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31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

31 agosto 2020

The new pope (Paolo Sorrentino, 2020)

The New Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna/USA 2020
con John Malkovich, Jude Law, Silvio Orlando
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Sequel (in nove episodi) di "The young pope", la serie tv che Sorrentino aveva realizzato nel 2016, in cui il regista prosegue a raccontare le vicende di un Vaticano immaginario e controverso, all'insegna di intrighi e lotte di potere, con un'estetica pop, un ritmo dilatato, vaghi riferimenti all'attualità e ammiccamenti erotici. La chiesa cattolica è sotto assedio, dovendo fronteggiare da un lato gli scandali sessuali del clero e dall'altro l'insorgere del terrorismo islamico. E Lenny Berardo (Jude Law) – ovvero Pio XIII, "il papa giovane" – è caduto in coma, senza che i medici gli diano alcuna possibilità di risvegliarsi, il che non impedisce la nascita di culti che lo idolatrano come un santo. I cardinali decidono allora di eleggere un nuovo pontefice, una figura debole che possa essere manipolata facilmente. La scelta ricade dapprima su Tommaso Viglietti (Marcello Romolo), l'ex confessore già visto nella serie precedente, che sale al trono pontificio con il nome di Francesco II e che, come il santo cui si ispira, predica la rinuncia ai beni materiali e apre il Vaticano ai poveri e agli immigrati, sconvolgendo equilibri millenari e spaventando un po' tutti. Naturalmente avrà vita breve, in tutti i sensi (con evidenti rimandi al caso di Giovanni Paolo I, morto misteriosamente anch'egli a un solo mese dal conclave). Tocca allora a una figura più neutra, il cardinale inglese sir John Brannox (John Malkovich), teorico della "via media" ma anche snob e carismatico, che viene convinto ad abbandonare la ricca tenuta di famiglia per trasferirsi a Roma. Nonostante la personalità eccentrica, Brannox – divenuto papa con il nome di Giovanni Paolo III – si rivela però fragile e con alcune ombre nel suo passato, tanto da essere ricattato dalla "triade malefica" composta dal corrotto cardinale Spalletta (Massimo Ghini), dal ministro dell'economia italiano e dal faccendiere Thomas Altbruck, perverso marito dell'addetta al marketing Sofia Dubois (Cécile de France). I tre riescono anche ad allontanare il segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), sostituendolo con l'inetto Assente (Maurizio Lombardi). Ma l'inaspettato risveglio di Pio XIII (che dopo essere apparso occasionalmente come fantasma o testimone nei primi sei episodi della serie, negli ultimi tre si riappropria del ruolo di protagonista e persino della sigla di apertura), e i suoi consueti "miracoli", rimetteranno le cose a posto. Più complessa della stagione precedente, ma anche meno focalizzata e con numerose deviazioni narrative (abbastanza superflua, per esempio, l'intera sottotrama di Esther (Ludivine Sagnier) con le sue peripezie da "santa e puttana"), la nuova serie sembra più improvvisata, pur con occasionali ma estemporanei riferimenti alla realtà (la coesistenza di due papi ricorda ovviamente l'attuale situazione con Ratzinger e Bergoglio).

A un Pio XIII sempre più "santo", il cui respiro viene trasmesso in diretta dalla radio 24 ore su 24 e davanti alle cui stanze a Venezia, dove è ricoverato, si radunano fedeli e fanatici che lo venerano (ma "Io non faccio miracoli, io mi trovo semplicemente al centro delle coincidenze", dirà), si contrappone un Giovanni Paolo III ben più umano e fragile, vanitoso, tossicodipendente, con scheletri nell'armadio e traumi familiari alle spalle (la morte del fratello gemello, il "predestinato" al quale si è di fatto sostituito), una gioventù punk e un amore per il cinema e la ribellione che lo porta a voler incontrare nelle udienze papali personaggi del calibro di Marilyn Manson e Sharon Stone (che interpretano sé stessi in brevi ma impagabili sequenze). In fondo non adatto alla vita da pontefice, Brannox lascerà il posto a Belardo per ritornare nella villa di famiglia in compagnia di Sofia, con cui era scattata un'intesa a prima vista (quando lei gli aveva detto, metacinematograficamente: "Lei mi ricorda il mio attore preferito, John Malkovich"). Il cast è ricchissimo, con numerosi personaggi importanti per la trama: alcuni già visti nella serie precedente – come Javier Cámara (il cardinale Gutierrez) – e altri nuovi, come Mark Ivanir (l'enigmatico Bauer), J. David Hinze (l'inquietante Essence), Kika Georgiou (la leader dei seguaci del culto di Pio XIII), Antonio Petrocelli (Don Luigi Cavallo, ambiguo braccio destro di Voiello), Nora von Waldstätten (la combattiva suor Lisette). Silvio Orlando si sdoppia recitando anche la parte del proprio rivale in conclave, Hernandez (identico a lui tranne che per l'assenza di un neo sulla guancia e per la montatura degli occhiali). I temi spaziano ad ampio raggio, contaminando le questioni religiose con quelle politiche, i dilemmi esistenziali con le derive fondamentaliste, riflessioni sull'amore (da molteplici punti di vista) e sulla trascendenza. Molte anche le sottotrame minori, troppe per citarle qui, che rendono forse la serie eccessivamente dispersiva, anche se contribuiscono a un suo certo fascino. Peccato che molto risulti appunto estemporaneo, dando l'impressione che Sorrentino navigasse a vista, seguendo magari il proprio senso estetico e visivo ma senza una direzione narrativa ben precisa. Fra gli ammiccamenti erotici succitati (residui forse del lavoro precedente del regista, quel "Loro" ispirato alla vita di Silvio Berlusconi) spiccano le sequenze di apertura degli episodi 1-6, con le suore di clausura del convento di Santa Teresa (che organizzano uno sciopero per rivendicare i propri diritti) in versione cubiste, che ballano in camicia da notte davanti a una croce al neon. Fotografia di Luca Bigazzi e colonna sonora di Lele Marchitelli, usuali collaboratori di Sorrentino. Il regista ha ventilato la possibilità di una terza serie, per la quale avrebbe "un'idea folle", anche se è difficile immaginare un seguito dopo una conclusione che in un certo senso ha messo tutte le carte a posto.

24 luglio 2020

Hobitit (Timo Torikka, 1993)

The Hobbits (Hobitit)
di Timo Torikka – Finlandia 1993
con Taneli Mäkelä, Pertti Sveholm
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Miniserie in nove episodi (di circa 25 minuti l'uno) per la tv finlandese ispirata a “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. Il titolo originale significa “Gli hobbit”: e infatti la storia è narrata interamente dal punto di vista di questi ultimi, in particolare di Sam Gamgee che, giunto in tarda età, legge le proprie avventure ai suoi figli (un'idea ripresa dal celebre "Epilogo" che Tolkien aveva scritto ma poi eliminato dalla trilogia), glissando rapidamente sugli eventi che accadevano quando lui o Frodo non erano presenti. Fa eccezione il primo episodio, che riassume l'incontro di Bilbo con Gollum, il ritrovamento dell'anello e la gara di indovinelli (da “Lo Hobbit”), mentre i successivi coprono la trilogia canonica: “La compagnia dell'anello” (episodi 2-6), “Le due torri” (7-8) e “Il ritorno del re” (9). Gli ultimi tre episodi si concentrano sull'attraversamento di Mordor e sul ritorno nella Contea, lasciando dunque da parte le vicende di Gandalf e Aragorn e le battaglie di Rohan e Gondor successive allo scioglimento della compagnia dell'anello, che vengono solo riassunte a parole. Se a prima vista la serie può sembrare di scarsissima qualità, soprattutto per l'estetica, i costumi e il production value (è girata completamente in interni, con modellini e sfondi proiettati su chroma key), guardandola con attenzione si giunge invece ad apprezzarla per diversi motivi. Primo su tutti l'enorme rispetto per il materiale originale: una volta accettata la scelta di eliminare tutte le parti che non vedono protagonisti gli hobbit, si scopre che forse siamo di fronte all'adattamento del romanzo più fedele mai visto. Sono presenti infatti personaggi ed episodi che sia la versione animata di Ralph Bakshi sia quella hollywoodiana di Peter Jackson hanno preferito eliminare, come l'attraversamento della Vecchia Foresta e l'incontro con Tom Bombadil, per esempio, ma anche la battaglia finale per liberare la Contea occupata. Le atmosfere, dopo alcuni episodi di rodaggio, cominciano ad apparire sempre più convincenti, e la mancanza di budget diventa di colpo poco importante di fronte ai dialoghi e alle caratterizzazioni dei personaggi veicolate da un gruppo di buon attori, gli stessi che avevano già interpretato una riduzione teatrale del romanzo a Suomenlinna nel 1988/89. Taneli Mäkelä è un Frodo che si fa progressivamente più tormentato, Pertti Sveholm un Sam convincente e mai macchiettistico, Vesa Vierikko un Gandalf mistico e carismatico, ma la vera stella è Kari Väänänen nel doppio ruolo di Gollum e di Aragorn. Un altro nome noto nel cast è il “kaurismakiano” Matti Pellonpää nei panni di Saruman il bianco. E a rimanere impresso è anche il Boromir “orientale” interpretato da Carl-Kristian Rundman. La colonna sonora di Toni Edelmann comprende numerose canzoni (con testi tratti dalle poesie del libro). Nel complesso, se lo “Hobbit” russo del 1985 deve essere considerato soltanto una buffa curiosità, questo “Signore degli Anelli” finlandese ha sorprendentemente i suoi pregi: ah, se solo gli autori avessero avuto più tempo e denaro a disposizione!

1 aprile 2020

The kingdom 2 (Lars von Trier, 1997)

The Kingdom 2 (Riget II)
di Lars von Trier – Danimarca 1997
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

La seconda stagione della serie horror-ospedaliera "Il regno" riprende le vicende dei numerosi personaggi dove erano state lasciate al termine della prima parte e le porta avanti per altri 4 episodi (diventati, chissà perché, 6 – ma di durata più breve – nel DVD italiano), senza però giungere a una conclusione: Lars von Trier e il suo co-sceneggiatore Niels Vørsel avevano infatti in programma una terza stagione, che purtroppo non è stata realizzata, nonostante la sceneggiatura degli episodi finali fosse già pronta [aggiornamento: è uscita nel 2022!]. A differenza della prima serie, in questa le diverse vicende sembrano dipanarsi parallelamente: e gli elementi horror (legati essenzialmente alla signora Drusse (Rolffes) che, sempre in compagnia del figlio Bulder, indaga questa volta sui riti satanici che qualcuno sta praticando all'interno dell'ospedale) lasciano spesso spazio a quelli più comici o grotteschi relativi agli altri personaggi. Se pure non mancano i momenti inquietanti, l'insieme risulta meno coeso rispetto alla stagione precedente, con molte gag e trovate che appaiono estemporanee. L'impressione è di assistere più a una soap opera che a un lungo film cinematografico. Il chirurgo Stig Helmer (Järegård), trasformato in un personaggio sempre più parodistico, è tornato da Haiti con una boccetta di veleno per trasformare in zombie il suo nemico Krogshøj, ma ottiene soltanto di farlo precipitare in uno stato di morte apparente dal quale si risveglierà con una personalità più fredda e cinica. E nel frattempo parla con le proprie feci (!), deve difendersi dal rancore di Rigmor e dal rischio di un procedimento giudiziario legato all'operazione di Mona. L'ingenuo primario Moesgaard cade in preda a una crisi personale e si affida a un eccentrico psicoterapeuta, Ole, dai metodi assai discutibili. Lo studente Mogge, mentre cerca un modo non ortodosso per superare il suo esame e al contempo tenere a bada gli slanci amorosi di Camilla, scopre che nell'ospedale è attivo un giro di scommesse clandestine sulle corse di un'ambulanza nel traffico contromano. Ma la sottotrama più grottesca e inquietante è senza dubbio quella legata a Judith, che accudisce il bambino mostruoso che ha dato alla luce alla fine della prima serie e che cresce a velocità rapidissima, anche perché si tratta del figlio di un demone. Chiamato "Fratellino" e interpretato da Udo Kier (in un secondo ruolo oltre a quello di Aage Krüger), è uno dei nuovi personaggi introdotti in questa seconda serie, oltre a Ole (Erik Wedersøe), alla segretaria di Helmer, la signora Svendsen (Birthe Neumann), al direttore generale dell'ospedale, Bob (Henning Jensen), e al suo assistente Nivesen (John Hahn-Petersen). Maggiore spazio nella storia hanno anche personaggi minori già visti in precedenza, come Christian (Ole Boisen), amico di Mogge che per conquistare l'amore di Sanne (Louise Fribo) sostituisce il pilota dell'ambulanza pirata. Pur ricca di bizzarrie, e a tratti sinceramente divertente, questa seconda tranche di episodi risulta dunque meno riuscita della prima, forse perché il gioco di LVT comincia a farsi scoperto e le situazioni appaiono più artificiali e scollegate, dunque meno facili da prendere sul serio. In ogni caso rimane una delle serie televisive più interessanti degli anni novanta.

30 marzo 2020

The kingdom (Lars von Trier, 1994)

The Kingdom - Il regno (Riget)
di Lars von Trier – Danimarca 1994
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

"Il suolo sotto l'ospedale del Regno anticamente era una palude, dove i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli, che poi stendevano per la sbiancatura. In seguito qui fu costruito il grande ospedale, e gli sbiancatori furono sostituiti da medici e ricercatori, geni della scienza e della tecnologia, che per coronare i loro lavoro chiamarono questo luogo "il Regno". Essi erano i padroni della vita: ignoranza e superstizione non avrebbero più potuto scuotere i bastioni della scienza. Forse fu la loro spiccata arroganza che li portò a negare la spiritualità. E adesso è come se il freddo e l'umidita fossero tornati. Si cominciano a vedere piccole tracce di stanchezza negli edifici, non più così solidi e moderni. Nessun essere vivente ancora lo sa, ma la porta del Regno sta per aprirsi."

