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4 giugno 2023

La promesse (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 1996)

La promesse (id.)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/Francia 1996
con Jérémie Renier, Olivier Gourmet
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il quindicenne Igor (Jérémie Renier) aiuta il padre Roger (Olivier Gourmet) nello sfruttamento degli immigrati clandestini, ai quali fornisce una stanza in affitto e un lavoro (in nero). Un giorno Amidu, immigrato dal Burkina Faso, rimane gravemente ferito cadendo da un'impalcatura in un cantiere. Per impedire che i suoi affari vengano scoperti, Roger impedisce al figlio di portare l'uomo in ospedale: prima di morire, però, Amidu si fa promettere dal ragazzo che si prenderà cura della moglie (Assita Ouédraogo) e del figlio neonato. Un po' per tener fede alla promessa, un po' per i sensi di colpa, Igor inizia a prendersi a cuore le sorti della donna, anche a costo di mettersi contro il padre... Il terzo lungometraggio dei fratelli Dardenne fu anche il primo a dar loro notorietà: è una pellicola intensa, drammatica, dai toni asciutti e realistici, assai cupa ma nobilitata da un fondo di speranza, come l'empatia che può svilupparsi anche nei contesti più disagiati. Renier (che anche dopo essere cresciuto continuerà a recitare nei film dei due fratelli, per esempio in "L'enfant" e "Il matrimonio di Lorna") dà vita a un personaggio stratificato e complesso, nonostante la giovane età, mentre la denuncia dello sfruttamento e delle difficili condizioni degli immigrati illegali in Belgio (o in generale in Europa) è affrontata senza demagogia o retorica. In più c'è il rapporto fra padre e figlio, conflittuale e problematico (l'uomo è tutt'altro che un bravo maestro di vita per il ragazzo), ma a tratti guarnito da slanci di sincero affetto reciproco. Anche Gourmet reciterà ancora per i Dardenne in un altro film dai temi simili ("Il figlio"). Piccoli tocchi di colore e di caratterizzazione includono la passione di Igor per le automobili (costruisce un go-kart artigianale con gli amici) e le tradizioni magico-sciamaniche che gli immigrati portano con sé anche in un altro continente.

28 aprile 2023

Brooklyn (John Crowley, 2015)

Brooklyn (id.)
di John Crowley – GB/Irlanda/Canada 2015
con Saoirse Ronan, Emory Cohen
**

Visto in divx.

All'inizio degli anni Cinquanta, la giovane e sensibile Eilis (Saoirse Ronan) decide di abbandonare il piccolo villaggio irlandese in cui è nata e vissuta per andare in cerca di fortuna e di una nuova vita in America. La traversata in piroscafo e i primi passi a Brooklyn, dove risiede in un pensionato femminile e lavora come commessa in un grande magazzino, saranno difficili; ma pian piano la timida e insicura ragazza riuscirà a trovare un proprio spazio vitale nel nuovo mondo, e persino un fidanzato, l'italiano Tony (Emory Cohen), che sposerà in segreto. Ma quando la morte improvvisa della sorella Rose la costringerà a un breve ritorno in Irlanda, la nostalgia e l'infatuazione per un ragazzo locale, Jim (Domhnall Gleeson), rischieranno di mettere a repentaglio il suo progetto di vita... Da un romanzo di Colm Tóibín, sceneggiato da Nick Hornby, una pellicola romantica e di coming-of-age con una protagonista contesa fra due mondi, la patria di nascita (cui è legata e affezionata ma dove è anche prigioniera di obblighi familiari e sociali, ed è limitata da persone e ambienti chiusi, gretti e meschini) e quella d'adozione (dove non mancano le difficoltà, ma anche le opportunità e le possibilità di scoprire e realizzare veramente sé stessa, lasciando da parte le insicurezze). La regia dell'irlandese Crowley è un po' ingessata, ma d'altro canto l'intero film è un po' troppo formale stilisticamente, con una recitazione trattenuta, una fotografia patinata e una colonna sonora di maniera: certo, il tutto è voluto (come spesso nel cinema britannico) e ha anche un suo lento e freddo fascino. Peccato per qualche stereotipo di troppo (vedi per esempio gli italo-americani). Nel cast anche Jim Broadbent (il prete) e Julie Walters (la proprietaria del pensionato). Grande successo critico, con tre nomination agli Oscar (per il film, l'attrice e la sceneggiatura).

