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6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

5 febbraio 2023

Primo caso, secondo caso (A. Kiarostami, 1979)

Primo caso, secondo caso (Ghazieh-e shekl-e aval, ghazieh-e shekl-e dovom)
di Abbas Kiarostami – Iran 1979
con attori non professionisti
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Uno studente indisciplinato, seduto in fondo alla classe, disturba la lezione facendo rumore sul banco. Non riuscendo a identificare il responsabile, l'insegnante fa uscire dall'aula tutti i sette alunni dell'ultima fila, minacciando di lasciarli in punizione in corridoio per l'intera settimana, a meno che uno di loro non riveli chi era il colpevole. Dopo aver intervistato i genitori dei ragazzi, chiedendo loro come dovrebbero comportarsi (fare la spia oppure no?), Kiarostami proietta a questi e a un gruppo di educatori, intellettuali, leader politici e religiosi, due differenti "finali" della storia: nel primo caso, dopo due giorni uno degli studenti, seppure a malincuore, denuncia il compagno colpevole e viene così riammesso in classe a seguire le lezioni; nel secondo caso, tutti e sette gli alunni "resistono" per l'intera settimana senza tradirsi a vicenda. In entrambi i casi gli intervistati esprimono le proprie opinioni sull'accaduto. La maggior parte di essi elogia l'unità mostrata dagli alunni e condanna l'eventuale "traditore", in nome dei valori della solidarietà all'interno di una comunità o di un gruppo di appartenenza. Le critiche vengono invece rivolte per lo più all'insegnante, per averli messi in quella situazione, e al sistema educativo, visto come specchio di una società oppressiva, che incoraggia la delazione e il tradimento e che reprime la personalità dei suoi membri. Naturalmente, però, c'è anche chi condanna il comportamento indisciplinato di alunni che dovrebbero pensare soprattutto a studiare e a rispettare le regole. E quello che era un comune episodio di vita scolastica si colora di interpretazioni sociali e politiche. All'apparenza uno dei tanti corti e mediometraggi di ambientazione scolastica e dagli intenti pedagogici diretti da Kiarostami per conto del Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (non dissimile, per esempio, dal precedente "Due soluzioni per un problema"), questo film di una cinquantina di minuti è in realtà un importante documento della transizione dell'Iran da repubblica laica a stato islamico. Proprio mentre il regista lo stava completando, infatti, la rivoluzione guidata dall'ayatollah Khomeini rovesciava la monarchia e il regime dello scià, costringendo di fatto il regista a modificare il progetto (il "secondo caso" venne aggiunto in corso d'opera) e a cambiare la struttura del film, eliminando parte dei commenti già girati e aggiungendone di altri (in particolare le interviste ad alcuni dei "nuovi" leader politici e religiosi del paese). Ciò nonostante, il film venne vietato dalla censura (forse perché mostra comunque un dibattito non allineato, caratterizzato da una grande varietà di opinioni) ed è rimasto a lungo inaccessibile. Curiosità: gli alunni in piedi nel corridoio ricordano "I soliti sospetti".

24 marzo 2022

Due soluzioni per un problema (A. Kiarostami, 1975)

