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22 aprile 2023

Tonight for sure (F. F. Coppola, 1962)

Tonight for sure
di Francis Ford Coppola – USA 1962
con Karl Schanzer, Don Kenney
*1/2

Visto su rarefilmm, in originale.

Due uomini si incontrano sulla Sunset Strip di Hollywood, decisi a sabotare un locale dove si svolgono spettacoli di spogliarello e di burlesque. Dopo aver piazzato una bomba nei bagni, e mentre siedono in platea in attesa della sua esplosione, si raccontano a vicenda i motivi della loro "intolleranza" verso la nudità e la pornografia. Naturalmente, in realtà ne sono segretamente attratti e, anzi, ossessionati. Caratterizzato da toni comici e satirici che mettono in luce l'ipocrisia dei perbenisti e dei puritani, l'umile e oscuro esordio di Francis Ford Coppola alla regia è in realtà un film di montaggio, che combina un suo corto, "The peeper", girato quando aveva 21 anni e frequentava la scuola di cinema dell'UCLA, con un film incompiuto di ambientazione western, "The wide open spaces", diretto da Jerry Schafer (i due corti rappresentano i "flashback" raccontati dai due uomini, rispettivamente un guardone che aveva cercato di distruggere un negozio di fotografie erotiche di fronte al suo appartamento, e un cowboy ossessionato da visioni di donne nude in pieno deserto), approfittando anche del fatto che la principale protagonista femminile, in entrambi i casi, era la stessa, ovvero la modella di Playboy Marli Renfro (più celebre per essere stata la controfigura di Janet Leigh nella scena della doccia di "Psycho"). A unire le due storie ci sono sequenze di raccordo girate appositamente. Il risultato, un curioso mix di exploitation (con numerose scene di fanciulle in topless) e satira sociale, è però soporifero e decisamente dimenticabile: a parte qualche divertente frammento di dialogo, anticipa ben poco dello stile del futuro regista de "Il padrino", "La conversazione" e "Apocalypse Now", e va considerato di interesse puramente storico.

2 maggio 2022

Punto zero (Richard C. Sarafian, 1971)

Punto zero (Vanishing point)
di Richard C. Sarafian – USA 1971
con Barry Newman, Cleavon Little
**1/2

Visto in divx.

L'ex pilota di corse Kowalski (Barry Newman), che ora lavora per un'agenzia di trasporto auto, è incaricato di trasferire una macchina – una Dodge Challenger R/T bianca del 1970, con il motore truccato – da Denver, in Colorado, a San Francisco, in California. Scommette così con un amico che compirà l'intero percorso in soli due giorni (da venerdì a domenica), senza fermarsi nemmeno per dormire, dopo essersi imbottito di anfetamine. Durante il viaggio sarà preso di mira dalla polizia stradale, che gli darà la caccia lungo tutto il percorso, mentre le sue "imprese" sono celebrate via etere da Super Soul (Cleavon Little), DJ di una radio privata, che lo trasforma in una sorta di eroe solitario che lotta contro il sistema. Celebre pellicola di exploitation, sulle orme di "Easy Rider" e antesignana di "Convoy" nel celebrare il desiderio di fuga e di libertà individuale (erano gli anni post-Woodstock) contro un sistema percepito come oppressivo: nel corso degli anni, anche per merito del finale, è diventato un film di culto (è citato anche, fra gli altri, in "Grindhouse - A prova di morte" di Quentin Tarantino). Se la trama è esile, incentrata essenzialmente su corse e inseguimenti sulle strade polverose del sud-ovest americano, e i personaggi poco caratterizzati (ma in fondo c'è quel che basta), il film ha i suoi pregi nella compattezza interna e nella bellezza delle immagini, con un regista che dirige attori e auto in movimento come nelle coreografie di un balletto. Durante il suo viaggio, che assume caratteristiche quasi esistenziali, il protagonista (di cui non sapremo mai il nome di battesimo, solo il cognome) incrocia vari personaggi che lo aiutano (il vecchietto che cattura serpenti nel deserto; i due hippy in motocicletta) o lo ostacolano (i vari poliziotti; uno spericolato pilota che lo sfida in una gara di velocità; una coppia di gay rapinatori, nella scena più imbarazzante di tutte). A ravvivare l'insieme, piccoli tocchi di "colore" (il DJ è nero e cieco, e la sua stazione viene presa di mira da un gruppo di suprematisti bianchi; la giovane hippy inforca la sua moto tutta nuda), nonché alcuni brevi flashback che ricostruiscono in parte il passato di Kowalski: un passato ovviamente da "perdente". In una scena tagliata compariva una giovane Charlotte Rampling nel ruolo di un'autostoppista. Bella la colonna sonora, che comprende numerosi brani rock e pop. Un (brutto) remake nel 1997, "Vanishing Point", con Viggo Mortensen.

