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26 agosto 2021

Tropical malady (A. Weerasethakul, 2004)

Tropical malady (Satpralat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2004
con Banlop Lomnoi, Sakda Kaewbuadee
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il film è diviso in due parti che raccontano storie separate e apparentemente slegate l'una dall'altra: la prima segue la relazione fra il contadino Tong (Kaewbuadee) e il soldato della pattuglia forestale Keng (Lomnoi), ex commilitoni che rimangono amici e infine scoprono di amarsi; la seconda, narrata come se fosse una fiaba e praticamente muta (con tanto di didascalie in sovrimpressione), ci mostra un soldato nella giungla (sempre Lomnoi) alle prese con lo spirito di una tigre (sempre Kaewbuadee) che lo tormenta. Lento, magico, sfuggente, ma anche estremamente noioso, il lungometraggio è a tutti gli effetti un precursore del successivo (e premiato a Cannes) "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" (c'è già un accenno a tale zio in una linea di dialogo di Tong, personaggio che tornerà a sua volta nel film seguente). Se la prima parte incuriosisce nel suo mix di modernità e tradizioni e consente di stringere un legame empatico con i suoi personaggi (in maniera non dissimile da altro cinema del sud-est asiatico, per esempio quello taiwanese di Tsai Ming-liang o quello filippino di Lav Diaz, con cui condivide tempi dilatati e sospesi), a tratti fa però già intravedere la deriva "fuffosa" e antinarrativa che prenderà in seguito. E infatti la soporifera seconda parte smarrisce inevitabilmente la presa sullo spettatore, nonostante le suggestioni soprannaturali e oniriche e l'affascinante ambientazione nella giungla notturna; suggestioni che però puntano solo sull'immagine e non si traducono in sostanza né narrativa né emozionale.

11 luglio 2021

The witch (Robert Eggers, 2015)

The witch - Vuoi ascoltare una favola? (The witch)
di Robert Eggers – USA/Canada 2015
con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson
**1/2

Visto in divx.

New England, diciassettesimo secolo: dopo essere stati banditi dalla propria colonia per divergenze religiose, una famiglia di integralisti puritani si stabilisce ai limiti di un bosco nelle terre selvagge, dove costruisce una fattoria. Ma misteriose presenze maligne e ostili giungono a turbare la loro esistenza, dapprima attraverso il misterioso rapimento del figlio più piccolo, e poi scatenando i sospetti degli altri sulla giovane Thomasin, accusata di essere una strega. Cupo e opprimente horror sui generis, dove l'orrore sembra provenire non (soltanto) dal di fuori (il bosco, gli animali) quanto soprattutto dall'interno della comunità famigliare, talmente chiusa nella propria visione irrazionale da rendere subalterna ad essa ogni tipo di rapporto con il mondo esterno. L'orrore nasce dunque dalla paura verso la natura, dalla chiusura di una religione cieca, oppressiva e bigotta, che porta a vedere tutto ciò che è diverso e "selvatico" come fonte di peccato e legato al demonio. In mezzo a tutto questo, pertanto, la scena finale del sabba delle streghe (per quanto bella) appare quasi superflua. Il regista (esordiente e anche sceneggiatore) ha affermato di essersi ispirato a tutta una serie di fiabe nonché ai racconti popolari sulle streghe (che proprio nel New England furono oggetto di assurde persecuzioni). Ma naturalmente il cinema ha spesso affrontato i temi dell'isolamento che porta alla follia ("Shining" di Kubrick) e della religione che convive con la stregoneria ("Antichrist" di Von Trier). Ben accolto dalla critica, il film ha il suo punto di forza nelle atmosfere gotiche e inquietanti, rinforzate dalla fotografia oscura e livida, che pure concorrono ad appesantire l'insieme e a rendere la pellicola un po' monocorde. E i personaggi sono francamente sgradevoli, protagonisti di scene gridate e sopra le righe (la madre su tutti, ma anche i due gemelli, veramente insopportabili), tanto che alla fine si è quasi felici di vederli morire tutti e male.

25 giugno 2020

Senza lasciare traccia (Debra Granik, 2018)

Senza lasciare traccia (Leave no trace)
di Debra Granik – USA 2018
con Ben Foster, Thomasin McKenzie
***

Visto in TV, con Sabrina.

Reduce di guerra con disturbi da stress post-traumatico, Will (Ben Foster) sceglie di isolarsi dalla società e di andare a vivere nei boschi insieme alla figlia adolescente Tom (Thomasin McKenzie). I due si insediano così in un parco naturale nei pressi di Portland, in Oregon, da dove vengono però cacciati dalle guardie forestali e affidati ai servizi sociali. Trasferiti dapprima in una fattoria e poi di nuovo in fuga verso nord, fino allo stato di Washington, riprenderanno per breve tempo ad accamparsi nei boschi, prima di entrare in contatto con una comunità di abitanti del luogo. E mentre la ragazza sentirà lo stimolo di integrarsi con gli altri e di avere una vita sociale, per il padre questo rimarrà impossibile. Da un romanzo di Peter Rock, sceneggiato dalla regista e dalla sua consueta collaboratrice Anne Rosellini, un bel film che nei temi trattati può ricordare "Captain Fantastic" e "Into the wild". Con una differenza enorme, però: ciò che in quelle pellicole era un atto di ribellione o di anticonformismo, se non addirittura un semplice capriccio, qui è una vera e propria necessità, un bisogno di cui Will non può fare a meno e che viene messo ancora più in risalto dalla differenza fra lui e la figlia, che pur amandolo e seguendolo in ogni passo è invece ancora disposta ad "avere fiducia" negli altri e a non provare paura (la metafora delle api e degli apicoltori, che non temono di esserne punti, è eloquente). La ricerca di autonomia, il desiderio di "pensare con la nostra testa" e di non dare importanza ai giudizi degli altri, nascondono dunque il semplice fatto di non essere in grado di vivere in modo diverso, se non a costo di rinunciare a una parte di sé: l'alternativa sarebbe suicidarsi, come fanno infatti molti altri reduci di guerra. Nel raccontare la storia, la pellicola sceglie un approccio low key, molto naturale e quasi minimalista, che non esaspera i toni né sensazionalizza i personaggi o l'argomento. Se la cosa all'inizio può lasciare un po' freddi, alla lunga paga: e un film che nelle prime battute sembrava non avere una direzione precisa, alla fine la trova, colpisce nel profondo e rischia di rimanere nell'anima.

23 aprile 2020

Severance - Tagli al personale (C. Smith, 2006)

Severance - Tagli al personale (Severance)
di Christopher Smith – GB/Germania 2006
con Danny Dyer, Laura Harris
**

Visto in divx.

Sette manager e impiegati di un'industria di armi, in trasferta per lavoro nell'Est Europa, devono trascorrere una vacanza di alcuni giorni in un lodge isolato nella foresta ungherese per imparare a "fare squadra". Ma saranno presi di mira da alcuni misteriosi assassini psicopatici. Il canovaccio classico della "casa nel bosco" (valido sin dai tempi delle fiabe, passando per "La casa" di Sam Raimi fino agli horror più estremi) al servizio di una pellicola che mescola gli stilemi del genere con una spruzzatina di commedia (i personaggi scanzonati, l'ironia tutta british sui rapporti fra colleghi di lavoro), senza parlare della satira sull'industria degli armamenti (i protagonisti producono mine antiuomo e armi di ogni tipo, eppure si divertono infantilmente a giocare a paintball o si ritrovano vittima di trappole con le stesse armi che escono dalla loro fabbrica; per non parlare degli addetti al marketing che discutono della loro vendita come se si trattasse di un prodotto come un altro). Nel complesso, un survival horror onesto (niente contorsionismi o metaletture post-moderne!) e simpatico, anche se non particolarmente originale: il titolo (anzi, il sottotitolo) italiano, francamente, prometteva molto di più. Da notare l'inserto muto che cita il "Nosferatu" di Murnau.

