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3 gennaio 2023

Glass Onion (Rian Johnson, 2022)

Glass Onion - Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery)
di Rian Johnson – USA 2022
con Daniel Craig, Edward Norton
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

L'eccentrico milionario e imprenditore tecnologico Miles Bron (Edward Norton: il personaggio è ovviamente modellato su Elon Musk) invita sulla sua isola privata in Grecia, dominata dall'avveniristica struttura chiamata "Glass Onion", un gruppo di amici e appartenenti alla sua "cerchia ristretta" – una candidata politica (Kathryn Hahn), uno scienziato (Leslie Odom Jr.), un'imprenditrice della moda (Kate Hudson) con la sua assistente (Jessica Henwick), un muscoloso influencer maschilista (Dave Bautista) con la sua compagna (Madelyn Cline), e persino l'ex socia che ha recentemente estromesso dalla sua azienda (Janelle Monáe) – per trascorrere un weekend all'insegna di giochi ed enigmi, con l'intenzione di mettere in scena la propria (finta) morte e lasciare che gli amici risolvano il mistero. Fra i presenti, a sorpresa, c'è anche l'investigatore Benoit Blanc (Daniel Craig), che qualcuno ha invitato all'insaputa di Bron. E sarà proprio lui a indagare quando un assassinio verrà commesso veramente... Il secondo film della serie "Knives out", dopo "Cena con delitto" (ma l'unico personaggio che ritorna è appunto il detective), prosegue nell'intento di rivisitare i meccanismi e le modalità del whodunit, il giallo per eccellenza alla Agatha Christie, di cui rispetta – almeno apparentemente – le classiche regole, ma colorandone i contenuti di satira e osservazioni su temi sociali. A questo giro si ironizza (via Musk) su una certa modalità di pensiero e di concezione del "successo", dal "pensare fuori dalla scatola" (thinking outside the box: esemplificato dalla scena in cui uno degli invitati, anziché risolvere i complessi enigmi contenuti nella scatola inviata da Bron, la demolisce a colpi di martello per estrarne poi il biglietto di invito) al ritenersi "al di sopra delle masse", tanto da che il gruppo formato da Bron e dai suoi amici si è denominato "i disgregatori", nel senso che si vantano di distruggere le regole di comportamento comune pur di superare gli altri e vincere ogni sfida. Blanc, invece, ne metterà crudelmente in luce i limiti, dimostrando che tutto ciò che sembrava estrosa genialità nasconde soltanto stupidità e superficialità. Strutturalmente la pellicola è divisa in tre parti: la prima è quella introduttiva, che presenta i personaggi, l'ambientazione e mette le carte in tavola; la seconda torna indietro, mostrandoci il dietro le quinte e rivelandoci che non tutto era come sembrava; la terza, quella risolutiva, conduce a un finale distruttivo e insolito per un giallo (ma lo stesso meccanismo del whodunit aveva già riservato alcune sorprese, a partire dalla vittima, che non era quella prevista). Un finale che rende il film più esagerato, grottesco e postmoderno del precedente: ciò nonostante la visione non è fastidiosa, anzi tutt'altro, perché Johnson sa misurarsi e usare questi elementi (di cui il cinema americano moderno, da Tarantino in poi, abusa allo sfinimento) in maniera sempre sensata, intelligente e coerente. E dunque poco importano l'assurdità e l'irrealtà di alcuni passaggi, situazioni o conseguenze (la Gioconda distrutta!?), visto che – come nel primo film – la trama gialla è solo un pretesto per una serie di riflessioni socio-politiche sulle distorsioni del mondo attuale (si parla anche di ambiente, crisi energetica e, visto che la pellicola è ambientata nel 2020, della pandemia di Covid: naturalmente Bron ha sviluppato, solo per sé e i suoi amici, un vaccino/cura efficace). Craig e Norton sono in forma, ma il resto del cast è meno brillante rispetto a quello del film precedente (con la Monáe che prende il posto, narrativamente parlando, che era di Ana de Armas). Del tutto inutile il personaggio di Noah Segan (lo slacker che bivacca sull'isola). Minuscole parti per Hugh Grant ed Ethan Hawke, cameo (nei panni di sé stessi) per "celebrità" come Stephen Sondheim, Angela Lansbury, Kareem Abdul-Jabbar, Yo-Yo Ma e Serena Williams.

15 febbraio 2022

I gemelli (Ivan Reitman, 1988)

I gemelli (Twins)
di Ivan Reitman – USA 1988
con Arnold Schwarzenegger, Danny DeVito
*1/2

Rivisto in TV (Now Tv), per ricordare Ivan Reitman.

Nati in laboratorio come risultato di un esperimento scientifico, i gemelli Julius (Schwarzy) e Vincent (DeVito) sono stati separati alla nascita. Si ritroveranno per andare alla ricerca della madre. Per la prima volta Schwarzenegger è protagonista di una commedia (o quasi, visto che anche "Commando", dopo tutto, poteva essere definita tale), aprendosi una carriera che porterà avanti sporadicamente (con titoli come "Un poliziotto alle elementari" e "Junior", sempre diretti da Ivan Reitman), anche se naturalmente non manca una sottotrama più avventurosa/d'azione, quella legata al furto – da parte del fratello Vincent – di un'auto nel cui portabagagli c'è un motore d'aereo sperimentale trafugato da una spia industriale. L'umorismo è però di grana grossa, e di fatto si incentra su un'unica idea, certamente poco originale: quella di mettere a confronto due personaggi all'opposto per fisicità (Julius è "l'uomo perfetto", aitante e muscoloso; Vincent è basso, grasso, calvo) e personalità (Julius è intelligente ma ingenuo, avendo vissuto sempre su un'isola tropicale; Vincent è furbo, imbroglione, manipolatore). Nel complesso è una pellicola dozzinale, che offre un divertimento ingenuo e infantile senza particolare spessore. A parte i due protagonisti (meglio comunque DeVito: Schwarzy appare molto impacciato), gli altri personaggi sono macchiette insulse, a partire dai comprimari femminili (Kelly Preston e Chloe Webb). Marshall Bell è la spia killer, Bonnie Bartlett la madre dei gemelli. Da sottolineare la scena in cui Arnold se la ride davanti a un poster di "Rambo" con Sylvester Stallone. Reitman stava per realizzare un seguito a distanza di trent'anni ("Triplets", con Eddie Murphy nel ruolo di un terzo gemello) quando è morto.

