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6 gennaio 2016

Nemico pubblico (William A. Wellman, 1931)

Nemico pubblico (The Public Enemy)
di William A. Wellman – USA 1931
con James Cagney, Jean Harlow
***

Visto in divx.

La vita del gangster Tom Powers (Cagney), dall'infanzia fino al successo durante gli anni del proibizionismo in compagnia dell'amico fidato Matt Doyle (Edward Woods), che morirà al suo fianco durante uno scontro con una banda rivale. Insieme ai quasi contemporanei "Piccolo Cesare" e "Scarface - Lo sfregiato", uno dei film che hanno contribuito a portare in auge il genere dei crime movie, raccontando storie di malavita organizzata dal punto di vista dei "cattivi". Rispetto agli altri due, però, si distingue per un approccio più realistico ed "umano": se Piccolo Cesare e Scarface sono sociopatici folli e ambiziosi, che passo dopo passo ascendono alle massime gerarchie criminali per poi rovinarsi con le loro stesse mani, Tom Powers rimane sempre un "piccolo calibro" e soprattutto muore sì (benché il codice Hays non fosse ancora in vigore, era impensabile altrimenti) ma solo dopo il pentimento ed essersi riconciliato con il fratello Mike (Donald Cook), il suo onesto contraltare per tutta la vita. Ciò non ne fa comunque un film "buonista": la didascalia introduttiva (inserita forse in risposta alle polemiche provocate da "Piccolo Cesare", prodotto come questo dalla Warner Brothers), spiega che l'intento dei produttori non era quello di glorificare i gangster ma semplicemente di ritrarre "un ambiente che esiste attualmente in certi strati della vita americana". E in effetti, più che il personaggio in sé, Wellman e lo sceneggiatore Harvey Thew (da un romanzo inedito di Kubec Glasmon e John Bright) sembrano interessati a mostrare il mondo in cui vive e prospera, documentando le dinamiche della criminalità legata al proibizionismo (ancora in vigore al momento dell'uscita del film). Il che rende la pellicola un importante punto di riferimento storico e culturale quando si parla del cinema dei primi anni '30, la cui influenza resterà fondamentale per almeno due decenni (e risorgerà prepotentemente dagli anni settanta in poi). Il film lanciò la carriera di James Cagney, che divenne una delle star hollywoodiane più popolari (e pagate), specializzato in ruoli da "duro". E dire che inizialmente il protagonista avrebbe dovuto essere Edward Woods, con Cagney nei panni dell'amico, ma Wellman decise di scambiare i due ruoli (il che spiega come mai, nel prologo ambientato quando i due sono bambini, le somiglianze dei piccoli attori con le loro controparti adulte siano invertite). Nel cast anche Jean Harlow (Gwen, la donna di Tom, seduttrice bionda platino e vestita sempre di bianco: il ruolo era stato pensato per Louise Brooks, che rifiutò la parte), Leslie Fenton (il boss elegante e viveur "Nails" Nathan), Joan Blondell, Beryl Mercer, Robert Emmett O'Connor, Murray Kinnell e Mae Clarke (non accreditata, nel ruolo di Kitt, la prima ragazza di Tom: è a lei che, in una scena che allora fece scalpore, il gangster spiaccica in faccia un mezzo pompelmo). A parte il tema trattato (il termine "nemico pubblico" fu introdotto dall'FBI proprio negli anni del proibizionismo per indicare i gangster più pericolosi), il film non ha legami con il successivo "Nemico pubblico" di Michael Mann, che non ne è un remake.

30 ottobre 2015

Nulla sul serio (William A. Wellman, 1937)

Nulla sul serio (Nothing sacred)
di William A. Wellman – USA 1937
con Carole Lombard, Fredric March
***

Visto in divx.

