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23 febbraio 2021

Il cacciatore di indiani (A. De Toth, 1955)

Il cacciatore di indiani (The Indian Fighter)
di André De Toth – USA 1955
con Kirk Douglas, Elsa Martinelli
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'esperto scout Johnny Hawks (Kirk Douglas), reduce dalla guerra civile, guida un convoglio di coloni verso l'Oregon, attraverso i territori dei Sioux di Nuvola Rossa, della cui figlia Onahti (Elsa Martinelli, all'esordio a Hollywood e scelta personalmente da Douglas, anche produttore) è innamorato. Ma la fragile tregua con gli indiani è messa a repentaglio da due avventurieri senza scrupoli (Walter Matthau e Lon Chaney Jr.), alla ricerca di un giacimento d'oro che è nascosto nella regione. Western classico con un inedito taglio – nonostante il titolo, dovuto alla "fama" di Johnny – a favore degli indiani e contro lo sfruttamento e l'espansionismo dei bianchi (il protagonista dice esplicitamente che preferirebbe che il Far West non venisse "civilizzato"). Pur non trattandosi di un capolavoro, fa parte di quel trend che lentamente ha aggiunto spessore, complessità e sfumature all'approccio con cui venivano rappresentati sullo schermo i conflitti fra i coloni e i nativi americani, superando la divisione manichea e superficiale in buoni e cattivi. L'ampio cinemascope, che valorizza i paesaggi, e la regia competente, spettacolare soprattutto nelle sequenze dell'assalto al forte, fanno il resto. Alla sceneggiatura ha collaborato Ben Hecht. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Elisha Cook Jr. (il fotografo Briggs), Diana Douglas (Susan, la vedova che corteggia Johnny: l'attrice era l'ex moglie di Kirk), Walter Abel e Harry Landers. Musiche di Franz Waxman.

12 luglio 2020

Solo sotto le stelle (David Miller, 1962)

Solo sotto le stelle (Lonely are the brave)
di David Miller – USA 1962
con Kirk Douglas, Gena Rowlands
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il mandriano Jack W. Burns (Kirk Douglas) è un uomo fuori dal suo tempo: ama le praterie, i grandi spazi e la libertà, non ha domicilio, si sposta a cavallo come i cowboy di una volta e senza documenti, e ovviamente mal sopporta il mondo moderno con le sue regole e limitazioni. Quando viene a sapere che il suo più caro amico Paul (Michael Kane), colui che ha sposato la donna che anche lui amava (Gena Rowlands), è stato chiuso in prigione per aver sfamato e protetto degli immigrati clandestini, si fa arrestare apposta per poterlo incontrare in carcere. Da lì, naturalmente, non perde tempo a evadere (“Non ci resto in questo posto: impazzirei, ucciderei qualcuno!”) per fuggire verso il Messico, in sella alla sua cavalla Whisky. Ma sulle sue tracce si lancia la polizia, guidata dallo sceriffo locale, Morey Johnson (Walter Matthau), che con tanto di elicotteri e camionette lo bracca sul fianco della montagna che si frappone fra lui e la libertà... Sceneggiato da Dalton Trumbo (con cui Douglas aveva già lavorato due anni prima in "Spartacus") da un romanzo di Edward Abbey, un western di ambientazione contemporanea che lo stesso attore considerava il suo preferito fra tutti i film che aveva interpretato. Avventuroso e intenso, sembra quasi l'anello di congiunzione fra "Una pallottola per Roy" e il primo "Rambo" – con la caccia all'uomo sulle montagne o in mezzo alla natura da parte di forze dell'ordine che non possono condonare il suo innato desiderio di libertà – naturalmente passando per film (come "L'ultimo buscadero" di Sam Peckinpah) che hanno raccontato il tramonto di un cowboy ormai trapiantato nel mondo moderno. Ottimo Douglas, alle prese come suo solito con un messaggio progressista e ancora d'attualità (da sottolineare l'amico intellettuale che si batte per i diritti degli immigrati). George Kennedy è il secondino “carogna”. Interessante vedere Matthau in un ruolo non comico, il simpatetico e comprensivo sceriffo cui fa da spalla William Schallert nella parte dell'assistente-telefonista.

7 febbraio 2020

Il grande cielo (Howard Hawks, 1952)

Il grande cielo (The Big Sky)
di Howard Hawks – USA 1952
con Kirk Douglas, Dewey Martin
***

Rivisto in DVD, per ricordare Kirk Douglas.