12 marzo 2020

Biancaneve e i sette nani (D. Hand, et al., 1937)

Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs)
di David Hand, et al. – USA 1937
animazione tradizionale
****

Rivisto in divx.

La bellezza della giovane principessa Biancaneve fa ingelosire la regina cattiva, sua matrigna, che ordina a un cacciatore di condurla nella foresta e di ucciderla. Ma l'uomo non ha il coraggio di portare a termine il compito: la fanciulla si rifugia così nel bosco, dove è accolta nella casa dei sette nani. Tramutatasi in strega grazie alla magia nera, la regina avvelena Biancaneve con una mela incantata: ma il "primo bacio d'amore" del principe azzurro la ridesterà dal sonno mortale. Fortemente voluto da Walt Disney in persona (che nel cartello introduttivo si sentì in dovere di ringraziare tutti i suoi dipendenti e collaboratori), supervisionato dal regista David Hand, con sequenze dirette da William Cottrell, Wilfred Jackson, Larry Morey, Perce Pearce e Ben Sharpsteen, "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione della Disney, che fino ad allora aveva sfornato soltanto corti: quelli dedicati a Mickey Mouse e Donald Duck, certo, ma anche la serie delle "Silly symphonies" (Sinfonie allegre), con suoni e immagini perfettamente abbinati, molti dei quali prendevano spunto da celebri fiabe e anticipavano dunque, nonostante la breve durata, i grandi capolavori che sarebbero seguiti. Non solo: "Biancaneve" è il primo lungometraggio interamente in animazione tout court (un'impresa che all'epoca molti addetti ai lavori ritenevano impossibile, convinti che l'interesse e l'attenzione degli spettatori non avrebbero mai potuto essere catturati per così tanto tempo da un film senza attori in carne e ossa), anche se bisogna precisare: stiamo parlando dell'animazione tradizionale con disegni su rodovetri, perché altrimenti il primato andrebbe a "Le avventure del principe Achmed" di Lotte Reininger, realizzato nel 1926 con la tecnica delle silhouette animate, o forse addirittura a due film (andati purtroppo perduti) dell'italo-argentino Quirino Cristiani, "El Apóstol" (1917) e "Sin dejar rastros" (1918), con ritagli di carta animati a passo uno. Di più: "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione interamente a colori, con visual spettacolari (ispirati in parte alle illustrazioni di Arthur Rackham, ma anche ai classici dell'espressionismo tedesco), eccellenti sfondi dipinti, un'animazione morbida e fluente, movimenti realistici, una credibile profondità di campo (grazie alla nuova camera multiplane) e persino occasionali effetti speciali che contribuiscono a "immergere" il pubblico nella vicenda.

Lasciando da parte i risvolti psicanalitici della fiaba originale dei fratelli Grimm, che non è il caso di affrontare in questa sede (ma che in parte sono conservati anche nel film, a differenza delle versioni edulcorate delle favole in molte pellicole disneyane successive), è da segnalare come la sceneggiatura, pur semplificando a tratti la vicenda, non glissi sui suoi elementi fondanti: si parla esplicitamente di oscurità e di morte, e sono presenti scene assai espressive e che fanno visceralmente paura (la fuga di Biancaneve nella foresta, con gli alberi che ghermiscono le sue vesti) od orrore (l'antro della strega, con il corvo e lo scheletro nella cella). La stessa regina è davvero inquietante, anche visivamente (nel suo aspetto originale è anche dotata di una notevole carica sexy che contrasta con le forme più morbide da adolescente, se non addirittura da bambina, della protagonista). E non dimentichiamo uno degli elementi "magici" più iconici e misteriosi, ovvero lo specchio che la regina consulta ogni giorno per soddisfare la propria vanità ("Specchio, servo delle mie brame: chi è la più bella del reame?"), dotato di volto parlante. Ma naturalmente ci sono anche ingredienti più leggeri, comici e romantici, in un intreccio azzeccato ed equilibrato (anche se forse la parte centrale riservata ai nani, con le sequenze del lavaggio delle mani o della danza, si trascina un po' troppo a lungo: e per fortuna che altre scene di questo tipo sono state tagliate, vedi sotto). Un mix che ha fatto la fortuna del film e ha indicato la strada sui cui proseguire e su cui si focalizzeranno i successivi lavori della casa di Burbank, a cominciare dalle spalle comiche (qui i nani, ma anche gli animaletti del bosco) e dalle canzoni (di fatto i film Disney, con poche eccezioni, saranno sempre dei musical). A intonare i brani è soprattutto Biancaneve (con canzoni celeberrime come "Impara a fischiettar" e "Il mio amore un dì verrà"), affiancata dal principe azzurro ("Oggi non ho che un canto") e ovviamente dai nani (la popolarissima marcetta "Ehi-Ho!" e la cosiddetta "Tirolese"). Nessuna canzone, invece, per la regina cattiva (nonostante in futuro proprio ai cattivi Disney saranno riservati alcuni dei brani più belli) e per il cacciatore, unici altri personaggi umani presenti nella storia. Il resto del "cast" è infatti composto solo da animali: quelli della foresta, che accompagnano Biancaneve comunicando con lei (e aiutandola nei lavori domestici!), più il cavallo bianco del principe, il corvo nero della strega, e i due avvoltoi.

La scelta di adattare una fiaba già nota anziché partire da un soggetto originale, e il successo che ne conseguirà, condizionerà non solo tutti i futuri film disneyani (dando vita nel dopoguerra, in particolare, al fortunato filone delle "principesse") ma contribuirà anche a caratterizzare lo stesso Walt Disney nell'immaginario collettivo come un moderno affabulatore e narratore di storie per grandi e (soprattutto) piccini. In fondo le fiabe, pur nella loro apparente semplicità, veicolano nella maniera più efficace le emozioni, le paure e i sentimenti primordiali, anche grazie all'ampio ricorso agli archetipi. Ecco perché il contesto storico e l'ambientazione della vicenda rimangono ambigui o generici. In che paese siamo? In che epoca? Di quale regno è principessa Biancaneve e regina Grimilde? (A proposito, il nome della regina cattiva – come d'altronde quelli del principe o del cacciatore, tutti archetipi appunto – non viene mai pronunciato nella pellicola: "Grimilde" le viene affibbiato soltanto nell'adattamento ufficiale a fumetti scritto da Merrill De Maris, disegnato da Hank Porter e Bob Grant e pubblicato sui quotidiani, e deriva probabilmente da Crimilde, versione tedesca della norrena Gudrun, un personaggio della saga dei Nibelunghi; da notare anche l'assonanza con la parola inglese "grim", ovvero "truce, torvo"). E il principe azzurro, da quale regno proviene? Il suo castello, nella scena finale, sembra trovarsi in mezzo alle nuvole: il che lascia intendere che si tratti di un luogo immaginario, e che il personaggio stesso (e l'infatuazione di Biancaneve) siano una metafora dell'amore e dell'avvento della vita sessuale adulta ("Someday my prince will come..."), con il crudele distacco dai genitori come corollario. Ops, avevo scritto che avrei lasciato da parte i risvolti psicanalitici, ma evidentemente quando si tratta di fiabe è impossibile ignorarli... Anche per questo, è pericoloso quando l'adattamento di una fiaba ne modifica gli elementi cardine (come avverrà in alcuni brutti remake moderni o nelle versioni live action che si sono viste di recente). Qui, per fortuna, le differenze con il testo originale sono poche e tendono per di più alla semplificazione: nella fiaba dei Grimm, per esempio, quello con la mela avvelenata era il terzo tentativo della regina di attentare alla vita di Biancaneve, dopo averci provato con una veste magica e un pettine stregato (che nel film non compaiono).