Miniserie televisiva in quattro episodi (divenuti cinque nell'edizione italiana, con un montaggio differente), ambientata nel Rigshospitalet di Copenhaghen, grande e antico complesso ospedaliero soprannominato Riget ("il Regno"), dove si verificano strani fenomeni paranormali che turbano le già complicate dinamiche interne fra i vari medici e i loro pazienti. Una geniale commistione fra horror e medical fiction, con ampie pennellate di humour nero e inquietudini sparse a piene mani da un Lars von Trier in stato di grazia, che si presenta poi di persona sui titoli di coda di ogni episodio (indossando lo smoking che appartenne a Carl Theodor Dreyer, suo mentore spirituale) per commentare ironicamente l'accaduto e salutare gli spettatori. L'ambientazione claustrofobica e circoscritta, i misteri che si dipanano, i tormentoni, le storie incrociate dei numerosi personaggi (tutte caratteristiche adattissime a una serie tv) lo distinguono nettamente da una pellicola cinematografica, ma il ritmo serrato, la regia mai banale, la fotografia sgranata e virata sul color seppia gli donano comunque una qualità superiore a a un prodotto televisivo medio. Per non parlare dell'atmosfera malsana e onirica. In ogni caso, la miniserie è stata distribuita nei paesi di lingua inglese sotto forma di un unico film (di oltre quattro ore), mentre il DVD italiano la presenta solo divisa in capitoli, nelle due versioni italiana (in 5 episodi) e danese (in 4). In un intreccio di sottotrame che pian piano convergono verso uno sconvolgente finale di stagione, assistiamo a misteriose apparizioni soprannaturali che coinvolgono, in maniera diversa, un nutrito gruppo di personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Nel 1997 è stata prodotta una seconda stagione, "Kingdom 2". Era in programma anche una terza, che Lars von Trier aveva già scritto e pianificato (avrebbe dovuto essere l'ultima), ma la morte di alcuni degli interpreti ha reso impossibile la sua realizzazione. Nel 2004 è stato comunque realizzato una sorta di remake in lingua inglese, la serie americana "Kingdom Hospital" sviluppata da Stephen King. Quanto alle ispirazioni, più che a serie ospedaliere quali "E.R.", LVT ha dichiarato di essersi rifatto alle atmosfere di "Twin Peaks" e della serie francese "Belfagor" degli anni sessanta (oltre che a un cult della tv danese come "Matador", serie del 1978 da cui provengono alcuni degli attori, come Hansen e Nørby).

Fra i protagonisti spicca l'arrogante Stig Helmer (Ernst-Hugo Järegård), nuovo neurochirurgo giunto dalla Svezia: scostante ed egocentrico, mal sopporta chi gli sta intorno, a partire dal primario Moesgaard (Holger Juul Hansen), che con le sue ingenuità e bizzarrie (come la ridicola operazione "Aria del mattino", un insieme di trovate e iniziative infantili per migliorare l'atmosfera e i rapporti all'interno dello staff) gli rende la vita difficile, al punto che periodicamente deve recarsi sul tetto dell'edificio per gridare al cielo la sua rabbia e la sua frustrazione, urlando a squarciagola "Maledetti danesi!" ("Danskjävlar!") e rimpiangendo la sua amata Svezia (le cui coste può osservare con un binocolo). Se l'unica che gli si mostra comprensiva è la dottoressa Rigmor (Ghita Nørby), altri crucci gli provengono dall'aiuto medico Krogshøj, detto Krogen/"Hook" (Søren Pilmark), con cui ha un rapporto fortemente antagonistico, e soprattutto dalla signora Drusse (Kirsten Rolffes), anziana paziente ipocondriaca che si ritrova sempre fra i piedi e che in realtà è una sensitiva (qui lo scontro è anche sul piano filosofico: la razionalità di Helmer contro l'apertura al soprannaturale della Drusse). È proprio lei, per prima, a rendersi conto che nell'ospedale si celano strane presenze, entrando in contatto con il fantasma di una ragazzina, Mary, morta nella clinica quasi cento anni prima. Mentre la signora Drusse, con l'aiuto del figlio Bulder (Jens Okking), che lavora al Regno come inserviente, cerca in vari modi di "esorcizzare" Mary e di farle abbandonare il modo dei vivi, e mentre Helmer è alle prese con il tentativo di nascondere le prove di un grave errore che ha commesso durante un'operazione chirurgica, si dipanano le storie anche di altri personaggi. Hook, che abita in segreto nei labirintici sotterranei dell'ospedale, da dove gestisce una sorta di mercato nero, si innamora della ricercatrice Judith (Birgitte Raaberg), la cui misteriosa gravidanza sembra procedere a velocità innaturale. Il patologo Bondo (Baard Owe), per amore della scienza, si fa trapiantare su sé stesso un fegato affetto da sarcoma. Mogge (Peter Mygind), studente di medicina poco serio, si offre come cavia nel "laboratorio del sonno" perché innamorato di Camilla (Solbjørg Højfeldt), la dottoressa che conduce gli esperimenti. E un'ambulanza fantasma si presenta ogni sera alle porte dell'edificio. Tutto culmina in un finale di stagione al cardiopalma, quando gli eventi soprannaturali precipitano proprio mentre nell'ospedale è in atto una (comicamente disastrosa) visita a sorpresa da parte del ministro della sanità. Cameo per Udo Kier nei panni del professor Aage Krüger, il malvagio padre di Mary. E da non dimenticare i due inquientanti inservienti con sindrome di Down, che lavorano nelle cucine come lavapiatti e commentano fra loro gli eventi come se fossero al corrente di tutto quello che accade, soprattutto sul piano soprannaturale.

30 agosto 2018

The young pope (Paolo Sorrentino, 2016)

The Young Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna 2016
con Jude Law, Silvio Orlando
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Miniserie televisiva in 10 episodi di circa un'ora ciascuno, ideata, scritta e realizzata da Sorrentino (alla prima esperienza in questo campo) con una produzione e un cast internazionale. Visto l'ottimo riscontro di pubblico e di critica, è già in cantiere un sequel, che si intitolerà "The new pope". La storia racconta il pontificato (immaginario) di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo (Jude Law), americano quarantasettenne che viene eletto a sorpresa dal conclave riunito in Vaticano. I cardinali, guidati dal potente segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando, ispirato alla figura di Tarcisio Bertone), lo scelgono nella speranza di poterlo manipolare a proprio piacimento, contando sulla sua inesperienza e sulla giovane età. Ma Lenny si rivela subito indipendente, irriverente, ambizioso e soprattutto imprevedibile. Se da un lato il suo pontificato è conservatore (anzi, reazionario) e all'insegna dell'intransigenza (con chiusura estrema verso il dialogo politico o l'omosessualità nel clero, e con l'intenzione di restaurare l'antico potere della Chiesa), dall'altro l'atteggiamento del nuovo papa è diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto: rifiutando di apparire in pubblico (per essere "invisibile e irraggiungibile come una rock star") o di mostrarsi conciliante verso i credenti (al punto da rendersi controverso e impopolare), si aliena magari alcune simpatie ma costruisce attorno a sé un'aura di mistero che ne accresce a dismisura la fama. E soprattutto, conquista pian piano la fiducia e l'ammirazione di coloro che gli stanno attorno (a cominciare da Voiello) e che non esitano a considerarlo un santo, anche perchè in effetti sembra avere un rapporto privilegiato con Dio (che esaudisce, in alcune occasioni, le sue preghiere). Con una strizzatina d'occhio a Fellini (situazioni e momenti surreali, come la presenza del canguro nei giardini del vaticano, ricordano comunque scene già viste ne "La grande bellezza") e un'altra a Nanni Moretti (alcune sequenze, come le suore che giocano a calcio, sembrano uscire da "Habemus papam"), Sorrentino porta avanti con amore le vicissitudini del suo personaggio, insistendo sui suoi pregi e i suoi tanti difetti (è egocentrico, megalomane, sociopatico, vendicativo, scostante, arrogante, borderline), dapprima in un'atmosfera di complotti e intrighi (Voiello pensa di poterlo ricattare) e poi analizzando man mano le motivazioni del suo comportamento.

Tutto risale alla sua infanzia ("I preti non possono diventare padri perché devono rimanere bambini"), al fatto di essere stato abbandonato dai suoi genitori, che quando aveva sette anni lo lasciarono nell'orfanotrofio di Suor Mary (Diane Keaton). E il desiderio di ritrovarli, questi genitori che compaiono di frequente nei suoi sogni, è il motore di tutte le sue azioni. Provocatorio, onirico, filosofico, tutt'altro che canonico dal punto di vista religioso (si solleva il dubbio che Lenny in realtà non creda veramente in Dio: ma in generale gli aspetti metafisici e spirituali restano sullo sfondo), il serial è diretto con maestria ed eleganza (belle e affascinanti le immagini dei corridoi, delle lussuose stanze e dei giardini del Vaticano, ricolme di opere d'arte, molte delle quali fanno mostra di sé nella sigla d'apertura), anche se il formato della serie televisiva porta inevitabilmente con sé alcuni difetti congeniti: la vicenda risulta troppo "spalmata", con sottotrame e personaggi minori che distraggono o divagano troppo (così come le "trasferte" in Africa e negli Stati Uniti in un paio di episodi). Apprezzabili comunque i riferimenti alla realtà: oltre alla facile identificazione di alcuni personaggi con controparti reali, si sfiorano – attraverso il meccanismo della provocazione per eccesso – molti temi legati al clero, alla religione e alla società ai giorni nostri. E il cast è sicuramente ottimo: al trio Law (un giovane papa fumatore ed edonista, "più bello di Gesù"), Orlando (un cardinale intrigante e tifoso del Napoli), Keaton (una suora-consigliera e surrogato della figura materna), si affiancano James Cromwell (il cardinale Spencer, mentore di Larry, che nutre rancore nei suoi confronti perché sperava di diventare lui stesso papa), Javier Cámara (il mite cardinale Gutierrez, incaricato dal pontefice di una delicata trasferta americana per "incastrare" un arcivescovo pedofilo), Scott Shepherd (Dussolier, il tormentato amico d'infanzia di Lenny ) e Ludivine Sagnier (Esther, moglie di una guardia svizzera, che sviluppa con il papa un legame speciale). Cécile de France è la responsabile del marketing del Vaticano, Marcello Romolo è Don Tommaso (confessore e confidente del papa), Toni Bertorelli è l'anziano e ambiguo cardinale Caltanissetta, Stefano Accorsi è il presidente del consiglio italiano (modellato su Matteo Renzi).

30 giugno 2014

Decalogo (Krzysztof Kieślowski, 1989)

Decalogo (Dekalog)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1989
serie tv in dieci episodi
***1/2

Visto in DVD.

Girata per la televisione polacca, una serie di brevi film (poco meno di un'ora ciascuno) ispirati ai dieci comandamenti della religione cattolica. "Caso" cinematografico che fece scoprire il talento di Kieślowski anche al di fuori della Polonia (ai tempi ancora dietro la cortina di ferro, ma anche il paese più "credente" dell'Europa dell'Est, quello che aveva dato i natali all'allora papa Giovanni Paolo II), non ha tuttavia un'impostazione confessionale: lo sguardo di Kieślowski è filosofico più che religioso, indaga nell'animo umano per portarne allo scoperto i dubbi, i dilemmi e le ambiguità, e stimola profonde riflessioni sulla morale e l'etica, sulla legge, sul caos e l'ordine e soprattutto sulle contraddizioni della natura umana. Spesso i dieci comandamenti sono semplici spunti per raccontare una vicenda che può avere differenti intepretazioni o diversi punti di vista: a volte affrontando i temi in maniera diretta (come nel caso di "Non uccidere"), a volte in modo più vago o non lineare, o con un certo senso del paradosso. Sceneggiati da Kieślowski insieme al fido Krzysztof Piesiewicz, i vari episodi possono essere considerati come minifilm indipendenti l'uno dall'altro (e dunque visionabili, volendo, in qualsiasi ordine): ciascuno ha i propri interpreti e un proprio direttore della fotografia (l'unico che si ripete è Piotr Sobociński, che ha curato i capitoli 3 e 9). Tutti però condividono la medesima ambientazione e prendono l'avvio in un complesso residenziale di Varsavia, un tipico "casermone" dell'epoca sovietica, gigantesco, grigio e formato da tanti appartamenti tutti uguali: è qui che vivono praticamente tutti i personaggi dei vari episodi, molti dei quali si conoscono, si incontrano fra loro o semplicemente hanno sentito in giro le storie l'uno dell'altro. I rimandi interni, pur sottili (in alcuni casi si tratta di semplici strizzatine d'occhio per gli spettatori che hanno seguito l'intera serie), d'altronde non mancano: e non parliamo solo di personaggi minori che ricorrono in più di un capitolo; a volte un particolare episodio getta nuova luce su un altro (nell'ottavo, "Non dire falsa testimonianza", si discute per esempio della storia del secondo, "Non nominare il nome di Dio invano", e i personaggi ne danno una loro interpretazione). Detto ciò, non è necessario – come hanno fatto invece molti critici – sforzarsi di trovare temi ricorrenti nei vari episodi, visto che ogni film può essere visto, valutato e apprezzato come un'opera a sé stante: l'unico filo conduttore è quello suggerito dal titolo stesso, ossia i dieci comandamenti, e dal tema presente in tutti i lavori del regista polacco: il rapporto fra l'uomo e il destino. In effetti, non è nemmeno necessario presumere l'esistenza di un Dio per dare significato alle diverse storie. Kieślowski non vuole catechizzare né impartire lezioni morali (anche perché non sempre è immediatamente chiaro a quale dei personaggi dell'episodio – spesso i protagonisti sono due – è diretto il comandamento di turno, o se si tratta di una punizione, di un avvertimento o di un insegnamento): il suo approccio è quello di un osservatore, proprio come la figura interpretata da Artur Barciś che compare – in situazioni sempre diverse – in ciascuno degli episodi (il barbone nel primo, l'infermiere nel secondo, l'autista di tram nel terzo, ecc.) e che fa da testimone muto alle vicende. Le musiche sono di Zbigniew Preisner, che nel nono film ("Non desiderare la donna d'altri") dà vita all'immaginario compositore settecentesco Van den Budenmayer che ritornerà a più riprese nelle successive opere di Kieślowski (in particolare ne "La doppia vita di Veronica", in "Film blu" e in "Film rosso"). Il regista polacco realizzerà anche delle "versioni estese" di due episodi (il quinto e il sesto) che saranno distribuiti come film a sé stanti nelle sale cinematografiche ("Breve film sull'uccidere", tratto da "Non uccidere", e "Non desiderare la donna d'altri", che – nonostante il titolo italiano che certifica una volta di più l'incompetenza o la malafede dei nostri distributori – si rifà all'episodio "Non commettere atti impuri").

