Visualizzazione post con etichetta Pixar. Mostra tutti i post
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10 maggio 2023

Soul (Pete Docter, 2020)

Soul (id.)
di Pete Docter [e Kemp Powers] – USA 2020
animazione digitale
***

Visto in TV (Disney+).

Joe Gardner, insegnante di musica part-time in una scuola media, sogna da tutta la vita di diventare un grande pianista jazz. Il giorno stesso in cui viene ingaggiato in un quartetto, però, muore per una caduta in un tombino. Giunto nell'aldilà, cerca in ogni modo di ritornare sulla Terra e nel suo corpo: e nel frattempo si ritrova assegnato come "mentore" a Ventidue, un'anima che si rifiuta di nascere, affinché la aiuti a trovare la propria "scintilla", ovvero la propria ragione di vita... Dietro un canovaccio visto già mille volte al cinema (a partire da "Il paradiso può attendere"), un film che prosegue nella tradizione Pixar di affrontare temi filosoficamente e psicologicamente complessi con l'ausilio dell'animazione. Questa volta, fra le altre cose, si parla di determinismo (la personalità e le passioni di un individuo sono fissate già alla nascita?) e dello scopo ultimo della vita. Che alla fine – e la cosa non dovrebbe stupire – si rivela essere... proprio vivere. Arguto nella caratterizzazione dei personaggi, eccellente nell'animazione e nella grafica (soprattutto per quanto riguarda l'aldilà, non tanto per le anime-fantasmino quanto per i vari consulenti e burocrati, creature bidimensionali il cui aspetto è ispirato all'arte astratta ma anche alla "Linea" di Osvaldo Cavandoli), adulto e profondo nei temi trattati, anche se a tratti corre il rischio di risultare un po' pesante, pedante e retorico. Ma proprio come i precedenti lavori di Docter (da "Monsters & Co." a "Inside Out"), riesce miracolosamente a mantenersi in equilibrio fra l'intrattenimento e l'insight psicologico. A causa della pandemia di Covid, non è uscito in sala ma direttamente in streaming sulla piattaforma Disney+. Due premi Oscar: per il miglior film animato e per la colonna sonora.

6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

3 aprile 2022

Red (Domee Shi, 2022)

Red (Turning Red)
di Domee Shi – USA 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Quando entra nella pubertà, la tredicenne Mei – ragazzina di origine cinese, ma residente con la famiglia a Toronto – scopre di trasformarsi in un gigantesco panda rosso ogni volta che è in preda a forti emozioni. Si tratta di una "maledizione" che da sempre colpisce le donne della sua famiglia, ma che è possibile eliminare con un complicato rituale: peccato che questo debba essere eseguito nella stessa sera di plenilunio in cui la ragazzina progettava di andare con le amiche (e di nascosto dai genitori) al concerto della loro boy band preferita... I temi della crescita, dell'improvviso e inaspettato ingresso nell'età adulta ("Sono un orribile mostro rosso", esclama Mei dopo la prima trasformazione, con un esplicito riferimento alle prime mestruazioni), della ribellione ai genitori (una sfida mossa dalle difficoltà di essere all'altezza delle aspettative della madre, una tipica e terribile asian mom, ingombrante e protettiva, che controlla ogni aspetto della vita della figlia e si attende da lei l'eccellenza in ogni campo) e del "non nascondere il lato negativo di sé, ma trovargli posto e conviverci" (il messaggio di "non reprimere la bestia, ma darle sfogo" fa inevitabilmente volare il pensiero al "Dottor Jekyll e Mister Hyde" di Stevenson, di cui la pellicola è praticamente una rilettura, magari ispirata anche a "Ranma 1/2" e "Totoro") sono al centro di un film simpatico, benché semplicistico e un po' troppo piacione e giovanilistico. Targato Pixar, sembra quasi strizzare gli occhi più alla televisione che al cinema. In effetti, come i precedenti "Soul" e "Luca", è uscito direttamente sulla piattaforma di streaming Disney+, anziché nelle sale. È il primo lungometraggio diretto dalla sino-canadese Domee Shi (anche sceneggiatrice), dopo il corto "Bao" del 2018.

26 marzo 2022

A Bug's Life (John Lasseter, 1998)

A Bug's Life - Megaminimondo (A Bug's Life)
di John Lasseter [e Andrew Stanton] – USA 1998
animazione digitale
**

Rivisto in TV (Disney+).

Per affrontare le terribili cavallette che alla fine della stagione torneranno a reclamare tutto il cibo che la colonia ha faticosamente radunato, la formica Flik assolda una compagnia di insetti circensi, erroneamente convinto che si tratti di guerrieri. Ma grazie alla propria inventiva, all'amicizia e al concetto che l'unione fa la forza (le formiche, anche se più deboli, sono infatti più numerose delle cavallette!), riuscirà a scacciare i nemici e a salvare il formicaio. Il secondo lungometraggio della Pixar (dopo "Toy story") è una rilettura de "I sette samurai" di Kurosawa (mescolata con la fiaba di Esopo sulla cicala e la formica), sufficientemente simpatica, anche se il passo indietro rispetto al film precedente in termini di profondità della trama e caratterizzazione dei personaggi è indubbio. Si tratta infatti del titolo meno memorabile della prima ondata di capolavori animati della Pixar, tanto da sfigurare persino al confronto con "Z la formica", il film con cui la DreamWorks si affacciò, lo stesso anno, al mondo dell'animazione digitale. I personaggi sono piatti e stereotipati, la storia alquanto generica, le svolte prevedibili, e persino il livello tecnico dell'animazione, peraltro assai elevato per l'epoca, non stupisce più di tanto. La scelta di usare gli insetti fu fatta perché si trattava di personaggi alquanto semplici da realizzare a livello di disegno e di movimenti, in un momento in cui l'animazione digitale non consentiva ancora di rappresentare personaggi umani in maniera convincente. Stupidissimo il (sotto)titolo italiano. Nei titoli di coda, per la prima volta in un film Pixar, appaiono i cosiddetti bloopers, ovvero i ciak sbagliati, scene in cui gli "attori" del film sbagliano le loro battute, inciampano o scoppiano a ridere: una trovata che si ripeterà in alcune delle pellicole successive, ispirata a quelle, analoghe, che comparivano nei film di Jackie Chan.

22 aprile 2020

Gli incredibili 2 (Brad Bird, 2018)

Gli incredibili 2 (Incredibles 2)
di Brad Bird – USA 2018
animazione digitale
**

Visto in TV.

