Visualizzazione post con etichetta Fotografi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fotografi. Mostra tutti i post

19 febbraio 2023

Il sale della terra (Wim Wenders, 2014)

Il sale della Terra (The Salt of the Earth)
di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado – Brasile/Francia 2014
con Sebastião Salgado
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Documentario che ripercorre la vita e la carriera del fotografo brasiliano Sebastião Salgado, realizzato da Wenders con il contributo del figlio dello stesso Salgado come aiuto regista. Figlio di un fazendeiro del Minas Gerais e destinato a una carriera di economista, Salgado fuggì dalla dittatura militare per rifugiarsi in Francia. Qui, incoraggiato dalla moglie Lélia, scoprì la sua vera vocazione, quella di fotografo. E mosso da una forte empatia verso la condizione umana, convinto che gli esseri umani siano "il sale della Terra", nei suoi scatti ne ha ritratto di volta in volta la laboriosità (le attività delle comunità di contadini "senza terra" nel Nord-est del Brasile), le sofferenze (la fame provocata da siccità e carestie in Etiopia e in Mali), le tribolazioni (i viaggi dei migranti e dei rifugiati che fuggivano dal Rwanda o dall'ex Jugoslavia), sempre interrogandosi sul proprio ruolo di fotografo come testimone di tragedie, guerre, catastrofi umanitarie, che si trattasse di documentare gli incendi dei pozzi di petrolio in Kuwait, le miniere d'oro a cielo aperto in Brasile, o la vita di tribù che hanno vissuto isolate dal mondo moderno come gli Yali dell'Indonesia o gli Zo'é del Brasile. Infine, tornato nel paese natìo (dove, insieme alla moglie, intraprenderà un'attività di ripristino della foresta pluviale che era stata disboscata da gran parte della regione), si dedicherà a un nuovo progetto fotografico inteso come "omaggio al pianeta e alla natura", ritraendo animali, luoghi e persone che vivono come all'alba dei tempi. Con la voce narrante dello stesso Wenders e lunghi monologhi di Salgado, il documentario è interessante e presenta sullo schermo molti degli scatti del fotografo, anche se proprio questo aspetto lo rende poco "cinematografico" e quasi una carrellata di immagini fisse (fanno eccezioni alcuni documenti filmati sui suoi viaggi).

26 gennaio 2023

Visages, villages (Agnès Varda, 2017)

Visages, villages
di Agnès Varda, JR – Francia 2017
con Agnès Varda, JR
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Stringendo un'insolita collaborazione, la cineasta Agnès Varda (88 anni) e l'artista-fotografo JR (33 anni) girano per le campagne francesi, a bordo di un furgone adibito a laboratorio fotografico, per scattare immagini degli abitanti dei piccoli villaggi di provincia e farne giganteschi poster da incollare alle pareti esterne delle case e sui muri di mattoni degli edifici abbandonati. Lo scopo è quello di collegare, attraverso il ritratto, i volti delle persone (ma anche dettagli ingranditi dei loro corpi o antiche foto di famiglia) e i luoghi più isolati e dimenticati del paese, riportando al centro dell'attenzione la vita di un tempo e quella attuale, antichi e nuovi lavori, storie del passato e del presente, e ritraendo dunque il cambiamento cui persone e luoghi sono continuamente soggetti. Viaggiando insieme e discutendo delle rispettive forme d'arte, AV e JR attraversano così paesi dove un tempo fiorivano attività ormai abbandonate (una miniera), villaggi fantasma composti da edifici in rovina, cittadine turistiche sulla costa, regioni agricole dove le innovazioni tecnologiche permettono a un singolo contadino di occuparsi di centinaia di ettari di terreno, allevamenti di capre e altri animali (cui vengono tolte le corna per impedire che lottino fra loro e aumentare così la produttività), fabbriche di prodotti chimici, porti commerciali (come quello di Le Havre) i cui lavoratori sono in sciopero... e infine si dedicano anche a sé stessi. Man mano che si viaggia, infatti, anche l'amicizia fra i due artisti si fa più stretta (nonostante la differenza di età, che non impedisce loro di punzecchiarsi a vicenda), mentre il desiderio di conoscere di più l'uno dell'altra cresce a dismisura: entrambi lavorano con le immagini, e non a caso i rispettivi sguardi costituiscono lo strumento per conoscere il mondo circostante, uno strumento paradossalmente non privo di difetti (la vista di Agnès è in costante declino, e la regista vede ormai il mondo sfocato; JR, dal canto suo, non si separa mai dai suoi occhiali da sole, che frappone un filtro scuro fra i suoi occhi e la realtà). Ne risulta un originale e avvincente documentario on the road che fa riflettere sulla potenza delle immagini (anche quando effimere: molte delle affissioni di JR sono destinate a essere spazzate via dall'acqua o dagli elementi) e sul loro legame con la memoria (da conservare per le generazioni future) e i ricordi, che siano quelli di antichi lavori, di antenati lontani, di amicizie dimenticate (la Varda cerca di andare a visitare Jean-Luc Godard, ma questi non si fa trovare in casa). Il tutto intrecciato con il tema del viaggio, che sia reale o virtuale (le foto degli occhi e dei piedi di AV vengono affisse sui vagoni cisterna di un treno merci "che andrà in posti dove tu non andrai mai").

