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9 gennaio 2023

Siberia (Abel Ferrara, 2020)

Siberia (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Germania/Messico 2020
con Willem Dafoe, Dounia Sichov
**

Visto in TV (RaiPlay).

Un uomo (Dafoe), isolatosi dal mondo per sfuggire ai fantasmi di morte del proprio passato, gestisce una baita sperduta in mezzo a un paesaggio innevato. Perseguitato da allucinazioni e visioni di vario genere, parte – con la slitta trainata dai suoi cani – per un viaggio che è soprattutto mentale, attraversando una natura impervia e ostile (che rappresenta il suo subconscio) e cercando di fare i conti con la propria vita. Incontrerà il proprio alter ego, rivedrà i genitori defunti, l'ex moglie, il figlio, passando per scenari freddi e cupi e altri insoliti e surreali (compreso un deserto africano e un pascolo primaverile). Un film bizzarro, surreale, onirico, pieno di non sequitur e salti narrativi, come la psiche del protagonista: ha però un suo strano fascino, che ne sostiene la visione fino in fondo, nonostante alcuni passaggi a vuoto nei (pochi) dialoghi (vedi quello con l'ex moglie, pieno di luoghi comuni come "L'unica mia colpa è quella di amarti troppo"). Ferrara, che ha scritto la sceneggiatura insieme al terapista Chris Zois, si sarebbe ispirato al "Libro rosso" di Carl Gustav Jung, ma è difficile capire come. Per il sempre ottimo Dafoe si tratta della sesta collaborazione con il regista italoamericano: nella versione italiana del film ha un accento molto marcato, essendosi doppiato da solo. Le riprese sono state effettuate per lo più in Alto Adige (e infatti i paesaggi di montagna non ricordano affatto la Siberia, che d'altronde è un luogo mentale più che reale).

30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

16 settembre 2014

Pasolini (Abel Ferrara, 2014)

Pasolini (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Francia/Belgio 2014
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Girare un film su una figura sfaccettata e complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, decisamente unica e per certi versi "inafferrabile", senza banalizzarne le idee, la poetica e il personaggio stesso, è un'impresa difficile a dir poco. Altri registi in passato (come Marco Tullio Giordana in "Pasolini, un delitto italiano") hanno preferito evitare le insidie focalizzandosi sul mistero della sua morte, scandagliando dunque la società intorno a lui più che PPP stesso. Ferrara invece vuole portare sullo schermo proprio lo scrittore, tanto nel vissuto quanto nelle sue visioni personali. La scelta, felice, è stata quella di concentrarsi sul suo ultimo giorno di vita (il primo novembre 1975) e di ricostruire sullo schermo, a fianco degli eventi quotidiani, frammenti delle sue ultime opere: il romanzo incompiuto "Petrolio" e il film mai realizzato "Porno-Teo-Kolossal", che sarebbe stato il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia della morte". Seguiamo così Pasolini (interpretato da un convincente Willem Dafoe), reduce da un viaggio a Stoccolma e in attesa del visto di censura per "Salò" (che avrebbe debuttato a breve nelle sale), trascorrere alcune ore con la famiglia e gli amici, dedicarsi al lavoro, concedere l'ultima intervista a Furio Colombo de "La Stampa", girare per Roma, raccontare i suoi futuri progetti, e infine trovare la morte sul Lido di Ostia (Ferrara dà qui credito alla "seconda versione" di Pelosi, secondo cui Pasolini sarebbe stato ucciso da tre teppisti di destra). Anche se non mancano qua e là accenni alla situazione socio-politica dell'epoca, il film non ha l'intenzione di contestualizzare eccessivamente la vita e la morte dello scrittore, quanto piuttosto quella di ritrarlo come un personaggio a tutto tondo, anche contraddittorio, ma altamente sensibile e creativo. Dove la pellicola fallisce è nell'assumere una forma o un aspetto coerente, sempre che questo fosse l'intento, visto che le singole parti prevalgono sull'insieme e sembra mancare un significato complessivo: a fianco di sequenze suggestive, anche perché derivate direttamente dagli scritti di Pasolini – l'intervista con Colombo, le immagini di "Porno-Teo-Kolossal" con le sue allegorie e la graditissima apparizione di Ninetto Davoli che interpreta Eduardo De Filippo (che avrebbe dovuto esserne il protagonista; il ruolo dello stesso Davoli nella finzione è invece affidato a Riccardo Scamarcio), i frammenti di "Petrolio" (Roberto Zibetti è Carlo, Andrea Bosca è Andrea Fago) – ci sono scelte non sempre felici (come l'utilizzo, completamente a sproposito, della cavatina di Rosina dal "Barbiere di Siviglia" nel finale, sulla morte del protagonista e sui titoli di coda: va bene che Maria Callas era grande amica di PPP, ma non si poteva scegliere un altro brano?). Straniante è anche, nella versione in lingua originale, l'utilizzo di più idiomi, con il passaggio dall'italiano all'inglese quando è in scena Dafoe: la versione doppiata, per una volta, sarà auspicabile. Nel cast anche Maria De Medeiros (Laura Betti), Adriana Asti (la madre di PPP), Giada Colagrande e Valerio Mastandrea.