E parlando di differenze con la fiaba originale, veniamo ai sette nani. Eletti in tutto e per tutto a co-protagonisti della vicenda, tanto da condividere l'onore del titolo con Biancaneve, essi erano presenti anche nella versione dei fratelli Grimm, ma formavano un gruppo indistinto, senza personalità o nomi individuali. Disney sceglie invece di caratterizzarli separatamente e di dare un nome a ciascuno di loro (non fu il primo a farlo: l'idea proviene da una commedia di Broadway del 1912, trasposta poi in un film muto nel 1916 che l'allora quindicenne Walt ricorda di aver visto), contribuendo così a stagliarli indelebilmente nella memoria dello spettatore. Quelli che rimangono più impressi, anche perché protagonisti con maggiore frequenza di scene loro dedicate, sono indubbiamente Dotto (Doc), il leader del gruppo, con il suo pomposo farfugliare; Brontolo (Grumpy), sempre di cattivo umore, maldisposto verso Biancaneve perché teme le donne e le loro "arti subdole"; e Cucciolo (Dopey), il più giovane dei sette, che non parla "perché non ci ha mai provato". Completano il lotto Pisolo (Sleepy), Eolo (Sneezy), Gongolo (Happy) e il timido Mammolo (Bashful). Prima di scegliere i nomi e le relative personalità, Disney e i suoi collaboratori ne presero in considerazione più di cinquanta (siamo quasi di fronte agli antesignani dei Puffi)! Il numero sette, fra le altre cose, rimanda naturalmente ai sette vizi capitali, e in effetti le caratteristiche dei nani sembrano un distillato delle inclinazioni morali e universali dell'uomo (come l'ira o la pigrizia). Misteriose sono anche le loro età, quasi indefinibili: le lunghe barbe suggeriscono anzianità, eppure il loro comportamento è decisamente infantile (quando Biancaneve entra per la prima volta nella loro casa, pensa che sia abitata da bambini; e quando li rimprovera per avere le mani sporche, li tratta proprio come tali). Ma nella scena in cui pregano attorno alla bara di cristallo, sembrano una comunità di vecchi frati. Fa eccezione Cucciolo, caratterizzato in tutto e per tutto come un giovane monello, anche se è poi l'unico che richiede più volte a Biancaneve un bacio sulla bocca (gli altri si accontentano di essere baciati sulla "pelata" sotto il berretto). Infine, ci viene mostrato che i nani sono minatori: possiedono infatti una miniera di diamanti e altre gemme preziose, di cui però non è chiaro che cosa facciano: le pietre vengono semplicemente ammassate in un magazzino, la cui chiave è appesa fuori dalla porta alla mercé del primo che passa. Un'ultima considerazione: i nani sono figure classiche del folklore germanico e scandinavo, e oltre che nelle fiabe come quella dei Grimm sono presenti per esempio nell'Edda norrena (che, di converso, ha ispirato quelli che appaiono nelle saghe tolkeniane, per esempio ne "Lo hobbit", pubblicato nello stesso 1937). L'età avanzata, la professione di minatori e la vita isolata nei boschi ne fanno quasi una razza a parte, più simile agli gnomi che agli esseri umani.

Se Biancaneve è la prima di tante eroine Disney senza un padre (le figure paterne, salvo rare eccezioni – come Geppetto –, saranno essenzialmente assenti dalle pellicole disneyane fino al "Re leone" del 1994!), la regina/matrigna è la prima dei molti fortunatissimi villain della cinematografia animata, in questo caso due cattivi in uno: altrettanto memorabile della sua algida forma da sovrana, infatti, è quella decrepita e mostruosa da strega in cui si trasforma grazie alle sue arti oscure, una vera e propria megera con mani adunche e naso bitorzoluto che ricorda l'iconografia classica della befana. È degno di nota il fatto che, pur di avvicinare Biancaneve e consegnarle la mela, la perfida regina giunga a sacrificare (momentaneamente) la cosa alla quale tiene di più, ovvero la sua bellezza. Il grido di compiacimento "E ora la più bella sono io!", che Grimilde esclama nel momento in cui la fanciulla cade a terra avvelenata e lei pregusta il trionfo, è quasi paradossale: in quel momento a guardarla è tutt'altro che bella. E se poi, come si dice, la bellezza non è quella esteriore ma quella interiore, in quel momento la regina è priva sia dell'una che dell'altra. A punirla per i suoi delitti – anche in questo ci si discosta dalla fiaba dei Grimm – saranno i nani, richiamati dagli animaletti del bosco, che inseguiranno la strega sotto la pioggia con armi e bastoni (in una delle rare scene in cui non recitano ruoli buffi ma appaiono invece decisi e minacciosi), ma anche il destino, che la farà precipitare in un burrone mentre si apprestava a smuovere un enorme masso per scagliarlo sui suoi inseguitori. A chiudere il film, infine, c'è l'iconica scena del bacio del principe che risveglia la fanciulla distesa nella sua bara di cristallo (prefigurando ciò che accadrà a un'altra eroina Disney, l'Aurora de "La bella addormentata nel bosco"). Anche la magia nera, infatti, ha le sue regole, e il veleno usato dalla strega (che rende la mela di un rosso scarlatto vivissimo e innaturale, grazie anche al Technicolor) non procurava semplicemente la morte ma solo un sonno apparente che il "primo bacio d'amore" può dissolvere. Eppure, nelle prime fasi di progettazione del film si era pensato a un approccio comico anche per gli altri personaggi (come il principe o la regina), prima di riservarlo ai soli nani. Se Disney era partito da subito con l'idea di rendere questi ultimi i veri protagonisti della pellicola, la scelta di spostare il focus sul conflitto fra Biancaneve e la matrigna costrinse gli animatori ad eliminare alcune sequenze (già completate!) con i sette nani, come quella in cui mangiano la zuppa preparata da Biancaneve (che avrebbe dovuto seguire la scena, rimasta nella pellicola, in cui si lavano prima di andare a tavola).

La lunga e difficile lavorazione richiese quasi quattro anni (dall'inizio del 1934, quando – come racconta un celebre aneddoto – Walt Disney "recitò" l'intero film a voce, mimando tutti i personaggi, davanti al suo staff, fino al dicembre 1937, quando la pellicola ormai completata venne proiettata in anteprima al Carthay Circle Theatre di Los Angeles, per poi essere finalmente distribuita nelle sale di tutto il mondo – Italia compresa – nel corso del 1938) e coinvolse gran parte degli animatori che a quei tempi lavoravano negli studi Disney (situati a Hollywood, in Hyperion Avenue, e non ancora a Burbank). Scorrendo i credits – posti a inizio film, come si usava allora, e non alla fine – si riconoscono infatti molti nomi noti o destinati a diventarlo: per esempio Samuel Armstrong fra i disegnatori dei fondali, Merrill De Maris, Earl Hurd e Ted Sears fra gli autori degli storyboard, Hamilton Luske, Fred Moore, Vladimir "Bill" Tytla e Norman Ferguson fra i supervisori dell'animazione, James Algar, Art Babbitt, Les Clark, Bill Roberts, Frank Thomas, Ward Kimball, Grim Natwick e Woolie Reitherman fra gli animatori. Dei registi ho già detto sopra, mentre i character designer sono Albert Hurter e Joe Grant, i concept artist Ferdinand Hovarth e Gustaf Tenggren, e la colonna sonora (nominata all'Oscar) è firmata da Frank Churchill (per le canzoni), Leigh Harline e Paul J. Smith. La pellicola venne distribuita dalla RKO (la Buena Vista, la casa di distribuzione della stessa Disney, non esisteva ancora). Per la sua realizzazione furono necessarie ingenti risorse e anche un notevole progresso tecnologico, evidente dalla fluidità dell'animazione e dalla maestria tecnica che rimarrà a lungo ineguagliata (persino fra i lungometraggi della stessa Disney: l'unico, di quelli immediatamente successivi, che ci si avvicina è "Pinocchio"). Per i personaggi umani (Biancaneve, il principe, la regina e il cacciatore), allo scopo di ottenere un maggior realismo, in alcune scene si scelse di ricorrere alla tecnica di animazione rotoscope, che consiste nel "ricalcare" le movenze filmate di un attore in carne e ossa. La modella per Biancaneve, in particolare, fu la ballerina quindicenne Marge Belcher (la voce originale, invece, è quella della cantante italo-americana Adriana Caselotti, allora diciannovenne, la cui carriera paradossalmente ne risentì perché lo stesso Walt Disney non volle che la sua voce venisse più utilizzata successivamente in altre produzioni "per non rovinare l'illusione di Biancaneve").

