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11 marzo 2023

Chung Kuo, Cina (Michelangelo Antonioni, 1972)

Chung Kuo, Cina
di Michelangelo Antonioni – Italia 1972
***

Visto in TV (RaiPlay).

Documentario sulla Cina popolare, "appunti filmati" che formano un taccuino di viaggio che cerca di ritrarre la vita quotidiana degli abitanti ed esplorare l'organizzazione sociale e statale di un paese a quel tempo ancora del tutto impenetrabile ed elusivo per gli occidentali, colto nel bel mezzo della "rivoluzione culturale" voluta da Mao Tse-tung. Realizzato da Antonioni insieme al giornalista Andrea Barbati, e trasmesso dalla Rai in tre puntate, fu uno dei rari casi di quegli anni in cui a un cineasta straniero fu concesso di girare per il paese. In effetti Antonioni fu invitato espressamente dal governo cinese, sotto gli auspici del primo ministro del consiglio di stato Zhou Enlai, favorevole a una timida apertura all'occidente, anche se in seguito il film venne duramente criticato da altri membri dell'establishment (a cominciare dalla moglie di Mao e dalla "banda dei quattro"), che erano invece ostili a questi segnali (e anche in Italia venne male accolto da chi, da sinistra, sperava che il regista cogliesse l'occasione per celebrare retoricamente la rivoluzione comunista, anziché catturare la banalità del quotidiano). Accompagnato da una voce narrante mai invadente, il film documenta come può la realtà cinese di quegli anni, operosa nelle aree urbane e relativamente povera e arretrata soprattutto nelle zone rurali, ma molto ben organizzata a livello sociale (e naturalmente monolitica politicamente e culturalmente, almeno all'apparenza). Un paese vasto, misterioso, affascinante, che sotto la superficie mostrata dalle immagini (spesso catturate in segreto, nascondendo la macchina da presa per cogliere meglio la realtà quotidiana) lascia l'impressione che molto rimanga ancora nascosto, sommerso e impenetrabile. Antonioni e l'operatore Luciano Tovoli cominciano il loro viaggio da Pechino (dove visitano anche la Città Proibita e la Grande Muraglia), si spostano poi in zone più rurali o montuose (l'Honan, la valle dello Yangtze), passano per Suzhou, Nanchino e infine Shanghai (all'epoca, con dieci milioni di abitanti, la maggiore metropoli cinese). Osservano i lavoratori, gli operai, i contadini, i mercanti, gli studenti. Visitano città (il film si apre a piazza Tienanmen, "il grande spazio silenzioso che rappresenta il centro del mondo per i cinesi": il titolo del documentario, "Chung Kuo", significa appunto "il paese del centro"), campagne, scuole, ospedali, fabbriche, mercati, villaggi, comuni agricole, industrie, grandi porti fluviali... e infine la pellicola (che si apriva sui titoli di testa con i canti patriottici dei bambini di un asilo) si conclude con una lunga rappresentazione circense-acrobatica. L'unico filo conduttore, narrativamente parlando, è quello dell'osservazione: non si intende "spiegare" la Cina, ma ritrarne gli abitanti, i volti, le attività, lo scorrere di una vita altamente organizzata ma che sembra dipanarsi senza l'ansia o la fretta che in quegli anni connotava invece l'occidente. Il ritmo è perciò assai rilassato, le sequenze si prendono il loro tempo (la durata complessiva del film sfiora le quattro ore) e a volte si soffermano a lungo su persone che praticano tai chi, bambini che giocano o cantano inni di propaganda, contadini che lavorano o passanti in bicicletta. Il montaggio è di Franco Arcalli, la consulenza musicale di Luciano Berio.

29 luglio 2021

Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970)

Zabriskie Point (id.)
di Michelangelo Antonioni – Italia/USA 1970
con Mark Frechette, Daria Halprin
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Accusato ingiustamente di aver sparato a un poliziotto durante una manifestazione all'università (sono gli anni delle contestazioni contro la guerra in Vietnam e delle violenze della polizia contro i neri), Mark (Frechette), studente di Los Angeles, ruba un piccolo aereo da turismo e fugge verso la Death Valley. Qui, nel deserto, incontra la giovane segretaria Daria (Halprin), che si sta recando in auto verso Phoenix. Faranno l'amore nudi sulla sabbia a Zabriskie Point, antica e particolare conformazione geologica fra colline di gesso e di borace. Dopo che il ragazzo sarà tornato in città e sarà ucciso dalla polizia, Daria porterà avanti a modo proprio la sua lotta contro il sistema e il conformismo, facendo esplodere con l'immaginazione la casa modello del suo boss, uno speculatore edilizio, situata proprio in mezzo al deserto. Il secondo film in lingua inglese di Antonioni (questa volta girato in America) è uno dei suoi lavori più iconici e al tempo stesso più controversi e meno universalmente acclamati (fu detestato, per esempio, dalla critica negli Stati Uniti, che lo trovò banale e qualunquista). Se in "Blow up" il regista ferrarese (anche sceneggiatore, insieme a Tonino Guerra, Sam Shepard, Clare Peploe e Fred Gardner) aveva sfruttato il contesto della Swinging London e del mondo della fotografia e della moda per riflettere sui concetti di realtà e della relatività delle esperienze sensoriali, qui fa qualcosa di simile, partendo dalle pulsioni anarchiche e dalle contestazioni giovanili per parlare più in generale di ribellione, fuga, libertà e autodeterminazione. E quale luogo migliore di un deserto (come vedremo anche in "Fandango"), della Valle della Morte, per allontanarsi da una società in cui si sta stretti o non ci si riconosce più, e cercare sé stessi? Da notare che Mark si trova a poco agio persino fra i suoi compagni rivoluzionari: nella sua anarchia è individualista, oltre ogni regola o vincolo. Come sempre, poi, in Antonioni il discorso si allarga a livelli universali che vanno oltre la situazione concreta, e non casualmente le due scene più celebri del film (l'amore nel deserto, la casa che esplode) si venano entrambe di sfumature surreali e visionarie. Nel primo caso, i due giovani amanti sono man mano attorniati da innumerevoli altre coppie che si abbracciano appassionatamente: "residui" di altre persone che sono state lì ad amarsi in passato, oppure – più probabile – un segno che i due protagonisti rappresentano un po' tutti i ragazzi che in quel momento si battono contro un sistema oppressivo e valori in cui non si riconoscono? Nel secondo caso, l'esplosione è tutta nella mente della protagonista, e viene mostrata più volte (da angolazioni diverse) e poi al rallentatore, mentre stanze, oggetti ed elettrodomestici deflagrano (la piscina, il guardaroba, la televisione, il frigorifero, la libreria) e i loro frammenti colorati volteggiano nell'aria, accompagnati dalla musica dei Pink Floyd (il tutto è un'evidente critica alla società dei consumi). La bella colonna sonora comprende anche brani dei Grateful Dead, dei Kaleidoscope e di Jerry Garcia. La fotografia, che sfrutta nel migliore dei modi i paesaggi vasti e spettrali della Death Valley, è di Alfio Contini. I due attori protagonisti erano esordienti e non professionisti (e i personaggi hanno i loro stessi nomi).

