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28 novembre 2022

You and me (Fritz Lang, 1938)

You and me
di Fritz Lang – USA 1938
con George Raft, Sylvia Sidney
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

L'ex rapinatore Joe Dennis (George Raft) sta cercando di rifarsi una vita onesta, lavorando come commesso nei grandi magazzini di proprietà del signor Morris (Harry Carey), filantropo che ama dare una seconda possibilità agli ex galeotti. Qui si innamora della collega Helen (Sylvia Sidney) e finisce per sposarla, ignorando che anche la ragazza ha trascorsi criminali: quando lo scopre, per la delusione accetta la proposta dei suoi ex complici di rapinare proprio il negozio in cui lavora. Sarà Helen a insegnare a lui e agli altri ladri perché "il crimine non paga" (e non con un pistolotto morale, ma con un ragionato calcolo... economico!). Il terzo film americano di Fritz Lang è forse uno dei suoi lavori più incompresi e di minor successo (tanto da non essere mai stato importato nel nostro paese, e per questo motivo manca di un titolo italiano), dai toni insoliti che mescolano tanti generi e tipologie di pellicola: si va dalla commedia romantica a quella a sfondo sociale post-Depressione, dal dramma morale al noir gangsteristico, il tutto condito con un'insolita leggerezza (per alcuni critici si tratta dell'unica commedia mai diretta da Lang). Le sequenze notturne e alcune belle scene (quella in cui gli ex galeotti ricordano e rimpiangono i "bei tempi" in cui erano in cella, o quella della "lezione" che Helen elargisce ai rapinatori) e un buon cast di contorno (con tanti attori "secondari" ma brillanti, come Warren Hymer, Barton MacLane, Robert Cummings) forniscono un interessante substrato per un film che però appare decisamente legato al suo tempo e debitore al cosiddetto Lehrstűck, il "teatro didattico" alla Bertolt Brecht: non a caso le musiche sono accreditate a Kurt Weill, sodale di Brecht, che però abbandonò il progetto prima della conclusione, lasciando solo una canzone (quella introduttiva, che ironizza sul consumismo e recita "Non puoi avere niente per niente, devi pagare") e alcuni spezzoni di colonna sonora. Anche la lavorazione fu travagliata, per via di contrasti fra Lang e la sceneggiatrice Virginia Van Hupp (che lavorò su un soggetto di Norman Krasna), nonché fra i due attori protagonisti. Il risultato fu un sonoro flop di pubblico e di critica ("meritato", disse lo stesso Lang), rivalutato solo in tempi recenti.

10 febbraio 2019

Sono innocente (Fritz Lang, 1937)

Sono innocente (You only live once)
di Fritz Lang – USA 1937
con Henry Fonda, Sylvia Sidney
**1/2

Rivisto in DVD.

L'ex galeotto Eddie Taylor (Henry Fonda) vorrebbe rifarsi una vita onesta insieme a Joan (Sylvia Sidney), segretaria di un celebre avvocato. Ma viene accusato di una sanguinosa rapina in banca, arrestato e condannato alla sedia elettrica. La sua innocenza verrà a galla troppo tardi, proprio mentre l'uomo, in procinto di essere giustiziato, evade uccidendo il prete della prigione. In fuga insieme alla moglie incinta, i due saranno braccati dalla legge... Il secondo film americano di Lang (dopo "Furia") è un proto-noir ispirato alle vicende (allora recenti) di Bonnie & Clyde, che insiste sul tema dell'uomo perseguitato dal destino, dai pregiudizi e dalla legge, quasi costretto a diventare un bandito (e accusato anche di colpe non sue). Forse è meno efficace del film precedente, ma restano comunque notevoli le scene nella prigione, con l'ombra delle barre della cella proiettate verso l'esterno, e alta la tensione durante tutta la sequenza della fuga. Rispetto al girato originale, la produzione tagliò una quindicina di minuti perché giudicati troppo violenti (in particolare nella scena della rapina alla banca). Forse anche per questo motivo, alcuni punti della trama rimangono irrisolti (chi aiuta Eddie ad evadere, e perché?). La versione italiana edulcora ulteriormente i dialoghi (per esempio dice che il prete è stato solo ferito da Eddie durante la fuga, anziché ucciso). Barton MacLane è l'avvocato, Jean Dixon la sorella di Joan, William Gargan il prete. Durante le riprese, Lang si fece la fama di regista "difficile" da trattare, il che compromise in parte il resto della sua carriera hollywoodiana. La Sidney, che aveva recitato anche in "Furia", tornerà nel terzo film americano del regista tedesco, "You and me".

8 agosto 2016

Destino (Fritz Lang, 1921)

Destino (Der müde Tod)
di Fritz Lang – Germania 1921
con Lil Dagover, Bernhard Goetzke
**1/2

Visto in divx.

Un inquietante straniero (Bernhard Goetzke) giunge in un tranquillo paese di campagna, chiedendo di acquistare un terreno vicino al cimitero per poterne fare un giardino dove risiedere in pace. Si tratta nientemento che della Morte, stanca di vagabondare per il mondo, che pur stabilendosi nel villaggio continua a svolgere il proprio lavoro. Quando reclama l'anima di un giovane (Walter Jansen), la ragazza di cui è innamorato (Lil Dagover) si presenta da lui per chiedergli di rilasciarlo. Impietosito, il mietitore le propone un accordo: se la ragazza gli dimostrerà che l'amore è più forte della morte, acconsentirà alla sua richiesta. Nella vena di altri film muti divisi in episodi di diversa ambientazione storica – come "Intolerance" o "Pagine del libro di Satana" – la pellicola prosegue dunque raccontando tre vicende (collocate rispettivamente in Persia, a Venezia e in Cina, in contesti più fiabeschi che storici) in cui una coppia di innamorati è messa a dura prova dalle avversità del destino. Ma in tutti i casi, è sempre la Morte ad averla vinta. Disperata, alla ragazza è offerta un'ultima possibilità: rivedrà il suo uomo se in cambio saprà procurare alla Morte l'anima di un altro essere vivente. Dopo aver inutilmente cercato di convincere un vecchio, un mendicante e un malato a sacrificarsi per la sua felicità, la ragazza sceglierà invece di donare sé stessa, immolandosi per salvare un neonato in un incendio. E la Morte la ricompenserà riunendola con il suo amato nell'aldilà. Primo successo internazionale di Lang, su sceneggiatura della futura moglie Thea von Harbou, questo dramma gotico-fiabesco è modellato su una "Ballata popolare tedesca in sei canti", come recita la didascalia iniziale. Già maturo nell'uso del montaggio, della fotografia e delle scenografie, il film è un ottimo esempio di cinema espressionista che influenzò, fra gli altri, Alfred Hitchcock (per la tecnica cinematografica), Luis Buñuel (per la simbologia) e Douglas Fairbanks (per le sequenze esotiche e i molti effetti speciali). Da ricordare il tempio della Morte colmo di candele che simboleggiano le vite umane. I tre protagonisti principali sono interpretati sempre dagli stessi attori in tutti le epoche, mentre variano quelli secondari (fra cui si riconosce Rudolf Klein-Rogge, il "cattivo" nell'episodio veneziano).