Sequel del film del 2004, che già era uno dei titoli meno originali della Pixar. E anche questo secondo capitolo non si distingue particolarmente per fantasia. Se sul versante supereroistico continua a riciclare cliché (dai "Fantastici quattro", soprattutto), su quello della commedia famigliare si focalizza – in chiave femminista – sul tema dell'equa divisione dei compiti all'interno del focolare domestico. In particolare: quando è la moglie a lavorare, tocca (giustamente) al marito badare alla casa e ai bambini. La trama riparte da dove si era interrotta nel film precedente. Frustrati perché l'attività di supereroe è vietata dalla legge, i nostri eroi sono contattati da una ricca coppia di fratelli che si offrono di aiutarli a riabilitarsi, organizzando una campagna mediatica per rendere di nuovo legali i supereroi. Frontwoman di tale campagna è Elastigirl, il che suscita la gelosia di Mister Incredibile, costretto a rimanere a casa, dove scopre che il neonato di famiglia, Jack-Jack, sta sviluppando a sua volta multipli superpoteri. Nel frattempo un misterioso criminale dai poteri ipnotici (l'Ipnotizzaschermi) trama nell'ombra, ma la sua vera identità non sarà certo una sorpresa per lo spettatore (di fatto c'erano solo due sospettati: o era l'uno o l'altra, se non entrambi). L'ottima animazione, morbida anche nelle scene d'azione, e la grande qualità tecnica (evidente in particolare nei fondali, nelle luci e nella resa dei materiali) compensano solo in parte una sostanziale mancanza di idee (persino a livello di regia), di fantasia e di sorprese, per un film che non si discosta molto da altre pellicole (anche non d'animazione) di genere supereroistico e dai luoghi comuni sulle dinamiche familiari (particolarmente sacrificati in questo i due bambini). E che quindi può risultare gradevole ma nulla più. Fra le new entry spicca la supereroina punk Void (in grado di aprire portali dimensionali), che in italiano ha la voce di Bebe Vio.

10 ottobre 2016

Alla ricerca di Dory (Andrew Stanton, 2016)

Alla ricerca di Dory (Finding Dory)
di Andrew Stanton [e Angus McLane] – USA 2016
animazione digitale
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Di tutti i comprimari del fortunato "Alla ricerca di Nemo", il più riuscito ed amato dagli spettatori era senza dubbio Dory, il pesce chirurgo con problemi di memoria che aiutava il protagonista Marlin a ritrovare suo figlio. Non stupisce dunque che proprio lei sia stata promossa al rango di title character di questo sequel, che giunge tredici anni dopo la pellicola originale. Il canovaccio rimane lo stesso (è la storia di una ricerca), e anche il tema trattato non cambia (il rapporto fra padri e figli). Si capovolgono però le parti: questa volta è la figlia (Dory) a lanciarsi alla ricerca dei suoi genitori Charlie e Jenny, dopo essersi "ricordata" di averli perduti (o di essersi perduta lei?) quando era piccola. I pochi frammenti di memoria che emergono a fatica la faranno risalire fino in California, il suo luogo di nascita, all'interno di un parco acquatico aperto al pubblico. Qui la ricerca avrà fine grazie all'aiuto di numerosi amici come il polpo cinico e mimetico Hank, lo squalo balena Destiny, il beluga Bailey, i leoni marini Fluke e Rudder. Come spesso capita, i film della Pixar sono costruiti su più livelli: a quello dell'azione e del divertimento, rivolto al pubblico infantile (le avventure, gli ostacoli da superare, le scene d'azione sopra le righe come – nel finale – quella in cui il polpo guida un camion!), si affianca una seconda lettura, apprezzabile più dagli spettatori adulti. In questo caso è il tema dell'handicap, già presente nel film originale (la pinna atrofica di Nemo) ma stavolta ancora più centrale, visto che la perdita di memoria a breve termine di Dory viene sottolineata in continuazione (rendendo a tratti la sceneggiatura persino ripetitiva) e vi si allude ironicamente anche con la scelta della canzone sui titoli di coda (una cover di "Unforgettable"). Peraltro, Dory non è l'unico personaggio che deve imparare a convivere con una disabilità: Hank è privo di un tentacolo, Destiny è miope, Bailey è convinto di non sapere più usare le proprie capacità di ecolocalizzazione, per non parlare di animali evidentemente sciroccati o disadattati (l'anatra Becky, il leone di mare Geraldo). E senza mai risultare retorico, il film riesce a essere profondamente edificante. Fra un'avventura e l'altra, e mentre veniamo a conoscenza dell'origine di quasi tutti i tratti salienti che caratterizzavano Dory nel primo film (l'ottimistica filosofia di vita, la canzone "Zitto e nuota", la convinzione di saper parlare il "balenese"), quasi non ci si rende conto che in tutta la pellicola non c'è un solo "cattivo", o almeno non un cattivo tradizionale: i pericoli vengono semmai dagli esseri umani, che si tratti dei responsabili dell'inquinamento dei fondali marini (dove si ritrovano rottami di auto, confezioni di plastica, in generale acque sporche e torbide) o di bambini incauti che vogliono accarezzare i pesci nelle vasche del parco acquatico. Nell'edizione italiana Licia Colò dà la voce (e il nome) all'annunciatrice dell'istituto oceanografico (in originale si trattava di Sigourney Weaver). Nella scena dopo i titoli di coda, ritroviamo Branchia e gli altri pesci fuggiti dall'acquario del dentista nel primo film. Alla proiezione in sala è abbinato il corto "Piper", su un uccellino che deve superare la paura delle onde del mare.

8 ottobre 2016

Alla ricerca di Nemo (Andrew Stanton, 2003)

Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo)
di Andrew Stanton [e Lee Unkrich] – USA 2003
animazione digitale
***

Rivisto in divx.