10 dicembre 2019

Lo zoo di Venere (Peter Greenaway, 1985)

Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts)
di Peter Greenaway – GB/Olanda 1985
con Andréa Ferréol, Brian Deacon, Eric Deacon
**1/2

Rivisto in DVD.

Quando le proprie mogli scompaiono in un incidente automobilistico causato da un cigno (!), i fratelli gemelli Oliver e Oswald Deuce (Brian ed Eric Deacon), etologi presso lo zoo di Rotterdam, rimangono ossessionati dalla morte e dalla putrefazione. Iniziano così una serie di esperimenti, filmando le carcasse di animali in decomposizione, e nel contempo danno vita a una relazione a tre con Alba (Andréa Ferréol), la donna che era alla guida dell'auto dove sono morte le mogli, che ha avuto una gamba amputata dal misterioso e ambiguo chirurgo Van Meegeren (Gerard Thoolen), a sua volta ossessionato dall'arte del pittore fiammingo Vermeer e dal desiderio di replicarne i dipinti. Pellicola surreale e caledoiscopica, nella quale Greenaway (al secondo lungometraggio di finzione dopo "I misteri del giardino di Compton House") inietta, come suo solito, i tanti temi che lo affascinano da sempre, dal sesso alla morte, dagli alfabeti alle catalogazioni, senza preoccuparsi del realismo o di un filo logico e rinunciando al tipo di narrazione tradizionale, col rischio di disorientare lo spettatore o, più probabilmente, di alienarlo o disgustarlo. Anche grazie alla splendida fotografia di Sacha Vierny (con il quale il regista inaugura una collaborazione destinata a durare), ogni inquadratura è ricchissima di dettagli e di allegorie, di citazioni mitologiche o artistiche, all'insegna della geometria o, più esattamente, di una simmetria che permea l'intera pellicola, a iniziare dal titolo (la parola ZOO si riferisce ai tre protagonisti) e dai personaggi stessi. Inizialmente ben diversi, al punto da litigare fra loro, Oliver e Oswald (interpretati da una vera coppia di fratelli) finiscono per assomigliarsi sempre più, fino a essere indistinguibili e a desiderare addirittura di diventare una cosa sola (facendosi "ricucire" insieme come alla nascita, quando erano siamesi, oppure considerandosi un unico individuo, per esempio quando si definiscono "il padre" dei due bambini, anch'essi gemelli, che partorisce Alba). La ricerca della simmetria o quella della complementarietà, a livello sociale ma anche biologico (vita-morte), guida tutte le loro azioni e ne condiziona l'ambiente: si ritrova nelle scenografie, nei discorsi, nei racconti che li circondano (spesso il tema sono gli animali, alcuni dei quali – come la zebra – si prestano perfettamente a questo tema). Di questo gioco di rimandi concettuali, metatestuali e artistici fanno parte i diversi personaggi di contorno: Beta, la figlioletta di Alba, che recita l'alfabeto con i nomi di animali; Venere di Milo (Frances Barber), la prostituta/sarta/aspirante scrittrice che racconta aneddoti sulla fauna e sul sesso; Van Hoyten (Joss Ackland), il misterioso direttore dello zoo, figura ricorrente nell'immaginario greenawayano (è il principale antagonista dell'ornitologo Tulse Luper); Caterina Bolnes (Guusje Van Tilborg), la moglie/assistente di Van Meegeren. Fra filmati di frutti o di animali in decomposizione, mutilazioni e amputazioni varie, passaggi surreali o grotteschi e l'impressione che molto di ciò che si vede sia estemporaneo o fine a sé stesso, il film non è certo per tutti i gusti: ma cresce ad ogni successiva visione, specie se accompagnata da quella degli altri lavori del regista, con cui forma un corpus autonomo e coerente (molti gli elementi, per esempio, che anticipano il successivo "Giochi nell'acqua"). Per certi versi il film ricorda anche "Inseparabili" di Cronenberg. Fondamentale la colonna sonora di Michel Nyman, integrata da due canzoni d'antan, "The Teddy Bear's Picnic" e "An Elephant Never Forgets" (su musica di Schumann).

25 aprile 2018

Doppio amore (François Ozon, 2017)

Doppio amore (L'amant double)
di François Ozon – Francia 2017
con Marine Vacth, Jérémie Renier
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Chloé, ex fotomodella venticinquenne (Marine Vacth, al secondo film con Ozon dopo "Giovane e bella") che soffre di dolori psicosomatici per via del suo rapporto irrisolto con il sesso e la maternità, si innamora del suo psichiatra Paul (Jérémie Renier) e si trasferisce a vivere con lui. Ben presto, però, scopre che l'uomo le nasconde qualcosa: un vero e proprio lato oscuro, sotto forma di un fratello gemello, Louis, con cui ha rotto tutti i rapporti (tanto da cambiare cognome) e che svolge la sua stessa professione anche se con atteggiamenti e modi ben diversi: tanto Paul è dolce e comprensivo, tanto Louis è brutale, aggressivo e sadico. Attratta da lui, e di nascosto da Paul, Chloé comincia a frequentare anche Louis e ne diviene l'amante... Ozon affronta il tema del doppio in un thriller psicologico (liberamente tratto dal romanzo "Lives of the Twins" di Joyce Carol Oates) che guarda a Cronenberg ("Inseparabili"), ma anche a Hitchcock, De Palma e Polanski, mettendo in scena sdoppiamenti, specchi (che si infrangono o meno), gatti e sesso in un'atmosfera torbida e ambigua, grazie a una regia fredda e "chirurgica" (quando non... ginecologica). I colpi di scena non mancano, anche se molto accade soltanto nella mente della protagonista, che proietta sul compagno le proprie ossessioni relative al sesso e alla gemellarità. Nonostante la lentezza, la tensione resta alta fino alla fine. Ottimi i due interpreti. Breve parte per Jacqueline Bisset (la madre di Sandra, vecchia fiamma di Paul/Louis).

