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20 luglio 2022

Paese del silenzio e dell'oscurità (W. Herzog, 1971)

Paese del silenzio e dell'oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit)
di Werner Herzog – Germania 1971
con Fini Straubinger, Else Fehrer
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Documentario sui sordociechi: il film segue in particolare Fini Straubinger di Monaco di Baviera, che Herzog aveva conosciuto durante le riprese del precedente "Futuro impedito". Fini, diventata completamente cieca a 15 anni e sorda a 18, racconta com'è la vita per chi, come lei, vive immerso nell'oscurità e nel silenzio (che poi in realtà non sono tali: come spiega lei stessa, si sentono continuamente rumori e ronzii, e anche gli occhi non vedono solo nero ma strani colori). I suoi ricordi di bambina e di ragazza, quando ancora vedeva e sentiva, le tornano in mente in continuazione: come le immagini di una gara di salto con gli sci. Rispetto ad altri "colleghi" di sventura, Fini è fra le più autonome: e infatti si occupa di volontariato, andando a fare visita ad altri sordociechi (soprattutto a quelli che vivono più isolati dagli altri, per esempio in campagna o negli istituti psichiatrici) per conto di un'associazione bavarese. Ciascuno ha un "accompagnatore" che li aiuta a comunicare fra loro e con il mondo esterno, grazie a un linguaggio esclusivamente "tattile", il metodo Lormen, che consiste in una serie di punti e di linee tracciate sul palmo della mano e lungo le dita. In generale, quello tattile è il principale modo che i sordociechi hanno per comunicare con il mondo, toccando oggetti e tastando forme. Fini e i suoi amici vengono così portati a volare per la prima volta (su un piccolo aeroplano), al giardino botanico a toccare le piante (persino i cactus!) e allo zoo ad accarezzare gli animali. Si incontrano regolarmente, per "parlare" e recitare poesie. Tutto, insomma, pur di non rimanere da soli a "naufragare nel buio e nel silenzio". Un film sincero, intenso, commovente, fra i migliori documentari di Herzog (ma d'altronde, quasi tutti i documentari di Herzog sono belli). La parte forse più impressionante è quella, nel finale, in cui incontriamo alcuni bambini che, a differenza di Fini, sono sordociechi dalla nascita: e ci viene spiegato che, se sin da piccoli non gli si insegna qualche forma di comunicazione, rimangono del tutto isolati dal mondo e chiusi in sé stessi, con conseguenze anche a livello mentale. Girato in maniera sobria e diretta, il film ha come unico accompagnamento alcuni brani di musica classica.

26 ottobre 2021

Provvedimenti contro i fanatici (W. Herzog, 1968)

Provvedimenti contro i fanatici (Maßnahmen gegen Fanatiker)
di Werner Herzog – Germania 1968
con Petar Radenkovic, Mario Adorf
**

Visto in DVD.

Il primo lavoro a colori di Herzog è un breve mockumentary surreale e nonsense, girato presso la pista di un ippodromo vicino a Monaco di Baviera. Vengono intervistati una serie di fantini, ciascuno dei quali si prodiga in discorsi fumosi e privi di significato. Uno di essi, in particolare, afferma di avere l'incarico (auto-attribuitosi?) di "proteggere i cavalli dai fanatici", perché "anche i cavalli sono esseri umani" (sic!). Le persone intervistate vengono tutte, immancabilmente, interrotte da un vecchio signore senza un braccio che insiste affinché se ne vadano via, in quanto lui è l'unico che sa trattare veramente i cavalli. Fra i protagonisti si riconosce un giovane Mario Adorf. L'ultima scena, anziché all'ippodromo (da cui è stato cacciato), è ambientata presso uno zoo, dove l'uomo di cui sopra è passato dal proteggere i cavalli ai fenicotteri. Herzog stesso ha dichiarato che il film non deve essere preso sul serio, e che l'ha girato con intenti umoristici.

25 ottobre 2021

Ultime parole (Werner Herzog, 1967)

Ultime parole (Letzte Worte)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Antonis Papadakis, Lefteris Daskalakis
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre si trovava in Grecia per girare il suo primo lungometraggio ("Segni di vita"), Herzog ha realizzato in soli due giorni anche questo breve corto, che attraverso il montaggio di alcune interviste agli abitanti di Creta racconta la storia dell'ultimo uomo (Antonis Papadakis) rimasto a vivere da solo sull'isola di Spinalonga, un tempo colonia per lebbrosi, nutrendosi di lucertole, fino a quando non viene trovato e riportato a terra ("alla civiltà, si presume"). Se il protagonista si limita ad affermare di non voler dire niente (l'incipit del film recita: "Mi dicono che devo dire di no, ma io non dico neanche questo: sono le mie ultime parole"), anche i discorsi degli altri personaggi sono bizzarri, visto che spesso ripetono più volte le loro battute come se stessero facendo le prove generali davanti alla macchina da presa. In particolare, due poliziotti raccontano di come hanno trovato l'uomo, e un medico elargisce alcuni aneddoti sui lebbrosi. A intervallare il tutto, alcune sequenze con musiche e canti popolari, con Papadakis che suona la lira tradizionale e Daskalakis il bouzouki. Significativo come, anche con una struttura non convenzionale, con il montaggio di materiali eterogenei e con il curioso mix fra documentario e finzione, Herzog riesca già a costruire una storia e dei personaggi interessanti.

