevedono una rinuncia (Mark) o addirittura una separazione (Harry e Karen). Naturalmente, come in ogni pellicola corale, non tutte le storie sono interessanti in egual maniera: se alcuni segmenti sono davvero originali (quello con Martin Freeman e Joanna Page, per esempio), altri risultano più banali (quelli di Laura Linney o di Colin Firth). A restare più impressi sono comunque gli episodi con Hugh Grant (davvero azzeccato nel ruolo di un premier impacciato ma battagliero) e con Bill Nighy (il cantante che provoca scandalo in tv con le sue dichiarazioni senza peli sulla lingua), ma anche quello con Keira Knightley (forse il segmento scritto meglio, e di cui vanno ricordate almeno due sequenze: quando la ragazza scopre che Mark è innamorato di lei guardando il video delle nozze, un montaggio di primi piani del suo volto; e la "dichiarazione" finale dello stesso Mark, attraverso una serie di cartelli scritti a mano). Numerosi e onnipresenti i riferimenti pop, com'è consuetudine per Curtis, in campo musicale ma non solo: c'è persino un inserto da "Titanic". Nel cast anche Billy Bob Thornton (il presidente degli Stati Uniti, in visita a Downing Street: chissà che la scena in cui viene messo in riga da Grant non sia il motivo per cui il film non è particolarmente amato in America), Rowan Atkinson (il commesso della gioielleria: Curtis aveva lavorato proprio alla serie "Mr. Bean") e brevi cameo di Claudia Schiffer e Denise Richards. Il titolo è la contrazione della frase "Love actually is all around", ossia "L'amore è veramente ovunque", in riferimento alla canzone "Love is all around" (già presente in "Quattro matrimoni e un funerale" e qui parodiata da Bill Nighy che nella sua cover la trasforma in "Christmas is all around").

13 settembre 2014

A fantastic fear of everything (C. Mills, 2012)

A Fantastic Fear of Everything
di Crispian Mills [e Chris Hopewell] – GB 2012
con Simon Pegg, Amara Karan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Jack (Pegg), scrittore di libri per l'infanzia, vorrebbe cambiare genere e dare alle stampe un saggio sui serial killer londinesi. Documentandosi sui più efferati omicidi, sviluppa però una crescente e incontrollabile paranoia, un'irrazionale "paura di tutto", che lo spinge a rinchiudersi in casa nel timore di essere preso di mira a sua volta da un assassino seriale. A questo si somma la sua fobia, risalente all'infanzia, verso le lavanderie automatiche (fu proprio in una di queste che venne abbandonato dalla madre, quando era un bambino). Opera prima del cantautore e chitarrista Crispian Mills (anche autore della sceneggiatura), una black comedy claustrofobica e surreale che si appoggia soprattutto sulla recitazione esagitata di Pegg, chiuso in casa e terrorizzato da ogni cosa (ombre, movimenti, telefoni che squillano). La trama si vivacizza da metà pellicola in poi, quando Jack è costretto a uscire per recarsi a un appuntamento con un agente letterario, e prende una piega inaspettata nel finale, con il protagonista alle prese con un vero serial killer (pur con toni comici, questa parte di film sembra un incrocio tra "Fuori orario" di Scorsese, il segmento centrale di "Pulp Fiction" e diversi film horror, con tanto di citazioni da "Psycho"). C'è anche una breve sequenza in animazione (a passo uno), che illustra la storia del riccio Harold, l'animaletto protagonista dei libri per l'infanzia scritti da Jack. Non sempre le battute colpiscono nel segno, anche perché l'umorismo britannico non è per tutti i gusti, ma Pegg è comunque una garanzia. Mitica, comunque, la scena in cui Jack discute con il killer (che ama gli Europe) dei suoi gusti musicali. Il film, a quanto ne so, non è mai stato tradotto in italiano.

4 luglio 2014

Mistery (Bob Swaim, 1986)

Mistery (Half Moon Street)
di Bob Swaim – GB/USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Caine
*

Visto in TV.