Nel 1832, l'avventuriero Jim Deakins (Kirk Douglas) e la giovane testa calda Boone – "Bill" nel doppiaggio italiano – Caudill (Dewey Martin) vengono ingaggiati come cacciatori nella spedizione guidata da Zeb Calloway (Arthur Hunnicutt) e finanziata da un mercante francese (Steven Geray). L'obiettivo: risalire il fiume Missouri a bordo di un barcone per oltre 3000 chilometri, da Saint Louis fino ai territori inesplorati del Montana, per commerciare in pellicce con gli indiani Piedi Neri. A bordo dell'imbarcazione c'è anche una donna, una giovane pellerossa chiamata Occhio d'Anitra (Elizabeth Threatt), figlia di un capo tribù da cui fu rapita anni prima: la speranza dei mercanti è che, riportandola a casa, possa aiutarli a convincere gli indigeni a trattare con loro. Pellicola epica e avventurosa di ambientazione fluviale (come il precedente "Il fiume rosso", sempre di Hawks) che racconta, in maniera romanzata e avvincente (e con qualche concessione al gusto hollywoodiano), la prima spedizione di uomini bianchi nei vasti e sconosciuti territori del Nord-Ovest ("È un territorio immenso. La sola cosa che c'è di più grande è il cielo", spiega Calloway). Durante il lungo viaggio i nostri eroi dovranno fronteggiare le forze della natura, gli attacchi di indiani ostili (i Corvi, nemici dei Piedi Neri) e gli agguati degli uomini della rivale Compagnia delle Pellicce, oltre che appianare le tensioni interne (dovute soprattutto alla presenza "tentatrice" della giovane e orgogliosa Occhio d'Anitra). Ma saranno ricompensati. La vicenda è narrata in prima persona dall'esperta guida indiana Zeb, zio di Bill: e per un western dell'epoca, mostra un'insolita simpatia verso i pellerossa (Calloway spiega che essi temono una sola cosa: la "malattia" dell'uomo bianco, ovvero l'avidità). La pellicola fu girata quasi interamente in esterni, nel Parco Nazionale di Grand Teton. Buddy Baer è il gigantesco Romaine (che potrebbe aver ispirato il personaggio di Gros-Jean nei fumetti di Tex), Hank Worden è l'indiano alcolizzato Poordevil (Pelleeossa), Jim Davis è il "cattivo" Streak (Stoker nell'edizione italiana). Due nomination agli Oscar (per Hunnicutt e per la fotografia di Russell Harlan). Esiste una versione colorizzata.

4 settembre 2019

20.000 leghe sotto i mari (R. Fleischer, 1954)

20.000 leghe sotto i mari (20,000 Leagues Under the Sea)
di Richard Fleischer – USA 1954
con Kirk Douglas, James Mason
**

Rivisto in TV.

Salpati alla ricerca di un misterioso "mostro" che affonda le navi mercantili, il professor Aronnax (Paul Lukas), il suo assistente Consiglio (Peter Lorre) e il fiocinatore Ned Land (Kirk Douglas) scoprono che si tratta in realtà di un avveniristico sottomarino, il Nautilus, comandato dal carismatico Capitano Nemo (James Mason), in guerra contro l'umanità intera e intenzionato a fermare gli approvvigionamenti di armi ai vari governi della Terra. Non è il primo lungometraggio completamente in live action della Disney (il primato va a "L'isola del tesoro" del 1950) ma il primo in Cinemascope e con un cast di grandi nomi (oltre che il primo distribuito direttamente, attraverso la neonata Buena Vista). Ambizioso e girato con un grande dispendio di risorse (si trattava del film più costoso mai prodotto a Hollywood fino ad allora) ed effetti speciali e visivi all'avanguardia (ovvero set dipinti, modellini e animatroni), è probabilmente il miglior adattamento per il grande schermo di un romanzo di Jules Verne (mai particolarmente fortunato al cinema). Il che, ahimè, non basta a compensarne i difetti (è lungo, episodico e noioso, soprattutto nella prima parte, oltre che diretto con uno stile datato e con un ritmo tutt'altro che accattivante se giudicato con i progressi che il cinema d'intrattenimento ha compiuto dagli anni settanta in poi). Da salvare le interpretazioni, su tutte quelle di un Mason barbuto nei panni del Capitano Nemo (anche se il personaggio, le sue origini e i dettagli delle sue scoperte sono annacquati nella genericità rispetto al romanzo originale), e alcune scene d'azione (in particolare la lotta contro la piovra gigante). Molte comunque le alterazioni al romanzo originale (come la sorte finale di Nemo) e le concessioni al gusto disneyano (vedi la foca Esmeralda). Due Oscar per le scenografie e gli effetti speciali. La colonna sonora è di Paul Smith. Harper Goff ha disegnato gli interni del Nautilus.

18 settembre 2018

Brama di vivere (Vincente Minnelli, 1956)

Brama di vivere (Lust for life)
di Vincente Minnelli – USA 1956
con Kirk Douglas, Anthony Quinn
***

Visto in divx.