1, "Non avrai altro Dio all'infuori di me"
Un professore universitario rigetta l'idea di divinità ma a suo modo ha anche lui una fede: quella nella logica matematica, impersonata dal personal computer cui si affida per ogni decisione, convinto che tutta la vita possa essere descritta in termini meccanicistici. Quando si azzarderà a calcolare lo spessore del ghiaccio prima di lasciar andare il figlioletto a pattinare sul lago, il destino lo punirà. Davanti al suo straziante dolore per la morte del bambino, anche una Madonna piangerà lacrime di cera. Oltre a presentare il setting di tutta la serie, è anche uno degli episodi più espliciti e diretti nel mettere in scena il proprio comandamento.

2, "Non nominare il nome di Dio invano"
Una donna incinta si rivolge al primario della clinica dove il marito è ricoverato per sapere se l'uomo, colpito da una grave malattia, sopravviverà. Dal responso dipenderà la sua scelta se portare a termine o meno la gravidanza, frutto di una relazione clandestina con un amante. Ma il medico, solitario e scostante, non è in grado di darle una risposta, o forse le mente per non prendersi la responsabilità di decidere del suo destino. Ambiguo ed enigmatico: Dio è il medico cui la donna si rivolge? O l'intervento divino è decisivo per la guarigione del marito quando tutto faceva sembrare che la sua malattia fosse progressiva? Più tardi, nell'ottavo capitolo, si azzarderà una possibile interpretazione: il medico, che è credente, non può rispondere perché equivarrebbe ad emettere una sentenza, ovvero a sostituirsi a Dio.

3, "Ricordati di santificare le feste"
La sera della vigilia di Natale, una donna chiede all'ex amante (che non vedeva da tre anni) di aiutarla a rintracciare il marito, misteriosamente scomparso. Dopo aver girato insieme tutta la notte per le strade di una Varsavia fredda e ostile, tra ospedali e stazioni, la donna gli rivela che si è trattato di una disperata menzogna per non trascorrere la notte da sola: se lui non fosse rimasto con lei fino al mattino, si sarebbe uccisa. Alla cupezza dell'ambientazione fa da contrasto una certa ironia nel modo di interpretare il terzo comandamento (l'uomo non trascorre la festività con la propria famiglia ma con l'amante: eppure, così facendo, salva la vita a quest'ultima).

4, "Onora il padre e la madre"
Una ragazza trova una lettera che la madre le aveva scritto poco prima di morire, subito dopo la sua nascita, in cui le rivela che l’uomo che l’ha cresciuta potrebbe non essere il suo vero padre. La rivelazione giunge quasi come un sollievo, visto che è sempre stata attratta da lui (sentimento peraltro reciproco): ma sarà vera? Uno degli episodi più ambigui e scabrosi, ma anche fra i più lucidi e compatti per sceneggiatura e messa in scena, considerato da alcuni critici come il migliore dei dieci film. Verità e menzogne, desideri e paure si alternano fino alla fine, aiutati dal fatto che la protagonista sia una studentessa di arte drammatica, e dunque abituata a “recitare”.

5, "Non uccidere"
Un ragazzo inquieto, forse in cerca di autodistruzione, vaga per la città in attesa dell'occasione giusta per compiere un atto violento: alla fine decide di uccidere brutalmente e a sangue freddo, senza apparente motivo, un tassista. Al processo verrà inutilmente difeso da un giovane avvocato che ha appena superato l'esame da procuratore e che si prodiga in una sentita arringa contro la pena di morte, da lui ritenuta ingiusta e inutile come deterrente. I due si rincontreranno in prigione, al momento dell'esecuzione, alla quale l'avvocato dovrà assistere poche ore dopo aver avuto un figlio. Un episodio dai toni cupi e scuri, come testimonia la fotografia ricca di filtri e di viraggi in color seppia, quasi si trattasse di una vecchia fotografia (come quella della sorellina morta, che il giovane assassino porta a restaurare).

6, "Non commettere atti impuri"
Tomek, giovane impiegato alle poste che vive da solo con la madre, spia di nascosto una conturbante e disinibita vicina di casa, il cui appartamento è situato proprio di fronte alla sua finestra. Non solo: le fa telefonate mute, si fa assumere per consegnare il latte nel suo palazzo e, pur di vederla più spesso, le spedisce falsi avvisi di vaglia postali per spingerla a recarsi allo sportello. Quando viene a conoscenza di tutto, la donna si prenderà gioco di lui, umiliandolo. Ma di fronte al tentato suicidio del ragazzo, e rendendosi conto della sua sensibilità, cambierà atteggiamento. Forse l'episodio che parla maggiormente di sentimenti: e per nulla scabroso, nonostante il tema trattato.

7, "Non rubare"
"Si può rubare quello che è già nostro?". A porsi la domanda è Maika, che rapisce quella che tutti credono essere la sua sorellina minore, Anka, con l'intenzione di fuggire all'estero portandola con sé. In realtà la bambina è sua figlia, nata quando lei aveva solo 16 anni, di cui la nonna si è "impossessata" come se fosse sua, inizialmente per mettere a tacere lo scandalo (Maika era solo una studentessa, e il padre della bimba era il suo insegnante) ma anche perché la donna, dopo la nascita della primogenita, non poteva avere altri figli. Anche per questo Maika odia la madre, capace di mostrare verso Anka tutto quell'affetto e quella tenerezza che per lei non ha mai avuto. Un episodio melodrammatico e particolarmente ambiguo, come sempre originale nell'interpretare il comandamento che gli dà il nome.

8, "Non dire falsa testimonianza"
Zofia, anziana insegnante di filosofia ed etica all'università, si ritrova faccia a faccia con Elzbieta, che nel 1943 – quando era solo una bambina di sei anni – aveva rifiutato di proteggere dai nazisti. Elzbieta avrebbe dovuto infatti essere accolta da una famiglia purché fosse battezzata; ma Zofia e suo marito, che avrebbero dovuto fare da padrini al finto battesimo, avevano rifiutato all'ultimo momento l'aiuto promesso per non mentire di fronte al Dio in cui credevano, "quel Dio che chiede di essere misericordiosi ma che non permette di dare falsa testimonianza". Ma fu davvero quella l'unica ragione? Non è consentito mentire per una giusta causa? A distanza di quarant'anni il mistero viene svelato, ed Elzbieta scopre che quello che Zofia e il marito invece fecero fu proprio mentire per una giusta causa...

9, "Non desiderare la donna d'altri"
Roman, chirurgo cardiologo, si scopre all'improvviso impotente e suggerisce alla bella moglie Hanka, con cui è sposato da dieci anni (senza figli), di trovarsi un amante. Non sa però che la donna ne ha già uno, un giovane studente di fisica: e quando lo scopre, in preda alla gelosia o alla disperazione, tenta il suicidio... Questa volta il comandamento non sembra rivolto a uno dei due protagonisti ma al comprimario, lo studente che introducendosi nella vita della coppia rischia di provocare il disastro. Episodio particolarmente sofferto, attento ai piccoli dettagli e alle sfumature. Da ricordare la giovane cantante che Roman deve operare al cuore per consentirle di proseguire la sua carriera, ma che preferirebbe farne a meno (le basta vivere, non cantare: simbolo di chi si accontenta, in contrapposizione a chi vuole quello che non ha).

10, "Non desiderare la roba d'altri"
Due fratelli ereditano la collezione di francobolli del padre, che avevano sempre disprezzato ("Com'è possibile che un uomo possa avere tanta voglia di possedere qualcosa?"). Ma quando ne scoprono il valore, lentamente cominciano a diventare come lui, al punto che il maggiore venderà addirittura un rene pur di mettere le mani su un pezzo particolarmente raro. E quando un ladro ruberà l'intera collezione, sospetteranno l'uno dell'altro. Apologo sull'avidità e sul collezionismo, con due personaggi diversi fra loro (il fratello maggiore è un lavoratore inquadrato, il minore è un cantante rock anticonformista) che si scoprono uguali a quel padre che li aveva abbandonati e viveva segregato nel proprio appartamento per timore dei furti. Nulla diventa per loro più importante dei francobolli ("Ho la sensazione che i miei problemi non esistano più", confessa uno dei fratelli), e solo la loro perdita, dopo il primo senso di smarrimento, farà comprendere ai protagonisti la loro stupidità.

31 agosto 2010

Paranoia agent (Satoshi Kon, 2004)


Paranoia agent (Mousou dairinin)
di Satoshi Kon – Giappone 2004
serie animata in 13 episodi
***1/2

Visto in DVD alla Fogona.

"La gente capisce solo le mazzate": Satoshi Kon, il brillante regista e sceneggiatore di "Perfect Blue" e "Millennium Actress", scomparso proprio pochi giorni fa, aveva forse in mente queste immortali parole quando ha concepito l'assurdo plot della sua prima (e purtroppo ormai destinata a rimanere unica) serie televisiva. "Paranoia Agent" – un contenitore di storie che dimostra ancora una volta il suo talento di narratore di vicende in bilico fra sogno e realtà e di indagatore della psiche umana – è infatti incentrata su un misterioso individuo chiamato Shonen Bat, "il ragazzo con la mazza da baseball" (nome che ricorda ironicamente quello del celebre supereroe Ogon Bat, da noi noto come Fantaman), che si aggira per Tokyo sui suoi pattini a rotelle, colpendo sulla zucca con una mazza metallica persone sotto stress, con gravi problemi personali o pronti a chiudersi nei mondi della propria follia: in breve tutti coloro che, tormentati o senza speranza, vorrebbero fuggire dalla realtà o si sentono schiacciati da una società frenetica, opprimente e fin troppo esigente (esemplari gli episodi incentrati sul ragazzino a scuola o sugli impiegati dello studio di animazione). Mentre una coppia di detective indaga sulle aggressioni, cercando di capire se Shonen Bat esista veramente o se sia soltanto il prodotto della fantasia delle vittime, un misterioso vecchietto ricoverato in ospedale traccia calcoli e strani simboli con il gesso sul selciato...

Realizzato, come ha dichiarato lo stesso autore, per metterci dentro tutte le idee che gli erano venute durante la lavorazione dei precedenti lungometraggi e che non aveva potuto utilizzare, il serial è costituito da episodi con personaggi quasi sempre diversi, che si passano il testimone come in una staffetta (spesso i protagonisti di una puntata diventano comprimari in quella successiva o erano già apparsi in quelle precedenti), benché naturalmente non manchino sottotrame leganti e in comune, come l'indagine dei due poliziotti. E così, di volta in volta, facciamo la conoscenza con una introversa designer in crisi creativa dopo aver creato un pupazzo di successo, Maromi (che, nella sua fantasia, si anima e parla con lei); di un giornalista senza scrupoli a caccia di pettegolezzi; di un bambino delle elementari che soffre per l'arrivo di un inatteso rivale; di una giovane assistente universitaria che di notte conduce un'incredibile doppia vita; di un poliziotto di quartiere dalle dubbie frequentazioni, costretto a trasformarsi in ladro per ripagare un debito; di una ragazza la cui fiducia nel padre crolla improvvisamente; di un improbabile trio di aspiranti suicidi; di un assistente alla produzione alle prese con la difficile lavorazione della serie animata di Maromi... Proprio Maromi, forgiatore di mondi fantasiosi e rassicuranti, quasi un alter ego kawaii di Shonen Bat, è l'altro filo conduttore della serie.

Per Kon il termine "paranoia" non ha soltanto il significato patologico ma è un modo per indicare la dipendenza umana da sogni e da illusioni, la necessità di credere in qualcosa di diverso dalla semplice realtà, che a volte può portare una persona a fissarsi su qualcosa di immaginario fino a convincersi che sia vero. Il tono degli episodi, per lo più realistico – siamo dalle parti del thriller e dell'analisi sociale – ma venato di ironia, sfocia talvolta nel surreale e nel grottesco (come nella puntata che mostra un interrogatorio della polizia come se si trattasse di un gioco di ruolo fantasy, o in quella che ripercorre in rapida successione – sotto forma di chiacchiere fra comari – alcune delle più inverosimili imprese di Shonen Bat). Disegni, animazione e fondali sono su ottimi livelli: pur trattandosi di un prodotto televisivo, ritroviamo la stessa qualità che Kon aveva saputo offrire nei suoi film cinematografici. Bella e originale la sigla d'apertura, che mostra i personaggi ridere mentre sullo sfondo si avvicendano i più improbabili scenari, mentre quella finale è la ninna nanna di Maromi, pupazzo che culla e concilia il sonno della ragione. Curiosi anche i preview degli episodi seguenti, nei quali il misterioso vecchietto dell'ospedale racconta i suoi "sogni premonitori": sono colmi di criptici riferimenti alla cultura giapponese e sfruttano l'assonanza dei nomi di praticamente tutti i personaggi con quelli di vari animali.

17 maggio 2009

Riverworld (K. Skogland, 2003)

Riverworld - Il popolo del fiume (Riverworld)
di Kari Skogland – USA/Canada 2003
con Brad Johnson, Jonathan Cake
*1/2

Visto in divx.