23 giugno 2021

I tre volti (Antonioni, Bolognini, Indovina, 1965)

I tre volti
di Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina – Italia 1965
con Soraya, Richard Harris, Alberto Sordi
*1/2

Visto su YouTube.

Film in tre episodi con cui il produttore Dino De Laurentiis avrebbe voluto lanciare la carriera da attrice di Soraya, ex regina di Persia (fu ripudiata dal marito, l'ultimo scià del paese, nel 1958, quando fu chiaro che non avrebbe potuto dargli dei figli) e celebrità dell'epoca, frequente protagonista delle cronache mondane e del jet-set, proprio come i personaggi che interpreta nel secondo e nel terzo episodio della pellicola. Il primo, invece, è praticamente un documentario che ne mostra il provino, con Soraya nei panni di sé stessa. Di scarso valore cinematografico, il film ha interesse soltanto dal punto di vista del costume (persino Antonioni, il regista di maggior nome fra i tre, non sembra essersi impegnato più di tanto). E comunque, a parte questa esperienza, Soraya non ha più recitato. Come attrice non sarebbe stata neanche male, anche se poco espressiva: ma pare che De Laurentiis la avesse chiesto di non sorridere mai per andare incontro all'immagine di "principessa dagli occhi tristi" che i giornali e i rotocalchi le avevano cucito addosso.

"Introduzione/Il provino", di Michelangelo Antonioni (*1/2)
Un giornalista del quotidiano "Paese sera" (Ivano Davoli) viene a sapere che Soraya è giunta a Roma in segreto per fare un provino cinematografico per Dino De Laurentiis (che appare nei panni di sé stesso). Per scattare delle foto cercherà inutilmente di introdursi negli studi, al cui interno la principessa si esibisce davanti al produttore, al costumista Piero Tosi e a una troupe.

"Gli amanti celebri", di Mauro Bolognini (*)
La relazione fra Linda e Robert (Richard Harris), scrittore fallito che mal tollera la vita mondana, entra in crisi quando dopo alcuni anni si ripresenta il marito di lei: la donna crede che sia tornato a riprendersela, ed è pronta a dare il benservito all'amante, ma lui voleva soltanto concederle la libertà (ovvero la separazione). L'episodio peggiore: temi stantii e poca o nessuna idea di cinema.

"Latin lover", di Franco Indovina (*1/2)
Armando Riboni (Alberto Sordi) è uno stagionato "amante latino per turiste straniere", ovvero un playboy a pagamento che le accompagna per Roma a beneficio dei fotografi. È l'episodio più affine alla commedia all'italiana, ma senza particolare appeal. Indovina, già assistente di Visconti e dello stesso Antonioni, si innamorerà (ricambiato) di Soraya e resterà con lei per il resto della sua vita.

13 dicembre 2020

Deserto rosso (M. Antonioni, 1964)

Il deserto rosso, aka Deserto rosso
di Michelangelo Antonioni – Italia/Francia 1964
con Monica Vitti, Richard Harris
***

Rivisto in divx.