Nonostante in molti, compreso suo fratello Roy e sua moglie Lillian, spaventati dal costo del film (dieci volte superiore a quello di un normale cartone animato), avessero cercato di dissuaderlo da un'impresa che altri produttori hollywoodiani consideravano "una follia", Disney riuscì alla fine nel suo intento. E la pellicola riscosse uno strepitoso successo di pubblico (per qualche tempo fu il film con il maggior incasso di sempre, superato poi da "Via col vento" un paio d'anni più tardi) e di critica (tanto che Walt ricevette, dalle mani di Shirley Temple, un Oscar alla carriera che consisteva in una statuetta di dimensioni normali attorniata da sette statuette in miniatura). Di fatto contribuì ad aumentare il prestigio della Disney, proiettandola definitivamente al di sopra di tutte le case concorrenti che lavoravano nel campo dei cartoni animati. Amatissimo da Sergej Eisenstein (che lo definì "il più grande film mai realizzato") e da Charles Chaplin, il lungometraggio spinse la MGM a mettere in cantiere "Il mago di Oz" e i fratelli Fleischer a produrre a loro volta un film d'animazione, "I viaggi di Gulliver". E naturalmente convinse definitivamente Disney che quella dei lungometraggi era la strada giusta: grazie anche ai ricchi proventi della pellicola, che consentirono di finanziare i nuovi studios di Burbank, negli anni seguenti (dal 1940 al 1942) uscirono "Pinocchio", "Fantasia", "Dumbo" e "Bambi", che insieme a "Biancaneve" compongono il gruppo dei big five, i primi cinque "classici Disney", prima che la guerra e la crisi economica spingessero lo studio a ripiegare su più economiche compilation di corti (i lungometraggi veri e propri torneranno soltanto nel 1950 con la seconda principessa, "Cenerentola"). Rieditato e ridistribuito nelle sale cinematografiche a intervalli regolari, all'epoca della sua uscita in Italia il film godette di una localizzazione con i titoli, i cartelli e persino le scritte (come quelle sui letti dei nani) nella nostra lingua. In occasione della riedizione del 1972, il film fu interamente ridoppiato perché la versione originale del 1938 era considerata troppo datata e infarcita di dialoghi eccessivamente aulici. Fra le curiosità del ridoppiaggio: nel 1938 il cacciatore ingannava la regina portandogli il cuore di un capretto, nel 1972 quello di un cinghiale (in originale era di un maiale!). Alla sua uscita il film fece molta impressione, fra gli altri, anche sul giovane disegnatore veneziano Romano Scarpa, che nel corso della sua carriera pubblicherà poi su "Topolino" diversi sequel a fumetti in cui si immagina che la strega cattiva sia sopravvissuta alla caduta nel burrone.

9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

17 agosto 2016

The village (M. Night Shyamalan, 2004)

The village (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2004
con Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix
**1/2

Rivisto in TV, con Daniela.

Pennsylvania, fine Ottocento: per sfuggire ai mali e alle violenze del mondo, una comunità religiosa si è ritirata a vivere in un villaggio isolato all'interno di una radura, circondata da una foresta che si dice abitata da misteriose e malvagie creature soprannaturali. Ma l'illusione che il male possa venire solo dall'esterno si rivela fallace: quando Lucius (Joaquin Phoenix), il ragazzo che ama, viene ferito gravemente dal folle e geloso Noah (Adrien Brody), la coraggiosa Ivy (Bryce Dallas Howard) chiede al padre Edward (William Hurt) e agli altri anziani del villaggio il permesso di attraversare la foresta per raggiungere la città, alla quale tutti avevano giurato di non fare mai più ritorno, per procurarsi le medicine necessarie a salvarlo. Dopo "Il sesto senso" e "Unbreakable", Shyamalan (come sempre anche sceneggiatore e produttore) sforna un altro film con il finale a sorpresa, questa volta sotto forma di fiaba gotica. Visto che il pubblico sapeva ormai cosa aspettarsi dal regista indo-americano, questi lo spiazza lasciando intendere per lunghi tratti che il colpo di scena sia legato alla natura delle misteriose creature, prima di ribaltare nel finale il background stesso della storia. Forse il twist ending è meno efficace rispetto ai film precedenti, e anche le premesse non sono del tutto plausibili, ma il significato del film (una riflessione sulla paura e sull'isolazionismo: non a caso la pellicola è stata realizzata negli anni successivi agli attentati dell'11 settembre) va oltre il semplice fattore sorpresa. Il ricco cast (ci sono anche Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Michael Pitt e Jesse Eisenberg) e la buona sceneggiatura (che gioca con le menzogne e i segreti, seminando indizi apparentemente innocui che invece assumono rilevanza solo più tardi) sono serviti da una regia d'atmosfera che mantiene la suspense grazie anche alla colonna sonora di James Newton Howard e a una fotografia interessante per l'uso "narrativo" dei colori: il rosso, il colore del male, è quello associato alle creature (e come tale è bandito dal villaggio), mentre il giallo le tiene lontane (ed ecco che Ivy, quando si avventura nel bosco, indossa una mantella di questa tinta, diventando un vero e proprio "Cappuccetto giallo"). Come in ogni fiaba che si rispetti, inoltre, l'eroina deve avere un handicap: in questo caso è la cecità, che da un lato le impedisce di vedere i pericoli e come stanno realmente le cose, ma dall'altro le permette di leggere in maniera diretta l'anima delle persone, riconoscendone le qualità e i sentimenti.

17 agosto 2015

Into the woods (Rob Marshall, 2014)

Into the woods (id.)
di Rob Marshall – USA 2014
con Meryl Streep, James Corden
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il bosco è il luogo dell'inconscio, dei desideri e delle magie. E nel bosco si intrecciano le vicende di tante celebri fiabe, i cui personaggi (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo – qui con il nome inglese, come nella versione disneyana, di “Rapunzel” – e Jack della pianta di fagioli) si incontrano e interagiscono fra loro. Filo conduttore è la storia di una coppia di fornai (James Corden ed Emily Blunt) ai quali una strega (Meryl Streep), per sollevare la maledizione che impedisce loro di avere bambini, ha chiesto di trovare i quattro ingredienti che le servono per riottenere la giovinezza perduta: una mucca bianca come il latte, una mantella rossa come il sangue, una scarpetta pura come l'oro e una ciocca di capelli biondi come il grano. Da un musical di Broadway (di Stephen Sondheim e James Lapine), il regista Rob Marhsall – che nel genere aveva già dato con “Chicago” – trae un film che “gioca” con le fiabe: non solo, come detto, intrecciandole fra di loro (di fatto si immagina che le vicende siano contemporanee e avvengano tutte nella stessa regione, fra due regni separati dal bosco, tanto che anche i vari “principi azzurri” – quello di Cenerentola e quello di Rapunzel – sono fra di loro fratelli), o parodizzandone certi elementi (una Cappuccetto Rosso ingorda, che si mangia i dolci destinati alla nonna, per esempio), ma anche andando ad esplorare cosa accade ai personaggi dopo il fatidico “e vissero felici e contenti”. Le loro vicende proseguono infatti ben oltre il finale tradizionale, spesso prendendo brutte pieghe: e così scopriamo che Cenerentola non resterà a lungo con il suo principe, che Jack avrà ancora a che fare con i giganti, e così via. All'inizio divertente, man mano che prosegue il film diventa però sempre più pasticciato e, peggio ancora, noioso. Oltre che senza particolare spessore, colmo com'è di morale hollywoodiana. Colpa anche di canzoni musicalmente monotone ma soprattutto con testi didascalici e retorici. Nel cast Anna Kendrick, Chris Pine, MacKenzie Mauzy e Billy Magnussen. Piccola parte per Johnny Depp nei panni del lupo cattivo.