Due soluzioni per un problema (Dow rahehal baraye yek masaleh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1975
con Sahid, Hamid
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Prima di diventare un regista apprezzato nei maggiori festival internazionali, Abbas Kiarostami ha lavorato per il Kanun, l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, di cui è stato il responsabile del dipartimento cinematografico. Per l'istituto ha realizzato una serie di pellicole, documentari e cortometraggi con finalità educative, che gli hanno dato la possibilità di sperimentare la propria tecnica, di imparare a dirigere gli attori (a cominciare dai bambini) e di raccontare storie senza l'assillo dei risultati commerciali o delle imposizioni di regime. Uno dei primi cortometraggi è questo "Due soluzioni per un problema", ispiratogli da un episodio accaduto davvero a uno dei suoi figli a scuola. Protagonisti sono due piccoli amici, Nader e Dara: quando il secondo restituisce al primo il libro che gli aveva prestato, ma con la copertina strappata, comincia un'altalena di dispetti reciproci: in una vera e propria escalation, i due bambini si danneggiano a vicenda libri, cartelle, righelli e capi di vestiario (sembra di assistere a una comica di Stanlio e Ollio, con i due che fanno a turno a farsi degli sgarbi!), fino ad arrivare inevitabilmente a picchiarsi. Su una lavagna, si fa il riepilogo dei danni reciprocamente inflitti. Ma poi la storia ricomincia da capo, e si sviluppa in modo diverso: Dara aggiusta il libro danneggiato, incollando la copertina, e i due bambini rimangono amici. La voce narrante, che fino a lì aveva accompagnato lo svolgersi dell'azione, non fa alcuna morale: lascia che sia il (si presume) piccolo spettatore a trarre da sé le conclusioni, ovvero a quale delle "due soluzioni per un problema" sia meglio ricorrere in casi del genere. Ma osservando il film da un punto di vista cinematografico, è divertente notare come la prima "soluzione", quella del litigio, sia infinitamente più interessante e dinamica: senza di essa, senza lo sviluppo di un conflitto, e dunque senza il contrasto fra le due soluzioni, un eventuale cortometraggio che proponesse soltanto lo scenario conciliante e pedagogico risulterebbe blando e banale. È una piccola ma vera e chiarissima lezione su come costruire un plot accattivante! E nonostante la semplicità narrativa e la povertà di mezzi, è incredibile come un corto di poco più di quattro minuti sia capace di rimandare a mondi paralleli e storie a bivi (come "Sliding doors").

10 aprile 2019

Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009)

Mr. Nobody (id.)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Canada/Fra/Ger 2009
con Jared Leto, Diane Kruger
**

Visto in TV.

Nel 2092, all'età di 118 anni, Nemo Nobody (Jared Leto) è l'ultimo mortale rimasto in un mondo in cui la scienza (attraverso il rinnovo infinito delle cellule) ha donato a tutti l'immortalità. Ma non ricorda nulla del proprio passato: e una seduta di ipnosi rivelerà una serie di fatti contraddittori e alternativi fra loro. A partire da quando aveva nove anni e fu costretto a scegliere se rimanere con il padre o con la madre che stavano divorziando, la vita di Nemo ha infatti seguito tutte le possibili biforcazioni, come se le diverse linee temporali coesistessero. E così, saltando da una possibilità all'altra (o anche avanti e indietro nel tempo), assistiamo alle tante possibili evoluzioni della sua esistenza, a seconda che abbia scelto (e/o sposato) una delle tre donne della sua vita, Anna (Diane Kruger), Elise (Sarah Polley) o Jeanne (Linh Dan Pham), che sia diventato ricco o rimasto povero, che sia morto da giovane oppure no... Pellicola ambiziosa, surreale e filosofico-esistenziale, che si sviluppa in mille rivoli e direzioni differenti. Ma proprio in questo sta il suo punto debole, visto che le tante varianti si succedono senza che alcuna di essa acquisti un valore o un significato particolare ai nostri occhi: una cosa vale l'altra e tutto vale tutto. Troppo denso e lungo, il film – che procede per accumulo con uno stile a metà fra "Il meraviglioso mondo di Amelie", il Gondry di "Se mi lasci ti cancello" e Wes Anderson – stufa ben presto anche lo spettatore che si chiede dove il regista (anche sceneggiatore) voglia andare a parare, saltando di palo in frasca: dal coming-of-age al film romantico, dal fantascientifico (il viaggio su Marte) all'onirico-surreale (il mondo esterno "costruito" come in "The Truman Show"), dall'esplorazione di teorie scientifiche o presunte tali (l'effetto farfalla, l'entropia e la freccia del tempo) ai sentimenti e alle paure innate (l'amore, la perdita, la depressione), dal potere dell'immaginazione (ovviamente di un bambino) alle riflessioni sul caso e la scelta (a un certo punto Nemo si affida a una moneta, come il Due Facce di Batman). E alla fine si rimane con ben poco di concreto in mano, visto che la relativizzazione impera: non a caso si cita una (per me brutta) frase di Tennessee Williams, "Ogni cosa avrebbe potuto essere un'altra e avrebbe avuto lo stesso profondo significato". Un concetto che detesto, perché in realtà ogni significato lo elimina, giustificando invece quasiasi cosa! Anche Resnais affrontava temi simili (si pensi a "Smoking"/"No smoking"), ma puramente come gioco intellettuale, senza rivestirli di tanta zavorra metafisica. Persino la colonna sonora è un guazzabuglio che mescola "Casta diva" e "Mr. Sandman", Satie e la "Pavane" di Fauré, Bach e Britten. In ogni caso il film è molto bello visivamente (la fotografia è di Christophe Beaucarne), e quello di Leto come attore è un autentico tour de force. Toby Regbo e Juno Temple sono Nemo e Anna a quindici anni.