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz (W. Herzog, 1966)

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz
(Die beispiellose Verteidigung der Festung Deutschkreuz)
di Werner Herzog – Germania 1966
con Peter Brumm, Georg Eska
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il terzo cortometraggio giovanile di Herzog (dopo "Ercole" e "Gioco sulla sabbia", quest'ultimo mai proiettato o distribuito) è, per dirla con le parole dello stesso regista, "una satira dello stato di guerra e pace e delle assurdità che ispira". Accompagnati da una voce fuori campo, che divaga su usi e costumi medievali degli antichi proprietari del castello e vaneggia a proposito di vari argomenti legati alla guerra, vediamo quattro uomini penetrare in un grande edificio-fortezza abbandonato e in rovina (la location si trova in Austria orientale, quasi al confine con l'Ungheria), indossare uniformi militari (abbandonate lì durante la seconda guerra mondiale) e "giocare" ad addestrarsi come soldati. In particolare, si preparano a difendere la fortezza da un imminente attacco, che però non si verificherà mai ("Il nemico ci ha abbandonati"), anche perché nella campagna all'esterno si vedono al massimo alcuni contadini al lavoro. L'accenno a un precedente utilizzo del castello come ospedale psichiatrico, oltre al suo passato di fortezza medievale e poi di teatro bellico durante la seconda guerra mondiale, aggiunge spessore all'insieme, che a tratti prefigura alcuni dei lavori immediatamente successivi (nello specifico, "Segni di vita" e "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), ed è interessante nel mettere in scena una "ricostruzione fittizia" della realtà che però aiuta a focalizzare l'attenzione sulle contraddizioni dell'essere umano.

24 ottobre 2021

Ercole (Werner Herzog, 1962)

Ercole (Herakles)
di Werner Herzog – Germania 1962
con Reinhard Lichtenberg
**

Visto in DVD.

Questo cortometraggio di nove minuti è il primo film realizzato da Werner Herzog, all'epoca ventenne. Essenzialmente un lavoro di montaggio, alterna riprese di un culturista che si allena in palestra, sollevando pesi e flettendo i muscoli (si tratta di Reinhard Lichtenberg, Mister Germania 1962), con scene girate in esterni che evocano sei delle mitologiche dodici fatiche di Ercole, trasfigurate in chiave moderna. Alla domanda "Pulirà le stalle di Augia?", seguono le immagini di una grande discarica di rifiuti; a "Ucciderà l'Idra di Lerna?", quelle di una lunga fila di automobili imbottigliate nel traffico; dopo "Domerà i cavalli di Diomede?" si vedono sfrecciare i bolidi di una corsa automobilistica (con tanto di incidente, ripreso a Le Mans); a "Sconfiggerà le Amazzoni?" segue la sfilata di soldatesse in uniforme; dopo "Vincerà i giganti?" si vedono le macerie di enormi caseggiati distrutti; e infine, alla domanda "Resisterà agli uccelli stinfali?" seguono le immagini di aerei da guerra americani che sganciano bombe. Ad accompagnare il tutto, una musica jazzata. Herzog stesso ammetterà che il breve film era "stupido e senza troppo senso", ma che gli è stato utile come sorta di apprendistato ("Fare un film è stato meglio che andare alla scuola di cinema"), nonché per capire meglio cosa volesse fare in seguito.

25 ottobre 2020

Dentro l'inferno (Werner Herzog, 2016)

Dentro l'inferno (Into the Inferno)
di Werner Herzog – Gran Bretagna/Austria 2016
con Clive Oppenheimer, Werner Herzog
***

Visto in TV.

Documentario sui vulcani, sulle grandi eruzioni del passato e del presente, ma soprattutto su come questi giganti di fuoco influenzano la cultura delle popolazioni che gravitano attorno a loro. In compagnia del vulcanologo Clive Oppenheimer (che aveva conosciuto sulle pendici del monte Erebus in Antartide, durante le riprese di "Encounters at the end of the world"), Herzog gira per il mondo per raccogliere materiale e testimonianze: dall'Indonesia (sotto al monte Sinabung, in cui le popolazioni locali pensano che risieda uno spirito al quale offrono doni nel corso di elaborate cerimonie) all'Etiopia (nella depressione di Afar, presso la catena dell'Erta Ale, dove i paleontologi studiano le origini dell'umanità e cercano frammenti di ominidi), dall'Islanda (con una lunga storia di catastrofiche eruzioni, ultima quella dell'Eyjafjallajökull nel 2010) alla Corea del Nord (dove il monte Paektu, vulcano sacro e leggendario al confine con la Cina, è oggi legato dalla propaganda del regime al "mito" dei leader Kim Il-sung e Kim Jong-il), fino all'arcipelago delle Vanuatu e in particolare nell'isola di Tanna (anche qui un vulcano, il monte Yasur, è legato a un mito moderno, quello del soldato americano Jon Frum, venerato come un dio in una sorta di "culto del cargo"). Ben lungi dal limitarsi agli elementi naturalistici o geologici, dunque, il film – come tutti i lavori del regista – è in grado di spaziare al di fuori del suo tema centrale per esplorare numerosi aspetti della cultura e della società umana, con grande valore antropologico e sociologico. Mostra infatti non solo bellissime immagini di fiumi di lava, esplosioni di magma e nubi piroclastiche; e non solo interviste a scienziati e ricercatori, a testimoni di eruzioni passate o agli operatori che lavorano al monitoraggio dei giganti dormienti; ma anche rituali e danze tribali, processioni superstiziose o propiziatorie; e allarga il discorso a 360 gradi al rapporto fra uomini e vulcani, mostrando come le forze della natura e le loro suggestioni siano state piegate a scopi politici o di propaganda (davvero illuminante, e a suo modo affascinante, il segmento girato in Corea del Nord). Come commento musicale ci sono brani di Verdi, Vivaldi, Wagner, Rachmaninov, nonché tanta musica tradizionale. Herzog (che cita anche sé stesso, ricordando il cortometraggio "La Soufrière" del 1977, quando si era recato in Guadalupa per documentare l'attesa di un'imminente eruzione) ha girato nello stesso anno anche un thriller di finzione sullo stesso tema, "Salt and fire".