Per arrotondare il magro stipendio, la dottoressa americana Lauren Slaughter (Weaver) – consulente presso l'istituto per le relazioni con i paesi del Medio Oriente a Londra – comincia a lavorare come accompagnatrice per un'agenzia di escort di lusso. E finirà per innamorarsi di uno dei suoi clienti, Lord Bulbeck (Caine), diplomatico nel mirino dei terroristi perché sta negoziando un trattato fra arabi e israeliani. Un incrocio fra "Bella di giorno" e un film di spionaggio alla James Bond? Macché! La trama implausibile e la protagonista improbabile (femminista, salutista, colta e sessualmente disinibita) lo rendono un thriller insulso, nonché piatto e privo di ritmo, diretto da un regista senza un briciolo di talento. Il contesto fantapolitico è risibile, fra complotti fumosi e stereotipi al limite del razzismo, mentre la trovata di rendere la scienziata una squillo è puramente pretestuosa (ma almeno fa sì che la Weaver si conceda diverse scene a seno nudo). Cast sprecato per un filmetto senza qualità, con dialoghi e confezione da tv movie.

27 ottobre 2013

Dorian Gray (Oliver Parker, 2009)

Dorian Gray (id.)
di Oliver Parker – GB 2009
con Ben Barnes, Colin Firth
*1/2

Visto in TV.

Scialbo adattamento de "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, affossato da un pessimo protagonista e da una regia che tenta di infondere maggior interesse nel soggetto girandone alcune scene come un horror di bassa lega. La storia è quella nota, anche se la sceneggiatura di Toby Finlay la "arricchisce" di ulteriori sfumature gotiche e ne modifica alcuni passaggi (come quelli relativi alla breve storia d'amore del protagonista con l'attrice teatrale interpretata da Rachel Hurd-Wood): il giovane nobiluomo londinese Dorian Gray (Ben Barnes) si fa dipingere un ritratto dall'amico Basil Hallward (Ben Chaplin); quando scopre che il quadro invecchia al posto suo, e che ogni peccato commesso fa imbruttire il dipinto mentre lui si mantiene puro e immacolato, comincia a dedicarsi all'edonismo più sfrenato, seguendo alla lettera i consigli del cinico Lord Henry Wotton (Colin Firth) che gli aveva insegnato a "cogliere ogni attimo" e a soddisfare ogni impulso. Non si fa mancare niente, compreso l'omicidio; ma anni dopo, proprio quando sembra deciso a mettere la testa a posto e a cambiare vita per amore della figlia di Henry, Emily (Rebecca Hall), il destino gli presenterà il conto. Una mediocre ricostruzione storica (davvero pessima la Londra dell'epoca in computer grafica, mentre costumi e scenografie sono al risparmio), un protagonista inadeguato (molto meglio, ça va sans dire, Firth e Chaplin), una tensione drammatica inesistente: da salvare alla fine c'è solo il soggetto (ovviamente), che indaga sui temi dell'eterna giovinezza e della corruzione dell'anima, e i celebri aforismi di Oscar Wilde, sparsi a piene mani dallo sceneggiatore e messi in bocca ora a Lord Henry ora a Gray stesso. Parker, abbonato alle pellicole di derivazione wildiana (suoi i gradevoli "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernest" con Rupert Everett), da qualche anno sembra essere scivolato lungo una brutta china.

30 agosto 2013

Ricatto (Alfred Hitchcock, 1929)