29 febbraio 2012

Metropolis (Fritz Lang, 1927)

Metropolis (id.)
di Fritz Lang – Germania 1927
con Gustav Fröhlich, Brigitte Helm
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria, Paola, Paola, Costanza e Marco.

Siamo nell’anno 2026. L'avveniristica città di Metropolis è divisa in due livelli: in superficie, dove si stagliano imponenti grattacieli, fra giardini idilliaci, strade percorse da veicoli o treni superveloci e cieli solcati da aeromobili, vivono gli eletti, gli intellettuali e la classe dirigente, dediti a svaghi e piaceri di ogni tipo; nel cupo sottosuolo abitano invece gli operai, che con il loro lavoro mantengono in funzione le complesse macchine che forniscono energia alla città e le consentono di prosperare. Il giovane Freder (figlio di Joh Fredersen, il signore di Metropolis) si innamora della bella Maria, gentile "rivoluzionaria" che predica – in segreto, nelle catacombe – l’armonia e una maggior comprensione fra le classi sociali. E per seguire la ragazza si avventura nei livelli inferiori, dove osserva con i propri occhi le tremende condizioni di vita degli operai, costretti a massacranti turni di lavoro davanti a macchinari disumani (memorabile la scena – ispirata a “Cabiria” – in cui Freder, attraverso un’allucinazione, vede una delle macchine trasformarsi in un “moloch” che letteralmente divora le masse indifese). Ma ogni suo tentativo di sensibilizzare il padre su questo tema si rivela inutile: anzi, Fredersen ordina allo scienziato Rotwang – che nel suo laboratorio ha appena costruito un sofisticato robot femminile – di dare all'androide le fattezze di Maria, nell’intento di esercitare ancora di più la propria influenza sui lavoratori e tenerli così a bada. Ma il robot sfugge al controllo del suo creatore e sobilla invece gli operai alla rivolta: questi sabotano le macchine, senza rendersi conto che così facendo condanneranno alla distruzione anche la propria città sotterranea, che viene rapidamente invasa dalle acque. A salvare i figli dei lavoratori, che erano rimasti bloccati nel sottosuolo, saranno Freder e la vera Maria: e proprio il giovane diventerà, come auspicato dalla ragazza, “il cuore che fa da mediatore fra la mente e il braccio”, favorendo il dialogo e la riconciliazione fra i due gruppi (un messaggio di pace e di collaborazione che cerca di superare la teoria della lotta di classe propugnata dal marxismo: ma il finale, fortemente voluto dalla sceneggiatrice Thea von Harbou, non convinceva del tutto Lang, che aveva immaginato invece una fuga di Freder e Maria dalla città e un viaggio verso le stelle).

Uno dei più suggestivi e celebri kolossal della storia del cinema, costato oltre cinque milioni di marchi della Repubblica di Weimar (all’epoca si trattava del film più costoso di tutti i tempi), con decine di migliaia di comparse e una lavorazione durata quasi un anno e mezzo (dal 22 maggio 1925 al 30 ottobre 1926), è uno dei capisaldi dell’espressionismo tedesco e del cinema di fantascienza. Scritto da Lang e dalla moglie Thea von Harbou a partire da un romanzo di quest’ultima, può contare su collaborazioni di prestigio come quella del direttore della fotografia Karl Freund, che costruisce una serie di scene visivamente splendide, e del compositore Gottfried Huppertz, che per la versione originale scrisse un’imponente colonna sonora per orchestra con influenze da Wagner, Strauss e Berlioz. Di grande impatto le scene di massa e di distruzione: gli stupefacenti effetti speciali di Eugen Schüfftan comprendono l’utilizzo di modelli in miniatura della città (all’interno dei quali vengono inseriti gli attori grazie a un gioco di specchi, una tecnica che sarebbe stata chiamata proprio “effetto Schüfftan”) e straordinarie costruzioni tecnico-architettoniche che danno vita a un’ambientazione urbana che avrebbe influenzato gran parte dell’immaginario fantascientifico del ventesimo secolo (si pensi, per fare un esempio, a “Blade Runner”). La città è la vera protagonista del film: non a caso Lang dichiarò di aver concepito per la prima volta il film dopo aver osservato, nel 1924, la skyline notturna di New York dal transatlantico che lo portava negli Stati Uniti per la prima americana de “I Nibelunghi”. Fra le altre fonti di ispirazione, oltre a “Cabiria” (e a “Intolerance” di Griffith, evidente in passaggi dal sapore biblico o “mesopotamico” come quello in cui Maria racconta la vicenda della Torre di Babele), si possono citare romanzi come il “Frankenstein” di Mary Shelley (a questo proposito, il film di James Whale del 1931 potrebbe a sua volta essere stato ispirato da sequenze come quella del laboratorio di Rotwang) e “Il gobbo di Notre Dame” di Victor Hugo (per la cattedrale gotica dove avviene lo scontro finale fra Freder e Rotwang, una sorta di Quasimodo che rapisce Maria/Esmeralda), ma anche Herman Hesse (Freder è quasi un novello Siddharta, che abbandona il lusso della villa paterna quando prende coscienza del dolore e delle difficoltà degli umili e degli oppressi), e suggestioni esotiche di ogni tipo (il locale dove la falsa Maria si esibisce, in coreografie orientaleggianti sotto gli occhi assatanati dei suoi ammiratori, si chiama Yoshiwara, come il "quartiere dei piaceri" di Edo, l'antica Tokyo).

