Visualizzazione post con etichetta Film a episodi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Film a episodi. Mostra tutti i post

16 gennaio 2023

Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (aavv, 1949)

Le avventure di Ichabod e Mr. Toad
(The Adventures of Ichabod and Mr. Toad)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, James Algar – USA 1949
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

L'undicesimo "classico Disney" (l'unico di due – l'altro è "Le avventure di Winnie the Pooh" del 1977 – a non essere mai stato distribuito al cinema in Italia, essendo uscito solo in home video) è anche il sesto e ultimo della serie di "film a episodi" prodotti fra il 1942 e il 1949, ovvero nel periodo in cui lo studio dovette fare a meno di gran parte del proprio personale a causa della seconda guerra mondiale. Con "Cenerentola", nel 1950, si tornerà ai lungometraggi completi. Questo invece, come il precedente "Bongo e i tre avventurieri", fonde insieme due mediometraggi, ciascuno dei quali era stato immaginato inizialmente come una pellicola a sé stante. E tutto considerato, è forse il migliore dei sei film in questione. Il primo segmento è tratto dal classico romanzo per bambini "Il vento tra i salici" di Kenneth Grahame, con protagonisti animali antropomorfi che vivono avventure di vario genere nella campagna britannica. Il title character (Taddeo Rospo, anche se il titolo del film mantiene il suo nome inglese, Mr. Toad), dal carattere giocoso ma scriteriato, è il facoltoso proprietario di Villa Rospo, che finisce nei guai quando le sue molte passioni (tutte improvvise e... di breve durata) lo portano in prigione, accusato di aver rubato un'automobile, e gli fanno perdere la sua agiata dimora. Lo aiuteranno tre amici fidati, ovvero un topo, una talpa e un tasso. Un'avventura divertente e movimentata, con personaggi simpatici, che soffre forse soltanto per un'animazione povera e piuttosto semplice se confrontata con le pellicole Disney dei primordi.

Il vero pezzo forte del film è però senza dubbio il secondo segmento, "La leggenda della valle addormentata", tratto dal racconto gotico "La leggenda di Sleepy Hollow" di Washington Irving. Il protagonista stavolta è Ichabod Crane, un bizzarro maestro di scuola che si trasferisce in un villaggio sperduto in una colonia americana. Qui corteggia la giovane e bella Katrina, figlia di un ricco proprietario terriero, suscitando la rivalità di Brom Bones, il "bullo" locale. Che per spaventarlo, essendo Ichabod fortemente superstizioso, la sera di Halloween gli racconta la leggenda del "cavaliere senza testa" che bazzica le campagne circostanti... Fascinoso per atmosfera e assai fedele al materiale di partenza (che non viene travisato né banalizzato, pur essendo la pellicola rivolta a un pubblico infantile: da confrontare invece con la versione dal vivo di Tim Burton del 1999, "Il mistero di Sleepy Hollow", che rivisita e cambia molte cose), l'episodio è senza dubbio un unicum all'intero della produzione Disney, anche per il finale aperto. Nella versione originale, i narratori delle due storie sono rispettivamente l'attore Basil Rathbone e il cantante Bing Crosby (il secondo segmento non ha dialoghi, ma solo la voce narrante e qualche canzone). In televisione i due episodi (che non hanno alcun legame fra loro, a parte il fatto di essere tratti da classici racconti della letteratura angloamericana) sono stati spesso trasmessi separatamente.

15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
***

Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

2 ottobre 2022

Bongo e i tre avventurieri (aavv, 1947)

Bongo e i tre avventurieri (Fun and fancy free)
di Jack Kinney, Bill Roberts, Ham Luske, William Morgan – USA 1947
animazione tradizionale e mista
**

Visto in TV (Disney+).

Quarto dei sei film d'animazione prodotti dalla Disney fra il 1942 e il 1949 che, anziché proporre una storia unica, consistevano in "compilation" di cortometraggi realizzati negli anni in cui lo studio aveva dovuto ridurre il personale e mettere da parte i progetti più ambiziosi per via della seconda guerra mondiale. Questa volta si tratta di due segmenti, del tutto slegati fra loro, uniti da una cornice che vede protagonista Jiminy Cricket, il grillo parlante di "Pinocchio" (film da cui tornano brevemente anche il gatto Figaro e il pesciolino Cleo), che introduce la pellicola all'insegna del binomio "divertimento e spensieratezza" ("Fun and fancy free", appunto, come recita il titolo originale). Cantando "Non ci si deve mai crucciar" (mentre dialoghi e immagini – le pagine di un quotidiano – citano i problemi che preoccupano l'opinione pubblica in quegli anni, l'angoscia per la bomba atomica in primis!), il grillo si aggira per una grande casa fino a incappare in una bambola e un orsetto di pezza, inanimati (a differenza di Pinocchio!) ma tristi, ai quali tira su il morale grazie a un disco dove la voce dell'attrice Dinah Shore (doppiata in italiano da Gemma Griarotti, mentre le canzoni rimangono in inglese) racconta la storia di Bongo, orsetto circense che trova la libertà tra i boschi e le montagne, in mezzo alla natura, e l'amore di Lulubel, orsetta per conquistare la quale (a suon di... schiaffoni!) deve competere con il massiccio Bullo. Nonostante l'animazione morbida e la buona qualità di disegni e sfondi, si tratta di un episodio poco ispirato e piuttosto insignificante (non stupisce in effetti come il personaggio di Bongo non sia mai stato ripreso).

Più memorabile il secondo episodio, una rilettura della classica favola di Jack e la pianta di fagioli (assai popolare nel mondo anglosassone) con Topolino, Pippo e Paperino come protagonisti, nei panni di tre poveri contadini alle prese con un gigante. La storia ci viene raccontata dal celebre ventriloquo Edgar Bergen, in una cornice girata in live action, che la narra – insieme ai suoi pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd – all'attrice bambina Luana Patten. Ma anche se più movimentato e divertente (anche per via della suddetta cornice, con i commenti sarcastici dei due pupazzi), questo secondo segmento (che inizialmente avrebbe dovuto essere un lungometraggio a sé stante, ma il progetto venne ridimensionato) è da ricordare soprattutto perché si tratta dell'ultima volta che Walt Disney in persona fornisce la voce a Topolino al cinema (riprenderà il ruolo, brevemente, negli anni cinquanta in televisione), nonché per la tendenza in quegli anni di usare personaggi già introdotti in precedenza (è anche il caso del grillo) come "attori" in storie ambientate al di fuori del loro solito contesto (in una scena tagliata, in cui Topolino barattava la propria mucca con i fagioli magici, si sarebbero dovuti vedere anche il Gatto e la Volpe, sempre da "Pinocchio"). Di fatto, è come se si trattasse di una "grande parodia" come quelle dei fumetti Disney realizzati in Italia. Il gigante Willie tornerà nel 1983 nel "Canto di Natale di Topolino". La regia delle sequenze animate è di Jack Kinney, Bill Roberts e Hamilton Luske, mentre William Morgan ha diretto le scene dal vivo.

19 aprile 2022

Musica maestro (aavv, 1946)

Musica maestro (Make mine music)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, Hamilton Luske, Joshua Meador, Robert Cormack – USA 1946
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Ottavo "classico Disney" (il terzo costituito da una compilation di corti; il quarto se contiamo anche "Fantasia", che però era più organico), nonché forse quello meno noto e di più difficile reperibilità: è l'unico, per dire, che non è disponibile per lo streaming sulla piattaforma Disney+. Si tratta anche del primo film Disney distribuito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale gran parte dello staff di animatori della casa di Burbank (almeno quelli non chiamati sotto le armi) era stato impegnato nella realizzazione di film di propaganda per conto del governo americano, con il risultato di arrestare lo sviluppo di veri e propri lungometraggi animati come i grandi capolavori degli esordi: è per questo motivo che i sei "classici" usciti fra il 1942 e il 1949 non sono altro che raccolte di segmenti spesso slegati fra loro, quasi sempre a tema musicale. Al pari del successivo "Lo scrigno delle sette perle", possiamo considerarlo una sorta di "Fantasia" (il sottotitolo è in effetti "A musical fantasy") di impronta pop, country e jazzistica, anziché incentrato sulla musica classica. Fra i musicisti coinvolti figurano nomi come Benny Goodman e Dinah Shore.

