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26 agosto 2015

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith (G. Lucas, 2005)

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith
(Star Wars Episode III: Revenge of the Sith)
di George Lucas – USA 2005
con Ewan McGregor, Hayden Christensen
**

Rivisto in DVD.

Ci sono voluti tre film (nell'arco di sei anni) per raccontare le origini di Darth Vader: forse troppi, visto che le sorprese in fondo sono state ben poche e che i momenti migliori dell'intera operazione sono quelli, come nel finale di questa pellicola, in cui si chiude la transizione con la trilogia classica e si comincia a respirare la stessa aria della saga originale. Eppure, per questi motivi ma non solo, "Episodio III" è sicuramente il capitolo più soddisfacente della trilogia di prequel, nonché il più intenso e il più cupo (forse il più cupo di tutti e sei: è stato l'unico a essere vietato ai minori di 13 anni in alcuni paesi!), seppur non sia privo di ingenuità e di sbavature, alcune delle quali già riscontrate nei due film precedenti. Terminata la sua lavorazione, Lucas ha dichiarato che non tornerà più dietro la macchina da presa, forse scottato dalle molte critiche ricevute (cui però è sempre corrisposto un cospicuo successo di pubblico). E qualche anno dopo, ha addirittura venduto la sua franchise alla Disney, che provvederà a proseguirla con nuovi film che esploreranno, si spera in direzioni differenti, il destino di questa "galassia lontana, lontana" che tanto ha affascinato l'immaginario degli spettatori cinematografici negli ultimi trent'anni. Nel frattempo, non si può negare che anche zio George sappia correggere i propri errori: in "Episodio III" mancano, o sono ridotti al minimo, molti degli elementi che più erano stati contestati nei primi due episodi: personaggi eccessivamente caricaturali o infantili (Jar Jar su tutti, virtualmente scomparso tranne che per un breve cameo nel finale), trovate revisioniste (i Midichlorian, anch'essi solo accennati in un dialogo), inopportune sdolcinature romantiche (benché il ruolo di Padme sia fondamentale, il suo spazio sullo schermo risulta ridotto). Rimangono, ahimé, altri difetti, in particolare a livello di caratterizzazione dei personaggi e di snodi narrativi forzati, come vedremo.

Il film inizia maluccio: la scena d'azione iniziale, soffocata da un eccesso di grafica computerizzata, è priva di tensione e sembra uscire da un videogioco. Anakin e Obi-Wan sono impegnati nel salvataggio del cancelliere Palpatine, rapito fuori scena e custodito a bordo dell'astronave del Conte Dooku, il malvagio leader dei separatisti (quando vidi il film al cinema, non ricordavo nemmeno più di chi si trattasse, nonostante l'interpretazione di una leggenda come Christopher Lee: segno di quanto poco avesse fatto presa su di me il precedente "Episodio II"). In pochi minuti Dooku è tolto di mezzo, lasciando il comando dei ribelli "cattivi" al generale Grievous: un generale robotico, si badi bene, visto che prosegue l'andazzo nel far combattere le guerre quasi soltanto a droidi e a cloni, minimizzando così gli spargimenti di sangue per non impressionare troppo gli spettatori. Ma per fortuna, almeno da questo lato, qualcosa sta per cambiare: dopo l'infelice incipit, la pellicola non lesinerà momenti ben più forti (seppure – come lo sterminio dei Sabbipodi nel film precedente – rigorosamente fuori inquadratura). Che il cancelliere Palpatine stia accentrando su di sé troppi poteri è ormai evidente anche al consiglio degli Jedi: ciò che questi non prevedono è che il futuro imperatore riesca a mettere contro di loro proprio il giovane Anakin Skywalker, il guerriero più promettente nonché "l'eletto" che dovrebbe riportare pace e ordine nella galassia. Spinto dall'ambizione, dal rancore, dalla rabbia, ma soprattutto dalla volontà di salvare l'amata Padme (che nel frattempo è rimasta incinta), della quale sogna la morte in una serie di oscure visioni premonitrici, Anakin si lascia lentamente irretire e corrompere dal lato oscuro della Forza. Palpatine, intuendo quali sono i suoi punti deboli, gli ha infatti rivelato che i Sith più potenti sono in grado di sconfiggere anche la morte.

Mentre Obi-Wan è in missione contro il generale Grievous (e Yoda a sua volta si reca sul pianeta dei Wookie, dove incontra Chewbacca: ma la scelta di introdurre anzitempo i personaggi della trilogia classica non serve ad altro scopo che a strizzare l'occhio ai fan, vedi anche il ruolo inutile dei due droidi R2-D2 e C-3P0, al quale dovrà infine essere cancellata la memoria per evitare incongruenze con ciò che è già stato narrato), Anakin scivola sempre di più nelle mani di Palpatine: al punto da tradire definitivamente gli Jedi, mettendosi dalla parte del cancelliere quando la natura di questi come signore dei Sith viene rivelata. Nonostante fosse in preparazione da ben due film, la conversione al male di Anakin appare comunque affrettata, improvvisa e francamente immotivata, e questo – che dovrebbe rappresentare il momento cruciale della trilogia, o se vogliamo dell'intera saga – è il vero punto debole della pellicola. Comunque sia, il giovane non solo accetta di tradire i propri amici, ma ubbidisce anche all'ordine di Palpatine di uccidere tutti gli apprendisti Jedi, bambini compresi, che si trovano a Coruscant. Contemporaneamente Palpatine ordina ai cloni sparsi nella galassia di eliminare i cavalieri restanti, dimostrando loro quanto fosse stata folle la scelta di affidarsi a un esercito di cui non si conosceva l'origine. A salvarsi dall'eccidio sono solamente Obi-Wan e Yoda: il primo affronterà il suo ex pupillo, in un'anticipazione del loro scontro di "Episode IV"; il secondo sfiderà l'autoproclamatosi imperatore, che durante la battaglia (conclusa senza vincitori né vinti) distruggerà simbolicamente il Senato stesso, ultima vestigia della Repubblica. Da notare che il film, che in origine avrebbe dovuto intitolarsi "Rise of the Empire", è stato poi chiamato "Revenge of the Sith" per omaggiare quello che avrebbe dovuto essere il titolo originale dell'Episodio VI, "La vendetta dello Jedi" (poi modificato in "Il ritorno dello Jedi").

Sconfitto e menomato da Obi-Wan, Anakin completerà la propria trasformazione in Darth Vader indossando la caratteristica armatura nera, vero e proprio sistema artificiale per tenerlo in vita. E il suo tuffo nel lato oscuro si concluderà con la tragica consapevolezza di aver causato personalmente la morte della moglie Padme. Ignora però che la ragazza ha dato alla luce, prima di morire, due gemelli, Luke e Leia, che nascono in contemporanea al primo "respiro" artificiale dello stesso Vader. Anche qui, meglio passar sopra a certe debolezze intrinsiche di una trama che deve, per forza di cosa, far "quadrare i conti" con ciò che avevamo già visto nei film originali: come è possibile, in un mondo dotato di tante apparecchiature fantascientifiche oltre che di percezioni extrasensoriali, che fino al momento del parto nessuno sapesse che Padme aspettava due gemelli? E anche la fatidica transizione dalla democrazia della Repubblica alla dittatura dell'Impero è tirata via con ingenua semplicità (la scena in cui Padme commenta "È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi", che nelle intenzioni vorrebbe rievocare l'ascesa di Hitler, risulta retorica e anticlimatica). Dove il film funziona meglio è nell'intensità dello scontro finale fra Anakin e Obi-Wan, davanti alle colate di lava rossa del pianeta Mustafar, per non parlare del finale multiplo in cui, gratificandoci al livello più elementare, mostra il passaggio verso la situazione che troveremo all'inizio della trilogia classica: Yoda in esilio, Luke e Leia affidati a famiglie adottive rispettivamente su Tattoine e Alderaan (con Obi-Wan che veglia da lontano sul primo), l'imperatore e Darth Vader che sovrintendono alla costruzione della Morte Nera. Se ci aggiungiamo l'apparizione di tecnologie e uniformi "classiche", più essenziali e povere di quelle viste fino ad ora, ecco che l'effetto nostalgia fornito dalle ultime sequenze veicola finalmente le emozioni tanto attese e che erano mancate nelle precedenti sei ore.

3 maggio 2015

Star Wars Episodio II: L'attacco dei cloni (G. Lucas, 2002)

Star Wars Episodio II: L'attacco dei cloni
(Star Wars Episode II: Attack of the clones)
di George Lucas – USA 2002
con Ewan McGregor, Hayden Christensen, Natalie Portman
*1/2

Rivisto in DVD.

