Visualizzazione post con etichetta Cuarón. Mostra tutti i post
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20 dicembre 2018

Roma (Alfonso Cuarón, 2018)

Roma (id.)
di Alfonso Cuarón – Messico 2018
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira
***

Visto in TV, con Giovanni e Daniela.

Il titolo si riferisce alla Colonia Roma, il quartiere residenziale di Città del Messico dove è nato lo stesso Cuarón, e dove vive la famiglia benestante (il dottor Antonio, sua moglie Sofia, i quattro figli, la nonna Teresa e il cane Borras) di cui la protagonista Cleo – una donna di etnia mixteca – è la domestica. Vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia, più che su una trama complessa il film – che è semi-autobiografico, essendo ispirato a ricordi e personaggi conosciuti dal regista in gioventù – punta sul racconto della quotidianità e sulla ricostruzione di un'atmosfera e di un periodo storico ben preciso (i primi anni settanta). Certo, Cleo vive drammi personali (frequenta Fermín, un ragazzo che la abbandona quando rimane incinta; subirà un aborto), ma è soprattutto testimone silenziosa degli avvenimenti che si svolgono attorno a lei: da quelli legati alla famiglia per cui lavora (Antonio abbandona la casa, lasciando da sola la moglie con i figli) a quelli che sconvolgono l'intero paese (il terremoto, le proteste di strada, con gli scontri fra studenti e gruppi paramilitari). Fra alti e bassi, le due donne (Cleo e Sofia) dovranno così imparare a cavarsela da sole, all'insegna di un'amicizia e di una solidarietà che travalica le differenze di classe. Anche perché, a suo modo, Cleo ha sempre fatto parte della famiglia, occupandosi della casa e dei bambini. Girato splendidamente, con una magnifica e luminosa fotografia digitale in bianco e nero (dello stesso Cuarón) che valorizza i paesaggi e gli ambienti con la sua profondità di campo, e tutta la maestria tecnica alla quale il regista ci ha abituato in passato (bellissimo, per esempio, il piano sequenza nel finale sulla spiaggia, con il salvataggio dei bambini fra le onde da parte di Cleo), rispetto ai precedenti lavori il film è decisamente anti-hollywoodiano e ricorda per molti versi le pellicole del regista filippino Lav Diaz (anche se i tempi, pur lenti, non sono dilatati a quei livelli). È inoltre impreziosito da una grande attenzione per i dettagli, da una curatissima ricostruzione storica, da mille particolari e simboli (uno su tutti: l'automobile di Antonio, così larga da entrare a malapena nell'androne della casa, verrà sostituita da Sofia con un modello più piccolo e maneggevole non appena la donna si sarà fatta una ragione del suo abbandono). Molte comunque le scene memorabili (l'esibizione di arti marziali di Fermín, nudo, con il bastone della doccia; l'allenamento di gruppo guidato dal "professor Zovek", interpretato dal luchador Latin Lover; l'incendio nel bosco durante la notte di Capodanno). E non mancano comunque momenti di grande intensità emotiva, come tutta la sequenza del parto di Cleo in ospedale. La pellicola è dedicata a Liboria "Libo" Rodríguez, la domestica di casa Cuarón sin da quando il regista aveva nove mesi. Yalitza Aparicio, la protagonista, non aveva mai recitato in precedenza. Il regista ha affermato di aver scelto il nome Cleo in ossequio al film di Agnès Varda "Cleo dalle 5 alle 7". Curiosità: quando i bambini vanno al cinema a guardare "Abbandonati nello spazio", Cuarón sembra voler fare riferimento al suo maggior successo precedente, "Gravity".

2 agosto 2018

Paradiso perduto (A. Cuarón, 1998)

Paradiso perduto (Great Expectations)
di Alfonso Cuarón – USA 1998
con Ethan Hawke, Gwyneth Paltrow
*1/2

Visto in TV.

