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29 novembre 2017

Planet of the apes (Tim Burton, 2001)

Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie
(Planet of the Apes)
di Tim Burton – USA 2001
con Mark Wahlberg, Tim Roth
*1/2

Rivisto in DVD.

A causa di una tempesta magnetica, l'astronauta americano Leo Davidson (Mark Wahlberg) si ritrova nel futuro e su un pianeta sconosciuto, popolato da scimmie senzienti che schiavizzano gli esseri umani. Con l'aiuto della simpatetica scimpanzé Ari (Helena Bonham Carter), guiderà una rivolta contro il guerrafondaio generale Thade (Tim Roth). Remake del leggendario film del 1968 con Charlton Heston (che qui fa una breve apparizione nei panni di una scimmia, il padre morente di Thade: ma se non lo si sa in anticipo, non ci se ne accorge, visto che è praticamente irriconoscibile sotto il make up), purtroppo inferiore ad esso in tutto e per tutto. Anzi, il minimo di appeal che presenta è dovuto, oltre che ai buoni costumi, alle scenografie e al trucco (di Rick Baker), quasi solo ai ricordi di chi ha visto la versione originale. Lo sceneggiatore William Broyles Jr. compie tutte le mosse sbagliate, a partire dal fatto che il protagonista non è l'unico essere umano in grado di parlare o di mostrare intelligenza, e quindi non si capisce perché gli uomini siano trattati come animali dalle scimmie: diventa una questione di razzismo o, al limite, di politica, e non c'è più il capovolgimento dei punti di vista che era la chiave anche del romanzo originale di Pierre Boulle. Non solo: spariscono pure il conflitto fra scienza e religione (Ari è la figlia ribelle di un senatore, anziché una curiosa ricercatrice) e soprattutto il messaggio contro la proliferazione degli armamenti, ovvero tutti i temi che rendevano memorabile il materiale di partenza. Al loro posto abbiamo generiche scene di fuga e di azione, nonchè una battaglia conclusiva che rende la pellicola un popcorn movie come mille altri (anche la mano di Burton, nel bene o nel male, è irriconoscibile). Quasi tutti i personaggi – protagonista compreso – sono privi di caratterizzazione o ce l'hanno a un livello basilare: i compagni umani di Leo, in particolare, sembrano messi lì soltanto per fare numero (anche per colpa degli attori: Kris Kristofferson è sprecato, Estella Warren sarà bella ma non sa recitare). Quanto alle scimmie, gli unici in parte riconoscibili sotto il make up sono Tim Roth e Paul Giamatti (nei panni dell'infido mercante Limbo). E visto che tutti conoscono il colpo di scena finale (proprio tutti, dai, anche chi non ha mai visto il lungometraggio originale!) e lo si aspetta per tutto il film, i cineasti mescolano le carte con una conclusione "diversa": Leo, cercando di tornare indietro, finisce in un universo parallelo: la cosa ha poco senso (non che i viaggi nel tempo ce l'abbiano), ma avrebbe potuto aprire le porte per un sequel. Che purtroppo (o per fortuna) non c'è stato: la saga ricomincerà da capo nel 2011.

15 maggio 2017

I cancelli del cielo (M. Cimino, 1980)