Il pesce pagliaccio Marlin vive sulla grande barriera corallina con il figlio Nemo, l'unico sopravvissuto (quando era ancora un uovo) all'attacco di un predatore: per questo motivo Marlin è estremamente protettivo nei suoi confronti, al punto da impedirgli di allontanarsi da solo. Ma quando Nemo, proprio il primo giorno di scuola, viene "rapito" da un sommozzatore, che lo porta con sé in superficie per metterlo nel suo acquario, Marlin dovrà vincere le proprie paure e affrontare l'oceano per andare alla ricerca del figlio. Lo aiuterà la pesciolina Dory, che nonostante soffra della perdita di memoria a breve termine (come in "Memento"!) si rivelerà una grande alleata e lo guiderà fino a Sydney. Qui, infatti, il sommozzatore ha portato Nemo nell'acquario del suo studio di dentista, dal quale il pesciolino proverà a scappare con l'aiuto degli altri pesci tropicali presenti (fra i quali il "veterano" Branchia, che progetta continuamente arditi piani di fuga). Il quinto lungometraggio della Pixar (nonché il primo di Stanton, che aveva già co-diretto "A Bug's Life" e che dirigerà "Wall-E"), è uno dei titoli più popolari della casa di John Lasseter. A fianco dei temi del viaggio, dell'avventura e della ricerca, come nella migliore tradizione della Pixar, ne affronta in seconda lettura altri più sensibili: il rapporto fra padre e figlio, con Marlin che imparerà a essere meno protettivo nei suoi confronti e a lasciarlo libero di crescere e di affrontare il mondo esterno (anche confrontandosi con altre modalità di approccio alla vita, per esempio quelle delle tartarughe: "Quando sono pronti, lo sai anche tu"), nonché a superare le proprie paure e ad avere fiducia negli amici. Altro tema è quello del superamento del proprio handicap (la pinna atrofica per Nemo, i problemi di memoria per Dory), con i quali si può vivere e convivere. Nutritissimo il cast di personaggi (tanti, troppi, quelli da ricordare: dallo squalo Bruto, che si sforza di non mangiare gli altri pesci, al pellicano Amilcare, che aiuta Marlin a raggiungere Nemo, passando per la tartaruga "giamaicana" Scorza, per le belle ma terribili meduse, per i vari pesci – più o meno "schizzati" – prigionieri dell'acquario. Eccezionale il comparto tecnico: il fondo marino e gli ambienti "acquatici" non erano mai stati resi così bene graficamente in CGI. Enorme successo al botteghino (con tanto di boom di richieste di pesci pagliaccio negli acquari: evidentemente la trama del film non ha insegnato molto...) e Oscar come miglior film d'animazione (il primo di una lunga serie per la Pixar): nel 2016 è arrivato l'inevitabile sequel, "Alla ricerca di Dory". Sui titoli di coda c'è "La mer" di Trenet cantata in inglese da Robbie Williams. Fra le piccole citazioni, da ricordare la colonna sonora "hitchcockiana" nei momenti in cui compare Darla, la nipotina del dentista alla quale è destinato come regalo il piccolo Nemo.

3 ottobre 2015

Inside out (Pete Docter, 2015)

Inside out (id.)
di Pete Docter [e Ronnie del Carmen] – USA 2015
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Elena, Andrea, Eva, Marisa e Sabrina.

Nella mente della undicenne Riley, da un'apposita sala di controllo, le sue emozioni "personificate" immagazzinano i suoi ricordi e gestiscono i suoi comportamenti e, dunque, la sua personalità. A svettare su tutti è Gioia, che ha il suo gran da fare per tenere a bada Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. E apparentemente ci riesce, visto che l'infanzia di Riley non potrebbe essere più felice: ma gli sconvolgimenti dello status quo, in occasione del trasferimento della famiglia dalle montagne del Minnesota alla città di San Francisco, con conseguente perdita delle amicizie e l'insorgere di stress e malumori, porteranno Gioia a comprendere come anche le emozioni apparentemente negative – la Tristezza in testa – possano avere un importante valore e un profondo significato per la crescita della bambina. Dopo un paio di film inferiori alla sua media, la Pixar torna ai massimi livelli con una pellicola che, come nei suoi migliori lavori, è godibile a più livelli e comunica in maniera diversa a seconda del pubblico: dall'avventura colorata e divertente (per gli spettatori più piccoli) alle riflessioni sulle emozioni e sui rapporti umani (attraverso un inedito e umoristico meccanismo che mostra come "funziona il cervello" dall'interno). E mentre sfiora concetti come la memoria a lungo termine, il pensiero astratto, la nascita dei sogni e altri ancora, il film racconta il passaggio dall'infanzia all'adolescenza in maniera toccante e sincera, per una volta senza tingere tutto di rosa. Il messaggio più importante, infatti, è quello succitato: se da piccoli, quello che conta è solo "divertirsi", man mano che si cresce e bisogna affrontare anche le difficoltà o le avversità della vita, è importante lasciarsi indietro alcune cose (gli amici immaginari) e dare valore anche alla malinconia e alla sofferenza, senza metterle da parte o rimuoverle. Un concetto quasi catartico, decisamente controcorrente nell'ambito dell'intrattenimento hollywoodiano, ancora più prezioso perché veicolato a un pubblico giovane attraverso un linguaggio che lo visualizza simbolicamente in maniera diretta e geniale. Nulla da lamentare, come al solito, sul versante tecnico: dal disegno dei personaggi alle ambientazioni, dal ritmo all'animazione, dalla dicotomia fra realtà e "interno del cervello" agli esilaranti scorci nelle menti degli altri personaggi (i genitori di Riley, ma anche altre persone e persino cani e gatti), tutto concorre a fare della pellicola l'ennesimo gioiellino di Lasseter & Co. Il regista Pete Docter, che aveva già firmato "Monster & Co." e "Up", è qui affiancato dal co-sceneggiatore Ronaldo Del Carmen: per la trama i due hanno consultato anche psicologi e neuroscienziati. Da apprezzare, fra le tante, la citazione a "Chinatown" di Roman Polanski ("Lascia perdere, Jake, è la città delle nuvole"). Al cinema il film era preceduto dal cortometraggio "Lava", storia d'amore fra due vulcani nell'Oceano Pacifico, accompagnata da una ballata tropicale.

8 gennaio 2014

Cars 2 (John Lasseter, 2011)

Cars 2 (id.)
di John Lasseter [e Brad Lewis] – USA 2011
animazione digitale
**

Visto in TV.