13 novembre 2022

Il matrimonio dei benedetti (M. Makhmalbaf, 1989)

Il matrimonio dei benedetti (Arusi-ye khuban)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1989
con Mahmud Bigham, Roya Nonahali
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Haji (Mahmud Bigham), fotografo di guerra, soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in seguito agli orrori e alle atrocità di cui è stato testimone (il conflitto fra Iran e Iraq, cui ha partecipato come soldato; la guerra civile in Libano; le carestie nei paesi africani). Tornato alla vita civile, fa fatica a riadattarsi ed è costantemente turbato da immagini, pensieri e visioni. La fidanzata Mehri (Roya Nonahali) vorrebbe sposarlo, nella speranza che il matrimonio lo aiuti a recuperare felicità e serenità, nonostante l'opposizione del padre. Ma proprio durante la cerimonia, Haji avrà una ricaduta... Uno dei film più "forti" ed espressionisti di Makhmalbaf, una discesa nella follia e nell'incubo di un uomo che ha vissuto l'orrore e non riesce più a dimenticarlo. Punteggiato da una serie di visioni e di flashback, che la regia moderna (con ardite soggettive), il montaggio, la fotografia, l'uso del sonoro e la musica sottolineano con veemenza, il percorso di Haji sembra una strada senza uscita che si ripiega su sé stessa, come testimonia il suo "reportage" notturno per la città, dopo aver ricominciato a lavorare al giornale, nel quale scatta istantanee clandestine ai disagiati, i disperati e i poveri che affollano le strade (all'interno di questa sequenza, il film "rompe" suo malgrado la quarta parete – cosa peraltro non certo insolita per il cinema iraniano – quando una pattuglia di poliziotti chiede a Makhmalbaf e alla sua troupe se hanno il permesso per girare). Nel frattempo Mehri, proveniente da una famiglia ricca e privilegiata (a sua volta è un'artista), cerca di risvegliare in lui i ricordi del loro passato felice (i due si conoscevano sin da piccoli) e di convincerlo a non sentirsi responsabile o farsi carico di tutti i problemi del mondo. Curiosità: il film era citato in "Close up" di Abbas Kiarostami, nel quale Makhmalbaf recitava nel ruolo di sé stesso.

29 luglio 2022

A snake of June (Shinya Tsukamoto, 2002)

A snake of June (Rokugatsu no hebi)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2002
con Asuka Kurosawa, Yuji Kotari
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Rinko (Asuka Kurosawa), che lavora come operatrice in un call center di consulti psichiatrici, nella vita privata è repressa e insoddisfatta: veste sempre in maniera castigata ed è sposata con un marito noioso che non la comprende fino in fondo. Ma il fotografo Iguchi (Shinya Tsukamoto), che lei ha dissuaso dal suicidio, intende "ricambiare" il favore, spingendola ad andare alla scoperta di sé stessa dal punto di vista sessuale: inizialmente ricattandola, tramite fotografie scattate di nascosto mentre si masturba, e costringendola ad andare in giro in minigonna; e in seguito trasformandola in una persona sempre più libera, aperta e disinibita. Insolito thriller semi-erotico, forse "minore" rispetto ad altri lavori di Tsukamoto eppure altrettanto creativo e stimolante, che da uno spunto non originalissimo si fa via via meno lineare e più surreale: nella seconda parte il focus si sposta sul marito Shigehiko (Yuji Kotari), che indaga sullo strano comportamento della moglie. Più che i contenuti (che ricordano quelli di tante pellicole giapponesi degli anni sessanta e settanta, come quelle di Yasuzo Masumura), dove spicca il tema del voyeurismo attraverso la fotografia, a colpire è però la forma: la pellicola è interamente monocromatica, in un bianco e nero virato in toni di blu, e si svolge sotto una pioggia incessante. La bizzarra scena in cui Shigehiko è costretto a guardare attraverso un cono/visore legato sul volto richiama i mascherini circolari del cinema muto. La modella Asuka Kurosawa era praticamente all'esordio cinematografico (la rivedremo in alcuni film di Sion Sono, come "Cold fish" e "Himizu"). Brevi apparizioni per Susumu Terajima e Tomorowo Taguchi. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