1. I Testoni e i Cuticagna (The Martins and the Coys)
Due famiglie di contadini di montagna sono impegnate in una faida, talmente feroce da prendersi a fucilate fino a quando non ci lasciano tutti le penne, tranne uno per clan: un giovane e una ragazza che naturalmente si innamoreranno e si sposeranno (pur continuando a litigare). Il brano è cantato dal gruppo vocale radiofonico King's Men: nell'edizione italiana, invece, dal Quartetto Cetra. È probabilmente il segmento più controverso e censurato (è assente, per esempio, da quasi tutte le edizioni del film in home video), per via dell'eccessiva violenza (con parecchi morti) e dell'uso disinvolto delle armi da fuoco. L'episodio si ispira alla celebre e autentica faida fra i clan Hatfield e McCoy.

2. Palude blu (Blue Bayou)
Le immagini di questo segmento, che mostrano due aironi in una palude delle Everglades, erano originariamente destinate a "Fantasia", dove avrebbero dovuto essere abbinate al "Clair de lune" di Claude Debussy. Scartate dal montaggio finale di quel film, sono state riciclate qui, sostituendo però la colonna sonora con una lenta canzone intonata da due membri del coro di Ken Darby (nella versione italiana da Alberto Rabagliati).

3. Quando i gatti si riuniscono (All the Cats Join In)
Sulle note di un brano jazzato di Benny Goodman, un gruppo di ragazzi e ragazze va a scatenarsi nella danza in un bar (un soda shop) al ritmo di un juke box, mentre la matita del disegnatore completa lo scenario loro attorno, dando quasi l'impressione che l'episodio venga realizzato e illustrato "in diretta". Simpatico.

4. Senza te (Without You)
Una malinconica ballata romantica, cantata da Andy Russell (Natalino Otto nella versione italiana), accompagna le tristi immagini di una giornata piovosa, osservata dalla finestra di una casa, e poi di un cielo al tramonto. "A ballad in blue" è il sottotitolo: il blu, in inglese, è il colore della malinconia.

5. Casey at the Bat (id.)
Il comico e musicista di origine italiana Jerry Colonna recita un poema di Ernest Thayer su un giocatore di baseball che ha la possibilità di far vincere la propria squadra, capovolgendo il risultato di un incontro proprio all'ultima battuta dell'ultimo inning: ma per la troppa sicurezza nei propri mezzi, si fa eliminare. Questo segmento era assente nella prima versione italiana, forse perché nel nostro paese il baseball e le sue regole erano poco note.

6. Due silhouette (Two Silhouettes)
Le silhouette di due ballerini (David Lichine e Tatiana Riabouchinska) danzano su un fondale astratto, sulle note di una canzone di Dinah Shore.

7. Pierino e il lupo (Peter and the Wolf)
La favola russa di Pierino e il lupo, nella versione musicale di Sergei Prokofiev (in cui ogni personaggio è rappresentato da un diverso strumento musicale), è trasposta in animazione con la regia di Clyde Geronimi: è l'episodio più puramente "disneyano" del film, come stile e come estetica. La voce narrante in originale è di Sterling Holloway, in italiano è di Stefano Sibaldi.

8. After You've Gone (id.)
Ancora Benny Goodman e la sua orchestra sono protagonisti di questo episodio, il più breve del film, in cui una serie di immagini surreali sono dedicate a quattro strumenti musicali in versione antropomorfizzata (un flauto, un pianoforte, una chitarra e una batteria), accompagnate da un brano solo strumentale.

9. Gianni di Feltro e Alice di Paglia (Johnnie Fedora and Alice Bluebonnet)
Le sorelle Andrews (il Quartetto Cetra nella versione italiana) raccontano con il loro canto un'insolita storia d'amore fra due cappelli nella vetrina di un negozio: vengono separati quando sono acquistati da due diversi clienti, ma dopo varie avventure si ritroveranno nel momento e nelle condizioni più inattese, ovvero sulla testa di due cavalli che, affiancati, trainano un carretto.

10. La balena che voleva cantare all'Opera (The Whale Who Wanted to Sing at the Met)
La notizia che in mare vive una balena dalle stupefacenti doti canore sconvolge il mondo. Gianni (Willie in originale), questo il suo nome, già si immagina di cantare al teatro dell'opera di New York. Ma l'impresario Tetti Tatti, convinto che l'animale abbia inghiottito un cantante, le dà la caccia a bordo di una baleniera. Con il suo finale tragico, o meglio agrodolce, è l'episodio forse più celebre della pellicola, sicuramente quello che rimane più impresso. L'attore e baritono Nelson Eddy fornisce le voci di tutti i personaggi: nella versione italiana si alternano Alberto Sordi nelle parti parlate e il basso-baritono Saturno Meletti in quelle cantate. Fra i brani intonati dalla balena, spiccano "Largo al factotum" dal "Barbiere di Siviglia" di Rossini e le tre voci maschili del sestetto dalla "Lucia di Lammermoor" di Donizetti (più spezzoni da "Pagliacci", "Tristano e Isotta" e "Mefistofele").

16 febbraio 2022

Il gioco del destino e della fantasia (R. Hamaguchi, 2021)

Il gioco del destino e della fantasia (Guzen to sozo)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Kotone Furukawa, Katsuki Mori, Fusako Urabe
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Tre storie "minimaliste" (con protagoniste femminili) per un film a episodi sull'amore, le coincidenze, le finzioni, gli inganni, gli errori e la scoperta di sé. Accompagnate dalla musica per piano di Schumann, le tre vicende sono slegate l'una dall'altra ma condividono uno stile asciutto, basato su lunghi dialoghi e una regia poco invadente. Il regista, anche sceneggiatore, di solito realizza "film fiume": qui invece si è messo alla prova con la breve durata (praticamente si tratta di tre cortometraggi), con risultati in crescendo. Orso d'argento (gran premio della giuria) a Berlino.

1. "Magia (o qualcosa di meno rassicurante)" (*1/2): quando l'amica Tsugumi (Hyunri) le racconta dell'incontro "magico" avuto con un ragazzo, la fotomodella Meiko (Kotone Furukawa) capisce che si tratta del suo ex, Kazuaki (Ayumu Nakajima), che l'aveva lasciata due anni prima. E torna da lui per riconquistarlo, o almeno per costringerlo a scegliere fra lei e l'amica... Personaggi non particolarmente simpatici e dialoghi sull'amore intellettuali e noiosi, per l'episodio più scontato e meno interessante dei tre. Lo stile, per certi versi, mi ha ricordato quello del coreano Hong Sang-soo (vedi anche la sequenza in cui Meiko si immagina la possibile reazione degli altri due).

2. "La porta spalancata" (**1/2): per vendicarsi del professor Segawa (Kiyohiko Shibukawa), l'insegnante che lo aveva bocciato all'università, lo studente Sasaki (Shouma Kai) convince l'amica Nao (Katsuki Mori) a sedurlo e a registrare l'audio del loro incontro per screditarlo. Ma la donna rimane colpita dalla sensibilità dell'insegnante, capace di scrutare nel profondo delle sue insicurezze e dei suoi traumi... La lunga sequenza dell'incontro fra Nao e Segawa nell'ufficio di lui, la cui porta rimane sempre aperta e dove lei – per "tentarlo" – legge ad alta voce un passo particolarmente erotico del libro da lui scritto, è al cuore di un episodio intenso e terapeutico.