È l'episodio pilota (trasformato poi in tv movie e trasmesso dal canale satellitare Sci Fi) di una serie televisiva mai realizzata, ispirata al bellissimo ciclo di romanzi de "Il mondo del fiume" di Philip J. Farmer. Pessimo però l'adattamento, che banalizza non poco i concetti filosofici di Farmer, ne elimina ogni suggestione (per non parlare della suspense) e vi aggiunge scene d'azione e di combattimento che sembrano uscite da "Xena". Il protagonista, che nei romanzi è Richard Burton (l'avventuriero britannico, non l'attore!), è sostituito da un anonimo e stereotipato astronauta americano con il mascellone, interpretato da un attore mediocre; meno grave invece che il cattivo, anziché Giovanni Senza Terra, sia l'imperatore Nerone (ma stendiamo un velo pietoso sulla verosimiglianza storica del personaggio). Lo scenario ideato da Farmer resta comunque affascinante: tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra, provenienti da ogni epoca, risorgono dopo la loro morte e si ritrovano misteriosamente ringiovaniti sulle rive di un fiume immenso, circondato da montagne invalicabili su un pianeta sconosciuto. Personaggi famosi (Alice Liddell, Samuel Clemens), sconosciuti (un polacco morto ad Auschwitz, un'improbabile – ma sexy – sacerdotessa-amazzone africana) ed enigmatici (un alieno di Tau Ceti, una bambina muta) si alleano per risalire il fiume a bordo di un battello (il film copre più o meno gli eventi dei primi due romanzi, "Il fiume della vita" e "Alle sorgenti del fiume"). Ma nella piatta sceneggiatura molti dettagli non tornano, a partire dalla presenza dei cavalli e dalla rapidità con cui si riformano le varie civiltà, mentre i misteri che caratterizzavano la saga originale vengono appena abbozzati (d'altronde questo avrebbe dovuto essere soltanto un assaggio). Pare che nel 2009 ci sarà un nuovo tentativo di trasformare i romanzi in un prodotto televisivo, con un concept che agli appassionati di serie come "Lost" non dovrebbe dispiacere.

2 gennaio 2009

Heimat 3 (Edgar Reitz, 2004)

Heimat 3 - Cronaca di un cambiamento epocale
(Heimat 3 - Chronik einer Zeitenwende)
di Edgar Reitz – Germania 2004
film in sei episodi
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Henry Arnold (Hermann), Salome Kammer (Clarissa), Michael Kausch (Ernst), Matthias Kniesbeck (Anton), Uwe Steimle (Gunnar), Christian Leonard (Hartmut), Heiko Senst (Tobi), Tom Quaas (Udo), Nicola Schössler (Lulu), Peter Schneider (Tillmann), Constance Wetzel (Mara), Larissa Iwlewa (Galina), Karen Hempel (Petra), Antje Brauner (Jana), Julia Prochnow (Moni), Peter Götz (Loewe), Berthold Korner (Rudi), Christel Schäfer (Lenchen), Patrick Mayer (Matko), Karl-August Dahl (parroco), Rainer Guldener (Böckle), Edith Behleit (la madre di Clarissa), Björn Klein (Arnold), Anke Sevenich (Schnüsschen).

"Nel 1989 la Germania era pervasa da un certo entusiasmo, una disposizione di spirito creativa come accade di rado nella storia. Un decennio dopo tutto è cambiato: la paura del fallimento, della miseria, della disperazione e della perdita di prospettive spirituali domina la scena".
(Edgar Reitz)

"Chi sposa lo spirito del tempo è destinato a rimanere vedovo".
(Anton Simon)

Con il crollo del muro di Berlino e la nascita di una nazione unificata, il concetto di Heimat (patria) viene rimesso in discussione per l'ennesima volta in un secolo, il ventesimo, del quale la Germania è stata protagonista assoluta. Nel terzo capitolo della sua sterminata saga, che riprende molti personaggi dai due film precedenti (Hermann e Clarissa, le due figure centrali di "Heimat 2", restano il filo conduttore anche di questo nuovo lavoro, mentre a sorpresa dal primo "Heimat" ritornano Anton ed Ernst, i due fratellastri di Hermann), Reitz sceglie di raccontare gli anni della riunificazione, quelli che vanno dalla "svolta epocale" del 1989 alla data simbolica del 2000, alba di un nuovo millennio: undici anni nel corso dei quali le speranze e i sogni lasciano progressivamente il posto alla confusione e all'insicurezza. Molti sono anche i personaggi nuovi di zecca, soprattutto immigrati provenienti dall'ex Germania Est e dalle nazioni che più di tutte in quegli anni sono state al centro di cambiamenti (ovvero quelle dell'ex URSS e dell'ex Jugoslavia).
Al centro della storia c'è la splendida casa con vista sul Reno dove si stabiliscono Hermann e Clarissa, che qui finalmente – a quasi trent'anni dal loro primo incontro – riescono a coronare il loro sogno d'amore. La villa diventa la dritte Heimat, il rifugio della terza età, la dimora della maturità, nonché (come la casa natale di Schabbach nel primo film e la "Tana della Volpe" nel secondo) il luogo attorno al quale gravitano i destini di tutti i personaggi. La casa, però, può essere anche vista come il simbolo della Germania unificata, patria comune di popoli che sono rimasti divisi troppo a lungo e che ora cercano a fatica di ricostruire e di condividere destini e ideali. In fondo, anche la nuova Germania è una sorta di terza patria dopo RFT e RDT.
Diciamo subito che la pellicola, seppur bella, non raggiunge le stesse vette dei due capolavori precedenti. Forse anche perché Reitz ha dovuto ridimensionare i suoi piani: "Heimat 3" avrebbe dovuto essere ben più lungo delle 12 ore (e dei 6 episodi) attuali, ma per problemi di budget il regista è stato costretto ad "accorciarlo". Per esempio, l'inizio del primo episodio può sembrare un po' troppo frenetico: nel giro di pochi minuti Hermann e Clarissa si ritrovano dopo vent'anni e decidono subito di andare a vivere insieme. La sceneggiatura originale prevedeva un primo episodio tutto incentrato su di loro, nel quale avrebbero improvvisato un concerto a Berlino per la caduta del Muro; e sarebbero giunti nell'Hunsrück soltanto al termine della puntata, rinviando all'episodio successivo la presentazione degli operai della Germania Est.
Nel complesso la gestazione di questo terzo capitolo è stata molto più problematica delle precedenti: Reitz ha impiegato sette anni per preparare la saga, e altri due per girarla. Ma per fortuna le atmosfere e lo "stile Heimat" (come lo chiama Martin) aiutano a sentirsi subito "a casa" non appena si inizia a vedere il primo spezzone. La voce fuori campo non è più legata a un solo personaggio (come era, quasi sempre, negli episodi di "Heimat 2"): nel primo episodio passa da Hermann a Clarissa, da un punto di vista a all'altro, e in seguito scompare del tutto, rendendo i singoli film molto più corali di quanto fossero quelli delle saghe precedenti. Reitz continua inoltre a unire pubblico e privato, i grandi eventi politici e sportivi alle storie d'amore e di gelosia, le riunificazioni alle separazioni, l'allargamento delle prospettive alla ricerca di uno spazio personale. Ma a tratti il film sembra un'epopea familiare anche più del primo "Heimat", del quale è a ben vedere un seguito molto più di quanto non fosse il secondo.

1 – Il popolo più felice della terra (1989)
Il 9 novembre 1989 (il giorno della caduta del Muro di Berlino), mentre finisce un'epoca e ne inizia un'altra, Hermann e Clarissa si incontrano per caso tra la folla dopo 19 anni. Finalmente, in mezzo all'euforia generale, sembra che sia arrivato il momento giusto per far fiorire anche il loro amore. Le loro carriere di artisti (cantante lei, direttore d'orchestra lui) li hanno portati a esistenze itineranti, a "vivere in stanze d'albergo", senza più legami con i luoghi d'origine o con le rispettive famiglie (entrambi sono divorziati e hanno figli che vedono poco: Lulu, la figlia di Hermann, studia a Colonia, mentre Arnold, il figlio di Clarissa, è diventato uno dei primi hacker informatici e abita a Monaco con la nonna). Ma adesso basta fuggire: la coppia decide di mettere finalmente radici da qualche parte, e così acquista un'antica casa con vista sul Reno, non distante dal villaggio dove è nato Hermann, che in questo modo ha una scusa per tornare finalmente nei luoghi da cui era fuggito da ragazzo. A Schabbach nessuno si è dimenticato di lui e per tutti è come se non se ne fosse mai andato. Ad accoglierlo, oltre all'oste Rudi e a un parroco pacifista (che contesta la vicina presenza di una base americana), ci sono soprattutto i suoi fratellastri Ernst e Anton (entrambi interpretati dagli stessi attori del primo "Heimat"!). Nel frattempo, per ristrutturare la villa (cadente ma considerata "patrimonio artistico" perché secoli prima avrebbe ospitato una poetessa del romanticismo, Karoline von Günderrode), Clarissa decide di assoldare alcuni operai e carpentieri della Germania Est: da Lipsia e da Dresda giungono così nell'Hunsrück dapprima l'esperto Udo e l'emotivo Gunnar, poi l'intraprendente Tobi e il timido Tillmann. L'impatto degli "orientali" con il benessere dell'ovest è ingenuo e devastante, ma nonostante tutto i lavori procedono speditamente. A Natale sono tutti ospiti sulle Alpi nella casa di Reinhold Loewe, l'agente di Hermann. L'ottimismo è alle stelle, la Germania sembra alla vigilia di anni felici e prosperi per tutti. L'evidente attrazione fra Reinhold e Petra, la moglie di Gunnar, scatena però la gelosia di quest'ultimo.
Alcune curiosità: Hermann sembra aver rinunciato alla carriera di compositore e alla musica d'avanguardia, e si dedica esclusivamente alla direzione di un repertorio classico. La madre di Clarissa continua a mettere becco nelle faccende di lei, e osteggia apertamente la sua relazione con Hermann. Anton è ormai il "patriarca" dei Simon, e incontriamo brevemente i suoi cinque figli con i rispettivi coniugi. Nel complesso l'episodio di apertura di questa nuova saga è ottimo, con grandi momenti (come il montaggio alternato fra le esibizioni "artistiche" di Hermann e Clarissa e i lavori di ristrutturazione della casa, o la scena in cui Clarissa intona in macchina l'inno della DDR, al che Udo e Gunnar rispondono con quello della BRD). I nuovi personaggi, ovvero quelli della Germania orientale, sono ben caratterizzati ed entrano subito nel cuore dello spettatore.

2 – Campioni del mondo (1990)
Anche il secondo episodio si apre facendo coincidere un evento "privato" e importante per i personaggi (l'inaugurazione della casa di Hermann e Clarissa, completata a tempo di record in soli sette mesi: le novità vanno di fretta!) con un altro di portata "nazionale" (l'inizio dei mondiali di calcio di Italia '90, che proprio la Germania avrebbe vinto battendo in finale l'Argentina). I quattro manovali dell'Est ricevono la loro gratifica e salutano temporaneamente l'Hunsrück: Reitz ne segue il cammino di due in particolare, Tobi e Gunnar. Il primo viene coinvolto da Ernst nei suoi traffici di opere d'arte e parte con lui in aereo alla volta di una Russia che si prospetta ormai come un mercato aperto: ma in occasione di uno scalo in Germania Est preferisce abbandonare l'affare e tornare dapprima a casa e poi a Schabbach, portandosi dietro una statua di Lenin sottratta a una nazione ormai allo sbando. Il secondo, che sfoggia per quasi tutto l'episodio una maglietta di Andreas Brehme (del quale condivide il cognome) e che è ormai stato definitivamente lasciato dalla moglie Petra, si reca a Berlino, occupa l'appartamento abbandonato da un amico e si getta negli affari, ricevendo una favolosa commessa da parte di un manager della Warner Brothers che vuole importare negli Stati Uniti nientemeno che un milione di frammenti del muro berlinese. Nel frattempo Hermann e Clarissa si godono la loro nuova vita, Arnold si appresta a partire per studiare in America, la salute di Anton peggiora e di Ernst e del suo viaggio in Russia non si hanno più notizie.

3 – Arrivano i russi (1992-1993)
Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, Ernst – che scopriamo essere rimasto prigioniero in URSS per due anni – può far finalmente ritorno in Germania. E con lui giungono numerosi profughi russi di origine tedesca che sperano così di ritrovare una patria perduta. Fra questi spicca la famiglia di Juri e la sua giovane moglie kazaka Galina, appena diventata madre, che trova presto lavoro come domestica in casa di Anton. Se i russi arrivano, gli americani se ne vanno: la base militare nell'Hunsrück viene abbandonata, con gran gioia dei pacifisti e dei dimostranti guidati dall'eccentrico parroco del paese, e i terreni e i fabbricati lasciati liberi attirano l'attenzione di speculatori e imprenditori. Uno di questi è Hartmut, superficiale e ambizioso figlio di Anton, appassionato di automobili sportive e marito della "cavallerizza" Mara. In forte competizione con il padre, Hartmut vorrebbe dimostrarsi migliore di lui e mettersi in proprio, rilevando la propria parte della ditta di famiglia e dando vita a nuovi stabilimenti. Al rifiuto di Anton, cerca strade alternative: dapprima chiede il sostegno addirittura di Ernst, poi ottiene un prestito dall'ambiguo affarista Böckle. Costui è un "distruttore di aziende", come si definisce quando incontra per caso in treno Hermann (ignorando naturalmente il rapporto di parentela fra lui e il suo socio). Ma i problemi per Hartmut non finiscono qui: proprio mentre la moglie Mara decide di voler finalmente un figlio (che alla sua nascita viene nominato erede universale dal nonno Anton, scatenando il risentimento degli altri figli e nipoti), lui si invaghisce di Galina e in un modo e nell'altro riesce a portarla via al gelosissimo Juri. Nel frattempo Hermann e Clarissa tentano inutilmente di vivere in pace in una villa che sembra davvero infestata dallo spirito della poetessa morta. Mentre Tillmann e la sua compagna Moni continuano a frequentare la casa (Udo e Tobi, invece, rimangono in Germania Est: il primo si dedica alle ristrutturazione delle mansarde, il secondo all'arte paesaggistica) e la capretta Bianca – "adottata" da Hermann e Clarissa nell'episodio precedente – dà alla luce tre piccoli, facciamo anche la conoscenza di Lulu, la spigliata figlia di Hermann, che studia architettura e che si presenta un giorno alla villa in compagnia di due amici, Lutz e Roland, con i quali ha dato vita a una sorta di ménage à trois. Ma il taxi nel quale stanno tornando a casa di notte, dopo aver festeggiato la laurea, si scontra con la Porsche con cui Hartmut e Galina stanno scappando dalla casa di lei. Nel tragico incidente muore Lutz, futuro padre del figlio che Lulu porta in grembo.