Giuliana (Monica Vitti), moglie del chimico industriale Ugo (Carlo Chionetti), attraversa una crisi esistenziale e depressiva. Dopo un incidente stradale (in realtà un tentativo di suicidio) e una breve permanenza in clinica, appare distratta e dissociata ("C'è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos'è"), spaventata ("Ho paura delle strade, delle fabbriche, dei colori, della gente, di tutto!"), in crisi d'identità ("Ma io chi sono?") e in balìa dell'angoscia (sogna di sprofondare nelle sabbie mobili), ma con il desiderio di amare e di essere amata: un desiderio che non può placare né con il marito, sempre assente per lavoro ed emotivamente distante, né con il figlio, ben più a suo agio di lei nel mondo moderno che lo circonda (ha un robot per giocattolo, si diletta con il microscopio). L'incontro con Corrado (Richard Harris), ingegnere minerario amico del marito, sembra poterle fornire un appiglio: ma anche l'uomo vive in uno stato di perenne irrequietezza, mai soddisfatto e sempre pronto a cercare la felicità altrove, tanto che sta per trasferire l'industria di famiglia il più lontano possibile, in Patagonia (ovvero in un luogo, si spera, ancora incontaminato). "Chissà se c'è nel mondo un posto dove si va a stare meglio. Forse no", commenta Giuliana. Il primo film a colori di Michelangelo Antonioni (e la fotografia di Carlo Di Palma è molto interessante: le tinte appaiono per lo più spente e smorte, ma con occasionali colori più vivaci, come le "seducenti" pareti rosse del capanno da pesca dove Ugo, Giuliana, Corrado e altri amici – Max (Aldo Grotti), Linda (Xenia Valderi) e Milly (l'ex spogliarellista Rita Renoir) – trascorrono una movimentata serata) riprende ulteriormente il tema dell'alienazione che il regista (anche sceneggiatore insieme a Tonino Guerra) aveva già affrontato nella precedente trilogia in bianco e nero, sempre con la Vitti ("L'avventura", "La notte" e "L'eclisse"). Stavolta, ancor più che nei film precedenti, è tutta l'umanità che sembra aver perso il contatto con una natura che viene sfruttata e inquinata (siamo negli anni del "boom economico" e della crescita senza precedenti dell'industria italiana, di cui il film mette in dubbio i valori). Esemplare la scena finale, con il dialogo fra Giuliana e il figlioletto sui fumi che escono dalle ciminiere: "Perché quel fumo è giallo?", "Perché c'è il veleno", "Allora se un uccellino passa lì in mezzo muore?", "Ormai gli uccellini lo sanno, e non ci passano più". Ma sono tanti i momenti e gli episodi che, in questo contesto, appaiono significativi: la nave con l'epidemia a bordo (indice di un mondo malato), i personaggi sperduti nella nebbia, la paralisi misteriosa e temporanea del bambino (un semplice tentativo di attirare la sua attenzione, ma che rende evidente il distacco fra persone e apparenze). La soluzione, per quanto è possibile, è nell'amore e nei rapporti umani ("Una goccia più una goccia fa una goccia"), anche perché il mondo esterno è grigio e rumoroso, sporco e inquinato (innumerevoli sono le scene, come quelle nella fabbrica, con fumi e vapori, e un forte e sgradevole rumore di fondo che quasi copre i dialoghi). Frase cult: "Mi fanno male i capelli", citazione da una poesia di Amelia Rosselli. La colonna sonora di Giovanni Fusco comprende anche composizioni elettroniche di Vittorio Gelmetti. La spiaggia incontaminata di sabbia rosa dove è ambientata la "fiaba" che Giuliana racconta al figlio è quella di Budelli, in Sardegna, mentre il resto del film si svolge a Ravenna e dintorni (ma con scenari completamente disumanizzati). Bellissima e straordinaria la Vitti. Leone d'oro a Venezia, la pellicola disorienta e può apparire oggi forse datata nello stile ma non nei contenuti (anche se gli anni del boom sono passati, il tema dell'inquinamento è ancora attuale). Giuliana non è pazza o dissociata, ma sta male per ragioni ben precise (che però solo lei intravede: il mondo va verso la distruzione). Il titolo è enigmatico (quello di lavorazione era "Celeste e verde", le tinte con cui Giuliana immaginava di dipingere le pareti del suo negozio, già suggerendo l'importanza della sperimentazione cromatica). In ogni caso, il nome corretto del film, come figura nei titoli di testa, è "Il deserto rosso", con l'articolo: tuttavia è più comunemente noto come "Deserto rosso", senza articolo (compare così, infatti, sulla locandina).

29 giugno 2020

Il grido (Michelangelo Antonioni, 1957)

Il grido
di Michelangelo Antonioni – Italia 1957
con Steve Cochran, Alida Valli
***

Rivisto in divx.

Dopo sette anni di convivenza e una figlia, l'operaio Aldo (Steve Cochran) viene improvvisamente lasciato dalla compagna Irma (Alida Valli), che ha deciso di andare a vivere con un altro uomo. Aldo abbandona allora il paese e il lavoro, e comincia a vagabondare per la regione insieme alla bambina, incapace di stabilirsi definitivamente in un altro luogo e con un'altra donna, nonostante le occasioni non gli mancherebbero: presso l'ex fidanzata Elvia (Betsy Blair), lungo gli argini del Po; nella stazione di rifornimento gestita dalla prosperosa benzinaia Virginia (Dorian Gray), che gli offrirebbe anche un lavoro; o in una baraccopoli in compagnia di Andreina (Lynn Shaw), spirito libero e anticonformista... Capitolo importante nella filmografia di Antonioni, che segna un momento di passaggio verso l'esistenzialismo che connoterà il suo cinema più maturo. Qui i personaggi (proletari, contadini, operai) e gli scenari da neorealismo (la campagna lungo il tratto finale del Po, fra il Veneto e l'Emilia-Romagna), spogli, nebbiosi e invernali, ritratti magistralmente dalla fotografia livida in bianco e nero, fanno solo da sfondo a una storia di sofferenza dell'animo: quella di Aldo (che si riflette a volte negli altri personaggi che incontra, ma che in lui è ai massimi livelli) è una ricerca irrealizzabile, la ricerca di un amore puro e non utilitaristico. I suoi rifiuti ad accettare una sistemazione sono razionali (per esempio la presenza della bambina), ma celano un'irrequietezza e un'insoddisfazione impossibili da placare. Così si spiega l'incapacità di stabilirsi insieme a Elvia, Virginia o Andreina, il modo in cui mette subito da parte il progetto di emigrare in Venezuela, il disinteresse totale per ciò che avviene attorno a lui (come la protesta dei contadini espropriati nel finale). Se le piene del Po e le alluvioni "portano via un po' di vecchio e fanno posto a un po' di nuovo", per Aldo la cosa si rivela impossibile. Il titolo, "Il grido", può essere spiegato superficialmente con l'ultima scena della pellicola (il grido di Irma), ma in realtà esprime il grido esistenziale (e silenzioso) che il protagonista emette per tutto il film. Bellissima la colonna sonora (al pianoforte) di Giovanni Fusco. Mirna Girardi è la piccola Rosina, Guerrino Campanilli è l'anziano padre di Virginia (che scappa sempre di casa), Gabriella Pallotta è Edera, la giovane e bella sorella di Elvia. Se Alida Valli recita in modo un po' melodrammatico, Cochran (che fu doppiato da Otello Toso) è decisamente intenso e sensibile: ma all'inizio si rimane un po' sorpresi quando ci si rende conto che il film intende seguire lui e non lei. Dorian Gray (nel primo ruolo di rilievo della sua carriera) è doppiata da Monica Vitti, musa del regista dal successivo "L'avventura".

10 marzo 2019

Le amiche (Michelangelo Antonioni, 1955)

Le amiche
di Michelangelo Antonioni – Italia 1955
con Eleonora Rossi Drago, Yvonne Furneaux
**1/2

Visto in TV.