Sono trascorsi dieci anni dalla fine del precedente film. Anakin Skywalker ha intrapreso l'addestramento Jedi sotto la guida di Obi-Wan Kenobi, dimostrandosi assai promettente ma anche irrimediabilmente impulsivo e arrogante, tanto da far esclamare al suo maestro in un'occasione "Sento che tu sarai la mia fine" (strizzatina d'occhio al pubblico che conosce bene i successivi sviluppi: nel film del 1977, proprio Anakin/Darth Vader ucciderà l'ormai anziano Kenobi). Come in "Episodio I", al centro della trama ci sono intrighi di natura politica ed economica: diversi sistemi stellari, spalleggiati dalla federazione dei mercanti, minacciano di lasciare la Repubblica. Alla guida dei separatisti c'è il Conte Dooku, ex cavaliere Jedi (fu allievo di Yoda, nonché maestro di Qui-Gon Jinn) passato al lato oscuro (nel finale scopriremo che, sotto l'identità di Darth Tyranus, è il nuovo adepto del signore oscuro dei Sith, ovvero il futuro imperatore, quel Darth Sidious che solo i più distratti faticheranno a identificare con l'ambiguo senatore Palpatine). Per far fronte alla minaccia (ma perché la tanto osannata democrazia della Repubblica non tollera che alcuni dei suoi membri possano scegliere di andarsene per la propria strada?), i cavalieri Jedi non sono sufficienti: nel Senato si discute dunque dell'opportunità di fondare un esercito. Padme Amidala, non più regina di Naboo ma rappresentante del proprio pianeta al Senato, è contraria, e si reca a Coruscant (la capitale della Repubblica) per votare contro la decisione. Scampata a un attentato, è però convinta a tornare sul proprio pianeta, scortata (guarda caso) dal giovane Anakin, che nel frattempo si è innamorato di lei, mentre il suo posto al Senato verrà preso temporaneamente da Jar Jar Binks (personaggio che, dopo l'accoglienza non certo entusiasta da parte di pubblico e critica, vede notevolmente ridotto il suo spazio sullo schermo). Nel frattempo Obi-Wan, indagando sul misterioso attentatore, scopre l'esistenza di un sistema stellare del tutto sconosciuto agli archivi e alle mappe della Repubblica: Kamino, sede dei "clonatori", una razza di alieni che da anni stanno creando un intero esercito di cloni, apparentemente su ordine degli Jedi stessi e della Repubblica.

Le famose "guerre dei quoti", citate di sfuggita in una sola frase nel primo "Guerre stellari" (quello del 1977), hanno sempre stimolato l'immaginazione dei fan della saga. Nella versione originale erano "clone wars", "guerre dei cloni", ma l'adattamento italiano dell'epoca scelse di modificare il termine, forse perché il pubblico generalista non aveva ben chiaro cosa fosse un clone (ma gli appassionati di fantascienza sicuramente sì). Probabilmente la frase era stata scritta da Lucas soltanto per dare un background ai suoi personaggi, senza avere in mente con precisione cosa fossero queste famigerate guerre cui i cavalieri Jedi (e segnatamente Obi-Wan Kenobi e Anakin Skywalker, il padre di Luke appunto) avevano partecipato. Ma ora, giunti al quinto film della serie (ovvero al secondo dei tre prequel), il regista-demiurgo della saga sceglie finalmente di svelarne i retroscena, forse (e inevitabilmente) deludendo un po' le aspettative che si erano accumulate in venticinque anni di tempo. Da un lato, l'esercito di droidi dei separatisti (ci risiamo: le battaglie fra robot sono il modo migliore per ridurre al minimo il sangue sullo schermo, in una saga sempre più rivolta a un pubblico adolescente); dall'altro, un'armata appunto di cloni del cacciatore di taglie Jango Fett (padre del Boba Fett che si vedrà nella trilogia classica), fatti creare in segreto da Dooku stesso (sotto l'identità di Darth Tyranus) e utilizzati incautamente dagli Jedi. Volute da Palpatine/Darth Sidious per destabilizzare la Repubblica, le guerre dei cloni non sono altro che una scusa per accentrare sempre più potere su di sé, nella strada che lo condurrà a diventare imperatore. Ma tutto questo si vedrà nel lungometraggio successivo. In questo, le guerre non occupano che le ultime sequenze, peraltro le migliori del film, che dunque decolla soltanto dalla scena nell'arena su Geonosis (un omaggio ai peplum ma anche, visti i mostroni, al cinema di Ray Harryhausen). In precedenza siamo di fronte forse al punto più basso dell'intera saga di "Star Wars", in particolare con lo sviluppo della love story fra Anakin e Padme, fra dialoghi di una banalità estrema e paesaggi da cartolina (le scene sono state girate in Italia, sul lago di Como).

La caratterizzazione dei personaggi è eccessivamente semplice e prettamente funzionale alla storia. Anakin, in particolare, anche per la recitazione non certo esaltante di Hayden Christensen, è del tutto privo di quel carisma che ci si attenderebbe da colui che diventerà Darth Vader: un ragazzino arrogante e stupido, i cui dialoghi lasciano qua e là anticipare le mosse future (come quando esprime la sua simpatia per Palpatine ed elogia la possibilità di una dittatura). Il peggio lo si ha, oltre che nelle melense scene del corteggiamento a Padme, nella sequenza in cui torna su Tattoine per salvare la madre. A parte che non si spiega come mai per dieci anni l'abbia lasciata in schiavitù (cosa ci voleva a tornare brevemente a riscattarla, magari subito dopo la fine della pellicola precedente?), l'intera sezione appare artificialmente scritta per costituire uno dei "momenti di passaggio" di Anakin verso il lato oscuro. L'essersi fatto dominare dalle emozioni, dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, al punto di sterminare (fuori scena, ovviamente!) un'intera tribù di Tusken (i vecchi "Sabbipodi"), viene però rapidamente fatto passare in secondo piano dallo svolgersi degli eventi (nel resto della pellicola non se ne fa più menzione), in linea con una sceneggiatura che non si ferma quasi mai ad approfondire i passaggi chiave, preferendo saltare direttamente al momento successivo. Cosa resta? L'inseguimento fra auto voltanti nella moderna città di Coruscant (più che "Guerre stellari", sembra di guardare "Il quinto elemento"); il fascinoso pianeta oceanico di Kamino; e i consueti momenti di fan service di Lucas agli spettatori della trilogia classica: il ritorno dei droidi R2-D2 e C-3P0 (con quest'ultimo protagonista di scenette – come la sostituzione della sua testa con quella di un droide da combattimento, e viceversa – del tutto inutili ai fini della storia; ma evidentemente, "cassato" Jar Jar, serviva un'altra spalla comica); l'introduzione di Jango Fett e di suo "figlio" Boba (e pensare che ne "L'impero colpisce ancora" questi era soltanto uno dei tanti cacciatori di taglie assoldati da Vader: nessun accenno al fatto che le prime truppe imperiali fossero cloni di suo padre, come d'altronde lui stesso); l'apparizione degli giovani "zii" (di Luke) Owen e Beru; persino un riferimento ai piani della Morte Nera!

Non che gli altri personaggi, oltre ad Anakin, brillino per acume o personalità. I buoni, gli Jedi in testa (fra cui – a parte uno Yoda protagonista nel finale di un inatteso e spettacolare combattimento con la spada laser – spicca il Mace Windu interpretato da Samuel L. Jackson), sono sempre un passo indietro rispetto agli schemi di Palpatine, e alla fine decidono di portare in guerra l'esercito di cloni pur non conoscendo affatto i retroscena della sua creazione (fra parentesi, l'aspetto delle armature dei cloni è una perfetta via di mezzo fra l'armatura di Jango/Boba Fett e quella che avranno i futuri Stormtroopers imperiali). Dooku, interpretato da uno svogliato Christopher Lee, è cattivo ma non se ne capisce il motivo (tranne perché ce lo dice Lucas); Jar Jar, pur apparendo poco, riesce comunque a fare danno (ironicamente è proprio lui a chiedere al Senato della Repubblica di concedere "poteri speciali" a Palpatine). I migliori, a livello di cast, sono indubbiamente Ewan McGregor (che fa quello che può nei panni di Obi-Wan Kenobi) e Natalie Portman (impeccabile e affascinante come Padme Amidala). Il resto del film è sommerso in un eccesso di grafica digitale, con esplosioni, robot, alieni, mezzi e scenari digitali che lo rendono a tratti quasi un cartoon. La grafica è fin troppo pulita, lontana dallo stile "sporco" che aveva sempre caratterizzato la saga: è vero che siamo in una fase storica ancora precedente al crollo della Repubblica, ma è altrettanto vero che la Repubblica stessa è in crisi, e che di questa crisi nulla si intravede nella ricca città luminosa, colorata, trafficata e piena di locali notturni e di schermi pubblicitari di Coruscant. Detto già che il film diventa interessante solo nell'ultima mezz'ora, segnalo infine che nel finale Anakin perde un braccio in combattimento (proprio come accadeva con la mano di Luke nel capitolo centrale della vecchia trilogia), cominciando dunque a diventare Darth Vader anche fisicamente e non solo spiritualmente, e che la pellicola ha un finale cupo, anche in questo caso in analogia con "L'impero colpisce ancora". Nelle ultime scene si ode persino la marcia imperiale, prodromo alla catastrofe che verrà.