3. "Ancora una volta" (***): in un mondo in cui un virus informatico ha reso inutilizzabili i mezzi di comunicazione digitali, Natsuko (Fusako Urabe) torna al suo paese di origine per partecipare a una rimpatriata con le compagne del liceo, nella speranza di rivedere Mika, il suo primo amore, di cui non ha notizie da vent'anni. Ma per un malinteso scambia per lei Aya, un'estranea che a sua volta è rimasta legata a un'amicizia da tempo persa di vista. Dopo aver chiarito l'equivoco, le due donne "reciteranno" ciascuna la parte dell'amica perduta, aiutandosi a darsi sostegno a vicenda e a fare un bilancio della propria vita. Sicuramente l'episodio migliore dei tre, sorprendente e delicato.

6 febbraio 2022

The house (aavv, 2022)

The House (id.)
di Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza – Gran Bretagna 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Tre episodi (di mezz'ora ciascuno) in animazione stop motion, surreali e inquietanti, ambientati nella stessa casa ma in contesti ed epoche diverse. Cambiano anche i protagonisti: umani nel primo segmento, topi e gatti antropomorfi negli altri due. La produzione è degli studi londinesi di Nexus, che ha affidato ciascuno dei tre episodi a un team di animatori differente, mentre la sceneggiatura dell'intera pellicola è di Enda Walsh. I temi sono kafkiani (soprattutto nei primi due capitoli), mentre l'atmosfera ricorda a tratti il cinema di Jan Švankmajer, con tocchi persino di Lynch e Cronenberg. Il primo episodio, "E dentro di me, si tessero menzogne" (diretto da Emma de Swaef e Marc James Roels), è una favola cupa e dark, horror e angosciante, che ci racconta l'origine della casa. Siamo in epoca vittoriana: un misterioso ed eccentrico architetto si offre di costruire una nuova dimora per una famiglia povera che vive in campagna. Ma i suoi abitanti si ritroveranno trasformati in parte del mobilio. Il secondo episodio, "È smarrita la verità che non si può vincere" (diretto da Niki Lindroth von Bahr), si svolge in epoca contemporanea. Un topo ristruttura la casa in stile moderno, con l'intenzione di venderla. Ma dopo un disastroso party per presentarla ai potenziali acquirenti, scopre che due di questi si sono stabiliti nella dimora e non intendono andarsene, proprio come scarafaggi o parassiti. È decisamente l'episodio più kafkiano e surreale. Il terzo, "Ascolta bene e cerca la luce del sole" (diretto da Paloma Baeza), si svolge in un imprecisato futuro post-apocalittico, dove un'inondazione ha ricoperto quasi tutto il territorio circostante. La casa, circondata dalle acque, ospita adesso la gatta Rosa, che sogna di riammodernarla per farne una pensione. Ma gli unici due ospiti, il pigro Elias e la sciroccata Jen, non hanno il denaro per pagarla... È l'unico dei tre episodi che si conclude in qualche modo con un messaggio positivo, invitando a prendere in mano il controllo della propria vita e a non rimanere attaccati alle fondamenta (della casa, ovvio!), al contrario dei primi due segmenti dove l'attaccamento ai beni materiali finiva col far perdere ai personaggi la propria identità. Un tema dunque esistenziale ma al tempo stesso concreto e di notevole interesse, per un film che merita di certo una visione.

20 settembre 2021

Body bags (J. Carpenter, T. Hooper, 1993)

Body bags - Corpi estranei (Body Bags)
di John Carpenter, Tobe Hooper [e Larry Sulkis] – USA 1993
con Alex Datcher, Stacy Keach, Mark Hamill
**

Visto in TV (Prime Video).

Antologia di tre episodi horror, nello stile de "I racconti della cripta" o "Ai confini della realtà". L'intenzione era proprio quella di farne una serie televisiva come le suddette, ma durante le riprese il canale tv che le aveva commissionate si tirò indietro, e allora il girato fu trasformato in un film per le sale. Curiosità: due episodi su tre hanno a che fare con trapianti (rispettivamente di capelli e di un occhio). In "La stazione di rifornimento" (diretto da John Carpenter), durante il turno di notte alla cassa di una stazione di servizio, una ragazza (Alex Datcher) deve vedersela con un maniaco omicida (Robert Carradine). In "Hair" (accreditato sempre a Carpenter, ma in realtà diretto anche da Larry Sulkis), un uomo ossessionato dalla perdita dei capelli (Stacy Keach) si sottopone a un trapianto sperimentale: ma le cose non andranno come avrebbe voluto... In "Eye" (diretto da Tobe Hooper), un promettente giocatore di baseball (Mark Hamill) perde l'occhio in un incidente stradale. Gli verrà trapiantato quello di un efferato assassino, che gli provocherà strane allucinazioni... Sono tre storie horror oneste ma in fondo prevedibili (anche con i finali a sorpresa), accompagnate da sceneggiature di stampo (e di livello) televisivo. La cosa più interessante sono forse le sequenze introduttive e di raccordo, dai toni comico-grotteschi e ambientate in un obitorio, dove lo stesso Carpenter, nei panni di un inquietante medico legale, funge da cicerone (una sorta di zio Tibia), presentandoci i cadaveri rinchiusi nei sacchi (da cui il titolo del film) e raccontandone le storie: nel finale a lui si aggiungono anche Tom Arnold e Tobe Hooper. Sparsi per gli altri episodi ci sono camei anche per David Naughton, Sam Raimi, Wes Craven, Roger Corman e Greg Nicotero. David Warner è il dottore nel secondo segmento, Twiggy la moglie di Mark Hamill nel terzo.

23 giugno 2021

I tre volti (Antonioni, Bolognini, Indovina, 1965)

I tre volti
di Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina – Italia 1965
con Soraya, Richard Harris, Alberto Sordi
*1/2

Visto su YouTube.

Film in tre episodi con cui il produttore Dino De Laurentiis avrebbe voluto lanciare la carriera da attrice di Soraya, ex regina di Persia (fu ripudiata dal marito, l'ultimo scià del paese, nel 1958, quando fu chiaro che non avrebbe potuto dargli dei figli) e celebrità dell'epoca, frequente protagonista delle cronache mondane e del jet-set, proprio come i personaggi che interpreta nel secondo e nel terzo episodio della pellicola. Il primo, invece, è praticamente un documentario che ne mostra il provino, con Soraya nei panni di sé stessa. Di scarso valore cinematografico, il film ha interesse soltanto dal punto di vista del costume (persino Antonioni, il regista di maggior nome fra i tre, non sembra essersi impegnato più di tanto). E comunque, a parte questa esperienza, Soraya non ha più recitato. Come attrice non sarebbe stata neanche male, anche se poco espressiva: ma pare che De Laurentiis la avesse chiesto di non sorridere mai per andare incontro all'immagine di "principessa dagli occhi tristi" che i giornali e i rotocalchi le avevano cucito addosso.

"Introduzione/Il provino", di Michelangelo Antonioni (*1/2)
Un giornalista del quotidiano "Paese sera" (Ivano Davoli) viene a sapere che Soraya è giunta a Roma in segreto per fare un provino cinematografico per Dino De Laurentiis (che appare nei panni di sé stesso). Per scattare delle foto cercherà inutilmente di introdursi negli studi, al cui interno la principessa si esibisce davanti al produttore, al costumista Piero Tosi e a una troupe.

"Gli amanti celebri", di Mauro Bolognini (*)
La relazione fra Linda e Robert (Richard Harris), scrittore fallito che mal tollera la vita mondana, entra in crisi quando dopo alcuni anni si ripresenta il marito di lei: la donna crede che sia tornato a riprendersela, ed è pronta a dare il benservito all'amante, ma lui voleva soltanto concederle la libertà (ovvero la separazione). L'episodio peggiore: temi stantii e poca o nessuna idea di cinema.