8 dicembre 2021

La vetta degli dei (Patrick Imbert, 2021)

La vetta degli dei (Le sommet des dieux)
di Patrick Imbert – Francia 2021
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Netflix).

Sulle tracce del leggendario scalatore Habu Joji, scomparso misteriosamente dalla scena anni prima in seguito a una tragedia personale (la morte di un suo giovane compagno di cordata), il fotoreporter Fukamachi crede di averlo rintracciato in Nepal, dove si sta apprestando a scalare in solitaria, e senza ossigeno, la pericolosa parete sud-ovest dell'Everest. Deciderà di seguirlo, non solo per documentare l'impresa ma anche per svelare un mistero legato alla macchina fotografica di George Mallory, che potrebbe far luce sul destino del primo alpinista ad aver tentato di scalare l'Everest nel 1922. Tratto da un manga di Jiro Taniguchi, a sua volta ispirato a un romanzo di Baku Yumemakura, un film d'animazione di produzione francese ma che, per molti aspetti, potrebbe sembrare giapponese. Lo stile di disegno è estremamente realistico, così come i fondali, al punto da chiedersi che motivo c'era di realizzare la pellicola in animazione anziché in live action. La storia, appassionante, è purtroppo poco originale: i "soliti" temi dello scalatore che si spinge oltre i limiti perché, interrogato su cosa lo spinga a scalare montagne, afferma: "Non posso vivere senza". Se Habu è una figura interessante e complessa (bravo ma arrogante, che vuole fare tutto da solo), il protagonista Fukamachi è praticamente privo di caratterizzazione. Ma l'ambiente delle montagne, della neve e dei pericoli dell'alpinismo, con il confronto fra uomo e natura, è ben rappresentato.

20 settembre 2019

Camille (Boris Lojkine, 2019)

Camille
di Boris Lojkine – Francia 2019
con Nina Meurisse, Fiacre Bindala
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Biopic su Camille Lepage, giovane fotoreporter francese che rimase uccisa nel 2014 nella Repubblica Centrafricana, dove si trovava per documentare con i suoi scatti le violenze della guerra civile e gli scontri fra i ribelli mussulmani (i Séléka) e le milizie cristiane (gli anti-Balaka). Alternando il ritratto simpatetico di una protagonista giovane e idealista alla rappresentazione di una tragedia umanitaria della quale ai paesi occidentali importa davvero poco (a parte forse ai francesi, per via del loro passato coloniale), ma di cui in realtà non approfondisce particolarmente i retroscena, il film colpisce per la cura tecnica con cui ricostruisce sullo schermo scenari ed eventi anche molto recenti (la guerra è tuttora in corso) e per la potenza dell'intepretazione di Nina Meurisse. Ma gli manca quel "quid" che c'era nei reportage di Kapuściński (come "Ancora un giorno", ambientato in Angola, dal quale è stato tratto recentemente un bel film in animazione rotoscope) o persino in pellicole hollywoodiane come "Sotto tiro" con Nick Nolte, dove la situazione contingente non impediva di allargare lo sguardo al di là della tragica realtà. In questo caso siamo invece di fronte a poco più di un documentario, incapace di uscire dai limiti ristretti del suo argomento e che si limita a ribadire concetti generici sull'assurdità della guerra e della violenza.

25 agosto 2018

Il piacere e l'amore (N. B. Ceylan, 2006)

Il piacere e l'amore (İklimler, aka Climates)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2006
con Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
***

Visto in divx.