27 febbraio 2015

Star Wars Episodio I: La minaccia fantasma (G. Lucas, 1999)

Star Wars Episodio I: La minaccia fantasma
(Star Wars Episode I: The phantom menace)
di George Lucas – USA 1999
con Liam Neeson, Ewan McGregor
*1/2

Rivisto in DVD.

A sedici anni di distanza da "Il ritorno dello Jedi" (e a ventidue dal primo "Guerre stellari", di fatto l'ultimo film che aveva diretto in prima persona), George Lucas torna dietro la macchina da presa per raccontare l'antefatto della sua fortunata saga fantascientifica, con una trilogia di prequel ("Episodio I", "II", "III") che svelano le origini del cattivo Dart Fener (o meglio Darth Vader, visto che le nuove pellicole utilizzano i nomi originali e non quelli modificati nella versione italiana dei vecchi film; ecco perché anche i droidi si chiamano R2-D2 e C-3PO, e non C1-P8 e D-3BO) e la nascita dell'impero galattico: alla fine di "Episodio III", che vedrà la luce sei anni più tardi, il raccordo con le pellicole storiche ma cronologicamente successive – rieditate per l'occasione in home video con l'aggiunta della dicitura "Episodio IV", "V" e "VI" nel titolo – sarà completo, non lasciando più nulla all'immaginazione dello spettatore. E già questo è uno dei motivi che spiegano perché l'operazione, che può dirsi certamente un successo dal punto di vista commerciale (gli incassi sono stati elevati, e non poteva essere altrimenti), lascia più di una perplessità per il risultato artistico. Esplicitando quello che nei tre film storici era solamente sottinteso (la caduta di Darth Vader in preda al lato oscuro, il suo tradimento contro gli Jedi e la sua affiliazione con il malvagio imperatore), Lucas comincia a togliere un po' della magia che rendeva speciale l'ambientazione della sua saga e che l'aveva resa un vero e proprio fenomeno culturale. Il resto del danno è procurato da una storia francamente poco interessante, da personaggi la cui caratterizzazione è assai più debole del previsto, da una successione di scene d'azione e di battaglia che non regalano un briciolo di emozione, e anche da accenni di revisionismo su alcuni temi cardini della saga che sono stati male accolti dagli appassionati. Tanta è stata la trepidante attesa per questo film, sin da quando venne annunciato, tanta è stata la delusione (dei fan ma non solo) nel trovarsi di fronte a una pellicola noiosa e poco ispirata, che soltanto a tratti mostra barlumi dell'atmosfera dei primi "Guerre stellari", e che sposa i difetti delle pellicole commerciali rivolte a un pubblico infantile con la pretenziosità di chi prende troppo sul serio la propria creazione.

La consueta sequenza introduttiva (c'è chi diabolicamente ha detto che i primi trenta secondi, con il tema musicale di John Williams e le scritte in sovrimpressione che si allontanano all'orizzonte, costituiscono il momento più emozionante del film) ci presenta una vicenda che ha ben poco di epico o di avventuroso: il Senato della Repubblica (l'impero galattico è ancora di là da venire) ha imposto una tassazione sulle rotte commerciali verso i pianeti periferici della galassia; come risposta, la federazione dei mercanti ha deciso di imporre un blocco attorno a uno di questi pianeti, Naboo, nella cui orbita stazionano navi che impediscono ogni passaggio. Due cavalieri Jedi (Qui-Gon Jinn e il suo giovane apprendista Obi-Wan Kenobi) sono inviati come ambasciatori dal cancelliere supremo del Senato per risolvere la situazione; ma i mercanti, segretamente spalleggiati da Darth Sidious (un Sith, ovvero l'equivalente "malvagio" degli Jedi: si tratta fra l'altro del futuro imperatore), tentano di ucciderli. I due Jedi si rifugiano sulla superficie sottostante, dove stringono amicizia con Jar Jar Binks (membro di una razza di alieni anfibi, i Guncan, che condividono il pianeta con i Naboo) e da cui riescono a fuggire portando con sé la regina Amidala. Una sosta di emergenza per riparare l'astronave li conduce sul desertico pianeta Tattoine (quello dove, nel 1977, aveva preso il via l'intera saga!): e qui incontrano il piccolo Anakin Skywalker, un bambino che Qui-Gon Jinn riconosce come il "prescelto", colui che secondo una leggenda è destinato a "riportare l'equilibrio nella Forza". Tanto basta per portarlo con sé, riscattandolo dalla schiavitù, con l'intenzione di sottoporlo all'addestramento per diventare un cavaliere Jedi. Successivamente, visto che il Senato della Repubblica, troppo impelagato nella burocrazia (ma anche per via degli intrighi sotterranei del senatore Palpatine) si dimostra incapace di risolvere la questione del blocco, la regina Amidala decide di tornare su Naboo, accompagnata dagli Jedi. Uno scontro quadruplo contro l'esercito dei mercanti (Amidala e le sue guardie del corpo contro i due leader della federazione commerciale, che hanno preso possesso del suo palazzo; Jar Jar Binks e gli altri Guncan contro l'esercito robotico dei mercanti; il piccolo Anakin e il droide R2-D2, insieme ad altri piloti stellari, contro l'astronave che controlla i robot dall'orbita; e infine Qui-Gon Jinn – che ci lascia le penne – e Obi-Wan contro Darth Maul, l'allievo di Darth Sidious, in un duello all'ultimo sangue con le spade laser) suggella la vittoria dei "buoni". Almeno per ora.

Le note dolenti sono parecchie. Innanzitutto una trama poco interessante e poco fluida, dicevamo, incentrata su tasse mercantili e franchigie commerciali, cavilli burocratici e intrighi politici: altro che avventura, immaginazione e viaggi iperspaziali! Poi, e soprattutto, personaggi senza carisma e attrattiva: con l'eccezione forse di Qui-Gon Jinn (interpretato da un buon Liam Neeson, il migliore del cast), abbiamo un Obi-Wan Kenobi (Ewan McGregor, nel ruolo che Alec Guinnes interpretava da anziano nei film classici) ancora acerbo, ma soprattutto un Anakin Skywalker (Jake Lloyd) che non è altro che un bambino antipatico e saputello, che se non fosse per il senno di poi (sappiamo che diventerà il cattivissimo Darth Vader) sarebbe un personaggio quasi insopportabile nell'economia della pellicola. Il roster degli umani è completato da Padme/Amidala (Natalie Portman), la giovane regina di Naboo che per gran parte del film si fa passare per la propria ancella (la finta regina è interpretata invece da una giovanissima Keira Knightley), e dal senatore Palpatine (Ian McDiarmid, l'unico attore a tornare dalla trilogia classica), ambiguo e opportunista, che sfrutta la crisi per farsi eleggere cancelliere supremo (e che, anche se nel film non viene rivelato, sappiamo essere Darth Sidious, ovvero il futuro imperatore: il titolo "La minaccia fantasma" si riferisce proprio a lui). Ah, e infine c'è Darth Maul (Ray Park): presentato nelle locandine e nel materiale promozionale come il supercattivo di questo episodio, non ha un briciolo di personalità o di carisma, e acquista un po' di spazio soltanto nella battaglia finale: character usa e getta, è da ricordare solo per l'aspetto fisico, con la faccia diabolica dipinta di rosso e nero e la spada laser a due lame. Il resto dei personaggi fondamentali è tutto in computer graphics: i mercanti della federazione (che parlano con un bizzarro accento russo), i Guncan, i vari alieni di Tattoine (fra cui lo schiavista Watto, al cui servizio lavora Anakin, e il pilota Sebulba, che il nostro bimbo sconfigge nella corsa degli sgusci; si intravede anche il buon vecchio Jabba con famiglia), Yoda e altri maestri Jedi (fugacemente intravisti nella scena del consiglio, che introduce anche Mace Windu, interpretato da Samuel L. Jackson), l'esercito robotico dei mercanti, e persino i classici droidi che ben conosciamo (R2-D2, a tutti gli effetti compagno di avventura dei nostri eroi, e C-3P0, che si rivela essere stato costruito proprio da Anakin; e pazienza se il tutto sembra incoerente o fin troppo conveniente: in fondo si tratta solo di strizzatine d'occhio per i fan).