I cancelli del cielo (Heaven's Gate)
di Michael Cimino – USA 1980
con Kris Kristofferson, Isabelle Huppert
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Wyoming, 1890: i potenti allevatori di bestiame della contea di Johnson, mal tollerando la presenza di coloni e agricoltori vicino alle loro terre, si coalizzano per dichiarare guerra ai poveri immigrati che accorrono in gran numero dall'Europa, accusandoli di furto. E assoldano una banda di mercenari per eliminare gli elementi più scomodi della comunità. Sulla death list figura anche la tenutaria del bordello locale, la francese Ella (Huppert), amata sia da James Averill (Kristofferson), ricco possidente divenuto il tutore della legge nella contea, sia da Nathan Champion (Christopher Walken), pistolero al servizio degli stessi allevatori. Film fluviale (219 minuti nella versione originale, poi ridotti a 149), epico e "maledetto", passato alla storia più per il suo clamoroso insuccesso che per i suoi indubbi meriti. L'ambizioso Cimino, reduce dai fasti de "Il cacciatore", aveva ricevuto carta bianca dalla United Artists, ma sforò ampiamente il budget e i tempi di lavorazione. E il flop al botteghino (la pellicola incassò solo 3,5 milioni di dollari dopo esserne costata 44) compromise di fatto la sua carriera, oltre a causare il fallimento della leggendaria casa di produzione (che fu venduta alla MGM, di cui divenne una sussidiaria). Le conseguenze furono a lungo termine: dopo "I cancelli del cielo", i grandi studios di Hollywood decisero di non lasciare più mano libera ai registi ma di controllare più da vicino le varie fasi della lavorazione, ponendo termine alla fase (durata tutti gli anni settanta) in cui autori come Scorsese, Bogdanovich e lo stesso Cimino avevano potuto girare con una libertà mai vista prima (Spielberg dovrà fondare una sua personale casa di produzione, la DreamWorks, per continuare a fare i film che voleva). Anche il genere western ne risentì, sparendo di fatto dai radar delle grandi produzioni (e ricomparendovi solo sporadicamente, più di un decennio dopo, per esempio con "Balla coi lupi" o "Gli spietati").

Snobbato dal pubblico e rivalutato solo in seguito, il film ha certo i suoi difetti. La durata è effettivamente estenuante (sequenze come l'introduzione al college, ambientata vent'anni prima, potevano essere ridotte: ma si sa, Cimino è innamorato della lunghezza delle proprie scene), la sceneggiatura non è sempre convincente, la caratterizzazione dei personaggi lascia alquanto a desiderare (molti sembrano francamente inutili – come il locandiere John Bridges, interpretato dal quasi omonimo Jeff Bridges – o poco significativi – come l'ex amico Billy Irvine, simbolo della codardia, interpretato da John Hurt). Questo vale in particolare per i cattivi, le cui motivazioni sono schematiche e i comportamenti generici. Ma il motivo per cui la pellicola fu ferocemente attaccata dalla critica americana è probabilmente ideologico, visto che il film lancia "un attacco frontale al Sogno Americano", rappresentando in negativo i ricchi imprenditori e proprietari terrieri, forti per di più di elevati appoggi politici, e in positivo i miseri e gli umili che cercano solo di sopravvivere ("Sta diventando pericoloso essere poveri in questo paese", commenta uno di loro). La questione politica si fa esplicita nel momento in cui uno degli agricoltori accusa così i ricchi allevatori: "Si oppongono a qualsiasi iniziativa che migliori la situazione in questo paese, o che tenti di creare qualcosa di più del pascolo del bestiame a favore degli speculatori della costa orientale. Hanno portato avanti l'idea che i poveri non hanno voce in capitolo nelle questioni di questo paese". Cinematograficamente parlando, il film è sontuoso nell'idea e nella realizzazione, grazie anche alla fotografia di Vilmos Zsigmond (la polvere sollevata, che satura l'aria, è la caratteristica più evidente di molte scene, in particolare la battaglia finale). La colonna sonora di David Mansfield è integrata dal tema ricorrente del "Bel Danubio blu": dal valzer rapido e orgiastico nei cortili di Harvard alla versione lenta che si ode sul campo di battaglia. Nel cast anche Sam Waterston, Brad Dourif e Joseph Cotten. Walken e Bridges avevano già recitato per Cimino nei suoi due film precedenti.

1 febbraio 2017

Convoy (Sam Peckinpah, 1978)

Convoy - Trincea d'asfalto (Convoy)
di Sam Peckinpah – USA 1978
con Kris Kristofferson, Ali MacGraw, Ernest Borgnine
***

Rivisto in DVD.