4 – Stanno tutti bene (1995)
Nubi grigie si addensano in cielo, un terremoto notturno scuote l'Hunsrück e Hermann si ritrova di colpo ad attraversare un periodo di crisi. Dovrebbe comporre una "sinfonia per la riunificazione", ma il tema preponderante dell'episodio è invece quello della separazione. Dopo sei anni, l'idilliaca convivenza con Clarissa sembra destinata a finire in incomprensioni e litigi. Mentre lui è impantanato creativamente e ormai legato indissolubilmente alla nuova casa, lei rivendica la propria indipendenza artistica e parte per un lungo tour internazionale in compagnia di nuovi amici (fra i quali si annida forse un amante?), con uno spettacolo che lui trova kitsch e di cattivo gusto. Temendo che non tornerà più, Hermann si lascia andare alla depressione e rimane vittima di una serie di incidenti, nel più grave dei quali resta intrappolato con il piede in una tagliola. Prova a riavvicinarsi alla figlia Lulu, che ora vive da sola con il figlio avuto da Lutz, ma lei lo respinge freddamente: la ragazza vede nella famiglia Simon solo ipocrisia e distacco (Anton e Hartmut le elargiscono mille marchi al mese come risarcimento per la morte di Lutz, ma non si fanno mai vedere) e addirittura preferisce usare il nome Simone, come la chiamava sua madre. Ernst propone a Hermann di associarsi a lui per costruire a Schabbach un gigantesco museo con sala da concerto annessa, ma il progetto sembra fin troppo ambizioso e giunge forse nel momento meno opportuno. Nel frattempo, anche nel resto della famiglia Simon la conflittualità è alta: Hartmut, che ha sistemato Galina e suo figlio in una casa a Wiesbaden, ha chiesto il divorzio a Mara che però non intende concederglielo; ha fatto causa al padre Anton per avere la propria parte della Simon Optik, con la quale è ormai in concorrenza attraverso la sua nuova azienda (che però si rivolge al mercato di massa anziché produrre apparecchiature di qualità); ed è a sua volta in contenzioso con i fratelli che non hanno mandato giù il fatto che suo figlio sia stato designato erede universale dal nonno. Ma Anton, che sembrava essersi ormai ripreso dal suo infarto, muore improvvisamente nella notte (e con lui scompare un personaggio che ci teneva compagnia sin dal primo episodio del primo "Heimat", quando era ancora un bambino), costringendo la famiglia a riunirsi attorno al suo capezzale. Hartmut, destinato a dirigere l'azienda di famiglia, tiene un discorso poco incoraggiante ai dipendenti. Il corpo di Anton viene cremato, cosa mai successa prima a Schabbach, e il funerale si svolge senza musica, senza parroco e in forma strettamente privata: non vengono invitati né i dipendenti dell'azienda né i giocatori della squadra di calcio del paese, l'ultima sua vera passione. L'anticonformista Ernst si scaglia invece contro l'ipocrisia della famiglia e, per una volta, si sente vicino al fratello. Alla cerimonia funebre rivediamo a sorpresa Schnüsschen, l'ex moglie di Hermann, giunta lì con il suo nuovo compagno: ma il suo incontro con l'ex marito è sereno. Nella casa sul Reno, dove lo spirito della Günderrode sembra finalmente aver donato a Hermann l'ispirazione (in una sola notte completa la sinfonia e compone anche numerosi lieder su testi della poetessa), ritorna improvvisamente Clarissa: il suo tour è interrotto, ha scoperto di essere malata e forse non potrà più cantare. Da notare il titolo ironico dell'episodio, che oltre che alle vicende dei personaggi pare alludere a quelle della Germania: a sei anni dalla "riunificazione" le cose non sembrano andare per il verso giusto nemmeno al paese, proiettato verso un futuro incerto.

5 – Gli eredi (1997)
Bellissimo episodio incentrato sui temi (già anticipati nelle puntate precedenti, ma qui espliciti sin dal titolo) della paternità, della successione e dell’eredità. Clarissa, malata di tumore, è in ospedale dove si sottopone a pesanti terapie. Proprio in clinica la raggiunge la notizia, con relativo video, del matrimonio di suo figlio Arnold negli Stati Uniti con una compagna di corso del MIT. Nel frattempo Hermann si è riavvicinato a Lulu – che come vedremo lavora a Schabbach per conto di Ernst – e ospita spesso in casa sua il nipotino Lukas, figlio di Lutz. Ma i veri protagonisti dell’episodio sono appunto Ernst, sempre più deciso a costruire un museo a Schabbach (nella sua tenuta presso il Goldbach) per lasciarvi la sua immensa collezione di opere d’arte (Lulu, in quanto architetto, è la direttrice dei lavori), e un nuovo personaggio, il quattordicenne Matko, figlio di un’immigrata slava che nel 1983 lavorava come domestica proprio da Ernst e che ora è tornata a vivere in Bosnia, in mezzo alla guerra. Ernst si affeziona al ragazzo, che gira in motorino per l’Hunsrück ma condivide la sua passione per il volo: gli mostra persino il suo segretissimo sancta sanctorum e intanto incarica un investigatore privato, il signor Meise, di scoprire se possa trattarsi di suo figlio. Ma i lavori per la costruzione del museo vengono osteggiati dall’opinione pubblica, nonostante al comune non venga chiesto nemmeno un centesimo (la costruzione verrà finanziata dalla Comunità Europea). La concessione edilizia viene rifiutata, con grande delusione di Ernst che vede svanire il sogno di lasciare qualcosa di tangibile al proprio paese: decide così di suicidarsi in maniera spettacolare, schiantandosi con il suo aereo contro una parete rocciosa ai bordi del Reno, davanti agli occhi atterriti di Hermann. La ricca eredità di Ernst spetterebbe di diritto ai parenti più prossimi, ossia Hermann, Lulu e i cinque figli di Anton. Tutti sarebbero intenzionati a portare a termine il progetto del museo (anche perché, dopo la sua morte, la popolazione di Schabbach ha cambiato opinione e il comune ha dato nuovamente il via libera), tranne Hartmut: com’era prevedibile, la sua incoscienza, il suo scarso senso degli affari e l’alleanza con il signor Böckle hanno portato la gloriosa Simon Optik al fallimento. Con un disperato bisogno di denaro (l'eredità che Anton ha lasciato a suo figlio Mathias è "congelata" fino a quando il ragazzino non compierà i diciott’anni), Hartmut chiede ai fratelli (con i quali i rapporti ormai sono tesissimi) di vendere la collezione di quadri, ottenendo però un netto rifiuto. Sarà costretto a mettere all’asta ogni sua proprietà, comprese le tanto amate auto d’epoca, e rimarrà senza niente: Mara, la sua ex moglie, lo riaccoglierà però con sé e insieme lasceranno il paese. Nel frattempo l’intrigante Meise si è ormai convinto che Matko sia il vero e unico erede di Ernst: fa tornare sua madre dalla Bosnia, contatta Hermann e sparge la voce in paese. Il giovane, che non aveva mai sognato la ricchezza, diventa il centro dell’attenzione di tutti: i parenti di Ernst vogliono sottoporlo a una prova del dna, i compagni di classe lo emarginano, chiunque sia interessato all'eredità cerca di trascinarlo dalla propria parte. Matko non regge alla pressione, e alla fine sceglie a sua volta il suicidio: subito dopo, si scoprirà che non era affatto il figlio di Ernst.

6 – Congedo da Schabbach (1999-2000)
A Monaco, l'11 agosto 1999, il giorno della grande eclissi solare, ritroviamo Gunnar che deve recarsi in prigione a scontare una condanna a sei mesi per aver causato un incidente stradale. Ma prima si reca a visitare la sua ex famiglia: se Petra – che ormai convive con Reinhold – lo accoglie freddamente, le due figlie adolescenti sono invece incuriosite dall'incontro con il padre che non vedono da molti anni e soprattutto la maggiore lo prende in simpatia (e gli cucina un "Kaiserschmarrn"!). Lo stesso giorno, nella città bavarese, è in programma un concerto di Hermann e Clarissa: la donna, che sembra essersi ristabilita dopo la chemioterapia, canta i testi della poetessa Günderrode che lui ha messo in musica. L'evento è però funestato da una brutta notizia proveniente da Schabbach: Rudi, il locandiere del villaggio, è morto. Mentre Clarissa si trattiene a Monaco in compagnia della madre, che è fuggita dalla casa di riposo in cui si trovava, Hermann si reca al paese per i funerali. Prima della cerimonia si addormenta sotto un grande albero e fa una serie di sogni che tingono oniricamente di soprannaturale questo episodio (proprio come l'ultimo episodio del primo "Heimat", al quale viene fatto riferimento con la scena della bara di Maria lasciata in mezzo alla strada). Più tardi, al cimitero, mentre Hermann si sofferma a guardare le numerose lapidi della famiglia Simon (ripassando così in rassegna nomi come quelli di Katharina, Mathias, Maria, Eduard e Lucie, Horst, Anton ed Ernst), la terra trema e gigantesche voragini si spalancano sotto alcune delle case di Schabbach: la volta che sovrasta le grotte e le cave sotterranee di ardesia ha ceduto: che sia colpa dei lavori che Lulu sta dirigendo per realizzare finalmente il museo di Ernst? Le betoniere vengono dirottate nel tentativo di riempire le buche di cemento, ma la colata finisce con l'intrappolare la cassaforte che conteneva i quadri della collezione, rendendola di fatto irraggiungibile. Mentre Lulu medita se consolarsi accettando l'offerta di matrimonio che le fa il perito d'arte Henri Delveau, Gunnar, ancora in galera, è convinto di poter uscire prima della fine dell'anno, e organizza con gran dispiego di denaro una festa di capodanno presso la casa di Hermann e Clarissa per festeggiare il nuovo millennio e riunire finalmente tutti i vecchi amici dell'Ovest e dell'Est. Tillmann si occupa delle infrastrutture, ma quando il grande giorno arriva Gunnar non è ancora stato rilasciato. Alla festa rivediamo molti personaggi: alcuni hanno nuove famiglie (Galina, sposatasi con un tedesco; Arnold, il figlio di Clarissa, giunto dagli Stati Uniti con la moglie e due figli gemelli), altri sono tornati con quella vecchia (Hartmut, riconciliatosi con Mara e riciclatosi come produttore di vini); alcuni fanno inaspettati "coming out" (Dieter, fratello di Hartmut), altri meditano nuove svolte (Udo, che vorrebbe divorziare per mettersi con una ragazza più giovane). "La vita è un carosello", afferma Galina. Mentre Hermann e Clarissa si promettono fedeltà eterna (e lui le chiede soltanto di restare in salute), Lulu – che ha rifiutato la proposta di Delveau – è travolta dall'incertezza per il futuro. Il nuovo millennio, anziché consolidare felicità e speranze, sembra aprire la porta di un'epoca senza sicurezza. Cosa accadrà in futuro? Solo il tempo lo dirà.

E con queste sensazioni ambivalenti si conclude "Heimat 3". È difficile per ora dire se Reitz realizzerà mai un quarto capitolo della saga. Nel frattempo cercheremo di recuperare "Heimat fragmente", un film di due ore con protagonista Lulu e nel quale il regista ha inserito alcuni spezzoni non usati nelle prime due serie.

19 maggio 2008

Heimat 2 (Edgar Reitz, 1992)

Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza (Die zweite Heimat - Chronik einer Jugend)
di Edgar Reitz – Germania 1992
film in tredici episodi
****

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Henry Arnold (Hermann Simon), Salome Kammer (Clarissa Lichtblau), Anke Sevenich (Schnüsschen), Noemi Steuer (Helga), Daniel Smith (Juan), Gisela Müller (Evelyne), Michael Seyfried (Ansgar), Armin Fuchs (Volker), Martin Maria Blau (Jean-Marie), Michael Schönborn (Alex), Lena Lesing (Olga), Peter Weiss (Rob), Frank Röth (Stefan), Laszlo I. Kish (Reinhard), Franziska Traub (Renate), Hannelore Hoger (Frau Cerphal), Holger Fuchs (Bernd), Edith Behleit (la madre di Clarissa), Manfred Andrae (Gerold Gattinger), Michael Stephan (Clemens), Hanna Köhler (Frau Moretti), Franziska Stömmer (Frau Ries), Susanne Lothar (Esther), Anna Thalbach (Trixi), Carolin Fink (Kathrin), Alexander May (console Handschuh).