Anche i precedenti film (soprattutto "Il ritorno dello Jedi") avevano un target infantile, è vero, ma questo non andava a discapito dell'azione, dell'avventura e della coerenza di fondo. Qui abbiamo battaglie asettiche, nelle quali muoiono solo robot (a parte Qui-Gon Jinn e Darth Maul, che però si battono in uno scontro separato da quello principale): non si vede mai cadere a terra né un Guncan né un membro del seguito della regina. Abbiamo un personaggio come Jar Jar Binks (realizzato interamente in CG, sulle movenze dell'attore Ahmed Best) che non ha praticamente alcun ruolo se non quello di spalla comica, e che è stato talmente detestato dai fan e dagli spettatori da meritarsi il titolo di personaggio più odiato dell'intera saga di "Guerre stellari" (e la sua parlata ridicola, un misto di veneto, francese, spagnolo, latino, tedesco, inglese, e chi più ne ha più ne metta, non aiuta di certo): goffo e spilungone come il Pippo della Walt Disney, senza però la sua simpatia, è stato talmente male accolto che Lucas ha dovuto drasticamente ridurre il suo spazio nelle pellicole successive. Tra questi due estremi (personaggi "seri", ma sarebbe meglio dire noiosi, e personaggi "infantili", entrambi senza spessore psicologico), manca terribilmente una figura come Han Solo, che con la sua personalità e il suo sarcasmo sosteneva gran parte dell'azione della trilogia classica. Qui avrebbe potuto essere sostituito, per esempio, dal giovane Obi-Wan Kenobi, che invece risulta non pervenuto (se non fosse per la scena in cui uccide Darth Maul, il suo ruolo nelle vicende narrate è del tutto superfluo). I difetti del film, peraltro, non finiscono qui. Dobbiamo ancora parlare di alcuni momenti di ridicolo involontario, soprattutto in riferimento ad Anakin: come definire altrimenti la scena in cui la madre del bambino (Pernilla August) afferma candidamente che il piccolo è stato concepito "senza padre"? E come accettare serenamente l'introduzione dei Midichlorian, microrganismi simbiotici, presenti nel sangue, grazie ai quali gli Jedi "percepiscono" la Forza? Insomma: per vedere quanto è potente uno Jedi, basta fargli un esame del sangue. Un altro modo per togliere la magia e la suggestione che permeavano il concetto originale, dandogli una parvenza di spiegazione scientifica di cui non si sentiva affatto il bisogno (e che, anche in questo caso, sarà progressivamente ignorata nei film successivi).

Lucas ha spesso affermato nelle interviste di avere avuto in mente l'intera saga sin dall'inizio, e di non aver girato i primi tre episodi in passato perché non aveva ancora a disposizione la tecnologia necessaria. Eppure, visto il risultato, c'è da dubitarne. Non pochi hanno pensato che "Episodio I", insieme all'ancora più disastroso "Episodio II" e al prevedibile e meccanico "Episodio III", abbiano fatto più danni che altro alla reputazione della saga e del suo autore, che da "miti" intoccabili sono precipitati nel calderone dei prodotti cinematografici commerciali come tanti altri. Forse, dunque, era meglio non rimetterci mano. Certo, i risultati al botteghino e quelli del merchandising suggeriscono diversamente (e ora, con la franchise rilanciata – anche attraverso cartoni animati e videogiochi – ci attenderanno altri film, a partire da quelli che saranno prodotti dalla Disney, nuova proprietaria dei diritti), ma è indubbio che da "Episodio I" in poi la saga di "Guerre stellari" (o meglio, di "Star Wars", visto che il titolo inglese è stato imposto retrospettivamente a tutti i film per ragioni di marketing) ha perso quell'aura di intoccabile e nostalgica sacralità che aveva mantenuto fino al 1999. Stilisticamente, a parte lo sfoggio di effetti speciali (all'epoca il non plus ultra), c'è poco da segnalare: la regia di Lucas è antiquata e scolastica e non sembra aver fatto passi in avanti rispetto ai vent'anni precedenti. Alcune critiche però sono state ingenerose, come quella di utilizzare ancora trovate vetuste come le "tendine" e le dissolvenze nel passaggio da una scena all'altra: sono elementi iconici della serie, che omaggiano i vecchi serial d'avventura degli anni trenta e quaranta, e in quanto tali sarebbe stato un peccato rinunciarvi. Meno scusabile è la totale assenza di frasi, scene o momenti memorabili, in contrasto con i film della trilogia classica dove abbondavano. L'unica sequenza che rimane impressa è quella della "corsa degli sgusci", che peraltro sembra uscire da un videogioco (e infatti ne è stato tratto proprio un videogame), anche se l'ispirazione cinematografica è quella della corsa delle bighe di "Ben Hur". Fra i set, da segnalare la reggia di Caserta, dove sono state girate tutte le scene ambientate nel palazzo reale di Naboo. Come in passato, numerosi i riferimenti alle culture e filosofie orientali (dal volto dipinto di Amidala, al nome stesso di Qui-Gon Jinn). Cameo di Sofia Coppola nei panni di un'ancella della regina.

6 dicembre 2014

Il ritorno dello Jedi (Richard Marquand, 1983)

Star Wars Episodio VI: Il ritorno dello Jedi
(Star Wars Episode VI: The return of the Jedi)
di Richard Marquand – USA 1983
con Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'impero galattico sta costruendo una seconda "Morte Nera", la stazione spaziale in grado di distruggere interi pianeti, ancora più potente della prima: potrebbe essere l'arma risolutiva nel conflitto contro l'alleanza ribelle. Dopo aver salvato l'amico Ian Solo (che al termine del film precedente era stato "congelato" in un blocco di grafite e consegnato dal cacciatore di taglia Boba Fett al suo creditore, il mostruoso Jabba the Hutt) e essersi brevemente recato su Dagobah per dare l'ultimo saluto al maestro Yoda (che in punto di morte gli rivela come anche la principessa Leila sia con lui imparentata: si tratta infatti di sua sorella gemella), Luke Skywalker – divenuto ormai un cavaliere Jedi ma ancora scosso per la rivelazione che il malvagio Dart Fener è in realtà suo padre – si riunisce ai compagni per sferrare l'attacco decisivo contro il nemico. Mentre Ian, Leila, Chewbacca e i due droidi – aiutati dagli Ewok, una razza di orsetti combattenti che popolano la luna boscosa di Endor – hanno il compito di disattivare gli scudi che proteggono la Morte Nera, e Lando Calrissian guida l'attacco dei ribelli contro la stazione spaziale, Luke si troverà a confrontarsi direttamente con l'Imperatore, che tenterà di portare anche lui – come suo padre – dal "lato oscuro della Forza". La trilogia "classica" di Guerre Stellari (composta dagli Episodi IV, V e VI) si conclude con lo scontro finale fra il bene e il male. L'ago nella bilancia nel confronto fra Luke e l'Imperatore, a sorpresa (ma non troppo), è Dart Fener, ossia Anakin Skywalker (è qui che viene rivelato per la prima volta il suo vero nome), che all'ultimo istante utile ritorna improvvisamente dalla parte del figlio, rinnegando così il suo tradimento. In un certo senso, il titolo della pellicola si riferisce proprio ad Anakin e non a Luke: è lui che "torna" ad essere uno Jedi. E la successiva trilogia dei "prequel" (Episodi I, II, III), che George Lucas realizzerà una ventina di anni più tardi, lo cementerà come il personaggio centrale, il vero protagonista della saga di "Star Wars", che racconta di fatto, come lo stesso Lucas l'ha denominata, la "tragedia di Anakin Skywalker" (almeno fino ad ora: quello che la Disney farà con i capitoli che usciranno dal 2015 in poi è ancora tutto da vedere).

Se le prime due pellicole avevano ricevuto un'accoglienza unanimamente positiva, il terzo film della serie ha sempre diviso fan e critici ed è stato spesso considerato come il più debole della trilogia. Da un lato l'epico confronto finale fra Luke, Fener e l'Imperatore rappresenta di certo uno dei momenti chiave della saga; dall'altro è però indubbio che molto di ciò che lo precede, soprattutto a livello di sceneggiatura, è discutibile o manca di quel pathos e di quell'atmosfera che rendevano così speciali e "reali" le ambientazioni fantascientifiche e i rapporti fra i personaggi. Incentrare gran parte della trama sulla costruzione di una seconda Morte Nera (con tanto di attacco delle navi ribelli al suo punto critico), per cominciare, non fa altro che riproporre situazioni già viste nel primo film, mentre la trovata di rendere Leila la sorella di Luke non sembra servire alcuna reale necessità narrativa (se non quella, puramente extrafilmica, di dare il "via libera" alla sua love story con Ian Solo), visto che non sfocia in alcuno sviluppo concreto e, anzi, complica inutilmente l'albero genealogico degli Skywalker (in "Episodio III" bisognerà fare i salti mortali per spiegare come mai Fener ignorasse l'esistenza di una seconda figlia). Certo, si doveva giustificare in qualche modo la sibillina frase di Yoda nell'episodio precedente, quando rispondendo ad Obi-Wan ("Il ragazzo è la nostra ultima speranza") diceva "No, ce n'è un'altra": ma siamo sicuri che non ci fosse altro modo? Ulteriori lamentele sono dovute all'eccessivo spazio riservato agli Ewok, piccole e buffe creaturine che sembrano fatte apposta per catturare l'attenzione dei più piccoli. La serie di "Star Wars", è vero, ha sempre goduto di un certo appeal presso i bambini: ma i fan della prima ora erano ormai cresciuti, mentre i toni sembrano invece a tratti essere regrediti rispetto alle prime due pellicole. Lo stesso si può dire per la lunga sequenza iniziale ambientata nella fortezza di Jabba, che è tutto un proliferare di pupazzi, mostriciattoli e muppet di varia natura, molti dei quali dall'aria più ridicola che minacciosa (non a caso, la sequenza è oggi ricordata più per il costumino succinto di Leila in versione "schiava" che non per il senso di pericolo trasmesso dai suddetti mostri). E anche a livello di scenografie il film è meno ricco e aggiunge poco al vasto universo della saga (si torna su Tattoine e Dagobah, e si va sul satellite boscoso di Endor: le riprese furono effettuate nel parco nazionale di Redwood).

