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10 giugno 2023

Decision to leave (Park Chan-wook, 2022)

Decision to leave (He-eojil gyeolsim)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2022
con Park Hae-il, Tang Wei
**1/2

Visto in TV (Sky Cinema).

Il detective Jang Hae-jun (Park Hae-il), tormentato dall'insonnia e costretto a vivere lontano dalla moglie che lavora in un'altra città, indaga sulla morte del sessantenne Ki Do-su, ex funzionario dell'ufficio immigrazione caduto durante una scalata in montagna, sospettando che sia stato ucciso dalla giovane moglie Song Seo-rae, di origine cinese. Quasi subito si innamora della donna, ed è pertanto lieto di scoprire che ha un alibi che la scagiona, e che la morte dell'uomo è probabilmente dovuta a un suicidio. Quando scopre di essere stato ingannato, chiede il trasferimento nella piccola cittadina dove vive la moglie, dove però ritroverà a sorpresa la stessa Seo-rae, giunta lì con un secondo marito che a sua volta verrà trovato ucciso... Noir/thriller a sfondo romantico e, secondo alcuni critici, hitchcockiano (si pensi a "La donna che visse due volte"), con personaggi e situazioni interessanti e una regia piena di inventiva. Ha però il difetto di essere troppo "costruito" e, in un certo senso, troppo sofisticato (e poetico!) in rapporto a quello che racconta. Seo-rae rimane un personaggio enigmatico, dalle molte sfaccettature, che pure la rendono attraente agli occhi di Hae-jun. Lui stesso, invece, si lascia manipolare un po' troppo facilmente, proprio come i personaggi maschili dei noir degli anni quaranta e cinquanta al cospetto di una femme fatale. Registicamente, Park ricorre a soluzioni sempre interessanti (come quando, durante pedinamenti o intercettazioni, uno dei personaggi si materializza simbolicamente nella camera dell'altro) e sfrutta molto bene scenari e ambientazioni, tanto quelli urbani quanto quelli naturali, diversi dalla solita Seul. Nella colonna sonora spicca la quinta sinfonia di Mahler. Premio per la miglior regia a Cannes.

7 settembre 2019

Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

Mademoiselle (Agassi, aka The handmaiden)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2016
con Kim Tae-ri, Kim Min-hee
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Nella Corea occupata dai giapponesi, la giovane orfana Sook-hee (Kim Tae-ri) viene assunta come dama di compagnia per Hideko (Kim Min-hee), nipote di un ricchissimo collezionista di libri erotici (Cho Jin-woong). In realtà Sook-hee è una truffatrice e una borseggiatrice, introdottasi nella casa con l'obiettivo di convincere Hideko ad accettare il corteggiamento di un suo complice (Ha Jung-woo) che finge di essere un conte giapponese, con l'intenzione di appropriarsi delle ricchezze della ragazza, sposandola e facendola poi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Ma Sook-hee finisce prima con l'affezionarsi e poi con l'innamorarsi di Hideko. E se fosse lei a essere ingannata? Da un romanzo di Sarah Waters ("Ladra"), che però era ambientato nell'Inghilterra vittoriana, un film ambiguo ed elegante, raffinato nella regia (dell'autore di "Old boy" e "Lady Vendetta") e ricco di colpi di scena, i primi dei quali giungono alquanto inaspettati e ribaltano le prospettive dell'intera vicenda. Più avanti, però, lo schema tende a farsi più prevedibile. La pellicola è infatti divisa in tre parti, ciascuna caratterizzata da una differente ripartizione dei ruoli dei tre personaggi principali (due, coalizzati, che complottano contro il terzo, a rotazione). E in tema di inganni e di finzioni, è da notare come numerose frasi dette dai personaggi sono in realtà "prese in prestito" da qualcun altro che le ha dette prima di loro. C'è forse un eccesso di voyeurismo e di compiacimento nel mostrare le scene lesbiche, ma i sottotesti sessuali sono fondamentali ai fini della trama (vedi anche le letture pubbliche dei preziosi libri erotici collezionati dallo zio di Hideko), così come i temi del sadomasochismo, della dominanza e della sottomissione. Molto belle le scenografie e i costumi. Moon So-ri, in un piccolo ruolo, è la zia di Hideko, il cui suicidio tormenta la ragazza.