"Il titolo non indica la prosecuzione di Heimat, bensì quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci, e che chiamiamo la seconda patria... Siamo nati due volte, una volta dalle nostre madri e una volta per nostra libera scelta... Il lavoro, le amicizie e la famiglia che ci formiamo sono le caratteristiche di questa patria d'elezione. Essa si fonda sulla nostra decisione. Ma l'amore, l'amicizia, il lavoro sono valori che si disgregano facilmente. Nella seconda patria si vive su un suolo incerto. La nostra tensione verso la libertà è irrinunciabile, ma pericolosa per ogni legame. La seconda patria è sempre una cosa provvisoria".
(Edgar Reitz)

Se il primo "Heimat" aveva l'impronta della saga storico-familiare, questa seconda e altrettanto eccezionale opera (26 ore divise in 13 episodi, la cui durata stavolta è più regolare e omogenea: circa due ore l'uno) non si concentra più sulle vicende di un intero popolo quanto su quelle di una singola generazione, quella composta da coloro che avevano vent'anni durante i turbolenti anni '60. "Cronaca di una giovinezza", recita infatti il sottotitolo: è la gioventù di Hermann Simon, che a 19 anni lascia il suo villaggio natale per trasferirsi a Monaco a studiare musica (proprio come Reitz aveva fatto per andare a studiare cinema: il film è decisamente autobiografico). Il titolo originale, "la seconda patria", si riferisce alla scelta di abbandonare le proprie radici per cercare di formarsi una nuova vita, la "propria" vita, lontano da casa (per nessuno dei numerosi personaggi questo concetto è estremo quanto per Juan, fuggito addirittura dal Cile). La città bavarese, il luogo eletto per questa (ri)fondazione da parte di un gruppo di giovani artisti e intellettuali, fa così da sfondo a un film-fiume avvincente e trascinante, un romanzo di formazione (Bildungsroman) che alterna ancora una volta scene a colori e in bianco/nero, fra ideali e contraddizioni, evoluzioni e drammi. Ogni episodio è dedicato a un diverso personaggio che ne è il filo conduttore e quasi sempre lo introduce con la sua voce narrante (insieme, di volta in volta, a quella di Hermann). Sono assenti invece i riassunti degli episodi precedenti. Tredici film (dedicati a dodici personaggi) possono sembrare tanti, eppure ci sono anche figure che attraversano tutta la saga con notevole risalto senza avere un episodio loro dedicato (Renate, Olga, Volker, Jean-Marie).
Ondeggiando continuamente fra pubblico e privato, fra vicende personali e cambiamenti sociali e storici, il film è sostenuto da una regia attenta e multiforme e soprattutto da un'elevatissima intensità emozionale. Non c'è mai la sensazione di un assestamento, i personaggi sembrano continuamente in mezzo a un guado di trasformazioni ed evoluzioni dinamiche che potrebbero portarli ovunque. Se il valore del primo "Heimat" stava nell'insieme, ovvero nel quadro generale che risultava dalla somma delle sue parti, il secondo eccelle di più nei singoli episodi, molti dei quali sono a tutti gli effetti film autosufficienti e compiuti in sé stessi. "Heimat 2" è anche un'opera molto più "politica" della precedente: lì gli eventi storici venivano subiti passivamente, qui invece si ha spesso la sensazione che i personaggi facciano del proprio meglio per plasmarli o almeno per comprenderli e farne parte in modo più tangibile e consapevole.
Gli attori sono bravissimi, a partire dal protagonista Henry Arnold (che negli extra presenti nel cofanetto di DVD dimostra di padroneggiare un ottimo italiano): volti poco noti ma quasi tutti perfetti nel dare vita a una serie di personaggi che, con il passare del tempo, sembra davvero di conoscere da una vita. La differenza con prodotti quali telefilm, soap opera e telenovelas, naturalmente, sta nel fatto che questi personaggi evolvono, crescono e cambiano con il tempo, senza rimanere immutabili per scelta di marketing come nel caso di molte serie viste sul piccolo schermo.
Qualche parola va spesa anche sulla colonna sonora, molto più importante rispetto al primo "Heimat", visto che gran parte dei protagonisti sono appunto musicisti. Il compositore Nikos Mamangakis ha realizzato una serie di brani originali (per piano, violoncello, flauti, percussioni, orchestra o voci soliste) che brillano per varietà, stile e sperimentazione, ricostruendo perfettamente l'ambiente d'avanguardia di quegli anni. Spesso i brani – che sono stati raccolti in un cofanetto di quattro imperdibili CD (uno per "Heimat", tre per "Heimat 2") – sono stati eseguiti direttamente dagli attori, che Reitz ha scelto anche in base alle loro capacità musicali.
In Germania, a differenza che in Italia, "Heimat 2" ha riscosso meno successo della prima parte, che aveva raccolto attorno a sé un popolo che sentiva l'esigenza di recuperare la propria memoria storica e collettiva: secondo il regista, l'ottimo riscontro ottenuto dall'opera nel nostro paese si deve forse alla maggior affinità degli abitanti mediterranei verso il tema dei giovani artisti e quello del distacco volontario dalle proprie radici familiari.

1 – L'epoca delle prime canzoni (Hermann, 1960)
Il primo capitolo di questa nuova saga si apre e si chiude con una lettera di Klärchen a Hermann e si ricollega direttamente al nono episodio del primo "Heimat", di cui riprende addirittura alcune sequenze (anche se l'attore che interpreta il protagonista è cambiato). Deluso dalla madre Maria e dal fratello Anton, che hanno distrutto il suo primo amore, il giovane Hermann fa a sé stesso tre promesse che cambieranno la sua vita. Primo: non amare più nessuna donna; secondo: andare via da Schabbach per sempre; terzo: dedicare tutto sé stesso all'arte ("La musica sarà la mia seconda patria"). E difatti, non appena si diplomerà nel 1960, lascerà il villaggio per recarsi a Monaco di Baviera a studiare al conservatorio, con l'obiettivo di diventare un compositore. I primi passi nella grande città non sono privi di ostacoli, ma Hermann sembra baciato dalla fortuna: riesce subito a trovare un alloggio (anche se si libererà solo il mese dopo) nella casa di Frau Moretti, corpulenta immigrata ungherese appassionata di canto, e nel frattempo viene ospitato prima dalla timida Renate, studentessa di legge conosciuta per caso, e poi dal compaesano Clemens, batterista jazz, in un appartamento presso una rivendita di carbone; si fa rapidamente alcuni nuovi amici (fra i quali spicca Juan, musicista cileno, giocoliere e poliglotta, che conosce undici lingue, "dieci più la musica"); e soprattutto supera il difficile test di ammissione alla scuola. La città è scossa dalla febbre del nuovo: i giovani studenti di musica, di arte e di cinema si lanciano nelle sperimentazioni e sognano di cambiare il mondo. Hermann conosce Clarissa, affascinante violoncellista della quale si innamora a prima vista, ma anche altri musicisti avanguardisti più anziani di lui (Jean-Marie, direttore d'orchestra, e Volker, compositore) e persino un gruppo di cineasti (Stefan, Reinhard, Rob) che si professano amanti della Nouvelle Vague ("bisogna girare nelle strade, fuori dagli studi e dentro la vita"!). Vergognandosi del suo accento dell'Hunsrück, che lo lega ancora alla "prima patria", cerca di perderlo rapidamente frequentando un corso di dizione.

2 – Due occhi da straniero (Juan, 1960/61)
Mentre Hermann è vittima di una serie di inaspettate vicissitudini (l'appartamento che avrebbe dovuto ospitarlo non si libera più, e così è costretto a rimanere da Clemens; gli viene rubata la valigia contenente tutte le sue composizioni; è preda di una violenta febbre che lo lascia debilitato per parecchi giorni), l'episodio segue le vicende di Juan, che nonostante le sue fin troppe capacità ha fallito l'esame di ammissione al conservatorio ed è indeciso se rimanere a Monaco o ripartire. Innamorato a sua volta di Clarissa, Juan accompagna la ragazza in una breve visita nella sua città natale: anche lei però è in cerca di una "zweite Heimat" e manifesta con tutta la forza il desiderio di staccarsi da quella terra. Per racimolare qualche soldo, Juan, Hermann e altri compagni si esibiscono come musicisti in una villa dell'alta borghesia, mentre il loro gruppo di giovani artisti comincia ad attirare l'interesse di alcuni intellettuali della città: in particolare vengono ospitati dalla signora Cerphal, ricca ereditiera che "colleziona artisti come se fossero francobolli". Hermann riceve anche la visita inaspettata del suo professore del liceo di Simmern, giunto a Monaco con una delle sue studentesse, la giovane Marianne, con cui ha una relazione clandestina: il loro rapporto fa tornare alla mente di Hermann la sua storia con Klara. Nonostante la promessa di non innamorarsi mai più (che non gli impedisce di passare una notte con Renate), il ragazzo non può negare la forte attrazione che prova per Clarissa: ricambiata, perché i due sanno di essere molto simili l'uno all'altra. Di sfuggita incontriamo alcuni nuovi personaggi: l'attrice Olga, amica del regista Stefan, l'intellettuale Alex e lo studente di medicina Ansgar, con il quale Hermann lavora per un breve periodo alla ARRI (storica fabbrica di obiettivi e di macchine da presa). Nel finale, ricoperto dalla prima neve dell'inverno, Edel muore assiderato. Era il filosofo ubriacone incontrato da Hermann in treno nel primo episodio: già pensavamo che ci avrebbe accompagnato per tutta la saga, come una sorta di novello Glasisch.

3 – Gelosia e orgoglio (Evelyne, 1961)
È il bellissimo episodio con cui anche questo secondo "Heimat" mi ha definitivamente conquistato. Introduce un nuovo personaggio, Evelyne, nipote di quella signora Cerphal che ospita frequentemente nella sua villa, la Fuchsbau (la "tana della volpe"), i giovani artisti di Monaco (compresi Hermann, Clarissa e Juan). Anche Evelyne, dopo la morte del padre e la scoperta di non essere figlia della donna che fino ad allora aveva considerato sua madre, decide di abbandonare il proprio luogo di origine (il paesino di Neuburg sul Danubio) per trasferirsi a Schwabing, il quartiere universitario di Monaco. Ospite della zia, progetta di studiare musica e di cercare notizie sulla sua vera madre, morta durante la guerra. Nella villa entra in contatto con il gruppo di artisti, affascina tutti (soprattutto Hermann) con il proprio canto e la voce bassa e calda, e si innamora – ricambiata – del cinico Ansgar. Quasi tutta la prima parte dell'episodio si svolge in una sola nottata (e non a caso nei dialoghi si accenna a "La notte" di Antonioni, appena uscito al cinema): nella villa viene proiettato un documentario sperimentale di Stefan, Rob e Reinhard e abbiamo l'occasione per conoscere meglio altri componenti del gruppo di artisti: fra questi c'è Helga, poetessa che improvvisa composizioni sul suono delle parole. Interessante è anche il personaggio di Gerold Gattinger, amministratore della villa, che i ragazzi sospettano di un passato da nazista (e l'ombra del nazismo si stende anche sulla ricchezza dei Cerphal: la casa apparteneva originariamente a un ebreo, Goldbaum, amico di famiglia). Anche Renate, che confessa di avere velleità artistiche da cantante o da attrice, comincia a frequentare il gruppo. Hermann ha una lite con Juan, geloso del suo rapporto con Clarissa, la quale a sua volta abbandona la festa in un moto d'orgoglio dopo aver assistito a un bacio fra Hermann e Helga. L'amore fra Clarissa e Hermann (che compone per lei un concerto per violoncello) è ormai evidente: se lo dichiarano reciprocamente in due lettere scritte in fretta e furia, che forse non verranno mai lette dai rispettivi destinatari. Il giorno seguente Evelyne e Ansgar ripercorrono il tragitto compiuto dai genitori della ragazza nel giorno in cui lei era stata concepita. Nel frattempo viene innalzato il muro di Berlino. L'episodio si chiude con i giovani cineasti che attaccano ovunque adesivi con il loro slogan rivoluzionario: "Papas Kino is tot", "il cinema dei padri è morto" (il motto del manifesto di Oberhausen, di cui faceva parte lo stesso Reitz).

4 – La morte di Ansgar (Ansgar, 1961/62)
Se la relazione romantica fra Ansgar ed Evelyne sembra essere diventata un punto di riferimento per tutti loro amici ("Il loro amore aveva il sapore dell'eternità"), quella fra Hermann e Clarissa continua a essere incompiuta e tormentata. La ragazza, che si assenta da Monaco per quasi due mesi, viene celebrata come una nuova stella del firmamento musicale quando vince un concorso di violoncello e suona addirittura alla radio il concerto composto per lei da Hermann, il cui nome non viene invece nemmeno menzionato dai critici musicali. Il ragazzo soffre a rimanere nell'ombra, nonostante abbia ricevuto la lettera che Clarissa gli aveva spedito nell'episodio precedente. Clarissa suona ora con un antico strumento italiano donatole dal Dottor K., un misterioso personaggio di mezza età invaghito di lei (scopriremo più avanti che si tratta del dottor Kirchmeier, amico di famiglia). Nel frattempo alla "tana della volpe" la vita continua: Reinhard gioca con un fucile dichiarando il proprio amore per il cinema western, Olga non riesce a rassegnarsi all'idea di essere stata lasciata da Ansgar e si affida pericolosamente alle droghe, Helga presenta al gruppo la sua amica d'infanzia Dorli. Hermann, che mette in scena una composizione goliardica e virtuosistica per Frau Moretti, deve abbandonare l'appartamento che divideva con Clemens perché Josef il carbonaio ha cessato la sua attività e viene infine accolto a dimorare direttamente in casa Cerphal. Ansgar, dopo aver cacciato a male parole i genitori bacchettoni e possessivi che erano venuti a trovarlo (e che continuavano a lodare i suoi tentativi giovanili di diventare un artista), muore infine – come rivelato dal titolo spoileroso – in un banale incidente: il suo piede rimane agganciato a un tram nel quale prestava servizio come controllore. La morte aveva sempre aleggiato su di lui, nei suoi discorsi cinici e nell'immagine dello scheletro che faceva mostra di sé in casa sua (ricordiamoci che studiava medicina!). È Evelyne a portare la tragica notizia agli amici, interrompendo una festa di carnevale. "Adesso abbiamo i nostri primi morti a Monaco", commentano Hermann e Juan al cimitero. La seconda patria comincia ad avere solide e tristi fondamenta.

5 – Il gioco con la libertà (Helga, 1962)
Questo episodio molto bello e pieno di tensione si incentra quasi esclusivamente su Hermann e Helga (gli altri personaggi compaiono brevemente soltanto nel finale), il cui rapporto sembra farsi sempre più stretto. Mentre Hermann dà lezioni private di pianoforte al piccolo Tommy, figlio di un'eccentrica e facoltosa coppia che lo invita a trascorrere con loro le imminenti vacanze al mare (siamo infatti all'inizio dell'estate), lui e Helga rimangono coinvolti nei disordini della Leopoldstrasse a Schwabing, con la polizia che si scaglia contro gli studenti e i suonatori ambulanti. Di fronte ai tumulti, i ragazzi acquisiscono di colpo consapevolezza dell'intolleranza che serpeggia fra la borghesia nei confronti della gioventù e delle novità, e Reitz ne approfitta per mettere in scena una forte perturbazione atmosferica che riflette i moti dell'animo dei personaggi. Presa da un'inspiegabile nostalgia, Helga fa ritorno al suo paese d'origine, Dulmen, dove facciamo la conoscenza dei suoi genitori (e per l'ennesima volta capiamo perché i personaggi di "Heimat 2" scelgano di abbandonare i luoghi natali: l'insofferenza di Helga per i valori borghesi, ottusi e reazionari del padre è manifesta). Più tardi a Dulmen ci capita anche Hermann, in fuga da Monaco dopo uno scontro con la polizia nel quale ci ha rimesso la chitarra e diretto verso il mare, deciso ad accettare l'offerta dei genitori di Tommy. Il ragazzo, che continua a riscuotere un notevole successo con le donne, viene ospitato da Helga e dalle sue amiche Dorli e Marianne, con le quali si dedica a un festino notturno a base di dolci, musica e baci. Ma nonostante sia Helga a dichiarargli il proprio amore, Hermann preferisce passare la notte con Marianne, sposata e con due figlie, che con i suoi undici anni in più non può non ricordargli Klara. Il ritorno alla Fuchsbau, a fine episodio, è come l'uscita da un sogno, al termine del quale riappare Clarissa con i polsi fasciati per il troppo esercizio con il violoncello.

