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25 gennaio 2021

Ore disperate (William Wyler, 1955)

Ore disperate (The Desperate Hours)
di William Wyler – USA 1955
con Humphrey Bogart, Fredric March
**1/2

Visto in divx.

Tre pericolosi criminali (Humphrey Bogart, Dewey Martin e Robert Middleton), appena evasi dal carcere, si rifugiano in una villetta a schiera nei sobborghi di Indianapolis, prendendo in ostaggio la famiglia che ci abita (Fredric March, Martha Scott, Mary Murphy e Richard Eyer). Da un romanzo e un'opera teatrale di Joseph Hayes (autore anche della sceneggiatura), ispirati a eventi reali, un thriller ad alta tensione, capostipite del cosiddetto filone dell'home invasion che ci darà film come "Gli occhi della notte", "Panic room" e "Funny games". Il tema è quello del male e del terrore che, dall'esterno, si insinuano nella routine quotidiana e apparentemente idilliaca di una famigliola felice: ma l'esperienza aiuterà i suoi membri a tirare fuori il meglio di sé e a superare i propri problemi (il figlioletto ribelle si riconcilia con il padre, il fidanzato della figlia sarà accolto nel nucleo domestico). Peccato che non si rifugga da caratterizzazioni stereotipate (la famiglia modello, i criminali spietati) e da personaggi che a tratti si comportano in maniera irrazionale: inoltre i membri della famiglia Hilliard sono tutti abbastanza antipatici, con il loro perbenismo di fondo, mentre i cattivi non hanno particolari qualità, a parte forse Hal, il fratello minore del capobanda Glenn Griffin, che – forse perché più giovane – dimostra di non essere (ancora) del tutto incallito. Bogey aveva già interpretato numerose parti da gangster e da villain, soprattutto all'inizio della sua carriera (ma non solo: basti pensare a "Il diritto di uccidere"). Arthur Kennedy, Whit Bissell e Ray Collins sono i poliziotti. Nello spettacolo di Broadway scritto da Hayes, prima del film, il ruolo del criminale era interpretato da Paul Newman. Molto bella la fotografia di Lee Garmes (la pellicola fu la prima in bianco e nero a uscire nel nuovo formato panoramico ad alta risoluzione VistaVision). Rifatto da Michael Cimino nel 1990 (con Mickey Rourke e Anthony Hopkins).

28 luglio 2020

L'ereditiera (William Wyler, 1949)

L'ereditiera (The Heiress)
di William Wyler – USA 1949
con Olivia de Havilland, Montgomery Clift
***

Visto in divx, per ricordare Olivia de Havilland.

Caterina Sloper (Olivia de Havilland) è bruttina, timida, asociale, goffa, poco portata per le arti e la conversazione. Secondo il padre, il dottor Austin Sloper (Ralph Richardson), che la paragona in continuazione alla moglie defunta (un paragone sempre sfavorevole, naturalmente), la sua unica virtù è data dalla ricchezza di famiglia: per questo motivo, quando il bellimbusto squattrinato Morris Townsend (Montgomery Clift) comincia a farle la corte, il medico sospetta immediatamente che si tratti di un cacciatore di dote. Ma Caterina, ingenua e alla prima esperienza amorosa, ignora le proteste del padre e si ostina a voler sposare il suo spasimante. Peccato che questi, di fronte alla prospettiva che la ragazza venga diseredata dal ricco genitore, si eclissi all'improvviso. Sarà una Caterina ormai maturata e indurita, che ha "imparato a leggere gli uomini", quella che lo rivedrà anni dopo... Ispirato a un romanzo di Henry James ("Washington Square"), un melodramma romantico di ambientazione ottocentesca, psicologicamente feroce e romanticamente pessimista, che mette in scena la disillusione che porta al cinismo. Fu proprio la De Havilland (che per questo ruolo vinse il secondo dei suoi due Oscar come miglior attrice), dopo aver assistito a una rappresentazione teatrale tratta dal romanzo di James, a suggerire ai produttori e al regista William Wyler di trarne un film, scritturando come sceneggiatori gli autori del dramma (Ruth e Augustus Goetz). Rispetto a quest'ultimo, il personaggio di Morris è più ambiguo e sfumato (a lungo anche noi spettatori rimaniamo nel dubbio sulla sincerità delle sue azioni), e come risultato tutti i tre personaggi principali (Caterina, Morris e il padre) possono essere letti in chiave positiva o negativa. In fondo Morris, anche se attratto dal denaro, avrebbe potuto amare sinceramente Caterina per tutta la vita (una cosa non esclude l'altra), e anche il padre, pur non riconoscendo le qualità della figlia, pare comunque preoccupato per il suo bene e la sua felicità, commettendo naturalmente l'errore di confondere la troppa protezione con l'amore. A fungere da commento musicale è il tema di "Plaisir d'amour", che Morris suona anche al pianoforte (Elvis Presley e la sua "Can't Help Falling in Love", naturalmente, erano ancora da venire). Miriam Hopkins è la "romantica" zia Lavinia. Oltre a quello per la miglior attrice, il film vinse altri tre Oscar (per le scenografie, i costumi e la colonna sonora) per un totale di quattro statuette su otto nomination.