Tornata da Roma nella natìa Torino per aprire un negozio di moda sartoriale, Clelia (Eleonora Rossi Drago) comincia a frequentare un gruppo di amiche dopo che una di loro, la fragile Rosetta (Madeleine Fischer), ha tentato il suicidio per amore. Rosetta è infatti innamorata di Lorenzo (Gabriele Ferzetti), pittore sposato con Nene (Valentina Cortese), un'artista che ha molto più successo di lui. Del gruppo fanno anche parte la ricca Momina (Yvonne Furneaux), che passa con disinvoltura dal marito all'amante, e la più "leggera" Mariella (Anna Maria Pancani). Quanto a Clelia, fra la carriera e l'amore per il manovale Carlo (Ettore Manni), finirà con lo scegliere il primo... Al quarto lungometraggio, Antonioni comincia ad addentrarsi in maniera sempre più approfondita in quel dedalo di emozioni che caratterizza l'insicurezza e il malessere della nascente borghesia italiana, in particolare da un punto di vista femminile, che sarà al centro dei suoi capolavori successivi (a partire da "L'avventura"). Ispirato a un romanzo di Cesare Pavese ("Tra donne sole"), ma con alcune affinità anche al classico "Donne" di George Cukor, il film mette al centro della scena i rapporti, le illusioni, le delusioni, i litigi, i rimpianti e la fragilità di un gruppo di donne che si barcamenano fra gli affetti e il lavoro (secondo alcuni critici, il film è praticamente un prototipo della serie "Sex and the city"!). Gli uomini restano un mondo a parte, fonte di felicità o di disperazione in maniera quasi casuale, e per loro c'è chi sceglie di rimanere (Nene), rinunciando al proprio successo, e chi invece di partire (Clelia). Le inquietudini e le introversioni dei personaggi prendono vita sullo schermo grazie al buon cast ma soprattutto alla sensibilità del regista, che mostra di essere a suo agio nel descrivere un microcosmo inserito in modi diversi nel tessuto della città. La sceneggiatura è firmata da Antonioni insieme (non a caso) a due donne: Suso Cecchi D'Amico e Alba de Céspedes. Nel cast anche Franco Fabrizi (l'architetto Cesare), Luciano Volpato e Maria Gambarelli.

19 marzo 2016

La signora senza camelie (M. Antonioni, 1953)

La signora senza camelie
di Michelangelo Antonioni – Italia 1953
con Lucia Bosè, Andrea Checchi
**1/2

Rivisto in DVD.

La giovane Carla (Lucia Bosè, al secondo film con Antonioni dopo "Cronaca di un amore"), commessa in un negozio di Milano, viene "scoperta" dai produttori Ercolino (Gino Cervi) e Gianni (Andrea Checchi) e convinta ad entrare nel mondo del cinema. Grazie alla sua bellezza, le basta un ruolo minore per conquistare subito una vasta popolarità. Ercolino ha intenzione di farne una grande attrice popolare, protagonista di film scollacciati e disimpegnati, mentre il geloso Gianni, che nel frattempo ne è diventato il marito, vorrebbe che smettesse di recitare o, al limite, che diventasse un'attrice "seria". A questo scopo la dirige lui stesso in un'impegnativa e pretenziosa "Giovanna d'Arco", che però si traduce in colossale flop di critica e di pubblico, mettendone in mostra tutti i limiti di attrice drammatica. Per salvare dal fallimento economico il marito (che aveva finanziato il film in prima persona), Paola – che ha finalmente capito di non amarlo – accetta di tornare brevemente al cinema popolare: dopo aver estinto i suoi debiti, potrà lasciarlo senza sensi di colpa. Ma anche la nuova vita che sperava di rifarsi si rivelerà un'illusione, e la ragazza dovrà fare i conti con la dura realtà. Sullo sfondo di Cinecittà e delle sue dinamiche (il film è quasi una risposta italiana a "A che prezzo Hollywood?" di Cukor), un melodramma che vede il personaggio principale attraversare diverse fasi di consapevolezza, di maturità e di accettazione: dalla ragazza ingenua che fa tutto ciò che vogliono gli uomini attorno a lei (i produttori, il marito), alla donna che prende in mano la situazione e decide finalmente per sé stessa, dalla fragilità dei sogni di gloria e della possibilità di un amore libero da ogni vincoli (con un piacente diplomatico romano, che invece la lascerà per paura di uno scandalo) all'amara consapevolezza dei propri limiti e delle ingiustizie di un mondo che pensa soltanto a sfruttarla. Nella sua triste parabola di vittima destinata alla sconfitta ne esce un ritratto femminile, con le dovute distanze, quasi mizoguchiano. Il titolo, ovviamente, ironizza presentando la protagonista come una sorta di Margherita Gautier. Nel cast anche Ivan Desny (l'amante), Monica Clay (l'amica) e Alain Cuny (il collega attore).

18 marzo 2016

I vinti (Michelangelo Antonioni, 1953)

I vinti
di Michelangelo Antonioni – Italia 1953
con Jean-Pierre Mocky, Franco Interlenghi, Peter Reynolds
***

Visto in DVD.

Film sulla delinquenza giovanile, diviso in tre episodi ambientati in tre diversi paesi (Francia, Italia, Inghilterra) e lì girati con attori del posto. La pellicola è ispirata a una serie di fatti di cronaca nera dell'immediato dopoguerra, cui si fa riferimento nella sequenza introduttiva che mostra fotografie e ritagli di giornale, alludendo a una "generazione bruciata" di giovani e adolescenti che, a differenza dei loro genitori e di chi aveva combattuto la guerra, volevano il successo "tutto e subito". Naturalmente ormai siamo abituati al fatto che ogni generazione si scontri con la precedente, la quale fa fatica a capirla (e il film, a tratti, riesce a essere equilibrato nel mostrare le ragioni di entrambi), ma l'introduzione è vagamente moralista e paternalista nel guardare a questa ribellione giovanile (forse una delle prime nella storia dell'Italia contemporanea) come a un'aberrazione. In ogni caso, l'intento programmatico è quello di non "abbellire" la realtà ma di mostrare le tragiche conseguenze delle scelte di vita che trasformano un giovane in un criminale e un assassino. Nell'episodio francese (con Jean-Pierre Mocky ed Etchika Choureau), durante una gita in campagna, un gruppo di studenti parigini progetta l'omicidio di un compagno per impossessarsi del suo denaro. Ma ignorano che il ragazzo fingeva solo di essere ricco e di fare la bella vita. A sparargli (e a pagarne il prezzo) sarà il più sensibile del gruppo. Nell'episodio italiano (con Franco Interlenghi e Anna Maria Ferrero), Claudio, il figlio di una coppia borghese, all'insaputa dei genitori è complice di una banda di contrabbandieri di sigarette. Una notte, per sfuggire a una retata della polizia, uccide un uomo che gli sbarrava la strada. Ferito a sua volta, il mattino dopo andrà a dire addio alla ragazza che ama. Nell'episodio inglese (con Peter Reynolds e Patrick Barr), un giovane poeta, misantropo e megalomane, trova il cadavere di una donna (Fay Compton) nel parco e, anziché chiamare la polizia, avvisa un giornalista per "vendergli" la notizia e assicurarsi la propria foto in prima pagina. Qualche giorno più tardi, in cerca di ulteriore fama, confesserà di aver commesso lui stesso il delitto. Sarà vero?