Durante una vacanza estiva, il fotografo İsa (Nuri Bilge Ceylan) rompe la relazione con Bahar (Ebru Ceylan, moglie del regista). Tornato a Istanbul, scopre di non riuscire a vivere da solo. E dopo aver inizialmente riallacciato i contatti con una vecchia amante, Serap (Nazan Kirilmis), decide di provare a riappacificarsi con Bahar, raggiungendola nel paese innevato dove la ragazza lavora per la produzione di una serie televisiva di cui è la direttrice artistica. Ma forse è troppo tardi... Ambientato in tre luoghi e in tre stagioni diverse (la costa di Kaş, presso Antalya, d'estate; la città di Istanbul, d'autunno; un remoto e innevato paesino nella provincia orientale di Ağrı, d'inverno), che simboleggiano le tre fasi sentimentali ed esistenziali contrapposte vissute dal protagonista (il desiderio di recuperare la propria indipendenza, l'inquietudine e il bisogno d'amore), un film delicato e contemplativo, fatto di silenzi, sguardi e tempi lunghi, dove alle poche parole si preferiscono le immagini (non a caso İsa, alter ego del regista come i protagonisti di altre sue pellicole, è un fotografo) con prolungati primi piani o inquadrature dei paesaggi, i suoni (la melodia di un carillon) e le atmosfere (le antiche rovine, una stanza d'albergo, un cimitero sotto la neve). I temi dell'incertezza e dell'indecisione, della felicità, della sincerità o del tradimento emergono con naturalezza, comunicando i sentimenti, la solitudine e la sofferenza dei personaggi senza bisogno di troppe parole. Il titolo italiano (quello internazionale è "Climates") è lo stesso del sottotitolo de "La ronde" di Max Ophüls.

19 agosto 2018

Sotto tiro (Roger Spottiswoode, 1983)

Sotto tiro (Under fire)
di Roger Spottiswoode – USA 1983
con Nick Nolte, Joanna Cassidy
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Russell Price (Nolte), affermato fotoreporter che gira il mondo per catturare immagini di guerra con grande sprezzo del pericolo ma poco interesse per i reali motivi dei conflitti, si reca in Nicaragua per documentare la rivoluzione sandinista in atto contro la dittatura del presidente Anastasio “Tacho” Somoza, sostenuto dalla CIA ma in crescente difficoltà. Inizialmente neutrale e interessato soltanto a fotografare il leader dei ribelli (il comandante Rafael, una carismatica figura alla “Che” Guevara), senza volerlo Russell si lascerà coinvolgere sempre di più dalle ragioni del popolo in rivolta, finendo per aiutarne la causa grazie a una fotografia fasulla che mostra Rafael ancora in vita dopo la sua morte. E le cose precipiteranno quando il suo collega ed amico Alex (Gene Hackman) – con il quale è in rivalità per la stessa donna, Claire (Cassidy) – viene ucciso a sangue freddo dai soldati di Somoza. Il dittatore tenterà di insabbiare tutto, ma proprio le immagini scattate da Russell riveleranno la verità e daranno l'ultima spallata al regime, facendogli perdere i consensi del governo statunitense. Fra finzione e realtà (la vicenda è ispirata alla storia vera del giornalista Bill Stewart), un interessante film su una delle tante rivoluzioni dell'America latina nella seconda metà del ventesimo secolo, vista attraverso gli occhi di un giornalista che si illude che documentare la realtà con il suo obiettivo lo metta al riparo dallo schierarsi o dal dover compiere una scelta di campo. Jean-Louis Trintignant è l'ambiguo ma affabile Marcel Jazy, spia francese che agisce dietro le quinte per mantenere Somoza al potere. Ed Harris è il mercenario Oates che, incurante di ogni ideale e di ogni valore (come, in fondo, inizialmente è lo stesso Russell, tanto che i due sono amici), si presta alle maggiori nefandezze quasi senza badare alla parte da cui sta, al punto da festeggiare alla fine la vittoria dei ribelli nonostante abbia combattuto contro di loro. Buona la regia, la fotografia e le interpretazioni. Interessante la colonna sonora di Jerry Goldsmith con Pat Metheny (una traccia della quale è stata riciclata da Quentin Tarantino in "Django Unchained").

9 agosto 2018

L'amante perduta (Jacques Demy, 1969)

L'amante perduta (Model Shop)
di Jacques Demy – USA 1969
con Gary Lockwood, Anouk Aimée
**

Visto in divx.