Ricatto (Blackmail)
di Alfred Hitchcock – GB 1929
con Anny Ondra, John Longden
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Alice è fidanzata con Frank, un detective di Scotland Yard, ma accetta il corteggiamento di uno sconosciuto, il pittore Crewe, seguendolo imprudentemente fino a casa sua. Qui l'uomo cerca di usarle violenza, e lei per difendersi lo accoltella a morte. Sconvolta, fugge dopo aver cancellato tutte le tracce della propria presenza nell'appartamento, ma non si accorge di aver dimenticato i guanti. Uno di questi viene trovato da Frank, cui sono state affidate le indagini, che lo nasconde per non compromettere la ragazza; l'altro, invece, finisce nelle mani del pregiudicato Tracy, che si presenta a casa di Alice per ricattarla. Il primo film sonoro di Hitchcock (e in generale uno dei primi della cinematografia britannica) è un thriller ad alta tensione che presenta già molti elementi che diventeranno marchi di fabbrica del regista: la suspense che monta poco a poco, coinvolgendo un personaggio inizialmente "innocente" in una vicenda da incubo; una "bionda" come protagonista (in questo caso si tratta di Anny Ondra, attrice di origine ungherese e di nazionalità cecoslovacca, che con sir Alfred aveva già lavorato nel precedente "L'isola del peccato" e che vide la sua carriera britannica interrompersi proprio con l'avvento del sonoro, per via del suo forte accento mitteleuropeo – qui è "doppiata" da Joan Barry); lo scontro finale collocato in un celebre luogo pubblico (in questo caso al British Museum). Inizialmente il film avrebbe dovuto essere muto, ma su richiesta dei produttori (che volevano sfruttare la popolarità della nuova tecnologia), Hitchcock ne realizzò due versioni diverse, di cui una sonorizzata. Stilisticamente, comunque, anche quest'ultima è ancora debitrice del cinema precedente: tutta la prima parte, addirittura, presenta rumori ambientali e una musica incalzante, ma i personaggi muovono la bocca senza emetter parole, proprio come in un film muto. Diversi gli elementi e le "trovate" registiche da segnalare: l'uso espressionistico delle ombre sui muri (che Hitchcock mutua dal cinema tedesco), la potenza evocativa del dipinto di Crewe che mostra un clown (Rigoletto?) che ride della ragazza, la chiacchierata metacinematografica tra Frank e Alice sul film da andare a vedere al cinema (il detective è convinto che la pellicola, che parla di Scotland Yard, sarà piena di errori), la salita delle scale (viste in sezione), l'inquadratura di Alice che si spoglia a casa di Crewe mentre lui suona il pianoforte, la sequenza in cui la ragazza, dopo il delitto, vaga tutta la notte per Londra, ossessionata dall'immagine del pittore morto (al punto da trasfigurare, nella sua immaginazione, persino le insegne pubblicitarie), e naturalmente l'inseguimento al ricattatore per le sale del British Museum, fino al confronto finale sul tetto. Hitchcock stesso compare in uno dei suoi camei più lunghi, nei panni dell'uomo che legge in treno e a cui un ragazzino fa i dispetti.

8 maggio 2012

Notting Hill (Roger Michell, 1999)

Notting Hill (id.)
di Roger Michell – GB 1999
con Hugh Grant, Julia Roberts
**

Visto in DVD, con Sabrina.

Anna Scott (Julia Roberts) è una celebre attrice hollywoodiana, famosa in tutto il mondo, la cui vita privata è sbattuta regolarmente sulle prime pagine dei tabloid. William Thacker (Hugh Grant) è invece un "tipo qualunque", timido proprietario di una libreria di viaggi nel pittoresco quartiere londinese di Notting Hill. Un giorno, casualmente, Anna entra nel negozio di Will: sarà l’inizio di un’improbabile storia d’amore. Enorme successo di pubblico (e boom di visite nei luoghi che fanno da sfondo alla vicenda) per un film che punta tutto su una sceneggiatura semplice ma che fa bene il suo lavoro. Il tema dell’incontro fra una celebrità apparentemente “irraggiungibile” e un uomo normale è un classico della commedia romantica, e viene qui svolto con buon gusto e sensibilità. Ma se nella prima parte la pellicola non manca di brio ed è ravvivata da situazioni spigliate ed esilaranti (Will che si finge un giornalista per poter avvicinare Anna) e da un discreto contributo dei personaggi di contorno (su tutti il grezzo coinquilino interpretato da Rhys Ifans), più si va avanti più ne diventano evidenti i limiti, dovuti soprattutto all’eccessiva prevedibilità (per non parlare dell’implausibile finale, con lei ad adattarsi alla vita di lui e non il contrario: qui però entra in gioco la sospensione dell’incredulità, assolutamente necessaria per potersi godere una storia di questo tipo, di fatto una fiaba). Chi cerca dolcezza e puro romanticismo, non contaminato da sberleffi, cinismo e volgarità, non resterà deluso. Gli amanti della commedia sofisticata e dei dialoghi brillanti, invece, si tengano stretti i vecchi e inarrivabili dvd di Cukor e Lubitsch. Lo sceneggiatore Richard Curtis – che abita proprio a Notting Hill ed è il vero autore della pellicola (il regista Roger Michell è solo un "esecutore") – aveva già lavorato con Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale” (e lo farà ancora ne “Il diario di Bridget Jones”): in seguito si darà anche alla regia con “Love Actually”.