Finnegan Bell, giovane orfano in Florida con la passione per la pittura, si innamora della coetanea Estella, ragazzina ricca e snob che abita in un'enorme villa diroccata chiamata – come recita il titolo italiano del film – "Paradiso perduto". Da adulto, finanziato da un misterioso benefattore (scopriremo solo nel finale che si tratta di un galeotto evaso che aveva aiutato a sfuggire alla cattura), si recherà a New York nella speranza di fare fortuna come artista ma soprattutto di riconquistare Estella, che sta per convolare a nozze. Dal romanzo di formazione "Grandi speranze" di Charles Dickens, ambientato però ai giorni nostri e negli Stati Uniti, un vero filmaccio che – a parte la regia competente (anche se un po' patinata) di un Cuarón ancora agli esordi e non ancora "autore" – fonde caratterizzazioni insipide, rapporti sentimentali (e modo di affrontarli) infantili, luoghi comuni, scenari da cartolina ed erotismo alla Harmony (uno dei personaggi commenta pure: "come un romanzo d'appendice"). E naturalmente elimina o neutralizza tutti i sottotesti sociali, avventurosi o psicologici del testo di Dickens, focalizzandosi soltanto su una storia d'amore narrata in maniera sciatta e superficiale. Mai veramente appassionante o coinvolgente, il film si ravviva giusto nelle due brevi scene (una all'inizio, una alla fine) con Robert De Niro nei panni del galeotto Arthur Lustig. L'inquadratura con il nome della tenuta, scritto in italiano, è ripetuta almeno quattro volte sempre uguale. Nel cast anche Hank Azaria (Walter, il promesso sposo di Estella), Chris Cooper (lo "zio" Joe, che si prende cura di Finn dopo la scomparsa della sorella) e Anne Bancroft (la vecchia Nora Dinsmoor, che alleva la nipote Estella addestrandola "a spezzare il cuore degli uomini"). Lo stesso Cuarón, in seguito, ha disconosciuto il film: "Ho dovuto farlo. Passavo un periodo difficile, e mi servivano i soldi. Sono stato convinto dallo studio dopo che avevo detto loro di no per tre volte. La sceneggiatura non mi piaceva, ma continuavo a ripetermi: la compenseremo con altre cose. Non ha funzionato". Il romanzo di Dickens è stato portato sullo schermo molte altre volte in maniera più tradizionale: per esempio da David Lean nel 1946 e da Mike Newell nel 2012.

5 febbraio 2018

La piccola principessa (A. Cuarón, 1995)

La piccola principessa (A Little Princess)
di Alfonso Cuarón – USA 1995
con Liesel Matthews, Eleanor Bron
*1/2

Visto in TV.

La piccola Sara (Matthews) viene messa temporaneamente dal padre, capitano dell'esercito britannico (Liam Cunningham), nel collegio femminile gestito dalla crudele Miss Minchin (Bron). Quando il genitore risulta morto in guerra, e dunque non può più pagare la retta, la bambina viene "degradata" a serva. Ma saprà conservare la bontà del proprio cuore, la gioia di vivere e soprattutto la grande immaginazione, che l'aiuteranno a mantenersi a galla fra tante avversità fino a quando – ovviamente – si scoprirà che il padre è ancora vivo, e che aveva soltanto perso la memoria durante una battaglia. Il secondo film del messicano Cuarón, al suo debutto a Hollywood, è il remake di un classico con Shirley Temple del 1939, tratto da un romanzo per l'infanzia di Frances Hodgson Burnett (ma il debito è molto più verso l'antecedente cinematografico che non verso il libro). Tecnicamente ben fatto (Cuarón si stava facendo le ossa, ma dimostrava già di avere talento), con una notevole dose di "realismo magico" che mescola la cupa realtà con la luminosa immaginazione della protagonista, è però stucchevole e infantile. E francamente la regia, insieme alla fotografia colorata di Emmanuel Lubezki (le divise verdi del collegio, la rosa gialla, i colori dell'India), sono le uniche cose da salvare in un film che fonde manierismo patinato, buonismo e melodrammaticità dickensiana fuori tempo massimo, un'ambientazione fiabesca e irreale (siamo a New York, ma sembra la Londra vittoriana), un semplicistico elogio dell'escapismo e della fantasia (Sara inventa, a beneficio proprio e delle compagne di collegio, racconti d'amore e d'avventura di ambientazione indiana: il principe Rama è interpretato dallo stesso Cunningham), una caratterizzazione manichea e senza alcuna sfumatura dei personaggi (il messaggio dovrebbe essere "Le donne sono tutte principesse", ma questo non vale per la cattiva Miss Minchin). Che sia un prodotto rivolto esclusivamente ai bambini non è certo un alibi, visto che nello stesso genere non mancano opere più stratificate e soddisfacenti.