Fra gli elementi più iconici del film c’è il cosiddetto “Maschinenmensch” (“uomo-macchina”), il primo robot – nel senso in cui lo intendiamo oggi – della storia del cinema: denominato “Parodia” o “Futura” nel romanzo originale di Thea Von Harbou, venne visivamente progettato dallo scultore Walter Schulze-Mittendorff. Le sue fattezze, che uniscono influenze art decò a suggestioni tecno-futuristiche, hanno ispirato quelle dell’androide C3PO (D3BO) di “Guerre stellari”, che ne è di fatto una versione maschile. Se alcuni attori avevano già lavorato con Lang (come Rudolf Klein-Rogge, che interpreta il folle Rotwang, e Alfred Abel, che è l’arrogante Joh Fredersen), altri erano relativamente sconosciuti: in particolare la diciannovenne Brigitte Helm, che ben si destreggia nel doppio ruolo della virginale Maria e della sua malvagia sosia meccanica, era alla sua prima esperienza cinematografica (in una bella foto di scena la si vede sul set mentre indossa il “costume” robotico: essendo questo molto scomodo, la giovane attrice a un certo punto chiese al regista di poter essere sostituita da una controfigura, visto che gli spettatori non avrebbero mai saputo che sotto la maschera non c’era lei. “Ma io lo saprei”, rispose Lang). Alla sua uscita, il film suscitò reazioni contrastanti: amato dal pubblico e dai dirigenti del partito nazista (in particolare da Goebbels), fu criticato – fra gli altri – da H.G. Wells, che non ne apprezzava il messaggio anti-tecnologico, convinto com’era che in futuro le macchine avrebbero alleviato, e non inasprito, le fatiche dei lavoratori (le scene che mostrano gli operai impegnati in compiti così estenuanti ed esasperatamente meccanici sembrano anticipare “Tempi moderni”, naturalmente senza le venature comiche di Chaplin). Con il passare degli anni, però, il film ha acquisito gradualmente uno status da cult movie, e soprattutto ha dimostrato di essere invecchiato bene, rivelandosi estremamente profetico in parecchi suoi spunti (il contrasto fra le classi sociali, l’automatizzazione della società, la dipendenza della tecnologia). Quasi subito dopo la prima proiezione, la pellicola venne tagliata e notevolmente accorciata per la successiva distribuzione all’estero (furono eliminate, per esempio, le sequenze che mostrano l’ossessione di Rotwang per Hel, la donna da lui amata e contesa con Fredersen: è proprio nel tentativo di “riportarla in vita” che lo scienziato crea il robot femminile): e a lungo si è pensato che la versione integrale fosse andata perduta per sempre. Nel 1984 Giorgio Moroder ne curò un’edizione "moderna", con una bella colonna sonora da lui composta, con canzoni interpretate – fra gli altri – da Freddie Mercury (“Love kills”), Bonnie Tyler (“Here she comes”) e Pat Benatar (“Here’s my heart”), sottotitoli al posto dei cartelli, una vivace colorazione monocromatica ed effetti visivi, che contribuì a riaccendere l’interesse sul film e ad accrescerne la popolarità. Soltanto di recente, nel 2008, è stata rinvenuta negli archivi di un museo di Buenos Aires una copia quasi completa (che comprende molte scene dimenticate o mancanti da tutte le altre edizioni, come quelle che vedono come protagonisti l’operaio 11811 e la spia di Fredersen), il che ha permesso di ottenere una versione di 145 minuti (da confrontare con gli 80 minuti della versione di Moroder, che fra l’altro era maggiormente accelerata, e i 153 minuti della versione proiettata alla “prima” del 1927).

26 febbraio 2012

L'immagine errante (Fritz Lang, 1920)

L'immagine errante (Das wandernde Bild, aka Madonna im Schnee)
di Fritz Lang – Germania 1920
con Mia May, Hans Marr
**

Visto su YouTube.

Perseguitata dal cognato John per una questione di eredità, la vedova Irmgard Vanderheit si rifugia in una località turistica montana. Ma l'uomo la rintraccia fin là: per sfuggirgli, la donna tenta di oltrepassare a piedi le montagne ma è costretta a ripararsi in un rifugio alpino in compagnia di un misterioso eremita che si rivelerà essere proprio suo marito Georg. Questi, partigiano dell'amore libero e convinto che le nozze siano la tomba dell'amore, aveva infatti finto il proprio suicidio dopo che Irmgard aveva inscenato un matrimonio fasullo con l'aiuto del fratello gemello. Ritiratosi fra i monti, ha giurato di non fare ritorno al mondo finché la statua della Madonna delle Nevi, situata ai piedi del picco, non camminerà fino a valle. Durante una tempesta, Irmgard porterà in salvo un bambino fino al villaggio: e scambiando la sua sagoma per quella della statua, Georg accetterà di riunirsi a lei. Romantico (nell'accezione "tedesca" e ottocentesca del termine) e macchinoso (la storia è poco equilibrata, e comincia a farsi interessante soltanto dopo il flashback chiarificatore a metà pellicola), il film segna la prima collaborazione fra Lang e la sceneggiatrice Thea von Harbou, che di lì a poco sarebbe diventata sua moglie. Ritenuto a lungo perduto, nel 1985 ne fu ritrovata una copia in Brasile, mancante di alcune parti e degli intertitoli (quelli della versione attualmente in circolazione sono stati ricostruiti a partire dal programma di sala distribuito in occasione della prima). La May recita in maniera estremamente melodrammatica, mentre più misurato e convincente è Marr nella doppia parte di Georg e del fratello malvagio John. Rudolf Klein-Rogge (accreditato come Klein-Rhoden), ex marito di Thea e futuro "Mabuse", è il cugino Wil Brand che salva i due coniugi dagli intrighi di John. Il titolo di lavorazione era "La Madonna nella neve".

6 febbraio 2012

Furia (Fritz Lang, 1936)

Furia (Fury)
di Fritz Lang – USA 1936
con Spencer Tracy, Sylvia Sidney
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Costanza, Ginevra, Eleonora.

Il primo film americano di Lang – che era fuggito da poco dalla Germania nazista – è ispirato (pare) a un fatto di cronaca e soprattutto a un’inquietante statistica, citata nella stessa pellicola: nei 45 anni precedenti, negli Stati Uniti si erano verificati più di 6.000 casi di linciaggi di massa, nella maggior parte dei quali i responsabili non sono mai stati identificati né condannati. L’onesto garagista Joe (Tracy), proprio alla vigilia delle sue nozze con Kate (Sidney), viene scambiato per un rapitore di bambini e portato in carcere nella cittadina di Strand, in attesa di giudizio. La voce del suo arresto si sparge per il paese, e ben presto la folla assalta la prigione per farsi giustizia da sola. L’edificio viene dato alle fiamme, e soltanto dopo il suo crollo si scoprirà che l’uomo era innocente. Miracolosamente scampato all’incendio, e ritenuto morto da tutti, Joe medita una crudele vendetta, facendo in modo che ventidue dei cittadini di Strand vengano processati e condannati a morte per il suo omicidio. Il titolo “Furia” può dunque riferirsi tanto alla follia omicida della massa quanto all’ira vendicativa del protagonista. Cupo thriller che il lieto fine (imposto dai produttori, fra i quali figura Joseph L. Mankiewicz) non riesce completamente a edulcorare, il film è un impietoso ritratto della provincia americana, di cui descrive la brutalità e la violenza repressa (in contrasto con la visione ottimistica e la fiducia nel popolo che caratterizza da sempre la cultura degli Stati Uniti) e la consuetudine di farsi giustizia da soli (così diffusa allora del paese, soprattutto nelle regioni del Sud e del Midwest). Sfiorando temi già trattati nelle sue pellicole tedesche (in particolare “M, il mostro di Düsseldorf”), Lang approfondisce in particolare il concetto a lui caro del potenziale assassino nascosto in ciascun essere umano (impagabile la scena del barbiere che racconta di essere talvolta preso dall’impulso di tagliare la gola ai suoi clienti), che si tratti di un singolo o di una folla (e qui la mente corre alle celebre pagine manzoniane sulla massa che agisce senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni), un tema che tornerà a più riprese anche nei lavori successivi, da “Sono innocente” a “La donna del ritratto”. Da notare che la cagnolina Rainbow è interpretata dalla stessa “attrice” (Terry) che tre anni dopo sarà Totò nel “Mago di Oz” di Victor Fleming. La scena in cui l’immigrato rivendica di conoscere la costituzione degli Stati Uniti meglio di coloro che in America ci sono nati, avendo dovuto studiarla per ottenere il visto d’ingresso, fa evidentemente riferimento all’esperienza dello stesso Lang.