24 marzo 2018

The seen and unseen (Kamila Andini, 2017)

The Seen and Unseen (Sekala Niskala)
di Kamila Andini – Indonesia 2017
con Ni Kadek Thaly Titi Kasih, Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena
***1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente la regista.

Tantri (Ni Kadek Thaly Titi Kasih) e Tantra (Ida Bagus Putu Radithya Mahijasena) sono due gemelli di dieci anni che vivono sull'isola di Bali. Quando il bambino, caduto in coma, viene ricoverato in ospedale con una malattia terminale, la sorella continua a trascorrere il tempo con lui all'interno di un vissuto onirico e immaginario, fatto di giochi, di storie, di danze e di canti. Un film altamente simbolico ed estremamente suggestivo, che affronta i temi della sofferenza della separazione e del mistero della morte con il linguaggio del realismo magico e il copioso utilizzo di simboli e riferimenti al folklore balinese (come i bambini fantasma che rotolano fra i campi, spiritelli "compagni di gioco" ed amici immaginari di ogni bambino sin dalla sua nascita). Ripetuti, per esempio, i riferimenti alla luna, il cui ciclo indica la morte e la rinascita (quasi tutti gli incontri fra i due bambini avvengono di notte, illuminati dalla luce del satellite), oppure quelli alle uova, simbolo dell'unione e della complementarietà dei due gemelli (quando mangiano, si prendono l'uno il tuorlo e l'altra l'albume: e non appena sono stati separati, a Tantri capita un uovo sodo che manca totalmente della parte gialla). A Bali il ciclo della vita comprende tutto, unendo insieme gli aspetti duplici dell'esistenza: il maschile e il femminile, il giorno e la notte, il reale e il surreale, il visibile e l'invisibile (da cui il titolo del film). Questa duplicità è, naturalmente, particolarmente percepita nel fenomeno di due gemelli, uno maschio e uno femmina. E i giochi, i sogni e i canti fanno parte di un linguaggio comune e universale, soprattutto nel momento dell'infanzia. Fra le scene più belle, quelle in cui i bambini imitano gli animali, girati dalla regista giavanese con lunghi piani sequenza: la lotta fra i galli e, nel finale, la curiosità e l'esplorazione della scimmia.

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1: Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma familiare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.

18 gennaio 2017

La donna che canta (D. Villeneuve, 2010)

La donna che canta (Incendies)
di Denis Villeneuve – Canada 2010
con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

All'improvvisa morte della madre Nawal Marwan, immigrata in Canada da un paese del medio oriente (anche se non è mai citato, si tratta del Libano sconvolto dalla guerra civile), i gemelli Jeanne e Simon scoprono dalle sue ultime volontà che sia loro padre (che credevano morto) sia un altro fratello (di cui ignoravano l'esistenza) sono ancora in vita. Non senza riluttanza, partiranno alla loro ricerca per consegnargli un ultimo messaggio da parte della madre. E durante il viaggio, ripercorrendo all'indietro le tracce di Nawal e ricostruendone la turbolenta storia, scopriranno terribili verità su di lei e su loro stessi. Da una pièce teatrale di Wajdi Mouawad, ispirata alla vita dell'attivista libanese Souha Bechara, un intenso dramma familiare che ha lanciato definitivamente la carriera di Denis Villeneuve: costruito come un puzzle i cui vari elementi si incastrano lentamente (attraverso il continuo passaggio dal presente al passato, grazie a vari flashback ambientati in epoche diverse), il film è un'acclamata riflessione sul caso e il destino, sulla maternità e sulle proprie radici, in un paese scosso da continui conflitti, guerre civili, ribellioni e faide fra gruppi di etnie e religioni differenti, e su come tutti questi elementi possano influenzarsi reciprocamente. La sceneggiatura trasforma quella che sarebbe una vicenda del tutto paradossale e improbabile (ma con evidenti "elementi da tragedia greca", come ha commentato lo stesso regista) in un messaggio simbolico sull'assurdità della guerra e sulla necessità di spezzare la catena dell'odio e delle rappresaglie, oltre che sul sofferto contrasto fra il perdono e la vendetta. La scelta di non specificare chiaramente l'ambientazione (il setting, come detto, è quello della guerra civile in Libano: ma le riprese sono state effettuate in Giordania, e tutti i luoghi citati durante il film sono stati inventati), amplifica tale messaggio e lo rende ancora più universale. E nonostante i tragici eventi narrati, il finale è ammantato di speranza: quando tutti i nodi saranno venuti alla luce, i gemelli avranno imparato a conoscere e amare finalmente quella madre che per loro era sempre rimasta un mistero distante e impenetrabile. Da notare che Jeanne lavora come assistente universitaria nel dipartimento di matematica pura: e proprio la matematica si pone come una chiave di lettura della complessa realtà che la circonda (“Uno più uno può fare uno?”, le chiede il gemello, mentre la soluzione dell'enigma risiede nell'intersezione fra l'amore e l'odio). Altro tema conduttore è l'acqua (le piscine, il fiume), salvifica in contrasto con il fuoco dell'odio e della guerra. Un film intenso, complesso, stratificato e stimolante sotto più punti di vista, dove la potenza della sceneggiatura è ben servita dalle ottime interpretazioni e da una regia attenta, rigorosa ma anche ricca di stile. Nella colonna sonora spicca "You and whose army?" dei Radiohead.