18 settembre 2020

Herzog incontra Gorbaciov (W. Herzog, 2018)

Herzog incontra Gorbaciov (Meeting Gorbachev)
di Werner Herzog [e André Singer] – Germania/GB/USA 2018
con Werner Herzog, Mikhail Gorbaciov
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Documentario sulla vita e l'esperienza politica di Mikhail Gorbaciov, l'ultimo presidente dell'URSS, che contribuì in maniera fondamentale alla fine della Guerra Fredda con le sue riforme incentrate sulla perestrojka ("ristrutturazione") e la glasnost ("trasparenza"). Queste, basate sull'innovazione dell'economia e dell'agricoltura, sulla maggior apertura al mondo e alla democrazia, sullo smantellamento dell'arsenale nucleare, non si concretizzarono fino in fondo, però, per via della dissoluzione dell'Unione Sovietica, che avvenne con tempi molto più rapidi di quanto lui aveva previsto, estromettendolo di fatto da ogni carica nel 1991, quando tutte le ex repubbliche sovietiche dichiararono l'indipendenza. Il regista tedesco Werner Herzog lo ha incontrato in tre occasioni nell'arco di sei mesi per intervistarlo: e dalle loro lunghe chiacchierate, integrate con video e materiali di repertorio, nasce questo ritratto a 360 gradi che illustra l'intera vita dell'uomo politico, dalle umili origini in un villaggio di campagna alla scalata nei ranghi del partito comunista (dove si differenziava da tutti gli altri per le idee innovative, la visione allargata e le capacità di cogliere lo spirito del tempo), dal periodo delle riforme (in cui trasformò il rapporto dell'URSS con l'Occidente e gli Stati Uniti, lavorando al dialogo e al disarmo nucleare) a momenti chiave come la catastrofe di Chernobyl o il colpo di stato dell'agosto 1991, fino a un bilancio del panorama odierno, a proposito del quale l'ex capo di stato non nasconde una certa amarezza per il ritorno dei nazionalismi e l'attuale ricrescita della tensione fra USA, Russia e Cina. Herzog – che ammira Gorbaciov anche perché si deve in gran parte a lui, in fondo, la riunificazione della Germania – si fa quasi da parte, lasciando i riflettori all'ex segretario del PCUS (il titolo originale, a differenza di quello italiano, non menziona il regista) e lo rende protagonista di un ritratto che scava nell'uomo più che nel politico, tratteggiandolo come una "figura tragica": il risultato è una pellicola narrativa e umanistica prima che documentaristica o giornalistica, che ne celebra le gesta ma ne sottolinea anche il dolore per la morte della moglie o il rammarico e il pentimento per alcuni errori di valutazione commessi.

16 ottobre 2016

Lo and Behold (Werner Herzog, 2016)

Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi
(Lo and Behold - Reveries of the Connected World)
di Werner Herzog – USA 2016
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Daniela.

Dopo tanti documentari su luoghi, fatti e personaggi remoti o ai margini della nostra civiltà, Herzog si occupa di un argomento che invece è ormai quanto di più vicino e presente intorno a noi, nella vita di tutti i giorni: internet. Non lo fa con una tesi da dimostrare, un discorso da portare avanti o un approccio didattico, ma spinto dalla pura curiosità di esplorare un mondo che si è ormai sovrapposto a quello reale e minaccia di prenderne il posto (già ora lo influenza in maniera pervasiva, dall'economia alla politica: si dice che se le telecomunicazioni venissero bloccate all'improvviso, per esempio a causa di un enorme brillamento solare, la nostra civiltà potrebbe non sopravvivere). Diviso in dieci capitoli, il documentario è esaustivo ed equilibrato: esamina gli aspetti positivi e quelli negativi della rete (fra questi ultimi: la dipendenza, gli abusi, i problemi sociali, la criminalità), ne ripercorre le origini (con interviste ai "pionieri") e il presente, e prova a immaginarne il futuro (molte le ipotesi sui possibili sviluppi, in particolare quelli legati alla robotica e all'IoT, l'internet delle cose). Certo, alcuni argomenti restano fuori (i social media, per esempio) e a volte si va fuori tema (i robot che giocano a calcio), ma a rendere affascinante il documentario c'è il fatto che, nonostante l'argomento, esso non perde mai di vista la dimensione umana: quello che internet può fare per le persone, nel bene e nel male, ha sempre la precedenza sui discorsi puramente tecnici o scientifici. Forse perché è l'opera di un cineasta settantacinquenne, che ben si ricorda di come era il mondo prima dell'avvento della rete. Fra i momenti più memorabili, quelli in cui Herzog da semplice intervistatore passa a interagire con le persone che stanno parlando: come quando, davanti a Elon Musk, si dichiara disposto ad andare personalmente su Marte e a restarci (non che ci fossero dubbi!).

4 settembre 2016

Futuro impedito (Werner Herzog, 1971)

Futuro impedito (Behinderte Zukunft)
di Werner Herzog – Germania 1971
con attori non professionisti
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Breve documentario sul tema dei bambini disabili o nati con handicap fisici, come arti mancanti o più corti del normale. Attraverso interviste ai bambini stessi, ma anche a genitori, insegnanti e compagni di scuola, il film racconta di persone che la società tende a rimuovere (l'obiettivo è quello di accrescere la consapevolezza del pubblico sull'esistenza di queste patologie) o a guardare con sospetto, pietà o compassione, benché esistano comunque strutture o scuole speciali dove si cerca di aiutarli a crescere in modo da potersi inserire da adulti nella vita "normale". Nel finale, Herzog fa un paragone con l'America, dove i disabili fisici sono maggiormente accettati e integrati nella società: per la mancanza di barriere architettoniche, certo, ma anche per un atteggiamento in generale più oggettivo nei loro confronti. In Germania, è la pessimistica conclusione (sintetizzata nel titolo), c'è invece ancora molta strada da fare: non è questione di mezzi ma di mentalità. Documentario sincero, interessante, diretto, che Herzog girò dietro input di un amico disabile, e che ha i suoi punti più alti quando la parola è data direttamente ai bambini, decisamente consapevoli di sé stessi, del proprio stato e del mondo che li circonda.