3 marzo 2010

M, il mostro di Düsseldorf (F. Lang, 1931)

M, il mostro di Düsseldorf (M)
di Fritz Lang – Germania 1931
con Peter Lorre, Otto Wernicke
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Monica, Ilaria e Ginevra.

Una città tedesca (che il titolo italiano identifica in Düsseldorf, forse perché il film si ispira alla serie di delitti commessi negli anni venti da Peter Kürten, il "Vampiro di Düsseldorf", ma che in realtà è Berlino) è terrorizzata da un misterioso maniaco omicida che sceglie le sue vittime fra le bambine, adescandole per strada con giochi e dolciumi. La paura e la paranoia montano fra i cittadini, e tutti sono pronti a denunciare ogni passante sospetto, mentre la polizia incrementa a dismisura la sorveglianza in ogni angolo della città ed effettua frequenti retate nei locali e nei quartieri della malavita. Per mettere fine a questo stato di cose, che rende loro impossibile continuare a svolgere le consuete attività illegali, gli stessi criminali decidono di dare la caccia al misterioso omicida, con il quale fra l'altro rifiutano di essere apparentati, e riescono a identificarlo grazie ai mendicanti dislocati in maniera scientifica su tutto il territorio. L'uomo, marchiato con una "M" (da "Mörder", assassino) scritta con il gesso sul suo cappotto, viene pedinato e infine catturato dopo una drammatica incursione notturna nel palazzo dove si era rifugiato. Sottoposto a un vero e proprio processo da parte di tutti i criminali della città, verrà condannato a morte – nonostante un appassionato monologo in propria difesa, in cui manifesta tutto il tormento per essere incapace di tenere sotto controllo i propri impulsi – ma sarà salvato all'ultimo momento dalla polizia e portato davanti alla "vera" legge. Prima che la sentenza sul suo destino venga pronunciata (pena capitale o infermità mentale?), il film – che si era aperto con un gruppo di bambini che giocava sulle note di una canzoncina macabra ("Scappa, scappa monellaccio – se no viene l'uomo nero – col suo lungo coltellaccio – per tagliare a pezzettini – proprio te!") – si conclude con il pianto di alcune madri delle vittime che mettono in guardia gli spettatori ("Bisogna vigilare meglio sui nostri bambini!").

Uno dei massimi capolavori di Lang e del cinema tedesco anteguerra, "M" è una pellicola ancora attuale e modernissima, eccezionale per diversi motivi: tecnicamente superbo, con una regia che cattura lo spettatore e lo sovrasta con una tensione costante e palpabile, può contare anche su una fotografia forte ed evocativa che gioca con le metafore visive, le ombre e i chiaroscuri, movimenti di macchina precisi e rigorosi, inquadrature angolate o curiosamente ardite (spesso i personaggi sono ripresi dal basso, con l'illuminazione o la distanza ravvicinata che ne deformano le fattezze, anticipando talvolta quello che farà nei suoi film Orson Welles), transizioni incredibilmente esplicite o significative (si pensi alla sequenza iniziale, con la madre che attende la figlioletta per il pranzo, e le inquadrature della palla che rotola e del palloncino impigliato nei fili della luce), una sceneggiatura che fonde diversi generi (il police procedural, il thriller sui serial killer, il noir, il documentario) e che cambia continuamente il "punto di vista" della narrazione, e dialoghi precisi e convincenti. Al suo primo film sonoro, fra l'altro, Lang riesce a sfruttare in maniera coerente e innovativa la nuova opportunità tecnologica, rendendo il motivo fischiettato da Peter Lorre (Nella sala del re della montagna, dal "Peer Gynt" di Edward Grieg: in realtà lo fischiava Lang stesso, in quanto l'attore non ne era capace) non solo un elemento caratterizzante del personaggio (che annuncia il suo arrivo o la sua presenza, aumentando la tensione e l'inquietudine dello spettatore) ma anche uno strumento narrativo, in quanto è proprio quello che provoca la sua identificazione da parte del venditore cieco di palloncini.

Se il bravissimo Lorre è costantemente al centro della vicenda, anche nella prima parte del film quando la sua figura è ancora avvolta nel mistero (ne intravediamo soltanto l'ombra, in silhouette, proiettata su un manifesto che parla proprio dei suoi delitti), in realtà la vera protagonista è l'intera città, con le sue madri, i bambini, i passanti, i negozianti, i senzatetto, i poliziotti e i criminali che si attivano alla ricerca dell'assassino, come suggerisce anche il sottotitolo tedesco ("Eine Stadt sucht einen Mörder") e come avverrà in un successivo film di Lang ("Anche i boia muoiono"). Ognuno può essere il colpevole, anzi – fra le righe viene addirittura implicato – ognuno lo è, magari anche solo per complicità morale. Non esiste una divisione netta fra bianco e nero (il "mostro" stesso è anche una vittima), o fra bene e male, come dimostra il fatto paradossale e grottesco che gli stessi criminali, che a loro volta si sono macchiati di numerosi delitti, si sostituiscono ai poliziotti e ai giudici: e questo, alla luce del clima socio-politico della Germania nel quale il film venne girato, cioè agli albori del nazismo, non è un dettaglio da poco. Anche sul tema della giustizia e del sistema legale, dunque, il film ha il merito di non imporre allo spettatore un messaggio preconfezionato o unilaterale: al processo imbastito dalla malavita si discute se sia giusto condannare l'assassino alla pena di morte anche se questi non è del tutto responsabile delle sue azioni, e sullo schermo vengono presentati i diversi punti di vista. Magnifici ed espressivi i volti degli attori, compresi quelli minori e le numerose comparse, in un miscuglio di realismo e di caricatura, mentre fra i personaggi principali spiccano – oltre a Lorre, la cui carriera specializzata in noir, thriller e horror decollò proprio da questo incisivo ritratto di una creatura orribile, anonima e patetica al tempo stesso – il massiccio commissario Lohmann (interpretato da Otto Wernicke) e il rigido capo della malavita (Gustaf Gründgens).

19 maggio 2009

Il sepolcro indiano (Fritz Lang, 1959)

Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**

Visto in DVD, con Marisa.