"Latin lover", di Franco Indovina (*1/2)
Armando Riboni (Alberto Sordi) è uno stagionato "amante latino per turiste straniere", ovvero un playboy a pagamento che le accompagna per Roma a beneficio dei fotografi. È l'episodio più affine alla commedia all'italiana, ma senza particolare appeal. Indovina, già assistente di Visconti e dello stesso Antonioni, si innamorerà (ricambiato) di Soraya e resterà con lei per il resto della sua vita.

31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto facente parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questa porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

27 aprile 2021

Le italiane e l'amore (aavv, 1961)

Le italiane e l'amore
di Nelo Risi, Lorenza Mazzetti, Piero Nelli, Francesco Maselli, Giulio Questi, Gianfranco Mingozzi, Marco Ferreri, Florestano Vancini, Carlo Musso, Giulio Macchi, Gian Vittorio Baldi – Italia 1961
*1/2

Visto su YouTube.

Film a episodi pensato da Cesare Zavattini, che ha scelto i soggetti ispirandosi ai casi reali narrati nelle lettere ai giornali e ai settimanali raccolte da Gabriella Parca nel libro "Le italiane si confessano". Il tema è quello della condizione femminile (e del rapporto delle donne con il sesso, il matrimonio, la maternità e la società in generale) nell'Italia del dopoguerra, un paese – nonostante il boom economico – ancora retrogrado e maschilista. Come recita una voce fuori campo, si tratta di una "protesta appassionata contro antichi e umilianti pregiudizi che persino le leggi qualche volta consacrano". La pellicola segna l'esordio alla regia per Giulio Questi e Nelo Risi (nonché l'unica esperienza di questo tipo per Carlo Musso). La sola donna del gruppo è Lorenza Mazzetti. Un dodicesimo episodio ("Il prezzo dell'amore" di Piero Nelli, che già ne aveva un altro) è stato tagliato al montaggio. Nel complesso è una raccolta di storie esili e quotidiane, un po' semplicistica ma comunque interessante dal punto di vista storico-sociale. Musiche di Gianni Ferrio.

"Ragazze madri" di Nelo Risi, con Lucia Gabrioli e Gaddo Treves
Una ragazza, abbandonata dal fidanzato dopo che si è scoperta incinta, si confida con uno psicologo e poi fantastica sul possibile bambino che nascerà e che dovrà crescere da sola.

"I bambini" di Lorenza Mazzetti, con Anna Brignole
Dopo aver spiato una coppia amoreggiare sull'erba, un gruppo di bambini e bambine giocano a baciarsi e discutono su come nascono i bambini. E vengono puniti perché dicono che escono dalla pancia delle mamme, anziché essere portati dalla cicogna.

"Lo sfregio" di Piero Nelli, con Maria Di Giuseppe, Michele Stasino
Due fidanzati litigano in strada, in mezzo alla folla curiosa: lei vuole lasciarlo e lui la sfregia in faccia con un coltello. Ma poiché "l'ha fatto per amore", la colpa va a lei.

"Le adolescenti" di Francesco Maselli, con Efi Kamper, Consalvo Dell'Arti.
Studentessa quattordicenne finisce nei gusti quando i genitori leggono il diario nel quale confessa i sentimenti per un compagno di classe. Mentre il padre le fa la ramanzina, lei però è persa nelle sue fantasticherie e pensa solo al ragazzo.

"Viaggio di nozze" (o "La prima notte") di Giulio Questi, con Antonietta Caiazzo, Mario Colli
Due freschi sposi in viaggio di nozze, sulla nave che va da Napoli a Palermo, litigano quando lei gli confessa di aver vissuto un'altra storia d'amore prima di conoscerlo. Lui non glielo perdonerà.

"Le tarantate" (o "Il morso della tarantola") di Gianfranco Mingozzi
In un paese pugliese, una donna lasciata dal marito è in preda al "morso della tarantola" e scatena la propria crisi ossessiva in una danza liberatoria. Semi-documentaristico (con la consulenza di Ernesto De Martino), è forse l'episodio migliore del lotto.

"Gli adulteri" di Marco Ferreri, con Renza Volpi, Silvio Lillo, Rosalba Neri
Un marito tradisce la moglie con la propria segretaria, ma ignora che la consorte, casalinga stressata e sempre a casa ad accudire i bambini, ha a sua volta un amante, e soprattutto che è al corrente dei suoi tradimenti ma fa finta di nulla: si tira avanti solo per ipocrisia.

"La separazione legale" di Florestano Vancini, con Graziella Galvani, Giuseppe Fina
Una coppia va dal giudice per separarsi (all'epoca il divorzio in Italia ancora non esisteva), nonostante l'amico avvocato cerchi di dissuaderli, e ha l'occasione per un ultimo confronto, doloroso ma tutto sommato sereno.

"Un matrimonio" di Carlo Musso, con José Greci, Roberto Miali
Sospettosa per le sempre minori attenzioni che marito le rivolge, una moglie lo segue di nascosto e scopre che ha un "amico", con il quale si apparta su una panchina al parco. Alla sceneggiatura ha contribuito Alberto Bevilacqua.

"Il successo" di Giulio Macchi, con Tania Raggi, Laura Forest, Elisabetta Velinski
Alcune giovani cantanti, reginette del ballo e aspiranti attrici vengono intervistate e parlano della difficoltà di giungere al successo. Ne esce un mondo di raccomandazioni, di frustrazioni, di inganni, di illusioni e di gelosie (compresa l'invidia degli uomini nei loro confronti).

"La prova d'amore" di Gian Vittorio Baldi, con Mariella Zanetti, Michele Francis
Dopo un ballo sul Po (siamo nel mantovano), una ragazza cede alle richieste del suo fidanzato meridionale di fare l'amore con lui: ma questi, dopo il fatto, la lascia perché "Se mi volevi bene dovevi rifiutarti, al mio paese una ragazza seria dice di no".

26 aprile 2021

Funky forest (Katsuhito Ishii et al, 2005)

Funky Forest: The First Contact (Naisu no mori)
di Katsuhito Ishii, Hajime Ishimine, Shunichiro Miki – Giappone 2005
con Tadanobu Asano, Susumu Terajima
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film giapponesi comico-surreali ne ho visti parecchi (a partire dal folle "Symbol" di Hitoshi Matsumoto), ma questo probabilmente li batte tutti. E dico "surreale" nel vero senso del termine: indecifrabile e nonsense, non si può giudicare come se fosse una pellicola normale; è più uno psichedelico flusso di coscienza, o meglio un sogno dove le cose non hanno un significato esplicito (o lo hanno soltanto a metà). Innanzitutto manca una vera trama: il film è composto da tanti piccoli sketch o episodi (spesso segmenti di pochi minuti, ma radunati in "serie" come se fossero puntatine di programmi tv, con tanto di loghi in sovrimpressione: non a caso uno dei possibili termini di paragone sono quelle pellicole demenziali americane degli anni Settanta e Ottanta come "Ridere per ridere" di John Landis, che simulavano una programmazione televisiva con tanto di zapping casuale; o forse sarebbe più corretto paragonarlo a "E ora qualcosa di completamente diverso" dei Monty Python), a volte con situazioni e personaggi ricorrenti, interpretati da un nutrito gruppo di attori. Fra questi spiccano Tadanobu Asano ("Guitar brother", capellone che strimpella la chitarra acustica: impagabile quando intona il tema originale di "Capitan Harlock"), Susumu Terajima (suo fratello, ma anche insolito insegnante), Ryo Kase (DJ amatoriale, innamorato della bella Notti (Erika Nishikado) e protagonista di un lungo sogno fatto di strane danze sulla spiaggia notturna), Rinko Kikuchi, Mariko Takahashi... oltre a vari camei, come quello di Hideaki Anno (il regista di "Evangelion", qui uno degli studenti in classe). E assistiamo ai deliranti racconti non sequitur delle ospiti di una stazione termale, ad anarchiche lezioni in una classe scolastica, a creature deformi "coltivate" e poi usate come strumenti musicali, a stravaganti "riti" praticati a scopi non precisati (ma c'entrano gli alieni), a inquietanti sport a base di body horror, a film d'animazione diretti da un cane, a una sessione di registrazione onirica in mezzo alla foresta, il tutto intervallato dalle disastrose esibizioni di una coppia di comici manzai. Se più si va avanti nella visione più le vicende diventano random e incoerenti (il "lato B" del film è ancora più estremo del "lato A"), la cosa strana è che pian piano l'assurdità sembra quasi acquistare un senso, proprio come accade nei sogni. Poi ci si ferma a riflettere e il senso svanisce, non si riesce più ad afferrarlo, ma qualcosa rimane comunque dentro, anche perché è impossibile non apprezzare la totale assenza di pretenziosità (il film non pretende di essere capito, dopo tutto). Dei tre registi-sceneggiatori, il primo responsabile nonché il più noto è Katsuhito Ishii, già autore dell'eccentrico (e bellissimo) "The taste of tea".