26 giugno 2020

La signora Miniver (William Wyler, 1942)

La signora Miniver (Mrs. Miniver)
di William Wyler – USA 1942
con Greer Garson, Walter Pidgeon
***

Visto in divx.

In una cittadina di campagna nell'Inghilterra del 1939, la casalinga Kay Miniver (Garson) conduce un'esistenza serena e spensierata insieme al marito architetto Clem (Pidgeon) e i figli, con le preoccupazioni maggiori che riguardano l'acquisto di un cappello o di una nuova automobile. Ma lo scoppio della seconda guerra mondiale cambierà tutto, portando tensione e dramma nella felicità della famiglia. Ispirato a un personaggio creato dalla scrittrice Jan Struther per una rubrica su un quotidiano britannico, un film che racconta le tragedie belliche dal punto di vista di chi rimane a casa. Fu messo in cantiere nel 1940, quando gli Stati Uniti erano ancora neutrali: ma gli eventi del mondo reale, che si succedettero durante la lavorazione, spinsero Wyler e i suoi collaboratori a modificare più volte la sceneggiatura e anche a modificare sequenze già girate, come quella del confronto fra la signora Miniver e l'aviatore tedesco abbattuto, cui venne aggiunta la scena in cui la donna lo schiaffeggia in risposta alle sue minacce. Anche il celeberrimo sermone finale del vicario del villaggio, nella chiesa semidistrutta dalle bombe ("Perché questa non è solo una guerra di soldati in uniforme... È anche una guerra della gente, di tutta la gente, e deve essere combattuta non solo sul campo di battaglia ma nelle città e nei villaggi, nelle fabbriche e nelle fattorie, nelle case e nel cuore di ogni uomo, donna e bambino che ami la libertà"), fu completamente riscritto da Wyler e dall'attore Henry Wilcoxon il giorno prima delle riprese, dopo che l'attacco di Pearl Harbor aveva trascinato in guerra anche gli Stati Uniti. Il presidente americano Roosevelt lo apprezzò a tal punto da riutilizzarne alcuni passaggi in volantini e materiali propagandistici da lanciare sui territori occupati, mentre il ministro della propaganda tedesca Goebbels considerava suo malgrado la pellicola come uno dei migliori esempi di propaganda cinematografica, ammirandola segretamente, anche perché coinvolgeva emotivamente lo spettatore senza essere apertamente anti-tedesca. E se oggi può sembrare retorico, in realtà il film va contestualizzato nel momento in cui uscì. La sua ingenuità tipicamente hollywoodiana ebbe in particolare una forte presa sul pubblico inglese, aiutandolo a identificarsi nei valori del coraggio, del sacrificio e della resistenza.