Ben diversi fra loro per atmosfera e personaggi, i tre episodi sono tutti assai riusciti nella caratterizzazione dei vari protagonisti, alla ricerca di una via di fuga da un mondo (quello costruito e regolamentato per loro dai genitori o dagli adulti) che trovano stretto o scomodo. Per questo prendono il destino nelle proprie mani e sono disposti a commettere anche un omicidio (spesso senza pentimenti o rimorsi, mettendo in scena una sorta di "banalità del male") per raggiungere l'indipendenza, la libertà e l'autodeterminazione: c'è chi lo fa solo con l'immaginazione (come Pierre, la vittima dell'episodio francese, che racconta agli amici di condurre una vita avventurosa), chi con il crimine (Claudio, nell'episodio italiano), chi con l'azzardo (Aubrey, il poeta dell'episodio inglese, che scommette sulle corse dei cani e per il quale anche il "delitto perfetto" è soltanto un gioco, una scommessa fra sé e la polizia). Per fuggire, però, "ci vogliono denari... tanti e subito. Perché questa vita io la voglio vivere da giovane, a vent'anni, e non quando sarò vecchio" (come spiega Claudio). Da notare come l'episodio inglese sembri prefigurare temi e situazioni del futuro "Blow Up": abbiamo un omicidio in un parco, una riflessione sulla relatività della verità (anche se Aubrey confessa il delitto, non sapremo mai con certezza se è colpevole o meno), e persino una partita a tennis (nell'inquadratura finale). Produttori e censori si scagliarono contro il film, che venne tagliato, rimaneggiato e osteggiato in ogni maniera. All'episodio francese (che oltralpe rimase proibito per dieci anni) fu imposto un finale "positivo", da quello italiano vennero eliminati i riferimenti politici (il che lo derubrica a un banale fatto di cronaca, e ne fa il segmento più debole della pellicola), e anche quello inglese – riproposto poi nel 1962, con il titolo "Il delitto", in un altro film a episodi, "Il fiore e la violenza" – non ottenne mai il visto della censura nel Regno Unito.

10 marzo 2016

Cronaca di un amore (M. Antonioni, 1950)

Cronaca di un amore
di Michelangelo Antonioni – Italia 1950
con Lucia Bosè, Massimo Girotti
***

Rivisto in DVD.

Il film che segna l'esordio di Michelangelo Antonioni alla regia (dopo una decina di brevi documentari) è un noir all'italiana che fa simbolicamente da spartiacque fra la stagione del neorealismo (che in quegli anni stava giungendo a conclusione) e quella del disagio esistenziale e dello studio psicologico dei personaggi, elementi chiave della poetica del maestro ferrarese. Certo, il soggetto non è particolarmente originale (una coppia di amanti progetta l'uccisione del ricco marito di lei: molti critici lo considerarono una versione borghese di "Ossessione" di Visconti) e del regista dell'incomunicabilità e dell'alienazione c'è ancora poco (anche se i temi della solitudine e dell'angoscia esistenziale fanno comunque capolino), ma il film è efficace nel mettere in relazione i personaggi con l'ambiente che li circonda e nell'affrontare argomenti allora nuovi per il cinema italiano: la crisi della borghesia, il vuoto delle metropoli, il conflitto di classe. Nonostante i toni un po' melodrammatici e da fotoromanzo (genere che Antonioni conosceva bene, avendolo affrontato in uno dei suoi documentari) di una vicenda torbida e romantica al tempo stesso, e una sceneggiatura che non sfugge ad alcuni cliché nel descrivere gli elementi del "triangolo" (la moglie annoiata dalla ricchezza, il marito geloso ma ignaro, il giovane povero ma pronto a tutto), il film è sostenuto da un comparto tecnico ad alto livello, in particolare da una fotografia che ritrae con realismo le strade e i palazzi della città (di Milano si intravedono molti luoghi simbolo – l'idroscalo, il planetario, i bastioni di Porta Venezia... – ma ci sono anche alcune scene girate nella Ferrara dello stesso Antonioni) e da una regia molto attenta all'inquadratura, alla gestione degli spazi, alla costruzione psicologica dei personaggi anche attraverso la "fisicità". L'elemento più interessante è il come la fatalità si accanisca contro i protagonisti, comunque non innocenti. Anche se desiderate e volute, le disgrazie attorno a loro avvengono per un tragico caso, ottenendo l'effetto opposto a quello desiderato: separarli, anziché permettere loro di stare insieme. Lucia Bosé è giovane e bellissima. Ferdinando Sarmi è il marito, Gino Rossi è l'investigatore.

24 febbraio 2016

La villa dei mostri (M. Antonioni, 1950)

La villa dei mostri
di Michelangelo Antonioni – Italia 1950
*1/2

Visto su YouTube.


Bomarzo, piccolo paesino a sessanta chilometri da Roma, è celebre per il suo parco cinquecentesco, popolato da sculture e bassorilievi che ritraggono creature mostruose e mitologiche. Quando Antonioni realizzò questo documentario, la villa e il parco erano in completo degrado, invasi da erbacce e coltivazioni, non ancora restaurati e visitabili come sono oggi. Dopo aver brevemente illustrato l'origine della città e averne mostrato il castello e il tempietto edificato da Vicino Orsini in onore della propria amata, Giulia Farnese, la macchina da presa si aggira per il parco, fra animali e contadini, osservando statue di demoni, mostri, dei ed eroi che evocano le bizzarrie dell'Ariosto o della mitologia greco-romana, come se si trattasse di un giro turistico, con un narratore (la voce è di Arnoldo Foa) che commenta "spiritosamente" ogni cosa, fingendo di rivolgersi a un professore e a una classe di studenti e mescolando motti di spirito a citazioni letterarie e informazioni storiche. Ne risulta un guazzabuglio un po' confuso, se pur interessante per l'argomento trattato.