Martin Penwald, detto "Anatra di gomma" (Kristofferson), camionista solitario e anarchico che guida il suo mezzo pesante sulle polverose strade dell'Arizona, entra in conflitto con l'infido e sadico sceriffo "Dirty Lyle" Wallace (Borgnine), che utilizza ogni sporco trucco pur di appioppiargli multe per eccesso di velocità. La situazione peggiora dopo una violenta rissa in un diner, quando Anatra e i suoi amici, esasperati dai modi subdoli di Lyle, si ribellano alla sua autorità e decidono di fuggire dallo stato. Ai tre si aggiungono via via altri camionisti, provenienti da ogni parte dell'America, che vedono nella sfida di Anatra a Lyle un modo per dichiarare la propria identità e l'indipendenza contro il sistema. Procedendo attraverso il New Mexico e il Texas verso il confine con il Messico, senza alcuna intenzione di fermarsi e forzando ogni posto di blocco sulla loro strada (nel frattempo è stata mobilitata anche la guardia nazionale), il convoglio diventa sempre più lungo e numeroso (fra i tanti camion spicca anche il furgone degli "Evangelisti Itineranti", che offre il necessario sostegno spirituale), così come crescono i simpatizzanti che i camionisti (e in particolare Anatra, che si ritrova leader involontario di un movimento spontaneo di protesta) riscuotono fra la popolazione. Al punto che persino un aspirante senatore prova ad approfittarne per farsi pubblicità... Ispirato all'omonima canzone country di C.W. McCall e Chip Davis, che con i suoi versi scandisce le varie tappe del convoglio, il penultimo film di Peckinpah (dopo il quale, nonostante il buon riscontro al botteghino, non troverà più lavoro per cinque anni) è un atipico western on the road, leggero, dinamico e ribelle, dove gli eccentrici e variopinti truck driver, al volante dei loro giganti a diciotto ruote, recitano nel ruolo che sarebbe stato di cowboy e banditi. La pellicola è un inno all'anarchia e alla libertà contro regole ingiuste, messo in scena da Peckinpah con un ritmo musicale (si pensi alla scena dell'attraversamento del deserto, con i camion che danzano nella polvere come in un balletto).

In un'alternanza di azione, commedia e dramma, il film – che si inserisce in un filone sui camionisti assai popolare negli anni settanta (in particolare, il regista sperava di emulare l'enorme successo de "Il bandito e la madama") – è divertente anche per via del linguaggio colorito e pieno di imprecazioni, oltre che per il gergo usato dai truckers nei loro collegamenti radiofonici CB ("Interrompe uno nove", il nomignolo di "orso" affibbiato ai poliziotti – con lo sceriffo Lyle che ovviamente è il "Papà orso" – e naturalmente le sigle con cui i camionisti si identificano al posto dei loro veri nomi: Casino ambulante (alias "Maialotto"), Spider Mike, Vedova nera, Aquila pelata, Leone languido, il Gran Malvagio...). Una bellissima Ali MacGraw, abbronzata e con i capelli corti, interpreta l'aspirante fotoreporter in fuga dalla sua vita precedente, che riceve un passaggio da Anatra di gomma sul suo Mack nero (quasi un personaggio anch'esso) e diventa testimone degli eventi che si succedono. I tre attori principali avevano già lavorato tutti con Peckinpah: Kristofferson in "Pat Garrett e Billy Kid", la MacGraw in "Getaway!", Borgnine ne "Il mucchio selvaggio". Quest'ultimo ha qui un ruolo simile a quello del brutale capotreno ne "L'imperatore del nord" di Robert Aldrich. Ma lui e Anatra, seppur nemici e su fronti opposti, sono personaggi con molto in comune, appartenenti allo stesso mondo in via di estinzione ("Siamo rimasti in pochi"), liberi e indipendenti, dotati di coraggio e integrità, a differenza invece dell'opportunismo del senatore o dell'ottusità degli altri poliziotti. La risata di Lyle di fronte allo sberleffo finale di Anatra testimonia il loro legame. Nel cast, anche Burt Young, Franklyn Ajaye e Madge Sinclair. James Coburn, che aveva recitato per Peckinpah in "Pat Garrett" e "La croce di ferro", è accreditato come aiuto regista e girò parecchie scene in sostituzione dell'amico, che soffriva di gravi problemi di salute per via dell'alcol e della droga.