George (Gary Lockwood), giovane architetto disoccupato, insofferente alle regole e al conformismo della società, incontra una donna misteriosa (Anouk Aimée), affascinante e più grande di lui, che lavora come "modella" – con il nome di Lola – presso uno studio fotografico dove è possibile scattare foto pornografiche alle ragazze. Innamoratosene all'istante (forse perché, essendo francese, rappresenta per lui un altro mondo, lontano e diverso da quello – legato ai genitori, ai valori e alle costrizioni della società – in cui si sente un pesce fuor d'acqua), trascorrerà con lei l'ultima notte prima di partire sotto le armi per il Vietnam. Il primo film di Demy in lingua inglese, pur essendo girato e ambientato a Los Angeles, fa parte dello stesso universo narrativo dei precedenti lavori, tanto che Anouk Aimée riprende essenzialmente il ruolo che aveva già interpretato nel suo film d'esordio, "Lola, donna di vita". Gli stessi ingredienti che però rendevano leggeri e disinvolti ma anche intensi e struggenti i film francesi non sembrano funzionare in ugual maniera nel setting americano. Nonostante l'agilità della sceneggiatura (che si svolge nell'arco di 24 ore, seguendo in continuazione il girovagare del protagonista maschile per le strade periferiche di una Los Angeles assolata) e i riferimenti alla contemporaneità (le contestazioni giovanili, la guerra in Vietnam, la liberazione sessuale), il film appare banale ("Solo l'amore ti fa andare avanti nella vita") e inconcludente come, in fondo, è il suo protagonista: un giovane indeciso sul proprio futuro, idealista e poco incline ai compromessi, che non intende farsi schiacciare dagli ingranaggi della società ma al contempo non ha la minima idea di cosa fare e di come vivere. Lockwood era noto al pubblico essenzialmente per "2001: Odissea nello spazio". Alexandra Hay è la fidanzata che lavora come modella per la pubblicità. Gli amici musicisti di George sono i membri della band Spirit, che firma la colonna sonora del film.

5 novembre 2012

Alice nelle città (Wim Wenders, 1974)

Alice nelle città (Alice in den Städten)
di Wim Wenders – Germania Ovest 1974
con Rüdiger Vogler, Yella Rottländer
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il giornalista tedesco Philip Winter avrebbe dovuto scrivere un reportage sul "paesaggio americano", ma ha vagato per settimane negli Stati Uniti senza combinare nulla se non scattare fotografie prive di ispirazione. Quando decide di tornare in Germania, si ritrova a viaggiare insieme a una bambina, Alice, che gli è stata affidata dalla madre affinché la riporti in patria. I due percorreranno le strade della Germania da città in città, alla ricerca della nonna di Alice, senza denaro e muniti soltanto di una foto della vecchia casa dove la nonna vive. Quarto lungometraggio di Wenders, è il primo dell'acclamata "trilogia della strada" (gli altri due, usciti l'anno seguente, sono "Nel corso del tempo" e "Falso movimento"). Girato in uno splendido bianco e nero, il film dedica molta attenzione ai paesaggi che circondano i personaggi: comincia nei classici scenari aperti degli Stati Uniti (l'America e il suo mito hanno sempre avuto un notevole fascino su Wenders: e lo si percepisce anche dalla continua presenza di musica, immagini, radio e schermi televisivi: anche dopo essere tornati in Germania, dai juke box esce musica americana; il protagonista si reca a un concerto rock; e nel finale, su un quotidiano campeggia la foto di John Ford, altro "mito americano" che era scomparso da poco) e prosegue con la rivisitazione dei paesaggi tedeschi (i villaggi della Ruhr, per esempio, dove le vecchie case si svuotano una dopo l'altra o vengono demolite). Si tratta in tutto e per tutto un road movie europeo – che parte dalla disillusione e dalla "fine del sogno americano", per andare alla scoperta di un nuovo equilibrio più giovane e spontaneo – e come tale veicola il classico tema di questo tipo di film: la ricerca di sé stessi. "Ho perso me stesso", confessa infatti Philip all'editore, per spiegargli come non sia riuscito a scrivere l'articolo che gli era stato commissionato. E le fotografie Polaroid (dunque da sviluppare immediatamente) che scatta in continuazione sono "prove" della sua stessa esistenza: è sintomatico che, da quando torna in Germania con Alice, smette di scattarne. Alla fine, grazie alla ragazzina, avrà finalmente una storia da scrivere. L'atmosfera avvolgente (grazie anche alla colonna sonora minimalista e ripetitiva di Irmin Schmidt), le memorabili interpretazioni (spicca in particolare la naturalezza della giovane Yella Rottländer), scene simboliche (come quella in cui Philip "spegne" il Chrysler Building fingendo di soffiarvi contro proprio allo scoccare della mezzanotte) e temi archetipici del cinema del regista tedesco (come il tentativo di catturare la realtà attraverso le immagini) lo rendono il primo vero capolavoro di Wenders. Peccato che sia anche uno dei pochi suoi film a non essere ancora uscito da noi in DVD. Da notare che Philip Winter è il nome con cui si chiamano quasi tutti i personaggi interpretati da Rüdiger Vogler nei vari film di Wenders (da "Nel corso del tempo" a "Così lontano, così vicino", da "Fino alla fine del mondo" a "Lisbon Story").