13 aprile 2012

Il pensionante (A. Hitchcock, 1926)

Il pensionante (The Lodger: A Story of the London Fog)
di Alfred Hitchcock – GB 1926
con Ivor Novello, June Tripp
***

Visto in DVD.

Tratto da un romanzo di Marie Belloc Lowndes ispirato ai delitti di Jack lo squartatore, il terzo lungometraggio di Hitchcock è universalmente considerato – anche dal regista stesso – come il suo “primo vero film”. E non solo perché si tratta di un thriller e non di un melodramma come i due precedenti, ma perché per temi, stile e tecnica presenta già tutti gli elementi che caratterizzeranno in seguito i suoi capolavori: la suspense, l’ambiguità, il sospetto, l’innocente accusato ingiustamente, il meccanismo narrativo semplice ma perfetto. Londra è scossa da un misterioso assassino che si firma “The avenger” (Il vendicatore) e che uccide solo giovani donne bionde. I delitti avvengono sempre per le strade e di martedì sera, i giornali non parlano d’altro (notevole la sequenza in cui il regista mostra tutti i passaggi della propagazione di una notizia, dal reporter che detta l’informazione all’agenzia fino alla distribuzione delle copie stampate), le ragazze bionde indossano parrucche scure per non correre rischi (mentre le brune se la ridono). In una pensione a conduzione familiare, proprio nella zona della città dove sono concentrati i delitti, giunge un nuovo e misterioso inquilino, un giovane taciturno, sinistro e ambiguo che ben presto catalizza su di sé i sospetti dei padroni di casa, anche perché sembra ossessivamente attratto dalla loro (naturalmente bionda) figlia Daisy. Questa è fidanzata con un poliziotto, ma in qualche modo subisce l’attrazione del nuovo venuto, ignorando tutti i segnali di pericolo. In un crescendo di tensione, anche lo spettatore è portato a sospettare del pensionante: appena entrato in camera lo vediamo turbato dai quadri che rappresentano donne bionde, tanto che chiede di toglierli; segue Daisy nell’atelier dove lavora come modella e le fa un regalo inaspettato; più volte sembra che sia preso da un impulso irrefrenabile di farle del male (quando afferra l’attizzatoio del camino, per esempio; o nella sequenza in cui la ragazza sta facendo il bagno, che per certi versi sembra anticipare addirittura la celebre scena della doccia di “Psycho”); esce di soppiatto, mascherato, proprio il martedì sera, per fare ritorno dopo che il delitto si è compiuto; annota diligentemente su una mappa (usando il triangolo, simbolo del “Vendicatore”) tutti i luoghi dove si sono verificati gli omicidi; e il suo atteggiamento è costantemente tormentato e disturbato, segno che nasconde qualcosa. Naturalmente si rivelerà innocente (il vero colpevole, fra l’altro, non viene mai mostrato sullo schermo), e nel finale scampa per un pelo al linciaggio della folla che lo insegue e che lo raggiunge quando, ammanettato, rimane appeso a una cancellata. La tecnica registica di Hitch (pur con evidenti influenze da Murnau e da Lang) è già matura: fa grande uso di primissimi piani (come quello che apre il film, una ragazza che urla dal terrore), di scritte ad effetto (l’insegna lampeggiante al neon di un teatro di varietà, “Tonight Golden Girls”, che sembra il manifesto programmatico dell’assassino) e di sovrimpressioni (il pensionante che cammina al piano di sopra, i cui passi si “vedono” attraverso il soffitto), sfrutta al meglio la fotografia (con l’illuminazione da dietro per far risaltare i riccioli biondi delle vittime) e le scenografie (la nebbia nelle strade di Londra), cura la psicologia dei personaggi (i sospetti della padrona di casa, la gelosia del poliziotto, l’ingenuità di Daisy), insiste sul legame fra sesso e morte, e confeziona un “giallo” che sorprende per il colpo di scena finale e che venne considerato, alla sua uscita, come il film più importante prodotto fino ad allora in Gran Bretagna. Il progetto originale prevedeva di terminare il film senza svelare se il protagonista fosse colpevole o innocente, ma la presenza di Ivor Novello – una star dell’epoca – spinse lo studio a modificare la sceneggiatura. Il grande successo di pubblico (in seguito ne vennero realizzati diversi remake sonori, di cui il primo, nel 1932, ancora con Novello) diede una forte spinta alla carriera dell’allora ventisettenne regista. Nel film sono inclusi anche i primi dei suoi consueti cameo: Hitchcock appare all’inizio, di spalle, seduto a un tavolo nella sala stampa, e poi in mezzo alla folla nel finale.