3 ottobre 2016

Distretto 13 - Le brigate della morte (J. Carpenter, 1976)

Distretto 13 - Le brigate della morte (Assault on Precinct 13)
di John Carpenter – USA 1976
con Austin Stoker, Darwin Joston
***

Rivisto in DVD.

Proprio la sera del suo definitivo smantellamento, la stazione di polizia di Anderson – un sobborgo di Los Angeles isolato e in preda alla delinquenza – viene presa d'assalto da una banda di criminali, che intendono vendicarsi dell'uomo che ha ucciso uno di loro e che si è rifugiato nell'edificio. A sostenere l'assedio, senza alcuna possibilità di chiamare aiuto o rinforzi (i telefoni sono stati staccati e la luce tagliata), ci sono soltanto il tenente Bishop (Austin Stoker), fresco di nomina e al primo incarico, la coraggiosa segretaria Leigh (Laurie Zimmer) e due prigionieri in fase di trasferimento che si trovavano momentaneamente nelle celle, uno dei quali è il condannato a morte Napoleone Wilson (Darwin Joston). Il secondo lavoro di un Carpenter già maturo e padrone del mezzo cinematografico, nonostante il bassissimo budget a disposizione, è esplicitamente debitore al film "d'assedio" per eccellenza, il classico "Un dollaro d'onore" (nei titoli di testa, come montatore, è accreditato "John T. Chance", ovvero il nome del personaggio interpretato da John Wayne nel western di Hawks: il montaggio fu in realtà realizzato dallo stesso Carpenter, pure sceneggiatore, regista e autore delle musiche!) ma rievoca anche "La notte dei morti viventi" di Romero (gli assalitori sono come gli zombie, mostri soprannaturali e assetati di sangue). Che comunque si tratti di un vero e proprio western urbano lo rivela anche il titolo originale dello script: "The Anderson Alamo". Realizzato come pellicola di exploitation (il che spiega l'alto tasso di violenza, la presenza di un protagonista di colore e... il maglioncino di Laurie Zimmer), colpisce più volte allo stomaco (la scena della morte della bambina presso il carretto dei gelati suscitò parecchie controversie, ma non è affatto gratuita e anzi è fondamentale nel mettere in moto l'azione) e tiene con il fiato sospeso fino alla fine, senza disdegnare analisi sociali (il ruolo della polizia nella società) e costruendo caratteri indimenticabili con pochissime pennellate (su tutti Napoleone Wilson, con il tormentone sul significato del suo nome, la cui spiegazione viene continuamente rinviata, e quello della continua richiesta di una sigaretta). I "difensori" del distretto, nonostante le diverse origini (poliziotti o criminali) sono tutti accumunati dal coraggio e della volontà di lottare non soltanto per difendere sé stessi ma anche per proteggere gli altri ("E tutto per un uomo che non conosciamo neanche, che non sappiamo cos'ha fatto e che non ci dirà neanche grazie"). Alcuni elementi (la delinquenza irrazionale e fuori controllo, la "Banda del Voodoo" che fa giuramenti di sangue e intende portare a termine la propria vendetta senza alcuna pietà e a costo anche della vita) anticipano film come "Fuga da New York" (sempre di Carpenter) e "I guerrieri della notte". Tony Burton è Wells, il secondo prigioniero; Martin West è il padre della bambina uccisa; Charles Cyphers è Starker, l'agente incaricato di trasferire Wilson. Nel 2005 è stato fatto un remake con Laurence Fishburne ed Ethan Hawke, ma già nel 2001 lo stesso Carpenter ne aveva realizzato una rivisitazione in chiave fantascientifica ("Fantasmi da Marte").