15 aprile 2023

Dheepan - Una nuova vita (J. Audiard, 2015)

Dheepan - Una nuova vita (Dheepan)
di Jacques Audiard – Francia 2015
con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Sivadhasan (Jesuthasan), ex guerrigliero delle Tigri Tamil che ha perso la famiglia e i compagni nella guerra civile, fugge dallo Sri Lanka per immigrare in Francia, assumendo il falso nome di Dheepan e fingendo di avere una famiglia – insieme a una donna sconosciuta (Srinivasan) e a una bambina orfana (Claudine Vinasithamby) – per ottenere rifugio politico. Qui lentamente i tre cercano di integrarsi e trovano anche lavoro in una banlieu fuori Parigi: lui come guardiano di un complesso di caseggiati, lei come badante, mentre la piccola va a scuola. Pur non avendo legami di sangue, lentamente svilupperanno affetto reciproco. E quando gli scontri fra le bande rivali di spacciatori che dominano la banlieu metteranno in pericolo questa nuova "famiglia", Sivadhasan non esiterà a tornare in azione per difenderla. Audiard mescola il tema dell'immigrazione e (soprattutto) dell'integrazione con sfumature da thriller e da crime story come già aveva fatto in alcune delle sue precedenti pellicole (da "Tutti i battiti del mio cuore" a "Il profeta"), scegliendo il punto di vista di personaggi singalesi che per lo più non parlano francese. Il risultato è gradevole, anche se non troppo originale: interessante le riflessioni sul significato di famiglia a prescindere dai legami di sangue (cosa che mi ha ricordato il film hongkonghese "Bullets over summer" di Wilson Yip) e l'uso del linguaggio, meno la drammaticità retorica sui rifugiati e la deriva action nel finale. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a "Cane di paglia" di Peckinpah. Forse esagerata la Palma d'Oro a Cannes (che infatti fu fischiata all'annuncio in sala), dove peraltro Audiard aveva già vinto il premio per la sceneggiatura per "Un héros très discret" e il Grand Prix per lo stesso "Il profeta".

9 aprile 2023

Il cammino della speranza (P. Germi, 1950)

Il cammino della speranza
di Pietro Germi – Italia 1950
con Raf Vallone, Elena Varzi
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la chiusura della solfara locale, che dava loro lavoro e sostentamento, i minatori di un villaggio siciliano decidono di partire con le loro famiglie per trasferirsi tutti in Francia, allettati dalle parole di una "guida" (Saro Urzì) che si offre di condurli a destinazione clandestinamente, superando controlli e confini. Il viaggio sarà lungo, duro e difficile: alcuni si perderanno, altri sceglieranno di tornare indietro, ma alla fine un gruppo di emigranti raggiungerà la terra promessa. Ispirato a un fatto vero raccontato nel romanzo "Cuori negli abissi" di Nino Di Maria, nonché alla reale chiusura della solfara Ciavolotta in provincia di Agrigento, una pellicola di impianto corale, forse più importante che bella, sceneggiata da Federico Fellini e Tullio Pinelli (che avevano collaborato con Germi già l'anno precedente per "In nome della legge"). Oltre al tema dell'emigrazione, racconta anche di un'Italia spaccata in due, fra l'arretratezza delle zone rurali e la vita moderna della grande città (nell'episodio di Lorenza, la ragazza che si perde durante la sosta a Roma); degli ostacoli posti dall'autorità e dalla burocrazia; della convivenza fra abitanti di regioni differenti (i siciliani e i bergamaschi, assunti dallo stesso fattore per aiutarlo col raccolto); delle lotte sociali fra poveri (scioperanti contro crumiri, ma entrambi repressi dalle forze dell'ordine). I molti personaggi del cast hanno storie e vicende personali che procedono per lo più in parallelo. E a tratti la vicenda si fa melodrammatica, come nel caso del duello rusticano sulla neve delle Alpi fra il protagonista Saro (Raf Vallone) e il "bandito" Vanni (Franco Navarra) per l'amore della bella Barbara (Elena Varzi). La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, ma a spiccare è soprattutto la canzone popolare "Vitti 'na crozza" del compositore Franco Li Causi, divenuta poi molto celebre. Apprezzato da pubblico e critica, anche internazionale (vinse premi a Cannes e Berlino), il film suscitò polemiche politiche in patria per la sua rappresentazione della "disoccupazione postbellica".