Forse le idee cominciano a scarseggiare, o forse anche alla Pixar (ormai legata a doppio filo alla Disney) hanno scoperto che buoni personaggi e buone ambientazioni possono essere sfruttate per più di un film, dando ufficialmente vita a delle franchise. E così, dopo quello che a lungo era rimasto come un caso isolato ("Toy Story 2"), ecco che Lasseter e soci hanno iniziato a offrire al pubblico sequel (e prequel) dei loro titoli più popolari: si comincia con "Cars 2", che sarà poi seguito da "Toy Story 3", da "Monster University" e dall'imminente "Alla ricerca di Dory". Questa volta il protagonista non è Saetta McQueen, auto da corsa impegnata in una sfida di velocità con il rivale italiano Francesco Bernoulli, bensì il suo scalcinato amico Carl Attrezzi, detto "Cricchetto". Quella che era la spalla comica del film precedente si ritrova invischiata in una vicenda di spionaggio internazionale, affiancando una coppia di agenti segreti inglesi che indagano su misteriosi sabotaggi ai danni delle automobili da corsa che usano carburanti alternativi. Le prime sequenze della pellicola, che mostrano la spia Finn McMissile in azione (in puro stile James Bond), lasciano pensare che si tratti di una parodia, e che magari stiamo osservando un "film nel film" guardato dai nostri eroi, un po' come l'incipit di "Toy Story 2" si rivelava un videogioco. Invece è tutto "vero", e la sceneggiatura porterà Saetta, Cricchetto e gli altri amici in giro per il mondo, con McQueen impegnato su circuiti di diverse città (Tokyo, l'italiana Portocorse – un incrocio fra Portofino e Montecarlo! – e Londra) mentre il carro attrezzi è al centro dell'intricata trama principale. Il divertimento non manca, gli stereotipi internazionali "rivisitati" in chiame automobilistica pure (i cliché su giapponesi, francesi, italiani e inglesi si sprecano: a Tokyo ci sono lottatori di sumo, sushi e wasabi, macchinette distributrici e water tecnologici; a Parigi, mimi, baguette e torri Eiffel; in Italia, piazze con monumenti, famiglie numerose, rubacuori e cibo buono; a Londra, Big Ben, la guida sul lato sbagliato della strada, Bobbies e guardie reali), così come le strizzatine d'occhio (chi è appassionato di automobili si divertirà certamente a riconoscere marche e modelli esistenti, ciascuno associato a un personaggio adeguato: dalle utilitarie giapponesi alle vetture da corsa o da rally, dalla vecchie Topolino alle raffinate auto del controspionaggio inglese, dal Papa – con tanto di Papamobile – alla regina Elisabetta, per finire con i mafiosi che ovviamente sono vecchi "catorci", pieni di malanni e spesso d'oltrecortina), la morale è ovviamente presente (l'elogio dell'amicizia, del coraggio, dell'essere sé stessi, ecc.), quello che forse manca è una seconda chiave di lettura. Solo entertainment, dunque, sia pure ai massimi livelli tecnici (che non è poco). In ogni caso, è stato il primo film Pixar non baciato dalla fortuna critica.

8 settembre 2013

Monsters University (Dan Scanlon, 2013)

Monsters University (id.)
di Dan Scanlon – USA 2013
animazione digitale
**

Visto al cinema Odeon, con Sabrina.

Prequel di uno dei più bei lungometraggi Pixar, ovvero "Monsters & Co.", racconta la storia del primo incontro fra Mike Wazowski (la palla verde con un occhio) e James P. Sullivan (il gigante peloso) quando entrambi frequentavano come matricole la facoltà di Spavento alla Monsters University, con l'intenzione di diventare Spaventatori (come rivelato nel primo film, infatti, l'energia del mondo dei mostri è prodotta dalle grida di terrore dei bambini). Inizialmente rivali (Mike condivideva addirittura la stanza con Randy, il camaleonte che sarà il cattivo del primo film), i due protagonisti stringeranno amicizia quando, espulsi dalla facoltà, dovranno unire le forze nel tentativo di farsi riammettere vincendo le "Spaventiadi", una gara inter-universitaria aperta a tutti gli studenti. Indubbiamente divertente, è però più infantile e molto meno originale del prototipo: la trama, mostri a parte, non si discosta dalle tante pellicole a sfondo universitario ambientate nel mondo reale (con tanto di confraternite, tipiche dei college americani), e il tema, oltre alla scoperta di sé e del proprio potenziale, è quello visto e stravisto della rivincita dei "loser" (il gruppo che Mike e Sulley guidano alla vittoria è composto dai peggiori studenti del college, rifiutati da tutte le altre case: peccato che non ci fosse anche un John Belushi come in "Animal House" a sollevare la situazione!). Il film è preceduto come al solito da un cortometraggio, "L'ombrello blu": ma anche questo, che racconta la storia d'amore fra due ombrelli, mi è sembrato meno originale e ispirato rispetto ai corti Pixar visti in passato.

18 agosto 2013

Ribelle – The Brave (M. Andrews, B. Chapman, 2012)

Ribelle - The brave (Brave)
di Mark Andrews, Brenda Chapman – USA 2012
animazione digitale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Scozia medievale, l'irrequieta Merida – ribelle quanto la sua folta chioma rossa – si mostra recalcitrante di fronte ai tentativi della madre di educarla al ruolo di principessa. Insofferente alle formalità di corte e all'irreprensibile comportamento che le viene richiesto, preferisce cavalcare all'aria aperta e tirare con quell'arco che il padre, capo del clan dei Dumbrok, le ha regalato in occasione del suo compleanno. Le cose peggiorano quando i genitori convocano gli altri clan per scegliere chi sarà il suo promesso sposo. Dapprima Merida, che non ha alcuna intenzione di sposarsi, si presenta a sua volta alle gare di abilità per "vincere" lei stessa la propria mano (e naturalmente sbaraglia tutti gli avversari); e poi – dopo una lite furiosa con la madre – fugge nella foresta dove incontra una strega, alla quale chiede un incantesimo per cambiare il proprio destino. Verrà esaudita, ma non come desiderava: la mamma si trasforma in un orso, e Merida avrà il suo gran da fare per metterla in salvo dalla furia del padre, che proprio con gli orsi ha una questione aperta sin da quando uno di loro, anni prima, gli aveva divorato una gamba. A parte la consueta maestria tecnica – l'animazione è eccellente; e salvo i personaggi, assai stilizzati (la strega sembra addirittura una versione femminile del vecchio Geri), scenografie e paesaggi sono incantevolmente realistici – sembra quasi di assistere a un film Disney anziché a uno della Pixar: un plot semplice e schematico, tutto costruito su un tema tipico dell'adolescenza (la ribellione di una figlia alla madre) con morale annessa (a proposito, per una volta il titolo italiano centra il punto più di quello originale, che significa semplicemente "coraggiosa"); un'ambientazione quasi fiabesca, con tanto di "principessa" come protagonista; le inevitabili macchiette comiche (come i tre pestiferi fratellini di Merida); e persino qualche canzone qua e là. La contaminazione fra le due case, che da sempre procedono a braccetto, era inevitabile. Ma una volta la Disney si limitava a distribuire i prodotti Pixar, ora invece sempre più spesso si assiste a ibridazioni fra le diverse filosofie (come dimostra la presenza di John Lasseter come produttore esecutivo sia qui che nel "Rapunzel" disneyano: due pellicole che possono essere paragonate sotto numerosi aspetti, non solo grafici o tecnici ma anche contenutistici). Se si pensa che il più recente cartone Disney sembrava invece un prodotto Pixar (mi riferisco all'ottimo "Ralph Spaccatutto"), ecco che il cerchio si chiude.