14 giugno 2015

Peace to us in our dreams (S. Bartas, 2015)

Peace to us in our dreams
di Sharunas Bartas – Lituania/Fra/Rus 2015
con Sharunas Bartas, Lora Kmieliauskaite
*

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Un uomo (lo stesso regista), sua figlia (Ina Marija Bartaité) e la sua giovane fidanzata (Lora Kmieliauskaite), violinista in crisi, si recano nella casa di campagna per trascorrere un week-end in isolamento. Qui entreranno in contatto con la natura, con vicini problematici (un ragazzo scappato di casa e che si aggira per i boschi, due vecchi litigiosi) e con sé stessi. Difficile parlare di un film dove a lunghi tratti non solo non succede nulla, ma che fa di tutto per impedire allo spettatore di trovare un appiglio di qualsiasi tipo, tanto che è facilissimo che durante la visione la mente vaghi pensando ad altro. Silenzi infiniti, rotti solo da dialoghi di banalità assurda o di filosofia spicciola e saccente; personaggi enigmatici, il cui ruolo nella storia – se mai ce n'è uno – è rivelato solo alla fine; un utilizzo del paesaggio quanto mai evanescente, che anziché avvolgere lo spettatore pare tenerlo lontano; piccoli episodi che non si collegano l'uno all'altro, e che non sembrano avere alcun significato nel grande schema delle cose. Per me, che pure amo autori come Tarkovskij o Tsai Ming-Liang, questo film è il vuoto assoluto. Ero stato avvisato su Bartas e sul suo cinema micidiale, ho voluto provare lo stesso, ma difficilmente le nostre strade si incroceranno di nuovo.

12 ottobre 2014

Rambo (Ted Kotcheff, 1982)

Rambo (First blood)
di Ted Kotcheff – USA 1982
con Sylvester Stallone, Brian Dennehy
***

Rivisto in TV.

John Rambo (Stallone), reduce del Vietnam da poco tornato in patria, sta attraversando il paese quando viene preso di mira dall'arrogante sceriffo (Dennehy) di una cittadina dello stato di Washington, che lo accusa di vagabondaggio. Fuggito fra i boschi che ricoprono le impervie montagne circostanti, è oggetto di una caccia all'uomo da parte della polizia locale: ma la situazione si complica, visto che Rambo è un berretto verde addestrato nelle più svariate tattiche di guerriglia e di sopravvivenza. Nemmeno l'intervento della guardia nazionale e l'arrivo del generale Trautman (Richard Crenna), comandante di Rambo in Vietnam, risolvono la situazione, la cui escalation porta a un confronto diretto fra Rambo e lo sceriffo. Tratto da un romanzo di David Morrell (che terminava con la morte del protagonista), il film che ha dato vita alla seconda serie più popolare della carriera di Stallone (dopo "Rocky"): ma se nei capitoli successivi il personaggio si tramuterà in un simbolo della forza militare americana (e segnatamente dell'amministrazione reaganiana), impegnato in una serie di missioni all'estero, qui i toni sono ben diversi, quasi intimi e psicologici, e si sviluppano all'insegna del disagio dei reduci di una guerra diventata sinonimo di sconfitta e di tragedia nazionale, che hanno vissuto l'inferno sulla propria pelle (memorabile il "crollo" emotivo di Rambo nel finale, quando si rende finalmente conto di essere rimasto l'unico sopravvissuto della sua vecchia squadra) e che al rientro in patria hanno trovato soltanto ostilità, contestazione e antipatia. Anche se Stallone, intervenendo sulla sceneggiatura, ha cercato di accrescere l'empatia del personaggio, in questo primo film Rambo è di fatto un perdente e un emarginato, nonostante le sue incredibili abilità gli permettano di tenere testa da solo contro un numero soverchiante di avversari. Al di là della spettacolarità e della tensione delle scene di combattimento (che comunque non mancano) e di una trama che si incentra sullo scontro fra un tutore dell'ordine deviato (lo sceriffo) e un innocente perseguitato (in fondo non dissimile da pellicole come "Convoy" o "L'imperatore del nord"), il film acquista dunque valore come documento di un disagio di natura sia personale (i "flashback" con i ricordi delle torture e degli orrori vissuti durante la guerra) sia socio-culturale, quando non addirittura politico, specchio e metafora di tutte le contraddizioni dell'America. Dietro le apparenze di un "semplice" film d'azione e d'avventura, dunque, la carne al fuoco è tanta. E Stallone è perfetto nell'equilibrare l'energia e la fragilità nascosta del personaggio. Peccato solo per il finale, che non conclude degnamente la storia ma preserva il protagonista per i successivi sequel (dal maggiore successo di pubblico ma non altrettanto di critica).

19 marzo 2013

In compagnia dei lupi (Neil Jordan, 1984)

In compagnia dei lupi (The Company of Wolves)
di Neil Jordan – GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury
***

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

Una ragazzina che abita in una casa nel bosco sogna di vivere in un villaggio medievale di contadini e di trovarsi alle prese con un branco di lupi mannari. La sua storia è inframmezzata dalle favole che le racconta la nonna, anche queste in tema. Tratto da alcuni racconti di Angela Carter (contenuti nell'antologia "La camera di sangue"), che ha contribuito all'adattamento cinematografico (ispirandosi anche a una versione radiofonica precedente), il film è una rivisitazione in chiave gotica e quasi horror della fiaba di Cappuccetto Rosso nella versione di Charles Perrault (anche se non mancano, qua e là, accenni ad altre celebri favole, da Biancaneve a la Bella Addormentata nel Bosco, ad Alice). Inevitabili, e anzi preponderanti, le suggestioni psicanalitiche e le allusioni al tema dello sviluppo della sessualità: la pellicola fa riferimento a più riprese al passaggio all'età adulta, con i lupi mannari che insidiano e in fondo attraggono la bambina che si addentra da sola nel bosco, pur messa in guardia dai genitori e dalla nonna sul "male" che alberga negli stranieri, ovvero negli uomini adulti. Simboli ed elementi come il colore rosso, il sangue sulla neve o i corpi che si trasformano, d'altronde, parlano chiaro. Ambigua e fascinosa l'atmosfera onirica (come detto, tutta la vicenda è in realtà sognata dalla protagonista), con la trasfigurazione dell'infanzia (i giocattoli abbandonati nel bosco, gli animali) e lo sviluppo delle prime pulsioni adulte (il rossetto, lo specchio), ammantate da una sorta di realismo magico che a tratti ricorda certe pellicole dell'est europeo (Švankmajer, Jireš: il film è particolarmente debitore a "Le fantasie di una tredicenne" di quest'ultimo). Non eccelsi gli effetti speciali (siamo nell'era pre-digitale): le trasformazioni degli uomini in lupi, per esempio, risultano inferiori a quella vista tre anni prima ne "Un lupo mannaro americano a Londra". Nel cast, anche Terence Stamp e Stephen Rea (habitué, quest'ultimo, del regista).