Sette canne, un vestito (M. Antonioni, 1949)

Sette canne, un vestito
di Michelangelo Antonioni – Italia 1949
*

Visto su YouTube.


Documentario sulla coltivazione della canna comune (Arundo donax) a Torviscosa, in Friuli-Venezia Giulia, e sulla sua lavorazione in fabbriche apposite per produrre prima cellulosa e poi una particolare fibra artificiale, la viscosa, materia prima per la fabbricazione di tessuti. Tali coltivazioni e fabbriche sorsero in larga scala durante il Fascismo, in piena era "autarchica", per essere poi dismesse negli anni sessanta. Ma dei documentari girati da Antonioni (o almeno di quelli ancora reperibili) è probabilmente quello di minor interesse, privo del benché minimo elemento artistico. Il titolo si riferisce al fatto che bastano sette canne per produrre materiale sufficiente a realizzare un vestito (il film si conclude con una breve sfilata di moda). I credits scrivono il nome di Antonioni come "Michelangiolo".

Superstizione (M. Antonioni, 1949)

Superstizione
di Michelangelo Antonioni – Italia 1949
con attori non professionisti
*1/2

Visto su YouTube.

Girato in un paese di campagna nelle Marche, attraverso una serie di quadretti il breve film illustra alcune credenze popolari degli abitanti delle zone più rurali ed arretrate dell'Italia del dopoguerra (quasi tutte donne, guarda caso): dallo specchio rotto che porta sette anni di guai ai rimedi più insoliti e "naturali" per guarire dalle malattie, dai maghi che predicono l'amore a quelli che, a seconda della richiesta, lanciano o cacciano il malocchio, per concludere con il rito di lasciare una moneta in tasca ai defunti per permettere loro di pagarsi il viaggio verso l'Aldilà. Il narratore descrive i vari "rituali" senza commentarli, in una sorta di indagine antropologica che il regista avrebbe voluto approfondire maggiormente (il progetto originale, boicottato dal produttore, era più ampio e articolato: il saggio "Il mondo magico" di Ernesto De Martino, uscito nel 1948, potrebbe essere stato una fonte di ispirazione) ma che alla fine si limita a presentare i riti "così come sono". Il risultato è inconcludente: non sapremo mai cosa sta alla base degli atti di superstizione che vediamo sullo schermo, o qual è la realtà sociale che li genera. Sono spunti lasciati a sé stessi, in un mondo fuori dal tempo e dalla logica.

L'amorosa menzogna (M. Antonioni, 1949)

L'amorosa menzogna
di Michelangelo Antonioni – Italia 1949
con Sergio Raimondi, Anna Vita
**

Visto su YouTube.

Curioso documentario sul mondo dei fotoromanzi, un genere di origine tutta italiana (tanto che in America sono chiamati con il termine italico "fumetti") che a partire dal dopoguerra ebbe un vero e proprio boom, con riviste – come "Bolero", "Sogno" o "Grand Hotel" – che vendevano milioni di copie, elargendo "sogni a buon mercato" a tanti lettori e (soprattutto) lettrici, visto che in gran parte raccontavano storie romantiche o melodrammatiche. Il corto mostra alcuni momenti della lavorazione di una di queste storie, su un set fotografico che ne ricorda in piccolo uno cinematografico (il genere è paragonato a "una specie di cinema tascabile"), ma soprattutto descrive la popolarità dei divi, assediati dalle lettere delle fan e fermati da queste per strada. Il narratore guarda al fenomeno un po' dall'alto in basso, come se si trattasse di un caso di costume di poco conto, come d'altronde la cultura italiana ha sempre guardato anche ai fumetti veri e propri (quelli disegnati). Antonioni tornerà sul tema qualche anno più tardi, quando un suo soggetto sarà alla base della sceneggiatura de "Lo sceicco bianco" di Fellini (che nei progetti iniziali avrebbe dovuto dirigere lui stesso: e sarebbe stato il suo esordio nel lungometraggio di finzione).

23 febbraio 2016

N.U. - Nettezza urbana (M. Antonioni, 1948)

N.U. - Nettezza urbana
di Michelangelo Antonioni – Italia 1948
con attori non professionisti
**1/2

Visto su YouTube.

Il secondo documentario di Antonioni, forse il migliore fra quelli da lui girati in quegli anni, mostra una giornata di lavoro degli spazzini di Roma, "umili e taciturni lavoratori" che fanno parte integrante della vita cittadina (anche se sembrano invisibili "come se la loro esistenza non ci riguardasse", come sottolinea nella sua introduzione una voce narrante che poi, fortunatamente, non si farà più sentire, lasciando che parlino soltanto le immagini). Dalla loro comparsa per le strade alle prime luci dell'alba, al lavoro ai quattro angoli di Roma, al momento della pausa per il pranzo e un breve riposino (davanti alle rovine archeologiche dei fori romani), fino al ritorno a casa la sera, la pellicola mostra quell'attenzione agli sfondi e agli scenari in cui si muovono le persone che rimarrà una caratteristica importante del cinema di Antonioni sin dai primi lungometraggi (più che i personaggi in sé, a volte sembra interessargli soprattutto il loro rapporto con l'ambiente). Le immagini e le scene (alcune delle quali forse ricreate a beneficio della macchina da presa) sono accompagnate da un commento musicale, curato da Giovanni Musco, che alterna una lenta sonata per pianoforte al ritmo di un'orchestrina jazz.

Gente del Po (M. Antonioni, 1947)

Gente del Po
di Michelangelo Antonioni – Italia 1947
con attori non professionisti
**

Visto su YouTube.