14 novembre 2015

Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 2002)

Il ladro di orchidee (Adaptation)
di Spike Jonze – USA 2002
con Nicolas Cage, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV.

Lo sceneggiatore Charlie Kaufman, dopo il successo di "Essere John Malkovich" (anch'esso diretto da Jonze), viene incaricato di adattare per il cinema il libro "Il ladro di orchidee", un reportage della giornalista del "New Yorker" Susan Orlean (Meryl Streep) che parla di un bizzarro botanico, John Laroche (Chris Cooper), alla ricerca ossessiva di una preziosa orchidea nelle paludi della Florida. Ma il libro si rivela difficile da trasporre in una sceneggiatura cinematografica, soprattutto se – come cerca di fare Kaufman – si vuole mantenere intatta la sua mancanza di trama e la sua struttura non lineare, evitando ogni deriva hollywoodiana. Ben presto Charlie si ritrova impantanato a sua volta in una palude creativa ed esistenziale. Insicuro e sfiduciato, decide di inserire nella storia come personaggi dapprima l'autrice del libro, e poi addirittura sé stesso. La sceneggiatura diventa così la cronaca della sua stessa lavorazione, e il film che ne risulta non può che essere autoreferenziale e metacinematografico. Nel doppio ruolo di Charlie Kaufman e di suo fratello Donald – a sua volta sceneggiatore, ma specializzato in thriller e in pellicole più convenzionali e meno cervellotiche – c'è Nicolas Cage (anche se Kaufman, nel film stesso, afferma che avrebbe preferito Gérard Depardieu): il finale, per il quale Charlie chiede aiuto al fratello, diventa in effetti all'improvviso un thriller convenzionale, con tanto di deus ex machina (il coccodrillo) che risolve tutto. Originale e unico nell'affrontare il tema dell'arte che imita la vita (o è il contrario?), il film può per lunghi tratti risultare cervellotico o inconcludente: ma è inevitabile, visto che il suo intento è proprio quello di rappresentare sullo schermo l'impasse creativa e la difficoltà di esprimere sé stessi. La voce fuori campo di Kaufman lo riconosce apertamente, e la pellicola diventa così un viaggio nelle difficoltà di uno scrittore in crisi esistenziale, lasciando spazio a numerose riflessioni, per esempio sul confine fra realtà e finzione, e sul rapporto fra gli individui e il mondo che li circonda. In effetti il titolo originale, "Adattamento", ha un doppio significato: oltre al lavoro di trasposizione di uno sceneggiatore (dal libro al film), anche – in senso darwiniano – quello dell'evoluzione di una specie (che si tratti di un fiore o di un essere umano) per sopravvivere in un nuovo ambiente. Nel cast anche Cara Seymour, Brian Cox, Tilda Swinton e Maggie Gyllenhaal, più camei di Spike Jonze, John Malkovich, John Cusack, Catherine Keener e Curtis Hanson. Nella realtà, Charlie Kaufman non ha un fratello: Donald è immaginario, eppure è stato accreditato come co-sceneggiatore (e il film è dedicato alla sua memoria).

13 settembre 2015

Gemini (Shinya Tsukamoto, 1999)

Gemini (Sōseiji)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1999
con Masahiro Motoki, Ryo
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il giovane medico Yukio Daitokuji, decorato durante la guerra per le tante vite salvate sul fronte, gestisce una piccola clinica a condizione familiare nei quartieri alti di Tokyo ed è benvoluto e rispettato da tutti. Ma il suo mondo pulito e idealista è macchiato da un'ombra che grava sul passato della sua famiglia: quella di un fratello gemello, Sutekichi, abbandonato alla nascita per via di una tremenda voglia sulle gambe, cresciuto nei bassifondi e desideroso di vendetta. Questi si sostituisce a Yukio, rinchiudendo il fratello in un pozzo e mettendolo così a confronto con il proprio lato oscuro. A fare da collante fra i due gemelli c'è anche Rin, la donna dal passato misterioso che Yukio ha sposato (credendola priva di memoria in seguito a un incendio) e che in precedenza è stata l'amante di Sutekichi. Ispirandosi a un racconto di Edogawa Ranpo e tuffandosi per la prima volta nel passato (ovvero nell'era Meiji, all'inizio del novecento), Tsukamoto rilegge il tema del “doppio” a modo suo, realizzando quasi una versione al contrario del “Dottor Jekyll e Mister Hyde”: se nel racconto di Stevenson l'uno si divideva in due, qui invece le due parti separate, quella “buona” e quella “cattiva”, finiscono con il riunirsi, visto che al termine del film il protagonista reintroietta la propria “ombra” e diventa una figura più completa e a tutto tondo (accettando, per esempio, di recarsi a curare anche quegli abitanti dei bassifondi che all'inizio tanto disprezzava). Girato con stile elegante e controllato, il film non rinuncia però a tuffarsi in un'atmosfera inquietante e malsana, e a tratti brulica di una vitalità “kurosawiana”, tanto nella rappresentazione teatrale ed espressionistica di certe scene e personaggi (gli abitanti dei bassifondi, per esempio), favorita anche dall'uso dei colori (notevole la fotografia dello stesso Tsukamoto) o da occasionali scene oniriche, quanto nella scelta dei temi, tutti ricorrenti nel cinema dell'Imperatore: il doppio e l'ombra (“Kagemusha”), l'etica della professione medica (“Barbarossa”, “L'angelo ubriaco”), la dicotomia dell'umanità divisa fra quartieri alti e poveri (“Anatomia di un rapimento”, “I bassifondi”). Grande la prova di Motoki, inquietante quella di Ryo.