24 novembre 2012

Marsupilami (Alain Chabat, 2012)

Marsupilami (Sur la piste du Marsupilami)
di Alain Chabat – Francia/Belgio 2012
con Jamel Debbouze, Alain Chabat
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Marsupilami è un personaggio ideato dal disegnatore belga André Franquin e apparso nei popolari albi a fumetti di "Spirou", chiaramente ispirato all'Eugene the Jeep (Eugenio il Gip) delle strisce di "Popeye". Si tratta di un bizzarro e rarissimo animale esotico, un marsupiale che vive nella giungla amazzonica di Palombia, stato fittizio dell'America del Sud. Protagonista di una serie di albi personali e di diversi cartoni animati, sbarca ora al cinema in una pellicola che mescola live action e animazione digitale. Chabat interpreta Dan Geraldo, reporter televisivo ormai caduto in disgrazia, che per risollevare i bassi ascolti della sua trasmissione viene inviato in Palombia alla ricerca di uno scoop (l'intenzione sarebbe quella di intervistare gli ultimi superstiti di una tribù amazzonica, i Paya) e si imbatte nello scalcinato Pablito, guida locale e veterinario imbroglione che sostiene di aver visto, tempo prima, proprio un esemplare del leggendario e mitologico Marsupilami. Nessuno gli crede, tranne l'anziano professor Hermoso, che ha scoperto che la creatura si nutre con un'orchidea dai cui fiori è possibile ricavare un filtro dell'eterna giovinezza. Per salvare il Marsupilami dal malvagio scienziato, che nel frattempo è diventato il dittatore della piccola nazione, Geraldo e Pablito dovranno imbarcarsi un'avventura dalle mille difficoltà e convincere il mondo di non essere quei bugiardi che tutti credono (Geraldo perché si scopre che tutti i suoi scoop precedenti erano falsi, Pablito perché è sempre vissuto di truffe e di piccoli espedienti). La comicità di Chabat (al suo secondo film tratto da un fumetto dopo "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", nel quale già figurava Debbouze) è al servizio di una storia che mescola avventura, azione e umorismo senza soluzione di continuità. Se la sceneggiatura a tratti arranca (forse perché mette troppa carne al fuoco, con il rischio di risultare eccessivamente stratificata per un pubblico infantile) e il messaggio ecologista contro lo sfruttamento della natura lascia un po' il tempo che trova, non mancano però le sequenze esilaranti, come l'esibizione canora del deposto generale Pochero (Lambert Wilson) nei panni di Céline Dion o la satira contro il mondo della televisione, comprese le finte pubblicità (Loréins, lo sponsor del programma di Geraldo, è chiaramente una parodia di L'Oréal), una trovata che era già presente nel capolavoro dei "Nuls", "La cité de la peur".

25 luglio 2011

Il trono di sangue (A. Kurosawa, 1957)

Il trono di sangue (Kumonosu-jō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1957
con Toshiro Mifune, Isuzu Yamada
****

Rivisto in DVD.

Nel trasportare la vicenda del “Macbeth” dalla Scozia al Giappone feudale dei samurai, Kurosawa compie un’operazione apparentemente rischiosa ma che porta ottimi frutti. Complice anche l’universalità dei testi di Shakespeare (che, non a caso, continuano a essere rappresentatissimi in tutto il mondo a distanza di oltre cinque secoli; e non sono pochi gli allestimenti che si prendono libertà nel setting o nella collocazione temporale: vedi anche, per restare al cinema, i film di Kenneth Branagh), il lungometraggio che ne risulta è senza dubbio uno dei migliori, più fedeli e più “potenti” adattamenti cinematografici di un dramma del grande bardo e ne veicola alla perfezione il tema dell’ambizione e della sete di potere che porta un guerriero coraggioso e leale al delitto, al tradimento e all’autodistruzione. Kurosawa, che tornava ad ambientare un film nell’impetuoso Giappone delle guerre civili dopo il grande successo de “I sette samurai”, ripeterà l’operazione quasi trent’anni dopo, sempre con risultati eccellenti, quando trasformerà il “Re Lear” nello spettacolare “Ran”. Il critico Richard Marienstras ha lodato il regista nipponico, “che riesce a naturalizzare Macbeth in modo da permettere a un occidentale di riconoscere Shakespeare e a un orientale di ritrovarvi un film giapponese storicamente documentato”. E Kurosawa stesso, nel spiegare la genesi di un film così sperimentale (agli stilemi del dramma occidentale ha sostituito quelli del teatro Nō), ha spiegato: “Il mondo descritto da Shakespeare nelle sue grandi tragedie a sfondo storico somiglia talmente al nostro medioevo e al nostro Cinquecento che a noi giapponesi pare di leggere un autore giapponese. [...] Ambíentare questa tragedia dell'ambizione nel Giappone dell'epoca delle guerre civili è stata quindi per me la cosa più naturale del mondo”.

Toshiro Mifune è il generale Washizu/Macbeth: mentre ritorna vittorioso da una dura battaglia, attraversando la foresta che circonda il maniero del suo signore Tsuzuki/Duncan (il Kumosonu-jō, ossia “il castello della ragnatela”, che è poi il titolo originale della pellicola), incontra un misterioso spirito che gli prevede un futuro apparentemente radioso: proprio lui, infatti, succederà al suo padrone come signore del castello; ma la sua stirpe sarà di breve durata, e il regno passerà al figlio del suo miglior amico, il generale Miki/Banquo (Minoru Chiaki). Washizu è un suddito fedele e non certo ambizioso, o almeno così vorrebbe mostrarsi: sarà sua moglie Asaji/Lady Macbeth (la mizoguchiana Isuzu Yamada), una donna senza scrupoli, a risvegliare i suoi peggiori impulsi e a spingerlo affinché faccia avverare la profezia, uccidendo a tradimento il suo signore mentre si trova ospite da lui. Non sarà l’unico delitto: anche l’amico Miki verrà decapitato, nel timore che si possa avverare la seconda parte della profezia. Divenuto un tiranno sanguinario, e con la sua fortezza sotto assedio da parte dell’esercito guidato dagli eredi di coloro che ha ucciso, Washizu si sente sicuro di uscirne comunque trionfatore, visto che lo spirito gli ha anche predetto che non perderà una battaglia fino a quando gli alberi della foresta non marceranno contro di lui: cosa che avverrà puntualmente quando gli assedianti useranno tronchi e frasche per mimetizzarsi mentre circondano il castello.

Anche se rispetto al testo di Shakespeare non mancano i cambiamenti (al posto delle tre streghe c'è uno solo spirito, inquietantemente bianco e luminoso, intento a tessere all'arcolaio come le Parche), il ruolo di alcuni personaggi di contorno viene ridotto (come quello di Noriyasu/Macduff) e numerosi dialoghi sono eliminati o rappresentati solamente attraverso soluzioni visive, tutte le scene più importanti e significative del dramma originale sono presenti, a partire dalla follia che assale Washizu e Asaji (il primo vede il fantasma dell’amico ucciso, la seconda impazzisce e tenta inutilmente di lavarsi via il sangue dalle mani). Ma è soprattutto la grandiosa ambientazione – con le brughiere spoglie e invase dalla nebbia, la labirintica foresta, i castelli feudali (ricostruiti sul monte Fuji), la stanza insanguinata, le armi e le armature medievali – a giocare un ruolo chiave nella riuscita del film, così come risultano incredibilmente efficaci le suggestioni formali del teatro Nō (riscontrabili in particolare nella figura di Asaji, il cui volto è sempre una maschera impassibile, ma anche nell'espressione irosa dello stesso Mifune e in generale nello stile dei dialoghi e dei monologhi, secchi e semplici ma espressivi). Memorabile, nel finale, la scena in cui gli stessi soldati di Washizu, spaventati dall’incedere degli alberi, si ribellano contro di lui e lo sommergono di frecce: la sequenza è stata girata senza effetti speciali, con arcieri professionisti che scagliavano i dardi verso Mifune mentre l'attore, agitando le braccia, comunicava loro in quale direzione stava per muoversi!

25 giugno 2011

Night fishing (Park Chan-wook, 2011)

Night fishing (Paranmanjang)
di Park Chan-wook, Park Chan-kyong – Corea del Sud 2011
con Oh Kwang-rok, Lee Jung Hyun
**1/2

Visto nella sala Estérel al Palais des Festivals di Cannes.