20 dicembre 2009

Palermo Shooting (Wim Wenders, 2008)

Palermo Shooting (id.)
di Wim Wenders – Germania/Italia 2008
con Campino, Giovanna Mezzogiorno
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Un fotografo tedesco (Campino, alias Andreas Frege, rock star del gruppo Die Toten Hosen), dopo essere scampato per un nonnulla a un incidente stradale e aver visto (letteralmente) la morte in faccia, si trattiene per qualche giorno a Palermo, città a lui sconosciuta, alla ricerca di sé stesso. Mentre gira per le strade scattando fotografie, scopre di essere preso di mira da una misteriosa figura incappucciata che gli scaglia contro delle frecce invisibili ed evanescenti, proprio come quelle che si vedono nel dipinto del "trionfo della morte" al quale Flavia, una giovane restauratrice, sta lavorando. Una pellicola strana e metafisica, ma con un suo particolare fascino surreale, caratterizzata da temi tipicamente wendersiani, e come tale apprezzabile forse di più se si conoscono bene le precedenti opere del regista (l'artista che si aggira per una città straniera ricorda "Lisbon story", anche se lì il protagonista "catturava" suoni e qui immagini; l'elemento soprannaturale era già presente ne "Il cielo sopra Berlino"; i sogni e le riflessioni e sulle sembianze delle cose si collegano a quelle viste – fra gli altri – in "Fino alla fine del mondo"), che suggerisce arditi collegamenti fra il fotografo e la morte (entrambi fanno lo stesso lavoro, in fondo, "immortalando" persone e oggetti ai quali tolgono la vita; persino il titolo del film può riferirsi tanto al lavoro del fotografo – lo "shooting" fotografico – quanto alle frecce scagliate dalla morte) e abbozza considerazioni su come uno scatto riproduca soltanto la superficie delle cose o sulla bizzarra condizione di un fotografo che viene ripreso a sua volta. Anche il personaggio di Flavia (interpretato da una brava Mezzogiorno) è in linea con tutto il resto: il suo lavoro di restauratrice di antichi dipinti, in fondo, è un trait d'union fra i due argomenti principali della pellicola, l'immagine e la decadenza. Ironico come, nelle sequenze iniziali del film, Campino – anziché la morte – si ritrovi a fissare sulla pellicola l'inizio della vita, nella fattispecie nella sessione fotografica con Milla Jovovich (che interpreta sé stessa con il pancione). La presenza di Milla, non accreditata, è stata per me un bonus inatteso ma gradito! Nel cast c'è anche Dennis Hopper, nei panni della morte impersonificata. Curatissime, come sempre, fotografia e colonna sonora. La scelta di Palermo come luogo dove incontrare la morte, città (de)cadente ed – etimologicamente – "grande porto", sembra particolarmente azzeccata. E la dedica finale a due grandi registi che erano appena scomparsi, per di più nello stesso giorno (Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni), non è decisamente casuale, visto che il film che riprende numerosi elementi da due delle loro opere più celebri, rispettivamente "Il settimo sigillo" (l'incontro con la morte) e "Blow up" (il fotografo e la realtà delle cose).