Per un errore, alla giovane Hazel Flagg (Lombard), abitante in un paesino del Vermont, viene diagnosticato un avvelenamento da radio che le lascerebbe solo sei mesi di vita. Presto scopre la verità, ma nel frattempo la stampa si è già interessata a lei. Il giornalista Wally Cook (March), infatti, decide di portarla a New York per farle trascorrere in maniera felice i suoi ultimi giorni, fra feste, balli, ricevimenti e apparizioni in pubblico, trasformando il suo triste caso in un fenomeno mediatico. Hazel accetta, pur sapendo di non essere affatto in fin di vita: per lei, ragazza di campagna, sarà un'opportunità di visitare la Grande Mela e di concedersi quei divertimenti che ha sempre sognato. Di fronte al "coraggio" con cui affronta il suo "tragico destino", le istituzioni e i normali cittadini la celebrano come un modello e una fonte di ispirazione, rendendola una celebrità. Le cose però si complicano quando Hazel si innamora di Wally, ricambiata, e decide di rivelargli che in realtà la sua salute è di ferro, proprio mentre l'uomo sta addirittura organizzandole un funerale in grande stile e ad alto impatto mediatico. Da una sceneggiatura di Ben Hecht, una commedia che fa satira sul cinismo e l'ipocrisia, sulla morbosa attrazione del pubblico per i casi drammatici e sull'impatto manipolatorio dei mass media nella vita privata delle persone. A New York tutti fingono: da un lato si spargono lacrime per il destino della povera ragazza, dall'altro le pagine di giornale con poemi ispirati a lei vengono usati, la mattina dopo, per incartare il pesce. Simbolica la scena in cui Hazel e Flagg si recano ad assistere a un incontro di wrestling, e le viene spiegato che quella dei lottatori è solo una messinscena a beneficio del pubblico, che pure ne è al corrente ma finge che sia tutto vero. La regia di Wellman è dinamica e inventiva, e gioca con il tema della verità nascosta anche con inquadrature in cui è ostruita dagli oggetti, come nelle scene in cui i volti dei personaggi sono coperti da rami o da vasi di fiori (per non parlare del bacio, celato fra gli scatoloni lungo il molo). Memorabile in particolare "l'incontro di boxe" fra Hazel e Wally nella camera d'albergo, allo scopo di farle salire la temperatura prima che il medico la visiti (mai la "battaglia fra i sessi" è stata rappresentata in maniera così esplicita sullo schermo!). Curiosità: il burbero direttore del giornale, interpretato da Walter Connolly, si chiama Oliver Stone. Charles Winninger è il medico di campagna, Sig Ruman è il luminare tedesco. Dal punto di vista tecnico, il film è rilevante per essere stato la prima commedia screwball girata a colori (nonché l'unica apparizione della Lombard in technicolor). Rifatto nel 1954 da Norman Taurog ("Più vivo che morto"), con Jerry Lewis, Dean Martin e Janet Leigh.

10 ottobre 2007

Alba fatale (William A. Wellman, 1943)

Alba fatale (The Ox-bow incident)
di William A. Wellman – USA 1943
con Henry Fonda, Dana Andrews
***1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Un vero capolavoro, cupo e non conciliante, che non conoscevo e che anche per questo si è rivelato una graditissima sorpresa. La trama è semplicissima: gli abitanti di una cittadina di frontiera, già sotto tensione per i ripetuti furti di bestiame, organizzano una posse per catturare e giustiziare tre stranieri accusati di aver ucciso un allevatore. Nonostante le proteste dei pochi che vorrebbero concedere loro un regolare processo, i tre vengono impiccati sul posto, solo per scoprire dopo pochi istanti che erano innocenti. Non ricordo di aver visto affrontare i temi della vendetta, della giustizia sommaria e del linciaggio in maniera così diretta e efficace come in questo "piccolo" film (dura soltanto 73 minuti), crudo, intenso e perfetto nella sua sintesi. Il mito della giustizia degli uomini ne esce a pezzi, e persino l'eroe si rivela impotente: il protagonista "buono", Henry Fonda, non può infatti far nulla per salvare Dana Andrews e compagni né si impegna particolarmente per evitare quella che è evidentemente un'ingiustizia, forse perché anche lui ha qualcosa da nascondere. Duro e realistico, oscuro e claustrofobico (fu girato tutto in interni, anche perché la Fox – che non amava il progetto – ridusse il budget al minimo), ricco di personaggi tutti ottimamente caratterizzati sia quando la loro parte nella vicenda è minima (si pensi alla ragazza un tempo amata da Fonda e a suo marito) sia quando è importante (l'ufficiale sudista e il figlio "mollaccione", il misterioso messicano interpretato da Anthony Quinn, il predicatore di colore), il film dista anni luce dall'ingenuità dei western di quegli anni e dai temi avventurosi ed eroici cui il genere aveva abituato. Fosse stato realizzato negli anni '70, quando il western aveva già preso la sua piega crepuscolare, non ci sarebbe da stupirsi: ma per una pellicola del 1943 l'impatto è davvero notevole. Memorabile, fra le altre, la scena finale in cui Fonda legge la lettera d'addio scritta da uno dei tre impiccati, con l'inquadratura che ne "impalla" lo sguardo con il cappello del suo compagno.