Biografia di Vincent Van Gogh, il grande pittore olandese che per tutta la vita lottò con la nevrosi e l'irrequietezza, quel desiderio di riprodurre in immagini e in colori la realtà che lo circondava, cogliendo l'essenza delle cose anche se trasfigurate dalla propria visione. Tormentato, sensibile, solitario, in cerca di amore ma costretto a convivere con continui fallimenti e insuccessi, sia professionali che esistenziali, Van Gogh morì suicida a soli 37 anni, prima di essere riconosciuto dal mondo intero come quel genio che era. A interpretarlo c'è un Kirk Douglas incredibilmente calato nella parte, che somiglia moltissimo anche fisicamente all'artista. Assai fedele alle vicissitudini della vita di Van Gogh (è tratto dal romanzo di Irving Stone, a sua volta basato sulle lettere che il pittore scriveva al fratello Theo), il film può forse soffrire oggi per i dialoghi un po' troppo letterari e una sceneggiatura ingabbiata dal flusso degli eventi reali, ma riesce a trasmettere tutta la sensibilità e la grande libertà creativa del protagonista, grazie anche alla qualità delle immagini, con scenari che richiamano e riproducono sullo schermo i colori, le atmosfere e le fonti di ispirazione dei suoi dipinti. Si va dal periodo trascorso nel distretto minerario di Borinage (quando Van Gogh comincia a ritrarre nei suoi disegni le difficili condizioni di vita dei minatori, come farà poi con i contadini) a quello in città (prima ad Anversa e poi a Parigi, dove entra in contatto con i pittori impressionisti), dai rapporti con i familiari (difficile quello con il padre, un severo pastore protestante, molto stretto invece quello con il fratello Theo (James Donald), mercante d'arte che lo sosterrà sempre anche economicamente) ai due anni trascorsi ad Arles, in Provenza, dove lavorerà a getto continuo e realizzerà molti dei suoi capolavori (ritratti, scene in campagna, covoni, ponti, ciliegi, girasoli, interni della sua "casa gialla"). Dopo la visita di Paul Gaguin (Anthony Quinn), da lui enormemente ammirato ma con cui finirà per litigare, avrà un crollo nervoso, culminato nel taglio dell'orecchio. E infine la progressiva discesa nella depressione e nella follia, a malapena rallentata da un soggiorno in una casa di cura e poi presso la dimora del dottor Gachet (Everett Sloane) ad Auvers-sur-Oise. Dopo aver dipinto il celebre paesaggio con i corvi su un campo di grano, si toglierà la vita. Totalmente focalizzata sul personaggio, la pellicola mostra la genesi di molti suoi quadri e disegni, e scava nel suo animo tragico, nei suoi desideri e nelle sue frustrazioni: i momenti più interessanti, però, sono quelli della convivenza di alcune settimane ad Arles con Gauguin, con tutte le dinamiche di un'amicizia impossibile fra due artisti geniali ma che vedono il mondo (e l'arte) con occhi e idee diverse. Anthony Quinn, che interpreta proprio Gaguin, vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista: l'avrebbe senza dubbio meritato anche Douglas, che perse in favore del Yul Brynner de "Il re ed io". la pellicola ricevette anche la nomination per la miglior sceneggiatura e per la scenografia. Il regista aveva già diretto Douglas ne "Il bruto e la bella". Non accreditato, George Cukor avrebbe sostituito Minnelli nel rifacimento di almeno una scena. Se si esclude un documentario di Alain Resnais del 1948, questa era la prima volta che il grande cinema si occupava della figura di Van Gogh, che sarà poi al centro di numerose pellicole di registi importanti (da "Vincent & Theo" di Robert Altman a "Sogni" di Akira Kurosawa, fino al recente "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" di Julian Schnabel).

5 novembre 2017

Uomini e cobra (J. L. Mankiewicz, 1970)

Uomini e cobra (There was a crooked man...)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1970
con Kirk Douglas, Henry Fonda
***

Visto in TV.