10 ottobre 2017

Tempo d'amare (Mohsen Makhmalbaf, 1990)

Tempo d'amare, aka I giorni dell'amore (Nobat e Asheghi)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Turchia 1990
con Shiva Gered, Abdurrahman Palay
**

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Tre varianti della stessa storia. Nella prima, la bella Ghozal (Shiva Gered) è sposata a un tassista (Menderes Samancilar) ma è innamorata di un giovane lustrascarpe (Aken Tunj), che vede clandestinamente in un cimitero. Testimone dei loro incontri è un uomo anziano (Abdurrahman Palay) che si reca fra le tombe per ascoltare in silenzio i suoni della natura e degli uccelli. Quando l'uomo rivela al marito di Ghozal la sua infedeltà, questi ucciderà il rivale e sarà condannato a morte, mentre Ghozal si avvelenerà. Nella seconda storia, i ruoli del marito e dell'amante sono scambiati: il risultato finale, però, è lo stesso. Infine, nella terza variante, torniamo alla situazione iniziale. Ma stavolta, anziché la gelosia e la violenza, prevarranno la compassione e l'amore. Curioso esperimento di storia "a bivi" (che ricorda, se vogliamo, i cortometraggi didattici di Kiarostami), nel solco di "Ombre ammonitrici" e "Destino cieco" (in seguito, naturalmente, ci saranno anche "Sliding doors" e "Lola corre"). Qui, però, tutto sembra fine a sé stesso e non suscita particolari riflessioni, anche perché nessuno dei personaggi (salvo forse il tassista) viene approfondito. Girato a Istanbul, il film è una co-produzione turco-iraniana. Abdurrahman Palay, che interpreta il vecchio con l'apparecchio acustico (quando se lo toglie, il film diventa muto), era un celebre e veterano attore turco di cinema e di teatro. Fra i temi ricorrenti spicca ovviamente quello della rinascita, strettamente collegato al mare (i pesci morti rigettati in acqua tornano a vivere, il tassista condannato a morte chiede di essere sepolto in mare perché così si reincarnerà).

16 settembre 2016

If only (Gil Junger, 2004)

If only (id.)
di Gil Junger – GB 2004
con Paul Nicholls, Jennifer Love Hewitt
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo aver assistito alla morte della fidanzata Samantha (Hewitt) in un incidente stradale, il giovane manager londinese Ian (Nicholls) scopre, al risveglio, di avere la possibilità di rivivere l'intera giornata. Ne approfitterà per compiere scelte diverse, nella speranza di cambiare le cose, trascorrendo momenti preziosi insieme alla ragazza e imparando finalmente il vero significato dell'amore. Da uno spunto a metà strada fra "Ricomincio da capo" e i film di Frank Capra, una pellicola che – idea iniziale a parte – non sfugge dai cliché del genere romantico, caratterizzazione dei protagonisti compresa. Almeno fino al finale, che giunge in un certo senso inaspettato: peccato che tanto la sceneggiatura quanto la regia sprechino l'occasione senza chiudere adeguatamente il cerchio o mostrare consapevolezza da parte di Ian, vanificando di fatto l'elemento soprannaturale e riducendolo a un semplice gimmick. Gradevole a tratti, soprattutto nella prima parte, ma incapace di decollare e, alla resa dei conti, del tutto dimenticabile. Tom Wilkinson è il tassista misterioso. La canzone di Samantha è stata composta e cantata dalla stessa Hewitt.