18 novembre 2016

Voglio la testa di Garcia (Sam Peckinpah, 1974)

Voglio la testa di Garcia (Bring me the head of Alfredo Garcia)
di Sam Peckinpah – USA 1974
con Warren Oates, Isela Vega
***

Rivisto in divx.

Un ricco e potente haciendero (Emilio Fernández), furioso perché la sua giovane figlia è stata messa incinta da uno dei suoi lavoranti, offre un milione di dollari a chiunque gli porterà la testa dell'uomo in questione, Alfredo Garcia, che nel frattempo si è dato alla macchia. Molti si lanciano sulle sue tracce, setacciando l'intero Messico: ma a scoprire che Garcia è già morto in un incidente stradale è Bennie (Warren Oates), un americano in cerca di fortuna che si guadagna da vivere suonando il piano in un bar di terz'ordine di Città del Messico, al quale alcuni dei "cacciatori" promettono diecimila dollari se porterà loro la testa. In compagnia della sua donna Elita (Isela Vega), che a suo tempo aveva avuto una tresca proprio con Alfredo, Bennie si mette dunque in viaggio verso il cimitero di provincia dove Garcia è sepolto, con l'intenzione di dissotterrarne e decapitarne il cadavere. Ma ignora di essere seguito da due sicari che vogliono impadronirsi a loro volta della testa... Scritto insieme all'amico Frank Kowalski, interpretato dal fedele Oates (di solito caratterista) e ambientato in un Messico polveroso e ancestrale, realistico e lontano dai cliché hollywoodiani, il decimo lungometraggio di Peckinpah è un "piccolo" film indipendente, al tempo stesso uno dei suoi lavori più personali (fu una delle poche volte che ebbe il totale controllo sul montaggio finale), più controversi e più violenti, permeato da un cinismo dissacrante e fatalista, con un mood a metà fra i poliziotteschi italiani e il futuro cinema tarantiniano. Pur essendo già morto quando il film comincia, la testa di Garcia (avvolta in un fagotto: di lui non vediamo mai il volto, se non in fotografia) passa di mano in mano provocando stragi e spargimenti di sangue fino all'apocalittico finale, simbolo dell'avidità e del potere che distrugge tutto (a partire dai sentimenti) e non produce nulla di buono. Stroncato alla sua uscita, il film è naturalmente diventato – come tutto il cinema del regista – un oggetto di culto. Nel cast anche Robert Webber, Gig Young e Helmut Dantine. In un piccolo ruolo (uno dei due motociclisti violentatori) si riconosce Kris Kristofferson.

19 ottobre 2016

Pat Garrett e Billy Kid (Sam Peckinpah, 1973)