11 febbraio 2014

Twin dragons (Ringo Lam, Tsui Hark, 1992)

The twin dragons (Shang long hui)
di Ringo Lam e Tsui Hark – Hong Kong 1992
con Jackie Chan, Maggie Cheung
**1/2

Rivisto in TV.

In questa classica commedia degli equivoci, Jackie Chan interpreta il doppio ruolo di due gemelli separati alla nascita. Uno, John Ma, cresciuto ed educato negli Stati Uniti, è diventato un celebre direttore d'orchestra; l'altro, Boomer, vissuto nei bassifondi di Hong Kong, è ora un pilota clandestino ed esperto in arti marziali. Quando John torna ad Hong Kong per esibirsi in un concerto, i due entrano a contatto, dando il via a un'inevitabile serie di scambi di persona. A un certo punto Boomer si ritroverà a dirigere sul palco mentre John dovrà affrontare i gangster che hanno un conto in sospeso con il fratello... Costruita su uno spunto vecchio come il cinema (da "Non c'è due senza quattro" a "Inseparabili"), una pellicola forse carente dal punto di vista dei combattimenti (visto che manca un avversario vero e proprio) ma ravvivata sul piano comico-romantico da un Jackie in gran forma e dalle due interpreti femminili, la splendida Maggie Cheung (al suo quinto film con Jackie, dopo i tre "Police Story" e il secondo "Project A") e la conturbante Nina Li Chi (che nel mondo reale è la moglie di Jet Li), ciascuna delle quali si innamorerà del Jackie "sbagliato", credendo che si tratti dell'altro. L'umorismo è a tratti quello demenziale delle commedie hongkonghesi degli anni ottanta, ma non mancano trovate interessanti, come quando i movimenti o le sensazioni di uno dei gemelli influenzano l'altro, anche a distanza. Ringo Lam ha diretto per lo più le scene d'azione (in particolare il lungo combattimento finale nella fabbrica dove si testano le automobili, con il continuo passaggio fra le due camere caratterizzate dal caldo e dal freddo), mentre Tsui Hark si è occupato di quelle a sfondo comico-romantico (ovvero tutta la sezione centrale della pellicola). Kirk Wong è il gangster che provoca lo scambio dei bambini, Teddy Robin è l'amico di Boomer. Moltissimi i cameo di attori e registi hongkonghesi: si va da John Woo (il prete) a Lau Kar-Leung (il medico), da Wong Jing (il curatore "alternativo") ad Eric Tsang (l'uomo che parla al telefono), da Sylvia Chang e James Wong (i genitori dei gemelli) a Mabel Cheung (la madre adottiva di Boomer), fino agli stessi registi Ringo Lam e Tsui Hark (due dei meccanici che giocano a carte).

20 marzo 2013

Viva la libertà (Roberto Andò, 2013)

Viva la libertà
di Roberto Andò – Italia 2013
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina.

L'ingessato politico Enrico Oliveri (Servillo), segretario della principale coalizione di sinistra ("il maggior partito di opposizione"), in crisi nei sondaggi e nella leadership, abbandona Roma e si rifugia in incognito a Parigi, ospite di una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi). Visto il momento delicato ed essendo il politico irreperibile, il suo assistente Andrea (Mastandrea) decide di sostituirlo con un sosia, ovvero il fratello gemello Giovanni (sempre Servillo), scrittore e filosofo reduce da una casa di cura psichiatrica. Il comportamento e le dichiarazioni eccentriche di Giovanni (senza compromessi o peli sulla lingua) galvanizzano la gente e fanno riguadagnare consensi a lui e al partito, mentre nel frattempo a Parigi anche Enrico riesce a ritrovare sé stesso, le passioni che lo muovevano in gioventù (su tutte il cinema, arte basata sulla finzione non meno della politica) e persino l'amore. Tratto da un romanzo ("Il trono vuoto") dello stesso regista, un film dai toni vagamente surreali e tutto incentrato su un tema, quello del "doppio", già abbondantemente sfruttato sul grande schermo e in letteratura (a partire, ovviamente, da "Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde" di Stevenson), cui si innesta quello del "fool" shakesperiano. È evidente che i due fratelli Enrico e Giovanni (che sin da giovani si scambiavano identità e fidanzate, come i gemelli di "Inseparabili" di Cronenberg) rappresentano le due metà opposte di uno stesso individuo: se viene a mancare la parte istintiva, i sentimenti, la "follia", si diventa un arido politico (di sinistra!); se viene a mancare la razionalità e il controllo, si diventa pazzi. Lo scambio di ruoli, invece, fa bene ad entrambi e li aiuta prima a riconoscere e poi a riconquistare la parte di sé perduta. Quando Enrico è pronto a tornare, infatti, Giovanni si fa da parte e "sparisce" letteralmente nel nulla (su una spiaggia, come in "Sotto la sabbia" di Ozon): in un certo senso viene "riassorbito" dal fratello (che nella scena finale ne manifesta alcuni comportamenti). Nonostante la grande prova "doppia" di Servillo (da notare che i due fratelli non compaiono mai insieme nella stessa scena), al film manca però qualcosa per sollevare le proprie tesi e i propri simboli oltre la soglia della banalità. Soprattutto la seconda parte porta avanti la vicenda con il pilota automatico, senza riservare sorprese o sviluppi degni di nota. Ai personaggi di contorno (a cominciare da quello interpretato da Mastandrea) manca il culmine dell'evoluzione, mentre la riflessione politica, nel migliore dei casi, pecca di ingenuità e di ottimismo. Le dichiarazioni di Giovanni non sono in realtà nulla di trascendentale o di rivoluzionario: sono "soltanto" sincere, chiare e dirette. Davvero semplicità e passione sarebbero sufficienti, in una paese come l'Italia, a guadagnare il favore degli elettori (cosa di cui spesso la sinistra si è illusa?). E davvero basta ballare il tango con la cancelliera tedesca, giocare a nascondino con il Presidente della Repubblica o citare una poesia di Brecht davanti agli elettori per raggiungere il 66% nei sondaggi? Curioso notare come diversi personaggi facciano riferimenti a protagonisti reali della scena pubblica e politica: il "viscido" rivale De Bellis, definito "elefante della politica", è ovviamente D'Alema (con tanto di baffetti); il dirigente che afferma "bisogna dare alla gente quel che vuole" (cui Andrea replica "La gente ama anche la merda, ma non vuol dire che gliela dobbiamo dare") è forse modellato su Renzi; l'anziano ideologo del Pci è probabilmente Ingrao; mentre lo stesso Oliveri, più che Bersani, ricorda Veltroni (con tanto di amore giovanile per il cinema; da sottolineare anche la battuta sull'arredamento della sede elettorale, che richiama il suo famoso loft). La colonna sonora saccheggia a più riprese l'ouverture de "La forza del destino" di Verdi (ma le citazioni verdiane, nell'anno del bicentenario, non finiscono qui: per dirne una, lo pseudonimo con cui il filosofo Giovanni pubblica i suoi libri è Ernani). Michela Cescon è la moglie di Enrico, Anna Bonaiuto è la collega di partito, la bella Judith Davis è la ragazza francese con cui Enrico ha un flirt.

