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22 luglio 2021

Pirati (Roman Polanski, 1986)

Pirati (Pirates)
di Roman Polanski – Francia/Tunisia 1986
con Walter Matthau, Cris Campion
**

Rivisto in DVD.

Il capitano Red (Walter Matthau), capo di una ciurma di pirati e ripescato in mare dopo un naufragio in compagnia del giovane Jean-Baptiste detto "Ranocchio" (Cris Campion), fomenta una rivolta su una nave spagnola per impadronirsi di un prezioso trono d'oro che è stato trafugato in Sud America. A sette anni di distanza dal suo film precedente ("Tess" del 1979), Polanski torna al cinema con una pellicola leggera (l'intenzione era quella di omaggiare i film di cappa e spada come quelli con Errol Flynn e i romanzi d'avventura come "L'isola del tesoro") che aveva in cantiere da oltre un decennio: inizialmente avrebbe dovuto essere girato subito dopo "Chinatown" (1974), e ancora con Jack Nicholson come protagonista. I toni della vicenda sono cartoonistici, con un umorismo da fumetto e un'ironia scalcinata che sfiora a più riprese la parodia e il cinismo (il pranzo con il topo morto!), in maniera non dissimile da quanto già fatto in "Per favore non mordermi sul collo!". A parte l'istrionismo di Matthau, il cui personaggio comico-burbero è la cosa migliore della pellicola, il film sconta però una trama lenta e poco interessante e affonda nei cliché di genere, gli stessi peraltro che nemmeno vent'anni più tardi (insieme però all'innesto di temi soprannaturali e agli "effetti speciali") avranno grande successo nei film dei "Pirati dei Caraibi" con Johnny Depp (di cui questo è in molte cose un precursore: si pensi anche alla love story fra i due giovani comprimari). Chissà, con un diverso tempismo e con maggiore fortuna anche questo avrebbe potuto dar vita a una franchise (il lungometraggio comincia e finisce nello stesso modo, con Red e Ranocchio alla deriva in mezzo al mare su un'imbarcazione/zattera di fortuna, circondati da squali e con un tesoro a bordo): invece fu un sonoro flop al botteghino (complice anche l'elevato costo di realizzazione), fra i peggiori della carriera di Polanski. Nel cast anche Charlotte Lewis (Maria-Dolores, figlia del governatore di Maracaibo, di cui Ranocchio di innamora) e Damien Thomas (don Alfonso, capitano della nave spagnola). Le riprese sono state effettuate in Tunisia (il produttore è Tarak Ben Ammar), su un vascello costruito appositamente.

30 gennaio 2020

Operazione pirati (Jackie Chan, 1983)

Project A - Operazione pirati ('A' gai waak)
di Jackie Chan [e Sammo Hung] – Hong Kong 1983
con Jackie Chan, Sammo Hung, Yuen Biao
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del diciannovesimo secolo, il crudele Sarpeg (Dick Wei) e la sua ciurma di pirati terrorizzano le acque del Mar della Cina. A sconfiggerli ci penserà la guardia costiera di Hong Kong, guidata dal coraggioso sergente Thomas (Jackie Chan), dopo aver appianato le rivalità con il poliziotto David (Yuen Biao) e aver assoldato anche il ladruncolo Moby (Sammo Hung). Forse il capolavoro di Jackie Chan (qui anche regista e sceneggiatore), insieme al successivo "Police story": la summa del suo cinema che mescola in maniera irresistibile azione e commedia, spericolate coreografie (con alcuni stunt ad altissima pericolosità) e gag demenziali. Reduce già da diversi successi di pubblico in patria (ma anche dalla delusione per i primi tentativi poco riusciti di sfondare in occidente), Jackie mette in cantiere il suo film più ambizioso fino a quel momento: predispone uno script che gli permette di dar sfogo a tutto il suo estro e la sua fantasia, ambienta la vicenda in un periodo ben preciso della storia della colonia britannica (a differenza della maggior parte dei gongfupian che erano collocati in un'epoca passata ambigua e generica) e chiama ad affiancarlo i due "fratelli" con cui aveva condiviso da ragazzino i duri allenamenti alla scuola dell'Opera di Pechino, vale a dire Yuen Biao (che aveva già avuto una particina nel precedente "Il ventaglio bianco") e Sammo Hung (che, non accreditato, ha anche collaborato alla regia per le scene d'azione). L'enorme successo che ne conseguirà darà il via al periodo più fortunato (artisticamente parlando) della carriera di Chan, mentre il terzetto, che qui appare insieme per la prima volta, continuerà a recitare (e combattere) affiancato per tutti gli anni ottanta (in titoli come "Il mistero del conte Lobos", "Dragons forever" e il ciclo delle Lucky Stars), mantenendo nel doppiaggio italiano i nomi Thomas, David e Moby come se si trattasse sempre degli stessi personaggi, persino in epoche diverse (in originale i tre si chiamano rispettivamente Dragon Ma, Hong Tin-tzu e Zhuo Yifei). Una curiosità anche sul titolo originale, "Project A": Jackie volle che fosse il più vago e anonimo possibile per evitare che le case di produzione concorrenti, sapendo che stava girando un film sui pirati, realizzassero in fretta e furia altre pellicole sullo stesso tema per anticiparne l'uscita e bruciarlo al box office. È una procedura consueta, anche per Hollywood, soltanto che di solito poi il titolo provvisorio viene cambiato, e qui invece è rimasto fino alla fine.