Pat Garrett e Billy Kid (Pat Garrett & Billy the Kid)
di Sam Peckinpah – USA 1973
con Kris Kristofferson, James Coburn
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Un tempo amici, i pistoleri Pat Garrett e William Bonney (meglio noto come Billy the Kid) si ritrovano su lati opposti della barricata quando Garrett (James Coburn) accetta di diventare sceriffo in una cittadina del New Mexico, mentre Billy (Kris Kristofferson) continua la sua vita da fuorilegge. La loro rivalità mette in luce una profonda dicotomia ideologica: l'accettare che i tempi cambiano ("Questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con esso", afferma Pat) e il voler ostinatamente continuare a battersi per la libertà e contro il sistema ("Si è venduto ai proprietari terrieri che cercano di mettere recinti in questo mondo", dice Billy dell'amico). Se il vecchio Garrett rappresenta la testa e il ragionamento, colui che comprende quando il mondo di un tempo è ormai giunto al termine, Billy è invece l'istinto e il cuore, incapace di rinunciare al proprio modo di vivere, che nel momento della fuga sceglie di tornare indietro perché non è disposto a tollerare le malefatte degli allevatori. La sceneggiatura di Rudy Wurlitzer, destinata inizialmente alla regia di Monte Hellman, si ispira ad eventi reali (pur con qualche concessione alla verità storica, soprattutto riguardo l'età dei personaggi) entrati ormai nel mito: ma nelle mani di Peckinpah dà il via a una riflessione fatalista, lirica e poetica sull'amicizia e il tradimento in un mondo dove la morte è sempre dietro l'angolo. Nonostante il ritmo lento e rilassato, non mancano momenti di improvvisa violenza, come nella scena della fuga di Billy dalla prigione di Lincoln. La lavorazione della pellicola fu particolarmente difficile, anche per gli standard di Peckinpah, che si scontrò a più riprese con James Aubrey, presidente della MGM. Questi, incaricato di rimettere a posto i conti della casa di produzione, mal tollerava le bizze del regista (che spesso si presentava ubriaco sul set: risale a questo periodo la famosa frase "Non posso dirigere se sono sobrio") e gli sforamenti di tempo e di budget. Alla fine delle riprese, Aubrey tolse il girato dalle mani di Peckinpah e fece uscire nelle sale una versione tagliata e rimontata, che si rivelò un fiasco. Soltanto nel 1988 è stata resa disponibile una "director's cut" che corrisponde all'anteprima montata secondo le disposizioni del regista (nel 2005 è uscita in DVD un'ulteriore versione che combina le due precedenti con alcune scene inedite). Nel cast figurano nomi e caratteristi di spicco: Jason Robards, Slim Pickens, Katy Jurado, L.Q. Jones, Jack Elam, Richard Jaeckel, Chill Wills, Harry Dean Stanton, John Beck, oltre a piccoli ruoli per gli stessi Wurlitzer e Peckinpah. Memorabile la colonna sonora di Bob Dylan (che recita anche nella parte di Alias, giovane seguace di Billy), che comprende una delle sue canzoni più celebri: "Knockin' on Heaven's Door".

4 giugno 2016

Blade: Trinity (David S. Goyer, 2004)

Blade: Trinity (id.)
di David S. Goyer – USA 2004
con Wesley Snipes, Jessica Biel
*1/2

Visto in DVD.

La trilogia del cacciatore di vampiri Blade si conclude con quello che senza dubbio è il più debole dei tre film. Questa volta lo sceneggiatore David S. Goyer si incarica anche della regia e sembra voler legare maggiormente la franchise alle sue origini fumettistiche (in una scena si intravede persino un numero di "Tomb of Dracula", la serie a fumetti Marvel da cui proviene il personaggio). Ecco dunque che il protagonista trova nuovi alleati nei Nightstalkers, un gruppo di giovani cacciatori di vampiri di cui fanno parte, fra gli altri, il sarcastico Hannibal King (Ryan Reynolds) e la coraggiosa Abigail Whistler (Jessica Biel), figlia del suo vecchio mentore (Kris Kristofferson) che in questa occasione, e stavolta per davvero, esce di scena. L'avversario, inoltre, è proprio Dracula (Dominic Purcell), il primo e più antico dei vampiri, risvegliato per l'occasione dal suo sonno centenario, che ora si fa chiamare Drake. Ma ogni spunto potenzialmente interessante (dai vampiri che "incastrano" Blade, mettendolo nel mirino della polizia e dell'FBI, che lo ricerca per omicidio; al tentativo dei Nightstalkers di creare un virus che, combinato con il sangue di Dracula, distrugga all'istante tutti i vampiri del mondo) è neutralizzato da uno sviluppo piatto e da una regia fracassona e molto meno visionaria o inventiva di quella, per esempio, di Del Toro nel secondo capitolo. I siparietti comici affidati a Reynolds cadono nel vuoto (con la possibile eccezione della scena con i cani) e l'interazione fra i personaggi non convince (pare che Snipes sul set non andasse d'accordo né col regista né con gli altri attori). Piccole parti per Parker Posey, Natasha Lyonne e James Remar. La traduzione italiana altera alcuni termini rispetto ai due film precedenti (usando per esempio "familiare" al posto di "discepolo").