13 gennaio 2011

Hereafter (Clint Eastwood, 2010)

Hereafter (id.)
di Clint Eastwood – USA 2010
con Matt Damon, Cécile De France
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Hiromi.

Un sensitivo di San Francisco, in grado di comunicare con i defunti attraverso i loro familiari, vorrebbe smettere di usare la propria capacità perché la sente più come una condanna che un dono. Una giornalista televisiva francese, scampata a un catastrofico tsunami durante il quale ha intravisto l'aldilà mentre si trovava fra la vita e la morte, sceglie di raccontare la propria esperienza in un libro. Un bambino londinese, in seguito alla scomparsa del fratello gemello in un incidente stradale, cerca disperatamente un modo per rimettersi in contatto con lui. Le tre storie scorrono in parallelo, e solo nel finale (in maniera un po' debole, a dire il vero) finiscono per intrecciarsi. Non so se Clint Eastwood o l'autore della sceneggiatura, Peter Morgan, credano davvero nell'esistenza dell'aldilà o nella possibilità di comunicare con i defunti: ma non importa, perché in realtà il film – che poggia su ottime interpretazioni e su una regia solida e asciutta, come da tempo ci ha abituato il grande Clint – è apprezzabile anche da chi è scettico su questi argomenti, visto che è più interessato a parlare della vita terrena dei suoi personaggi (l'obiettivo, per tutti e tre, è ricominciare a vivere) che non della cosiddetta "vita dopo la morte". Eastwood, anzi, è abile a non lasciarsi prendere la mano dal soggetto: non siamo di fronte né a un'apologia delle convinzioni irrazionali sul soprannaturale (numerosi ciarlatani vengono messi alla berlina, sono assenti – per fortuna – implicazioni religiose, e il messaggio finale è quello di "andare avanti" nel mondo reale e di staccarsi da coloro che se ne sono andati) né a un banale thriller sui fantasmi nel filone de "Il sesto senso" (che qualcuno aveva evocato prima dell'inizio delle riprese). Ho apprezzato come alcuni eventi recenti e drammatici (lo tsunami nell'Oceano Indiano del 2004, gli attentati terroristici nella metropolitana di Londra) siano stati inglobati nella trama in maniera funzionale e senza alcuna forzatura. Davvero impressionante, in ogni caso, la sequenza iniziale dello tsunami (girata alle Hawaii), con l'ondata che sembra trascinare via anche la macchina da presa, e ottimi i momenti di cinema che riguardano i due bambini. A tratti il mood del film è molto europeo, più che americano, soprattutto nei segmenti francesi. Bravi Matt Damon e i piccoli Frank e George McLaren, deliziosa Cécile de France. In piccole parti ci sono anche Bryce Dallas Howard (la ragazza con cui George frequenta un corso di cucina italiana) e Derek Jacobi (che interpreta sé stesso mentre legge un brano di Dickens). La colonna sonora (dello stesso Eastwood, che realizza le musiche dei suoi film proprio come Carpenter!) saccheggia ampiamente – soprattutto per le scene ambientate a Londra – l'Adagio del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Il personaggio interpretato da Matt Damon è un appassionato lettore di Charles Dickens (a Londra ne va a visitare anche l'abitazione): non un caso, visto che l'opera più famosa dello scrittore inglese, il "Canto di Natale", ha proprio a che fare con spiriti e fantasmi.