22 novembre 2015

Woyzeck (Werner Herzog, 1979)

Woyzeck (id.)
di Werner Herzog – Germania 1979
con Klaus Kinski, Eva Mattes
***1/2

Rivisto in DVD.

Dal testo teatrale di Georg Büchner (ispirato a un vero fatto di cronaca di inizio ottocento, lasciato incompiuto dall'autore alla sua morte a soli 23 anni, e dal quale è tratta anche l'opera "Wozzeck" di Alban Berg), la storia di un umile soldato che uccide la donna che ama (e dalla quale ha anche un figlio illegittimo), per gelosia ma anche perché portato alla follia dall'oppressione del mondo intorno a lui. Vessato dal suo capitano, sottoposto a strani esperimenti da un dottore, umiliato dal prestante tamburomaggiore con il quale Maria lo ha tradito, il protagonista – una sorta di misero Otello – non regge alla pressione e al sospetto, e finisce con l'accoltellarla, per poi annegare nel lago in cui ha gettato l'arma del delitto. La pellicola fu girata in soli 17 giorni e subito dopo "Nosferatu", quasi senza pausa fra una lavorazione e l'altra, in modo da sfruttare i permessi non ancora scaduti per le riprese del primo film: ecco perché Kinski sfoggia una capigliatura così rada (in "Nosferatu" era calvo, e i capelli non gli erano ancora ricresciuti) e mostra segni di stanchezza e spossatezza per le fatiche del film precedente, che si abbinano perfettamente al personaggio. La fedeltà al testo è totale, ma questo non fa della pellicola un semplice caso di "teatro filmato": la mano del reagista è sempre presente con le sue scelte cinematografiche, come quella di mostrare al rallentatore la sequenza chiave dell'omicidio (il che contrasta con le immagini, invece accelerate, dell'incipit in cui il soldato è maltrattato dall'istruttore), o l'uso delle musiche di accompagnamento (fra cui Vivaldi e Beethoven). Nel rendere l'atmosfera mitteleuropea (si tratta forse del film "più tedesco" della carriera di Herzog) sono fondamentali anche le scenografie (le strade e le case della cittadina di Telč, in Cecoslovacchia) e l'uso del paesaggio (memorabile, in particolare, il campo di papaveri mossi dal vento, fa i quali Woyzeck prende la decisione di uccidere Maria). Il resto lo fanno la magnifica fotografia di Jörg Schmidt-Reitwein, da tempo collaboratore del regista, con una luce che dona alle scene un'aura pittorica (alcune sequenze nella casa di Maria sembrano provenire dai quadri di Vermeer) e l'intensità delle interpretazioni (tanto dei protagonisti quanto dei personaggi secondari). Herzog gira ogni scena come fosse un piano sequenza, con pochi o nessuno stacco di ripresa, lasciando che gli spazi siano gestiti e resi dinamici dalla posizione degli attori stessi. Molti temi della pellicola (la follia, la frustrazione, l'alienazione) erano già stati affrontati da Herzog nel suo lungometraggio d'esordio, "Segni di vita", a sua volta debitore a Büchner. Ma qui, pur senza cambiare una parola del testo teatrale, il regista interpreta in maniera differente il dramma della follia ("Gli uomini sono come degli abissi. Se provi a guardarci dentro, ti gira la testa", recita uno dei passaggi più celebri). Per Herzog, Woyzeck è "meno pazzo di chi lo circonda: il mondo borghese così chiuso in sé stesso, quello militare... Woyzeck è sempre al centro della storia perché è umano, pieno di dignità. In realtà Woyzeck è il più normale di tutti". Inizialmente il regista aveva promesso la parte di protagonista a Bruno S., con cui aveva lavorato ne "L'enigma di Kaspar Hauser": ma poi si rese conto che Kinski sarebbe stato più adatto al ruolo, e si fece perdonare scrivendo su due piedi per Bruno S. un altro copione, quello di "Stroszek" (da notare come i due titoli siano simili!). L'ottima Eva Mattes fu premiata come miglior attrice al Festival di Cannes.

5 aprile 2014

Cave of forgotten dreams (Werner Herzog, 2010)

Cave of Forgotten Dreams (id.)
di Werner Herzog – Francia/Can/USA/GB/Ger 2010
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.