Autore di un colpo che gli ha fruttato mezzo milione di dollari, il rapinatore Paris Pitman Jr. (Kirk Douglas) viene arrestato e rinchiuso in una prigione nel deserto dell'Arizona: non prima, però, di aver nascosto il bottino in un anfratto pieno di serpenti velenosi, di cui è l'unico a conoscere l'ubicazione. In carcere, Paris non perde tempo a escogitare un modo di evadere. E grazie al suo carisma, coinvolge nel piano i suoi compagni di cella, anche se deve vedersela con l'occhio vigile dello sceriffo Woodward W. Lopeman (Henry Fonda), inflessibile tutore della legge, che si è fatto nominare direttore della prigione anche nella speranza di migliorare le condizioni di vita dei detenuti... L'unico western mai girato da Mankiewicz, su una sceneggiatura di David Newman e Robert Benton (reduci dal successo di "Gangster story"), è naturalmente un western atipico, cinico e divertente, ambientato quasi tutto in una prigione a cielo aperto, della quale mostra le dinamiche e i rapporti fra i prigionieri, le guardie e la direzione (prima quella inflessibile e corrotta del primo direttore, poi quella "illuminata", più rilassata e dialogante di Lopeman). Al centro di tutto questo domina l'ambigua figura del protagonista, memorabile anche visivamente con i capelli rossi e gli occhialini rotondi: carismatico, pieno di iniziativa, leader naturale, ma in realtà un "serpente" pronto a tradire e a ingannare chiunque pur di raggiungere i propri obiettivi. Lo vediamo sin dalla scena iniziale, quella della rapina, in cui non esita a sacrificare i propri compagni per tenersi il bottino tutto per sé, e poi naturalmente nel resto del film, dove piega ai propri piani ogni altro valore (l'amicizia, la solidarietà, la redenzione). I serpenti a sonagli che affollano la grotta dove ha nascosto il denaro (e che il titolo italiano, pur trasformandoli in cobra, mette in primo piano) ne sono un'ovvia metafora (e faranno giustizia poetica). A lui si contrappone un personaggio altrettanto complesso come lo sceriffo, intransigente quando si parla di sesso o di alcol, ma sinceramente disposto a dare una seconda possibilità anche ai più gaglioffi (e la cosa rischia di costargli più volte la pelle). In mezzo, tanti personaggi come in ogni prison movie che si rispetti (a tratti la pellicola ricorda "La grande fuga"): il giovane Coy Cavendish (Michael Blodgett), testa calda finito in carcere per un incidente; la coppia formata dal truffatore Cyrus (John Randolph) e dal pittore Whinner (Hume Cronyn), verso i quali gli impliciti sottotesti gay si sprecano; il violento ladruncolo Floyd (Warren Oates); il gigantesco cinese Ah-Ping (C.K. Yang); e l'anziano rapinatore di treni Missouri Kid (Burgess Meredith), veterano della prigione, che sopravvive "sognando" una fattoria e che gli intrighi di Paris finiranno per corrompere (come tutto e come tutti). Mankiewicz gestisce il cast corale con mano ferma e ottimo ritmo, senza rinunciare a un acido sense of humour: la pellicola, grazie anche alla colonna sonora di Charles Strouse, è spigliata e ha a tratti un tono sbarazzino e leggero, sin dai titoli di testa con illustrazioni in stile fiabesco (il titolo originale è l'incipit di una celebre filastrocca per bambini).

23 maggio 2017

Incubi (Donner, Holland, Zemeckis, 1992)

Incubi (Two-Fisted Tales)
di Richard Donner, Tom Holland e Robert Zemeckis – USA 1992
con Brad Pitt, Kirk Douglas
**

Visto in divx.

Tre episodi, di generi e ambientazioni diverse, per quello che avrebbe dovuto essere il pilota di una serie televisiva (in stile "I racconti della cripta", di cui sarebbe stato uno spin-off, o "Ai confini della realtà"). Il progetto, però, non si concretizzò mai, e gli episodi furono riciclati proprio all'interno de "I racconti della cripta". Il titolo originale è quello di una serie a fumetti pubblicata negli anni '50 dalla EC Comics, ma nessuno dei tre segmenti è un adattamento di storie apparse in quella testata (i primi due soggetti sono originali, scritti rispettivamente da Frank Darabont e da Randall Jahnson; il terzo – il migliore del lotto – è tratto da una storia di Al Feldstein apparsa su un differente albo della EC). Bill Sadler interpreta il personaggio rude e sarcastico che introduce le vicende, un pistolero sulla sedia a rotelle che irride e insulta ripetutamente gli spettatori. Il primo episodio (il western) è l'unico con venature horror e soprannaturali. Gli altri due (ambientati rispettivamente nel mondo delle corse clandestine su strada e durante la prima guerra mondiale) sono semplicemente thriller con un insolito tema comune, quello dello scontro fra generazioni.

Duello fantasma (Showdown), di Richard Donner (*1/2),
con Neil Giuntoli e David Morse
Nel west, un fuorilegge in fuga da un ranger (che lo ha inseguito attraverso il deserto) lo sfida a duello e apparentemente ha la meglio. Non si rende però conto di essere già morto e di essere diventato un fantasma... Poco originale e significativo, a parte il colpo di scena, l'episodio si salva solo per la fotografia e l'atmosfera.

Corsa verso la morte (King of the Road), di Tom Holland (*1/2),
con Raymond J. Barry e Brad Pitt
Billy, giovane delinquente dalla testa calda, vuole sfidare Iceman, anziano asso del volante che ha abbandonato da anni le corse clandestine per diventare un poliziotto. Per convincerlo a tornare sulla strada, ne seduce e rapisce la figlia Carrie (Michelle Bronson). Inizio intrigante, ma conclusione deludente e scontata. Un Brad Pitt a inizio carriera è già carismatico nel ruolo del bad boy.

L'ultimo coraggio (Yellow), di Robert Zemeckis (**1/2),
con Kirk Douglas ed Eric Douglas
Sul fronte francese, durante la prima guerra mondiale, il generale Calthrob condanna alla fucilazione il proprio figlio Martin, macchiatosi di atti di codardia. Per consentirgli di redimersi, gli chiede di mostrarsi coraggioso davanti al plotone d'esecuzione, promettendogli che le armi saranno caricate a salve... Senza dubbio il migliore dei tre episodi, con un Douglas che – oltre a recitare insieme al suo vero figlio Eric, attore anch'egli ma meno noto del fratellastro Michael – torna su sentieri già battuti in "Orizzonti di gloria". Nel cast anche Lance Henriksen (il sergente) e Dan Aykroyd (il capitano).