Al di là di questi aspetti, il lungometraggio è comunque notevole sia dal lato tecnico che da quello artistico. Se comincia come una commedia o una satira sociale all'acqua di rose, con personaggi sciocchi e svagati (l'unico che mostra una sorta di coscienza e consapevolezza sociale è Vincent (Richard Ney), il figlio maggiore dei Miniver, che torna da Oxford pieno di idee contro le ingiustizie e le disuguaglianze: fu un modo per comunicare al pubblico americano che gli inglesi non erano più soltanto un popolo di aristocratici eccentrici, anacronistici e privilegiati, come erano spesso stati ritratti fino ad allora nel cinema hollywoodiano), i toni cambiano lentamente man mano che gli eventi della guerra cominciano a influire sullo stile di vita e le abitudini della gente comune. Le dinamiche della vita famigliare – come il fidanzamento di Vincent con Carol (Teresa Wright), nipote di Lady Beldon (May Whitty), la nobile matrona del villaggio – e i piccoli episodi della quotidianità – su tutti il concorso locale di floricultura, dove il capostazione Ballard (Henry Travers) presenta la rosa che ha voluto chiamare "Signora Miniver", sfidando apertamente Lady Beldon, da sempre abituata a vincere la gara senza concorrenti – sono sempre più spesso inframmezzati da momenti di tensione e di paura, come quelli causati dai bombardamenti nemici. E a lungo andare, tutti hanno l'occasione per fare la propria parte: chi sul campo di battaglia (Vincent si arruola nella RAF) e chi da civile (Clem è uno dei tanti che, con la propria barca, partecipa all'evacuazione di Dunkerque). A un certo punto, durante la visione, viene da chiedersi come il film potrà concludersi, essendo stato realizzato quando il conflitto era ancora in corso (impossibile dunque un "lieto fine" con la vittoria della guerra): ma la tragedia che colpisce la famiglia giunge comunque inattesa, abbattendosi peraltro sul personaggio che meno ci si aspettava, il che finisce col dare maggiore sostanza emotiva al sermone finale. Enorme successo di pubblico e di critica: ben 12 nomination agli Oscar (di cui cinque agli interpreti per Garson, Pidgeon, Wright, Whitty e Travers), con sei premi vinti: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, attrice e attrice non protagonista. Nel 1950 ci sarà un sequel, "Addio signora Miniver", di H.C. Potter.

11 settembre 2019

I migliori anni della nostra vita (W. Wyler, 1946)

I migliori anni della nostra vita (The best years of our lives)
di William Wyler – USA 1946
con Dana Andrews, Fredric March, Harold Russell
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla conclusione della seconda guerra mondiale, tre soldati americani appena tornati a casa – il capitano dell'aeronautica Fred Derry (Andrews), il sergente di fanteria Al Stephenson (March) e il marinaio Homer Parrish (Russell) – cercano, non senza difficoltà, di riadattarsi alla vita civile. Fred, eroe pluridecorato in battaglia, fatica a trovare un lavoro decente e questo mette a repentaglio il suo fresco matrimonio con la bionda ed esigente soubrette Marie (Virginia Mayo). Il veterano Al, che ritrova ad attenderlo la paziente moglie Milly (Myrna Loy) e i figli Peggy e Rob, riprende a lavorare in banca, dove si occupa di concedere prestiti ad altri reduci privi di garanzie finanziarie. Homer, rimasto mutilato in guerra, teme che la sua fidanzata Wilma (Cathy O'Donnell) non voglia più stare al suo fianco ora che ha delle protesi meccaniche al posto delle mani. Stupisce pensare che già nel 1946 (la lavorazione del film iniziò solo sette mesi dopo la fine del conflitto) si portassero sullo schermo le problematiche del reinserimento dei reduci nella società, con tanto di riflessioni sulla sindrome di stress post-traumatico (Fred ha continui incubi relativi alle sue missioni e alla morte dei suoi commilitoni), sulle difficoltà nei rapporti familiari e sui problemi economici. Della guerra si parla molto (e anche dei timori sul futuro, ora che l'energia nucleare è stata liberata), ma non la si vede mai: priva di flashback, la pellicola (lunga quasi tre ore) si concentra con grande realismo sulla descrizione dell'America post-bellica (è ambientata a Boone City, fittizia città di provincia ispirata a Cincinnati), sulle relazioni umane dei personaggi, sui loro sogni e sulle loro paure. Fra le sottotrame che collegano le vicende dei tre protagonisti, spicca quella “romantica” fra Fred e la figlia di Hal, Peggy (Teresa Wright). Memorabile la scena finale, girata in un “cimitero” di aeroplani da combattimento da demolire. Russell non era un attore professionista, ma un autentico veterano di guerra (le sue protesi non sono finte). La sceneggiatura di Robert E. Sherwood è tratta da un racconto (“Glory for Me”) dell'ex corrispondente di guerra MacKinlay Kantor. Ottime le interpretazioni, la regia di Wyler e la fotografia di Gregg Toland, che aiutarono la pellicola a riscuotere un enorme successo di pubblico e critica: vinse ben sette premi Oscar – quelli per il miglior film, regista, attore protagonista (March), non protagonista (Russell), montaggio, sceneggiatura e colonna sonora – più altre due statuette onorarie (a Russell e al produttore Samuel Goldwyn). Esiste un remake televisivo del 1975, con Tom Selleck. Nessun legame, invece, con l'omonima canzone di Renato Zero e con il film del 2019 di Claude Lelouch.