Un uomo si reca a pescare nel bosco, presso il fiume Han. Di notte incontrerà lo spirito di una donna: ma presto scopriremo che in realtà il defunto è lui, e che la donna è una medium ingaggiata dalla sua famiglia. Ispirandosi allo "sciamanesimo coreano", Park realizza un piccolo film (scritto e diretto insieme al fratello Park Chan-kyong) sulla morte e sulla vita. Ma più che per il soggetto, il lavoro è degno di nota per le sue caratteristiche tecniche: il cortometraggio (dura in tutto 30 minuti) è stato infatti girato esclusivamente e interamente con un Apple iPhone 4 al posto della macchina da presa. L'abilità registica di Park gli consente di fare con lo smartphone tutto quello che farebbe con un normale equipaggiamento: zoom e carrellate, riprese notturne, effetti speciali, montaggio rapido, primi piani e inquadrature d'atmosfera. La minor risoluzione delle immagini, poi, dona alle scene ambientate nel bosco una suggestione horror simile a quella di prodotti che "fingono" soltanto di essere girati con mezzi di fortuna (come "The Blair Witch Project" e simili), mentre aggiunge alle sequenze finali del rito sciamanico una felice aura di realismo. Un esperimento riuscito, dunque, oltre che una notevole operazione di marketing.

21 settembre 2010

Essential killing (J. Skolimowski, 2010)

Essential killing
di Jerzy Skolimowski – Polonia/Norvegia 2010
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Un guerrigliero afgano viene catturato dai soldati americani nel deserto e trasportato al nord: durante il trasferimento riuscirà a fuggire e si darà alla macchia fra montagne e boschi innevati, aiutato da fortunate circostanze, dalla natura – sotto forma di animali (cinghiali, cervi, lupi, formiche) e piante (tronchi, cortecce, bacche) – e dal coraggio di saper uccidere quando serve. Nulla che non sia stato già fatto in passato, anche in modo migliore (i primi trenta minuti di "Caccia spietata", per esempio): ma Vincent Gallo è bravo a reggere un intero film senza dire una parola (e anche la Seigner, la donna che lo accoglie e gli cura le ferite, è muta) e certe scene fra l'assurdo (l'assalto alla donna che allatta) e il documentaristico (l'uso del paesaggio) non si dimenticano facilmente. Del protagonista senza nome (nei titoli di coda è però indicato come Mohammed) non ci viene detto nulla, benché alcuni squarci sul suo passato – in cui si intravede una famiglia felice, mentre sullo sfondo risuonano i richiami dei mujaheddin alla guerra santa – lascino immaginare due possibilità: che abbia abbandonato tutto per unirsi alla jihad, oppure che moglie e figlio siano rimasti vittime degli attacchi americani e che lui si sia arruolato per vendetta. In ogni caso, non è certo questo che interessava al regista, intenzionato semmai a mostrare l'istinto di sopravvivenza di un uomo in un ambiente che non conosce (le montagne anziché il deserto) e a contatto con una natura selvaggia e protettiva al tempo stesso.

2 settembre 2010

Maghi e viaggiatori (Khyentse Norbu, 2003)

Maghi e viaggiatori (Travellers and Magicians)
di Khyentse Norbu – Bhutan/Australia 2003
con Tsewang Dandup, Sonam Lhamo
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Si tratta del primo film mai girato in Bhutan, anche se il dubbio che sia stato pensato per l'esportazione, cioè avendo in mente un pubblico occidentale, è difficile da scacciare. L'ambientazione e gli scenari esotici, fra boschi e montagne, fanno da sfondo all'eterna lotta fra tradizione e modernità, con personaggi divisi fra l'accontentarsi di quello che si ha già e il desiderio di fuggire altrove. Il protagonista Dondup, giovane funzionario governativo di stanza in un piccolo villaggio fra le montagne, sogna infatti di andare in America, la terra delle opportunità: ma durante il lungo viaggio fino alla più vicina città (ha perso la corriera ed è costretto a fare l'autostop su strade dove non passa mai nessuno) incontra un monaco che gli racconta una favola a sfondo morale; e, cosa più importante, fa la conoscenza con una ragazza che gli farà cambiare idea, finendo così col restare a casa. Il film alterna sequenze del viaggio di Dondup (immerse in paesaggi da cartolina) con frammenti del racconti del monaco (incentrato su un giovane, per molti versi simile al protagonista, che si perde nella foresta e si innamora della moglie del boscaiolo che lo ospita), girati con una fotografia filtrata ed espressionista. A tratti ricorda il cinema di Zhang Yimou (in particolare film come "Non uno di meno", "La strada verso casa" e "Mille miglia... lontano"), ma tutto è un po' troppo facile, banale e scontato.

11 giugno 2010

Lo zio Boonmee... (A. Weerasethakul, 2010)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
(Loong Boonmee raleuk chat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2010
con Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'anziano Boonmee, gravemente malato, gestisce una fattoria ai margini della giungla con l'aiuto di immigrati laotiani. Qui riceve la visita della cognata Jen e del nipote Tong, ma soprattutto quelle del fantasma della moglie, morta diciannove anni prima, e del figlio, che era scomparso nella foresta e che ora ritorna trasformato in uno scimmione dagli occhi rosso fuoco. Dopo una lunga scena apparentemente slegata dal resto (ma che, alla luce del fin troppo esplicito titolo del film, potrebbe essere interpretata come un momento di una vita passata) in cui un'antica principessa cerca di ritrovare la gioventù e la bellezza facendosi possedere da uno spirito-pesce, vediamo Boonmee e i suoi cari addentrarsi nella giungla fino a una grotta dove l'uomo si lascerà morire, circondato da presenze ancestrali e primitive. Dopo il funerale, Jen e Tong (diventato ora un monaco) si "sdoppieranno". L'incomprensibile (in tutti i sensi) Palma d'Oro di Cannes 2010 è un film ermetico e animista che alterna sequenze realistiche e concrete con altre fiabesche e oniriche, cercando di costruire un'atmosfera sospesa e magica che però elude costantemente lo spettatore, senza mai dare l'impressione di sviluppare in maniera sensata i temi della morte, della memoria e della trasformazione. Proprio la contaminazione di momenti prosaici e realisti con altri più surreali e inquietanti gioca a sfavore della pellicola, che alla fine non risulta né carne né pesce. Il ritmo è lentissimo (come il modo di parlare e di muoversi dei personaggi), lo stile impescrutabile (cosa c'entrano i fermo immagine con i soldati e l'uomo travestito – questa volta apertamente, si vede anche la lampo! – da gorilla?), i costumi ridicoli (l'uomo-scimmia sembra un incrocio fra un Wookie con i peli neri e il testimonial del Crodino), e regia e fotografia non impressionano in alcun modo. Non sempre l'atmosfera basta a salvare un film o a fornire una chiave di lettura, soprattutto quando allo spettatore è preclusa qualsiasi connessione emotiva con i personaggi e gli eventi.

21 dicembre 2009

I fratelli Grimm (Terry Gilliam, 2005)

I fratelli Grimm e l'incantevole strega (The brothers Grimm)
di Terry Gilliam – GB/USA 2005
con Matt Damon, Heath Ledger
**