18 ottobre 2015

Coherence (James Ward Byrkit, 2013)

Coherence (id.)
di James Ward Byrkit – USA/GB 2013
con Emily Baldoni, Maury Sterling
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quattro coppie di amici si ritrovano a cenare in casa di una di loro. Ma il passaggio di una cometa scatena strani effetti: i telefoni e internet smettono di funzionare, la luce va via e gli otto amici si scoprono isolati dal resto del mondo. Ben presto si rendono conto che l'unica casa visibile nel quartiere è in realtà la loro stessa casa, abitata da versioni "parallele" di sé stessi. La cometa ha infatti portato a "coesistere" delle realtà differenti, incoerenti fra loro e normalmente separate, ma che per breve tempo condividono lo stesso spazio... Proprio come gli stati della meccanica quantistica (resi popolari dal celebre esperimento del gatto di Schrödinger). Opera prima del regista e sceneggiatore James Ward Byrkit, un thriller pseudoscientifico, girato praticamente tutto in una stanza, che prende spunto dai concetti della fisica moderna per far riflettere i personaggi su sé stessi, sul proprio passato e presente, su cosa avrebbe potuto essere e non è stato, e sulle possibile svolte della propria vita (si cita anche "Sliding doors"), al punto da voler affrontare e sopprimere il proprio lato oscuro (o, al contrario, scoprire che i "gemelli malvagi" sono loro e non gli altri). Il tutto con la tensione che monta man mano che il tempo scorre e ci si rende conto che "nessuno torna alla casa che ha lasciato": le varie realtà si mescolano in continuazione, col rischio che – dopo che il corpo celeste sarà passato – gli stati collassino in uno solo, magari non quello più auspicabile. Accattivante dal punto di vista intellettuale e girato con pochi mezzi ma tante idee, il film potrebbe essere accostato ad altre pellicole indipendenti come "Cube" o "Primer". I dialoghi, assai realistici e che spesso vedono più voci sovrapporsi (come nelle chiacchiere reali, o nei film di Rohmer), sono stati in parte improvvisati dagli attori stessi.

22 settembre 2015

Right now, wrong then (Hong Sang-soo, 2015)

Right now, wrong then (Jigeum-eun matgo geuttaeneun teullida)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2015
con Jeong Jae-yeong, Kim Min-hee
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Ham Chun-su, regista affermato e donnaiolo, è giunto nella fredda città di Suwon con un giorno di anticipo per assistere alla proiezione di un suo film in un cineclub locale e partecipare al dibattito che ne seguirà. Mentre cerca di ingannare il tempo incontra una giovane pittrice, Hee-jung, e trascorre la giornata con lei, ma i suoi tentativi di sedurla non andranno a buon fine. Assisteremo poi alla stessa storia una seconda volta, ma con piccoli particolari cambiati: questa volta Chun-su si dimostrerà più sincero e onesto nel suo approccio a Hee-jung, senza tacerle il fatto di essere sposato e senza adulare la sua arte con frasi fatte e preconfezionate, riuscendo così a stringere con la ragazza un legame assai più empatico e duraturo. Hong Sang-soo aveva già frequentato il tema delle sliding doors in diversi lavori precedenti ("Virgin stripped bare by her bachelors", "In another country"), e qui ancora una volta ci mostra due varianti della stessa storia in cui il protagonista, comportandosi in modo leggermente diverso, altera profondamente la propria esperienza e quella di coloro che incrocia durante il breve soggiorno. Un interessante esercizio narrativo, ben sorretto da personaggi la cui costruzione – e decostruzione – psicologica è favorita dal meccanismo della ripetizione (senza contare che, una volta che ci sono già familiari, seguiamo le loro vicende con maggior partecipazione), e da una regia minimalista e quasi paesaggistica (con occasionali zoom e movimenti di macchina ben definiti), sempre attenta al quotidiano e all'ambiente circostante. E alla fine, la neve che cade e che ricopre la città di provincia simboleggia la rinascita e un nuovo inizio, una pagina bianca da cui ripartire lasciandosi alle spalle la solitudine e l'infelicità. Il film, che ha il grande pregio di non lasciare che i concetti teorici alla sua base sovrastino le emozioni e i messaggi che intende veicolare, ha vinto il Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

24 dicembre 2013

The family man (Brett Ratner, 2000)

The Family Man (id.)
di Brett Ratner – USA 2000
con Nicolas Cage, Téa Leoni
**

Visto in divx, con Sabrina.