17 luglio 2010

Toy story 3 (Lee Unkrich, 2010)

Toy story 3 - La grande fuga (Toy story 3)
di Lee Unkrich – USA 2010
animazione digitale
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Paola, Paola, Viviana e Francesco.

Andy è cresciuto, ha compiuto diciassette anni e sta per partire per il college: i suoi vecchi giocattoli – con l'unica eccezione di Woody – sono destinati a finire nella spazzatura o in soffitta. Non c'è dunque da stupirsi se Buzz Lightyear e compagni preferiscano invece essere donati all'asilo locale, il Sunnyside: ma ben presto scopriranno che restare in balia di bambini troppo piccoli può essere devastante... e distruttivo! Come se non bastasse, l'asilo è gestito col pugno di ferro dall'infido orsetto Lotso, che lo ha trasformato in un terribile campo di prigionia dal quale è impossibile evadere... A oltre dieci anni dal precedente episodio, la Pixar ripropone (un po' a sorpresa) i personaggi del suo primo lungometraggio animato e della sua unica franchise (ma non per molto: sono in arrivo "Cars 2" e "Monsters & Co. 2"), completando così una trilogia di altissimo livello per forma e contenuti. Messi in secondo piano l'apologo dell'amicizia e il discorso filosofico sull'identità (anche se le gag sulla personalità di Buzz non mancano nemmeno stavolta: formidabile la variante spagnola), la sceneggiatura si concentra sull'altro tema fondamentale della serie: il rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli, e il timore di questi ultimi di essere abbandonati e messi da parte. Stavolta il distacco da Andy è inevitabile: d'altronde era già stato adombrato in "Toy story 2", quando Stinky Pete domandava retoricamente a Woody "Pensi che Andy ti vorrà ancora con sé quando andrà al college, o in viaggio di nozze?". Ma gli sceneggiatori della Pixar sono abilissimi a commuovere il pubblico nella sequenza finale in cui il ragazzo dice addio ai compagni di tanti giochi e dunque alla sua infanzia, una scena toccante e intensa al tempo stesso, superata forse soltanto da quella precedente nell'inceneritore, quando i giocattoli – ormai convinti di essere destinati a una brutta fine – si tengono per mano e si preparano alla morte con una serie di sguardi ad altissima tensione emotiva. Al gruppo di personaggi classici (Woody, Buzz, Jessie, Slinky, Hamm, Rex, Mr. e Mrs. Potato, Bullseye e gli alieni con tre occhi) se ne affiancano di nuovi, buoni e cattivi, fra i quali spiccano – oltre a Lotso – una Barbie che per rompere i luoghi comuni dimostra di avere un cervello (lanciandosi in un convinto discorso socio-politico: "L'autorità dovrebbe derivare dal consenso dei governati, non dalla minaccia della forza!"), e di contro un Ken effemminato e accusato più volte di non essere altro che un accessorio (o peggio, "un giocattolo per bambine"!). Fra i camei c'è persino un peluche di Totoro, chiaro omaggio degli animatori al maestro Hayao Miyazaki. Gran parte della pellicola è comunque all'insegna dell'intrattenimento e strizza l'occhio ai più classici prison movie americani: Mr. Potato rinchiuso nel cassone della sabbia, per esempio, ricorda Steve McQueen ne "La grande fuga" e Paul Newman in "Nick mano fredda". Inutile, come sempre, il 3D, che aggiunge qualcosa solo nella dinamica sequenza introduttiva (uno scenario western che bilancia quello fantascientifico con cui iniziava il secondo episodio).

10 luglio 2010

Toy story 2 (John Lasseter, 1999)

Toy story 2 - Woody & Buzz alla riscossa (Toy story 2)
di John Lasseter – USA 1999
animazione digitale
***1/2

Rivisto in DVD.

Messo in cantiere nel periodo in cui la Disney aveva iniziato a sfornare sequel direct-to-video dei suoi classici lungometraggi cinematografici, anche "Toy story 2" avrebbe dovuto essere distribuito soltanto nel circuito dell'home video. Ma sin dai primi screen test, la manifesta qualità del film realizzato da Lasseter e soci (come co-registi figurano Ash Brannon e Lee Unkrich) ha suggerito invece di farlo uscire al cinema. E giustamente: la pellicola è uno dei massimi capolavori della Pixar, migliore anche del prototipo nel riflettere in maniera tutt'altro che superficiale sul rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli della loro infanzia. Stavolta c'è anche una profonda vena di nostalgia e di malinconia: cosa succede quando i bimbi crescono e perdono ogni interesse per quelli che sono stati per anni i loro compagni di gioco? Si tratta quasi della fine di una storia d'amore, come sottolinea la sequenza cantata e strappalacrime che illustra la relazione fra la cowgirl Jessie e la sua precedente padroncina Emily, la quale passa nel giro di pochi mesi dal divertimento spensierato dell'infanzia ai nuovi interessi dell'adolescenza. In più c'è la sopraggiunta consapevolezza della propria caducità, per esempio quando Woody si ritrova con un braccio scucito: "I giocattoli non sono eterni", spiega la mamma di Andy al figlio. L'altro tema del film è il contrasto fra gioco e collezionismo: Woody scopre di non essere un semplice cowboy di pezza, ma di avere un background e di essere stato protagonista negli anni quaranta e cinquanta – insieme ad altri tre compagni (la cowgirl Jessie, il cavallo Bullseye e il vecchio minatore Stinky Pete) – di una serie televisiva e di numerose iniziative di merchandising: ora pare destinato a un museo in Giappone (e a un certo punto è persino tentato da questa prospettiva), sempre se i suoi amici non lo salveranno in tempo, in tutti i sensi.