14 agosto 2020

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... (W. Allen, 1972)

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) (Everything you always wanted to know about sex* (*but were afraid to ask))
di Woody Allen – USA 1972
**

Visto in divx.

Film a episodi, ispirato (quantomeno nel titolo e nella struttura a domanda e risposta dei vari segmenti) a un popolare saggio del sessuologo David Reuben, uscito nel 1969. I sette capitoli sono altrettante parodie, e spesso l'argomento accennato nella domanda è trattato in modo farsesco e paradossale. Allen recita soltanto in quattro dei sette segmenti. L'ultimo episodio salva il film, che negli altri segmenti risulta datato e poco divertente, interessante giusto per gli elementi culturali e il gioco parodistico di alcuni di essi (il terzo, sul cinema italiano; il quinto, sui quiz televisivi; e il sesto, sul cinema fantastico). Sui titoli di coda e di testa, un proliferare di conigli bianchi.

1. Gli afrodisiaci funzionano?
Nel medioevo, un giullare (Woody Allen) cerca di conquistare la regina del castello (Lynn Redgrave) per mezzo di una pozione magica, ma deve fare i conti con la sua cintura di castità e con la gelosia del re (Anthony Quayle). Ispirato ai Decamerotici, ma poco divertente.
2. Che cos'è la sodomia?
Un pastore armeno (Titos Vandis) confessa a un dottore (Gene Wilder) di essere innamorato di una pecora. Quando la vede, anche il medico se ne invaghisce e inizia una relazione clandestina con lei. Poco più che una barzelletta surreale. Wilder sprecato.
3. Perché alcune donne faticano a raggiungere l'orgasmo?
Gina (Louise Lasser), moglie bolognese del romano Faustino (Allen), riesce a soddisfarsi soltanto facendo l'amore in pubblico. L'intero segmento, in originale parlato in italiano, è un pretestuoso omaggio al cinema di Federico Fellini, di Michelangelo Antonioni e di Bernardo Bertolucci.
4. I travestiti sono omosessuali?
Un'anziana coppia fa visita ai genitori del fidanzato della loro figlia. L'uomo (Lou Jacobi), di nascosto, sale nella camera degli ospiti per provarsi i vestiti della futura consuocera, ma per non essere scoperto è costretto a fuggire in strada. L'episodio meno memorabile del lotto.
5. Cosa sono le perversioni sessuali?
In un quiz televisivo, i concorrenti devono indovinare quale sia la perversione dell'ospite della serata. In seguito, un altro ospite, un rabbino (Baruch Lumet), vede soddisfatti i propri feticismi, sempre in diretta tv. È una parodia del popolare gioco a premi "What's My Line?".
6. Gli studi sul sesso sono affidabili?
Un biologo (Allen) e una giornalista (Heather MacRae) fanno visita al dottor Bernardo (John Carradine), uno scienziato pazzo dedito a misteriosi esperimenti sul sesso. Fra questi, la creazione di una tetta gigante che semina terrore nella campagna circostante. Parodia dei film di mostri.
7. Cosa succede durante l'eiaculazione?
Dalla centrale operativa nel cervello vengono controllate tutte le funzioni corporee. In preparazione di un rapporto sessuale, gli spermatozoi (fra cui Allen) si preparano all'eiaculazione come dei paracadutisti pronti a essere lanciati da un aereo. Nella sala di controllo si riconoscono Tony Randall e Burt Reynolds. È senza dubbio l'episodio migliore, nonché il più celebre: anticipa non solo "Inside out" della Pixar, ma anche "Osmosis Jones" e serie come "Siamo fatti così".

4 febbraio 2019

La ballata di Buster Scruggs (J. ed E. Coen, 2018)

La ballata di Buster Scruggs (The ballad of Buster Scruggs)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2018
con Tim Blake Nelson, Zoe Kazan
*1/2

Visto in TV.

Sei episodi ambientati "al tempo della frontiera americana" (ma di storia del west non c'è nulla, siamo ai limiti della leggenda) per il secondo western dei fratelli Coen dopo "Il grinta", un'antologia altamente diseguale, con continui cambi di registro: si passa dalla parodia (o dalla farsa) al dramma, dall'apologo morale all'avventura, con strizzatine d'occhio un po' a tutti i generi (e ai periodi cinematografici) del western, dagli irrealistici cowboy canterini dei primordi ai più sporchi film revisionisti degli anni settanta. A prevalere però è il solito post-modernismo dei Coen, quel guazzabuglio "tarantiniano" e indistinto di cliché rimasticati e di scenari stereotipati, con personaggi dalla caratterizzazione debolissima (a volte assente, vedi il secondo segmento) e con il succedersi di eventi quasi random, che porta a conclusioni anticlimatiche. Ne risultano così episodi scarni, inconcludenti, stiracchiati, quando non decisamente noiosi (perché i tempi lunghi non riescono a costruire la necessaria tensione: non tutti nascono Sergio Leone!), che lasciano lo spettatore a domandarsi che cosa volessero dire gli autori (se mai volevano davvero dire qualcosa: diffido da sempre di quei critici che si sforzano in ogni modo di trovare per forza dei significati nelle opere dei due fratelli). Molto deludente la fotografia digitale. In ogni caso, l'unico episodio che si può dire valido è il quinto, gli altri lasciano più o meno tutti il tempo che trovano.

"La ballata di Buster Scruggs", con Tim Blake Nelson e Willie Watson (*)
Un pistolero canterino e damerino, che parla con gli spettatori e con il suo cavallo, giunge in una cittadina per giocare a poker, ma sarà ucciso da un rivale molto simile a lui (vestito di nero anziché di bianco) e volerà in cielo come un angioletto. Una scemenza assoluta.

"Vicino Algodones" (Near Algodones), con James Franco e Stephen Root (*)
Un rapinatore di banche viene condannato all'impiccagione, salvato dagli indiani, ricatturato e ri-condannato. L'episodio più esile e insignificante dei sei.

"La pagnotta" (Meal ticket), con Liam Neeson e Harry Melling (*1/2)
Un anziano saltimbanco vaga con il suo carro di paese in paese facendo esibire un giovane attore tetraplegico (che recita Shelley, Shakespeare, Lincoln e la Bibbia). Quando gli incassi cominciano a diminuire, lo sostituisce con una gallina intelligente. Mah.

"Il canyon tutto d'oro" (All gold canyon), con Tom Waits e Sam Dillon (*1/2)
Un vecchio cercatore d'oro trova un ricco filone in una valle disabitata e paradisiaca, ma deve vedersela con un giovane fuorilegge che vorrebbe sottrarglielo a tradimento. Da un racconto di Jack London. Trascinatissimo, ma bella l'ambientazione.