15 settembre 2009

Frontier Blues (Babak Jalali, 2009)

Frontier Blues
di Babak Jalali – Iran 2009
con Mahmoud Kalteh, Abolfazl Karimi
**

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Fra silenzi, sguardi in macchina e ironia stralunata e surreale, quasi alla Kaurismäki, il film segue le vite di alcuni individui di etnia turkmena che vivono presso la frontiera settentrionale dell'Iran, ai confini appunto con il Turkmenistan. Il ritardato Hassan trascorre i suoi giorni gironzolando in compagnia di un asino; suo zio Kazem gestisce un piccolo negozio d'abbigliamento, sempre vuoto; il giovane Alam lavora in un allevamento di polli, sogna di sposarsi e intanto studia l'inglese per poter andare all'estero; un anziano cantastorie e musicista, infine, viene ripetutamente ritratto in abiti tradizionali da un fotografo di Teheran che intende pubblicare un libro illustrato su quei luoghi e quelle persone. Solitudini, attese e la routine dei piccoli gesti, per una pellicola lenta e con un certo fascino malinconico ed esistenziale. Certo, vederla come quinto film della giornata può provocare qualche attacco di sonnolenza, ma non è colpa sua.

10 settembre 2009

Smoke (Wayne Wang, 1995)

Smoke (id.)
di Wayne Wang, Paul Auster – USA 1995
con William Hurt, Harvey Keitel
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Augusto e Lucia.

Scritto da Paul Auster, l'autore della "Trilogia di New York" (che – non accreditato – lo ha anche co-diretto con Wayne Wang), "Smoke" è un piccolo film indipendente e di culto che deve gran parte del suo fascino all'ambientazione minimalista, ai dialoghi letterari e alla profonda umanità dei personaggi, uno dei quali (quello interpretato da William Hurt) è quasi una controfigura di Auster stesso. Storie ed esistenze si incrociano a Brooklyn attorno a una piccola tabaccheria gestita da Augustus "Auggie" Wren (Keitel), un uomo dal passato burrascoso: fra i suoi clienti spicca soprattutto Paul Benjamin, scrittore in crisi creativa dopo la morte della moglie. Fra bevute e fumate, le vite dei due amici si intrecciano con quella di Thomas (Harold Perrineau), un diciassettenne di colore fuggito da casa per rintracciare il padre (Forest Whitaker) che non vede da diversi anni e che ora gestisce una piccola stazione di servizio; e quella di Ruby (Stockard Channing), ex fiamma di Auggie, alle prese con la figlia ribelle Felicity (Ashley Judd). La vita di quartiere, i piccoli e grandi drammi urbani (spesso legati al rapporto fra genitori e figli), l'amore per il tabacco, i sigari e il fumo in generale (un tema quanto mai "scomodo" negli Stati Uniti e spesso boicottato dall'industria cinematografica), aneddoti e passioni bizzarre (come quella di Auggie, che fotografa ogni mattina alle ore 8.00 lo stesso incrocio da anni e anni) e soprattutto l'elogio dell'amicizia: tutto questo concorre a farne un piccolo gioiellino, anche grazie alle eccellenti performance degli attori. Magistrale il finale, con la "storia di Natale" raccontata da Auggie e poi scritta da Paul, che viene mostrata allo spettatore dapprima soltanto attraverso le parole (la regia si limita a un lungo piano sequenza sul volto di Harvey Keitel che parla, zoomando sempre di più) e poi – sui titoli di coda – in un affascinante bianco e nero accompagnato dalla canzone "Innocent when you dream" di Tom Waits: una doppia dimostrazione del potere, rispettivamente, del racconto orale e di quello cinematografico! Sempre sui titoli di coda non poteva mancare, naturalmente, la classica "Smoke gets in your eyes", in una versione però riarrangiata. Da vari spezzoni e frammenti girati durante le riprese e nelle pause della lavorazione, Wang e Auster hanno poi improvvisato una sorta di sequel, "Blue in the face".

31 luglio 2007

Blow up (M. Antonioni, 1966)

Blow up
di Michelangelo Antonioni – Italia/GB 1966
con David Hemmings, Vanessa Redgrave
****

Rivisto in DVD.