31 ottobre 2008

Les demoiselles de Rochefort (J. Demy, 1967)

Josephine (Les demoiselles de Rochefort)
di Jacques Demy – Francia 1967
con Catherine Deneuve, Françoise Dorléac
****

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Semplicemente una delizia, dall'inizio alla fine. Il secondo musical di Demy, rispetto a "Les parapluies de Cherbourg", è più svagato e leggero e anche più simile nell'impianto ai classici musical hollywoodiani: ci sono coreografie, balli nelle strade e nelle piazze e persino la partecipazione di Gene Kelly! Il feeling resta comunque indiscutibilmente francese ed europeo. Anche la musica di Michel Legrand è più varia e vivace, più ritmica e meno triste, e ingloba jazz e musica classica. Con la precedente (e anche con "Lola"), la pellicola condivide inoltre l'appartenenza a un unico universo romantico (come lasciano capire alcune frasi che fanno riferimento diretto ai personaggi degli altri lungometraggi). Le due protagoniste sono le sorelle – anche nella realtà – Deneuve e Dorléac, qui nei panni di Delphine e Solange, "nate sotto il segno dei gemelli", che insegnano rispettivamente danza e musica e sognano di trovare l'amore ideale e di abbandonare la piccola città costiera di Rochefort per andare a Parigi, la capitale dell'arte. Ma nel week-end, per la festa che si terrà in piazza, giungono due camionisti-imbonitori con il loro stand di motociclette: abbandonati dalle proprie ragazze (che preferiscono i marinai, altra costante dei film di Demy), i due chiedono alle gemelle di esibirsi sul palco del loro stand in un numero di canto e ballo per attirare i clienti. Nel contempo, Delphine e Solange si innamorano rispettivamente di un soldato-poeta-pittore (che l'ha ritratta in un quadro, senza conoscerla) e di un affascinante compositore americano; e anche la loro madre ritrova il suo antico fidanzato, Simon Dame, che aveva lasciato a causa del suo nome insopportabile ("Non avrei mai potuto farmi chiamare Madame Dame!"). Un cast fenomenale (ci sono anche Michel Piccoli, Danielle Darrieux, George Chakiris e Jacques Perrin), le geometrie delle inquadrature, la regia ariosa, gli abiti e le scenografie dai colori sgargianti, i toni romantici, tristi, gioiosi e frivoli, le accattivanti melodie di Legrand (citato anche nel testo di una canzone), con temi distribuiti equamente tra tutti i numerosi personaggi che li cantano e li ballano in allegria (e le varie coppie condividono gli stessi temi musicali!), la bellezza delle ragazze di quegli anni: tutto concorre a farne un film piacevolissimo. Da "Lola" recupera la struttura a molti personaggi che si incontrano, si separano e si ritrovano, con segreti e destini che li legano a loro insaputa fino alla risoluzione finale, fra amori lasciati e ritrovati, sognati, idealizzati o che si materializzano. Notevole, fra le tante, la scena della cena in famiglia, dove i personaggi non cantano ma i dialoghi sono tutti in rima.

Nota: Poco prima dell'uscita del film nel nostro paese, Françoise Dorléac morì in un tragico incidente stradale. I distributori italiani ebbero allora la bella pensata di ridurre il suo ruolo, tagliando quasi quaranta minuti di pellicola, reintitolandola "Josephine" (che fra l'altro non era nemmeno il nome del personaggio interpretato dalla Deneuve, ma – come scrisse Kezich all'epoca – suonava "più malizioso") e doppiando tutte le canzoni in italiano. Tanto basta per tenersi alla larga dall'edizione nostrana e per guardarlo soltanto e rigorosamente in versione originale.

7 giugno 2008

Inseparabili (David Cronenberg, 1988)

Inseparabili (Dead ringers)
di David Cronenberg – Canada/USA 1988
con Jeremy Irons, Geneviève Bujold
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Beverly ed Elliot sono due gemelli indistinguibili (interpretati entrambi da un eccellente Irons), che si scambiano spesso di posto dividendosi sia le donne sia gli impegni di lavoro: il primo, ginecologo, è il più introverso, fragile e sensibile dei due; il secondo, ricercatore universitario, è più estroverso e spregiudicato. Veri e propri "gemelli siamesi" psicologici, sono legati da un cordone immaginario impossibile da troncare. E quando Beverly va alla deriva per una problematica relazione sentimentale che si rifiuta di condividere con il fratello e per la tossicodipendenza che ne consegue, trascinerà con sé anche Elliot verso la follia e l'autodistruzione. Freddo (la fotografia è dominata dai colori blu e bianco), disturbante (gli “strumenti ginecologici per donne mutanti” con cui Beverly vuole operare sono degni di H. R. Giger), greenawayano (alcuni temi evocano, di volta in volta, “Lo zoo di Venere” o altre pellicole del regista inglese), è uno fra i più belli e interessanti film di Cronenberg, un autore in grado come pochi altri di coniugare le turbe della mente a quelle del corpo. Quando l'avevo visto al cinema, vent'anni fa, non mi era piaciuto: ma evidentemente non ero ancora preparato a pellicole di questo tipo, visto che stavolta l'ho trovato estremamente intrigante e con un'atmosfera sempre più coinvolgente man mano che la trama procede.

16 dicembre 2007

Three... extremes (aavv, 2004)

Three... extremes (Saam gaang yi)
di Takashi Miike, Fruit Chan, Park Chan-wook – Giappone/Hong Kong/Corea del Sud 2004
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo capitolo della serie "Three..." è decisamente migliore del primo, grazie alla presenza di tre autentici maestri orientali dell'horror e dell'inquietudine. Tuttavia rimango ancora un po' deluso, ma forse è proprio il genere che non mi appassiona. Il migliore, ancora una volta, mi è sembrato l'episodio hongkonghese, prodotto come il precedente da Peter Chan e splendidamente fotografato da Christopher Doyle.

"Box", di Takashi Miike (Giappone), con Kyoko Asegawa, Atsuro Watabe (**)
Una giovane scrittrice ha un incubo ricorrente, legato a una tragica esperienza della sua infanzia. Da bambina, insieme alla sorella gemella, lavorava infatti come contorsionista in uno spettacolo circense. Gelosa delle attenzioni che la sorella riceveva, la chiuse in una scatola e provocò accidentalmente il rogo nella quale essa scomparve. Magistralmente diretto, e sospeso fra atmosfere reali e oniriche, l'episodio si conclude però in maniera insoddisfacente e punta le sue carte soltanto su un'ambientazione non del tutto accattivante. Il difetto maggiore, però, è l'assenza della vena "folle" e stravagante di Miike, marchio di fabbrica delle sue opere migliori, che qui non offre nessuna sorpresa, né nel bene né nel male.