Ricchissimo di scene d'azione, di combattimenti e inseguimenti, ma anche di momenti in cui i personaggi interagiscono fra loro e con l'ambiente, il lungometraggio colpisce anche per la cura riservata ai costumi e alle scenografie (molto superiore a quella dei prodotti simili realizzati fino ad allora, pure al netto di alcuni anacronismi e concessioni a fini comici o narrativi) e può essere diviso essenzialmente in tre parti. Nella prima assistiamo alla rivalità (e alle risse!) fra i membri della guardia costiera e quelli della polizia di Hong Kong, i cui comandanti (rispettivamente Lau Hak-suen e Kwan Hoi-san) sono ai ferri corti. Quando la prima viene smantellata per mancanza di navi (che i pirati hanno fatto esplodere mentre erano ancora in porto!), tutti i marinai sono costretti ad arruolarsi nella polizia e sottostare a un duro addestramento agli ordini di David, nipote del capo della polizia: ne consegue una serie di sketch comici di vario genere, prima che fra Thomas e David si cementi il reciproco rispetto. La sezione centrale introduce Moby, il ladro assoldato da un gruppo di gangster per procurare una partita di fucili da vendere ai pirati: vecchio amico di Thomas, cercherà di coinvolgerlo nel furto con l'inganno, ma i due dovranno dovranno vedersela con i banditi in una folle fuga per le stradine e i vicoli della vecchia Hong Kong. Questa sequenza ha il suo culmine in alcuni dei momenti più iconici di tutto il cinema di Jackie Chan, l'inseguimento in bicicletta (mitica la gag del sellino!) e soprattutto la famigerata caduta dalla torre dell'orologio (che inizia come una citazione evidente da "Preferisco l'ascensore" con Harold Lloyd). Una scena, quest'ultima, che nel film viene mostrata due volte (non si tratta però della stessa ripresa da angolazioni diverse, ma di due diversi stunt, ovviamente realizzati come sempre in prima persona, senza ricorrere a trucchi o a controfigure), seguita da un terzo tentativo (andato male!) nei blooper sui titoli di coda. L'intenzione era quella di rallentare la caduta per mezzo dei teloni sottostanti: ma Jackie urtò la schiena sulle sbarre di ferro che reggevano i suddetti teloni e finì rovinosamente a terra, infortunandosi al collo e rischiando, se non la morte, almeno la paralisi! L'ultima parte del film, infine, mette in scena lo scontro con i pirati, che nel frattempo hanno preso come ostaggi un gruppo di inglesi: i nostri eroi si introducono nel loro covo travestiti e li sgominano a colpi di arti marziali, fucili e granate!

Pur nella sua complessità, a tratti si ha quasi l'impressione che la trama sia solo un pretesto per mettere in scena elaborati sketch e acrobazie, che portano alle estreme conseguenze quel kung fu realistico e da strada che Jackie aveva già messo in mostra nelle pellicole precedenti, su tutte quelle dirette da Yuen Woo-ping e da lui stesso. Si tratta di combattimenti anarchici e "sporchi", dove l'ambiente e gli scenari stessi sono protagonisti al pari dei corpi dei contendenti, dove le risse disorganizzate e le mosse improvvisate (ma in realtà è tutto frutto di un'accurata coreografia) sono al servizio di momenti comici o ad alta intensità emotiva. Lo spettatore ha l'impressione che l'intera azione si dipani casualmente o in maniera estemporanea, salvo ricredersi di fronte agli istanti che confermano la vocazione teatrale e circense che sottende il tutto. Jackie non è Bruce Lee, non ambisce a uno stile di combattimento formale e rigoroso, bensì a rendere spettacolare e soprattutto divertente ogni singola scena, e trova qui in Sammo Hung e Yuen Biao (ma anche negli altri comprimari e negli stuntmen, da Mars a Dick Wei) i complici ideali. Il combattimento finale con il capo dei pirati ne è un esempio, e stupisce fra l'altro per la mancanza di fair play dei "buoni" (al cui confronto i "cattivi" sono ben più leali: la divisione fra bene e male risiede solo nei ruoli rivestiti, non nello stile delle azioni): i nostri eroi lo affrontrano in tre contro uno, e per sconfiggerlo non esitano ad avvolgerlo in un tappeto e a lanciarvi dentro una granata! Dopo aver segnalato la presenza di diverse gag verbali (come quelle sulla parola d'ordine per entrare nel covo dei pirati: "Le botte no!", "Le stelle sono nel cielo!") e di alcune perle del doppiaggio italiano ("Un vecchio proverbio inglese dice: se la tigre è inquieta, buttagli un pezzo di carne sanguinolenta, vedrai che si calmerà"), concludo ricordando la partecipazione di Isabella Wong (Winnie, la figlia dell'ammiraglio), di Hoi Sang Lee e di Wong Wai. L'accattivante marcetta che fa da tema ricorrente è cantata dallo stesso Chan: si tratta forse del primo film dell'attore con una colonna sonora (di Michael Lai) composta appositamente e non "riciclata" da altre pellicole (ma il brano diegetico che dà il via alla rissa nel locale ricorda la quinta sinfonia di Beethoven!). Quattro anni più tardi uscirà un sequel, senza però Yuen Biao e Sammo Hung.