"La giovane che si spaventò" (The gal who got rattled), con Zoe Kazan e Bill Heck (**)
Una timida ragazza parte con una carovana di coloni diretta in Oregon. Durante il percorso riceve una proposta di matrimonio da una delle guide, ma un attacco degli indiani cambierà tutto. Pur con i suoi difetti, l'episodio migliore del lotto (nonché il più lungo).

"Le spoglie mortali" (The mortal remains), con Tyne Daly e Brendan Gleeson (**)
Una carrozza trasporta cinque passeggeri (fra cui due becchini) che durante il tragitto confrontano le proprie filosofie sulla vita, la morte, l'amore e gli esseri umani. Scarno, ma con un certo fascino per via delle vibrazioni soprannaturali.

7 dicembre 2018

Ridere per ridere (John Landis, 1977)

Ridere per ridere (The Kentucky Fried Movie)
di John Landis – USA 1977
con Evan Kim, Bong Soo Han
**

Rivisto in divx.

Il secondo film di John Landis, scritto dal trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker, all'esordio cinematografico: fino ad allora avevano lavorato solo in teatro, firmandosi come The Kentucky Fried Theater, da cui il titolo originale della pellicola, che ovviamente fa il verso a una celebre catena di fast food) è una parodia della programmazione di un canale televisivo, con tanto di telegiornali, programmi di attualità, dibattiti, film e persino finte pubblicità. L'idea è forse ispirata a "The Groove Tube" di Ken Shapiro (1974, inedito in Italia): da notare che Landis, insieme ad altri registi, ripeterà l'esperimento nel 1987 con "Donne amazzoni sulla Luna". Trattandosi essenzialmente di un collage di sketch spesso scollegati fra loro, il risultato è diseguale: il film è composto per lo più da gag demenziali, volgari, nonsense o semplicemente stupide, giochi di parole puerili (molti dei quali andati persi nel doppiaggio italiano), nudità femminili gratuite e scenette di cattivo gusto. Ma ha anche dei difetti. No, parlando seriamente: oggi, in epoca di political correctness, sarebbe forse impossible realizzare un film come questo per il circuito mainstream (e senza il divieto ai minori!). E in mezzo all'anarchia e al trash si annidano perle di geniale umorismo, quasi da teatro dell'assurdo, che non sfigurerebbero in uno sketch dei Monty Python (la mia preferita è la scena dei prigionieri nelle gabbie all'interno del film "Per un pugno di yen": "Sono relitti che non sanno dove sono e non gliene importa..."). Fra le gag da ricordare: la rubrica dell'oroscopo, con il tormentone dei nati sotto il segno dei gemelli che devono "aspettarsi l'inaspettato" (e per tutto il film vengono colpiti da frecce vaganti); la proiezione del film "con gli effetti speciali" realizzati direttamente in sala dalle maschere del cinema; la pubblicità dell'Unione Amici della Morte, che suggerisce di reinserire i defunti nella società; il documentario sull'ossido di zinco; i finti trailer di pellicole in arrivo (tutte prodotte dal fittizio Samuel L. Bronkowitz, al cui nome si ispirerà il gruppo comico italiano Broncoviz), che appartengono ai generi di serie B più in voga negli anni '70: l'erotico soft-core ("Liceali cattoliche in calore"), il catastrofico ("Il giorno del giudizio"), la blaxploitation ("Cleopatra Schwartz"). E naturalmente la parte del leone (ovvero la "fetta" più consistente della pellicola, visto che dura oltre 30 minuti, ma anche il segmento più riuscito) è data dal suddetto "Per un pugno di yen", spoof de "I tre dell'operazione drago" e in generale di tutto il cinema di arti marziali, anche se il finale a sorpresa sconfina in un'altra celebre pellicola classica. Evan Kim è Loo, parodia di Bruce Lee, mentre il fantastico Bong Soo Han è il suo arcinemico Dottor Klahn (che, nella scena in cui parla in coreano, chiede scusa agli spettatori che conoscono questa lingua). per il resto, per tutto il film sono distribuiti camei e comparsate di attori noti come Donald Sutherland, George Lazenby, Bill Bixby e lo stesso John Landis. Nella scena al cinema si può notare il poster del suo primo film, "Slok".

12 maggio 2018

La rabbia (Pasolini, Guareschi, 1963)

La rabbia
di Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi – Italia 1963
film di montaggio
**

Visto in divx.

Film diviso in due parti (di circa 50 minuti l'una), ideato dal produttore Gastone Ferranti, che chiese a due intellettuali di tendenze opposte (di sinistra Pasolini, di destra Guareschi) di rispondere alla domanda "Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?", attraverso un montaggio di filmati di repertorio, di foto e di spezzoni del cinegiornale "Mondo libero", legati all'attualità o al recente passato, commentati da una coppia di voci fuori campo. Anche se il tema è lo stesso, e non mancano punti di convergenza fra le due metà della pellicola (ma i toni sono spesso critici e polemici, anche se filtrati dalla poesia in un caso e dell'umorismo nell'altro), i risultati sono ben diversi, anche a prescindere dalle idee politiche e sociali. Pasolini ha un'approccio curioso, idealista e sognatore, Guareschi (che inserisce anche alcune sue vignette umoristiche) è pungente e irridente, ma risulta spesso qualunquista, moralista e predicatorio.

Il film di Pasolini (**1/2), nel rispondere alla domanda di Ferranti, sceglie come filo conduttore la "libertà". La scontentezza, l'angoscia, la paura dell'umanità dipendono dalla mancanza di libertà e dal disperato desiderio di ottenerla. Così si spiegano le rivoluzioni (a livello individuale o collettivo), le proteste, le guerre. Le voci narranti di Giorgio Bassani (per la prosa) e di Renato Guttuso (per la poesia) recitano testi dello stesso Pasolini ("Voi, figli dei figli, gridate con disprezzo, con rabbia, con odio "Viva la libertà". E perciò non gridate "Viva la libertà". Se non si grida "Viva la libertà" con amore, non si grida "Viva la libertà"), mentre le immagini, accompagnate dall'Adagio di Albinoni, mostrano immagini della rivoluzione in Ungheria del 1956 (e delle reazioni in tutto il mondo); delle guerre per l'indipendenza in Africa, in India, a Cuba; di scene di spettacolo e di attualità, con dive del cinema (Ava Gardner, Sophia Loren), sindacalisti, politici, religiosi; l'incoronazione della regina Elisabetta II (1952), la convention repubblicana negli USA del 1952, i funerali di papa Pio XII e l'elezione di Giovanni XXIII (1958); si parla di arte (nell'URSS), del mondo contadino, del suicidio di Marilyn Monroe (personificazione della bellezza), delle armi atomiche, della lotta di classe; e con le immagini del volo nello spazio di Juri Gagarin (1961) e delle successive celebrazioni, si termina con una nota di ottimismo per un futuro migliore, dove il progresso potrà unire i popoli in una fratellanza senza guerre.