6 – Noi figli di Kennedy (Alex, 1963)
Un altro magnifico episodio, che si apre con uno struggente lieder e si svolge completamente nell'arco di una sola giornata, il 23 novembre 1963, data dell'assassinio di J.F. Kennedy (a confermare una volta di più come l'intreccio fra le vicende private e quelle pubbliche permei tutta la saga di Reitz). Se a Dallas splende il sole, a Monaco piove e le cornacchie volano basse nel cielo plumbeo. Il filo conduttore del capitolo è un personaggio di cui finora sapevamo ben poco: Alex, filosofo squattrinato ed eterno studente, pur essendo il più anziano del gruppo. Solitamente dorme fino a mezzogiorno perché è convinto che i peggiori crimini dell'umanità vengano commessi di mattina, ma stavolta si sveglia presto, deciso a "mettere alla prova" i suoi amici cercando – inutilmente – di ottenere un prestito da ciascuno di loro. Alla fine sarà il destino a fargli trovare 150 marchi abbandonati da uno sconosciuto in una cabina telefonica. Il momento è delicato: il gruppo sta mostrando alcune crepe (forse cominciate dopo la morte di Ansgar: a proposito, che fine ha fatto Evelyne, che non si vede più da allora?), un albero morto si abbatte sulla veranda della Fuchsbau e le sue fronde penetrano nella stanza di Hermann. La signora Cerphal medita addirittura di vendere la villa. Hermann affigge per le strade i manifesti del suo prossimo concerto, dal quale ha dovuto eliminare la parte per violoncello perché Clarissa si è tirata indietro. La ragazza ha i suoi problemi: è incinta, chiede del denaro a Hermann per abortire (senza rivelargli il motivo) e poi mette Volker e Jean-Marie di fronte ai fatti: il figlio è di uno di loro, ma lei non ama nessuno dei due. L'aborto clandestino (in Germania l'interruzione di gravidanza era ancora vietata) avverrà in uno squallido studio di un medico fuori città. Nel frattempo a Monaco è giunta Waltraud, detta Schnüsschen, compaesana dell'Hunsrück ed ex compagna di liceo di Hermann (era la ragazza che gli aveva insegnato a baciare a 15 anni, nell'ottavo episodio del primo "Heimat"!). Ora fa la guida turistica e porta a spasso un torpedone di americani. Alex, nel suo girovagare, giunge sul set dove il trio dei giovani cineasti sta girando il remake di una scena de "La notte" di Antonioni. Stefan (regista) e Reinhard (sceneggiatore) litigano furiosamente su alcune scelte artistiche (faranno più tardi la pace davanti a una pentola di gulasch). Olga, raffreddata, si autoscatta delle foto in costume da bagno da inviare a Roma per un provino, poi discute con Helga (che continua a struggersi d'amore per Hermann) di genio e mediocrità, aiutandola a chiarirsi le idee nella maniera più crudele. Juan cucina empanadas per Hermann e Schnüsschen, poi vanno tutti e tre al cinema a vedere il monumentale "Cleopatra" di Joseph L. Mankiewicz. Ma lo spettacolo viene interrotto dal direttore della sala per annunciare la notizia della morte di Kennedy (proprio come all'inizio di "Evita": mi sono chiesto se oggi potrebbe ancora accadere una cosa del genere, e mi sono risposto di no). Alex e Stefan si recano da Helga per informarla dell'attentato, scoprono che ha tentato il suicidio ingerendo dei barbiturici e riescono a salvarla. Renate canta l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro" e fa amicizia con Bernd, l'organizzatore delle riprese sul set del film di Stefan. Alla fine tutti (tranne Clarissa) si ritroveranno storditi e affranti alla Fuchsbau a riflettere sugli avvenimenti della giornata.

7 – I lupi di Natale (Clarissa, 1963)
Ancora un capitolo molto intenso, che finalmente riporta Clarissa al centro dell'attenzione. Sono trascorsi soltanto pochi giorni dalla conclusione dell'episodio precedente e la ragazza, che deve continuare a fare i conti con la tipica tendinite dei violoncellisti, si ammala e viene ricoverata all'ospedale per una setticemia: si tratta di una conseguenza del suo aborto clandestino, che così viene alla luce, suscitando la riprovazione della madre che accusa lei di essere un'assassina e Volker, giunto a trovarla in ospedale, di avere le responsabilità dell'accaduto. Nel frattempo Hermann dirige finalmente il suo concerto, nel quale Evelyne canta e il violoncello di Clarissa è in scena muto e ricoperto da un telo. Le dinamiche del gruppo continuano ad agitarsi e a dare vita a nuove coppie: Renate e Juan (ma tutto lascia intendere che non funzionerà: Juan, che annuncia ancora di voler tornare in Cile, è troppo franco e irritante per la ragazza), Helga e Stefan (che trascorrono la notte di Natale in una baita fra le montagne, ma anche in questo caso il legame non promette bene: lei – sempre più interessata alla politica – è troppo polemica e "complicata" per lui) e soprattutto Hermann e Schnüsschen: al ragazzo sembra di trovare in lei (che rappresenta ormai il suo unico legame con l'Hunsrück) quel calore e quella semplicità che non vede nelle artiste sofisticate e metropolitane come Clarissa e Helga. Dopo il concerto, nessuno va alla Fuchsbau per festeggiare, e Hermann ci rimane male ("Non si fa musica solo per sé stessi"). A Natale, Clarissa – che sta leggendo "L'uomo senza qualità" di Musil – si taglia i capelli e fugge dall'ospedale. Dopo aver cercato inutilmente Jean-Marie e Volker (sono entrambi a Strasburgo, il secondo ospite nella villa del primo), si reca da Hermann e lo trova solo e infreddolito perché ha finito il carbone per la stufa. Hermann si ferisce la mano sfasciando la staccionata della villa per procurarsi legna da ardere e annuncia a Clarissa che sta meditando di sposarsi con Schnüsschen. I due giovani ammettono di amarsi ma anche di non poter fare a meno di fuggire l'uno dall'altro, e infine si coricano affiancati, come due lupi che dormono insieme senza sbranarsi.

8 – Il matrimonio (Schnüsschen, 1964)
Se la problematica Clarissa (nella cui mente la musica e il trauma dell'aborto si fondono dando vita a sogni surreali e angoscianti) è ormai fonte per lui di incubi e inquietudini, la compagnia di Schnüsschen rappresenta invece per Hermann – che non torna a casa da quattro anni e afferma di non sentirne la mancanza – un mezzo per placare quella nostalgia inconfessata verso la prima patria e verso un mondo semplice e sereno che a Monaco, nonostante le soddisfazioni intellettuali, sembra mancare. Dopo aver trascorso il capodanno del 1964 nel caldo ambiente familiare, a maggio Schnüsschen convince Hermann a passare una serata con lei come babysitter per i bambini di una coppia di ricchi amici, Rolf ed Elisabeth (una fotografa dilettante), fra dischi dei Beatles e arredi giapponesi. Vista la sintonia che sembra unirli e sperimentati i piaceri della vita familiare, i due decidono di cercare un appartamento in affitto per vivere insieme: pur di ottenerlo dichiarano di essere in procinto di sposarsi, ma ben presto da semplice scherzo l'idea assume contorni concreti. Il 22 luglio Hermann e Schnüsschen si uniscono in matrimonio, con una cerimonia civile! Lo stesso giorno, Clarissa si trova a Parigi per un provino che, superato, il mese successivo la condurrà a suonare in America. Ma nel frattempo la ragazza rientra velocemente a Monaco per presentarsi alla Fuchsbau alla cena di nozze dell'amico, proprio quando ormai nessuno pensava di rivederla (il suo posto a tavola era stato naturalmente predisposto in mezzo a Jean-Marie e Volker, "la santa trinità"). Durante la festa c'è un breve ritorno alle atmosfere dell'Hunsrück (se Hermann non va a Schabbach, è Schabbach a venire da lui: dal lontano paese giungono infatti – insieme a una nipotina – la zia Pauline e la prozia Marie-Goot, interpretate dalle stesse attrici del primo "Heimat"!), si rivedono anche Clemens e Bernd, mentre nel gruppo degli amici ci sono nuovi assestamenti: Renate ha ormai adocchiato definitivamente Bernd; Frau Moretti si interessa all'anziano dottor Bretschneider; Evelyne si presenta con un ragazzo africano di colore che aveva incontrato nell'episodio precedente; Juan arriva con una bionda finlandese, Anniki, che però sembra gradire il corteggiamento di Rob lasciando il cileno nella sua inquieta e pensierosa solitudine; Helga si concede letteralmente al primo venuto, Wladimir, trombettista della banda musicale di Clemens, scatenando la gelosia e il rancore di Stefan; Reinhard gioca con Olga; Volker dichiara nuovamente il proprio amore a una Clarissa annoiata e sopraffatta dai rimpianti; Jean-Marie flirta con una cameriera. Dopo che gli sposi e i parenti hanno lasciato la villa per raggiungere il nuovo appartamento, le tensioni esplodono: Elisabeth e Rolf hanno un violento e inaspettato litigio; Juan tenta addirittura il suicidio con il fucile di Reinhard, che lo salva appena in tempo; Stefan, dopo una scenata con Olga e Wladimir, si azzuffa pure con Reinhard; e la signora Cerphal, stanca e delusa da tutti, minaccia di non voler più accoglierli in casa sua. È la fine di un'epoca?

9 – L'eterna figlia (La signorina Cerphal, 1965)
Da un anno Frau Cerphal ha ormai chiuso le porte della Fuchsbau ai suoi artisti, che si sono dispersi e hanno preso tutti strade diverse. La donna, delusa dalla gioventù, rimpiange di non essere nata nel Settecento ("A quei tempi contava soltanto il genio, a quindici anni come a cinquanta"). Solo Juan ha mantenuto il diritto di restare nella casa, ospite nella stanza che fu di Hermann, e viene impegnato in lavoretti lunghi e inutili come la pavimentazione del vialetto con un disegno di stampo precolombiano, nella speranza di sviare i suoi pensieri da un nuovo tentativo di suicidio. Con il suo silenzio e la sua franchezza (è lui a definire l'immatura Frau Cerphal con il termine che dà il titolo all'episodio), il sudamericano sembra comunque fuori posto ovunque si trovi. Per distrarlo, Alex lo conduce nel locale notturno aperto da Renate e Bernd (a tema marinaro: "Renate's U-Boot"), dove la ragazza – con entusiasmo e tanta faccia tosta – si esibisce come cantante e danzatrice. Qui scopriamo che Helga è in attesa di un figlio, che però non è di Stefan (presente nel locale in compagnia della sua montatrice Dagmar): forse di Wladimir? Frattanto Clarissa torna trionfalmente dall'America, ma il suo amato violoncello viene danneggiato durante il trasporto in aereo. Il dottor K. la accoglie con il consueto (e ambiguo) affetto, mentre la madre le rivela che Volker (da lei definito "depravato" solo due episodi prima) è diventato un pianista di successo e che dunque ora non vedrebbe più di cattivo occhio una loro relazione. In effetti Volker, che si è anche fatto crescere i baffi, è protagonista di un grande concerto nella sala dell'università dove esegue – sotto la direzione di Jean-Marie – il concerto per mano sinistra di Ravel. Anche il padre di Frau Cerphal può usare soltanto la mano sinistra (l'altra è paralizzata) per scrivere le sue ultime volontà dal letto d'ospedale: e ordina alla figlia di terminare gli studi se vuole ricevere l'eredità, ma anche di far sparire dal suo ufficio nella casa editrice di famiglia documenti e foto compromettenti che rivelano il suo coinvolgimento con il nazismo. Come avevamo intuito molti episodi fa, la Fuchsbau era di proprietà del socio ebreo di Cerphal, Goldbaum, che l'aveva intestata all'amico con la promessa di riprenderla dopo la guerra: ma Goldbaum e la figlia Edith – la miglior amica di Frau Cerphal – finirono a Dachau, e la casa non fu mai restituita ai loro eredi. In ogni caso, dopo la morte del padre (che avviene nell'esatto istante in cui la figlia spara – involontariamente? – un colpo di pistola contro la sua poltrona), Frau Cerphal si ritrova a fare i conti anche con il proprio passato, con i vent'anni (dalla fine della guerra a oggi) trascorsi senza far nulla, nella rimozione di ogni sentimento e di ogni esperienza "adulta", e decide di vendere la proprietà, che nel frattempo si era trasformata occasionalmente nel punto di ritrovo di Helga e della sua combriccola di attivisti politici.
È l'episodio in cui Hermann compare di meno, anche se scopriamo grandi novità che lo riguardano: ha terminato gli studi (e usa il diploma come pezzo di carta per ripararsi dalla pioggia), vive insieme alla moglie nel nuovo appartamento (hanno anche un inquilino) e da quattro mesi è padre di una bambina, evidentemente concepita durante quella notte a casa di Elisabeth e Rolf: scopriremo poi che si chiama Lulu, come il personaggio di Wedekind e Berg, ma in questo episodio la madre la chiama Simona. Schnüsschen teme che lei e la bambina possano distogliere Hermann dalla sua arte, senza capire che inconsapevolmente il ragazzo è proprio alla ricerca di una vita normale e "privata". In tutto l'episodio non incrocia mai i vecchi amici, mentre invece Schnüsschen incontra per strada Clarissa e le mostra con orgoglio la bambina. "È la figlia di Hermann?", chiede Clarissa. "Sì... e mia", replica Schnüsschen, più con orgoglio che con malizia.