3 giugno 2016

Blade II (Guillermo del Toro, 2002)

Blade II (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2002
con Wesley Snipes, Kris Kristofferson
**

Rivisto in DVD.

Il secondo film di Blade è sicuramente migliore del primo per regia (Del Toro!), confezione, fotografia ed effetti speciali, e schiaccia maggiormente il pedale dell'azione e dell'horror. Peccato per una trama poco originale e per una sceneggiatura che nel finale, fra sorprese, tradimenti e colpi di scena, si rivela non priva di buchi logici. Questa volta Blade (Snipes) è costretto ad allearsi con i suoi nemici, i vampiri, che gli chiedono una tregua per affrontare insieme una minaccia comune: una nuova specie di succhiasangue, nati da da una variante del virus del vampirismo, dotati di capacità sovrumane, fattezze mostruose (la mandibola che si apre, l'aspetto malaticcio alla Nosferatu) e immuni all'argento e all'aglio (ma non alla luce del sole), che predano non solo gli esseri umani ma anche e soprattutto gli stessi vampiri. Blade si ritrova così a guidare l'Emobranco, unità d'èlite di combattenti fra i quali spiccano la bella Nyssa (Leonor Varela), figlia del capo supremo dei vampiri, e l'infido Reinhardt (Ron Perlman, l'attore feticcio di Del Toro). Oltre al protagonista, l'unico personaggio che ritorna dal film precedente è il vecchio mentore Whistler (Kristofferson), che si scopre non essere morto ma solo tenuto prigioniero dei vampiri per un paio di anni. Nel frattempo Blade si è procurato un nuovo assistente e armaiolo, più giovane: Scud (Norman Reedus). Nella prima parte del film è reso ancora più esplicito il parallelo fra vampiri e tossicodipendenti, che vanno in crisi d'astinenza quando non possono più bere sangue: peccato che la metafora si perda man mano che la pellicola procede e si trasforma in un action movie simile a tanti altri. Come spesso capita con Del Toro, al fascino di forma e immagini corrisponde poca sostanza dal lato dei contenuti. Il terzo e ultimo film della trilogia sarà diretto direttamente dallo sceneggiatore, David S. Goyer.

2 giugno 2016

Blade (Stephen Norrington, 1998)

Blade (id.)
di Stephen Norrington – USA 1998
con Wesley Snipes, Stephen Dorff
**

Rivisto in DVD.

Il cacciatore di vampiri Blade (Snipes) è un "diurno" (ovvero un dhampir, un uomo nato da una donna che era stata vampirizzata mentre era incinta), con caratteristiche tipiche delle creature della notte (forza, agilità e resistenza oltre la norma, ma anche sete di sangue, che tiene a bada con un particolare siero) ma senza le loro debolezze (non teme la luce del sole, per esempio). Con l'aiuto dell'anziano Whistler (Kris Kristofferson), suo mentore e armaiolo, vaga di città in città per stanare ed eliminare i vampiri che si nascondono fra la gente comune, usando armi come lame e proiettili d'argento. La sua strada si incrocia con quella del Diacono Frost (Dorff), un vampiro in ascesa nelle gerarchie della sua gente, che intende dominare il mondo risvegliando un'antica divinità. Liberamente ispirato a un personaggio minore dell'Universo Marvel, creato negli anni settanta da Marv Wolfman e Gene Colan per la serie a fumetti "Tomb of Dracula", uno dei primi film "belli", diciamo così, tratti dai comics della Casa delle Idee, anche se fa di tutto per nascondere la sua origine fumettistica. Nonostante un budget limitato e una sceneggiatura che nel finale parte un po' per la tangente, il buon ritmo, la regia attenta, l'atmosfera stilosa e il mood a tratti quasi carpenteriano giustificano il successo di pubblico, che porterà alla realizzazione di ben due sequel (il primo diretto da Guillermo del Toro e il secondo direttamente dallo sceneggiatore David S. Goyer). Apprezzabili anche gli effetti speciali, con uno dei primi esempi di bullet time. Da notare come, ben prima di "Twilight" e rimanendo comunque nei binari dell'action-horror, il film aggiorni la figura del vampiro mostrando succhiasangue giovani, modaioli e che indugiano in rave party a base di sangue. Buono il cast: oltre a Snipes, Dorff e l'inatteso Kristofferson, c'è N'Bushe Wright nei panni dell'ematologa che cerca una cura contro il vampirismo. Brevi parti, inoltre, per Udo Kier e Traci Lords.