Le prime esperienze alla regia di Michelangelo Antonioni, già entrato nel mondo del cinema come sceneggiatore, furono come autore di una serie di brevi documentari (di circa dieci minuti ciascuno) usciti nel dopoguerra, anche se al primo di questi – "Gente del Po", appunto – aveva cominciato a lavorare già nel 1943. Il film fu poi completato, integrato con nuovo materiale (parte di quello vecchio era ormai rovinato o distrutto) e montato nel 1947. I luoghi sono quelli che il regista conosceva bene: le acque del Po fra l'Emilia-Romagna e il Veneto, dove il fiume è navigabile ed è solcato da carovane di barconi che trasportano merci, a bordo delle quali vivono intere famiglie. Ma il film si focalizza anche su coloro che questi barconi li vedono transitare e scendere verso il mare – gli abitanti delle rive e dei paesi vicini – e mostra gli argini, i campi, le chiuse, le case adiacenti. Ne risulta un documentario antropologico, con influenze neorealiste, ma che si tiene a pudica distanza, evita ogni facile lirismo e osserva da lontano anziché intrufolarsi a forza in ciò che vuole mostrare. La narrazione è fornita da una voce femminile, che occasionalmente usa anche termini dialettali.

10 novembre 2007

L'eclisse (M. Antonioni, 1962)

L'eclisse
di Michelangelo Antonioni – Italia 1962
con Monica Vitti, Alain Delon
***

Visto in DVD.

Nel terzo film della trilogia dell'alienazione, Antonioni torna a raccontare l'eclisse dei sentimenti, l'insensatezza dell'amare, il vuoto dell'esistenza. Forse la pellicola è un po' più debole delle due precedenti ("L'avventura" e "La notte"), ma è comunque di grande impatto, soprattutto dal punto di vista cinematografico ed estetico. La Vitti interpreta stavolta una ragazza che esce da una faticosa relazione soltanto per entrare lentamente, senza troppa convinzione, in un'altra con un giovane operatore della Borsa di Roma. Proprio le scene del mercato azionario, lunghi inserti che sembrano un po' corpi estranei nella struttura slegata del film e caratterizzate da una grande "confusione organizzata" (nella quale risalta in maniera quasi comica il minuto di silenzio osservato in memoria di un defunto, con gli operatori che commentano "qui un minuto di silenzio costa miliardi di lire"), si contrappongono a quelle degli scenari urbani di una Roma fredda e depressa. La leggerezza del personaggio di Monica Vitti, onirica ed eterea, si oppone alla concretezza di quello di Alain Delon (che ha a che fare con crisi economiche, furti di automobili, suicidi). E alla fine la città si svuota, in immagini di grande suggestione, quasi documentaristiche. I luoghi dove erano passati (e avevano vissuto) i personaggi, ora appaiono vuoti e inerti. Ma tutto il film brilla per bellissime inquadrature, soprattutto quelle che incorniciano il volto di Monica Vitti, enigmatico e fascinoso in ogni scena, vera e propria "musa" del regista in quegli anni. La musica sui titoli di testa è un twist cantato da Mina.

22 settembre 2007

La notte (M. Antonioni, 1961)

La notte
di Michelangelo Antonioni – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore Giovanni e sua moglie Lidia sono una coppia in crisi, il cui amore è ormai evaporato per l'abitudine e la noia. Dopo aver fatto visita a un amico in ospedale e aver vagato senza meta per le strade di una Milano moderna e desolata, si accingono a trascorrere la notte nella villa di un industriale brianzolo che li ha invitati alla sua festa. Qui lui cerca di sedurre la giovane e malinconica figlia del padrone di casa (una splendida Monica Vitti, con i capelli neri), mentre lei prende finalmente coscienza della propria solitudine e del fatto di non amare più il marito. All'alba, però, insieme al sole sembra spuntare anche uno spiraglio di speranza. Il secondo film della cosiddetta trilogia dell'alienazione è un'eccellente rappresentazione del vuoto esistenziale degli intellettuali e dell'alta borghesia milanese, narrato da Antonioni con una serie di sequenze da antologia (dagli incontri all'ospedale alla rissa in periferia, dal ballo nel cabaret alla pioggia e ai tuffi in piscina). Il personaggio interpretato da Mastroianni sembra accettare con indifferenza la crisi che sta attraversando ("non ho più idee, soltanto ricordi"), giungendo addirittura al punto di ingabbiare la propria arte al servizio dell'industriale (non a caso alla scena in cui questi propone di "comprarlo" segue l'immagine di una gabbia per uccellini), mentre la Moreau, inquieta e disperata, non attende che la morte. Il personaggio della Vitti si introduce fra i due con la propria tristezza e in qualche modo riesce a scuoterli e a renderli consapevoli della crisi che stanno attraversando. Un film fra i migliori dell'Antonioni "esistenzialista", che in origine doveva raccontare le storie di molti altri personaggi (il regista aveva pensato addirittura a sette coppie, che si scomponevano e ricomponevano nell'arco di una sola notte) e che poi è stato sfrondato rendendolo più compatto, lucido e incisivo. Ottimi gli attori, la musica (di Giorgio Gaslini), la fotografia (di Gianni Di Venanzo). Nella scena della presentazione del libro appaiono, non accreditati, Salvatore Quasimodo ("il nostro premio Nobel"), Umberto Eco e Valentino Bompiani. Orso d'oro al festival di Berlino, il film ha conquistato con il tempo l'aura di pellicola intellettuale per antonomasia, tanto da essere citato nei titoli di coda di "Brian di Nazareth" dei Monty Python ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?").

31 luglio 2007

L'avventura (M. Antonioni, 1960)

Ieri sera, lo stesso giorno in cui è scomparso Ingmar Bergman, è morto anche Michelangelo Antonioni, uno dei miei registi italiani preferiti. Doveroso, anche in questo caso, riguardarsi alcuni dei suoi film.


L'avventura
di Michelangelo Antonioni – Italia 1960
con Monica Vitti, Gabriele Ferzetti
***1/2

Rivisto in DVD.