2 agosto 2017

I Goonies (Richard Donner, 1985)

I Goonies (The Goonies)
di Richard Donner – USA 1985
con Sean Astin, Josh Brolin
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

La zona portuale di Astoria, cittadina dell'Oregon, sta per essere demolita per costruirvi un country club. E per un gruppo di ragazzini (soprannominati i Goonies: il termine – cosa non spiegata nella versione italiana – ha origine dal nome del quartiere in cui vivono, chiamato Goon Docks, ma è usato anche come slang per indicare uno sfigato o un sempliciotto), l'unica speranza per non lasciare la propria abitazione è quella di trovare il tesoro nascosto dal leggendario pirata Willy l'Orbo in una delle caverne presso la costa. A lanciarsi a capofitto nell'avventura, con l'ausilio di un'antica mappa spagnola rinvenuta nella soffitta di casa, sono il timido e asmatico Mikey (Sean Astin, il futuro Sam Gamgee de "Il Signore degli Anelli"), che nutre una particolare fascinazione per il pirata Willy, identificandosi in lui e riconoscendolo come "il primo Goonie"; lo sbruffone Mouth (Corey Feldman), vanesio e chiacchierone; il grassoccio Chunk (Jeff Cohen), pasticcione e dall'appetito insaziabile; e il cinesino Data (Ke Huy Quan, già visto l'anno prima nel secondo film di Indiana Jones), ingegnoso inventore di mille marchingegni degni dell'agente 007. A loro, inizialmente controvoglia, si uniranno anche tre ragazzi più grandi: Brandon (Josh Brolin), fratello maggiore di Mike; Andy (Kerri Green), la ragazza di lui innamorata; e Stef (Martha Plimpton), un'amica di quest'ultima. Dovranno vedersela, oltre che con le numerose trappole e i trabocchetti che Willy l'Orbo ha disseminato nelle gallerie che conducono alla sua grotta (dove è ancora ormeggiato il suo galeone), anche con una gang di pittoreschi rapinatori italo-americani, la banda Fratelli (Anne Ramsey, Robert Davi e Joe Pantoliano), che sembrano usciti da un cartoon (ricordano la Banda Bassotti, con la mamma al posto del nonno!) e che però nascondono un segreto: un fratello mostruoso e deforme, Sloth (John Matuszak, le cui fattezze si ispirano forse al Quasimodo di Charles Laughton), che pure si rivelerà un inaspettato alleato dei nostri eroi.

Prodotto da Steven Spielberg (autore anche del soggetto), un piccolo/grande film di culto generazionale. Ai tempi della sua uscita fu ritenuto una sorta di "Indiana Jones per bambini", visto che ne riproponeva il senso di avventura, esplorazione e pericolo, sia pure in un setting meno esotico. Alcuni dei "tracobetti" di Willy l'Orbo ricordano in effetti le trappole cui deve sfuggire Indy: ma c'è anche un richiamo ai marchingegni che lo stesso Mikey ha costruito a casa sua (come quello per aprire la porta), e che rappresentano un omaggio alle vignette del fumettista Rube Goldberg. La sceneggiatura di Chris Columbus è certo infantile (con caratterizzazioni ingenue e situazioni prevedibili), ma comunque efficace, e contribuì ad affermarlo definitivamente come autore di film con (e per) bambini: da notare che si diverte a citare in una linea di dialogo il suo precedente lavoro, "Gremlins". E se la storia è semicomica e divertente, con gag di ogni tipo (dal tormentone "E io che ho detto?", ai capitomboli e alle prese in giro), c'è comunque spazio per temi "seri" come la morte (dalla scena iniziale, che mostra una (finta) impiccagione, ai tanti scheletri disseminati nelle grotte: e in ogni caso, il pericolo per i nostri eroi è sempre concreto e palpabile), l'amore (mitica la scena in cui Mikey "ruba" al fratello Brandon il primo bacio con Andy), la diversità (il deforme Sloth, rifiutato e incatenato dai fratelli ma accettato dai bambini nel loro gruppo), oltre ovviamente alla crescita, all'amicizia e al coraggio. Magnifico l'incipit, che nel giro di pochi minuti (sulle note di "Fratelli Chase") presenta tutti i personaggi. Nella bella colonna sonora di Dave Grusin spicca una canzone di Cindy Lauper ("The Goonies 'R' Good Enough"): la cantante appare anche nel video che Brandon guarda in tv. Cameo, nel finale, per il regista Richard Donner nei panni di un poliziotto. Alcune curiosità: la nave di Willy l'Orbo era ispirata a quelle dei film di Errol Flynn (come "Lo sparviero del mare" o "Capitan Blood", di cui si vedono alcuhe scene in tv). Alcune sequenze sarebbero state dirette da Spielberg in persona: quelle dei ragazzini in bici ricordano ovviamente "E.T.". Donner, dal proprio canto, cita il suo "Superman" quando Sloth ne indossa la maglietta. Fra le scene tagliate, l'incontro con una piovra (di cui però rimane traccia nei dialoghi!).

3 febbraio 2016

La taverna della Giamaica (A. Hitchcock, 1939)

La taverna della Giamaica (Jamaica Inn)
di Alfred Hitchcock – GB 1939
con Charles Laughton, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in divx.