12 dicembre 2022

Italoamericani (Martin Scorsese, 1974)

Italoamericani (Italianamerican)
di Martin Scorsese – USA 1974
con Catherine Scorsese, Charles Scorsese
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In questo breve documentario (di 50 minuti scarsi), Martin Scorsese intervista i propri genitori, Charles e Catherine, che raccontano la propria esperienza di immigrati italo-americani a New York. Una semplice chiacchierata in famiglia, con i tre seduti sul divano o a tavola davanti a un piatto di pasta (all'inizio la madre prepara il sugo), mentre vengono rievocate le radici delle rispettive famiglie (di origini siciliane), l'arrivo in America dei nonni, le difficoltà dell'infanzia, la vita nella Manhattan di inizio secolo, le peculiarità del quartiere, la coabitazione con altri gruppi etnici o culturali (irlandesi, cinesi, ebrei), le usanze famigliari... Il tutto narrato senza toni nostalgici o particolari rimpianti, ma trasmettendo l'interesse e la curiosità che ogni testimonianza di questo tipo può suscitare riguardo a un periodo ormai passato ma che ha contribuito a forgiare il presente, un documento di un mondo che non c'è più. Che un regista come Scorsese (da sempre legato alle proprie radici) abbia voluto documentare queste testimonianze, fissandole su pellicola, è esemplare nel ricostruire esperienze e stili di vita di un periodo fondante del melting pot americano: il tutto è ripreso sullo schermo con grande naturalezza (la pellicola non si limita all'intervista, ma mostra anche i momenti di pausa, o i cordiali battibecchi fra i coniugi, da cui risaltano le personalità simpatiche e contrapposte dei due genitori: apparentemente calmo il padre, decisamente vulcanica e carismatica la madre). E alla fine si ha l'impressione di essere stati lì, a pranzo con la famiglia Scorsese, ad ascoltare questi racconti che spaziano al di là del semplice nucleo parentale e illustrano in maniera ampia le esperienze delle prime comunità di immigrati italiani in America. Sui titoli di coda, a mo' di bonus, c'è la ricetta del "sugo con le polpette" preparato da Catherine.

4 dicembre 2022

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011)

Monsieur Lazhar (id.)
di Philippe Falardeau – Canada 2011
con Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron
**1/2

Visto in divx.

Bashir Lazhar (Fellag), esule algerino in Canada, è assunto come nuovo insegnante in una scuola elementare di Montreal, in sostituzione di una docente che si è misteriosamente impiccata in classe. I suoi metodi sono "tradizionali", in contrapposizione con le moderne correnti pedagogiche in auge nell'istituto, ma proprio per questo riesce a stringere un rapporto più sincero e diretto con i piccoli alunni, aiutandoli a superare lo shock della morte della precedente insegnante (il cui suicidio torna continuamente nei loro ricordi e discussioni) e a "crescere" affrontando questioni importanti (come l'ingiustizia) durante le lezioni. Tratto da un monologo teatrale di Évelyne de la Chenelière e "cucito" attorno al protagonista Mohamed Saïd Fellag (comico e scrittore algerino, la cui vita ha diversi punti in comune con quella di Bashir, essendosi trasferito in Francia per le turbolenze politiche in patria), un piccolo film sulla scuola e l'insegnamento che affronta temi maturi in modo delicato. Forse è un po' dispersivo, visto che si muove in tante direzioni e affronta numerosi argomenti (i rapporti di Bashir con i bambini, i genitori, la preside e gli altri insegnanti; lo status stesso di Bashir in quanto rifugiato politico, e il passato tragico da cui è in fuga; il tema del suicidio, della morte e del superamento appunto dei lutti e delle difficoltà; lo "scontro" di culture), sempre però con garbo e sensibilità, aiutato anche dai piccoli (e ottimi) interpreti, dove spiccano l'intelligente e matura Alice (Sophie Nélisse) e il traumatizzato e introverso Simon (Emilien Néron). Le strade e i cortili innevati di Montreal fanno da sfondo alle scene ambientate in classe. Premio del pubblico al festival di Locarno e nomination agli Oscar come miglior film straniero.