18 gennaio 2018

La legge del Signore (William Wyler, 1956)

La legge del Signore, aka L'uomo senza fucile (Friendly Persuasion)
di William Wyler – USA 1956
con Gary Cooper, Dorothy McGuire
**

Visto in TV.

Il quacchero Giona Birdwell (Gary Cooper) vive serenamente con la sua famiglia nell'Indiana del 1862, cercando di seguire alla lettera i dettami della propria religione, che impone un'esistenza sobria e soprattutto un assoluto pacifismo. La moglie Eliza (Dorothy McGuire), guida spirituale della comunità, è particolarmente devota, mentre gli altri membri della famiglia si lasciano andare di tanto in tanto a qualche innocua infrazione alla regola (per Giona, per esempio, c'è l'attrazione per la musica e il desiderio di competere in velocità con la carrozza a cavalli del vicino di casa; la figlia Martha è innamorata di un bel tenente di cavalleria; il figlio maggiore Giosuè vorrebbe dimostrare di non essere un codardo; e il figlio più piccolo Azaria è in lotta perenne con l'oca di casa, Samantha). Ma quando la guerra civile irrompe nelle loro vite, sotto forma di una pattuglia di sudisti che si dirige con intenzioni bellicose verso la loro fattoria, Giona e Giosuè (Anthony Perkins) dovranno decidere se difendersi con le armi o se restare fedeli ai propri ideali. Primo film a colori di Wyler, sceneggiato da Michael Wilson (non accreditato perché sulla lista nera del Maccartismo) a partire da un romanzo di Jessamyn West, uno dei più celebri western a tema pacifista degli anni cinquanta, tanto che trent'anni più tardi fu fra le pellicole donate da Ronald Reagan a Mikhail Gorbaciov durante i loro summit. Il tema dell'uso della forza e della risoluzione non violenta dei conflitti è affrontato da diversi punti di vista, mostrando tutti i dubbi dei protagonisti e le differenze fra coraggio, codardia e ipocrisia. Peccato solo che l'intensità di alcuni bei momenti sia un po' annacquata dai toni leggeri, forse troppo, sparsi a piene mani nel resto del film (le scenette comiche con l'oca, la visita alla vedova con le tre figlie). La gestazione fu lunga (inizialmente il progetto era destinato a Frank Capra), ma il risultato fu premiato dalla critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e ricevette ben sei nomination agli Oscar). Buono il cast (ci sono anche Phyllis Love, Peter Mark Richman, Robert Middleton e Walter Catlett). Perkins era praticamente all'esordio (è solo il suo secondo film). Cooper tornerà su temi simili (quaccheri e pacifismo) nel capolavoro "Mezzogiorno di fuoco". Musiche di Dimitri Tiomkin, con la canzone "Friendly Persuasion (Thee I Love)" cantata da Pat Boone. Il titolo originale fa riferimento al nome ufficiale dei quaccheri, ovvero "La società degli amici". Nella versione doppiata, i nomi sono stati "italianizzati": in originale Giona, Giosuè, Azaria e Marta erano rispettivamente Jess, Josh, Little Jess e Mattie (per non parlare di "quacchero" pronunciato sempre "quaqquero").