A inizio Ottocento, lungo le coste frastagliate della Cornovaglia, un gruppo di banditi e pirati provoca ad arte il naufragio sugli scogli delle navi mercantili di passaggio per poterle saccheggiare impunemente, dopo aver sterminato tutti i marinai. La banda, che ha base nella malfamata "Taverna della Giamaica", è guidata dal taverniere Joss (Leslie Banks): ma all'insaputa dei suoi stessi uomini, egli è al soldo del nobile sir Humphrey Pengallan (Charles Laughton), il giudice di pace locale, che gli fornisce informazioni sulle rotte delle navi e nelle cui tasche finisce la maggior parte del bottino. L'arrivo nella taverna della giovane Mary (Maureen O'Hara, al primo ruolo importante della sua carriera), nipote orfana della moglie di Joss, Patience (Marie Ney), cambierà gli equilibri, anche perché la ragazza aiuterà – sia pure un po' controvoglia, non volendo coinvolgere la zia – Jem Traherne (Robert Newton), un agente al servizio del re che si è introdotto sotto copertura nella banda per smascherarne il vero capo. L'ultimo film di Hitchcock in patria prima del "gran balzo" a Hollywood, tratto da un romanzo di Daphne Du Maurier, è decisamente un lavoro in chiave minore, con una trama da fumetto o da romanzo avventuroso di serie B che solo a tratti riesce a tenere lo spettatore sulle spine. I critici dell'epoca, che non apprezzarono il tono della pellicola (più leggero rispetto alla cupezza del romanzo), lo considerarono "un film di Charles Laughton più che di Hitchcock", e a ben ragione: nonostante il cast piuttosto ampio, l'esuberante attore inglese – anche co-produttore – domina la scena nel ruolo del cattivo (molto ampliato rispetto al romanzo, dove fra l'altro era un prete e non un magistrato), avido e folle, a discapito di una protagonista femminile debole e poco caratterizzata, benché ricordi altri personaggi hitchcockiani che rimangono coinvolti in vicende più grandi di loro. Non mancano comunque spunti interessanti, a partire dall'ambiguità di molti personaggi, combattuti fra il bene e il male (come gli zii della protagonista). E il regista, come sempre, si diverte a caratterizzare con pochi tocchi anche le figure minori, dai vari membri della banda di Joss alla servitù di sir Humphrey (in particolare il valletto Chadwick, interpretato da Horace Hodges), creando un affresco tutto sommato gradevole e sottovalutato, se pur poco originale, anche grazie all'ambientazione e all'atmosfera quasi gotica. Hitchcock – che aveva accettato di dirigere il film, oltre che per il lauto compenso, anche per "rafforzare" i rapporti con la Du Maurier, della quale intendeva adattare un altro romanzo, "Rebecca", per il suo esordio a Hollywood – ebbe a lamentarsi delle continue interferenze di Laughton, che modificò a proprio piacimento la sceneggiatura e la caratterizzazione del suo personaggio. L'attore riporterà con sé la O'Hara in America per girare "Notre Dame".

14 dicembre 2014

La prova (Jean-Claude Van Damme, 1996)

La prova (The quest)
di Jean-Claude Van Damme – USA 1996
con Jean-Claude Van Damme, Roger Moore
**1/2

Rivisto in TV.

Negli anni venti, in una città segreta nel cuore del Tibet, viene organizzato un grande torneo di arti marziali al quale partecipano sedici campioni provenienti da ogni parte del mondo. In sostituzione del rappresentante americano, il pugile Maxie Devine (James Remar), si presenta Christopher Dubois (Van Damme), saltimbanco di strada reduce da mille peripezie (fuggito dalla propria patria perché nei guai con i gangster e la polizia, viene imprigionato dai pirati e poi venduto come schiavo su un'isola del sud-est asiatico, dove è addestrato all'arte del muay thai). Il premio per il vincitore è un'enorme statua d'oro che rappresenta un drago: ma per conquistarla, Dubois dovrà sconfiggere numerosi avversari, ciascuno in rappresentanza di una diversa nazione e dotato di una tecnica differente (il cinese usa il wushu, il giapponese il sumo, il francese il savate, il russo il sambo, il brasiliano la capoeira, il greco il pancrazio, ecc.). L'esordio di Van Damme alla regia ricorda nella trama il suo primo successo da attore, "Senza esclusione di colpi", anch'esso incentrato su un torneo di combattimenti a tecnica libera, ma a differenza di quello può contare su una buona confezione (ottima la fotografia, suggestivi gli scenari esotici). Prima che cominci il torneo, c'è una parte (forse un po' troppo lunga) che introduce il personaggio nel setting della Grande Depressione e ci mostra come arriva in Tibet, in compagnia del trafficante-contrabbandiere Lord Dobbs (Roger Moore) e della bella giornalista Carrie Newton (Janet Gunn). Ma è solo dall'inizio dei vari scontri che la pellicola decolla veramente, ricordando a tratti videogiochi come "Street Fighter" (per la caratterizzazione dei diversi personaggi) o il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball" (assistiamo qui a tutti gli incontri, non solo a quelli che coinvolgono il protagonista: gli ottavi di finale, i quarti, le due semifinali e la finale contro il campione mongolo). Per i fan di Van Damme, ma non solo.

31 ottobre 2011

Le avventure di Tintin (S. Spielberg, 2011)