Il film di Guareschi (*), come filo conduttore, sceglie invece la "vendetta". Per l'autore di Don Camillo (alla sua prima e unica esperienza come regista cinematografico, coadiuvato dalla caporedattrice del "Borghese" Gianna Preda), la scontentezza, l'angoscia e la paura generano odio e desiderio di rivalsa nei confronti degli altri, ma in particolare degli europei, il cui punto di vista è centrale in tutta la narrazione. Con le voci di Gigi Ortuso (narratore "serio") e Carlo Romano (già doppiatore di Don Camillo, narratore "ironico") e una colonna sonora che mescola il twist alla musica sinfonica (in particolare l'Eroica di Beethoven), Guareschi critica la frenesia della vita moderna, l'edonismo e gli eccessi provocati dal miracolo economico, tecnologico ed edilizio. Ma dove da semplice nostalgico e bacchettone diventa davvero inaccettabile, è quando tocca questioni politiche: se ancora si possono condividere alcuni severi giudizi sullo scenario globale post-bellico (il processo di Norimberga, la costruzione del muro di Berlino), lasciano perplessi le condanne reazionarie delle lotte anticolonialiste (qui le differenze fra i due intellettuali sono le più evidenti) e il sarcastico razzismo nei confronti delle popolazioni di colore. I funerali di Giorgio VI (1958) sono l'occasione per lamentare la fine dell'imperialismo europeo. Certo, ne ha anche per gli USA (si cita il caso Chessman, si sbeffeggia Kennedy e la moglie), per la Cina e naturalmente per l'URSS e il comunismo in generale (si mostra la rivoluzione cubana, la morte di Stalin, l'avvento di Krusciov), visto come origine di quasi tutti i mali. E anziché fiducia nel progresso, i viaggi spaziali sono l'occasione per manifestare retoricamente pessimismo e preoccupazione per il futuro: dalle persecuzioni religiose agli esperimenti scientifici "contro natura", fino alla disgregazione della famiglia tradizionale (il matrimonio della trans Coccinelle visto come una "tragica farsa"). Umorismo a parte, sembrano parole di alcuni politici di oggi. E di questo a Guareschi si deve dare atto: il suo segmento – purtroppo – è invecchiato molto meno di quello di Pasolini.

Il film non ebbe molto successo nelle sale, anche perché fu ritirato quasi subito in seguito alle polemiche (in effetti, è facile immaginare come potesse dividere il pubblico: chi avrà apprezzato la prima parte si sarà indignato di fronte alla seconda, o viceversa). Con il senno di poi, c'è da chiedersi che cosa si aspettasse Ferranti. Soltanto dal 2008 (inizialmente la sola parte di Pasolini, poi per intero) è stato restaurato ed è tornato a circolare.

23 maggio 2017

Incubi (Donner, Holland, Zemeckis, 1992)

Incubi (Two-Fisted Tales)
di Richard Donner, Tom Holland e Robert Zemeckis – USA 1992
con Brad Pitt, Kirk Douglas
**

Visto in divx.

Tre episodi, di generi e ambientazioni diverse, per quello che avrebbe dovuto essere il pilota di una serie televisiva (in stile "I racconti della cripta", di cui sarebbe stato uno spin-off, o "Ai confini della realtà"). Il progetto, però, non si concretizzò mai, e gli episodi furono riciclati proprio all'interno de "I racconti della cripta". Il titolo originale è quello di una serie a fumetti pubblicata negli anni '50 dalla EC Comics, ma nessuno dei tre segmenti è un adattamento di storie apparse in quella testata (i primi due soggetti sono originali, scritti rispettivamente da Frank Darabont e da Randall Jahnson; il terzo – il migliore del lotto – è tratto da una storia di Al Feldstein apparsa su un differente albo della EC). Bill Sadler interpreta il personaggio rude e sarcastico che introduce le vicende, un pistolero sulla sedia a rotelle che irride e insulta ripetutamente gli spettatori. Il primo episodio (il western) è l'unico con venature horror e soprannaturali. Gli altri due (ambientati rispettivamente nel mondo delle corse clandestine su strada e durante la prima guerra mondiale) sono semplicemente thriller con un insolito tema comune, quello dello scontro fra generazioni.

Duello fantasma (Showdown), di Richard Donner (*1/2),
con Neil Giuntoli e David Morse
Nel west, un fuorilegge in fuga da un ranger (che lo ha inseguito attraverso il deserto) lo sfida a duello e apparentemente ha la meglio. Non si rende però conto di essere già morto e di essere diventato un fantasma... Poco originale e significativo, a parte il colpo di scena, l'episodio si salva solo per la fotografia e l'atmosfera.

Corsa verso la morte (King of the Road), di Tom Holland (*1/2),
con Raymond J. Barry e Brad Pitt
Billy, giovane delinquente dalla testa calda, vuole sfidare Iceman, anziano asso del volante che ha abbandonato da anni le corse clandestine per diventare un poliziotto. Per convincerlo a tornare sulla strada, ne seduce e rapisce la figlia Carrie (Michelle Bronson). Inizio intrigante, ma conclusione deludente e scontata. Un Brad Pitt a inizio carriera è già carismatico nel ruolo del bad boy.

L'ultimo coraggio (Yellow), di Robert Zemeckis (**1/2),
con Kirk Douglas ed Eric Douglas
Sul fronte francese, durante la prima guerra mondiale, il generale Calthrob condanna alla fucilazione il proprio figlio Martin, macchiatosi di atti di codardia. Per consentirgli di redimersi, gli chiede di mostrarsi coraggioso davanti al plotone d'esecuzione, promettendogli che le armi saranno caricate a salve... Senza dubbio il migliore dei tre episodi, con un Douglas che – oltre a recitare insieme al suo vero figlio Eric, attore anch'egli ma meno noto del fratellastro Michael – torna su sentieri già battuti in "Orizzonti di gloria". Nel cast anche Lance Henriksen (il sergente) e Dan Aykroyd (il capitano).

23 dicembre 2016

Tokyo! (Gondry, Carax, Bong, 2008)

Tokyo! (id.)
di Michel Gondry, Leos Carax, Bong Joon-ho – Giappone/Francia/Germania/Corea del Sud 2008
con Ayako Fujitani, Denis Lavant, Teruyuki Kagawa
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli in inglese.

Film diviso in tre episodi, ambientati a Tokyo e diretti da tre registi (non giapponesi) noti per la loro cifra stilistica autoriale e bizzarra: i francesi Gondry e Carax e il sudcoreano Bong. Il risultato è originale e a suo modo godibile per il taglio surreale e grottesco, ma nel complesso non certo entusiasmante. Disagio, spaesamento e incomunicabilità sono i principali temi trattati: tutt'altro che un grido d'amore per la città (come invece erano stati altri film collettivi, tipo "Paris, je t'aime" o "New York, I Love You"). Tokyo fa qui da sfondo universale per le vicende di personaggi che, tutto sommato, avrebbero potuto svolgersi in qualsiasi altra metropoli (come dimostra il fatto che l'episodio di Gondry è tratto da un fumetto – di Gabrielle Bell – che originariamente era ambientato a New York).

Interior Design (**1/2), di Michel Gondry, con Ayako Fujitani e Ryo Kase
Akira e Hiroko, fidanzati con pochi soldi e poche prospettive, giungono a Tokyo dove lui – aspirante filmmaker – deve proiettare una pellicola in un festival underground. Ospitati momentaneamente da un'amica, cercano senza troppo successo un appartamento e un impiego. Mentre per Akira le cose cominciano ad andare bene (il suo film riceve una buona accoglienza, e intanto trova un lavoro seppur modesto), la ragazza si sente sempre più vuota e a disagio di fronte alle difficoltà e alle responsabilità della grande città. Si trasformerà in una sedia, e come oggetto di arredamento si sentirà finalmente utile. Nonostante il finale surreale, è l'episodio più intimo e malinconico, quello con la miglior sceneggiatura nonché quello che meglio sfrutta l'ambientazione urbana.

Merde (*1/2), di Leos Carax, con Denis Lavant e Jean-François Balmer
Un bizzarro individuo semi-preistorico, scalzo e con la barba rossa, fuoriesce da un tombino e semina il panico e il disordine per le strade di Tokyo. Merde (questo è il suo nome, decisamente programmatico) è una scheggia irrazionale e impazzita, elemento di disturbo e specchio deformante della società: mangia il denaro e i fiori, e odia la gente senza alcun motivo. Arrestato, viene processato (è difeso da un avvocato francese che gli somiglia incredibilmente e che comprende il suo linguaggio gutturale) e condannato a morte: ma sopravviverà all'impiccagione e sparirà nel nulla. Il cartello conclusivo preannuncia una sua trasferta a New York ("Merde in USA"), ma il personaggio riapparirà invece a Parigi in una scena del successivo film di Carax, "Holy Motors". È la prima volta che vedo qualcosa di questo regista, e francamente il suo approccio provocatorio, metaforico e volutamente sgradevole non sembra particolarmente di mio gusto.