5 gennaio 2017

Pietà per i giusti (William Wyler, 1951)

Pietà per i giusti (Detective story)
di William Wyler – USA 1951
con Kirk Douglas, Eleanor Parker
***1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Una sera, in una stazione di polizia a New York, diversi casi umani si intrecciano in modo drammatico. Una ladruncola (Lee Grant), arrestata per aver rubato una borsa, e un giovane (William Reynolds) che ha derubato il proprio datore di lavoro sono in attesa di essere schedati, così come una coppia di rapinatori incalliti (Joseph Wiseman e Michael Strong) che si accusano a vicenda: ma il caso più scottante è quello di un medico, il dottor Karl Schneider (George Macready), accusato di praticare aborti clandestini, che il detective Jim McLeod (Kirk Douglas) cerca di incastrare da diverso tempo. Schneider si costituisce, accompagnato dal suo avvocato (Warner Anderson), certo che McLeod non abbia prove contro di lui (e in effetti, i testimoni che il detective aveva rintracciato si tirano indietro). Peggio ancora, l'avvocato insinua che l'uomo abbia motivi personali per perseguitare il dottore: e infatti verrà fuori che la moglie di McLeod, Mary (Eleanor Parker), in passato si era rivolta proprio al medico... Tratto da un dramma teatrale di Sidney Kingsley (ma la sceneggiatura di Robert Wyler – fratello del regista – e di Philip Yordan è abile a spogliare il film di ogni "teatralità", se si eccettua il fatto che è praticamente ambientato tutto fra quattro mura), un noir stratificato e complesso sui temi della giustizia, della vendetta, dell'odio e del perdono, con un gruppo di personaggi indimenticabili, tratteggiati magnificamente dal ricco cast. La struttura è corale ma c'è comunque un protagonista, anche se per nulla simpatetico, pieno di difetti e di ombre (è il tipico "poliziotto cattivo", mentre quello "buono" è il suo collega Lou Brody, interpretato da William Bendix), inflessibile e dai modi spicci, ossessionato da una cieca intransigenza (motivata in realtà dall'odio per il padre, più che da un innato senso di giustizia). Intensissima, in particolare, la scena del confronto con la moglie. La pellicola ebbe qualche problema con la censura: all'epoca il codice Hays proibiva di mostrare sullo schermo l'omicidio di un poliziotto (e proprio questo film contribuì a modificare la regola, consentendo di mostrare scene di questo tipo "se necessarie per la trama"), nonché di fare riferimento all'aborto (ed ecco perché, nei dialoghi, sembra che il dottor Schneider si occupi "semplicemente" di parti clandestini). Il cast è completato da Horace McMahon (il capo del distretto), Cathy O'Donnell (la ragazza innamorata del giovane ladro), e ancora Gladys George, James Maloney, Gerald Mohr, Frank Faylen. Tanto Lee Grant che Joseph Wiseman erano al loro debutto sullo schermo: la Grant, nel ruolo della ladra, vinse addirittura il premio come miglior attrice non protagonista al Festival di Cannes, ma finì sulla lista nera del maccartismo (per aver rifiutato di testimoniare davanti alle commissioni) e non trovò più parti di rilievo per i successivi dodici anni.