Nel secondo episodio del dittico indiano di Lang (che negli Stati Uniti venne distribuito come un unico film, in una versione tagliata, rimontata e intitolata "Journey to the Lost City") proseguono le avventure dell'architetto Harald Berger e della danzatrice Seetha. Catturati dagli uomini del maharaja Chandra, i due amanti sono ricondotti al palazzo di Eschnapur, dove Berger viene imprigionato nelle caverne sotterranee. Il perfido fratello di Chandra, che sta organizzando un colpo di stato, persuade il maharaja a perdonare Seetha e a prenderla in moglie, convinto che il matrimonio con una mezzosangue (il padre della danzatrice era europeo) scatenerà la ribellione del popolo e dei sacerdoti. Nel frattempo la sorella di Berger e suo marito, anch'egli architetto, cercano di scoprire il luogo dove questi è tenuto prigioniero. Gran parte del film, complessivamente meno avvincente del capitolo precedente, si svolge fra cunicoli e tunnel sotterranei, e i protagonisti del primo episodio hanno un ruolo decisamente meno attivo. A parte un paio di scene che riguardano Seetha (quella in cui supplica Shiva di intervenire in suo aiuto, e immediatamente un ragno tesse la sua tela davanti all'imbocco della caverna dove la ragazza si nasconde, convincendo così gli inseguitori che la grotta sia vuota; e la famigerata danza di fronte al cobra velenoso, talmente audace e sensuale da essere stata censurata nella versione italiana), la sceneggiatura si sofferma infatti soprattutto sul maharaja Chandra (il cui personaggio assume nel finale una dimensione spirituale) e sul complotto ai suoi danni. La caverna in cui vengono rinchiusi i lebbrosi ricorda l'esilio sotterraneo degli operai di "Metropolis", mentre la loro fuga e le loro movenze sembrano anticipare quelle degli zombi di Romero. Nel complesso la doppia pellicola intrattiene ma non esalta, anche se sono comunque apprezzabili il fascino ingenuo per l'avventura esotica, la struttura seriale, l'ambientazione in un'India irreale e stereotipata, e le scenografie (tanto quelle "fasulle", come il tempio o le grotte di cartapesta, quanto quelle reali).

La tigre di Eschnapur (Fritz Lang, 1959)

La tigre di Eschnapur (Der Tiger von Eschnapur)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Nel 1921, ancora sconosciuto e a inizio carriera, Lang progettò di realizzare un film di avventure esotiche tratto dal romanzo "Das indische Grabmal" di Thea von Harbou. Stese il copione insieme alla scrittrice (che sarebbe poi diventata sua moglie e sceneggiatrice di fiducia), ma il progetto gli venne tolto dal produttore Joe May che preferì girarlo di persona (la pellicola uscì divisa in due episodi, come si usava spesso a quei tempi). Soltanto nel 1959, alla fine della sua carriera e dopo i tanti bei film realizzati negli Stati Uniti, Lang ebbe l'opportunità di riprendere in mano la storia originale e di farne una versione personale, distribuita come la precedente in due parti, "La tigre di Eschnapur" e "Il sepolcro indiano" (per la cronaca, è da segnalare anche l'esistenza di un primo remake sonoro di Richard Eichberg del 1938, quando Lang era già fuggito dalla Germania nazista). Non stupisce dunque che il dittico langhiano appaia come un film fuori dal tempo, ingenuo e fumettoso con la sua fotografia colorata, i personaggi bidimensionali e i cliffhanger da prodotto seriale, anche se per certi versi anticipa persino il cinema degli anni ottanta (alcune sequenze e le ambientazioni lo fanno sembrare un film di Indiana Jones ante litteram: da notare però che anche il personaggio di Lucas e Spielberg si rifaceva a sua volta all'immaginario dei pulp magazines d'anteguerra). Il protagonista è l'architetto tedesco Harald Berger, invitato in India dal giovane e ricco maharaja di Eschnapur affinché costruisca nuovi edifici nei suoi territori. Durante il viaggio Berger salva la danzatrice Seetha dall'assalto di una tigre selvaggia, e i due si innamorano reciprocamente. Ma anche il maharaja ha messo gli occhi sulla ragazza, e intende sposarla: quando la loro tresca viene scoperta, Berger e Seetha devono fuggire dal palazzo e inoltrarsi nel deserto. Scenografie monumentali (memorabile soprattutto il tempio dove la sensuale Debra Paget danza davanti a un'enorme statua di divinità femminile), scenari esotici, belve feroci, amori immortali, oscuri complotti (il maharaja deve guardarsi da parenti e cortigiani che tramano per usurpare il suo trono): tutto concorre a farne un film godibile e avvincente, benché semplice, ingenuo e certamente lontano dalle vette più alte del cinema langhiano.

23 giugno 2008

I Nibelunghi (Fritz Lang, 1924)

I Nibelunghi (Die Nibelungen)
di Fritz Lang – Germania 1924
con Paul Richter, Margarete Schön
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Kolossal spettacolare e monumentale, stilizzato e sontuoso, vera pietra miliare del cinema (e non solo di quello muto). Scritto dalla compagna di Lang, Thea von Harbou, e dedicato “al popolo tedesco”, si ispira al "Nibelungenlied" e alle saghe nordiche, anche se le avventure wagneriane e le imprese fantastiche di Sigfrido ne occupano soltanto i primi rulli, mentre in seguito il film vira verso la descrizione di passioni assolute, atti barbarici e battaglie sanguinose, con personaggi epici e archetipici le cui azioni trascendono la storia stessa. Le quasi cinque ore di lunghezza, che si dipanano con un ritmo solenne, sono suddivise in due parti quasi indipendenti (visivamente austera e rigorosa la prima, dominata dalle architetture e dalle geometrie; più dinamica e caotica la seconda, caratterizzata da distruzione e incendi) e con due protagonisti molto diversi fra loro: tanto nobile, eroico e incosciente è Sigfrido, tanto disumana, vendicativa e consapevole delle proprie azioni è Crimilde.

Prima parte – “Sigfrido” (Siegfried). Dopo aver appreso l'arte di forgiare spade dal fabbro Mime, l'eroico principe Sigfrido sconfigge un drago e si bagna nel suo sangue, diventando così invulnerabile (tranne che sulla spalla, coperta da una foglia). In seguito uccide il nano Alberico e si impossessa di un manto magico che consente di diventare invisibili e di mutare forma, ma soprattutto del tesoro dei Nibelunghi. Recatosi in Burgundia, al castello di Worms, chiede a re Günther la mano di sua sorella Crimilde. In cambio lo aiuta a conquistare la bella regina d'Islanda, Brunilde, riottosa amazzone che avrebbe sposato soltanto chi fosse riuscito a sconfiggerla in tre prove di forza e di abilità. Ma quando Brunilde scopre che a batterla non è stato Günther bensì Sigfrido, ne invoca la morte per vendicare il proprio onore. Sarà Hagen Tronje, fedele scudiero di Günther, a uccidere l'eroe colpendolo a tradimento nel suo punto debole. Ottenuta giustizia per l'affronto subito, Brunilde si suicida, mentre Crimilde giura vendetta contro Hagen.

Seconda parte – “La vendetta di Crimilde” (Kriemhilds Rache). Furiosa contro la sua stessa famiglia perché protegge Hagen Tronje, l'assassino di Sigfrido, Crimilde accetta l'offerta di matrimonio di Attila, re degli Unni, e va a vivere con lui nella steppa. Dopo avergli dato un figlio, gli chiede di invitare alla sua corte re Günther con l'intera famiglia reale e il suo seguito, in modo da avere nelle proprie mani l'odiato Hagen (che nel frattempo ha nascosto il tesoro dei Nibelunghi gettandolo nel fiume). Durante i festeggiamenti per il solstizio d'estate, gli Unni – sobillati da Crimilde – attaccano i burgundi. Per reazione, Hagen uccide il figlio di Attila, dando origine a uno scontro mortale fra le due fazioni. Günther e i suoi soldati si rinchiudono nel palazzo di Attila, che viene assediato dagli Unni. La sanguinosa battaglia si protrae fino al mattino quando Crimilde, dopo la morte di tutti i burgundi, compresi Günther e i suoi fratelli, otterrà finalmente la sua vendetta su Hagen.