10 luglio 2012

Alice non abita più qui (M. Scorsese, 1974)

Alice non abita più qui (Alice doesn't live here anymore)
di Martin Scorsese – USA 1974
con Ellen Burstyn, Kris Kristofferson
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Dopo la morte improvvisa di un marito violento e che non amava, Alice Hyatt prende con sé il figlio Tommy (Alfred Lutter), lascia la cittadina del New Mexico dove abitava e si mette in viaggio con l’intenzione di raggiungere Monterey, in California, il luogo dove aveva vissuto felicemente in gioventù. Durante il percorso sarà costretta ad alcune tappe forzate per guadagnare il denaro necessario per proseguire il cammino: a Phoenix riuscirà a farsi assumere come cantante in un piano bar, ma un altro uomo violento e inaffidabile (Harvey Keitel) la costringerà a ripartire; a Tucson, dove si ridurrà a fare la cameriera in un bar di quart’ordine (il Mel’s Diner), si innamorerà invece del proprietario di una fattoria (Kris Kristofferson) e, dopo alcuni alti e bassi, sceglierà di rimanere con lui. Appassionante spaccato di vita “on the road” sul tema del cambiamento e sulle difficoltà di una vedova (con figlioletto vivace al seguito) nel ricostruirsi una nuova esistenza, fra sogni di gioventù e speranze di un futuro migliore, disillusioni e l’impossibilità di stare senza un uomo. Si tratta del quarto film di Scorsese ma anche del suo primo lavoro hollywoodiano dopo tre pellicole indipendenti (il film è prodotto dalla Warner Bros, studio con cui la Burstyn aveva appena girato “L’esorcista”). Fu proprio l’attrice, che desiderava fare un “diverso tipo di film, con una storia vista da una prospettiva femminile”, a scegliere il copione e a chiedere di lavorare con un regista “giovane e nuovo”. Il nome di Scorsese le venne suggerito dall’amico Coppola, e il regista accettò di buon grado di dirigere il film come risposta a quei critici che dopo "Mean Streets" lo accusavano di saper fare solo film "maschili". Il titolo è ispirato a una canzone degli anni trenta, così come “datate” sono molte delle canzoni che fanno parte della colonna sonora. Oltre alla viva e vibrante atmosfera di fondo, che fortunatamente non sfocia mai nel melodrammatico o nella soap opera (nonostante l'ironico incipit in stile retrò e alla Douglas Sirk), rimane impressa la fotografia iperrealista, dai toni accesi e – soprattutto nella prima parte – virati sul rosso e sui colori caldi. Ellen Burstyn vinse l’Oscar per la miglior interpretazione femminile. Diane Ladd è l'estroversa e sboccata Flo, una delle colleghe di Alice al bar, mentre Audrey, il “maschiaccio” amico di Tommy, è interpretata da una dodicenne Jodie Foster, che due anni dopo farà sensazione in un altro film di Scorsese, “Taxi Driver”. Dal film fu tratta anche una serie televisiva, la sitcom “Alice”, durata per ben nove stagioni.