24 ottobre 2016

L'uomo del west (W. Wyler, 1940)

L'uomo del west (The Westerner)
di William Wyler – USA 1940
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

In una cittadina del Texas dove la legge non è ancora arrivata, l'autoproclamatosi "giudice" Roy Bean (Walter Brennan), proprietario del locale saloon, fa il buono e il cattivo tempo, appoggiando le ragioni degli allevatori di bestiame nella loro continua faida contro gli agricoltori e le famiglie di coloni che vorrebbero stabilirsi nella regione e recintare le terre destinate ai pascoli. I soprusi, i processi sommari e le maniere spicce dell'eccentrico Bean indispettiscono Cole Harden (Gary Cooper), pistolero di passaggio che interrompe il proprio viaggio verso la California per provare a portare la pace fra le due fazioni, spinto anche dall'affetto verso la giovane Jane (Doris Davenport), figlia di una famiglia di coltivatori. Sfruttando l'ossessione del giudice per l'attrice teatrale inglese Lillie "Jersey Lily" Langtry (Lilian Bond), di cui si finge conoscente, Cole gli strappa la promessa di destinare parte del terreno agli agricoltori: ma Bean non intende mantenere la parola e ordina ai suoi uomini di incendiare i raccolti dei coloni per costringere ad andare via... Ispirato a personaggi storicamente esistiti (Bean e Lily), il film ha il pregio di mettere in scena un conflitto (quello fra contadini e allevatori di bestiame) che ha caratterizzato a lungo il Texas e i territori di frontiera degli Stati Uniti negli anni dopo la Guerra Civile. Da notare come il contrasto fra coltivatori e cowboy si rispecchi in quello fra il "nomade" Cole e la "sedentaria" Jane (come la storia insegna, sarà quest'ultima ad avere la meglio). Se il tono del film non è sempre coerente (si passa da momenti decisamente comici, come la scena del "processo" di Cole e in generale tutta la parte dell'ossessione del giudice per Lily, ad altri assai drammatici, come la sequenza dell'incendio), la cosa migliore è il rapporto di amicizia-rivalità che si instaura fra i due protagonisti maschili, che non viene a mancare nemmeno durante e dopo la resa dei conti finale nel teatro dove Lily si esibisce (con le sedie vuote perché il giudice ha comprato tutti i biglietti pur di non dividere l'esperienza con nessuno). Premio Oscar a Brennan (il terzo in cinque anni) come miglior attore non protagonista.

27 giugno 2015

Quelle due (William Wyler, 1961)

Quelle due (The children's hour, aka The loudest whisper)
di William Wyler – USA 1961
con Audrey Hepburn, Shirley MacLaine
***

Visto in divx, con Sabrina.