12 aprile 2017

I cinque volti dell'assassino (J. Huston, 1963)

I cinque volti dell'assassino (The list of Adrian Messenger)
di John Huston – USA 1963
con George C. Scott, Jacques Roux
**

Visto in divx.

Questo film è passato alla storia, più che per il suo reale valore (è un giallo vecchio stile, ambientato in Gran Bretagna, tratto da un romanzo di Philip MacDonald), per la trovata pubblicitaria di accreditare sulle locandine e nei titoli di testa cinque attori di punta (Tony Curtis, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Kirk Douglas e Frank Sinatra) che recitano camuffati con maschere di gomma praticamente per l'intero film. Uno di essi, in effetti, è l'assassino, che alterna numerosi travestimenti per portare a termine i suoi loschi piani, mentre gli altri sono soltanto comprimari utilizzati per intorbidare le acque: ben sapendo che lo spettatore (visti i limiti del trucco dell'epoca) si sarebbe accorto quando il volto di un personaggio era finto, Huston e i produttori pensarono di aggiungere altri personaggi mascherati, che fossero sospettabili in ugual misura. La trama vede lo scrittore inglese Adrian Messenger (John Merivale) chiedere all'amico Anthony Gethryn (George C. Scott), agente segreto ora in pensione, di indagare su una lista di nomi: si tratta di persone di varia estrazione sociale, apparentemente senza legami fra loro, rimaste tutte vittima in tempi recenti di misteriose "morti accidentali". Quando lo stesso Adrian scompare in un incidente aereo, Anthony si convince che sia all'opera un misterioso assassino. Con l'aiuto del francese Raoul Le Borg (Jacques Roux), unico sopravvissuto allo stesso disastro aereo e innamorato della cugina di Adrian, Lady Jocelyn (Dana Wynter), il detective focalizzerà i sospetti su George Brougham, "pecora nera" di una famiglia ricca e aristocratica, che prima di ereditarne il patrimonio intende cancellare ogni traccia di un misfatto da lui compiuto durante la guerra, eliminando uno a uno i possibili testimoni... Per il regista si trattò di una pellicola di poco impegno, da girare mentre era in villeggiatura nella sua casa in Irlanda, e con lunghe sequenze incentrate su una delle sue passioni: la caccia alla volpe. E infatti, se la prima parte punta tutte le sue carte sui numerosi travestimenti dell'assassino, l'ultima mezz'ora si ravviva grazie al setting nel mondo dell'aristocrazia britannica. Piccole parti per "vecchie glorie" come Clive Brook, Gladys Cooper e Herbert Marshall.

5 gennaio 2017

Pietà per i giusti (William Wyler, 1951)

Pietà per i giusti (Detective story)
di William Wyler – USA 1951
con Kirk Douglas, Eleanor Parker
***1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Una sera, in una stazione di polizia a New York, diversi casi umani si intrecciano in modo drammatico. Una ladruncola (Lee Grant), arrestata per aver rubato una borsa, e un giovane (William Reynolds) che ha derubato il proprio datore di lavoro sono in attesa di essere schedati, così come una coppia di rapinatori incalliti (Joseph Wiseman e Michael Strong) che si accusano a vicenda: ma il caso più scottante è quello di un medico, il dottor Karl Schneider (George Macready), accusato di praticare aborti clandestini, che il detective Jim McLeod (Kirk Douglas) cerca di incastrare da diverso tempo. Schneider si costituisce, accompagnato dal suo avvocato (Warner Anderson), certo che McLeod non abbia prove contro di lui (e in effetti, i testimoni che il detective aveva rintracciato si tirano indietro). Peggio ancora, l'avvocato insinua che l'uomo abbia motivi personali per perseguitare il dottore: e infatti verrà fuori che la moglie di McLeod, Mary (Eleanor Parker), in passato si era rivolta proprio al medico... Tratto da un dramma teatrale di Sidney Kingsley (ma la sceneggiatura di Robert Wyler – fratello del regista – e di Philip Yordan è abile a spogliare il film di ogni "teatralità", se si eccettua il fatto che è praticamente ambientato tutto fra quattro mura), un noir stratificato e complesso sui temi della giustizia, della vendetta, dell'odio e del perdono, con un gruppo di personaggi indimenticabili, tratteggiati magnificamente dal ricco cast. La struttura è corale ma c'è comunque un protagonista, anche se per nulla simpatetico, pieno di difetti e di ombre (è il tipico "poliziotto cattivo", mentre quello "buono" è il suo collega Lou Brody, interpretato da William Bendix), inflessibile e dai modi spicci, ossessionato da una cieca intransigenza (motivata in realtà dall'odio per il padre, più che da un innato senso di giustizia). Intensissima, in particolare, la scena del confronto con la moglie. La pellicola ebbe qualche problema con la censura: all'epoca il codice Hays proibiva di mostrare sullo schermo l'omicidio di un poliziotto (e proprio questo film contribuì a modificare la regola, consentendo di mostrare scene di questo tipo "se necessarie per la trama"), nonché di fare riferimento all'aborto (ed ecco perché, nei dialoghi, sembra che il dottor Schneider si occupi "semplicemente" di parti clandestini). Il cast è completato da Horace McMahon (il capo del distretto), Cathy O'Donnell (la ragazza innamorata del giovane ladro), e ancora Gladys George, James Maloney, Gerald Mohr, Frank Faylen. Tanto Lee Grant che Joseph Wiseman erano al loro debutto sullo schermo: la Grant, nel ruolo della ladra, vinse addirittura il premio come miglior attrice non protagonista al Festival di Cannes, ma finì sulla lista nera del maccartismo (per aver rifiutato di testimoniare davanti alle commissioni) e non trovò più parti di rilievo per i successivi dodici anni.