7 gennaio 2011

Greta, la donna bestia (J. Franco, 1977)

Greta, la donna bestia (Greta - Haus ohne Männer)
di Jess Franco – USA/Svizzera/Germania 1977
con Dyanne Thorne, Tania Busselier
**

Visto in DVD, con Martin.

Nascosta nella giungla di un paese sudamericano, la sadica e sensuale Greta (personaggio imparentato con la più celebre Ilsa, "la belva delle SS" interpretata dalla stessa Dyanne Thorne: non a caso in alcuni paesi il film è stato reintitolato e distribuito come se facesse parte della serie di Ilsa) gestisce con il pugno di ferro una clinica privata per donne che soffrono di disturbi della sessualità. In realtà si tratta di una copertura, e l'istituto è una sorta di prigione-lager per torturare prigioniere politiche. Per scoprire cosa ne è stato della sorella, ricoverata nella clinica un anno prima, una ragazza si fa rinchiudere nell'istituto sotto falso nome: finirà vittima di soprusi, torture, elettroshock e delle attenzioni lesbiche delle guardie e delle altre prigioniere. Franco al suo meglio (o al suo peggio, dipende dai punti di vista): sexploitation di bassa lega, ma a suo modo efficace nel veicolare quel misto di sesso e violenza che caratterizza il filone delle "women in prison", perdipiù senza compromessi o censure: i nudi femminili abbondano, così come le sequenze efferate e sopra le righe. È uno di quei film in cui i difetti della trama o della sceneggiatura non sono davvero tali, anzi più la pellicola è grezza più funziona. E poi c'è un finale a suo modo memorabile, quello in cui le prigioniere si vendicano della loro aguzzina divorandola viva. Fra le interpreti spiccano naturalmente le "cattive": oltre alla perfida e popputa Greta, "dottoressa" in abiti militari e fiancheggiatrice del regime fascista, c'è Juana (Lina Romay, moglie di Franco: la scena in cui viene torturata con gli spilli è forse la migliore del film), paziente inizialmente succube di Greta ma che poi guida la rivolta contro di lei.

10 settembre 2010

Piraña paura (James Cameron, 1981)

Piraña paura (Piranha part 2: The Spawning)
di James Cameron – USA/Italia 1981
con Tricia O'Neil, Steve Marachuk
**

Visto in DVD, con Martin.

Un branco di piranha geneticamente modificati da esperimenti dell'esercito, ora in grado di vivere in acque salate e persino di volare (!), attacca i turisti di una struttura balneare situata su un'isola dei Caraibi. James Cameron esordisce come regista con questo sequel a basso budget di "Piranha", uno dei tanti film horror realizzati sulla scia de "Lo squalo" di Spielberg e diretto da Joe Dante nel 1978. L'atmosfera ricorda a tratti il cinema italiano di genere degli anni settanta, e non è un caso: la pellicola è una coproduzione italo-americana e tutta la troupe tecnica è italiana, a partire dal compositore della colonna sonora Stelvio Cipriani (sotto lo pseudonimo Steve Powder). Inizialmente Cameron avrebbe dovuto occuparsi solo degli effetti speciali: ma dopo l'abbandono del regista originale, venne scelto dal produttore come suo sostituto e modificò in parte anche la sceneggiatura. Ecco perché alcuni elementi (come il personaggio femminile dal carattere forte o le numerose scene di immersione subacquea) precorrono già quello che sarà il suo cinema. Gli venne però negato di partecipare al montaggio finale, e per questo motivo il regista esita a considerarlo un proprio film, citando spesso "Terminator" come il suo vero debutto. Pare però che esista una versione effettivamente rimontata in seguito da Cameron: ignoro se sia quella che abbiamo visto in DVD. In ogni caso, anche se l'originalità della trama è davvero poca e gli effetti speciali con i pesci sono quasi ridicoli, la visione del film è più divertente di quanto ci si potesse aspettare. E la scena d'apertura, con un amplesso subacqueo, non è per niente male. Da sottolineare la presenza di un giovane Lance Henricksen nei panni dell'ex marito della protagonista, nonché i numerosi momenti di exploitation (nudità, sesso, sangue).