Affascinante documentario sulla grotta di Chauvet (scoperta da alcuni speleologi dilettanti nel 1994, in Francia, nella regione del Rhône-Alpes) e sui meravigliosi dipinti rupestri che contiene. Non soltanto essi rivestono un inestimabile valore storico e archeologico (alcuni dei disegni – datati fino a 32.000 anni fa – sono i più antichi che si conoscano fra quelli prodotti dall'uomo), ma sono anche vere e proprie opere d'arte: scene di animali (cavalli, leoni, rinoceronti e altri ancora) ritratti con precisione, sensibilità artistica e religiosa. A tratti sembra di ammirare schizzi a carboncino o ad acquarello di artisti contemporanei, o addirittura scene d'insieme nello stile di Picasso. L'accesso alla grotta è vietato al pubblico, per preservare i preziosi ritrovamenti (non solo i dipinti, ma anche resti fossili, impronte, ossa e scheletri, per non parlare delle magnifiche formazioni calcaree) ma anche perché i pericolosi gas tossici che essa contiene (radon e biossido di carbonio) non permettono una permanenza prolungata al proprio interno. Herzog ha ottenuto il raro permesso di girare all'interno della caverna dal ministero della cultura francese, sotto strette condizioni: poche ore di lavoro al giorno per una sola settimana, una troupe ridotta ai minimi termini (lo stesso regista era responsabile dell'illuminazione), il divieto di toccare o di avvicinarsi troppo alle pareti, l'utilizzo di speciali macchine da ripresa costruite appositamente. Il fascino delle immagini (che spesso "parlano da sole", nonostante l'immancabile voce off del nostro regista) si sposa con la percezione di essere testimoni di un momento fondamentale dello sviluppo del genere umano, quando l'Homo sapiens coabitava ancora con il cugino Neanderthal ma si differenziava da lui proprio per le rappresentazioni simboliche, l'arte, le cerimonie religiose e animiste. "È quasi una forma primitiva di cinema", commenta a un certo punto Herzog, riflettendo su come i disegni, già di per sé estremamente fluidi, dinamici ed espressivamente potenti, dovevano apparire illuminati dalle torce degli uomini preistorici che si muovevano nella caverna buia. Alla fine, il documentario è una sorta di viaggio nel tempo: consente di guardare noi stessi nel passato e le tracce che abbiamo lasciato. Oltre alla grotta, il film mostra alcuni scienziati al lavoro e indaga sull'ambiente circostante (siamo a pochi chilometri dal celebre Pont d'Arc, spettacolare formazione naturale sul fiume Ardèche) e su altri ritrovamenti archeologici legati al Paleolitico superiore. Inizialmente scettico sul valore artistico del 3D (che considerava solo un "trucco per il cinema commerciale"), Herzog è stato convinto a girare in tre dimensioni dal direttore della fotografia Peter Zeitlinger: dopo aver visitato la caverna si è reso conto infatti che solo il 3D avrebbe permesso di rendere sullo schermo lo stesso effetto voluto dagli autori dei dipinti, che avevano incorporato le rientranze e le rotondità delle pareti nei loro disegni. Tuttavia il regista ha dichiarato di non aver intenzione di usare nuovamente il 3D in futuro.

16 marzo 2012

La Soufrière (Werner Herzog, 1977)

La Soufrière (La Soufrière - Warten auf eine unausweichliche Katastrophe)
di Werner Herzog – Germania 1977
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nell’estate del 1976 Herzog lesse sul giornale una notizia che lo colpì: il vulcano La Soufrière, situato sull’isola di Guadalupa, stava per eruttare, e secondo gli esperti l’esplosione sarebbe stata così potente da distruggere gran parte dell’isola. Tutti gli abitanti erano stati evacuati, ma un contadino che viveva alla base della montagna rifiutava di abbandonare la sua terra. Sfidando il pericolo, il regista si recò laggiù con due operatori per intervistare l’uomo (in realtà coloro che avevano scelto di rimanere erano tre) e riprendere la desolazione dell’isola abbandonata e il silenzio del vulcano prima che esplodesse. Il risultato è un breve ma affascinante documentario, il cui ironico sottotitolo è “In attesa di una catastrofe inevitabile” (ironico perché l’eruzione, prevista con estrema sicurezza, alla fine non si verificò). Le immagini delle strade deserte del villaggio, percorse solo da cani o da altri animali, così come quelle del minaccioso vulcano che emette fumi velenosi, o il fatalismo di coloro che sono rimasti sull’isola (“Un giorno ci toccherà morire comunque”) comunicano un costante senso di inquietudine, così come la febbrile attesa che non sfocia poi nel climax previsto, anzi si scioglie in un commento ironico dello stesso Herzog. Nella colonna sonora ci sono Rachmaninov (il secondo concerto), Wagner, Mendelssohn e Brahms.

23 novembre 2011

I medici volanti dell'Africa orientale (W. Herzog, 1969)

I medici volanti dell'Africa orientale
(Die fliegenden Ärzte von Ostafrika)
di Werner Herzog – Germania 1969
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il "Flying Doctors Service" è un'organizzazione internazionale che si occupa del soccorso medico nelle zone più isolate e impervie dell'Africa orientale (Kenya, Tanzania e Uganda). Partendo dalla base centrale di Nairobi, i "medici volanti" si muovono in aereo per recare assistenza alle popolazioni locali in caso di emergenza. Il documentario di Herzog ne mostra l'attività, i rischi (spesso si tratta di atterrare su piste di fortuna, in luoghi i cui abitanti non hanno mai visto prima un aereo da vicino: "Per loro è un'esperienza paragonabile all'atterraggio di una navicella Apollo per noi"), i problemi (la scarsità di mezzi e di risorse, ma anche le difficoltà di comunicazione), la lotta contro l'ignoranza e la superstizione (i genitori che non rivogliono indietro il bambino che è stato operato, i guerrieri Masai che guardano con timore la scaletta dell'ambulatorio), la "concorrenza" degli stregoni (anche se i medici li considerano "complementari" a loro, più psicologi che curatori). Ciò nonostante, il tono della pellicola è piuttosto ottimista: viene spiegato che "la fiducia degli africani nella nostra medicina è sorprendente. Una volta conquistata, è più assoluta che da noi". E di fronte agli sforzi e tante difficoltà che questi "missionari della medicina" affrontano per portare aiuto, vaccinazioni, prevenzione e informazioni medico-scientifiche a queste popolazioni, mi viene rabbia a pensare che invece nei paesi sviluppati come il nostro c'è ancora tanta gente che crede in truffe come l'omeopatia o alla relazione fra vaccini e autismo (salvo naturalmente ricorrere ipocritamente alla "medicina ufficiale" quando davvero ne hanno bisogno). Girato praticamente su commissione (lo ha ammesso lo stesso Herzog: "Mi era stato chiesto di realizzarlo da alcuni colleghi degli stessi medici; e anche se il risultato finale mi piace, non è un film che sento particolarmente come 'mio'. In effetti non lo chiamerei nemmeno un film, quanto più un reportage"), offre comunque momenti assai interessanti, come quelli in cui si indagano le differenze di pensiero e di percezione attraverso una serie di poster che rappresentano parti del corpo umano o animali ("Da noi non ci sono mosche così grandi", dice una donna del posto).