Primo capitolo della cosiddetta "trilogia dell'alienazione" (gli altri due sono "La notte" e "L'eclisse", sempre con Monica Vitti), nella quale il regista affronta per la prima volta i temi dell'incomunicabilità e del disagio esistenziale che lo hanno reso celebre. Il film vinse il premio speciale della giuria a Cannes (dopo essere stato fischiato alla proiezione pubblica) e diede il via alla notorietà internazionale del regista, oltre a cambiare in gran parte il mondo del cinema (da qualche parte ho letto questa citazione: «Antonioni is the difference between "Bridge on the River Kwai" and "Lawrence of Arabia", between 'Spartacus' and "2001", between "Breathless" and "Contempt"»). Anna, figlia di un diplomatico, scompare misteriosamente nel nulla durante una crociera in barca con un gruppo di amici della ricca e annoiata borghesia romana. Dopo aver setacciato inutilmente lo scoglio roccioso di Lisca Bianca, dove la ragazza era stata vista l'ultima volta, la sua amica Claudia e il suo fidanzato Sandro decidono di proseguire le ricerche da soli. Poco a poco, però, le rispettive solitudini avvicinano i due e li spingono a innamorarsi. Lo scopo della loro ricerca passa in secondo piano, e Claudia si rende conto di temere il ritorno dell'amica: "tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore", commenta. La prima parte del film è dominata dalle forze della natura: il mare, il vento, la roccia sembrano opprimere gli uomini, che si smarriscono al loro interno per fuggire dal vuoto che li circonda. La seconda, ambientata in una Sicilia arcaica, fra paesi disabitati o a stento sfiorati dalla modernità, dalla vita mondana o dal turismo, mette invece a fuoco la fragilità dei rapporti umani e la distanza fra i personaggi, impegnati in una ricerca inutile e senza fine.

Blow up (M. Antonioni, 1966)

Blow up
di Michelangelo Antonioni – Italia/GB 1966
con David Hemmings, Vanessa Redgrave
****

Rivisto in DVD.

Nella swinging London degli anni sessanta, giovane, modaiola e apatica, un gruppo di clown e mimi scorrazza gioiosamente per le strade, mentre un fotografo di moda, fra una modella e l'altra, riprende scatti in giro per la città. Segue una coppietta in un parco e la fotografa di nascosto, ma al momento dello sviluppo scopre di aver inconsapevolmente assistito a un tentativo di omicidio. Le foto parlano chiaro... o forse no? Ispirato da un racconto breve di Julio Cortázar, "Blow up" è un grande film – forse il mio preferito fra tutte le pellicole di Antonioni – sul potere dell'immagine e della comunicazione, e su quello dell'arte e dell'immaginazione come sostituti della realtà. Il significato e il valore di ciò che vediamo risiede nello spettatore, e non nell'oggetto stesso: un'interpretazione quasi da fisica quantistica (evidente nella bella sequenza del concerto degli Yardbirds, che non ricordavo affatto dalle precedenti visioni del film, dove il frammento di chitarra (di Jeff Beck!) di cui si impossessa il protagonista cessa di avere il minimo interesse una volta tolto dal proprio contesto). Formalmente elegantissimo (anche per quanto riguarda musiche, costumi, colori e scenografie), con un David Hemmings che in quegli anni frequentava spesso il cinema italiano (in seguito avrebbe interpretato anche, fra gli altri, "Profondo rosso" di Dario Argento) e una sfuggente Vanessa Redgrave dal volto giovane e severo come Greta Garbo, si conclude con la celebre partita a tennis senza pallina, "mimata" dai clown, ai quali il protagonista si unisce come raccattapalle una volta compresa la relatività dell'esperienza visiva. Una delle modelle fotografate dal protagonista è una giovane Jane Birkin. Primo di tre film di Antonioni girati all'estero e in lingua inglese (i successivi saranno "Zabriskie Point" e "Professione: reporter"), riscosse un inaspettato successo di pubblico e di critica, e vinse la Palma d'Oro a Cannes. Brian De Palma ne ha fatto un remake con John Travolta, "Blow out", dove alla suggestione delle immagini ha sostituito quella del sonoro.

2 luglio 2007

Al di là delle nuvole (M. Antonioni, 1995)

Al di là delle nuvole
di Michelangelo Antonioni, Wim Wenders – Italia/Francia 1995
con John Malkovich, Sophie Marceau
*1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Primo (e unico) lungometraggio realizzato da Antonioni dopo l'ictus che lo ha colto nel 1985, è tratto da alcuni suoi racconti pubblicati nell'antologia "Quel bowling sul tevere". Wenders ha collaborato realizzando alcune sequenze (il prologo e la chiusura del film, più alcuni interludi: ha insomma assunto il ruolo che la coppia Dalmasso/Perego aveva nei "Classici di Walt Disney"). E forse il breve piano sequenza conclusivo lungo la facciata del palazzo è la cosa migliore della pellicola. Tutto il resto, infatti, è da dimenticare. Nonostante un cast ricco e prestigioso, la sceneggiatura di Tonino Guerra si perde fra frasi banali e filosofia spicciola, momenti imbarazzanti e relazioni costruite sul nulla. Malkovich, il personaggio che fa da collante alle quattro storie narrate, è un regista che gira in cerca di storie (un personaggio tipicamente wendersiano). A Ferrara, immagina l'incontro fra due giovani (Kim Rossi-Stuart e Inés Sastre) che si innamorano ma si lasciano quasi subito. A Portofino è lo stesso Malkovich a innamorarsi di una donna (Sophie Marceau: quanto mi piace il suo viso enigmatico!) che gli rivela di aver ucciso il padre. A Parigi, un uomo (Peter Weller) non riesce a fare a meno dell'amante (Chiara Caselli) e viene abbandonato dalla moglie (Fanny Ardant) che alla fine incontra un altro uomo abbandonato (Jean Reno). Ad Aix-en-Provence, un ragazzo (Vincent Perez) si innamora di una misteriosa fanciulla (Irène Jacob) che però sta per entrare in convento. Noioso e vuoto, il film rimane impresso soltanto per una certa atmosfera sospesa ed eterea e per il gran numero di nudi femminili, fra cui quello integrale della Marceau. Antonioni è stato un grandissimo del cinema italiano ed è fra i miei registi preferiti, ma è meglio considerare conclusa la sua filmografia con "Identificazione di una donna", 1982.