Se all'inizio la pellicola, come detto, brilla per i toni fantasy (meravigliosa la realizzazione tecnica del drago, ma anche i nani che si pietrificano e il sogno di Crimilde – in animazione – sono notevoli per l'epoca), ben presto tende a distaccarsene e a trasformarsi essenzialmente nel racconto della vendetta di due donne, dapprima Brunilde e poi Crimilde. La seconda parte (in origine i due film furono proiettati separatamente), in particolare, è occupata quasi interamente dalla cronaca di un furibondo assedio dove gli elementi fantastico-avventurosi sono del tutto assenti e i medesimi personaggi visti nella parte precedente (Günther, Hagen, Crimilde) risultano trasfigurati e trasformati in simboli di passioni assolute (il coraggio, la fedeltà, la vendetta). Fra i molti punti di forza del film ci sono senza dubbio le scenografie e i costumi: imponenti e teatrali le prime, ricchi e raffinati i secondi, che mostrano influenze della secessione viennese (i mantelli di Crimilde sembrano usciti da un dipinto di Klimt), fra motivi geometrici, decorazioni animiste e contrasti di forme che risaltano grazie alla bellissima fotografia in bianco e nero. Per quanto riguarda gli attori, non può non colpire la glaciale bellezza di Margarete Schön nei panni di Crimilde, ma sono notevoli anche i ritratti che Hans Adalbert Schlettow e Rudolf Klein-Rogge danno rispettivamente dei personaggi di Hagen e di Attila. La versione che ho visto aveva i cartelli in inglese (scritti con caratteri gotici) e fortunatamente anche la bella colonna sonora originale di Gottfried Huppertz. Negli anni sessanta Lang rifiutò di farne un remake sonoro, convinto che il valore del film stesse nella potenza figurativa delle immagini e che i dialoghi avrebbero reso i personaggi ridicoli e retorici.

29 aprile 2008

La confessione della signora Doyle (F. Lang, 1952)

La confessione della signora Doyle (Clash by night)
di Fritz Lang – USA 1952
con Barbara Stanwyck, Paul Douglas
**1/2

Visto in DVD.

Ritornata con la coda fra le gambe nella cittadina costiera da dove era scappata dieci anni prima con la speranza di fare fortuna in una grande città, una donna ambiziosa accetta di sposare un pescatore del luogo per il timore di invecchiare da sola, pur non amandolo: ma non riuscirà ad abituarsi a una vita troppo borghese e limitata e si farà tentare dalla corte di un amico più affascinante, progettando di fuggire con lui. Alla fine, però, saprà rinunciare all'egoismo e accettare le responsabilità di un matrimonio che dovrà necessariamente basarsi più sulla fiducia che sull'amore. In un film insolito per Lang, e non certo uno dei suoi più memorabili, la Stanwyck dà vita a un personaggio sofferto e disperato, complesso e a tutto tondo, che guarda il mondo con occhi cinici e non crede nei sentimenti: "Solitudine, paura, rispetto, noia, ecco quello che chiamano amore". A farle da contraltare, oltre ai personaggi maschili, c'è una giovane Marilyn Monroe – irresistibile in jeans o in costume da bagno – nei panni della fidanzata del fratello minore. Bravi tutti gli attori (c'è anche Robert Ryan nel ruolo dell'amante) e molto bella l'ambientazione, fra cieli plumbei e mari in tempesta che rispecchiano i tormenti del personaggio principale e una quieta calura estiva sconvolta dai continui ritrovamenti di cadaveri di bambini.

19 aprile 2008

Rancho Notorious (Fritz Lang, 1952)

Rancho Notorious (id.)
di Fritz Lang – USA 1952
con Marlene Dietrich, Arthur Kennedy
***

Visto in DVD.

Alla disperata ricerca di un bandito che ha ucciso la sua promessa sposa pochi giorni prima delle nozze, un cowboy giunge in un ranch la cui proprietaria Ambra Altair, ex ballerina e cantante di saloon, offre ospitalità e un nascondiglio a rapinatori e ricercati in cambio di una percentuale del loro bottino. Forse l'omicida si nasconde fra loro?
Un western insolito e di grande atmosfera, lirico e crepuscolare, magistralmente diretto da Lang con toni barocchi e claustrofobici (cui contribuisce la bella fotografia a colori) e interpretato da una Dietrich carismatica e autoritaria come non mai, unica donna in un mondo di uomini tormentati dall'odio e dalla sete di vendetta, splendida sia in abiti sfarzosi sia in pantaloni da lavoro. Numorose le sequenze degne di nota, dalla "corsa dei cavalli" nel saloon alla giornata delle elezioni nel villaggio in cui Kennedy incontra Mel Ferrer, la "simpatica canaglia" innamorata di Ambra; dalla canzone intonata dalla donna durante la quale il protagonista scruta con odio i volti dei presenti, fino al duello finale. Il ranch della Dietrich, che in italiano si chiama Mulino d'Oro, prende il nome dal Chuck-a-Luck, una sorta di gioco d'azzardo simile alla ruota della fortuna: il titolo del film avrebbe dovuto essere proprio "The legend of Chuck-a-Luck", come quello della canzone che sin dai titoli di testa accompagna il cammino dei personaggi, ma venne cambiato in "Rancho Notorious" per volontà del produttore Howard Hughes.

15 febbraio 2008

L'alibi era perfetto (Fritz Lang, 1956)

L'alibi era perfetto (Beyond a reasonable doubt)
di Fritz Lang – USA 1956
con Dana Andrews, Joan Fontaine
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

È l'ultimo film realizzato da Lang in America, prima del suo ritorno in Europa per il timore che gli studios arrivassero a trasformarlo in un regista di serial, e presenta i temi tipicamente langhiani della colpevolezza e dell'innocenza, della loro relatività e della fallibilità della giustizia umana. Il direttore di un giornale, fermamente contrario alla pena di morte, intende dimostrare che anche un innocente può essere condannato alla sedia elettrica: e per farlo, convince il suo futuro genero a seminare falsi indizi che lo accusino dell'omicidio di una ballerina, assicurandolo che all'ultimo momento lo salverà mostrando le prove della sua innocenza. Ma qualcosa andrà storto. La suspense forse non è al massimo, anche a causa di una sceneggiatura un po' troppo meccanica, ma i molteplici colpi di scena finali che ribaltano gran parte degli assunti iniziali lo rendono un film piuttosto interessante, a metà strada fra il thriller e il courtroom drama. Se oggi se ne facesse un remake con qualche star come protagonista e curando maggiormente il twist ending, si otterrebbe con ogni probabilità un cult movie e magari, visto il tema scottante, si porterebbe a casa anche qualche Oscar.

30 gennaio 2008

Maschere e pugnali (Fritz Lang, 1946)

Maschere e pugnali (Cloak and dagger)
di Fritz Lang – USA 1946
con Gary Cooper, Lilli Palmer
**

Visto in DVD.