Shaking Tokyo (**), di Bong Joon-ho, con Teruyuki Kagawa e Yu Aoi
Un hikikomori, che non esce di casa da dieci anni perché odia la luce del sole e il contatto visivo con le altre persone, rimane affascinato dalla ragazza che ogni settimana gli consegna a casa la pizza. Pur di rintracciarla, si azzarda a avventurarsi per le strade della città, scoprendole completamente deserte: quasi tutti gli abitanti, infatti, si sono reclusi in casa, proprio come lui. Ma le scosse di un terremoto li spingeranno a uscire... L'episodio più romantico e simbolico (molti i paralleli fra la vita umana e quella dei robot: la ragazza ha tatuati sul proprio corpo dei pulsanti che, se premuti, attivano le sue emozioni), ma anche il più esile. Per molti aspetti sembra anticipare i temi di "Castaway on the Moon", pellicola sudcoreana che uscirà l'anno successivo.

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

12 novembre 2016

Coffee and cigarettes (Jim Jarmusch, 2003)

Coffee and cigarettes (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2003
con Roberto Benigni, Cate Blanchett
**

Rivisto in divx.

Tutto aveva avuto inizio con un cortometraggio girato da Jarmusch nel 1986, intitolato appunto "Coffee and cigarettes", che vedeva i comici Roberto Benigni e Steven Wright seduti al tavolino di un bar, intenti a bere caffè, a fumare sigarette e a scambiarsi dialoghi surreali. Seguirono due altri episodi, nel 1989 ("Memphis Version", con Cinqué e Joye Lee, fratelli minori di Spike, e Steve Buscemi) e nel 1992 ("Somewhere in California", con Tom Waits e Iggy Pop), prima che il regista scegliesse di raccoglierli, insieme ad altri otto girati appositamente, in questo lungometraggio antologico. I fili conduttori dei vari segmenti sono gli stessi del corto originale: attori e personaggi dello spettacolo impegnati in conversazioni nonsense davanti ad abbondanti tazze di caffè e a pacchetti di sigarette in quantità industriale. Alcuni episodi sono più elaborati (quello in cui Cate Blanchett interpreta sia sé stessa che sua "cugina" Sherry, o quello con Alfred Molina e Steve Coogan che scoprono di essere lontani parenti), altri sono chiaramente improvvisati, e un paio prevedono anche l'intervento di un cameriere (interpretato a sua volta da qualche celebrità, come Steve Buscemi o Bill Murray), ma tutti condividono la medesima estetica (la fotografia in bianco e nero, la desolazione generale dei locali, il pattern a scacchiera dei tavolini) e la poetica di malinconica marginalità che caratterizza tanti film di Jarmusch. Anche se alcuni argomenti di conversazione (le invenzioni di Tesla, parentele vere o presunte) ritornano da una scena all'altra, la sensazione quasi sempre è quella di assistere a pause della vita quotidiana e a momenti fondamentalmente fini a sé stessi. La versione doppiata in italiano, in ogni caso, toglie gran parte del divertimento (soprattutto nel caso di Benigni).

24 maggio 2016

Siamo donne (Rossellini, Visconti, et al., 1953)

Siamo donne
di Alfredo Guarini, Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti – Italia 1953
con Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Anna Magnani
**

Visto in divx.

Film in cinque episodi, ideato da Cesare Zavattini per "applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi". A parte il primo segmento, infatti, gli altri quattro presentano celebri attrici nei panni di sé stesse. Ogni episodio è aperto, sui titoli di testa, da una successione di locandine dei film più famosi di ciascuna interprete. I segmenti dedicati a Ingrid Bergman e Anna Magnani sono decisamente comici e farseschi, mentre quelli di Alida Valli e Isa Miranda sono più drammatici e si incentrano sul loro desiderio di vivere una vita normale. Nel complesso, una pellicola interessante ma – come sempre capita con i film a episodi – di livello diseguale.

"4 attrici, 1 speranza" di Alfredo Guarini (*1/2)
Decine di ragazze si accalcano a Cinecittà per partecipare a un concorso per aspiranti attrici. Una di loro, infatti, sarà scelta per partecipare al film che stiamo guardando. La selezione è narrata in prima persona da Anna Amendola, che alla fine sarà scelta insieme a Emma Danieli. È l'episodio meno interessante, anche perché la caratterizzazione delle candidate (protagonista compresa) è quasi inesistente. Un anno prima era uscito "Bellissima" di Visconti, molto più efficace (e spietato) nel mettere in scena l'illusione e l'attrazione per il dorato mondo del cinema. Amendola e Danieli, così come qualche altra delle aspiranti attrici che si vedono sullo schermo (fra cui Marcella Mariani), avranno una breve carriera cinematografica negli anni a venire.

"Alida Valli" di Gianni Franciolini (**1/2)
Alida Valli è sommersa da obblighi e impegni, e trova sempre più soffocante l'ambiente in cui lavora, senza poter mai essere sé stessa. Per sfuggire a un noioso ricevimento, una sera decide di recarsi invece alla festa di fidanzamento della propria cameriera Anna. Qui scopre di invidiare la vita semplice ma genuina della ragazza e assapora un breve istante di "normalità". Forse perché desidera di essere al posto di Anna, comincia involontariamente a flirtare con il suo fidanzato: quando se ne rende conto, vergognandosi di sé stessa, abbandona anche questa festa. In fondo anche lì stava solo recitando.

"Ingrid Bergman" di Roberto Rossellini (**)
Ingrid Bergman racconta un episodio accadutole quando si era appena trasferita ad abitare con Rossellini in una bella villa fuori Roma. L'attrice dà vita a una vera e propria faida con il pollo di una vicina di casa, che accusa di entrare nel giardino e di rovinarle il roseto che accudisce con tanta cura. L'incidente ha un epilogo imbarazzante quando la Bergman chiude il pollo in un armadio perché stanno arrivando degli ospiti in casa, solo per veder giungere la vicina che l'accusa davanti a tutti di essere una "ladra di polli". Episodio abbastanza sciocco, niente più di una barzelletta, anche se sono da apprezzare l'autoironia e il carattere documentaristico, tipicamente rosselliniano.

"Isa Miranda" di Luigi Zampa (**)
Isa Miranda vive per il lavoro e nel culto della propria personalità, ma rimpiange di aver sacrificato tutto alla carriera e di non aver mai avuto il tempo di farsi una famiglia. Diventerà madre per un giorno quando si prenderà cura di quattro bambini di periferia, rimasti soli in casa perché i genitori sono fuori a lavorare. Dopo aver infatti portato in ospedale un bimbo che era rimasto ferito giocando in strada, l'attrice lo riconduce a casa e trascorre tutto il pomeriggio accudendo lui, i suoi fratellini e sorelline, e "giocando" a fare la mamma fino al ritorno di quella vera.

"Anna Magnani" di Luchino Visconti (**1/2)
Anna Magnani ricorda un episodio di dieci anni prima, quando lavorava nel teatro di varietà. Mentre si sta recando al lavoro in taxi, ha una discussione con l'autista perché questi pretende di farle pagare una lira di supplemento per il suo cane, un piccolo bassotto: l'attrice sostiene invece di non essere obbligata a pagare, trattandosi di un "cane da grembo". Decisa per principio a non darla vinta al tassista, la Magnani lo trascina prima da un poliziotto e poi direttamente in caserma. Alla fine le autorità le daranno ragione, ma nel frattempo avrà perso tempo e speso molto più di quanto avrebbe dovuto pagare inizialmente. L'episodio – il migliore del film, perché sorretto dalla verve di una Magnani come sempre vitale ed esuberante – si conclude con l'attrice, a teatro, che intona lo stornello "Com'è bello fa' l'amore quann'è sera".