Molti di questi difetti sono dovuti ai mutamenti d'idee dello stesso Lucas nel periodo intercorso fra "L'impero colpisce ancora" (1980) e questo film. Problemi personali e famigliari, stanchezza e depressione lo portarono a voler concludere in fretta la saga e a fare un passo indietro rispetto alle atmosfere più cupe del capitolo precedente. Lo script (a un certo punto il titolo era "La vendetta dello Jedi", prima di essere cambiato perché "gli Jedi non si vendicano") attraversò diverse fasi di sviluppo, sin quando Lucas non impose al co-sceneggiatore Lawrence Kasdan il finale in cui Fener si redime completamente (nelle prime versioni si assisteva a uno scontro fra Fener e l'Imperatore, entrambi malvagi, per il possesso di Luke). Altri cambiamenti furono l'introduzione degli Ewok (in origine gli abitanti della luna erano i Wookie), il salvataggio di Ian (non avendo Harrison Ford sotto contratto, si pensava di farlo morire subito) e il ritorno su Dagobah (per consentire a Yoda di confermare a Luke che Fener era suo padre: "altrimenti i bambini avrebbero pensato che il cattivo mentiva"). Per la regia, dopo aver inutilmente contattato gli allora giovani talenti David Lynch e David Cronenberg (e chissà che film ne sarebbero venuti fuori!), Lucas scelse Richard Marquand, regista britannico allora reduce da "La cruna dell'ago" (1981) e che morirà pochi anni dopo, nel 1987, a soli 40 anni. La presenza sul set di Lucas (che comunque diresse la seconda unità) fu comunque costante, tanto che Marquand commentò così la propria esperienza con "Star Wars": "È come tentare di dirigere il Re Lear con Shakespeare nella stanza accanto!". La relativa inesperienza del regista con gli effetti speciali non gli impedì di realizzare comunque sequenze memorabili come quella del Sarlacc che fuoriesce dalla buca nel deserto (ispirata forse ai vermi di "Dune", che proprio David Lynch stava portando sullo schermo in quegli anni), la battaglia spaziale davanti alla Morte Nera, e soprattutto le scene di inseguimento con le moto volanti fra gli alberi della luna di Endor, girate con la Steadicam. Dal lato tecnico, è da segnalare che si tratta del primo film ad aver utilizzato la tecnologia audio THX. Cast e troupe sono in gran parte gli stessi dei capitoli precedenti: fra i nuovi ingressi spicca quello di Ian McDiarmid nei panni dell'Imperatore, mentre Sebastian Shaw dona le sue fattezze ad Anakin (nell'edizione modificata per l'uscita in dvd, però, il suo volto nella scena finale in cui appare a Luke come fantasma è stato sostituito con quello di Hayden Christensen, che interpreterà il personaggio da giovane nei prequel, provocando una certa confusione in chi oggi vede la serie per la prima volta in ordine di uscita).

3 novembre 2014

L'impero colpisce ancora (I. Kershner, 1980)

Star Wars Episodio V: L'impero colpisce ancora
(Star Wars Episode V: The empire strikes back)
di Irvin Kershner – USA 1980
con Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Tre anni dopo gli eventi di "Guerre stellari" (ovvero "Episodio IV: Una nuova speranza") e la distruzione della Morte Nera, Luke Skywalker e i suoi amici (Ian Solo, Chewbacca e i due droidi C1-P8 e D-3BO), al fianco della principessa Leila, sono ormai entrati a far parte a tutti gli effetti dell'alleanza ribelle che si oppone al malvagio impero galattico. Una delle numerose sonde inviate dalle navi imperiali guidate dal generale Dart Fener individua sul pianeta ghiacciato Hoth la base dei ribelli, che però riescono a fuggire nonostante l'attacco nemico con potenti mezzi di terra (i "quadropodi imperiali"). Separatosi dagli altri, Luke si reca sul pianeta Dagobah dove vive in isolamento il saggio Yoda, già maestro di Obi-Wan Kenobi, e comincia a sottoporsi a un lungo e duro addestramento per diventare un cavaliere Jedi. Quando però i suoi amici – che, dopo un lungo inseguimento da parte delle navi imperiali attraverso una fascia di asteroidi, si erano rifugiati momentaneamente nella "Città delle Nuvole" di Bespin, distretto minerario gestito dall'ex contrabbandiere Lando Calrissian – saranno consegnati da quest'ultimo a Dart Fener, Luke interromperà l'addestramento per correre a salvarli. Ma si tratta di una trappola. Fener, infatti, ha architettato tutto per entrare in contatto con Luke e attirarlo con sé nel "lato oscuro della Forza": non solo perché il ragazzo ha il potenziale per diventare il più potente degli Jedi, ma anche perché si tratta di suo figlio. Pur sconvolto dalla terribile rivelazione ("Io sono tuo padre!", gli dice Fener al culmine della scena più memorabile di tutta la saga) e gravemente ferito (l'avversario gli ha tranciato la mano che reggeva la spada laser), Luke riesce a sfuggire lasciandosi precipitare in un condotto d'aria, da dove viene tratto in salvo da Leila a bordo del Millenium Falcon. Lasciando aperti quasi tutti i fili narrativi, con un cliffhanger ai tempi insolito in campo cinematografico ma che rendeva esplicita la futura uscita di un ulteriore episodio, la pellicola si conclude con Lando (passato dalla parte dei buoni) e Chewbacca che partono alla ricerca di Ian, che nel frattempo è stato congelato in un blocco di carbonite e affidato da Fener al cacciatore di taglia Boba Fett.

Visto l'enorme successo di pubblico del primo film, diventato in breve tempo un fenomeno planetario, la realizzazione di un sequel era praticamente scontata. Lucas, ancora segnato dalle difficoltà provate durante le riprese del lungometraggio precedente, scelse però di non dirigerlo in prima persona, riservandosi i ruoli di produttore esecutivo e di supervisore, oltre che ovviamente quello di autore del soggetto (anche se poi, alla resa dei conti, diresse numerose scene in qualità di regista della seconda unità). La regia venne dunque affidata a Irvin Kershner, già insegnante di Lucas alla scuola di cinema della University of Southern California. Quanto alla sceneggiatura (l'affermazione che il creatore della saga avesse già in mente ogni dettaglio ai tempi dell'uscita del primo film è stata smentita da più fonti), nel 1978 Lucas assoldò la scrittrice di fantascienza Leigh Brackett per redigere una bozza, ma l'autrice morì di cancro poco dopo aver terminato la prima stesura (che non comprendeva ancora la "rivelazione" dell'identità di Fener: nel finale, anzi, il vero padre di Luke appariva sotto forma di fantasma, proprio come Ben Kenobi, per incitare il figlio nel combattimento contro il nemico). Insoddisfatto, Lucas stesso iniziò a riscriverla; e fu allora che decise, di punto in bianco, che Dart Fener sarebbe stato il padre di Luke. La svolta aprì scenari del tutto nuovi e spinse il cineasta a concepire tanti di quei retroscena – di fatto, tutta la vicenda della caduta di Anakin in preda al lato oscuro – da stabilire che l'attuale trilogia non era che il tassello centrale di una saga generazionale "in nove parti". Ecco, dunque, che il nuovo film venne improvvisamente indicato come "Episodio V" (nelle prime stesure della sceneggiatura, fino a quel punto, era naturalmente "Episodio II") mentre il "Guerre stellari" del 1977 divenne retroattivamente "Episodio IV" (e come tale fu sottotitolato nelle successive riedizioni, in sala o in home video), sconcertando non poco i primi spettatori. All'uscita in sala de "L'impero", prima che Lucas chiarisse la cosa in alcune interviste, molti pensarono infatti che gli episodi dal II al IV si riferissero ad avventure vissute da Luke, Ian e i ribelli nell'intervallo di tempo (circa tre anni, nella storia come nella realtà) trascorso fra le due pellicole. Da notare che il titolo italiano traduce male il significato dell'originale: sarebbe dovuto essere, più correttamente, "L'impero contrattacca".