Qualche anno prima della fine della guerra, temendo che i nazisti stiano per mettere a punto la bomba atomica, i servizi segreti americani inviano in Europa un fisico nucleare con il compito di mettersi in contatto con i cervelli che lavorano al progetto tedesco. L'uomo si reca dapprima nella neutrale Svizzera e poi in Italia, dove viene aiutato dalla resistenza a far uscire dal paese uno scienziato italiano e si innamora di una bella partigiana. Un Lang decisamente minore e meno riuscito di altri, anche se ha i suoi buoni momenti. Come scienziato "d'azione", il protagonista è piuttosto improbabile, anche se il bel combattimento contro la spia dell'OVRA è teso e realistico. Ma il lungo inserto romantico nella seconda parte rallenta un po' la storia e fa calare la tensione. La produzione censurò il finale inizialmente previsto da Lang, nel quale il protagonista pronunciava parole di condanna verso l'utilizzo dell'energia atomica a fini bellici (era il 1946!). Il pensiero dell'autore risulta comunque evidente: all'inizio Cooper afferma che "la società non è degna dell'energia atomica", mentre il professore italiano è convinto che l'unica buona scienza sia "una scienza libera e al servizio dell'umanità". Il doppiaggio italiano d'epoca non è eccelso: addirittura per due volte si parla di fisica "nucleolare"!

10 gennaio 2008

Duello mortale (Fritz Lang, 1941)

Duello mortale (Man hunt)
di Fritz Lang – USA 1941
con Walter Pidgeon, Joan Bennett
***1/2

Visto in DVD.

L'inizio è folgorante: un uomo con un fucile si aggira per una foresta in Baviera, nel 1939. Si apposta nei pressi una residenza di montagna e prende di mira... nientemeno che Adolf Hitler! Ma quando preme il grilletto, non c'è nessun colpo in canna. Si tratta di Alan Thorndike, aristocratico britannico e provetto cacciatore, che dopo aver effettuato safari e battute di caccia in tutto il mondo ha deciso di dimostrare a sé stesso di essere in grado di stanare la preda più ambita, l'uomo più pericoloso del pianeta. Ma da cacciatore si trasforma a sua volta in preda quando viene inseguito dalla Gestapo e da un minaccioso ufficiale in monocolo (un grande George Sanders), a sua volta appassionato di caccia, che vorrebbe costringerlo a firmare la confessione di aver tentato di sparare a Hitler con l'approvazione del governo inglese. Il documento servirà a giustificare la dichiarazione di guerra della Germania: siamo infatti poco prima dell'invasione della Polonia. Aiutato prima da un ragazzino, mozzo su una nave, e poi da una gentile prostituta (che, in ossequio al codice Hays, Lang è costretto a spacciare per una sarta, mettendo in bella evidenza una macchina per cucire nel suo appartamento), il protagonista riesce a raggiungere la nebbiosa Londra, dove però continuerà a essere braccato dai nazisti. Dopo un inseguimento e un duello nel tunnel della metropolitana (che evocano molti film successivi), Thorndike si rifugerà in una grotta in campagna: qui, "in the wilderness" come all'inizio del film, avverrà lo scontro decisivo fra i due contendenti. Nel finale, dopo lo scoppio della guerra, Thorndike si arruolerà nella RAF e si farà paracadutare su Berlino con un fucile di precisione e l'intenzione di compiere veramente l'attentato a Hitler. Film d'avventura e thriller spionistico di alto livello, con tre ottimi interpreti (Pidgeon è simpatico, la Bennett è adorabile), offre molti spunti interessanti: Thorndike è un personaggio che crede di avere la situazione sotto controllo ma è trasportato dagli eventi, come capita spesso ai protagonisti di Lang, ed è costretto a una fuga quasi hitchcockiana. Lo scontro fra i due cacciatori, il lord e il nazista, che si scambiano continuamente i ruoli, è da antologia. Se l'inglese afferma di provare piacere soltanto nello stanare la preda e mai nell'ucciderla, il tedesco ribatte che ogni uomo "può diventare un assassino", e lo svolgersi degli eventi gli darà ragione. Fondamentale la spilla a forma di freccia che adorna il berretto della ragazza e che si rivelerà poi l'arma decisiva nella soluzione del conflitto, tornando addirittura nel finale (è dipinta sulla carlinga dell'aereo che porta Thorndike a Berlino). Ottima la fotografia in bianco e nero, fra ombre, pioggia e nebbia tipicamente europee che offrono un perfetto mix fra i film tedeschi e quelli americani del regista.

Anche i boia muoiono (Fritz Lang, 1943)

Anche i boia muoiono (Hangmen also die!)
di Fritz Lang – USA 1943
con Brian Donlevy, Anna Lee
***

Visto in DVD.

Nella Praga occupata dai tedeschi, il gerarca nazista Reinhard Heydrich (soprannominato "il boia" per la sua crudeltà) viene ucciso in un attentato. Il responsabile, un chirurgo membro della resistenza, è introvabile e le indagini della Gestapo non portano a nulla, anche perché l'intera popolazione della città sembra aiutarlo, boicottando in ogni modo le ricerche. Gli invasori rispondono allora instaurando un regime di terrore: tutti gli intellettuali e i dissidenti vengono arrestati e ogni giorno alcuni di loro vengono fucilati nel tentativo di intaccare la compattezza della popolazione. Ma la resistenza riuscirà a far incriminare dell'attentato nientemeno che una spia tedesca che, frammista a loro, faceva il doppio gioco. "È un complotto", cerca di difendersi questa. "Non dica sciocchezze", ribatte il capo della Gestapo, "Vorrebbe farci credere che tutta Praga stia congiurando contro di lei?". Lungo e complesso, tortuoso e ambiguo, "Anche i boia muoiono" è un lungometraggio che in mano a un regista meno abile di Lang nel creare un'atmosfera intrigante avrebbe potuto degenerare nel solito film di propaganda: invece è l'intenso ritratto di un popolo ostinato e coraggioso, pronto a "morire forse, arrendersi mai", come recitano i versi di una canzone composta da uno degli ostaggi. La commissione di censura per il codice Hays non apprezzò la scelta di "presentare ogni ceco – implicitamente – come un mentitore", e accusò il film di "giustificare la menzogna". Il clima è cupo e ossessivo, le scenografie espressioniste come quelle dei film tedeschi di dieci-venti anni prima, i numerosi personaggi (la pellicola è praticamente corale, soprattutto nella seconda parte) carismatici e ben costruiti: oltre all'attentatore, il dottor Svoboda, combattutto fra il desiderio di costituirsi per salvare le vite degli ostaggi e quello di non cedere al ricatto nazista, spicca su tutti la giovane Nasha, che lo accoglie nella propria casa e che pur di salvarlo mette a rischio il proprio fidanzamento, fingendo che l'uomo sia il suo amante; ma anche la famiglia della ragazza, con il vecchio padre rivoluzionario e il fratellino; l'ispettore Gruber della Gestapo, brillante detective e ostinato mastino al servizio del male (non così diverso dai tanti investigatori "buoni" di altri film); la patetica spia, che viene smascherata perché scoppia a ridere ascoltando una barzelletta su Hitler raccontata in tedesco, dimostrando così di comprendere l'idioma dei nemici che aveva sempre negato di conoscere; i crudeli agenti della Gestapo, pronti a torturare e a uccidere inermi civili, come la donna che vende la frutta al mercato. La storia è ispirata da un fatto realmente accaduto (pare che Bertolt Brecht – al suo unico lavoro per Hollywoood – e Lang stesero il soggetto solo dieci giorni dopo la vera morte di Heydrich). C'è una particina per Lionel Stander, il tassista che all'inizio deve occuparsi della fuga dell'attentatore.