Le insegnanti Karen (Audrey Hepburn) e Martha (Shirley MacLaine), amiche per la pelle sin dai tempi dell'università, hanno aperto una scuola privata per bambine in una tranquilla cittadina di campagna. Ma una delle loro alunne, la perfida e bugiarda Mary (Karen Balkin), sparge la voce che le due siano amanti. Il pettegolezzo le rovina: tutte le famiglie della regione ritirano le loro figlie dalla scuola, e anche il promesso sposo di Karen, il medico Joe (James Garner), rischia di perdere il suo posto di lavoro in ospedale. Uno dei più potenti film sulla maldicenza e il "potere distruttivo di una menzogna", per usare le parole di Lillian Hellman, autrice della pièce teatrale da cui la pellicola è tratta. Wyler aveva già provato ad adattarla nel 1936 ("La calunnia"), ma allora era stato costretto dal codice Hays ad eliminare ogni riferimento al lesbismo, mentre nel 1961 potè permettersi una maggiore fedeltà al tema originario. Il che è un bene, perché l'omosessualità (vera o presunta) dei personaggi non è un semplice pretesto: tutto si muove in funzione della sua percezione da parte della gente (o di loro stessi: alla fine il suicidio di Martha avviene dopo che è stato svelato l'inganno della bambina, ovvero dopo che in teoria lei e Karen sono state "riabilitate" agli occhi della società; Martha non si uccide per la calunnia ma per la propria omofobia interiorizzata, perché lei stessa non riesce ad accettare o a giustificare i propri sentimenti). Da notare che in questo senso il film è ancora attuale: a emarginare le due donne non è tanto il fatto che siano lesbiche quanto il loro ruolo di insegnanti: "Quello che queste due sono è esclusivamente affare loro; ma diventa una cosa molto più grave quando coinvolge delle giovanette", commenta la nonna di una delle alunne, riecheggiando pensieri ancora oggi diffusi. Grande la prova delle due protagoniste, con una Hepburn più trattenuta e mai sopra le righe (rimangono impresse nella memoria le scene finali, con le sue camminate pensierose e silenziose) e una McLaine più emotiva e fragile. Ma la carne al fuoco è tanta: si mette sotto la lente d'ingrandimento, con estremo cinismo, la cattiveria "innata" dei bambini, che mentono o rubano senza pensare alle conseguenze e non mostrano mai un vero pentimento; la forza delle maldicenze e dei pettegolezzi, naturalmente; e, a un livello più intimo, la difficoltà nell'accettare e nell'essere consapevoli dei propri sentimenti, la sottile linea fra una relazione innocente o una peccaminosa (o percepita come tale) e il significato delle parole stesse (guarda caso la regia, nelle prime istanze in cui si affronta l'argomento, tiene doverosamente a distanza lo spettatore, impedendogli di udire cosa si dicono i personaggi). Miriam Hopkins, che nel film del 1936 aveva recitato nel ruolo di Martha, qui ne interpreta la zia Lily. Fay Bainter è Amelia, la nonna di Mary, mentre una giovanissima Veronica Cartwright è Rosalie, la bambina cleptomane.

11 dicembre 2014

Ombre malesi (William Wyler, 1940)

Ombre malesi (The letter)
di William Wyler – USA 1940
con Bette Davis, James Stephenson
***

Visto in TV.

A Singapore, la moglie inglese (Bette Davis) del proprietario di una piantagione di caucciù (Herbert Marshall) uccide a colpi di pistola un suo compatriota, accusandolo di essersi introdotto in casa mentre il marito era assente ed averle tentato violenza. L'avvocato che la difende (James Stephenson) è convinto di farla facilmente assolvere per legittima difesa; ma tutto cambia quando viene a conoscenza di una lettera, scritta quella sera stessa dalla donna all'uomo ucciso, con cui lo invitava a raggiungerlo in casa e che implica come i due fossero amanti. Da un dramma di William Somerset Maugham ("The letter", già trasposto al cinema nel 1929), un noir torbido e melodrammatico, che può contare sulla magistrale prova della Davis e su un'affascinante e morbosa atmosfera sinistra, esotica e coloniale, impreziosita dalla fotografia di Tony Gaudio ("tutta giocata di taglio sulla bianca luce diffusa dalla luna piena", commenta Mereghetti). Che la versione dei fatti fornita dalla Davis non sia veritiera è evidente da subito allo spettatore, eppure il film riesce a costruirci sopra una vicenda carica di ambiguità e di tensione, fra dilemmi morali e difficili scelte da compiere, che si sviluppa inesorabile fino al finale con la reale confessione della donna al marito. Peccato soltanto per il controfinale "punitivo" imposto dal codice Hays, che non poteva tollerare di lasciare in vita un'adultera omicida. È il secondo dei tre film girati da Wyler con la Davis nel giro di pochi anni (dopo "La figlia del vento" del 1938 e prima di "Piccole volpi" del 1941): ai tempi i due avevano una relazione, il che non impediva loro di litigare accanitamente su come rendere al meglio alcune scene. Marshall, che qui interpreta il marito, compariva anche nella versione del 1929, ma nei panni dell'uomo ucciso. Gale Sondergaard è la misteriosa vedova asiatica, Victor Sen Yung è l'ambiguo segretario dell'avvocato. Nominato a sette premi Oscar, fra cui quelli per il miglior film, la miglior regia e la miglior attrice.