21 ottobre 2011

Fata morgana (Werner Herzog, 1971)

Fata morgana (id.)
di Werner Herzog – Germania 1971
con attori non professionisti
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Riorganizzando e montando il materiale filmato in una serie di viaggi in Africa fra il 1968 e il 1969 (nel Sahara algerino, in Nigeria, Alto Volta, Mali, Costa d'Avorio, Kenya, Tanzania e a Lanzarote nelle Canarie, dove il regista aveva girato "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), Werner Herzog realizza un affascinante e insolito documentario che alle immagini abbina una voce fuori campo (nella versione originale è quella di Lotte Eisner) che racconta "un'altra storia", lasciando allo spettatore il compito di riannodare le fila e di interpretare quello che sta vedendo. È comunque consigliata una seconda visione accompagnata dall'interessante commento di Herzog presente sul DVD, che per ogni sequenza spiega di cosa si tratta veramente, dove è stata girata e quali sono gli aneddoti al riguardo. La pellicola è divisa nettamente in tre parti: nella prima, "La creazione", sulle sequenze del deserto sono recitati brani dal "Popol Vuh", il racconto della creazione del mondo secondo i Maya (curiosamente, "Popol Vuh" è anche il nome di un gruppo musicale che scriverà le colonne sonore di diversi film di Herzog); nella seconda e nella terza, rispettivamente "Il paradiso" e "L'età dell'oro", i testi – in gran parte improvvisati – sono invece dello stesso Herzog e del suo amico poeta Manfred Eigendorf. L'idea iniziale era quella di presentare le immagini in chiave fantascientifica, come se si trattasse della descrizione di un altro pianeta, oppure del nostro ma da parte di una civiltà aliena: venne scartata, ma Herzog la riutilizzò poi in "Apocalisse nel deserto" e "L'ignoto spazio profondo", che con questo film formano un'ideale trilogia. Gran parte delle immagini sono state riprese dall'operatore Jörg Schmidt-Reitwein a bordo di un furgoncino Volkswagen guidato dallo stesso Herzog: per questo si tratta di lunghe carrellate laterali che "amplificano" a dismisura la dimensione orizzontale del paesaggio. Il resto lo fa la musica: nel primo atto, in gran parte classica (a partire dal Kyrie della "Messa dell'incoronazione" di Mozart); nel secondo, spiccano alcune canzoni di Leonard Cohen ("Suzanne", "So long Marianne", "Hey, that's no way to say good-bye"); nel terzo, c'è la surreale esibizione al piano della tenutaria di un bordello a Lanzarote, accompagnata da un protettore che suona la batteria e canta in spagnolo). Fra le sequenze che rimangono maggiormente impresse, quella iniziale in cui si mostra più volte un aereo in fase di atterraggio (e ogni volta, sembra di assistere sempre di più a un miraggio); le carcasse e le pelli dei bovini presso un pozzo reso secco dalla siccità; un bambino che mostra la sua volpe albina domestica e, parimenti, un ricercatore che tiene in mano un varano di Komodo. Gran parte delle persone che compaiono nella pellicola sono abitanti del luogo o turisti incontrati per caso. Molti gli incidenti capitati durante la lavorazione: ci fu anche il rischio di finire in galera perché il nome del cameraman era identico a quello di un mercenario tedesco ricercato dalla polizia e condannato a morte. Il titolo, naturalmente, si riferisce al celebre miraggio che dà l'impressione di osservare l'acqua nel deserto.

18 luglio 2011

Wodaabe, i pastori del sole (W. Herzog, 1989)

Wodaabe, i pastori del sole (Wodaabe - Die Hirten der Sonne, aka Wodaabe – Herdsmen of the Sun)
di Werner Herzog – Francia/Germania 1989
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

I Wodaabe (chiamati anche Bororo da altri gruppi etnici) sono una tribù di pastori nomadi del Sahel, che si spostano con le loro mandrie (soprattutto zebù, bovini di grande taglia) fra i confini meridionali del Sahara, la Nigeria e il Niger. Questo interessante documentario ne indaga le difficoltà, gli usi e i costumi, rivolgendo una particolare attenzione ai festeggiamenti rituali del Gerewol, che si svolgono in occasione della fine della stagione delle pioggie, quando i giovani uomini si truccano in maniera elaborata e poi competono, fra canti e danze, in una sorta di concorso di bellezza per conquistare l'attenzione delle ragazze: queste ultime, infatti, hanno la facoltà di scegliere i più belli (fra le caratteristiche maggiormente ricercate ci sono la statura alta, gli occhi e i denti bianchi) per poi passare la notte con loro. Herzog e i suoi collaboratori sono i soli testimoni di questo insolito rituale, che non viene eseguito per i turisti ma fa parte della cultura stessa dei Woodabe. Alle immagini, il regista tedesco abbina curiosamente vecchie registrazioni di canti religiosi (come l’Ave Maria di Gounod) eseguite da un castrato.