Ma anche Buzz Lightyear ha i suoi problemi di identità, benché di tipo diverso, quando scopre sugli scaffali di un negozio centinaia di "cloni" identici a sé, uno dei quali – ancora privo della consapevolezza di essere un giocattolo – si unirà al gruppo nella missione di salvataggio. A proposito di Buzz, il film si apre in maniera suggestiva con sequenze che sembrano provenire in tutto e per tutto da una pellicola di fantascienza (anche in questo caso siamo invece di fronte a un gioco, anzi a un videogioco!): e altrettanto memorabile è l'incontro con la sua nemesi, il malvagio tiranno intergalattico Zurg, che come in "Guerre stellari" rivelerà al coraggioso space ranger di essere suo padre (prima di precipitare nella tromba di un ascensore!). Non mancano altre strizzatine d'occhio fantascientifiche (il tema di "Also sprach Zarathustra") o autocitazioni della Pixar (il restauratore di giocattoli è il vecchietto già protagonista del cortometraggio "Il gioco di Geri" – a proposito, la rappresentazione degli esseri umani ha fatto passi da gigante dal primo episodio: vedi anche Al, il trasandato venditore e collezionista di giocattoli). Da segnalare l'esilarante sequenza del party delle Barbie nel negozio di giochi, mentre il livello tecnico dell'animazione è elevatissimo per tutto il film. In ogni caso, il maggior pregio della pellicola (come capita spesso con i prodotti Pixar) è di essere godibile su più piani: quello della pura avventura e del divertimento (per i bambini, ma non solo) e quello che invece riflette sulla natura stessa dei suoi personaggi e sul loro rapporto con i bimbi (che credo che possa essere apprezzato solo dagli adulti, visto che osserva i bambini "dal di fuori" e parla della loro crescita: come avranno reagito i piccoli spettatori nel sentirsi dire che col tempo perderanno interesse per ciò che adesso li fa divertire?). Nei titoli di coda, ecco i falsi bloopers in stile Jackie Chan, dove si immagina che il film sia stato girato per davvero e che i personaggi siano autentici attori (c'è anche una buffa apparizione dei protagonisti di "A bug's life").

6 luglio 2010

Toy story (John Lasseter, 1995)

Toy story - Il mondo dei giocattoli (Toy story)
di John Lasseter – USA 1995
animazione digitale
***

Rivisto in DVD.

All'insaputa degli esseri umani, i giocattoli – quando i bambini non sono presenti – prendono vita, parlano e si muovono. E soprattutto vivono nel terrore che nuovi arrivi li scalzino dalle preferenze dei loro padroncini. Il cowboy di pezza Woody è sempre stato il preferito del piccolo Andy, ma questo ruolo (e la sua leadership nei confronti degli altri giochi di casa) vacilla quando al bimbo viene regalata l'action figure di Buzz Lightyear, astronauta superaccessoriato. "Toy story" è stato il primo lungometraggio della Pixar, nonché il primo film animato a grande diffusione – lo distribuiva la Disney – realizzato interamente in computer grafica tridimensionale (logo iniziale compreso!). Quando uscì, ricordo che ero molto scettico: non credevo che l'animazione al computer potesse reggere il confronto con quella tradizionale, anche perché gli esempi che avevo visto fino ad allora erano stati tutt'altro che incoraggianti, con risultati freddi e poco fluidi, nonché più simili a un videogioco che a un film. Come molti, ho dovuto ricredermi: ma il merito non è solo della qualità tecnica dei lavori targati Pixar (che da allora, fra l'altro, è ulteriormente cresciuta) bensì anche della cura nella realizzazione della storia e soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi. La scelta di rendere protagonisti dei giocattoli, probabilmente imposta dalle limitazioni di allora nel rendering delle persone in carne e ossa (la plastica è infinitamente più facile da rappresentare in maniera realistica e credibile), non è fine a sé stessa ma al servizio di una sceneggiatura che affronta con intelligenza temi come l'amicizia (si tratta di un buddy movie con tutti i crismi) e l'affetto che lega un bimbo ai suoi giocattoli (esemplare, al riguardo, la differenza fra Andy, che ama i suoi giochi, e il "villain" Sid, l'appassionato di esplosivi che invece li maltratta in ogni modo), ma anche il confine fra realtà e finzione (Buzz, essendo appena uscito dalla scatola, inizialmente non è cosciente di essere un semplice giocattolo e crede davvero di essere uno space ranger impegnato in pericolose missioni e in grado di volare: "Verso l'infinito e oltre!", recita la sua popolarissima catchphrase). Al fianco di personaggi creati per l'occasione, come Woody e Buzz (che ovviamente poi sono diventati giocattoli per davvero: potenza del merchandising!) o i mitici alieni con tre occhi e in crisi mistica, gli animatori si sono divertiti a inserire celebri giocattoli presenti nelle camerette di molti bambini americani e non solo (il "leggendario" Mr. Potato Head, i classici soldatini di plastica, automobili radiocomandate, un dinosauro di gomma, un porcellino-salvadanaio, una lavagnetta magnetica, ecc.): lo stesso faranno negli episodi successivi. E già, perché il primo film della Pixar ha dato vita a una vera e propria franchise, con altri lungometraggi altrettanto (se non di più) riusciti e piacevoli, oltre che tecnicamente sempre più raffinati. Il supervisore dell'animazione è Pete Docter, e fra gli sceneggiatori figurano Andrew Stanton e Joss Whedon. Le canzoni sono di Randy Newman, mentre le voci originali di Woody e Buzz (i cui nomi sono un omaggio all'attore western Woody Strode e all'astronauta Buzz Aldrin) sono rispettivamente di Tom Hanks e Tim Allen.

18 ottobre 2009

Up (Pete Docter, 2009)

Up (id.)
di Pete Docter [e Bob Peterson] – USA 2009
animazione digitale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Albertino e altra gente.