24 novembre 2016

L'asso nella manica (Billy Wilder, 1951)

L'asso nella manica (Ace in the hole, aka The big carnival)
di Billy Wilder – USA 1951
con Kirk Douglas, Jan Sterling
****

Visto in divx.

Lo spregiudicato giornalista Charles Tatum (uno straordinario Douglas, in una delle sue migliori prove), cacciato da numerose testate a causa del vizio del bere, si è ridotto a lavorare per un umile quotidiano di provincia, ad Albuquerque, ed è alla ricerca del colpo che lo farà diventare una celebrità. Trova la sua occasione quando un uomo, Leo Minosa (Richard Benedict), rimane sepolto da una frana mentre stava esplorando una grotta in cerca di manufatti indiani. Gli articoli di Tatum sull'accaduto e sui tentativi di salvataggio richiamano l'attenzione di tutto il paese, e la collina dove si trova Leo, nel bel mezzo del deserto, viene attorniata da un immenso "circo mediatico" (letteralmente!), compresi curiosi e imbonitori di ogni tipo (sorge persino un luna park!). Mentre le quotazioni di Tatum come giornalista salgono rapidamente alle stelle (aiutato dal corrotto sceriffo locale, che in cambio di buona pubblicità tiene lontani i cronisti rivali), le operazioni di salvataggio procedono volutamente a rilento per "prolungare" il più possibile l'attenzione sull'evento. A scapito del povero Leo... Cinicissima pellicola sulle distorsioni del giornalismo, la spettacolarizzazione della cronaca e la manipolazione delle emozioni del pubblico (e in quanto tale, quanto mai moderna e di attualità). Wilder (anche sceneggiatore e produttore: era la prima volta che riuniva in sé tutti e tre i ruoli, essendosi appena separato da Charles Brackett, suo partner creativo di lunga data) si ispirò a due casi di cronaca realmente accaduti: quello di Floyd Collins, rimasto sepolto nel 1925 in una cava di sabbia, che portò il cronista William Burke Miller a vincere il premio Pulitzer (citato anche da Douglas durante la pellicola), e quello della piccola Kathy Fiscus, che solo due anni prima (nel 1949) aveva calamitato l'interesse dell'intera nazione dopo essere caduta in un pozzo abbandonato (un caso del tutto simile alla tragedia di Alfredino). Nonostante il setting sia tutt'altro che urbano, il film è un vero e proprio noir, capace di mettere in mostra il lato più cinico, amorale e opportunista delle persone. Quasi tutti hanno da guadagnarci dalla sventura di Leo e dal prolungare il più a lungo possibile le operazioni di soccorso: non solo il giornalista e lo sceriffo, ma anche la moglie dell'uomo, Lorraine (Jan Sterling), che non lo ama e che vorrebbe fuggire lontano da lui, ma rimane sul luogo perché convinta da Tatum a recitare la parte della moglie affranta per guadagnare il più possibile dall'enorme afflusso di curiosi presso la tavola calda di famiglia ("Verranno qui e divoreranno tutto, emozioni e polpette"). Indicativo come il costo dell'accesso al sito archeologico passi dall'essere gratuito ad aumentare giorno dopo giorno. I rapporto fra i due, Tatum e Lorraine, è particolarmente aspro, conflittuale e distruttivo, ai limiti del codice Hays. Nel cast anche Robert Arthur (il giovane reporter Herbie) e Porter Hall (l'integerrimo direttore del giornale di Albuquerque). Non particolarmente amato alla sua uscita, ma Wilder lo riteneva il miglior film da lui girato. Piccola curiosità: la compagnia di assicurazioni per la quale lavora l'uomo intervistato alla radio è la stessa (fittizia) del protagonista de "La fiamma del peccato".