21 dicembre 2007

La leggenda di Liliom (Fritz Lang, 1934)

La leggenda di Liliom (Liliom)
di Fritz Lang – Francia 1934
con Charles Boyer, Madeleine Ozeray
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Si dice che il 30 marzo 1933 Joseph Goebbels convocò Fritz Lang per offrirgli una carica di dirigente nell'industria cinematografia del Terzo Reich. Il regista di "Metropolis" e "I Nibelunghi" accettò, ma la notte stessa fuggì clandestinamente dalla Germania lasciandosi dietro ogni cosa (compresa la moglie Thea von Harbou, fervente nazista) e rifugiandosi in Francia. Qui diresse il suo primo film non tedesco, "Liliom" appunto, tratto da un popolare testo teatrale di Ferenc Molnar che aveva già dato spunti al cinema (e ispirerà in futuro il musical "Carousel"). L'insuccesso della pellicola, a causa di una seconda parte che disorientò gli spettatori, spingerà il regista ad accettare la proposta della MGM di emigrare in America.

Liliom Zadowski, imbonitore alle giostre di un luna park, lascia il lavoro per sposare la timida e umile Julie. Ma pur amandola, non è un buon marito: è un fannullone, seduttore, violento, impulsivo, orgoglioso. Quando viene a sapere che Julie è incinta, decide di compiere una rapina per garantirle un futuro migliore. Accerchiato dalla polizia, preferisce il suicidio alla cattura e si accoltella. E qui, proprio mentre mi chiedevo come potesse continuare un film nel quale il protagonista muore con 40 minuti di anticipo sulla fine, giungono due "poliziotti di Dio" per portarlo in cielo, dove viene condannato a sedici anni di purgatorio prima di essere sottoposto a una prova che dovrà decidere il suo destino. Alla prima parte realistica, seppur velata da toni di commedia e di satira, segue un finale comico-fantastico a sfondo morale che si iscrive nello stesso solco di film quali "La vita è meravigliosa" o "Accadde domani" e che probabilmente ispirò anche "Il cielo può attendere" di Lubitsch: il protagonista ritrova in cielo un commissariato molto simile a quello della Terra, con tanto di poliziotto identico (ma con le ali), che legge il quotidiano "Paradis-Midi", e una graziosa dattilografa con due stelline a coprirle i capezzoli. Anche la burocrazia è la stessa, così come i divieti e le procedure. Non manca il "cinema nel cinema", visto che davanti a Liliom vengono proiettati alcuni rulli cinematografici della sua vita (che registrano non solo le parole, ma anche i pensieri), che gli dimostrano che forse non era così malvagio come credeva. Piccola (ma fondamentale) parte per Antonin Artaud: è l'arrotino che quasi interrompe il tentativo di rapina di Liliom, chiedendogli di affilare il coltello che l'uomo intende usare, e che si rivelerà nientemeno che il suo angelo custode. La fotografia è di Rudolph Matè.

28 novembre 2007

Il grande caldo (Fritz Lang, 1953)

Il grande caldo (The big heat)
di Fritz Lang – USA 1953
con Glenn Ford, Gloria Grahame
***

Rivisto in DVD, con Albertino.

Di tutti i film americani di Lang, questo è forse il più celebre anche se non è il mio preferito: mi piacciono di più, per fare qualche esempio, "Furia", "La donna del ritratto" o "Strada scarlatta". In ogni caso si tratta di un ottimo poliziesco duro e violento, dal ritmo serrato e coinvolgente, che presenta alcune situazioni oggi diventate ormai stereotipate, come quelle del detective che rinuncia al distintivo per battersi da solo contro il sistema corrotto e il crimine organizzato. Indagando sul suicidio di un collega e sulla morte di una donna che affermava di conoscerlo, l'agente Dave Bannion si trova a fronteggiare enormi pressioni, sia dai suoi capi sia da anonimi gangster, affinché rinunci all'indagine. Dopo che un attentato dinamitardo ucciderà addirittura sua moglie, Bannion non si fermerà più fino a quando non riuscirà a incastrare i responsabili: l'atmosfera di corruzione che regna in città è palpabile, così come la malvagità dei gangster (la scena in cui il braccio destro del boss sfregia il volto della sua stessa donna con il bricco del caffè bollente fece parecchio scalpore all'epoca) anche se al film manca forse quel tocco di torbidezza in più che lo avrebbe reso un noir perfetto. Il che, in ogni caso, è anche un pregio, visto che evita alla pellicola di mitizzare il protagonista: non si tratta di un eroe cinico e tormentato alla Dashiell Hammett o alla Raymond Chandler, ma di un poliziotto onesto e integrato nella società che tuttavia non abbassa mai la testa e non rinuncia alla lotta nemmeno quando viene coinvolto in prima persona.

9 ottobre 2007

Il vendicatore di Jess il bandito (F. Lang, 1940)

Il vendicatore di Jess il bandito (The return of Frank James)
di Fritz Lang – USA 1940
con Henry Fonda, Gene Tierney
**

Rivisto in VHS.

Alla notizia dell'uccisione a tradimento di suo fratello Jesse da parte del "codardo" Bob Ford, il bandito Frank James abbandona la fattoria dove si era rifugiato sotto falso nome e riprende le armi per andare a caccia dei responsabili, non prima di aver compiuto l'ennesima rapina ai danni della compagnia ferroviaria. Sequel del popolare "Jess il bandito" di Henry King, uscito l'anno prima, il quarto film americano di Lang è anche il suo primo film a colori. Ma il western non sembra un genere nelle sue corde (anche se devo ancora vedere il suo secondo tentativo, "Rancho Notorious") e il film appare di routine, con poca atmosfera. La pellicola mantiene i toni, le ambientazioni, il tema musicale e gran parte degli attori e dei caratteristi del prototipo: fra i nuovi personaggi ci sono un giovane compagno di Frank e l'ingenua ma ostinata giornalista interpretata dalla deliziosa Gene Tierney, alla sua prima apparizione sullo schermo. Interessante, comunque, la descrizione morale del protagonista, ritratto come un fuorilegge "onesto" che lotta per la giustizia e si difende dagli intrighi delle malvagie ferrovie: inizialmente Frank ha fiducia nella legge federale, e solo quando il governatore concede la grazia ai fratelli Ford decide di prendere la vendetta nelle sue mani. Fra le scene più interessanti c'è lo spettacolo teatrale inscenato da Bob e Charlie Ford, mentre la lunga sequenza del processo finale a Frank va troppo spesso sopra le righe e piega verso la commedia.