26 gennaio 2015

I'm a cyborg, but that's OK (Park Chan-wook, 2006)

I'm a cyborg, but that's OK (Saibogujiman kwenchana)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2006
con Im Soo-jung, Rain [Jung Hi-hoon]
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Young-goon, rinchiusa in un istituto di igiene mentale dopo aver tentato il suicidio, è convinta di essere un cyborg e di avere l'incarico di uccidere tutti i "camici bianchi" (ovvero i medici) perché anni prima avevano portato via sua nonna, cui era tanto affezionata e che a sua volta mostrava segni di pazzia. In manicomio chiederà l'aiuto di un altro ricoverato, il ladruncolo Il-soon, affinché le sottragga la compassione che le impedisce di portare a termine il proprio compito. Fra i due scatterà l'amore, e Il-soon si darà da fare per spingere la ragazza (convinta che il cibo normale possa danneggiare il proprio corpo cibernetico) a nutrirsi, fingendo di innestarle nel corpo un convertitore di riso in energia. Dopo la "trilogia della vendetta", Park realizza una pellicola bizzarra e surreale, a suo modo romantica, che privilegia il punto di vista di personaggi eccentrici e schizofrenici. Sontuoso come sempre nella regia e nella messa in scena (dagli interessanti titoli di testa, alle sequenze che mostrano le fantasie dei vari degenti dell'istituto come se fossero reali), si trascina forse un po' stancamente nella parte centrale, per risollevarsi in un finale in fondo pieno di speranza e ottimismo (con tanto di arcobaleno alla fine della tempesta). A tratti esuberante e umoristico nel presentare le varie ossessioni e illusioni dei personaggi ricoverati nell'istituto, nonostante alcune sfumature inquietanti il film ha toni nel complesso leggeri: non c'è traccia della drammaticità o della denuncia di pellicole come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Ragazze interrotte"; siamo semmai dalle parti della folle poesia di "Big fish", del surrealismo di Michel Gondry o di certi film dell'estremo oriente che fondono temi esistenziali con l'assurdità del mondo che circonda i personaggi (e che qui li permea anche dall'interno). L'ironia e la leggerezza con cui viene raccontata la loro storia finiscono col farci affezionare ai personaggi e alle loro ingenue ossessioni, tanto che alla fine pare del tutto coerente e naturale poter raggiungere la felicità attraverso la follia e l'immaginazione.

25 giugno 2011

Night fishing (Park Chan-wook, 2011)

Night fishing (Paranmanjang)
di Park Chan-wook, Park Chan-kyong – Corea del Sud 2011
con Oh Kwang-rok, Lee Jung Hyun
**1/2

Visto nella sala Estérel al Palais des Festivals di Cannes.

Un uomo si reca a pescare nel bosco, presso il fiume Han. Di notte incontrerà lo spirito di una donna: ma presto scopriremo che in realtà il defunto è lui, e che la donna è una medium ingaggiata dalla sua famiglia. Ispirandosi allo "sciamanesimo coreano", Park realizza un piccolo film (scritto e diretto insieme al fratello Park Chan-kyong) sulla morte e sulla vita. Ma più che per il soggetto, il lavoro è degno di nota per le sue caratteristiche tecniche: il cortometraggio (dura in tutto 30 minuti) è stato infatti girato esclusivamente e interamente con un Apple iPhone 4 al posto della macchina da presa. L'abilità registica di Park gli consente di fare con lo smartphone tutto quello che farebbe con un normale equipaggiamento: zoom e carrellate, riprese notturne, effetti speciali, montaggio rapido, primi piani e inquadrature d'atmosfera. La minor risoluzione delle immagini, poi, dona alle scene ambientate nel bosco una suggestione horror simile a quella di prodotti che "fingono" soltanto di essere girati con mezzi di fortuna (come "The Blair Witch Project" e simili), mentre aggiunge alle sequenze finali del rito sciamanico una felice aura di realismo. Un esperimento riuscito, dunque, oltre che una notevole operazione di marketing.

27 giugno 2009

Lady Vendetta (Park Chan-wook, 2005)

Lady Vendetta (Chinjeolhan geumjassi, aka Sympathy for Lady Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2005
con Lee Yeong-ae, Choi Min-sik
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Geum-ja esce di prigione dopo aver scontato tredici anni per aver rapito e ucciso un bambino: ma il vero colpevole era Baek, un insegnante che l'aveva plagiata e aveva minacciato di uccidere anche sua figlia Jenny, appena nata, se lei non si fosse assunta la colpa del delitto. Dopo aver rintracciato Jenny, che nel frattempo è stata adottata da una famiglia australiana, Geum-ja comincia a preparare meticolosamente la propria vendetta nei confronti di Baek con l'aiuto di alcune delle ex detenute che ha conosciuto in cella. Quando però si rende conto che il professore è responsabile anche della morte di numerosi altri bambini, decide di lasciare la sua sorte nelle mani dei genitori delle vittime, organizzando una sanguinosa "punizione collettiva". Il terzo film della "trilogia della vendetta" (ma come al solito, a parte il titolo e il tema trattato, non ci sono collegamenti con i primi due) è quello stilisticamente migliore, a partire dai magnifici titoli di testa. Visivamente bellissimo, è condito da una violenza meno esplicita e ostentata, mentre è affollato di temi religiosi, metafore, inserti onirici e visioni surreali. La scelta di una protagonista femminile, fra l'altro, è stata giustificata dal regista proprio dall'esigenza di voler adottare un punto di vista meno rabbioso e più meditato, dove "la vendetta fosse un atto di redenzione", una sorta di espiazione dei propri peccati da parte di "una persona che cerca di salvarsi l'anima". Per lungo tempo la narrazione sembra girare attorno al punto principale che viene raggiunto solo con il climax nel finale, quando le scene con i bambini ripresi dalla videocamera prima di essere uccisi preparano il terreno a quella successiva in cui il gruppo dei genitori si accanisce di comune accordo sull'assassino (una situazione che rimanda forse all'"Assassinio sull'Orient Express" di Agatha Christie). Colpisce ancora una volta l'utilizzo insolito della colonna sonora, composta quasi interamente da brani di musica classica (per lo più di Vivaldi). Choi Min-sik, protagonista del precedente "Old boy", torna qui nei panni del malvagio professor Baek.