A realizzare la versione definitiva della sceneggiatura, Lucas chiamò Lawrence Kasdan, che aveva appena terminato quella de "I predatori dell'arca perduta" e che collaborerà anche al terzo film. Più che sulle scene d'azione (comunque abbondantemente presenti), Kasdan volle focalizzarsi sui tormenti interiori dei personaggi: come risultato, "L'impero colpisce ancora" è il film più "adulto" e cupo della trilogia, considerato dai fan e dai critici anche il più bello (e io concordo). La pellicola può essere divisa essenzialmente in tre sezioni: la prima, quella ambientata sul pianeta Hoth, con la battaglia contro i quadropodi e la fuga dei ribelli; la seconda, che segue con un montaggio parallelo l'addestramento di Luke con il maestro Yoda e la fuga di Ian e compagni dalle navi imperiali fino al loro arrivo alla Città delle Nuvole; la terza, il duello fra Luke e Dart Fener e la fuga finale. La prima sezione, che evoca un parallelo con il finale del primo film, sembra uscire da un film di guerra a tutti gli effetti, e ha fatto la gioia dei tanti nerd della fantascienza bellica o tecnologica (i quadropodi, in particolare, rimangono alcuni fra i più popolari e riconoscibili veicoli/armi dell'intera saga); la sequenza iniziale, in cui Luke rimane vittima dell'attacco di un animale selvaggio (una sorta di yeti delle nevi), è stata considerata da molti un escamotage per giustificare le cicatrici sul volto dell'attore Mark Hamill (che qualche anno prima aveva avuto un incidente automobilistico), ma Lucas ha assicurato che la scena era già prevista nel copione. La sequenza dell'addestramento per diventare cavaliere Jedi è sottilmente inquietante: dall'introduzione di Yoda, che passa dal sembrare un buffo e innocuo animaletto al manifestare tutto il suo potere e la sua saggezza (con toni, in un certo senso, anche minacciosi), all'ambiente non certo ospitale dello sperduto pianeta Dagobah, tutto concorre a renderlo un momento di passaggio altamente significativo nel percorso di Luke verso lo status di eroe (cfr. il saggio di Joseph Campbell "L'eroe dai mille volti": Luke Skywalker è una riproposizione moderna dell'archetipo dell'eroe "mitologico"). E sul confronto finale fra Luke e Fener, che culmina con la rivelazione del loro legame padre-figlio, c'è poco da aggiungere: è senza alcun dubbio il momento clou dell'intera saga lucasiana, la chiave di volta su cui si poggia l'intera architettura della vicenda. Non a caso la scena è stata citata, rivisitata e parodiata infinite volte (un caso su tutti: "Toy story 2").

Confermato ovviamente l'intero cast del primo film (con alcune brevi comparsate di Alec Guiness nei panni di Obi-Wan Kenobi, che appare a Luke come "fantasma nella Forza"), la pellicola introduce un paio di nuovi personaggi: Yoda, innanzitutto, un "muppet" animato da Frank Oz (che gli dà anche la voce nella versione originale); Lando Calrissian, interpretato da Billy Dee Williams; il cacciatore di taglie Boba Fett (Jeremy Bulloch), personaggio che aveva già attirato l'interesse dei fan per essere apparso in diverso materiale promozionale (nonché nel famigerato "Star Wars Holiday Special", trasmesso in tv nel 1978 e poi rinnegato da Lucas); e naturalmente l'imperatore, che qui fa per la prima volta una breve comparsata. Dal punto di vista delle caratterizzazioni, è da notare l'evoluzione del rapporto fra Ian Solo e la principessa Leila, che dopo lunghe schermaglie si dichiarano amore reciproco, anche se resta ancora sottinteso un possibile triangolo con Luke che verrà clamorosamente troncato nell'episodio successivo. Gli effetti visivi, ancora affidati all'Industrial Light & Magic, possono contare su tecniche più sofisticate rispetto a tre anni prima: non solo nelle scene di battaglie (non più soltanto nello spazio, vedi quelle sulla neve) ma anche nella rappresentazione di mondi alieni (in particolare la Città delle Nuvole). Le riprese avvennero in Norvegia (Hoth) e in studio a Londra. Per la colonna sonora, John Williams aggiunge uno dei temi più orecchiabili dell'intera saga, ovvero la "Marcia imperiale", motivo che accompagna quasi ogni comparsa di Dart Fener sullo schermo. Tre anni dopo, la saga (o meglio, quella che oggi è nota come la "trilogia classica") sarebbe stata portata a conclusione (non nel migliore dei modi, in verità) da "Il ritorno dello Jedi". Nel 1997, nel ventesimo anniversario dell'uscita del primo film, anche "L'impero colpisce ancora" godette di un'edizione speciale in cui Lucas sfruttò le nuove tecnologie digitali per modificare alcune scene, perfezionando gli effetti speciali o aggiungendo dettagli e sequenze non presenti nella versione originale (nulla di particolarmente rivelante, in questo caso). Ben più significativi sono stati i cambiamenti effettuati nel 2004, per l'uscita in DVD, quando venne modificato l'aspetto dell'imperatore per renderlo più simile a quello delle pellicole successive: una sequenza con l'attore Ian McDiarmid sostituì quella originale in cui Elaine Baker impersonava il personaggio e Clive Revill gli dava la voce.

7 ottobre 2014

Guerre stellari (George Lucas, 1977)

Guerre stellari (Star Wars)
aka Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza
(Star Wars Episode IV: A new hope)
di George Lucas – USA 1977
con Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

"Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...": comincia così, come se fosse una fiaba, una delle più celebri saghe cinematografiche (di fantascienza e non solo), nonché uno dei film che hanno maggiormente influenzato l'industria hollywoodiana dell'intrattenimento. Personalmente ritengo l'originale "Guerre stellari", insieme a "Nascita di una nazione", "Quarto potere" e forse "Pulp fiction", uno dei tre-quattro film più importanti della storia del cinema americano per il suo ruolo di assoluto spartiacque fra un "prima" e un "dopo": tutti i kolossal action/fantascientifici/supereroistici ad alto budget che escono ancora oggi, rivolti a un pubblico per lo più adolescente e con l'inevitabile contorno di merchandising (giocattoli, fumetti, videogiochi), ne sono diretti discendenti. Negli anni successivi alla sua prima apparizione sullo schermo, lo sceneggiatore e regista George Lucas ha dichiarato di aver sempre avuto in mente questo film come un semplice tassello di una saga molto più lunga e già pianificata in tutti i dettagli (tanto che, nelle riedizioni successive, al titolo della pellicola verrà aggiunta la dicitura "Episodio IV", ben prima che i prequel fossero effettivamente messi in cantiere). Ma in realtà, come vedremo, il lungometraggio è frutto di un complesso work in progress, e ha subito diverse modifiche in corso d'opera, al quale hanno contribuito molti fattori. E in ogni caso, al momento della sua uscita ben pochi avrebbero scommesso sull'enorme successo di pubblico che si apprestava a riscuotere (all'epoca fece registrare il maggior incasso al botteghino di tutti i tempi, ed è tuttora – tenendo conto dell'inflazione – al terzo posto nel mondo). Si dice che persino gli attori e la troupe, durante la lavorazione, faticassero a prendere sul serio quello che stavano facendo, e che soltanto Lucas – con un misto di ostinazione e di incoscienza – credesse fermamente nel proprio lavoro. Oggi "Star Wars" (con il titolo in inglese che ha sostituito quello italiano dell'epoca) è una franchise di grande successo, che dai film si è espansa ai videogiochi, ai fumetti, ai cartoni animati, ai giocattoli, ai parchi a tema e a tutte le categorie dell'intrattenimento commerciale, e che ha generato un fandom a livello globale con pochi termini di paragone. Dopo sei film principali e una miriade di altri prodotti collaterali, la property è stata ceduta alla Disney che si occuperà di produrre e distribuire (a partire dal 2015) nuove pellicole, ovvero gli episodi dal VII in poi. Nel frattempo, per prepararmi all'evento, eccomi (finalmente) a scrivere sul blog a proposito dei primi capitoli, la leggendaria "trilogia classica" (gli episodi dal IV al VI, usciti fra il 1977 e il 1983) e la tanto discussa trilogia dei prequel (gli episodi da I a III, usciti fra il 1999 e il 2005).