31 gennaio 2011

Il discorso del re (Tom Hooper, 2010)

Il discorso del re (The King's Speech)
di Tom Hooper – Gran Bretagna 2010
con Colin Firth, Geoffrey Rush
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Per superare la balbuzie che lo affligge sin da bambino e che gli rende difficile e imbarazzante tenere discorsi in pubblico (attività che i membri della famiglia reale, dopo l'invenzione della radio, sono tenuti a svolgere con sempre maggior frequenza), il principe Albert di Gran Bretagna (figlio di re Giorgio V e fratello minore dell'erede al trono Edward) si rivolge a un logopedista australiano, Lionel Logue, che con i suoi metodi poco ortodossi e ancor meno formali lo aiuterà a vincere le proprie incertezze. L'amicizia fra i due si rivelerà fondamentale nel 1939 quando, diventato re d'Inghilterra con il nome di Giorgio VI dopo che il fratello ha abdicato per sposare Wallis Simpson, Albert dovrà pronunciare l'importante discorso che comunica al popolo l'ingresso in guerra contro la Germania. Filtrando i grandi eventi della storia attraverso un "piccolo" dramma personale, il film riesce a comunicare tutta l'umanità di un personaggio costretto a mostrare in pubblico un volto fermo e solenne, in contrasto con il proprio carattere timido e introverso. Albert è un principe e poi un re riluttante che riesce – grazie alla forza di volontà e soprattutto all'amicizia con un "uomo comune" ed estraneo al contesto della famiglia reale come Logue (curiosa, fra l'altro, l'affinità del cognome del personaggio con la parola logos) – a superare i propri limiti. La sceneggiatura (di David Seidler, a sua volta un balbuziente) lascia intendere che i disturbi di dizione del protagonista avessero un'origine psicologica. Certo, lascia un po' perplessi che nella scena finale ci sia tanta enfasi e apprezzamento per il lato formale del discorso mentre nessuno sembra preoccuparsi per i contenuti (ossia l'inizio della guerra). Eccellente l'interpretazione di Colin Firth, da apprezzare guardando il film in lingua originale (trattandosi di una pellicola incentrata sul linguaggio, è quasi un delitto ascoltarla doppiata), ma anche quella dell'ironico Geoffrey Rush, sagace terapeuta e attore shakesperiano dilettante, a sua volta in grado di superare le proprie insicurezze e l'inadeguatezza sociale grazie al successo del suo paziente. La brava Helena Bonham Carter è la moglie di Albert, Guy Pearce è un Edward un po' schematico, Michael Gambon è Giorgio V, Timothy Spall è un caricaturale Winston Churchill, Derek Jacobi è l'arcivescovo di Canterbury. Nella colonna sonora si fa ampio uso di celebri brani di musica classica: in particolare, durante il fatidico discorso si ode in sottofondo l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven. C'è stata qualche polemica negli Stati Uniti e in altri paesi per il turpiloquio usato da Logue come metodo di cura "shock" (e pare, assurdo!, che verrà realizzata anche una versione rimontata senza le scene incriminate). Esagerate, comunque, dodici candidature agli Oscar per un film un po' ingessato e limitato dalla "monotematicità" che gli impedisce di spaziare al di fuori del suo tema centrale.