24 novembre 2010

Bokassa (Werner Herzog, 1990)

Bokassa - Echi da un regno oscuro
(Echos aus einem düsteren Reich)
di Werner Herzog – Francia/Germania 1990
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Jean-Bédel Bokassa, eccentrico e megalomane dittatore della Repubblica Centrafricana fra il 1966 e il 1979, a un certo punto proclamatosi addirittura imperatore e accusato dai nemici di praticare il cannibalismo, era ovviamente il protagonista ideale per uno dei documentari di Herzog sulla grandiosità della follia umana. Alternando immagini di repertorio (come quelle della sontuosa e costosissima cerimonia di incoronazione in stile napoleonico, "un'operetta messa in scena per sé stesso", accompagnate dalle note del medesimo trio di Schubert che figura nella colonna sonora di "Barry Lindon") a una serie di interviste realizzate dal giornalista Michael Goldsmith a diversi personaggi legati a vario titolo a Bokassa (alcune ex mogli del dittatore – che ne avrebbe avuto in tutto 17, con oltre 50 figli –, i suoi avvocati, i rivali politici), il regista tedesco realizza un interessante reportage su una delle più bizzarre figure storiche del ventesimo secolo. Lo stesso Goldsmith aveva già avuto a che fare con l'imperatore: accusato di essere una spia (perché un suo articolo, trasmesso con un telex difettoso, era diventato così illeggibile da far credere agli operatori che fosse un messaggio cifrato in codice!), era stato rinchiuso in prigione, picchiato personalmente da Bokassa e minacciato di essere messo a morte. Come sempre Herzog ha la grande capacità di unire al racconto storico (di per sé arricchito da curiosità e aneddoti impagabili, come la storia della "falsa figlia" vietnamita) piccoli squarci, immagini e suggestioni che valgono più di mille parole: la visita all'ex reggia del sovrano, con i bambini che si aggirano fra saloni disadorni e statue abbattute; le immagini dei granchi di mare che escono dalle acque e che invadono la terra, ricoprendo il mondo intero (un sogno dello stesso Goldsmith); e la sequenza conclusiva dello scimpanzé in gabbia che fuma una sigaretta. Quanto a Bokassa, dopo essere stato deposto si era rifugiato in Francia nel castello di Hadricourt, dove è vissuto in esilio fino al 1986, quando ha scelto volontariamente di tornare in patria nonostante fosse stato condannato a morte in contumacia. Dopo un nuovo processo, ricevette l'ergastolo e morì in prigione nel 1996, non senza essersi reso protagonista di altre farneticazioni e manie di grandezza (come quella di ritenersi "il tredicesimo apostolo"). Herzog avrebbe voluto intervistare anche lui, ma prima di poterlo fare la troupe venne espulsa dal paese: il dittatore compare così soltanto in immagini di repertorio (comprese quelle del secondo processo). Il documentario, per una volta privo della consueta voce narrante di Herzog, è aperto da un intervento del regista che si dichiara preoccupato per la sorte di Goldsmith, disperso durante la guerra civile in Liberia (il giornalista sarebbe morto poco dopo l'uscita del film).

1 settembre 2010

Segni di vita (Werner Herzog, 1967)

Segni di vita (Lebenszeichen)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Peter Broglé, Wolfgang Reichmann
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Primo lungometraggio di Herzog, girato dopo tre cortometraggi e ispirato dai luoghi della Grecia dove suo nonno aveva lavorato come archeologo prima di morire pazzo. Il soggetto del film, in realtà, proviene da un racconto di Achim von Arnim: Stroszek, un soldato tedesco in convalescenza dopo essere stato ferito a Creta dai partigiani, viene trasferito sull'isola di Kos. Qui, in compagnia della moglie greca Nora e di due compagni, Becker e Mainhard, ha il compito di sorvegliare le munizioni custodite in un vecchio fortino presso il porto. Ma l'inattività, la solitudine e il senso di inutilità lo porteranno all'alienazione e alla follia. Il momento scatenante della sua pazzia coinciderà con la vista di innumerevoli mulini a vento nella pianura che circonda il paese: impossibile non pensare a Don Chisciotte. Stroszek (nome che ritornerà anche in seguito nella filmografia del regista bavarese) non è che il primo di una serie di eroi herzoghiani che combattono una battaglia disperata e impari contro sé stessi e la natura: novello semidio, il soldato cercherà addirittura di fare la guerra al Sole con una manciata di fuochi d'artificio. Girato in un rigoroso bianco e nero d'altri tempi, con lunghe sequenze in campo lungo dove i personaggi non sono che minuscole formichine che si aggirano in un paesaggio desertico e immutabile, la pellicola si colloca a metà strada fra il cinema realistico – è ambientato in un contesto ben definito (gli anni della Seconda Guerra Mondiale) e ha toni da documentario (con l'onnipresente voce del narratore) – e una dimensione sospesa, surreale e mitologica, favorita naturalmente dal setting ellenico (dove affiorano i resti archeologici delle civiltà passate, viste come lontane e imperscrutabili), con sequenze e situazioni così astratte e metafisiche da farci quasi dimenticare l'epoca in cui si svolgono, come episodi di una vicenda "naturale" e atemporale.

23 giugno 2010

Apocalisse nel deserto (W. Herzog, 1992)

Apocalisse nel deserto (Lektionen in Finsternis)
di Werner Herzog – Germania/GB/Francia 1992
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola e Giuseppe.


Una frase attribuita a Blaise Pascal ma in realtà inventata dallo stesso Herzog ("Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione") e la voce fuori campo del regista ci introducono a quella che sembra l'esplorazione di un pianeta inospitale, un paesaggio di stupefacente e sublime grandiosità, da parte di un osservatore alieno: si tratta invece delle riprese dei pozzi di petrolio in fiamme nel deserto kuwaitiano, effettuate subito dopo la prima Guerra del Golfo e montate (insieme ad alcune sequenze di repertorio della CNN) con l'aggiunta di suggestioni fantascientifiche, citazioni dall'Apocalisse e musiche di Wagner, Grieg, Verdi, Schubert, Pärt, Prokofiev e Mahler che consentono di guardare con distacco al terribile spettacolo della distruzione e della morte di un ecosistema. Il risultato è uno dei documentari herzoghiani più belli e riusciti (da lui considerato come la parte centrale di una trilogia composta anche da "Fata Morgana" e "L'ignoto spazio profondo"), che curiosamente non fornisce informazioni geografiche o politiche sul contesto cui si riferiscono le immagini, presentandole quasi senza commento allo spettatore come simbolo universale della follia dell'uomo e della sua impari lotta contro le forze della natura. A parte alcune brevi testimonianze di sopravvissuti al conflitto, quasi tutta la pellicola – divisa in capitoletti dai titoli significativi – è costituita dalle spettacolari immagini dei pozzi in fiamme e del petrolio che ricopre il deserto, con i difficili e disperati tentativi dei tecnici di spegnere gli incendi e di tappare le fuoriuscite di greggio. Il rosso delle fiamme, il grigio del fumo e il nero del petrolio sono immortalati dalla splendida fotografia di Paul Berriff. Indimenticabile la scena in cui gli operai-pompieri, dopo aver estinto finalmente il fuoco, lo riattizzano come se non ne potessero più fare a meno (il regista stesso è stato accusato di aver fatto riaccendere i pozzi per poter girare alcune scene del film, novello Fitzcarraldo che cerca di piegare la natura alle proprie esigenze). Il titolo originale significa "Lezioni nell'oscurità" (per approfondimenti su di esso e sulle scelte musicali, suggerisco di leggere questo post di Giuliano).