Jack Campbell (Nicolas Cage), ricco broker finanziario con un lussuoso appartamento a Wall Street, il lavoro come unica priorità e una donna diversa ogni notte, è convinto di non aver null'altro da chiedere alla vita. Proprio alla vigilia di Natale, per dimostrargli che ha torto, una misteriosa entità (Don Cheadle) gli mostra cosa sarebbe accaduto se tredici anni prima avesse scelto di sposare la sua fidanzata dell'epoca, Kate (Téa Leoni), anziché volare a Londra per cogliere un'opportunità di carriera: sarebbe diventato un "padre di famiglia", con due bambine, un impiego modesto, una piccola casetta nei sobborghi, ma anche tanta felicità. Fra Dickens ("Canto di Natale") e Frank Capra ("La vita è meravigliosa"), una commedia romantica-natalizia-fantastica a sfondo morale. I temi sono quelli soliti: le scelte che facciamo ci cambiano, la famiglia è la cosa più importante e la ricchezza è incompatibile con la felicità (un concetto, quest'ultimo, ipocritamente onnipresente nel cinema americano mainstream, dove peraltro sembra che ogni cosa ruoti intorno al denaro). Bravo Cage (che all'inizio canta "La donna è mobile") e il resto del cast (che graziosa la bambina!), ma tutto è assai schematico e prevedibile, anche se il finale è quello giusto.

29 dicembre 2012

Vita di Pi (Ang Lee, 2012)

Vita di Pi (Life of Pi)
di Ang Lee – USA 2012
con Suraj Sharma, Irrfan Khan
**1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Sabrina, Marco ed Eleonora.

L'indiano Piscine Molitor Patel (che prende il suo bizzarro nome da una piscina di Parigi), detto "Pi", racconta a uno scrittore – giunto da lui in cerca di materiale per un libro – l'incredibile vicenda che lo ha visto protagonista da giovane. Sin da adolescente, nella sua ricerca di spiritualità, era entrato in contatto – oltre che con l'induismo – anche con il cristianesimo e l'islam, finendo con l'abbracciare tutte e tre le religioni. Durante un viaggio per mare verso il Canada con la sua famiglia (il padre, proprietario di uno zoo, aveva deciso di trasferire la sua attività oltreoceano, portando con sé tutti gli animali), la nave su cui era a bordo viene investita da una tempesta e fa naufragio, e Pi si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme a Richard Parker, una feroce tigre del bengala. Navigherà in mezzo all'oceano per diversi mesi, sopravvivendo grazie a mille risorse e alla forza di volontà, lottando contro la fame e la sete e cercando in ogni modo di tenere a bada – e in vita – l'animale, prima di approdare sano e salvo sulla terraferma. Tratto dal romanzo omonimo di Yann Martel, il film affascina per la bellezza delle immagini (difficile togliersi dalla mente le distese marine e gli straordinari incontri notturni con le meduse o la balena) e la consueta capacità affabulatoria di Ang Lee (che lo ha diretto dopo gli iniziali rifiuti di M. Night Shyamalan, Alfonso Cuarón e Jean-Pierre Jeunet). Convince meno invece quando vorrebbe emozionare o – peggio ancora – far riflettere sull'esistenza (o meno) di Dio. Agli ufficiali giapponesi della compagnia di navigazione che gli chiedono di raccontare la sua avventura, infatti, Pi fornisce due versioni diverse: quella fantastica e inverosimile che anche noi spettatori abbiamo visto sullo schermo, e una alternativa, più credibile e prosaica, in cui il ragazzo si trova sulla scialuppa in compagnia del cuoco di bordo (interpretato da Gérard Depardieu) e da altri due passeggeri che il cuoco uccide per nutrirsi della loro carne. Al termine del racconto, il ragazzo domanda agli ufficiali quale delle due storie preferiscano. E poiché non è possibile dimostrare quale sia quella vera (né la cosa è rilevante per determinare la causa del naufragio), essi scelgono quella "più bella", ossia quella con la tigre. La fede in Dio, cioè la decisione di credere nella sua esistenza, secondo Pi agisce nello stesso modo: un mito, si sa, ha più fascino rispetto alla cruda realtà dei fatti. Ma il fardello teologico e filosofico, peraltro banalotto, appesantisce un film che dal punto di vista del comparto tecnico è invece un vero gioiellino: ottimi, per esempio, gli effetti visivi (la tigre e gli altri animali sono ovviamente digitali), il cui ampio utilizzo – per non parlare della scelta del 3D – ha portato i geni del marketing a pubblicizzare la pellicola come "Il nuovo Avatar". Curiosamente, proprio la consapevolezza di aver assistito a una finzione cinematografica cancella in parte l'ambiguità del finale (e guarda caso, la seconda versione della storia non viene mostrata per immagini ma soltanto narrata a parole del protagonista).