Nella swinging London degli anni sessanta, giovane, modaiola e apatica, un gruppo di clown e mimi scorrazza gioiosamente per le strade, mentre un fotografo di moda, fra una modella e l'altra, riprende scatti in giro per la città. Segue una coppietta in un parco e la fotografa di nascosto, ma al momento dello sviluppo scopre di aver inconsapevolmente assistito a un tentativo di omicidio. Le foto parlano chiaro... o forse no? Ispirato da un racconto breve di Julio Cortázar, "Blow up" è un grande film – forse il mio preferito fra tutte le pellicole di Antonioni – sul potere dell'immagine e della comunicazione, e su quello dell'arte e dell'immaginazione come sostituti della realtà. Il significato e il valore di ciò che vediamo risiede nello spettatore, e non nell'oggetto stesso: un'interpretazione quasi da fisica quantistica (evidente nella bella sequenza del concerto degli Yardbirds, che non ricordavo affatto dalle precedenti visioni del film, dove il frammento di chitarra (di Jeff Beck!) di cui si impossessa il protagonista cessa di avere il minimo interesse una volta tolto dal proprio contesto). Formalmente elegantissimo (anche per quanto riguarda musiche, costumi, colori e scenografie), con un David Hemmings che in quegli anni frequentava spesso il cinema italiano (in seguito avrebbe interpretato anche, fra gli altri, "Profondo rosso" di Dario Argento) e una sfuggente Vanessa Redgrave dal volto giovane e severo come Greta Garbo, si conclude con la celebre partita a tennis senza pallina, "mimata" dai clown, ai quali il protagonista si unisce come raccattapalle una volta compresa la relatività dell'esperienza visiva. Una delle modelle fotografate dal protagonista è una giovane Jane Birkin. Primo di tre film di Antonioni girati all'estero e in lingua inglese (i successivi saranno "Zabriskie Point" e "Professione: reporter"), riscosse un inaspettato successo di pubblico e di critica, e vinse la Palma d'Oro a Cannes. Brian De Palma ne ha fatto un remake con John Travolta, "Blow out", dove alla suggestione delle immagini ha sostituito quella del sonoro.

19 giugno 2006

Oreste Pipolo (M. Garrone, 1998)

Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni
di Matteo Garrone – Italia 1998
con Oreste Pipolo, Teresa Onorato
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Una delle opere d'esordio di Garrone, l'interessante regista de "L'imbalsamatore" e "Primo amore". Si tratta di un documentario su un celebre fotografo napoletano specializzato in matrimoni e rinomato per i suoi scatti insoliti e personali, ritratto all'opera durante ma soprattutto prima e dopo le cerimonie nuziali. Divertente e colorato, il film segue incessantemente Oreste Pipolo e i suoi poveri assistenti durante il loro lavoro, ma trova spazio anche per mostrare alcune delle cerimonie e dei pranzi di nozze decisamente kitsch che fanno da sfondo alla sua attività (a Napoli e dintorni, infatti, le feste di matrimonio sono qualcosa di straordinariamente fuori misura!). La copia proiettata aveva sottotitoli in inglese sul dialetto napoletano, cosa che le donava un ulteriore tocco surreale e umoristico.

16 giugno 2006

Il tempo che resta (F. Ozon, 2005)

Il tempo che resta (Le temps qui reste)
di François Ozon – Francia 2005
con Melvil Poupaud
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Cannes).

Romain (Melvil Poupaud), un giovane fotografo di moda gay, scopre di avere un tumore allo stato avanzato e che gli restano pochi mesi di vita. Anziché disperarsi o rassegnarsi, preferisce tagliare i ponti con il presente (non comunica la notizia a nessuno, nemmeno ai parenti) e rivolgersi invece al passato e al futuro: recuperà così il rapporto con la sorella e soprattutto con il sé stesso bambino, e accetterà di essere il padre del figlio di una coppia di sconosciuti il cui marito è sterile. Il poliedrico Ozon firma stavolta un film semplice ed essenziale, forse fin troppo distaccato: una di quelle pellicole che funzionano solo se si riesce a simpatizzare con il protagonista, cosa a dire il vero non sempre facile visto che il personaggio tende a chiudersi in sé stesso e ad isolarsi dal resto del mondo. La parte centrale mi è sembrata un po' debole, ma il finale mi è piaciuto. Per fortuna Ozon non scivola nel patetico e il tono non diventa mai consolatorio o, peggio, ricattatorio (e in questo ci sono similarità con il bel film coreano "Christmas in august", che parte da presupposti identici). Bravo il protagonista, ci sono piccole parti per Jeanne Moreau (nel ruolo della nonna Laura) e Valeria Bruni-Tedeschi (la cameriera con il marito sterile).