26 maggio 2010

L'alba della libertà (W. Herzog, 2006)

L'alba della libertà (Rescue Dawn)
di Werner Herzog – USA 2006
con Christian Bale, Steve Zahn
**1/2

Visto in DVD.

Ispirandosi a una storia vera (su cui aveva già realizzato un documentario, "Little Dieter needs to fly"), ovvero quella di Dieter Dengler, l'aviatore di origine tedesca che è stato l'unico soldato americano a essere fuggito da un campo di prigionia nel Vietnam del Nord o nel Laos, Herzog torna al cinema di finzione per raccontare una vicenda di determinazione e di sopravvivenza. Agli albori della guerra nel Vietnam, Dengler è incaricato di compiere incursioni aeree sui villaggi nemici: ma viene abbattutto dopo pochi minuti della sua prima missione, catturato e rinchiuso in un campo laotiano, dove già si trovano altri prigionieri. Da lì riuscirà a fuggire e a sopravvivere nella giungla, cibandosi fra le altre cose di vermi e serpenti, fino a quanto non sarà soccorso da un elicottero. Bale interpreta un personaggio pieno di risorse, sorretto da un irrefrenabile ottimismo (non perde mai il sorriso e la fiducia, a differenza dei suoi compagni di prigionia) e da una straordinaria forza di volontà che lo aiutano a non cadere preda dello sconforto o della pazzia. La pellicola è solo marginalmente un film di guerra: come spesso capita nel cinema di Herzog, si dedica soprattutto a ritrarre una personalità fuori dal comune e proprio per questo in grado di compiere imprese che sono precluse a tutti gli altri. Sin dall'inizio ci viene spiegato che Dieter non combatte per seguire istinti bellici o un'ideologia, ma è spinto semplicemente dal desiderio di avventura e dell'amore per il volo. Bellissimi i paesaggi del sud-est asiatico (il film è stato girato nella giungla thailandese), che fanno capire a cosa si è ispirato James Cameron per gli scenari di "Avatar", e spettacolari le immagini iniziali dei bombardamenti. Buono il cast, che oltre a Bale e Zahn comprende anche Jeremy Davies. Per la prima volta il regista tedesco lavorava con una troupe hollywoodiana e ha fatto ampio ricorso ad effetti digitali.

22 settembre 2009

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans (W. Herzog, 2009)

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans
(Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans)
di Werner Herzog – USA 2009
con Nicolas Cage, Eva Mendes
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Remake, più nominale che di sostanza, del capolavoro di Abel Ferrara con Harvey Keitel: ma sarebbe ingiusto fare confronti fra le due pellicole (che andrebbero probabilmente a svantaggio di Herzog, poco a suo agio con i lavori su commissione), visto che in realtà si tratta di film piuttosto diversi e con minimi punti in comune, giusto quello di un poliziotto corrotto e alla deriva come protagonista. Già lo spostamento dell'azione da New York a New Orleans, città con un'identità forte e molto differente da quella della Grande Mela, contribuisce a dare a questo film una caratterizzazione del tutto autonoma. Cage (decisamente convincente, soprattutto in lingua originale: magnifica la scena in cui si scatena contro due vecchiette) è un tenente di polizia incaricato di indagare sul massacro di una famiglia di immigrati clandestini da parte di alcuni trafficanti di droga. Diventato a sua volta tossicodipendente e cocainomane per problemi di salute, non esita a compiere ogni sorta di nefandezza per procurarsi illegalmente la droga per sé e per la sua amante, la prostituta di lusso Frankie, e per tirarsi fuori dai numerosi guai che lo affliggono: debiti di gioco (un altro tratto in comune con il vecchio film), vendette di potenti a cui ha pestato i piedi, piccoli e grandi problemi familiari, l'impossibilità di arrestare i malviventi su cui sta indagando. Ambientato in una New Orleans appena sopravvissuta alla furia dell'uragano Katrina, con serpenti che nuotano nell'acqua e coccodrilli che invadono le strade provocando incidenti stradali, la pellicola è permeata da un'atmosfera malsana e allucinata (memorabile la scena dell'iguana e quella dell'"anima danzante") che si sposa molto bene con la discesa all'inferno e la successiva risalita del protagonista. Rispetto al film di Ferrara sono del tutto assenti gli elementi religiosi e quindi manca il tema della redenzione: la riabilitazione del protagonista non è spirituale bensì materiale, il che rende forse meno efficace il finale di un film che comunque ho gradito parecchio: non sarà certo da annoverare fra i maggiori capolavori di Herzog, ma il regista tedesco dimostra di saper realizzare un lavoro professionale anche a Hollywood, aggiungendo un tocco personale a una sceneggiatura non sua e a un genere che di solito non frequenta.