10 – La fine del futuro (Reinhard, 1966)
Ennesimo bellissimo episodio. Un altro anno è passato, Reinhard e Rob sono appena tornati da un lungo viaggio in Messico e in America del Sud, dove hanno girato un documentario, e scoprono che la "tana della volpe" è stata improvvisamente demolita, nel corso di una sola notte, da alcuni speculatori edilizi. A Reinhard (che soffre anche per la "Vendetta di Montezuma") la cosa non va giù: il passato sembra ridimensionarsi (la villa era così piccola?), il presente è sfuggente e irrappresentabile, il futuro arriva troppo in fretta. Da buon documentarista decide così di fare qualcosa per salvare la memoria, scrivendo una sceneggiatura sulla scomparsa della casa (per la quale Hermann ha composto un bizzarro requiem che offre agli amici una delle rare possibilità di tornare a incontrarsi davanti alle macerie). Volendo rintracciare Frau Cerphal per chiederle un finanziamento, il cineasta si reca a Venezia dove vive nientemeno che Esther Goldbaum, figlia del nazista Gerold Gattinger e dell'ebrea Edith, l'amica di famiglia che era morta a Dachau. Fra Reinhard e la ragazza, che lavora come fotografa d'arte, scocca la scintilla. Mentre apprendiamo che la signora Cerphal ha perso tutto il denaro ricavato dalla vendita della casa in un investimento sbagliato, Reinhard si trattiene a Venezia per diverse settimane fino a quando non ha terminato la sceneggiatura, che ora verte completamente sulla storia di Esther. Le scene che Reitz ambienta nella città italiana sono belle e ricche di fascino, sospese fra atmosfere da noir americano (cui contribuisce la figura massiccia di Reinhard in canottiera che lavora alla macchina da scrivere), decadenti e viscontiane. Nel frattempo Hermann e Schnüsschen non sono gli unici ad aver sperimentato le "gioie" della paternità: anche Helga ha dato alla luce una bambina, e soprattutto lo ha fatto Clarissa, che ha donato un figlio (Arnold) a Volker, benché i due non siano ancora sposati. Naturalmente né Helga né Clarissa sono madri perfette: la seconda, in particolare, sente il proprio bambino come un perfetto estraneo e confessa ancora una volta (alla madre e a sé stessa) di non amare affatto Volker. Juan annuncia per l'ennesima volta la sua intenzione di lasciare la Germania, Renate si esibisce nuda in una vasca nel suo locale (dove risuonano le note di "Yesterday" e Alex prosegue il suo vuoto filosofeggiare), mentre Olga si appresta a recitare il ruolo di protagonista nel film di Reinhard, mandando su tutte le furie la quindicenne Trixi, sorella della montatrice Dagmar, che si illudeva di farlo lei e che aveva una cotta per Reinhard. L'episodio si conclude però con una misteriosa e inaspettata tragedia, in qualche modo preannunciata dall'acqua alta che allagava piazza San Marco al momento della partenza del cineasta per la Germania: prima di poter iniziare le riprese del suo film, Reinhard scompare cadendo da una barca nelle acque dell'Ammersee, e la polizia e i sommozzatori cercano inutilmente le sue tracce.

11 – L'epoca del silenzio (Rob, 1967/68)
Rob non ama le parole, preferisce comunicare con i silenzi, le immagini e lo sguardo: per questo motivo ha scelto di diventare cameraman. All'inizio dell'episodio lo troviamo sulle rive dell'Ammersee, dove risiede la sua famiglia, mentre va a caccia con il padre, un guardiaboschi. Qui incontra Esther, giunta da Venezia per fotografare il lago, ovvero la tomba di Reinhard ("ora è diventato lui stesso una storia"). In seguito vedremo la ragazza recarsi con il padre Gerold a Dachau (in un inutile pellegrinaggio nel luogo dove è morta la madre), poi alla casa editrice di famiglia (dove Frau Cerphal sta facendo scrivere a due studenti la propria tesi di laurea) e infine ad "ammirare" l'orribile condominio costruito al posto della Fuchsbau (Gerold possiede i due piani superiori e promette di lasciarle in eredità tre o quattro appartamenti). Hermann intanto se la passa male dal punto di vista economico e ha ripreso a suonare nei locali con il gruppo di Clemens: non compone da tempo e non vede più gli amici, tranne Helga che ogni tanto gli piomba in casa con la sua cricca di attivisti politici della sinistra alternativa, fra i quali spicca la bella Kathrin. Ma una sua vecchia composizione per un documentario pubblicitario vince un premio al festival di Cannes e gli dona un po' di notorietà. A questo punto si fa vivo un nuovo personaggio, il ricco e bizzarro console Handschuh, ex compositore e proprietario della Isarfilm, che vuole dare una possibilità creativa a giovani in vena di sperimentare. Handschuh si offre di costruire per Hermann uno studio di musica elettronica e gli propone di coinvolgere anche Rob nella progettazione del Varia-Vision, un'installazione audiovisiva che ambisce a diventare il cinema del futuro. Anche Helga vi collabora con alcuni testi, mentre Volker – non più baffuto – ci rimane male per essere stato escluso e critica la deriva stilistica di Hermann. Forse il suo rapporto con Clarissa, che nel frattempo ha sposato, non va così bene: Volker tenta addirittura un goffo approccio a Schnüsschen, che rifiuta, anche se a sua volta si sente sola. La ragazza si confida con Clarissa: non vede quasi mai Hermann, troppo impegnato con il suo lavoro, ma soprattutto si sente infelice e irrealizzata e confessa di avere sogni e aspirazioni artistiche di cui nessuno sembra accorgersi. Mentre Hermann tradisce per una notte Schnüsschen con Erika, la segretaria di produzione del Varia-Vision, Rob va in giro a riprendere immagini in compagnia di Zielke, anziano regista refrattario alle sperimentazioni che durante la guerra aveva girato pellicole di propaganda in Russia filmando le ritirate come fossero avanzate (non sarà mica quello che aveva Anton alle proprie dipendenze nel primo "Heimat"?). Nell'anniversario della morte di Reinhard, quasi tutti – comprese Dagmar e Trixi – si ritrovano sulla riva del lago. Il giorno dell'inaugurazione del Varia-Vision, invece, un corto circuito manda tutto all'aria e Rob rimane abbagliato dallo scoppio di una lampada. Riacquisterà la vista qualche giorno dopo, davanti all'Ammersee, mentre Esther su una barca fotografa "la tomba di Reinhard" in un ultimo tentativo di catturare una realtà sfuggente attraverso le immagini.

12 – L'epoca delle molte parole (Stefan, 1968/69)
Dopo un episodio dedicato alle immagini e ai silenzi, eccone uno dominato dal caos delle parole: sono gli anni della contestazione giovanile, caratterizzati da un'infinità di slogan, opinioni e discorsi politici. Ognuno vuole dire la sua, cresce la confusione, persino Helga inizia a sentirsi a disagio in compagnia dei suoi amici attivisti, forse perché sta meditando scelte ancora più radicali. Stefan è sempre stato un personaggio un po' superficiale, e anche nell'episodio a lui dedicato non viene particolarmente approfondito: forse c'è comunque poco da approfondire, visto che sembra rifiutare il confronto con gli altri per rifugiarsi in un'idea di genio creativo chiuso al mondo e alle emozioni esterne. Il film si apre con il suo viaggio in auto verso Berlino, attraverso la Germania Est, in compagnia di Olga. Lì lo attendono Bernd, Rob e il resto della troupe per iniziare a girare (con un finanziamento pubblico) il film tratto dalla sceneggiatura di Reinhard. Ma Stefan si attarda a fare mille modifiche al copione (forse per "intellettualizzare" le passioni di Reinhard) e nel frattempo la troupe, sobillata da Helga, inizia a discutere sul ruolo del regista come unico autore dell'opera e se non sia meglio un approccio collettivo e "democratico" al processo creativo. È tempo di cambiamenti e di rivoluzioni anche a Monaco, dove Clarissa – che ha rinunciato ormai definitivamente al violoncello – scopre la propria vocazione di cantante grazie a Camilla, un'amica americana hippy e con l'anima da "strega". Hermann invece lavora ormai da mesi nello studio del console Handschuch e ha prodotto musichette per commercial di successo. Per premiarlo, il console gli regala due mesi di tempo per dare liberamente sfogo alla propria arte senza doversi preoccupare di comporre musica su commissione. Ma l'irrequieto Hermann è in crisi creativa, si sente inadeguato: "I Beatles sono mille volte meglio di noi, la musica leggera ci ha sorpassato", si sfoga con l'assistente Gross. Inoltre il suo rapporto con Schnüsschen non va bene: la moglie, nel tentativo di realizzarsi pienamente e uscire da un ruolo che sente stretto, si è iscritta all'università, studia psicologia, collabora con un centro di recupero per tossicodipendenti e spesso porta in casa giovani poco raccomandabili. Il domicilio coniugale, che per Hermann doveva essere un'oasi di tranquillità, diventa caotico e quasi invivibile (a un certo punto ci capita persino Trixi, che ora frequenta un giovane drogato e che si impossessa delle chiavi per svaligiare l'appartamento). Dopo una furiosa lite con Schnüsschen, Hermann fugge impulsivamente a Berlino dove l'aveva invitato Kathrin, l'amica di Helga, e soggiorna con lei per qualche giorno in una comune, sperimentando droghe e sesso libero. Nel frattempo il film di Stefan non procede: e quando alcuni produttori americani gli offrono una forte somma per ritardare l'inizio delle riprese (vorrebbero a propria disposizione l'attore che deve interpretare la parte di Gattinger), il regista ne approfitta per mandare tutto all'aria e tornarsene a Monaco, con gran costernazione di Rob che ritiene così rotta la loro amicizia. Schnüsschen cerca Hermann ovunque, anche al locale di Renate (proprio nella notte in cui Neil Armstrong sbarca sulla Luna), ma quando il ragazzo – stordito dalla sua prima esperienza con gli stupefacenti – torna a casa, non la trova più. Il film si conclude con Hermann che parte con sua figlia Lulu per un viaggio in treno, rifugiandosi fra le montagne e difendendosi così dall'ondata di caos revisionistico ("il nazifascismo dei sentimenti").

13 – L'arte o la vita (Hermann e Clarissa, 1970)
Immerso nei rumorosi festeggiamenti dell’Oktoberfest, e dopo aver provato a sperimentare come un sordo percepirebbe la festa (in una scena che ne ricorda una analoga dell’episodio conclusivo del primo “Heimat”), il trentenne Hermann si sente irrealizzato e impotente e si ritrova improvvisamente a riflettere su quel che ne è stato della propria vita e del proprio talento. Eppure, prima l’anziano Zielke (che gli propone di fare società con lui, acquistando lo studio di musica sperimentale del console e mettendosi in proprio) e poi lo stesso Handschuch (che, essendo senza figli, vorrebbe “adottarlo” e lasciargli in eredità la casa di produzione) si dimostrano interessati alla sua giovinezza e ai suoi ideali. Indeciso sul da farsi, senza più alcun amico cui chiedere consiglio e tormentato da una nostalgia per l’Hunsrück mai sentita prima, il ragazzo – che nel frattempo si è separato da Schnüsschen, andata via con la figlia Lulu – decide impulsivamente di partire in treno sulle tracce di Clarissa, che si trova lontano da Monaco perché impegnata in un tour con l’amica Camilla (stanno mettendo in scena “La passione della strega”, uno spettacolo teatrale di sole donne nel quale lei canta l’agonia di una condannata dall’inquisizione). Lungo il suo viaggio attraverso la Germania, Hermann incrocia molti dei suoi amici degli ultimi dieci anni a Monaco. Veniamo così a conoscenza dei loro destini finali: Juan è diventato un saltimbanco in un circo; Alex, malato e alcolizzato, finisce con l’autodistruggersi; Renate, chiuso il suo locale, continua a esibirsi in giro per il paese con i suoi bizzarri travestimenti e con molto entusiasmo; Jean-Marie e Volker – abbandonato da Clarissa – allestiscono un balletto; Helga è diventata una pericolosa terrorista della banda Baader-Meinhof, ricercata dalla polizia, e si rifugia momentaneamente nell’appartamento di Stefan (che nel frattempo, apprendiamo, ha vinto un premio alla mostra del cinema di Venezia – proprio come Reitz – con il suo film “L’angoscia tedesca”): la mattina dopo, quando Helga se ne è già andata, le forze dell’ordine fanno irruzione nella casa e feriscono Stefan alle gambe; rivediamo brevemente persino la fotografa Elisabeth (separatasi a sua volta dal marito Rolf), che regala a Hermann un doloroso viaggio nella memoria con le fotografie della festa del matrimonio di sei anni prima (una sequenza che ricorda i bellissimi riassunti degli episodi del primo “Heimat”); Kathrin, solare come sempre; e Marianne, felice con le sue due figlie. Il girovagare di Hermann termina ad Amsterdam, dove raggiunge finalmente Clarissa (“ti ho sempre aspettato”), al cui spettacolo sono presenti anche Frau Cerphal e Gerold Gattinger. L’incontro fra i due giovani, che passano la notte insieme in una camera d’albergo, sublima nella passione e nell’amore i dieci anni di attesa (“potremo mai recuperarli?”). È la fine della lunga fuga di Hermann? No di certo, perché quando la ragazza gli chiede di attenderla mentre conclude gli ultimi impegni legati al suo tour, “i ritmi della seconda patria riprendono il sopravvento sulla quiete dei sentimenti” e lui si rende finalmente conto di non essere capace di aspettare, come invece hanno sempre fatto tutte le donne della sua vita a partire dalla madre Maria, il cui settantesimo compleanno è imminente. E dunque non gli resta altro che riprendere il treno e tornare finalmente a Schabbach, al suo luogo natale, alla “Heimat” da dove era partito dieci anni prima e dove lo attendono una vecchissima conoscenza, Glasisch (“Non sei cambiato per nulla, Hermännchen”), e la strada di campagna già vista innumerevoli volte. Lì finalmente potrà “imparare ad aspettare”.