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Nella Germania occupata dai francesi (siamo nel diciannovesimo secolo), i fratelli Wilhelm ("Will") e Jacob ("Jake") Grimm si guadagnano da vivere fingendo di essere cacciatori di streghe, mostri e demoni, e approfittando della credulità popolare. Ma quando si troveranno di fronte a una vera strega (una regina prigioniera della propria vanità, divenuta immortale ma tuttora in cerca dell'eterna giovinezza), dovranno ricorrere a ben altro che ai trucchi da baraccone in loro possesso. E accumuleranno tanti spunti e informazioni interessanti da convincerli a cambiare mestiere e diventare quei narratori di fiabe come oggi li conosciamo. Ambizioso film in costume che ricorda per certi versi alcuni film di Tim Burton (segnatamente "Sleepy Hollow"), è però caratterizzato da un tono leggermente comico-farsesco che impedisce alla pellicola di farsi prendere sul serio, di fare veramente paura o di sprigionare un autentico fascino dell'avventura o del fiabesco. Non bastano purtroppo brevi citazioni o riferimenti a favole celebri (da Cappuccetto Rosso ad Hänsel e Gretel, da Biancaneve alla Bella Addormentata, da Raperonzolo a Jack e il fagiolo magico, dall'omino di marzapane al principe ranocchio) per tenere insieme un film che, pur non disprezzabile dal lato dell'intrattenimento, non è certo da annoverare fra i più memorabili di Gilliam. Buoni, comunque, costumi, scenografie ed effetti speciali. Il momento più divertente, per me, è quando Jake si getta dalla torre attaccato ai capelli della strega, gridando "Raperonzolo!". Il rapporto fra i due personaggi principali, che degli autentici Grimm non hanno nulla, è all'insegna di un conflitto piuttosto banale (il "razionale" Will contro il "credulone" Jake). Il titolo italiano gioca a ingigantire la presenza di Monica Bellucci, affiancando il suo personaggio al nome dei due protagonisti. Fra gli attori, comunque, spiccano anche la bella Lena Headey (la selvaggia cacciatrice che aiuta i nostri eroi), il buffo Peter Stormare (nei panni dello sgherro italiano Mercurio Cavaldi) e il sempre raffinato Jonathan Pryce (il crudele generale francese). Come tutti i film di Gilliam, anche questo ha subito alcune traversie produttive, per esempio a livello di cast. Nel ruolo di Will, Gilliam avrebbe voluto Johnny Depp: ma il produttore Bob Weinstein gli impose Matt Damon perché riteneva che Depp non fosse "abbastanza famoso commercialmente"; per Cavaldi il regista aveva pensato a Robin Williams, che poi ha rinunciato; e per la regina malvagia, il ruolo era stato proposto – prima che alla Bellucci – anche a Nicole Kidman e Uma Thurman. La pellicola è stata girata interamente nella Repubblica Ceca, e Gilliam ha dovuto rinunciare a diversi suoi collaboratori abituali che non erano graditi ai produttori.

3 ottobre 2009

Storia di fantasmi cinesi (Ching Siu-tung, 1987)

Storia di fantasmi cinesi (Sien nui yau wan, aka A chinese ghost story)
di Ching Siu-tung – Hong Kong 1987
con Leslie Cheung, Joey Wong
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Presso un antico tempio disabitato, nella foresta, il fantasma di una fanciulla è costretto a sedurre i malcapitati viandanti per consegnarli a un terribile demone-albero che ne risucchia le energie vitali. Ma la ragazza si innamora di un giovane e ingenuo esattore delle tasse, che combatterà strenuamente contro gli spiriti maligni per liberarla dalla sua schiavitù e salvare la sua anima, aiutato da un bizzarro monaco taoista. Folgorante horror-fantasy romantico, dal titolo programmatico e dal soggetto ispirato a un classico racconto soprannaturale della dinastia Qing, che mescola lo stile artigianale del Sam Raimi de “La casa” (l'ambientazione nel bosco, le soggettive rasoterra delle “presenze” malvage, i mostri animati a passo uno, una certa dose di ironia e di umorismo) con quello dei classici wuxiapian cinesi (combattimenti in volo e a colpi di arti marziali, monaci e spadaccini guerrieri, la lotta epica fra il bene e il male, sentimentalismo struggente, veli e tessuti fluttuanti), in un mix riuscitissimo che ha fatto da apripista a tutto un genere (quello dei racconti sul folklore e il soprannaturale) all'interno della new wave di Hong Kong, di cui è stato forse il primo prodotto a giungere con successo in occidente. In Asia – Giappone e Corea compresi – la pellicola fu una grande hit, consolidando la fama di star di Leslie Cheung (già noto come cantante e per le sue apparizioni in “A better tomorrow” e “Rouge”) e lanciando la carriera di Joey Wong, perfetta nel ruolo dello spirito irrequieto e innamorato di un mortale, e indimenticabile con i campanellini attorno alla caviglia. Al loro fianco c'è il veterano Wu Ma nei panni del monaco guerriero, forse – come per Joey Wong – il ruolo più celebre della sua carriera. Prodotto dalla factory del geniale Tsui Hark, il film vede alla regia il dotatissimo coreografo Ching Siu-tung che si sbizzarrisce in una serie di scene e di sequenze visivamente splendide. Fondamentale il ruolo della fotografia nel dare vita a un'atmosfera eterea e onirica, sospesa fra il mondo degli esseri umani (abitato da guardie inette e da funzionari corrotti) e quello degli spiriti e dei demoni (governato peraltro da ferree leggi naturali). Magnifica anche la colonna sonora, nella quale spiccano le canzoni interpretate dallo stesso Leslie Cheung (sui titoli di testa) e da Sally Yeh: ma è da ricordare pure il balletto notturno di Wu Ma, una sorta di rap danzato e coreografato. Il film ha dato origine a ben due sequel, diretti dallo stesso Ching, più una serie televisiva e un lungometraggio d'animazione prodotto sempre da Tsui Hark.

4 giugno 2009

Antichrist (Lars von Trier, 2009)

Antichrist (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Ger/Fra/Italia 2009
con Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe
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Visto al cinema Eliseo, con Ginevra.

Mentre fanno l'amore sotto la doccia, il loro bambino esce dalla culla e si getta dalla finestra di casa. Per riprendersi dal dolore e dallo shock, la coppia si trasferisce in uno chalet nei boschi, dove lui – che è un terapeuta – spera di riuscire ad analizzare le paure latenti della donna, che a quanto pare sono legate proprio a quel luogo isolato e immerso nel verde. Ma strani eventi scatenano la follia di lei, ossessionata dai suoi studi sulle torture subite dalle donne attraverso i secoli. Fra animali-totem parlanti, boschi di cadaveri, mutilazioni genitali, incubi alienanti, il sempre geniale Lars von Trier offre allo spettatore un viaggio nell'inconscio e nella follia. Ma nonostante la trama e il setting (che può ricordare, alla lontana, persino "La casa" di Raimi!), non si tratta di un vero e proprio film horror: più che orrore e paura, infatti, la pellicola vuole comunicare angoscia e disperazione, disgusto e raccapriccio, incubi interiori, fobie e sensi di colpa. E le scene esplicite di sesso e violenza non sono provocazioni fini a sé stesse, ma contribuiscono ad accompagnare lo spettatore dentro il mondo caotico e disturbante creato dal regista. Naturalmente "Antichrist", come i precedenti lavori di LVT, è anche una pellicola estremamente misogina: la donna appare legata al lato più ostile e maligno della natura (che definisce "la chiesa di Satana"), mentre l'uomo è in grado di coglierne anche gli aspetti positivi e protettivi (per esempio nel finale, quando si nutre di more). Curioso, a questo proposito, il ribaltamento di ruoli rispetto ai consueti slasher, dove solitamente la vittima/protagonista è di sesso femminile, mentre il maniaco/oppressore è un maschio (ci sono eccezioni, naturalmente, come "Audition" di Takashi Miike). Ora che ci penso, da questo punto di vista rappresenta un'inversione di rotta anche rispetto ai precedenti lavori dello stesso LVT. Certo, si può pensare anche a un'altra lettura, dove il male è l'istinto e l'irrazionalità, mentre il bene è la ragione e l'autocontrollo: non a caso il regista ha dichiarato di aver realizzato questo film per compiere una sorta di autoterapia e superare i propri problemi psicologici. Davvero splendido il prologo, girato in bianco e nero e in ralenti: uno stile forse oggi un po' abusato – si pensi all'incipit di "Watchmen" – ma un minuto di LVT da solo vale più dell'intera filmografia (presente e futura) di Zack Snyder. Suggestiva la fotografia di Anthony Dod Mantle. A parte il bambino e le comparse nella scena finale, in tutto il film recitano soltanto due attori. Una didascalia finale dedica la pellicola a Tarkovskij: il bosco di "Antichrist" è come la "zona" di "Stalker", il luogo dove le nostre paure inconsce prendono vita?