22 gennaio 2012

Ombre ammonitrici (A. Robison, 1923)

Ombre ammonitrici (Schatten - Eine nächtliche Halluzination)
di Arthur Robison – Germania 1923
con Fritz Kortner, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube.

Nella casa di un ricco gentiluomo e della sua bella moglie giungono alcuni ospiti per cena: ma il padrone di casa si strugge di gelosia perché è convinto che la donna lo tradisca con uno degli invitati. Attraverso il suo spettacolo di ombre cinesi, un misterioso artista ambulante mostrerà a tutti una visione di quelle che potrebbero essere le tragiche conseguenze delle loro azioni. Fra Dickens e "Caligari", un film muto che si iscrive nel solco dell'espressionismo tedesco con la sua commistione fra realtà e fantasia, e che affronta il tema delle "ombre" su più piani: quelle dell'inconscio e dell'animo umano (la gelosia, il tradimento, la vendetta), che la magia – o l'ipnotismo – del bizzaro teatrante lascia libere di scatenarsi fino alle più cruente conseguenze; e quelle del mondo reale, specchio o distorsione della realtà, con le quali la regia gioca in continuazione, proiettandole sui muri dietro i personaggi (che sono illuminati dal basso) e di volta in volta minacciose, allusive o ironiche (con finezze come le scene in cui gli ospiti si divertono ad "accarezzare" l'ombra della donna, mentre il marito crede che la stiano davvero toccando; quella in cui la luce della candela rivela la sua silhouette dietro i vestiti mentre balla; o ancora quella in cui il marito vede la propria testa "adornata" dalle corna appese al muro). Persino i "capitoli" in cui è diviso il film sono indicati dall'ombra di una mano con una, due o tre dita sollevate. L'impianto scenico della pellicola è molto teatrale, sin dai titoli di testa dove i personaggi sono presentati al pubblico sul palco di un teatrino, e le scenografie e i buffi costumi sono decisamente ottocenteschi; ma la resa cinematografica è garantita dagli effetti visivi (i giochi di ombre, appunto, già usati in chiave suggestiva dalla settima arte sin dai tempi de "I prevaricatori" di Cecil B. DeMille) che contribuiscono alla descrizione di un ambiente dove le convenzioni sociali e borghesi lasciano via via il posto alla decadenza, all'erotismo, alla violenza e al sadismo. Nel cast, anche Gustav von Wangenheim (il giovane amante) e Alexander Granach (l'artista delle ombre), entrambi già nel "Nosferatu" di F.W. Murnau. Da notare che in tutta la pellicola non c'è alcun cartello di dialogo. Il titolo originale recita "Ombre – Un'allucinazione notturna".