Le avventure di Tintin: Il segreto dell'unicorno
(The adventures of Tintin)
di Steven Spielberg – USA/NZ 2011
con Jamie Bell, Andy Serkis
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Attraverso l'ormai collaudata tecnica del performance capture, con cui la recitazione degli attori viene utilizzata per dar vita a personaggi in animazione digitale (già sperimentata da Robert Zemeckis nei suoi ultimi lavori ma in questo caso ben più giustificata, visto che consente di mantenere lo stile caricaturale e stilizzato del fumetto originale senza sacrificare il realismo dell'azione e delle ambientazioni), la coppia Steven Spielberg-Peter Jackson (co-produttori, con il secondo che si è già candidato a dirigere il sequel) porta sul grande schermo uno dei più fortunati e popolari personaggi d'avventura del secolo scorso, il "Tintin" di Hergé, maestro della bande dessinée franco-belga, le cui pagine vengono integrate con due elementi che giocoforza gli mancavano, ovvero tridimensionalità e movimento. Trattandosi a tutti gli effetti di un film d'animazione, è difficile dunque riconoscere (e il discorso vale ancora di più per la versione doppiata in italiano) gli interpreti che si celano dietro le fattezze dei vari personaggi: Jamie Bell per l'intrepido reporter Tintin, Andy Serkis per l'alcolizzato capitano Haddock, Simon Pegg e Nick Frost per la coppia di detective pasticcioni Dupond e Dupont (grazie al cielo sono stati mantenuti i nomi francesi, al posto di quelli americani Thompson e Thomson), Daniel Craig per il malvagio Ivan Sakkarine, e così via. Il cane Milù, invece, è ovviamente del tutto digitale. Dopo una bella sigla di apertura, la pellicola si apre con un diretto omaggio a Hergé (è proprio lui, infatti, il pittore che fa un ritratto – in perfetta ligne claire! – a Tintin al mercato). Partendo dal mistero che circonda un modellino di veliero del diciassettesimo secolo, ci troviamo poi catapultati in piena avventura vecchio stile, fra viaggi per mare, per aria e per terra (fino al deserto del Marocco) alla ricerca degli indizi che rivelano l'ubicazione di un tesoro depredato quattro secoli prima dal pirata Rackham il rosso.

Dovendo selezionare un soggetto fra i 23 albi a fumetti che compongono la saga di Hergé, gli sceneggiatori hanno scelto una delle storie più belle, quella che a quanto pare era la preferita dello stesso disegnatore belga: "Il segreto del liocorno", prima parte di una storyline che prosegue (e proseguirà nel secondo film) nell'albo "Il tesoro di Rackham il rosso". L'hanno però fusa con un'avventura precedente, "Il granchio d'oro", in cui si celebra il primo incontro fra il giovane protagonista e quella straordinaria spalla che è il capitano Haddock. Il lavoro di adattamento dal fumetto al film mi è parso esemplare, e poco importa se alcuni dettagli delle storie originali sono stati modificati (su tutti il ruolo di Sakkarine, che si rivela essere addirittura un discendente del pirata Rackham): la pellicola funziona su più piani, da quello cinematografico (come molti hanno detto, la collaborazione con Jackson sembra aver ringiovanito Spielberg, riportandolo ai livelli dei primi Indiana Jones) a quello del divertimento e dell'azione (di questa, a dire il vero, ce n'è fin troppa: dopo la magnifica scena della fuga dal palazzo dello sceicco, realizzata con un lungo e spettacolare piano sequenza, si è talmente stremati che ci sarebbe voluto più tempo per riprendere fiato; e invece quasi subito comincia lo scontro finale al molo, con un combattimento a basi di gru che mi ha ricordato quello fra le scavatrici di una famosa storia di Carl Barks). Viene persino colta l'occasione per introdurre personaggi del corpus delle avventure di Hergé che non erano presenti nelle storie selezionate, come la cantante lirica Bianca Castafiore (che però non si esibisce nel pezzo che più l'ha resa celebre, l'aria dei gioielli dal "Faust" di Gounod, bensì intona "Je veux vivre" dal "Roméo et Juliette", un'altra opera del compositore francese, peraltro preceduta – chissà perché – dall'introduzione della cavatina di Rosina nel "Barbiere di Siviglia"), mentre altri (e penso al mitico scienziato Trifone Girasole) dovranno attendere la prossima pellicola, che visto il titolo annunciato – "Prisoners of the sun" – fonderà verosimilmente il già citato "Il tesoro di Rackham il rosso" con la saga de "Le sette sfere di cristallo".

5 maggio 2010

Laputa (Hayao Miyazaki, 1986)

Laputa - Il castello nel cielo (Tenku no shiro Laputa)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1986
animazione tradizionale
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Ilaria.

Il terzo lungometraggio d'animazione diretto da Miyazaki (dopo "Il castello di Cagliostro" e "Nausicaä della valle del vento"), nonché il primo prodotto dall'allora neonato Studio Ghibli, è sicuramente uno dei miei preferiti. Sin dai magnifici titoli di testa, disegnati come se fossero vecchie stampe e accompagnati dalla dolcissima colonna sonora di Joe Hisaishi, "Laputa" è un'affascinante avventura colma di sense of wonder e suggestioni steampunk, ambientata in un'Europa verniana e fittizia di inizio secolo, fra miniere, treni, automi, macchine volanti e dirigibili. Il nome Laputa, che compare anche ne "I viaggi di Gulliver" di Swift, è quello di una leggendaria isola volante che secoli prima aveva ospitato un mitico e potentissimo regno, dotato di un elevato livello di conoscenza tecnologica. Abbandonata dai suoi abitanti e popolata ormai soltanto dai robot che continuano a prendersi cura dei giardini e dei palazzi, l'isola vaga nei cieli protetta dalle nuvole e dalle tempeste che tengono lontani i curiosi. Coloro che vorrebbero raggiungerla per mettere le mani sui suoi tesori sono molti, e in conflitto fra loro: i pirati dell'aria, l'esercito e i servizi segreti, questi ultimi guidati da Muska, un misterioso individuo che intende utilizzare il suo immenso potere distruttivo per dominare il mondo. A custodire il ciondolo di "gravipietra", l'unico oggetto in grado di rivelare la posizione di Laputa, è una bambina di nome Sheeta: con l'aiuto del giovane e coraggioso minatore Pazu, e dopo molte avventure, riuscirà a sbarcare sull'isola e scoprirà di essere la discendente dell'antica stirpe reale.