11 agosto 2021

La paura mangia l'anima (R. W. Fassbinder, 1974)

La paura mangia l'anima (Angst essen Seele auf)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1974
con Brigitte Mira, El Hedi ben Salem
***

Visto in divx, alla Fogona.

Emmi (Mira), vedova anziana e sola, conosce il marocchino Alì (Salem), immigrato in Germania, e se ne innamora, arrivando addirittura a sposarlo. La cosa fa scandalo, perché lui è più giovane di lei ma soprattutto è uno "straniero", e la coppia finisce con l'essere ostracizzata (dai figli di lei, dai vicini di casa, dai negozianti del quartiere, dalle colleghe di lavoro). Ispirandosi in parte a "Secondo amore" e "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk, ma collocando la vicenda in un contesto sociale molto diverso e ben definito (la Germania degli anni settanta, dove gli immigrati – specie se arabi o di colore – erano visti con estremo pregiudizio, in particolare dopo gli attentati di Monaco del 1972), Fassbinder (che si ritaglia una particina, quella del marito della figlia della protagonista, interpretata da Irm Hermann) mette in luce il razzismo e l'intolleranza della "gente comune", ma anche l'ipocrisia (quando poi c'è un tornaconto, tutti ricominciano a rivolgere loro la parola e finiscono con l'accettare il nuovo stato delle cose: "Il tempo è un'ottima medicina", è l'amaro commento, che fotografa solo in parte la situazione), senza però limitarsi a un pamphlet socio-politico e raccontando anche le difficoltà psicologiche del rapporto fra due persone così diverse per età e cultura. La fotografia di Jürgen Jürges rievoca, a modo suo, i vividi colori dei film di Sirk. El Hedi ben Salem, al primo ruolo da protagonista, era all'epoca il compagno del regista tedesco, che ha girato il film in meno di due settimane, in una pausa di lavorazione fra altri due lavori ("Martha" ed "Effi Briest"). Ciò nonostante, la pellicola ricevette un grande riscontro critico ed è diventata uno dei film più noti e celebrati di Fassbinder, tuttora di grande attualità. Il titolo originale in tedesco è volutamente sgrammaticato ("Paura mangiare anima": è una frase pronunciata dal marocchino Alì, che non parla bene la lingua): il suo significato è metaforico, ma si fa anche letterale quando veniamo a sapere che gli immigrati, per lo stress, soffrono frequentemente di ulcera perforante.

10 luglio 2021

Comrades, almost a love story (P. Chan, 1996)

Comrades, almost a love story (Tian mi mi)
di Peter Chan – Hong Kong 1996
con Leon Lai, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film segue nell'arco di dieci anni la relazione prima d'amicizia e poi d'amore – fra alti e bassi, momenti di povertà e di successo, periodi trascorsi insieme e lunghe separazioni – tra Li Xiao-jun (Leon Lai) e Li Qiao (Maggie Cheung), due immigrati dalla Cina continentale a Hong Kong, dove giungono insieme nel 1986. Lui, inizialmente sprovveduto, si appoggerà a lei, opportunista e all'apparenza più abile nell'adattarsi al nuovo ambiente. E mentre tutto attorno muta (passando per crisi economiche e cambi di paradigmi politici e sociali), anche il loro legame si farà più consapevole. Pellicola delicata e nostalgica, graziata da ottimi interpreti (in particolar modo Maggie Cheung, davvero deliziosa) e una notevole cura nel rapporto fra i personaggi e l'ambiente circostante: da notare soprattutto la relazione ambivalente con il luogo di nascita e con quello di elezione (Qiao finge di essere hongkonghese, vergognandosi delle proprie origini), rappresentata sullo schermo in più modi, in particolare attraverso le canzoni di Teresa Teng (che punteggiano tutta la colonna sonora), assai popolari in Cina ma anche legate a un passato e a una tradizione che la modernità cerca di superare. In effetti il titolo originale del film è quello di una canzone di Teng, e la pellicola termina proprio nel giorno in cui viene annunciata la morte della cantante (nel 1996). Realizzato alla vigilia dell'handover della colonia britannica alla Cina, il film è dunque in un certo senso una testimonianza del rapporto ambivalente fra Hong Kong e la madre Cina (vista da sempre dall'alto verso il basso), un rapporto che proprio in quegli anni stava cominciando a ribaltarsi (con gli immigrati che cominciavano a tornare nella madrepatria). Ma non si equivochi: la pellicola non intende lanciare un messaggio politico ma conserva una natura calda, intima e romantica, e forse anche per questo è riuscita a farsi amare da tutti e a diventare un piccolo classico. Le scene finali sono ambientate a New York (anche i rimandi alla cultura occidentale, in particolare americana, e alla sua attrattività sono numerosi: dai McDonalds ai ricorrenti Mickey Mouse, passando per la passione della vecchia zia di Xiao-jun per l'attore William Holden). Eric Tsang è il gangster che protegge Qiao (e di cui lei diventa l'amante), Kristy Yang la fidanzata che Xiao-jun ha lasciato al proprio paese, Christopher Doyle (in una rara prova da attore) l'insegnante di inglese Jeremy.