20 febbraio 2015

Le catene della colpa (Jacques Tourneur, 1947)

Le catene della colpa (Out of the Past)
di Jacques Tourneur – USA 1947
con Robert Mitchum, Jane Greer
***

Rivisto in divx.

L'ex detective privato Jeff Markham (Mitchum), ritiratosi sotto falso nome a gestire una stazione di servizio in una cittadina di provincia, deve fare i conti con il proprio passato quando viene contattato dal gangster Whit Sterling (Kirk Douglas) che vorrebbe che tornasse a lavorare per lui dopo una "incomprensione" avvenuta tre anni prima. Sterling aveva infatti incaricato Markham di rintracciare la sua fidanzata Kathie Moffat (Jane Greer), scappata con quarantamila dollari; ma una volta trovata la ragazza ad Acapulco, Jeff se ne era innamorato e l'aveva aiutata a fuggire: troppo tardi si era reso conto che la donna era un'infida ingannatrice, pronta a manipolare chiunque per il proprio interesse. Da un romanzo di Geoffrey Homes (alias Daniel Mainwaring), sceneggiato in collaborazione con James M. Cain, un torbido noir dalla trama complessa e che presenta tutte le caratteristiche portanti del genere: contenutistici (il duro dai modi spicci, la donna fatale, il passato che ritorna e che presenta il conto) e strutturali (la narrazione in flashback, la voce fuori campo, la fotografia in bianco e nero contrastata e d'atmosfera). Grande la prova degli interpreti: un Mitchum solido ma fragile (nel contrapporlo a Douglas, la pellicola mette a confronto le due "fossette" più celebri di Hollywood) e una Greer bella e ambigua al punto giusto (che aveva già recitato per Tourneur ne "Il bacio della pantera", stesso film da cui proviene il direttore della fotografia Nicholas Musuraca). Nel cast anche Rhonda Fleming e Paul Valentine. Nella versione italiana sono state tagliate numerose scene con Ann Miller (Virginia Huston), la ragazza "locale" di Jeff, e Jim, l'aiutante dello sceriffo che gliela contende.

15 gennaio 2008

Spartacus (Stanley Kubrick, 1960)

Spartacus (id.)
di Stanley Kubrick – USA 1960
con Kirk Douglas, Laurence Olivier
**1/2

Rivisto in DVD.

Il più lungo e il meno personale fra tutti i film di Kubrick è anche quello che ho sempre ritenuto il meno bello. Rivedendolo, però, l'ho apprezzato molto più della prima volta, anche se naturalmente lo stile del grande regista è quasi del tutto assente, sommerso dalle esigenze narrative di un kolossal (che però, a parte la durata – oltre tre ore –, il tono epico e le grandi scene di battaglia nel finale, è più intimo, più minimalista e meno sfarzoso rispetto alla media del genere) il cui progetto era già in uno stato avanzato quando il giovane Kubrick è stato chiamato a dirigerlo, sostituendo Anthony Mann che aveva litigato con i produttori (e fu l'unico lavoro su commissione di tutta la sua carriera), forse su suggerimento di Douglas con il quale aveva lavorato in "Orizzonti di gloria". Spartaco, lo schiavo divenuto prima gladiatore e poi comandante di una rivolta in nome della libertà, viene descritto come un personaggio forte, sensibile e fuori dal tempo: la sua lotta contro la schiavitù, destinata al fallimento come ci rivela all'inizio della pellicola la voce di un narratore che poi scomparirà dal film, può essere letta in chiave moderna, così come gli interessanti intrighi politici sullo sfondo (la rivalità fra Gracco, senatore corrotto e vizioso ma amante della libertà e difensore della plebe, cui va la simpatia dello sceneggiatore blacklisted Dalton Trumbo, e il freddo e ambiguo Crasso, militare patrizio che aspira alla dittatura) riflettono la dicotomia fra gli schieramenti odierni. Devo ammettere che proprio le scene nel senato di Roma mi sono sembrate le più interessanti della pellicola. Ottimo e grandioso il cast: più che Douglas e Olivier, però, spiccano Peter Ustinov nei panni del mercante di gladiatori e Charles Laughton in quelli del sarcastico Gracco. Ci sono anche Tony Curtis (lo schiavo cantore Antonino, una cui scena in compagnia di Crasso nella quale si alludeva all'omosessualità di quest'ultimo – in maniera po' ridicola, a dire il vero, con i suoi discorsi sulle lumache e le ostriche – era stata tagliata all'epoca e reintegrata soltanto di recente), Herbert Lom (il pirata arabo) e Woody Strode (il gladiatore nero). Dimenticabile invece l'interpretazione di Jean Simmons, la moglie di Spartaco, che gli mostra il figlio "nato libero" mentre lui sta morendo sulla croce, anche se il tema musicale che la accompagna mi è piaciuto molto. Curiosamente, i romani "civilizzati" sono interpretati da attori inglesi (Olivier, Laughton), mentre schiavi e gladiatori dai più "rozzi" americani. Quattro premi Oscar (record per un film di Kubrick, ex aequo con "Barry Lyndon"): fotografia, scenografie, costumi e attore non protagonista (Ustinov). Il film comprende anche una "ouverture", con schermo nero e musica per quasi quattro minuti prima dei titoli di testa, e un "intermezzo" di altri due minuti: residui e testimonianza di un tempo in cui gli spettatori potevano permettersi di giungere al cinema anche a film già cominciato.