La pellicola, dalla trama complessa ma lineare, è ricca di dettagli e di ambientazioni curatissime: fra queste spiccano il villaggio minerario dove vive Pazu, per il quale Miyazaki si è ispirato ai paesaggi del Galles; la vallata con le case costruite a ridosso dei fianchi delle montagne; le oscure miniere e i tunnel dove le pietre "cantano"; la fortezza dell'esercito in cui viene rinchiusa Sheeta; l'aeronave dei pirati dell'aria, un'indimenticabile "famiglia" (che ricorda la Banda Bassotti o, meglio ancora, i cattivi de "I Goonies") guidata dalla matriarca Dola, rude piratessa dal cuore d'oro; e naturalmente Laputa stessa, con i suoi raffinati giardini e le imponenti strutture che custodiscono terribili segreti. I magnifici disegni e l'animazione morbida si mettono al servizio di una storia in continuo movimento, di personaggi simpatici e carismatici e di paesaggi splendidi, dove risaltano i prati, i cieli, le nuvole (le migliori mai viste in un film d'animazione!) e gli aeromezzi (bellissimi, per esempio, i piccoli velivoli con ali da libellula utilizzati dai pirati). Oltre che di siparietti comici (come quando viene mostrata la vita a bordo dell'aeronave pirata) e di momenti "barksiani" (la scena in cui i soldati saccheggiano i tesori di Laputa mi ha fatto pensare alle Sette Città di Cibola), il film è anche infarcito di piccoli riferimenti e citazioni ai precedenti lavori di Miyazaki: i robot di Laputa ricordano quello apparso in un celebre episodio di Lupin III ("I ladri amano la pace"), gli scoiattoli che vivono sull'isola volante sono identici all'animaletto di Nausicaä, e molte scene, personaggi e atmosfere fanno tornare con la mente a "Conan" (Pazu e Sheeta sono quasi dei cloni di Conan e Lana) e persino a "Heidi": per non parlare dei temi tipicamente miyazakiani come l'antimilitarismo, l'ecologia, l'amicizia, il fascino per il volo. E naturalmente c'è la metafora dell'albero gigante, che con le sue radici tiene insieme quel che resta di Laputa, i cui abitanti forse si sono estinti proprio perché hanno voluto abbandonare le proprie radici, staccandosi dalla Terra per dominare il mondo dall'alto ma perdendo così il necessario contatto con la natura.

16 aprile 2009

Le avventure di Peter Pan (aavv, 1953)

Le avventure di Peter Pan (Peter Pan)
di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson, Ham Luske – USA 1953
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Elena.

Tratto dalla commedia di J.M. Barrie, "Peter Pan" fa parte di quel gruppo di lungometraggi disneyani degli anni cinquanta che – benché non agli stessi livelli dei cinque capolavori degli inizi – hanno contribuito ad affermare la casa di Burbank come leader nel campo dell'intrattenimento a cartoni animati. La trama, pur semplificata, è essenzialmente fedele a quella dell'opera originale, di cui ripropone tutti i personaggi – Peter Pan, il bambino che non vuole crescere; Wendy Darling e i suoi fratellini John e Michael (Gianni e Michele nella versione italiana), che lo seguono dalla Londra vittoriana fino all'isola che non c'è; i Ragazzi Perduti, fedeli seguaci di Peter; la capricciosa fatina Trilli (il cui nome originale, Tinker Bell, è tradotto a volte come Campanellino); il perfido Capitan Uncino e la sua ciurma di pirati, fra i quali spicca il nostromo Spugna; l'affamato coccodrillo che ha ingoiato una sveglia e che segue Uncino come un ombra nella speranza di divorarlo; la principessa indiana Giglio Tigrato – in parte ispirandosi all'iconografia classica e in parte creandone una nuova, destinata a molta fortuna. Anche i principali temi del testo di Barrie sono fortunatamente sopravvissuti alla rielaborazione disneyana: il conflitto fra l'innocenza e la fantasia infantile da una parte (esemplificate da Peter Pan e dal suo desiderio di non crescere mai) e la responsabilità dell'età adulta dall'altra (impersonata soprattutto dal padre di Wendy – il cui interprete, in teatro, recita spesso anche il ruolo di Uncino – ma anche dalla scelta dei bambini, nel finale, di ritornare nel proprio mondo). Oltre al piacere dell'avventura, vissuta quasi sempre come un gioco, ci sono gradevoli e curiose sottotrame romantiche, con la gelosia di Trilli (e delle sirene) nei confronti di Wendy e quella di Wendy stessa nei confronti di Giglio Tigrato: per non parlare di come tutti i personaggi femminili, e in particolare Trilli (che secondo alcune voci dell'epoca, poi smentite, sarebbe stata modellata su Marilyn Monroe!), risultino sexy e spigliati. Rispetto ad altri classici disneyani, le musiche e le canzoni non sono particolarmente memorabili (il brano che mi piace di più è quello iniziale, "You can fly!"). Si tratta dell'ultimo film Disney distribuito dalla RKO prima della fondazione della Buena Vista Pictures, oltre che dell'ultima pellicola in cui i leggendari "nine old men" (i primi e più fedeli collaboratori di Walt) hanno lavorato tutti insieme.