8 giugno 2008

Planet terror (R. Rodriguez, 2007)

Planet terror (Grindhouse - Planet terror)
di Robert Rodriguez – USA 2007
con Rose McGowan, Freddy Rodriguez
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Il progetto originario di "Grindhouse" prevedeva una double feature cinematografica (un film di Quentin Tarantino e uno di Rodriguez) con il contorno di spezzoni, frammenti, finte pubblicità e trailer di altre pellicole immaginarie, il tutto nello stile del cinema di exploitation degli anni '70: l'insuccesso commerciale in patria ha suggerito ai due autori di "separare" le rispettive pellicole e di farle uscire in maniera indipendente, eliminando tutto il materiale di raccordo (ne rimane traccia soltanto nell'esilarante trailer di "Machete" che precede il film di Rodriguez). Dopo la delusione della pellicola di Tarantino ("A prova di morte" mi è parso finora il suo film peggiore, più brutto anche di "Jackie Brown"), quella del messicano mi è piaciuta decisamente di più: è meno pretenziosa e "pipparola", più spensierata e sopra le righe, con un gusto per lo splatter e il gore che consente di passare sopra all'implausibilità della trama. Debitore in parte al secondo tempo di "Dal tramonto all'alba" (ma anche ad alcune cose di John Carpenter, ringraziato nei titoli di coda), il film avrebbe forse potuto osare persino di più, visto che al divertimento non corrisponde sempre un'adeguata tensione. I variopinti personaggi (fra i quali spiccano la McGowan, una ballerina con una gamba amputata, e Josh Brolin, un medico psicopatico; ma nel cast ci sono anche Bruce Willis, Michael Biehn e lo stesso Tarantino) devono fronteggiare un misterioso gas di origine militare che trasforma gli esseri umani in creature mostruose, a metà strada fra gli zombi di Romero e i 'patatoni' di Peter Jackson. Fra massacri, sparatorie, inseguimenti e acrobazie di ogni genere. Rodriguez sfrutta meglio del compare anche l'idea di "invecchiare" ad arte la pellicola con graffi e difetti: anziché farne uno sfoggio di cinefilia fine a sé stessa, utilizza la trovata per dare maggiore spessore alle scene più truci e, con la scusa di un "rullo mancante", per far procedere la vicenda in maniera più spedita.

24 novembre 2007

Faster, pussycat! Kill! Kill! (R. Meyer, 1966)

Faster, pussycat! Kill! Kill! (id.)
di Russ Meyer – USA 1966
con Tura Satana, Haji, Lori Williams
**1/2

Rivisto in DVD.

"Signori e signore, benvenuti alla violenza!": il film più celebre di Russ Meyer nonché probabilmente il suo capolavoro, entrato nella leggenda anche per il colorito titolo, comincia con questa frase fuori campo che preannuncia al malcapitato spettatore quel che lo aspetta. Tre procacissime ballerine si divertono a scorrazzare in auto nel deserto: dopo aver sfidato e ucciso un pilota di passaggio, ne sequestrano la giovane fidanzata e trovano rifugio in una fattoria desolata, dove vive un anziano paralitico con due figli, il primo ritardato e il secondo debole e inetto. Il loro intento è quello di scoprire dove il vecchio nasconde una grande somma di denaro. Ma le tensioni e le pulsioni fra i personaggi faranno precipitare la situazione. In bilico fra Eros e Thanatos e caratterizzato da tre character forti e indimenticabili (Tura Satana in particolare, vestita in pelle nera, diventerà una vera e propria icona del genere), a differenza di altri film di Meyer non presenta vere e proprie scene di sesso ma è comunque permeato dalla morbosità e dalla trasgressione: fece scalpore per aver reso protagoniste tre donne malvage e senza scrupoli, anche se con sfumature diverse: Varla, interpretata da Tura Satana, è una dominatrice in tutto e per tutto; Rosie è completamente sua succube; la bionda Billie è più solare e indipendente. Le tre donne dominano ogni inquadratura e le loro forme prorompenti sembrano solleticare, più che gli altri protagonisti della storia, gli spettatori stessi. Ma Meyer è ben di più di un semplice regista di exploitation: oltre all'indiscusso talento visivo, si vede in lui una profonda convinzione di voler "rompere gli schemi" e una passione per i suoi personaggi. Proprio questa intensità rende il film decisamente superiore alle numerose rivisitazioni e omaggi che gli hanno fatto seguito, compreso il deludente "Grindhouse – A prova di morte" di Tarantino (di cui costituisce una delle principali fonti di ispirazione). Se il film di Meyer fa parte a pieno diritto della storia dei costumi di quegli anni, quello di Quentin al confronto non è altro che l'inutile gioco di un fan che vuole divertirsi. Non eccezionale il doppiaggio italiano: in alcuni casi le voci sono addirittura sovrapposte a quelle originali.