24 giugno 2009

Old boy (Park Chan-wook, 2003)

Old boy (Oldboy)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2003
con Choi Min-sik, Kang Hye-jeong
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Il secondo titolo della "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook è sicuramente il più popolare dei tre film, oltre che il più acclamato dalla critica (ha vinto anche il gran premio della giuria a Cannes). Rispetto a "Mr. Vendetta", convincono di più sia la storia (tratta da un manga giapponese, del quale pare che si stia progettando un adattamento hollywoodiano... poveri noi!), sia i personaggi (soprattutto il protagonista Oh Dae-su, interpretato con grande espressività ed efficacia dall'ottimo Choi Min-sik), sia lo stile (un elegante guazzabuglio di pulp e postmoderno che non può non far pensare a Tarantino: splendida, per esempio, la scena in cui il nostro eroe avanza lungo un corridoio affrontando decine di avversari a colpi di martello, mentre la macchina da presa lo segue con una carrellata che ricorda lo scroll laterale di un videogioco). Il regista riesce a contestualizzare meglio gli eccessi, le violenze e le nefandezze che nel film precedente destavano sospetti di autocompiacimento e gratuità. L'intera operazione rimane senza dubbio furba e ammiccante, ma l'abilità visiva di Park, la costruzione narrativa della tensione e i numerosi colpi di scena rendono la visione piacevole fino alla fine, anche in assenza di un reale coinvolgimento emotivo per una vicenda in fondo irrealistica e implausibile (difetto che la accomuna a film di Fincher come "The game" o "Fight club"): il protagonista, un uomo qualunque (sia pure con mille difetti), viene rapito e tenuto prigioniero in una stanza per quindici anni. Una volta liberato, avrà cinque giorni di tempo per scoprire chi ha voluto stravolgergli la vita e perché. La sceneggiatura non si tira indietro nell'affrontare temi tabù, come la tortura o l'incesto, ma ai contenuti sconvolgenti si affianca anche un potente approccio stilistico. La scena in cui Dae-su divora un polpo vivo mi ha fatto pensare a sequenze simili viste nei primi film di un altro regista coreano, Kim Ki-duk, mentre tutto il flashback ambientato nella scuola può far sorgere paralleli con le atmosfere del magnifico manga "20th Century Boys" di Naoki Urasawa. Memorabile la frase che il protagonista ripete più volte a sé stesso: "Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo". Ho trovato particolarmente azzeccato anche l'insolito e romantico accompagnamento musicale.

9 giugno 2009

Mr. Vendetta (Park Chan-wook, 2002)

Mr. Vendetta (Boksuneun naui geot, aka Sympathy for Mr. Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2002
con Shin Ha-kyun, Song Kang-ho
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Ryu, un giovane operaio sordomuto alla disperata ricerca di denaro per consentire alla propria sorella un trapianto di rene (dopo che una banda di trafficanti di organi gli ha sottratto tutti i soldi che aveva faticosamente accumulato), decide di rapire la figlioletta di Park, il suo ex datore di lavoro, e di chiedere un riscatto. Ma il destino è in agguato: la sorella si suiciderà prima di essere operata, mentre la bambina affogherà in un fiume per un incidente prima che Ryu possa restituirla al genitore, scatenando la ritorsione di quest'ultimo. Primo film della cosiddetta "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook (i titoli successivi sono "Old Boy" e "Lady Vendetta"), tre pellicole slegate fra loro ma che hanno in comune il tema appunto della vendetta, che in questo film non è solo quella di Park nei confronti dei giovani rapitori, ma anche quella di Ryu stesso verso i trafficanti di organi. Ogni atto di violenza, in effetti, finisce con lo scatenare una rappresaglia da parte di qualcun altro, in un vortice di morte che termina soltanto con i titoli di coda. Caratterizzato da toni che sfiorano il grottesco e il caricaturale e da una violenza truce e sanguinosa che non lascia scampo a nessun personaggio, ma anche da uno stile elegante e asciutto (i dialoghi sono essenziali, le inquadrature sono accuratamente studiate e gli snodi narrativi sono mostrati allo spettatore senza inutili didascalismi), il film è interessante e non lascia indifferenti, anche se non è certo per tutti i gusti e adombra un certo autocompiacimento nell'esibire torture ed efferatezze sullo schermo. A tratti la mano del regista ricorda il miglior Kitano, con echi anche di Peckinpah e di Cronenberg: peccato che in seguito Park virerà invece verso istrionismi alla Tarantino. Nel cast spicca Bae Du-na nei panni della ragazza del protagonista, attivista politica di sinistra che lo aiuta nel rapimento della bambina. Brutta l'edizione italiana: meglio vederselo in coreano con sottotitoli.