15 ottobre 2013

Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

Gravity (id.)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2013
con Sandra Bullock, George Clooney
***1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D).

La dottoressa Ryan Stone, alla sua prima missione con lo Space Shuttle, si ritrova isolata nello spazio insieme all'esperto astronauta Matt Kowalski dopo che la loro navetta è stata distrutta dai detriti seminati in orbita dall'impatto di un missile russo contro un satellite. Le comunicazioni con la Terra sono impossibili, e i due dovranno ingegnarsi per trovare un modo di sopravvivere e di far ritorno sul pianeta. Più che un film di fantascienza (non c'è niente di "fanta", solo scienza: tutti gli elementi e le tecnologie presenti sullo schermo – dai Soyuz alla Stazione Spaziale Internazionale – sono attualmente esistenti), un appassionante dramma a gravità zero girato con maestria da un Cuarón ormai maturo per essere accreditato nell'olimpo dei grandi registi. Compatto, lucido, senza inutili fronzoli, con un livello di realismo che fa impressione se si pensa alla difficoltà di realizzare un'intera storia in assenza di quella gravità evocata così "pesantemente" nel titolo, il film incatena e coinvolge dall'inizio alla fine, non risparmiando momenti ansiogeni e trasmettendo tutta la forza, il coraggio, la resistenza e la volontà di sopravvivere della protagonista di una vera e propria odissea. Se non mancano suggestioni che evocano tanti classici della SF del passato (la Bullock in canottiera nell'abitacolo del Soyuz ricorda la Sigourney Weaver di "Alien", in particolare quando si rannicchia in posizione fetale; le passeggiate a gravità zero sono degne di "2001: Odissea nello spazio"; la voce – in originale – di Ed Harris per il controllo missione da Houston richiama "Apollo 13" e "Uomini veri"), va elogiata la capacità di Cuarón di riprodurre sullo schermo le vastità dello spazio e gli incredibili panorami della Terra vista da lontano, anche attraverso lunghi piani seguenza (come quello, magistrale, che apre la pellicola) e l'utilizzo di soggettive (per esempio nell'esplorazione della ISS da parte della protagonista) che innalzano ancora di più il coinvolgimento. A questo proposito, anche il 3D – caso raro – si rivela efficace se non addirittura fondamentale per "immergere" lo spettatore nel particolare ambiente della vicenda. Da rimarcare anche il contrasto fra la profondità del vasto spazio esterno e la claustrofobia dei corridoi e delle capsule delle navicelle e delle stazioni orbitanti, così come la sorprendente apparizione di icone terrestri quando meno ce le si aspetterebbe (che si tratti di un pupazzetto di Marvin il marziano o di una statua dorata di Buddha). Fra i momenti visivamente più impressionanti di un film che peraltro non ha mai cadute di tono, segnalerei la distruzione della ISS (silenziosa come deve essere, visto che nello spazio non c'è suono) e l'istante del rientro della capsula cinese nell'atmosfera. Ma anche la conclusione, quando finalmente è possibile stringere nel palmo delle mani quella "terra" così concreta e pesante, insieme all'acqua, alle piante, alla sabbia del nostro pianeta, regala più di un brivido e si staglia indelebile nella memoria come uno dei finali cinematografici più belli di questa stagione. Per rendere l'effetto della gravità zero, il regista ha sfruttato solo in parte la grafica digitale, e si è affidato invece a meccanismi robotici che sollevavano in aria gli attori e gli oggetti. Per una volta, complimenti anche al doppiaggio italiano, fondamentale in una pellicola in cui per la maggior parte del tempo scorgiamo a malapena i volti degli interpreti (coperti come sono dai caschi spaziali). Fra le reazioni positive di pubblico e critica, da segnalare quella dell'astronauta Buzz Aldrin, rimasto impressionato dall'accuratezza della messa in scena.