La pellicola inizia in media res, comunicando dunque allo spettatore che ci troviamo in un universo con una storia e un passato (che verrà raccontato appunto nei film successivi, ma che per ora è accennato in frammenti di dialoghi che contribuiscono a donare spessore ai personaggi e all'ambientazione). A presentare brevemente gli antefatti è una scritta che scorre sullo schermo allontandosi verso l'orizzonte, caratteristica che diventerà un'icona della serie (tutti i film, infatti, si apriranno in tal modo): nella galassia è in corso una guerra civile fra il tirannico impero che la governa e un'allenza di ribelli. Di questi fa parte la principessa Leila del pianeta Alderaan (Leia Organa in originale: quasi tutti i nomi furono – un po' incautamente – modificati nell'adattamento italiano), che è entrata in possesso dei piani di costruzione della Morte Nera (Death Star), la nuova stazione spaziale dell'impero, talmente potente da essere in grado di disintegrare un intero pianeta. Prima di essere catturata dalle truppe d'assalto imperiali guidate dal malvagio Dart Fener (Darth Vader), la principessa riesce a inviare i piani – per mezzo dei due droidi C1-P8 (R2-D2) e D-3BO (C-3PO) – sul pianeta desertico Tattoine, dove finiscono nelle mani del giovane Luke Skywalker, che vive in una fattoria con gli zii Owen e Beru, e dell'anziano Obi-Wan "Ben" Kenobi, uno degli ultimi depositari dei segreti della "Forza", una sorta di campo energetico che pervade l'intero universo e che i cavalieri Jedi – come Kenobi, ma anche come Dart Fener, un tempo suo allievo e ora votatosi al "lato oscuro" – sono in grado di controllare a piacimento. Dopo la morte degli zii per mano delle truppe imperiali, Luke accetta di seguire Obi-Wan nel suo viaggio verso Alderaan, e a questo scopo assoldano il contrabbandiere e avventuriero Ian Solo (Han Solo) e il suo secondo pilota Chewbacca affinché li portino a destinazione con la loro astronave Millenium Falcon. Ma nel frattempo il pianeta Alderaan è stato distrutto dalla Morte Nera, e i nostri eroi si trovano attratti da un raggio magnetico a bordo della stazione spaziale imperiale. Qui liberano la principessa Leila e riescono a fuggire con lei e con i piani, non prima però che Obi-Wan abbia perso la vita in un duello con le spade laser (le armi dei cavalieri Jedi) contro Dart Fener. Raggiunta la base dei ribelli, Luke e Ian (quest'ultimo con una certa riluttanza iniziale) partecipano all'attacco contro la Morte Nera: sfruttando i piani segreti, infatti, viene individuato un difetto che permette di distruggere, con un colpo ben calibrato, la potente stazione spaziale. Dart Fener sopravvive all'esplosione, fuggendo via con una navetta, mentre Luke, Ian e Chewbacca vengono premiati da Leila e dai capi dei ribelli per il successo della missione.

A che genere narrativo appartiene "Guerre stellari"? Scenari ed elementi (pianeti, astronavi, razze aliene, androidi) sono quelli della fantascienza, e più precisamente della space opera, sottogenere caratterizzato dall'epopea di ampio respiro e dall'avventura ingenua e quasi "vecchio stile". Ma naturalmente, dietro le immediate apparenze, non è difficile trovare nella trama e nei personaggi caratteristiche proprie della fiaba (come suggeriva, per l'appunto, quell'incipit) e della leggenda: abbiamo una principessa, un eroe, un saggio "mago", un cavaliere nero... Per molti critici, in effetti, il film è più da ascrivere al genere fantasy che a quello della science fiction (di "scientifico", in fondo, c'è ben poco!). Le fonti di ispirazioni di Lucas sono le più disparate: i fumetti di fantascienza anteguerra (Flash Gordon), le fiabe e il fantasy (con la magia importante quasi quanto la tecnologia), la grande cinematografia epica e d'avventura. Un debito specifico è quello verso Akira Kurosawa, in particolare al film del 1958 "La fortezza nascosta", da cui provengono personaggi come Leila (la principessa Yuki) e i due droidi (i contadini Tahei e Matakishi): ma in generale gran parte dell'estetica (il casco di Lord Fener ricorda quelli dei guerrieri samurai) e delle tematiche (la Forza è una specie di religione new age, come quelle che negli anni '60 e '70 si ispiravano alle filosofie dell'estremo oriente) devono qualcosa al Giappone. A tutto ciò, comunque, Lucas aggiunge qualcosa di nuovo: porta sullo schermo per la prima volta un mondo dove esseri umani e specie aliene convivono in un poutpurrì affascinante e suggestivo (basti pensare al campionario di creature che si possono vedere nella "cantina" di Mos Eisley), dove la vita si è diffusa e allargata su pianeti di ogni tipo (desertici o lussureggianti, naturali o artificiali), tutti più o meno abitabili, mondi come quelli che un lettore di fantascienza poteva ritrovare spesso nei libri di Jack Vance, di Gordon Dickson o di Frank Herbert, ma che quasi mai aveva incontrato nelle sale cinematografiche. E ancora: androidi con una personalità, gadget indimenticabili (le spade laser su tutti), astronavi, armature e altri dettagli che conquisteranno l'immaginario di generazioni di nerd. Non c'è da sorprendersi se "Star Wars" fa subito breccia nell'immaginario popolare, diventando un'icona culturale riconoscibile in tutto il mondo e contribuendo fra l'altro a "sdoganare" la fantascienza cinematografica dal campo dei B-movie a quello dei kolossal. Curiosamente, fra i personaggi più popolari della serie non ci sarà il protagonista Luke Skywalker, ma piuttosto la sua nemesi Dart Fener (ancor più a partire dal secondo film) e il comprimario Ian Solo, protagonista di indimenticabili schermaglie con la principessa Leila.

L'idea di realizzare un film di space opera girava nella testa di Lucas sin dai tempi del suo primo lungometraggio, "L'uomo che fuggì dal futuro" ("THX 1138") del 1971, in seguito al cui successo il giovane regista firmò un contratto con la United Artists che prevedeva la realizzazione di due pellicole: la prima fu "American graffiti" (1973), la seconda avrebbe dovuto essere un adattamento di "Flash Gordon". L'acquisto dei diritti del fumetto non andò però a buon fine, e Lucas decise allora di scrivere una propria sceneggiatura, intitolandola "The Star Wars". Né la United Artists né la Universal (che aveva finito col produrre "American graffiti") si mostrarono però interessati a un film di fantascienza, un genere ampiamente in declino nei primi anni settanta, e dunque Lucas vagò per diverse case produttrici prima di trovare un accordo con la 20th Century Fox. Il budget di lavorazione, pur consistente per quello che molti consideravano un B-movie, non era certo paragonabile a quanto sarà richiesto per gli episodi successivi: una decina di milioni di dollari in tutto. La sceneggiatura subì numerose revisioni e modifiche, frutto di ispirazioni provenienti dalle fonti più diverse – il protagonista passò dall'essere un esperto generale (nello stile del Toshiro Mifune de "La fortezza nascosta") a un adolescente di nome Luke Starkiller, con tanto di fratelli come nelle fiabe più tradizionali – fino ad approdare alla forma finale soltanto a lavorazione già in corso. Le riprese furono effettuate per la maggior parte in Tunisia (il pianeta desertico Tattoine), in Guatemala (Yavin, la base dei ribelli) e in teatri di posa in Inghilterra, non senza intoppi e problematiche di vario tipo (cattive condizioni atmosferiche, difficoltà economiche, incomprensioni fra lo staff e il cast, inevitabili inesperienze con "effetti speciali" che all'epoca erano ancora artigianali). Proprio per gestire modellini, costumi ed effetti visivi, Lucas – quando venne a sapere che la 20th Century Fox aveva dismesso la divisione che se ne occupava – diede vita a un reparto tecnico apposito, l'Industrial Light & Magic, che avrebbe fatto la storia negli anni a venire. Responsabile principale degli effetti, comprese tecniche pionieristiche di fotografia digitale nelle scene con le astronavi, fu John Dykstra. Le navi spaziali furono realizzate a partire da disegni di Joe Johnston e da illustrazioni di Ralph McQuarrie. Il direttore della fotografia, invece, è Gilbert Taylor (già d.o.p. nel "Dottor Stranamore"), con cui Lucas fu spesso ai ferri corti e in discussione sui più minimi dettagli. Problemi sorsero anche in fase di montaggio, che richiese diverse revisioni prima di raggiungere il risultato finale.