30 gennaio 2007

Vacanze romane (W. Wyler, 1953)

Vacanze romane (Roman Holiday)
di William Wyler – USA 1953
con Gregory Peck, Audrey Hepburn
***

Visto in VHS, con Hiromi.

Un classico della commedia romantica che però finora non avevo mai visto, anche se si tratta di uno di quei film così citati che di loro si sa già tutto anche prima di vederli: essendo stato girato interamente a Roma, poi, soprattutto nel nostro paese gode di una fama quasi esagerata rispetto ai suoi pregi. La trama è semplicissima: la giovane principessa di una piccola nazione europea, a Roma per un noioso viaggio diplomatico, fugge nottetempo dal palazzo per concedersi, per la prima e unica volta, una giornata di svago e di evasione dagli impegni dell'etichetta e dal rigido programma burocratico. Gira così per la città in incognito, in compagnia di uno spregiudicato giornalista americano che, a sua insaputa, l'ha riconosciuta e intende scrivere un articolo sulla sua fuga. Un film leggero e simpatico grazie anche a due interpreti in stato di grazia (soprattutto la Hepburn, al suo debutto come protagonista). Ma anche se la visita a una Roma presentata come un vero e proprio museo a cielo aperto (il Colosseo, la Bocca della Verità, Castel Sant'Angelo...) è briosa e vivace, la scena che mi è piaciuta di più è decisamente l'ultima, più triste e malinconica, quella della conferenza stampa in cui la principessa ringrazia con lo sguardo il giornalista per la splendida giornata trascorsa, prende commiato da lui e accetta serenamente il proprio destino di "reclusa regale". Una favola delicata e senza lieto fine, bella proprio per questo. Visto il successo, si pensò anche a un sequel, che però non venne mai fatto. Nominato a ben dieci premi Oscar, il film ne vinse tre: quelli per la miglior attrice, i costumi e la sceneggiatura. Quest'ultimo fu assegnato a Ian McLellan Hunter, nonostante il vero autore fosse Dalton Trumbo, che però non poteva essere accreditato apertamente perché sulla lista nera del Maccartismo. Soltanto nel 1993 l'Academy rimediò al'ingiustizia e attribuì ufficialmente la statuetta (postuma) a Trumbo.

22 marzo 2006

La voce nella tempesta (W. Wyler, 1939)

La voce nella tempesta (Wuthering Heights)
di William Wyler - USA 1939
con Laurence Olivier, Merle Oberon, David Niven
**1/2

Visto in DVD.

Questo storico adattamento di "Cime tempestose" era il primo film di Wyler che vedevo, e mi è piaciuto. D'altronde vado matto per questi drammoni sull'amour fou e maledetto. Nonostante un certo alleggerimento "hollywoodiano" nel finale, mi sembra che l'atmosfera cupa e romantica del libro della Brontë sia stata sfruttata bene. Gli attori sono bravi, soprattutto Olivier, mentre la Oberon mi ha lasciato un po' perplesso soprattutto nella prima parte (poi migliora). Forse un'attrice più carismatica avrebbe giovato. Per la precisione, mi è sembrato che mancasse la necessaria alchimia fra lei e Olivier. Infatti, nella seconda parte, quando i due compaiono più raramente insieme sullo schermo e, se lo sono, devono mostrarsi più freddezza che amore, l'attrice funziona meglio. Molto bella la fotografia di Gregg Toland (che infatti vinse l'Oscar), che in certi passaggi trasforma il paesaggio delle "brughiere inglesi" girate negli studi americani in qualcosa che sembra appartenere a una pellicola di Dreyer o di Bergman. Per tutto il tempo della visione, però, avevo in mente la voce di Kate Bush che canticchiava la sua celebre canzone del 1978...

Nota: tempo fa avevo visto la versione di Luis Buñuel, "Cime tempestose" (Abismos de pasion) e mi era piaciuta di più, ma evidentemente il regista spagnolo non aveva dovuto fare i conti con gli studios e non aveva edulcorato il lato horror della storia.