Ancora un ottimo film della Pixar (parlare di capolavoro ogni volta comincia a sembrarmi ridondante), particolarmente gradevole per la simpatia dei personaggi e la visionarietà di molte scene: la sospensione dell'incredulità è più che mai necessaria per godersi la pellicola fino in fondo. L'incipit, meravigliosamente commovente e con lunghe sequenze mute (come in "Wall-E", gli sceneggiatori della casa di John Lasseter dimostrano che – se lo volessero – potrebbero benissimo fare a meno delle parole per tutto un film), concentra in pochi minuti l'intera vita del protagonista, Carl Fredricksen, da bambino ingenuo e appassionato di avventura a vecchietto solo e burbero – dopo la scomparsa della moglie Ellie – che vive in una fatiscente dimora circondata dai minacciosi grattacieli. È a questo punto che prende la decisione di trasferirsi in Sudamerica, presso le leggendarie e misteriose Cascate Paradiso, per adempire a una promessa che aveva fatto a Ellie e realizzare il sogno di tutta una vita: e lo fa nella maniera più incredibile e spettacolare, lasciando sollevare la propria dimora da migliaia di palloncini colorati. Nel suo viaggio lo seguirà – suo malgrado – Russell, un piccolo boyscout grassottello e dai tratti asiatici: e una volta giunti alla meta, in una vallata sperduta, ai due si uniranno anche Kevin, invadente "struzzo in technicolor" (in realtà un raro volatile preistorico), e Dug, affettuoso cane che qualcuno, per mezzo della tecnologia, ha dotato di parola... Se la sequenza della casa che vola tra i grattacieli, trascinata dai palloncini colorati, è magicamente visionaria ed evoca Miyazaki ("Il castello errante di Howl") e Gilliam ("Il senso della vita"), anche il resto del film – pur "volando" più basso – continua a sorprendere lo spettatore con incontri bizzarri, sano divertimento, sense of wonder, mirabili sequenze d'azione (gli inseguimenti sono dinamicissimi) e implausibili duelli fra vecchietti (protagonisti di acrobazie aeree alla Indiana Jones). Intrattenimento di alta qualità, sia pure con qualche sviluppo prevedibile, e senza bisogno di appesantire la storia con il solito contorno di citazioni e strizzatine d'occhio che ormai soffocano le produzioni di altre major dell'animazione. L'ispirazione miyazakiana ritorna anche nelle scene con il dirigibile (che ricordano "Laputa"), mentre l'elogio dell'amicizia si riconferma il tema principale delle pellicole Pixar (è così sin dai tempi del primo "Toy Story"), affiancato qui dall'importanza di mantenere la parola data.

Nota: Sono volutamente andato a vederlo in un cinema che lo proiettava in due dimensioni, per evitare che gli effetti 3D (che non amo) mi distraessero dalla storia e dai personaggi. Le uniche scene in cui ho avuto l'impressione che la tridimensionalità potesse davvero aggiungere qualcosa sono quelle in cui i protagonisti vengono inseguiti dai cani sui dirupi presso la cascata.

20 ottobre 2008

WALL-E (Andrew Stanton, 2008)

WALL-E (id.)
di Andrew Stanton – USA 2008
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Albertino e altra gente.

Ricordo che anni fa, quando "Il re leone" vinse l'Oscar per la miglior colonna sonora, sentii un (sedicente) critico cinematografico – che stava commentando i film premiati su un canale televisivo locale – sentenziare con sufficienza che quel premio era "un contentino dato ai bambini" e che "il cinema d'animazione non è nemmeno vero cinema". Chissà se quell'inetto ha cambiato opinione, ora che da qualche anno a questa parte proprio alcuni cartoni animati si ritrovano regolarmente fra i migliori film dell'annata, talvolta addirittura al primo posto. L'ennesimo capolavoro della Pixar è una pellicola che ci porta di quasi un migliaio di anni nel futuro, su un pianeta Terra ormai disabitato, distrutto dal consumismo e invaso dalla ruggine e da montagne di rifiuti. Il robottino Wall-E, l'unico ancora funzionante fra i tanti compattatori di rottami che avevano il compito di "fare pulizia", prosegue indefesso il proprio lavoro e nel frattempo ha sviluppato una coscienza, una passione per il modernariato e soprattutto la speranza di trovare, prima o poi, un'anima gemella. Il che puntualmente si verifica quando sul pianeta giunge un altro essere artificiale, la sofisticatissima e ultra-tecnologica Eve, alla ricerca di una forma di vita vegetale... Se i primi trenta-quaranta minuti di film, praticamente muti e con i due robottini che comunicano i propri sentimenti soltanto attraversi segnali e suoni in stile C1P8, dimostrano per l'ennesima volta come la casa di John Lasseter sia in grado di stimolare commozione, riflessioni e divertimento con una manciata di pixel, tante buone idee e senza bisogno di ricorrere a battutine e citazioni, proprio come il buon cinema d'intrattenimento dovrebbe fare (e fa sempre più raramente), la seconda parte è forse meno dirompente: lo scenario post-apocalittico lascia spazio all'avventura e il film si riduce a una (per quanto ottima) pellicola d'azione, anche se non mancano momenti emozionanti (come il balletto nello spazio o l'apparizione dei robot difettosi) e riflessioni sociali (l'attacco allo stile di vita sedentario e all'eccessivo uso di tecnologia, che porta gli uomini a diventare palle di grasso). Mitico anche il nuovo utilizzo in un contesto fantascientifico (e non credevo che fosse possibile) per l'incipit di "Also sprach Zarathustra", e belli i titoli di coda che mostrano l'evoluzione storica dell'arte, dai graffiti fino alla computer grafica degli anni ottanta. Forse non sarà all'altezza di "Ratatouille", ma resta comunque un film da non perdere, capace di dar vita a due personaggi che è difficile non farsi entrare nel cuore.

18 ottobre 2007

Ratatouille (Brad Bird, 2007)

Ratatouille (id.)
di Brad Bird [e Jan Pinkava] – USA 2007
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

E alla fine, volenti o nolenti, si ritorna sempre ai topi, come se l'animazione (disneyana o no) non ne potesse proprio fare a meno. Già l'anno scorso il miglior film animato occidentale, "Giù per il tubo", vedeva come protagonista un topolino finito nelle fogne. Quest'anno l'ennesimo capolavoro Pixar (ormai un vero e proprio marchio di garanzia) presenta, più che un topo, un simpaticissimo ratto che – a differenza dei propri simili – ha avversione per la spazzatura e nutre invece ambizioni di alta cucina, al punto da diventare – con l'aiuto di un cuoco giovane e inesperto – il più bravo e raffinato chef di tutta Parigi. Diretto dal Brad Bird già responsabile de "Gli incredibili" (ma si vede chiaramente anche la mano del suo assistente Jan Pinkava, quello de "Il gioco di Geri"), Il film parte un po' lentamente ma ben presto raggiunge livelli eccezionali, sia tecnicamente sia narrativamente. La scena più bella e commovente, nel finale, è quella in cui il severo critico Anton Ego (il cui personaggio e le cui riflessioni sul ruolo "parassitario" della critica rispetto all'arte potrebbero sposarsi perfettamente con altri ambiti artistici, cinema compreso) assaggia per la prima volta la Ratatouille preparata dal piccolo topolino e piomba immediatamente – potremmo quasi dire "proustianamente" – nei suoi ricordi d'infanzia. Il film, che riesce a raffigurare il mondo dell'alta cucina in maniera niente affatto snob, brilla in effetti di luce propria: niente ammiccamenti, citazioni o parodie, la pellicola punta le proprie carte esclusivamente sulla storia (divertente ed emozionante) e sui personaggi. Mancano anche le spalle comiche appartenenti a specie animali differenti: nel mondo di Ratatouille ci sono soltanto ratti ed esseri umani. Memorabile il sistema con cui il ratto Remy controlla i movimenti dell'umano Linguini, manovrandolo tramite i capelli come se si trattasse di un robot. Ottime anche le scenografie e l'ambientazione: Parigi, la Ville Lumiére, la Senna e i suoi ponti immersi nella nebbia sono realistiche e romantiche. Per essere un film a stelle e strisce, ho notato soltanto due riferimenti alla rivalità e al modo in cui gli americani vedono i transalpini: la frase con cui si apre il film, "i francesi ritengono che la miglior cucina del mondo sia quella francese", e una a metà pellicola "Siamo francesi, quindi dobbiamo essere rudi". Un 'altra cosa che mi ha stupito è che si parla senza pudore della morte (uno dei personaggi principali, Gusteau, è morto; e di un altro, la madre di Linguini, si dice chiaramente che lo è) o dell'amore (la scena del bacio fra Linguini e Colette non è meno adulta che infantile). Curiosamente, invece, dal mondo dei topi sembra essere assente il sesso femminile (tranne che, brevemente, nei titoli di coda). In conclusione: il miglior film dell'anno (finora).