28 agosto 2010

On your mark (H. Miyazaki, 1995)

On your mark
di Hayao Miyazaki – Giappone 1995
animazione tradizionale (video musicale)
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Per il video della canzone "On your mark" (interpretata da Chage & Aska, una delle coppie più celebri del pop giapponese fra gli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta), Hayao Miyazaki e gli animatori dello studio Ghibli hanno realizzato un vero e proprio minifilm di sette minuti. L'ambientazione è fantascientifica: in una megalopoli sotterranea, dove l'umanità si è rifugiata per paura della contaminazione radioattiva, due poliziotti (alter ego degli stessi Chage & Aska) cercano di restituire la libertà a una ragazza con le ali d'angelo, dapprima tenuta prigioniera da una setta religiosa e poi dagli scienziati dell'esercito. Un primo tentativo di fuga va male, ma il video ne mostra subito dopo un secondo che invece si conclude con il lieto fine: i tre personaggi giungono in superficie dove scoprono che la natura è rifiorita e che la vita è di nuovo possibile. Disegni e animazione sono accattivanti e recano l'inconfondibile firma di Miyazaki (riconoscibile soprattutto nel character design), mentre la canzone – se non proprio memorabile – è almeno orecchiabile.

23 luglio 2010

Destino cieco (K. Kieślowski, 1981)

Destino cieco (Przypadek)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1981
con Bogusław Linda, Monika Goździk
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Il caso governa l'esistenza del giovane Witek, nato a Poznań durante la rivolta del 1956. A seconda che urti un ubriaco alla stazione o lo eviti, riuscendo così a prendere o meno il treno che dovrebbe riportarlo a Varsavia dopo la morte del padre, finirà col conoscere persone differenti e seguire percorsi di vita alternativi: diventerà un attivista politico e farà carriera all'interno del partito comunista; o collaborerà con un movimento di resistenza clandestina e si convertirà al cristianesimo; oppure ancora terminerà gli studi di medicina, sposerà una compagna di corso e si manterrà equidistante da ogni presa di posizione politica. Prima di "Sliding doors", "Smoking/No smoking" e "Lola corre", Kieślowski ha messo in scena l'idea che un evento insignificante possa cambiare completamente il corso della vita di un uomo, mostrandone tre differenti svolgimenti come nelle "storie a bivi" di disneyana memoria. Ma alla fine il destino incombe e porta comunque nella direzione che vuole lui. Anche se non si sfugge alla sensazione di trovarsi di fronte a un giochino intellettuale un po' fine a sé stesso e che esprime in fondo concetti non troppo profondi (per non parlare della nonchalance con la quale il protagonista intraprende strade completamente diverse l'una dall'altra, come se per sua natura fosse privo di convinzioni, ideologie o inclinazioni personali in grado di dirigerlo comunque in una determinata direzione), il film è interessante per il suo approccio "politico" e per la descrizione sfaccettata di un periodo turbolento della storia polacca (le ingerenze del partito comunista nella vita di tutti i giorni, le comunità giovanili che si organizzavano per far circolare idee libere e pubblicazioni non autorizzate, le pastoie burocratiche e di regime che controllavano l'attività di ogni cittadino). Non a caso, per problemi di censura, uscì nei cinema soltanto nel 1987. Formidabile l'incipit, quasi incomprensibile a una prima visione della pellicola, con una successione di brevi flash che riassumono in pochi minuti l'intero passato di Witek.

24 dicembre 2009

A Christmas Carol (R. Zemeckis, 2009)

A Christmas Carol (id.)
di Robert Zemeckis – USA 2009
animazione digitale
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Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Hiromi.