7 maggio 2021

Minari (Lee Isaac Chung, 2020)

Minari (id.)
di Lee Isaac Chung – USA 2020
con Steven Yeun, Han Ye-ri
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Una famiglia di immigrati coreani, negli anni ottanta, si trasferisce dalla California all'Arkansas per vivere in una casa mobile in mezzo alla campagna, dove il capofamiglia (Steven Yeun) spera di coltivare la terra, mentre lui e la moglie (Han Ye-ri) lavorano in un vicino allevamento di polli al "sessaggio" dei pulcini. Ma le difficoltà non mancano, dalla mancanza di acqua per irrigare i campi ai problemi di salute del figlio più piccolo (Alan Kim), malato di cuore, così come i disaccordi e le differenze di vedute fra i due coniugi. Che non si acquietano nemmeno quando dalla Corea giunge la madre di lei, eccentrica nonnina (Yoon Yeo-jeong) incaricata di accudire i bambini. Ma alla fine le cose si sistemeranno quasi da sole. Semi-autobiografico (il regista è nato negli Stati Uniti da genitori coreani ed è cresciuto in una fattoria), un film acclamato dalla critica (ha vinto numerosi premi ed è stato nominato a sei Oscar, conquistando con Yoon la statuetta per la miglior attrice non protagonista) e che in America è piaciuto per via della rinnovata attenzione verso le radici della loro multiculturalità, che però io ho trovato esile, noioso e semplicemente poco interessante, tanto nella storia quanto nei personaggi. Gli eventi accadono quasi random, le svolte sono telefonate, le risoluzioni non hanno peso. La cosa peggiore è la poca naturalezza di fondo: più che coreani, i personaggi sembrano americani in tutto e per tutto: per come recitano, per come parlano, per i valori che propugnano. Non a caso i dialoghi (assai didascalici, peraltro) sono stati scritti in inglese dal regista, e tradotti in coreano (da un'altra persona) soltanto in seguito. Il doppiaggio italiano appiattisce il tutto traducendo sia il coreano che l'inglese nella nostra lingua ed eliminando così l'unico elemento di interesse, quello multiculturale appunto. Anche il sessaggio dei pulcini poteva rappresentare un'ardita metafora (gli elementi "improduttivi" vengono scartati), ma poi non c'è legame con le vicende dei protagonisti o con l'ambiente circostante. Fotografia molto (troppo) desaturata, come a voler ammantare di un'aura remota e nostalgica quelli che sono ricordi dell'infanzia. Ma che siamo negli anni ottanta lo si capisce solo da una frasetta che fa riferimento a Reagan, a metà film. Il "minari" che dà il titolo alla pellicola è una sorta di prezzemolo orientale.

30 marzo 2021

Non sono più qui (Fernando Frías, 2019)

Non sono più qui (Ya no estoy aquí)
di Fernando Frías de la Parra – Messico 2019
con Juan Daniel Garcia Treviño, Angelina Chen
***