16 dicembre 2007

Three... extremes (aavv, 2004)

Three... extremes (Saam gaang yi)
di Takashi Miike, Fruit Chan, Park Chan-wook – Giappone/Hong Kong/Corea del Sud 2004
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo capitolo della serie "Three..." è decisamente migliore del primo, grazie alla presenza di tre autentici maestri orientali dell'horror e dell'inquietudine. Tuttavia rimango ancora un po' deluso, ma forse è proprio il genere che non mi appassiona. Il migliore, ancora una volta, mi è sembrato l'episodio hongkonghese, prodotto come il precedente da Peter Chan e splendidamente fotografato da Christopher Doyle.

"Box", di Takashi Miike (Giappone), con Kyoko Asegawa, Atsuro Watabe (**)
Una giovane scrittrice ha un incubo ricorrente, legato a una tragica esperienza della sua infanzia. Da bambina, insieme alla sorella gemella, lavorava infatti come contorsionista in uno spettacolo circense. Gelosa delle attenzioni che la sorella riceveva, la chiuse in una scatola e provocò accidentalmente il rogo nella quale essa scomparve. Magistralmente diretto, e sospeso fra atmosfere reali e oniriche, l'episodio si conclude però in maniera insoddisfacente e punta le sue carte soltanto su un'ambientazione non del tutto accattivante. Il difetto maggiore, però, è l'assenza della vena "folle" e stravagante di Miike, marchio di fabbrica delle sue opere migliori, che qui non offre nessuna sorpresa, né nel bene né nel male.

"Dumplings", di Fruit Chan (Hong Kong), con Miriam Yeung, Bai Ling (***)
Per tornare giovane, una matura attrice si rivolge a una sedicente maga che le propone di mangiare ravioli cinesi ripieni con la carne di feti umani, ogni volta cucinati in modo diverso. Nonostante alcuni spiacevoli effetti collaterali, la donna non riuscirà più a farne a meno. La maga, che si procura la materia prima rivolgendosi agli ospedali cinesi, pratica anche aborti clandestini: ma quando dovrà fuggire da Hong Kong perché le sue attività sono state scoperte dalla polizia, alla sua cliente non resterà che procurare la morte dello stesso figlio che sta crescendole in grembo pur di continuare la sua "dieta". Quasi un piccolo capolavoro, elegante e angosciante, molto più efficace degli altri episodi nell'affiancare l'orrore e la normalità, in un crescendo di dramma e di denuncia sociale (la maga commenta come i feti maschi siano più rari perché in Cina vengono abortite quasi esclusivamente le femmine). Il marito dell'attrice è Tony Leung Ka-fai.

"Cut", di Park Chan-wook (Corea del Sud), con Lee Byung-hun, Lim Won-hie (*1/2)
Un regista ricco e affermato viene sequestrato nella sua stessa casa, insieme alla moglie, da un pazzoide che non può sopportare come una persona che ha avuto così tanto dalla vita sia anche un uomo buono: vuole perciò costringerlo a compiere un atto spregevole, l'uccisione di una bambina innocente. La vera protagonista dell'episodio è però la scenografia: la casa del regista, incredibilmente identica al set dove sta girando un insolito film di vampiri, è infatti kitsch e surreale, con il pavimento a scacchiera, le pareti blu e l'arredamento bizzarro. Ricco di virtuosismi registici e di effetti speciali, il film si barcamena fra realtà e finzione, fra verità ed elaborata messa in scena, anche appoggiandosi a concetti non proprio originali (l'abbinamento fra registi e vampiri, la confusione fra cinema e vita reale), ma la recitazione scadente e la sceneggiatura sopra le righe impediscono ogni coinvolgimento emotivo. E alla fine rimane la stessa sensazione di inconsistenza che avevo provato guardando l'episodio in "Four rooms" di Tarantino, regista con il quale in effetti PCW ha più di un punto di comune.