12 novembre 2008

Chi trova un amico trova un tesoro (S. Corbucci, 1981)

Chi trova un amico trova un tesoro
di Sergio Corbucci – Italia 1981
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Inseguito da una banda di gangster che ha truffato alle corse dei cavalli, Terence Hill fugge con la mappa di un tesoro nascosto su un'isola sperduta (disegnata da uno zio con la meningite) e si nasconde nella barca a bordo della quale Bud Spencer sta per affrontare una traversata del Pacifico in solitario (sponsorizzato da una marca di marmellata: "Solo Puffin ti darà forza e grintà a volontà!"). Insieme naufragheranno sull'isola del tesoro, dove se la dovranno vedere con selvaggi amichevoli, un soldato giapponese convinto che la guerra non sia ancora finita e una banda di pirati metal-punk vestiti di pelle nera. Uno dei film meno belli fra tutti quelli della coppia Spencer/Hill: più infantile del solito, è divertente nella parte iniziale (quella sulla barca) e meno quando l'azione si sposta sull'isola, fra luoghi comuni e gag trite e ritrite (non ho mai sopportato il personaggio di Anulu). Un segno di sciatteria: le frasi pronunciate da Kamasuka sono inventate, non certo giapponesi. La musica (con la canzone "Movin' Cruisin'") per una volta non è dei De Angelis ma di un'altra coppia di fratelli compositori, i La Bionda.

16 ottobre 2007

Stardust (Matthew Vaughn, 2007)

Stardust (id.)
di Matthew Vaughn – GB/USA 2007
con Charlie Cox, Claire Danes
***1/2

Visto al cinema Plinius, con Hiromi, Ada, Maddalena e Giuseppe.

Tratto da un racconto di Neil Gaiman illustrato da Charles Vess, "Stardust" è una bellissima fiaba fantasy e romantica che recupera tutto il senso dell'avventura e del fantastico dei migliori esempi del genere senza lasciarsi prendere la mano dagli effetti speciali o dai virtuosismi di stile e senza sentire la necessità di rivolgersi esclusivamente a un pubblico infantile. È anche il secondo film di Vaughn (marito di Claudia Schiffer e produttore dei film di Guy Ritchie) dopo il già interessante "The pusher" con Daniel Craig: decisamente un regista da tenere d'occhio. La trama vede il giovane Tristan promettere alla bella e altera Victoria di donarle una stella che ha visto cadere dal cielo. Per recuperarla, si introduce così nel reame fatato di Stormhold, separato dall'Inghilterra da un "semplice" muro, solo per scoprire che la stella è in realtà una splendida (e splendente) ragazza, di cui ovviamente non tarderà a innamorarsi. Sulle tracce della stella c'è anche una perfida strega (Michelle Pfeiffer) che intende divorarne il cuore per rivitalizzare il proprio corpo e i propri poteri, mentre la sua storia si intreccia anche con quella dei sette principi del regno, impegnati a farsi fuori a vicenda e a mettere le mani su un gioiello il cui possessore può rivendicare il trono. Ottimo il cast, con brevi apparizioni di nomi celebri (Alfred Molina è il padre del protagonista, Peter O'Toole è il re morente, Rupert Everett è il principe Secundus, Ian McKellen è la voce narrante nella versione originale). Su tutti spicca il fenomenale Robert De Niro nella parte di capitan Shakespeare, pirata acchiappafulmini a bordo di una nave volante che nasconde il proprio animo effemminato dietro un aspetto minaccioso. Rispetto al libro di Gaiman (che non ho letto, ma solo sfogliato) ci sono parecchie modifiche volte a spettacolarizzare la vicenda, come il combattimento finale, ma anche il personaggio stesso di De Niro è stato sviluppato apposta per la pellicola. In ogni caso il film non perde mai in intensità, grazie anche ai numerosi momenti divertenti e comici di cui è costellato, e preferisce dar libero sfogo alla fantasia e all'immaginazione con un pizzico di irriverenza anziché impantanarsi su valori morali o pedagogici.

30 maggio 2007

Pirati dei caraibi 3 (G. Verbinski, 2007)

Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At the world's end)
di Gore Verbinski – USA 2007
con Johnny Depp, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Hiromi.

Mastodontico e pesante, cupo e involuto, il terzo capitolo della trilogia dei Pirati dei Caraibi (che ormai di caraibico hanno ben poco: il film si svolge ovunque tranne che lì, da Singapore al mondo dei morti) smarrisce definitivamente quel poco credito che era rimasto alla saga dopo il disastroso secondo episodio, del quale comunque è giusto un pelino migliore. Mi sorge ormai il dubbio che la freschezza, la leggerezza e il divertimento del primo film – sul quale evidentemente avevo sbagliato a puntare le mie carte come alfiere della rinascita di un cinema di pura avventura – fossero dovuti non a una precisa volontà degli autori di riportare in auge il genere di cappa e spada, ma soltanto alle minori ambizioni di quello che doveva essere un semplice prodotto di appoggio all'attrazione pubblicitaria di Disneyland. Come in "Matrix", invece, il successo ha dato alla testa. E dunque la saga, acquistata una vita propria, è stata appesantita dai mediocrissimi sceneggiatori con una pletora esagerata e infinita di personaggi (di alcuni minori, come le due guardie, potevano anche sbarazzarsene, no?) e con una trama così contorta e ricca di pseudo-colpi di scena da rendere praticamente impossibile farne un riassunto. Ogni dieci minuti qualcuno tradisce qualcun altro, fa il doppio gioco, cambia motivazioni, passa dai buoni ai cattivi e viceversa. Se il Jack Sparrow interpretato da Johnny Depp, che compare soltanto dopo oltre mezz'ora di film, è ormai l'ombra di sé stesso (e si lascia ricordare soltanto per le buffe scenette con i suoi alter ego), altrettanto sprecati sono attori del calibro di Jonathan Pryce e Chow Yun-fat (quest'ultimo, carismatico come sempre, era il motivo principale per cui sono andato a vedere il film al cinema, ma sparisce quando la pellicola non ha ancora raggiunto il giro di boa), mentre Keira Knightley e soprattutto Orlando Bloom avevano cessato di rappresentare un motivo di interesse già nel film precedente e sono privi di qualsivoglia alchimia. Il migliore, così, risulta ancora Geoffrey Rush. Comunque spettacolari certe sequenze ricche di effetti speciali, come la battaglia finale (e in particolare la lenta avanzata del commodoro mentre la sua nave va – letteralmente – in pezzi). Fra i tanti spunti presi a destra e manca, c'è persino un "raggio verde" rohmeriano. Come ormai sembra d'obbligo in questo tipo di film, il "vero finale" si presenta agli spettatori soltanto dopo i lunghi titoli di coda.