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il diciassettenne Ulises (Garcia) è il leader dei "Terkos" di Monterrey, banda di ragazzi di strada appassionati di cumbia, danza tipica latinoamericana su ritmi e musiche che vengono ascoltate e ballate in versione appositamente "rallentata". Coinvolto casualmente in una faida fra trafficanti rivali di droga, è costretto a fuggire dal Messico per emigrare clandestinamente negli Stati Uniti, a New York. Qui però, nonostante l'amicizia con la giovane cinese Lin (Chen), faticherà ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Anche perché, nonostante le molte difficoltà, non intende rinunciare alla propria cultura. Raccontato in maniera non lineare (le scene a New York si alternano con quelle, presentate in flashback, della vita precedente di Ulises in Messico), un film che si dipana lento ma caldo e immergente, gettando uno sguardo su una particolare controcultura, chiamata "Kolombia", quella appunto della cumbia rebajada, vero e proprio simbolo di identità e di gruppo (i ragazzi, oltre a ballare, hanno gesti, segni e simboli che li identificano, per non parlare dell'abbigliamento e delle acconciature eccentriche come quelle che Ulises sfoggia con orgoglio anche a New York). Siamo di fronte a una sorta di (neo)realismo di strada, dove il contesto è quasi più importante della storia e dei personaggi, e dove l'autodeterminazione e l'identità sono messe a dura prova dalle difficoltà sociali ed economiche, tanto in patria (i cartelli della droga, la violenza e le rivolte contro la polizia) quanto in esilio (i problemi di integrazione, l'indifferenza o l'ostilità verso gli immigrati). In poche parole, è uno di quei film immersivi che "apre un mondo". Molto bello anche il rapporto fra il giovane messicano e la sedicenne cinese, che parlano lingue diverse senza capirsi ma che in qualche modo entrano in contatto fra loro attraverso gli sguardi, la musica e il ballo. Gli attori sono quasi tutti non professionisti, scelti fra veri ragazzi messicani dediti alla cumbia.

20 ottobre 2020

La ragazza senza storia (A. Kluge, 1966)

La ragazza senza storia (Abschied von Gestern)
di Alexander Kluge – Germania 1966
con Alexandra Kluge, Günter Mack
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Anita G. (Alexandra Kluge, sorella del regista) è una ragazza ventiduenne fuggita dalla Germania Est in cerca di nuove opportunità. La pellicola, tratta da un racconto dello stesso Kluge, la segue nel suo vagabondare per la Germania Ovest, fra furtarelli, condanne, lavoretti, vicende sentimentali (più o meno opportunistiche). Premiato a Venezia con il gran premio della giuria, si tratta di uno dei primi film importanti del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco, il movimento fondato da un gruppo di giovani cineasti in aperta ribellione contro il "cinema dei padri" e ispirato alla Nouvelle Vague francese: qui sono evidenti gli influssi di Godard, per esempio, nella struttura a episodi e nel montaggio libero e disgiunto (anche sonoro), nei cartelli con frasi a punteggiare la vicenda come commenti o titoletti, nei frequenti primi piani della protagonista, nella dislocazione narrativa, ma soprattutto nel tentativo di ritrarre "la vita vera" e le peripezie di un personaggio che sembra reale e non il frutto di una sceneggiatura preconfezionata o "commerciale". Lo stile è caratterizzato da un grande (neo)realismo, quasi documentaristico, con personaggi minori che, intervistati, parlano del loro passato (e di quello della Germania), del lavoro, della società. E Anita, "ragazza con la valigia", con i suoi difetti e le sue difficoltà, rappresenta tutti coloro che cercano di restare a galla nella vita, in un mondo dove gli interessi e gli egoismi dominano su tutto (gli appartenenti alle generazioni precedenti, in particolare, appaiono evasivi o incomprensibili). In un certo senso, è lei stessa una personificazione della Germania che vorrebbe iniziare una nuova vita dopo le tragedie della guerra (e della divisione del paese in due), senza peraltro dimenticare il passato, verso il quale dimostra curiosità e voglia di conoscenza. Si mantiene a galla con piccoli furti, prova diversi lavoretti (vendere dischi per imparare lingue straniere, fare le pulizie in un albergo), si aggrappa ad alcuni uomini (uno studente, un segretario del ministero della cultura), prova a iscriversi all'università (per studiare scienze politiche e sociologia), inizia a studiare il francese, a leggere Kafka, ad ascoltare Verdi (dimostrando così una notevole apertura culturale), ma alla fine si scontra sempre con le stesse difficoltà. In mezzo a tanto realismo, c'è spazio anche per alcune sequenze più surreali od oniriche (un segno della confusione, dell'incertezza, o semplicemente dei sogni e delle fantasie della protagonista). Edgar Reitz, il futuro regista di "Heimat" nonché co-firmatario con Kluge del "manifesto di Oberhausen", la dichiarazione del 1962 da cui nasce il NCT, fa da cameraman.