7 giugno 2007

Grindhouse - A prova di morte (Q. Tarantino, 2007)

Grindhouse - A prova di morte (Grindhouse - Death Proof)
di Quentin Tarantino – USA 2007
con Kurt Russell, Zoë Bell
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Un gruppo di ragazze si diverte al pub, ignorando di essere state prese di mira da Stuntman Mike, folle pilota che semina il terrore con la sua automobile nera e truccata "a prova di morte". Originariamente questo film doveva essere una delle due parti di un double feature realizzato insieme a Robert Rodriguez. In seguito al fallimento al box office americano, però, è stato separato dal gemello "Planet Terror", allungato con alcune scene extra e distribuito in quasi tutto il resto del mondo in maniera autonoma. Ho letto da qualche parte che negli States alcuni spettatori uscivano addirittura dalla sala al momento dei titoli di coda del film di Rodriguez, ignorando che sarebbe seguito l'episodio di Tarantino. In ogni caso, ancora una volta il regista si rifà al mondo dei B-movie e delle pellicole exploitation, questa volta ancora più smaccatamente (se è possibile) che in passato, citando atmosfere tipiche di Jack Hill e Russ Meyer (il finale ricorda "Faster Pussycat, Kill! Kill!"). Inoltre, più del solito, abbondano le ossessioni "feticiste" (quante inquadrature di piedi!). Ma da un genio come Tarantino mi aspetto di più: il film non mi ha fatto impazzire, anzi a tratti l'ho trovato proprio brutto. Forse avrebbe avuto più senso inserito nel suo contesto originale, ovvero fra i finti trailer e in coda all'episodio di Rodriguez. Così, invece, sembra un gioco inutile e fine a sé stesso, con personaggi superficiali e una trama idiota. Se un po' di divertimento, soprattutto nella prima parte, non manca (ma per la forma, non certo per i contenuti), nella seconda subentrano noia e fastidio per una sceneggiatura implausibile che gira in tondo e intorno a niente. E se quello che faceva Russ Meyer ai suoi tempi, nella società degli anni '60 e '70, aveva un significato ben preciso e una valenza liberatoria, riproporlo oggi è soltanto lo sfizio di un fan. La forma, dicevo, rimane la cosa migliore. Tarantino ha realizzato un film che sembra davvero un grindhouse di trenta o quarant'anni fa: pellicola sporca o graffiata, "cartelli" che coprono i titoli originali, montaggio "sbagliato", colori slavati: dopo qualche minuto di proiezione, Hiromi mi ha chiesto se si trattasse di un film vecchio. Però mancano appunto i contenuti: i dialoghi – piuttosto lunghi – sono privi di battute o frasi memorabili, e la trama è così povera da far pensare che il film avrebbe meritato non di essere ampliato bensì condensato, magari in un cortometraggio. Tutta la prima parte, e il modo in cui si conclude, serve solo come preparazione a quella successiva e a far temere allo spettatore che il secondo gruppo di ragazze, le vere "eroine" del film, possa fare la stessa fine del primo: a quel punto si è già visto di che cosa è capace il "cattivo" Kurt Russell. La neozelandese Zoë, la protagonista della seconda parte, interpreta praticamente sé stessa: si tratta infatti di una vera stunt(wo)man, ed era la controfigura di Uma Thurman in "Kill Bill": l'intero film, in fondo, è un po' un omaggio al mondo degli stuntmen e dei cascatori, a cominciare dal nome dell'antagonista e dal suo panegirico sui film d'azione di un tempo. Numerose anche le autocitazioni: dalla suoneria del cellulare che riprende un tema di "Kill Bill" al Big Kahuna Burger di "Pulp Fiction".