Non si può parlare di "Guerre stellari" senza citare altre persone che vi hanno collaborato in maniera significativa. Innanzitutto John Williams, compositore della colonna sonora e autore di temi (uno su tutti quello principale, riconoscibilissimo e seminale) carichi di energia e di emozioni, che si stagliano indimenticabili nella memoria degli spettatori. Assunto su suggerimento di Steven Spielberg (con il quale aveva lavorato ne "Lo squalo"), Williams si affida a una partitura orchestrale che evoca sensazioni da poema sinfonico, con una serie di leitmotiv su cui è possibile costruire variazioni di ogni tipo (da ricordare, per esempio, il poetico "tema della Forza"). L'orchestrazione è di Herbert W. Spencer, frequente collaboratore di Williams. Per i film successivi, il musicista rielaborerà i temi già composti e ne aggiungerà di nuovi (in particolare la celebre "Marcia imperiale"). Altri nomi indissolubilmente legati alla realizzazione della pellicola sono quelli dei produttori Gary Kurtz (indipendente) e Alan Ladd jr. (20th Century Fox), al fianco di Lucas durante le iniziali difficoltà. E poi, la moglie stessa del regista, Marcia, che ha collaborato al montaggio. Per non parlare, naturalmente, degli attori: pare che sul set Lucas non interagisse molto con loro, lasciandoli di fatto liberi di interpretare a piacimento i propri personaggi. Ad alcuni veterani già noti – Alec Guiness (Obi-Wan Kenobi) e Peter Cushing (Tarkin, il comandante della Morte Nera) – si affiancano giovani agli esordi o quasi – Mark Hamill (Luke), Carrie Fisher (Leila) – che troveranno qui il loro ruolo più celebre (praticamente l'unico nel caso di Hamill). Harrison Ford (Ian Solo) aveva invece già lavorato con Lucas in "American graffiti" e sarebbe diventato uno degli attori più noti e pagati di Hollywood anche grazie al successivo progetto della coppia Lucas-Spielberg, ovvero "I predatori dell'arca perduta". Quanto agli interpreti che "non si vedono in faccia", sotto l'armatura di Darth Vader c'è David Prowse (ma la voce è di James Earl Jones), in quella di D-3B0 c'è Anthony Daniels, in quella di C1-P8 il nano Kenny Baker, e sotto il costume di Chewbacca c'è Peter Mayhew. E visto che abbiamo parlato di voci, vanno ricordati anche gli effetti sonori, fondamentali almeno quanto quelli visivi e opera per lo più del sound designer Ben Burtt: si va dai segnali elettronici emessi dai robot (da C1-P8 in particolare) ai versi delle varie specie di alieni, dal rumori prodotti da armi e astronavi (su tutti il "ronzio" delle spade laser degli Jedi) al caratteristico respiro di Darth Vader (prodotto inserendo il microfono all'interno di una maschera per immersioni subacquee).

Uscito negli Stati Uniti il 25 maggio 1977 (dopo che la prevista data iniziale del dicembre 1976 era stata "mancata" per via dei ritardi nella lavorazione) in pochissime sale cinematografiche, il film registrò subito un grande successo che lo portò a diventare, settimana dopo settimana, la pellicola con il maggior incasso di tutti i tempi, superando il record precedente de "Lo squalo": manterrà il primato fino al 1983, quando sarà battuto da un altro film di Spielberg, "E.T.". Al successo di pubblico corrispose anche, forse in maniera ancor più inaspettata, un successo di critica: le candidature agli Oscar furono 10 (fra cui quella per il miglior film), le statuette vinte 6 (miglior scenografia, costumi, montaggio, colonna sonora, suono ed effetti visivi). Ridistribuito in sala più volte negli anni seguenti, acquisì il titolo completo di "Star Wars Episode IV: A New Hope" ("Guerre Stellari Episodio IV: Una nuova speranza") soltanto nel 1981, l'anno successivo all'uscita nei cinema del sequel "L'impero colpisce ancora" (che riportava il sottotitolo "Episodio V", con conseguente disorientamento dei primi spettatori). Ma la vita del film non terminò lì: in seguito allo sviluppo delle tecnologie digitali, Lucas rielaborò la pellicola più volte, rieditandola sia al cinema che in home video con l'inserimento di scene aggiuntive e – soprattutto, a partire dal 1997 – di moderni effetti digitali che andavano a sostituire quelli artigianali dell'epoca, in alcuni casi cambiando anche drasticamente il significato di alcune scene (spesso con il disappunto dei fan: celebre l'indignazione popolare per la scena in cui Ian, di fronte al cacciatore di taglie Greedo, non spara più "per primo"). La cosiddetta "Edizione speciale" ha sostituito ormai ufficialmente la versione originale del film, difficilmente reperibile in home video, nonostante la maggior parte degli appassionati continui a preferirla. Da solo o insieme ai suoi seguiti ("L'impero colpisce ancora" del 1980, "Il ritorno dello Jedi" del 1983, e tutti i successivi prequel o spin-off, non soltanto cinematografici ma anche nei campi della narrativa, dei fumetti, dei videogiochi, e via dicendo), "Guerre stellari" è stato – ed è – senza dubbio uno dei film che più ha influenzato l'immaginario popolare degli ultimi decenni. Le successive variazioni e rielaborazioni non hanno fatto che cementare il suo posto d'onore nella cultura popolare (personaggi come Dart Fener, frasi come "Che la Forza sia con te", armi come la spada laser, brani musicali come il tema di John Williams sono noti anche a chi non ha mai visto il film). E la saga non si è ancora esaurita, se mai lo farà, come dimostra la messa in cantiere di nuovi film, serie a cartoni animati, fumetti e videogiochi.

25 luglio 2007

L'uomo che fuggì dal futuro (G. Lucas, 1971)

L'uomo che fuggì dal futuro (THX 1138)
di George Lucas – USA 1971
con Robert Duvall, Donald Pleasance
**

Visto in DVD.

Per il suo primo film, prodotto da Francis Ford Coppola, Lucas ha rielaborato un cortometraggio che aveva presentato come lavoro finale alla scuola di cinema che frequentava. Si tratta di un tipico rappresentante di quel genere di fantascienza sociale che descrive società future oppressive e meccanicizzate, eredi di 1984 e del "Grande Fratello" di Orwell. Gli uomini, che vivono sottoterra in un ambiente asettico e claustrofobico dove tutti vestono di bianco, non hanno un nome ma solo una sigla (THX 1138 è quella del protagonista, LUH 3417 quella della sua compagna) e vengono mantenuti sotto controllo sin dall'infanzia mediante l'assunzione obbligata di droghe e sedativi. Le videocamere e i sorveglianti sono dappertutto, mentre l'ordine è mantenuto da poliziotti robotici. Ogni individuo è al servizio della produzione e delle "masse", l'amore e le emozioni sono bandite, il sesso – se non strettamente regolamentato – è illegale, mentre la televisione 3D trasmette catartiche scene di violenza e le numerose cappelle offrono ai "fedeli" un conforto preregistrato e sempre uguale. Freddo, monotono e un po' pallosetto, il film non mi ha molto impressionato: i personaggi (per esigenze di trama, certo) non sono quasi caratterizzati, mentre i dialoghi si limitano a infiniti elenchi di numeri, codici e procedure tecniche per sottolineare la disumanizzazione della società. La prigione nella quale viene rinchiuso THX rimane però impressa, un immenso spazio bianco privo di qualsiasi cosa, come la Dimensione Delta di Romano Scarpa. Qualche anno fa avevo anche letto il libro (versione Urania) che Ben Bova aveva tratto dal film, e mi era piaciuto di più.

5 marzo 2007

American graffiti (G. Lucas, 1973)

American graffiti (id.)
di George Lucas – USA 1973
con Ron Howard, Richard Dreyfuss
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Il secondo lungometraggio di Lucas è qualcosa di davvero particolare nella sua filmografia. Niente fantascienza, anzi tutto il contrario: un nostalgico sguardo al passato, un vero e proprio revival dei primissimi anni '60, della musica e della vita in una cittadina californiana di provincia dove i ragazzi si divertono scarrozzando la propria automobile per le strade da un drive-in all'altro, un film che ha dato vita a un trend sfociato l'anno seguente nella serie televisiva "Happy Days", con protagonista proprio Ron Howard. La pellicola mostra l'ultima notte delle vacanze estive che un gruppo di amici appena diplomati trascorre in compagnia prima della sospirata (o temuta) partenza per il college. Se Steve è esaltato dall'avventura che lo attende, anche a costo di dover lasciare dietro di sé la propria ragazza, Curt invece è pieno di dubbi e medita di non partire più. Cambierà idea soltanto la mattina successiva, dopo aver vissuto alcune memorabili esperienze che lo aiuteranno a traghettarsi nell'età adulta. Il "duro" John, che ha la fama di essere il pilota più veloce della città, deve invece vedersela con uno straniero (un giovanissimo Harrison Ford con cappello da cowboy) intenzionato a sfidarlo, ma anche con un'appiccicosa ragazzina che si è intrufolata nella sua macchina e cui è costretto a fare da babysitter fino all'alba. Terry, infine, è lo "sfigato" del gruppo: riesce a rimorchiare una spettacolare bionda ma finisce immancabilmente col mettersi nei guai, e a lui naturalmente sono destinati i momenti più comici del film. Oltre che dalla musica (dai Beach Boys ai Platters, da Elvis e Chuck Berry), la pellicola è punteggiata dalla voce dello speaker radiofonico Lupo Solitario (Wolfman Jack nella versione originale), misterioso deejay sul cui programma sono sintonizzati praticamente tutti e che fra uno sberleffo e l'altro interviene anche direttamente nella storia.