16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

19 luglio 2007

Harry Potter 3 (A. Cuarón, 2004)

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (Harry Potter and the prisoner of Azkaban)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2004
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
**1/2

Come volevasi dimostrare, è bastato sostituire un regista mediocre come Columbus con uno dotato di maggior talento come Cuarón per dare vigore alla saga e sfornare quello che finora è forse il miglior episodio cinematografico della serie. Il regista messicano ha la giusta personalità per rendere interessante il mondo magico in cui si svolgono le vicende, non più a livello soltanto infantile ma a tutto tondo, con adeguate suggestioni estetico-visive e un certo senso del meraviglioso. Piccoli tocchi umoristici anche "cattivi" abbelliscono scenari e situazioni (il platano picchiatore che mangia gli uccellini, per esempio), la fotografia rende dark e fascinosi ambienti e paesaggi (belle le scene al chiaro di luna), mentre la sceneggiatura elimina finalmente alcuni dettagli presenti nel romanzo ma superflui rispetto alla storyline principale. Un film non è un libro, e la troppa fedeltà all'originale è spesso più un male che un bene. La pellicola introduce un personaggio fondamentale, Sirius Black, il "padrino" di Harry, il cui volto da malandrino è quello di un Gary Oldman che per una volta non recita troppo sopra le righe. Ma il cast dei comprimari si arricchisce anche di altri mostri sacri: Emma Thompson nei panni della sedicente veggente Sibilla Cooman, David Thewlis in quelli del professor Lupin, Julie Christie come madame Rosmerta, e Michael Gambon che sostituisce lo scomparso Richard Harris come preside di Hogwarts. Emma Watson, infine, si fa sempre più carina! D'altronde fra la lavorazione del secondo film e quella del terzo sono passati non uno ma due anni, e la cosa si vede: i tre protagonisti dimostrano ben più dei tredici-quattordici anni che i loro personaggi dovrebbero avere.

26 novembre 2006

I figli degli uomini (A. Cuarón, 2006)

I figli degli uomini (Children of Men)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2006
con Clive Owen, Claire-Hope Ashitey
***

Visto al cinema Plinius, con Elena e Andrea.

2027: Da oltre diciott'anni, sulla Terra non nasce più un bambino. Le cause della sterilità sono sconosciute, ma la situazione ha cambiato profondamente l'umanità, rendendola disperata e facendola piombare in un periodo quasi barbarico. Gran parte del mondo è stata distrutta o sconvolta da guerre e radiazioni, e solo l'Inghilterra ne è in qualche modo immune, anche se la politica contro gli immigrati illegali ha raggiunto livelli di estremismo pericolosi. Cuarón, il cui talento mi era già parso evidente nei due suoi film che avevo visto in precedenza ("Y tu mamá también" e il terzo Harry Potter, il migliore della serie) confeziona un'appassionante e impressionante pellicola di fantascienza catastrofica, dai toni molto british che fondono speculazione distopica e denuncia sociale. Espone subito le idee di base, tratte da un romanzo di P.D. James, e poi lascia che i bravi interpreti (ci sono anche alcuni mostri sacri: Julianne Moore, Michael Caine, Peter Mullan) guidino lo spettatore alla scoperta di un mondo senza futuro i cui abitanti sono rassegnati all'imminente estinzione della razza umana, dove non esistono più "giovani" ma in compenso gli animali domestici sono ovunque, dove razzismo e xenofobia la fanno da padroni e l'eutanasia è ormai una scelta di vita (come in "2022: i sopravvissuti"), pubblicizzata persino in televisione. Gli inseguimenti e le sparatorie della seconda parte del film (più "d'azione" rispetto alla prima) hanno un'intensità emotiva molto elevata: il regista fa ampio uso di piani sequenza, con due scene in particolare (quella in automobile e quella nel campo di detenzione per immigrati) che spiccano per tecnica e per lunghezza. Bravo Clive Owen, un eroe "impacciato" con le ciabatte infradito che è costretto a spingere a mano l'automobile con cui fugge.