21 settembre 2011

4:44 Last Day on Earth (A. Ferrara, 2011)

4:44 Last Day on Earth
di Abel Ferrara – USA 2011
con Willem Dafoe, Shanyn Leigh
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

“Al Gore aveva ragione”, dice uno speaker in televisione. Lo strato d’ozono si è talmente assottigliato e l'inquinamento ha raggiunto livelli tali che la catastrofe ecologica è ormai inevitabile. Tutti attendono la fine del mondo, prevista con assurda precisione per le 4:44 (ora di New York) della notte seguente. In un appartamento, una coppia trascorre insieme le ultime ore della propria esistenza, fra sesso e tenerezze, angosce e litigi, creazioni artistiche (lei è una pittrice) e chiamate via Skype ai propri cari, rabbia e rassegnazione, mentre sugli schermi impazzano improbabili guru e vengono riproposte interviste al Dalai Lama (e a Joseph Campbell) e vetuste partite di football. Girando in relativa economia di mezzi (gran parte del film si svolge in una stanza e coinvolge solo due persone, mentre gli effetti speciali che illustrano la catastrofe si limitano a qualche luce nel cielo che ricorda un'aurora boreale), con una commistione fra tecnologia e intimismo che in certi momenti ricorda il cinema di Wenders (gli schermi televisivi, la comunicazione, l’apocalisse vista dall’intimità) e di Herzog (l'utilizzo di filmati di repertorio, la multiculturalità), Ferrara sforna un film ambizioso ma non troppo riuscito, più noioso che commovente, più sterile che sofferto, a tratti persino irritante. A parte alcune imbarazzanti scene madri, infastidiscono l’ecologismo d’accatto, il qualunquismo mistico e il mancato approfondimento dei temi scientifici e ambientali, trattati con banalità e fin troppa disinvoltura. La parte migliore è il finale, con gli ultimi minuti di vita del pianeta, spazzato via da una luce che pervade ogni cosa (la dissolvenza conclusiva è in bianco). Willem Dafoe è al suo terzo film con Ferrara, Shanyn Leigh (mostrata senza pudore nella sua nudità, con la macchina da presa a pochi centimentri dalla sua pelle) è l’ex compagna del regista.

2 novembre 2006

Occhi di serpente (A. Ferrara, 1993)

Occhi di serpente (Snake Eyes, aka Dangerous Game)
di Abel Ferrara – USA 1993
con Harvey Keitel, James Russo, Madonna
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Eddie Israel (Keitel), regista alle prese con un attore difficile (James Russo), deve fronteggiare anche le proprie crisi coniugali. Ferrara torna a lavorare con Keitel dopo "Il cattivo tenente", ma il risultato non è all'altezza di quel capolavoro. Girato tutto in interni, implausibile e gridato, è un film che non mi è piaciuto e col quale non sono riuscito a entrare in sintonia. Anche come "cinema nel cinema" funziona poco e non è particolarmente interessante: sul set Eddie, più che al film, sembra interessato solo alla direzione degli attori e non fa mai un commento sulle inquadrature o su qualsivoglia aspetto tecnico della lavorazione. Il personaggio di Madonna, che pure narrativamente dovrebbe essere al centro dell'attenzione (è la causa scatenante delle bizze dell'attore principale e della crisi fra Eddie e sua moglie), soffre di scarsa caratterizzazione. Nel finale, nella vita privata del regista, assistiamo a una scena madre esagitata proprio come quelle del film che sta girando. Brutto il doppiaggio italiano, con voci mai sincronizzate con i labiali. Non ho capito il titolo (gli "occhi di serpente" sono il punteggio più basso che si possa fare tirando i dadi, due, e sono sinonimo di sfortuna: ma dov'è la sfortuna in questo film?). Pare che originariamente la durata fosse elevata (oltre tre ore), prima che Madonna insistesse su una serie di tagli. Da non confondere con "Omicidio in diretta" di Brian De Palma con Nicolas Cage, che in originale si intitola anch'esso "Snake Eyes".