2 aprile 2007

La maledizione della prima luna (G. Verbinski, 2003)

La maledizione della prima luna (Pirates of the Caribbean: The curse of the Black Pearl)
di Gore Verbinski – USA 2003
con Johnny Depp, Orlando Bloom
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Prodotto dalla Disney come primo di una serie di film dedicati alle varie attrazioni dei suoi parchi di divertimenti (ma le altre pellicole della serie, come per esempio "La casa dei fantasmi" con Eddie Murphy, non hanno avuto lo stesso successo), è una pellicola di avventure vecchio stile che recupera tutto un mondo che sembrava scomparso da molti anni dall'immaginario cinematografico. Proprio per questo, già alla sua prima visione, il film mi aveva conquistato per la sua freschezza e originalità (non aveva punti di riferimento recenti). I temi "classici" dei pirati e dell'attrazione di Disneyland ci sono tutti, mescolati con atmosfere fantastiche che ricordano in maniera irresistibile la serie di videogiochi "The secret of Monkey Island": galeoni fantasma con ciurme di scheletri viventi, grotte ricolme di tesori e gioielli, maledizioni terribili, pappagalli e scimmie, abbordaggi e ammutinamenti, locande malfamate e isole deserte. Gran parte del merito del divertimento è dovuta agli attori, in particolare al fenomenale e scanzonato Johnny Depp, che veste i panni del capitano Jack Sparrow con grandissima originalità e che pare abbia improvvisato parecchie cose sul set. Anche la storia, l'ambientazione e i personaggi di contorno fanno la loro parte, così come il trascinante tema musicale. La simpatica Keira Knightley, che conoscevo per "Sognando Beckham", è poi diventata una star, mentre Orlando Bloom lo era già. Peccato solo che l'entità del successo, assolutamente inaspettato (la Disney ha addirittura modificato l'attrazione originale di Disneyland per renderla più simile al film), abbia spinto i produttori a mettere in cantiere un doppio seguito che si è rivelato completamente superfluo e non all'altezza del prototipo.

Nota sul titolo: In originale avrebbe dovuto essere semplicemente "Pirates of the Caribbean", ma all'ultimo momento si scelse di aggiungere un sottotitolo nella speranza che il successo di pubblico portasse a realizzarne un sequel, come poi è accaduto. In Italia, invece, la solita miopia dei produttori ha portato all'effetto opposto: è stato eliminato il titolo principale e modificato senza motivo quello secondario.

25 settembre 2006

Pirati dei Caraibi 2 (G. Verbinski, 2006)

Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma
(Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest)
di Gore Verbinski – USA 2006
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Monica, Nando e Irene.

Dispiace parlar male del sequel di un film che mi era piaciuto molto, ma questo secondo "Pirati dei Caraibi" non mi ha proprio convinto. Il suo problema principale è il ritmo: sullo schermo succede qualcosa praticamente ogni trenta secondi, col risultato che in due ore e mezza di durata non c'è mai un istante per fermarsi a riflettere o per approfondire la trama o i personaggi. Di conseguenza la vicenda è piena di battute, capitomboli, mostri, dettagli e particolari spesso inutili, mentre i personaggi restano, stavolta sì, vere e proprie macchiette su uno sfondo che ormai ha abbandonato ogni pretesa di verosimiglianza storica. Johnny Depp gigioneggia per strappare risate, e forse esagera, mentre i personaggi di Knigthley e Bloom sono piuttosto piatti. Anche i cattivi non mi sono sembrati assolutamente all'altezza del Capitan Barbossa del primo film, con origini, motivazioni, psicologie e comportamenti appena abbozzati. Tutta la prima ora è poi del tutto superflua, con scene d'azione troppo lunghe che vengono poi ripetute quasi uguali nella seconda parte (la fuga all'interno della gabbia che rotola, per esempio, è simile alla scena successiva con la ruota del mulino). Non avrebbe fatto male una sforbiciata in fase di montaggio, e magari avrebbe consentito agli sceneggiatori un maggior approfondimento della trama principale, quella dell'Olandese Volante e della sua ciurma. Il senso di insoddisfazione nasce non solo dal confronto con la freschezza e il divertimento fornito da "La maledizione della prima luna" (la maledizione andrebbe rivolta ai titolisti italiani: ancora non si sono resi conto dei danni che producono con la loro infedeltà ai titoli originali?), ma dal sospetto che i seguiti dei "Pirati" siano stati messi in cantiere sulla falsariga di quelli di "Matrix": un'operazione esclusivamente commerciale per sfruttare una franchigia di sicuro successo. Dopotutto i produttori erano ormai ben consapevoli che qualunque fosse stata la qualità del film il ritorno in termini di box office (e di home video) sarebbe stato comunque elevatissimo.