"Dumplings", di Fruit Chan (Hong Kong), con Miriam Yeung, Bai Ling (***)
Per tornare giovane, una matura attrice si rivolge a una sedicente maga che le propone di mangiare ravioli cinesi ripieni con la carne di feti umani, ogni volta cucinati in modo diverso. Nonostante alcuni spiacevoli effetti collaterali, la donna non riuscirà più a farne a meno. La maga, che si procura la materia prima rivolgendosi agli ospedali cinesi, pratica anche aborti clandestini: ma quando dovrà fuggire da Hong Kong perché le sue attività sono state scoperte dalla polizia, alla sua cliente non resterà che procurare la morte dello stesso figlio che sta crescendole in grembo pur di continuare la sua "dieta". Quasi un piccolo capolavoro, elegante e angosciante, molto più efficace degli altri episodi nell'affiancare l'orrore e la normalità, in un crescendo di dramma e di denuncia sociale (la maga commenta come i feti maschi siano più rari perché in Cina vengono abortite quasi esclusivamente le femmine). Il marito dell'attrice è Tony Leung Ka-fai.

"Cut", di Park Chan-wook (Corea del Sud), con Lee Byung-hun, Lim Won-hie (*1/2)
Un regista ricco e affermato viene sequestrato nella sua stessa casa, insieme alla moglie, da un pazzoide che non può sopportare come una persona che ha avuto così tanto dalla vita sia anche un uomo buono: vuole perciò costringerlo a compiere un atto spregevole, l'uccisione di una bambina innocente. La vera protagonista dell'episodio è però la scenografia: la casa del regista, incredibilmente identica al set dove sta girando un insolito film di vampiri, è infatti kitsch e surreale, con il pavimento a scacchiera, le pareti blu e l'arredamento bizzarro. Ricco di virtuosismi registici e di effetti speciali, il film si barcamena fra realtà e finzione, fra verità ed elaborata messa in scena, anche appoggiandosi a concetti non proprio originali (l'abbinamento fra registi e vampiri, la confusione fra cinema e vita reale), ma la recitazione scadente e la sceneggiatura sopra le righe impediscono ogni coinvolgimento emotivo. E alla fine rimane la stessa sensazione di inconsistenza che avevo provato guardando l'episodio in "Four rooms" di Tarantino, regista con il quale in effetti PCW ha più di un punto di comune.

30 aprile 2006

Day of the fight (Stanley Kubrick, 1951)

Il giorno del combattimento (Day of the fight)
di Stanley Kubrick – USA 1951
con Walter Cartier, Vincent Cartier
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

Ispirato a un servizio fotografico da lui stesso realizzato nel 1949 per la rivista "Look", questo cortometraggio – che segna l'esordio cinematografico di Stanley Kubrick – segue il pugile Walter Cartier nella giornata che precede il suo incontro sul ring contro il peso medio Bobby James. Oltre all'atleta e al suo fratello gemello Vincent, che gli fa da manager, protagonisti sono gli scorci e gli edifici del Greenwich Village e del New Jersey, ritratti con realismo documentario e competenza fotografica. Assistiamo così al risveglio di Walter, alla messa domenicale, alla colazione, alla visita medica, al pranzo e all'attesa che precede l'incontro, in compagnia del fratello o dell'amato cane, fino al match di cui ci vengono mostrati alcuni minuti (con alcune trovate di regia che già mostrano il talento dell'autore, come le riprese dal basso, effettuate dallo stesso Kubrick con una cinepresa a mano). Fra i risvolti interessanti, il fatto che Walter e Vincent siano gemelli identici, il che sembra quasi sdoppiare il protagonista. La voce narrante è quella del giornalista televisivo Douglas Edwards. L'aiuto regista e cameraman era un ex compagno di scuola di Kubrick, Alexander Singer, che in seguito lavorò in televisione, mentre la musica è opera di un altro amico, Gerald Fried, alla prima esperienza come compositore di colonne sonore. Dopo che il committente originale dell'opera chiuse per fallimento, Kubrick riuscì a vendere il corto alla RKO Pictures per 4000 dollari (realizzando così un utile di 100 dollari). Per proiettarlo all'interno della propria serie "This is America", la RKO vi aggiunse quattro minuti di introduzione (portando così la durata del film da 12 a 16 minuti), nella quale lo storico Nat Fleischer illustra le origini del pugilato negli Stati Uniti.

26 marzo 2006

Lo specchio scuro (R. Siodmak, 1946)

Lo specchio scuro (The dark mirror)
di Robert Siodmak – USA 1946
con Olivia de Havilland, Lew Ayres
**1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Un bel giallo psicologico. Olivia de Havilland interpreta la parte di due sorelle gemelle, una delle quali viene sospettata di omicidio: poiché è impossibile distinguere una sorella dall'altra, e dunque individuare e incriminare la colpevole, la polizia incarica uno psichiatra di tracciare un profilo psicologico delle due per definirne le diverse personalità. Naturalmente lo psichiatra si innamora di una delle due. Fra i punti di forza, l'interpretazione della de Havilland, bravissima nel consentire allo spettatore di distinguere le due gemelle grazie a pochissimi dettagli della sua recitazione, senza mai calcare la mano. Fra i difetti, una certa ingenuità della narrazione, anche se immagino che si trattasse di uno dei primi film a mostrare al pubblico in modo realistico gli strumenti di un'indagine psichiatrica (macchie di Rorschach e cose del genere). Molto belli gli "effetti" che consentono alla protagonista di recitare con se stessa sullo schermo: le transizioni non sono quasi mai visibili, e il tutto appare molto realistico (la fotografia in bianco e nero aiuta).