20 aprile 2007

Orizzonti di gloria (S. Kubrick, 1957)

Orizzonti di gloria (Paths of glory)
di Stanley Kubrick – USA 1957
con Kirk Douglas, George Macready
***1/2

Rivisto in DVD, con Andrea e Cristina.

Prima guerra mondiale, fronte franco-tedesco. Il colonnello Dax viene incaricato da un ambizioso generale di tentare una missione suicida: conquistare il "formicaio", un avamposto tedesco considerato inespugnabile. Quando il tentativo fallisce, il generale furioso ordina che tre soldati vengano processati per codardia davanti alla corte marziale. Il colonnello si batterà invano per salvarli contro le logiche assurde e disumane del potere. Il primo capolavoro di Kubrick, che può contare su ottime prove degli attori – Douglas in testa – è un grande film antibellico, cinico e amaro, nel quale il nemico non si trova dall'altra parte del fronte, ma dalla propria: cita anche la frase anti-idealistica di Samuel Johnson ("il patriottismo è l'ultimo rifugio delle canaglie") e fino al 1976 è stato proibito e censurato in Francia (ma che i protagonisti siano francesi, tedeschi o di qualsiasi altra nazionalità non ha la minima importanza). Stilisticamente, la mano del regista si vede già in molte scene, per esempio nella carrellata nelle trincee durante l'ispezione del generale (che ricorda quelle dei corridoi di "Shining"), nell'attacco al "formicaio" o nella soggettiva di avvicinamento al luogo della fucilazione. Che il tema stesse a cuore a Kubrick è testimoniato dal fatto che il genere bellico è stato l'unico da lui rivisitato più volte (anche in "Paura e desiderio", in "Full metal jacket" e, più indirettamente, nel "Dottor Stranamore" e in "Barry Lindon").

Nota: Susanne Christian, l'unica donna che compare nel film (nel finale, nei panni della giovane tedesca che canta davanti ai soldati francesi), l'anno dopo divenne la moglie di Kubrick.

18 agosto 2006

Lettera a tre mogli (J. L. Mankiewicz, 1949)

Lettera a tre mogli (A letter to three wives)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1949
con Jeanne Crain, Linda Darnell, Ann Sothern
***1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Tre donne, in campagna per un picnic di beneficenza, ricevono una lettera da una comune amica che confessa di essere fuggita con il marito di una di loro. L'intera giornata trascorre fra ansie, ricordi e rimpianti, prima che il ritorno a casa al calar della sera sveli finalmente l'identità del fuggiasco. Da uno spunto semplice e accattivante, un film moderno e raffinato, sceneggiato in maniera eccellente dallo stesso Mankiewicz attraverso una serie di flashback che consentono lo studio di tre coppie diversissime fra loro per psicologia ed estrazione sociale; tre coppie ma sette personaggi, contando anche la misteriosa rubacuori Eva Ross che non si vede mai in volto ma che è il motore di ogni vicenda, sempre presente in ogni discorso quando addirittura non è la narratrice del film stesso. Proprio le caratterizzazioni dei personaggi rappresentano il punto di forza della pellicola. I dialoghi sono arguti e serrati, le attrici ottime (che bella la Darnell!) e affiancate da bravi attori come Kirk Douglas e Paul Douglas (nessuna parentela). Oltre che mostrare tre esempi diversi di matrimonio (due d'amore, ma con il coniuge maschile o femminile dipendente dall'altro socialmente ed economicamente; uno d'interesse), il film è anche un ottimo esempio di ritratto sociale e, fra i tanti temi che sfiora, ci sono le divisioni fra classi, la dialettica fra denaro e cultura, l'invadenza della pubblicità e della radio (non c'era ancora la TV in ogni casa), il consumismo, l'arrampicata sociale, oltre che naturalmente la vita di coppia, l'amore, la rivalità e la comprensione fra coniugi. Tratto da un romanzo di John Klempner (dove le mogli erano cinque!), il film vinse due Oscar: per la sceneggiatura e per la regia. Nell'edizione italiana, come capitava spesso a quei tempi, quasi tutti i nomi sono cambiati o storpiati (Eva, per esempio, in originale si chiama Addie). Il film affascinò particolarmente François Truffaut che ne scrisse così: «Ho rivisto di recente "Lettera a tre mogli" e ho pensato di non ignorare più niente di Joseph Mankiewicz. Brillante, intelligente, tutto eleganza, gusto e raffinatezza (...) Quasi diabolico per precisione, abilità e sapienza (...) Un senso della durata delle inquadrature e dell'efficacia degli effetti che non si ritrova che in Cukor».