3 agosto 2007

Monsters & Co. (Pete Docter, 2001)

Monsters & Co. (Monsters, Inc.)
di Pete Docter – USA 2001
animazione digitale
***1/2

Rivisto in DVD, con Saveria e Albertino.

Forse il miglior film Pixar fino a oggi (insieme a "Toy Story 2"), sicuramente il più originale. La vicenda si svolge in un'altra dimensione, abitata soltanto dai mostri, la cui organizzazione sociale è in tutto simile a quella umana. L'unica fonte di energia è costituita dalle grida di terrore dei bambini umani, e la società Monsters & Co. ha l'incarico di procurarla con un gruppo di "spaventatori" appositamente addestrati per recarsi nottetempo nelle stanze dei piccoli attraverso porte transdimensionali attivabili a piacimento. Ma i bambini moderni non si spaventano più come una volta, e la produzione di energia è drammaticamente in calo. Mentre qualcuno trama nell'ombra per rivoluzionare il sistema produttivo, il peloso James P. Sullivan (il migliore degli spaventatori) e il suo assistente monocolo Mike Wazowski vengono in contatto con una bambina giunta per errore nel loro mondo. Il geniale ribaltamento di ruoli (i mostri hanno nomi "normali", temono la burocrazia e sono in realtà terrorizzati da una bimba che chiamano "Boo"!) è alla base di un film divertente e, come sempre, giostrato su più livelli, una fiaba che descrive dall'esterno il mondo dei bambini e delle loro paure, una grande avventura e una commovente storia d'amore. Ottime la resa tecnica, l'espressività dei personaggi e la regia delle scene d'azione (come l'inseguimento finale nel magazzino delle porte dimensionali, ispirate forse da "Alice nel paese delle meraviglie" e dall'episodio di Lamù con Inaba). Irresistibili anche le gag comiche, come il musical improvvisato da Wazowski sulle parole "Ehi, rimetti quell'affare dove l'hai trovato, dai retta a me!", e le strizzatine d'occhio, come il nome del locale alla moda dove si reca con la sua fidanzata ("Harryhausen").

1 novembre 2006

Gli incredibili (Brad Bird, 2004)

Gli incredibili - Una normale famiglia di supereroi (The Incredibles)
di Brad Bird – USA 2004
animazione digitale
**1/2

Rivisto in DVD, con Giuliana e la mia nipotina Elena.

Già quando l'avevo visto al cinema non mi aveva convinto del tutto. Intendiamoci: è sì bello e divertente, ma dalla Pixar ci si attende sempre qualcosa di memorabile e innovativo. "Gli incredibili", invece, è il loro film meno originale, ha meno inventiva del solito e non dice nulla di nuovo sul tema che affronta, limitandosi a riciclare idee che chi legge fumetti da una vita – come me – non può che trovare fin troppo familiari. L'idea di una famiglia di supereroi proviene dritta dai Fantastici Quattro (così come alcuni poteri: Elastigirl è una copia di Mr. Fantastic, mentre Violetta ha le stesse caratteristiche della Donna Invisibile, campi di forza compresi; per non parlare dei costumi con le "molecole instabili"), mentre il concetto degli eroi ripudiati dalla società e costretti a rinunciare all'identità segreta era già presente nel Watchmen di Alan Moore. Se poi si aggiunge la mancanza di un livello di lettura più adulto, i cliché e la retorica dei film d'azione e avventurosi e le troppe situazioni scontate (dalla spalla che diventa villain all'equivoco del "tradimento coniugale", dalle riflessioni su mediocrità ed eccellenza alla gag del mantello che rimane impigliato – anch'essa mutuata da Watchmen), ecco che del film si salvano quasi soltanto le scene d'azione, il livello tecnico (stupendi quei costumi umidi dopo essere stati bagnati!) e il look retrò, sebbene anch'esso sia ormai inflazionato (sin dai tempi delle Batman Adventures). Inoltre si tratta del primo film Pixar con personaggi umani: anche questo, secondo me, è stato un errore. Ritengo infatti che la CGI vada bene per animare oggetti, animali o mostri, ma sia spesso immotivata (almeno ai livelli odierni) nel caso degli esseri umani: tutto il film, in fondo, avrebbe potuto essere realizzato in live action e forse sarebbe stato più coinvolgente ed emozionante.

Alcune curiosità. Anche gli altri personaggi hanno poteri che ricordano celebri supereroi fumettistici: Mr. Incredibile è praticamente un Superman senza la capacità di volare (e, almeno all'inizio, con una macchina che sembra la bat-mobile); Flash è, appunto, Flash; Lucius è l'Uomo Ghiaccio degli X-Men. E nel finale, ecco il Minatore... alias l'Uomo Talpa! Nel film, comunque, non si usa mai il termine "supereroi", preferendo chiamarli semplicemente "super": problemi di copyright, visto che negli USA la parola è un marchio registrato di Marvel e DC? In ogni caso, i distributori italiani l'hanno inserita impunemente nel titolo! Per quanto riguarda il doppiaggio italiano, ho trovato ai limiti dell'insopportabilità la voce di Elastigirl (Laura Morante), mentre particolarmente azzeccata è quella della stilista Edna (Amanda Lear), il personaggio migliore di tutto il film.