Dal celeberrimo racconto natalizio a sfondo morale di Charles Dickens, già adattato in passato numerose volte al cinema (nonché fonte di ispirazione per il personaggio disneyano di Zio Paperone, creato da Carl Barks e chiamato in originale appunto Scrooge, come il protagonista del racconto dickensiano: non a caso proprio il vecchio papero è la star dell'adattamento a cartoni animati del 1983), Zemeckis realizza il suo terzo film consecutivo in performance capture e in 3D dopo "Polar Express" e "Beowulf". Visti i flop precedenti, stavolta ha forse voluto andare sul sicuro scegliendo una fonte letteraria "classica" e tradizionale che in qualche modo facesse da contraltare alle innovazioni e alle sperimentazioni tecniche. La tecnologia a disposizione degli animatori si fa infatti sempre più raffinata, e i risultati si vedono, ma continuo ad avere dubbi sul character design (c'è da dire che stavolta alcuni personaggi – fra cui il protagonista – hanno comunque fattezze un po' caricaturali; altri invece sono invece più realistici e infatti non convogliano la minima emozione). L'adattamento è piuttosto fedele al racconto originale, e la sceneggiatura non ne attenua i passaggi più cupi o macabri, anche se sono state aggiunte diverse sequenze d'azione (a base di corse, inseguimenti, capitomboli) che c'entrano un po' come i cavoli a merenda: ma evidentemente sono state ritenute necessarie per intrattenere un pubblico che da un film d'animazione si attende anche e soprattutto queste cose. Jim Carrey ha "recitato" e dato la voce (nella versione originale) a tutti i personaggi principali: l'avarissimo Ebenezer Scrooge (da bambino, da giovane e da anziano) e i tre spiriti che gli fanno visita, rispettivamente il fantasma dei natali passati, quello dei natali presenti e quello dei natali futuri (caratterizzati in maniera molto diversa fra loro: una fiammella leggera il primo; una creatura gaudente ma ambigua il secondo; un'ombra oscura, muta e angosciante il terzo). Il resto del "cast virtuale" comprende Gary Oldman (anch'egli con ruoli multipli: il suo socio defunto di Scrooge, Marley; l'impiegato Bob Cratchit; e il figlioletto di quest'ultimo, Tim), Colin Firth, Robin Wright Penn e Bob Hoskins. Rimane ancora il dubbio che il film sia uno sfoggio di tecnica e di effetti tridimensionali fini a sé stessi; per fortuna c'è la storia di Dickens a fornire "l'anima" e, in certi passaggi, un minimo di sense of wonder, anche se con le ali un po' tarpate per alcune discutibili scelte di regia: quando il secondo spirito fa sorvolare i tetti di Londra a Scrooge, per esempio, noi spettatori non riusciamo a provare le stesse emozioni del personaggio perché lo stesso viaggio a volo d'uccello sulle case lo avevamo già sperimentato, fuori dal contesto narrativo, durante i titoli di testa.

14 ottobre 2006

Lola corre (Tom Tykwer, 1998)

Lola corre (Lola rennt)
di Tom Tykwer – Germania 1998
con Franka Potente, Moritz Bleibtreu
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Rivisto in DVD, con Michele.

Fantasioso e videoclipparo, il film che ha fatto conoscere Tykwer è un energico e movimentato viaggio nel mondo del caso e delle coincidenze, ispirato probabilmente a Tarantino per i personaggi e la struttura temporale ma anche e soprattutto a pellicole "a bivi" come "Destino cieco", "Sliding Doors" o "Smoking/No Smoking": la vicenda viene infatti ripetuta tre volte, ogni volta con lievi modifiche che portano a un risultato del tutto differente. La trama, in sé, è molto semplice: Lola, una giovane ragazza, ha solo venti minuti di tempo per trovare 100.000 marchi prima che il suo balordo fidanzato, che li doveva consegnare a un gangster e li ha dimenticati sulla metropolitana, compia una rapina per disperazione. Tykwer ricorre a ogni espediente tecnico per raggiungere un risultato finale molto estetizzante: la musica, ritmica e ossessiva come il ticchettio di un orologio; i disegni animati, realizzati da Gil Alkabetz (di cui, anni fa, avevo visto ed apprezzato ad Annecy un divertente cortometraggio chiamato "Rubicon"); gli improvvisi squarci nel futuro delle persone che Lola incrocia durante la sua forsennata corsa; l'uso rapido e conciso dei flashback; i cambi di inquadrature e di prospettive nel mostrare sequenze apparentemente ininfluenti (come l'attraversamento di una piazza dalla pavimentazione geometrica). C'è anche il sospetto, a dire il vero, che alcuni elementi del film siano stati inseriti in maniera un po' gratuita e velleitaria (i discorsi filosofici introduttivi, per esempio, che vogliono dire tutto e nulla), ma la pellicola si lascia ricordare anche per i due bravi attori e per le immagini della Potente (nomen omen) che corre con la capigliatura rosso fuoco al vento.