15 luglio 2020

Cena con delitto (Rian Johnson, 2019)

Cena con delitto - Knives out (Knives Out)
di Rian Johnson – USA 2019
con Ana de Armas, Daniel Craig
***

Visto in TV (Prime Video).

Quando l'anziano e ricco scrittore Harlan Thrombey (Christopher Plummer) viene trovato morto nel suo studio, tutti pensano a un suicidio. Ma il detective privato Benoît Blanc (Daniel Craig), ingaggiato con una lettera anonima da uno sconosciuto, indaga per scoprire se sia stato invece assassinato... Ottimamente scritto e diretto, e con un cast di gran livello, un film che sorprende e che mantiene persino più di quanto promette. L'impostazione è infatti quella del classico giallo deduttivo alla Agatha Christie, o whodunit che dir si voglia (tutti i famigliari della vittima, ospiti a casa sua la sera precedente per festeggiarne il compleanno e divisi – dietro l'armonia apparente – da dissidi e gelosie, avevano infatti un motivo per volerlo morto), che fa uso dei principali luoghi comuni del genere (al punto che un personaggio all'inizio commenta "Questa sembra la casa del Cluedo"), su cui però Johnson gioca a mescolare le carte. E pur mantenendone le regole e gli ingredienti (ma in maniera originale e mai parodistica, citazionistica o postmoderna) e fornendo alla fine una soluzione che non delude lo spettatore né sbeffeggia l'intelligenza sua o degli stessi personaggi, ne innova in parte la struttura. Per cominciare, anche se probabilmente il detective Blanc darà vita a una serie (un secondo film sarebbe già in lavorazione), la vera protagonista è Marta Cabrera (Ana de Armas), l'infermiera latino-americana che si occupava dello scrittore defunto. Suo è il punto di vista di tutta la storia, ed è lei a conoscere molti dei reali retroscena del delitto, che vengono rivelati in un flashback anche a noi spettatori ma non all'investigatore che la prende come sua "aiutante" (diventa il dottor Watson di turno!). Una delle particolarità di Marta è quella di essere "allergica" alle menzogne, al punto da non poter dire una bugia senza vomitare all'istante: il che non le impedisce di raccontare a Blanc solo parte della verità, nascondendo elementi importanti (un po' come faceva il narratore de "L'assassinio di Roger Ackroyd", anch'egli scelto da Poirot come suo assistente). Certo, la trovata di rendere partecipe lo spettatore (ma non l'investigatore) della dinamica del delitto sin dall'inizio non è nuova: si tratta di una inverted detective story come quelle del tenente Colombo. L'ulteriore valore aggiunto, quello che eleva la pellicola al di sopra del proprio genere, è però la lettura socio-politica: l'intera storia è una metafora dell'America ai tempi di Trump: un'America bianca e indolente che vive sulle spalle degli antenati che hanno costruito la casa (leggi: la nazione), nemmeno tanto vecchia poi; privilegiati che quasi non si accorgono degli immigrati di cui sfruttano i servizi (non sanno nemmeno da dove proviene Marta: c'è chi dice dall'Ecuador, chi dall'Uruguay, chi dal Brasile) o li guardano con accondiscendenza dall'alto in basso, che poi si indignano quando questi cominciano a rivendicare il diritto di essere considerati loro pari o finiscono addirittura col superarli ("Ti abbiamo fatto entrare in casa nostra e tu ci rubi tutto!") e che, prima che se ne rendano conto, si ritrovano fuori dalla casa mentre loro ne prendono possesso (esemplare la scena finale). Oltre a Craig, Plummer e de Armas, il cast è completato da Jamie Lee Curtis (Linda, la prima figlia di Harlan), Don Johnson (Richard, suo marito), Michael Shannon (Walt, il secondo figlio), Toni Collette (Joni, la nuora), Chris Evans (Ransom, figlio di Linda e Richard, la "pecora nera" della famiglia), Katherine Langford (Meg, la figlia di Walt). Piccole parti inoltre per Frank Oz (l'avvocato), Lakeith Stanfield e Noah Segan (i due poliziotti), K Callan (la vecchia nonna) ed Edi Patterson (la domestica).

16 maggio 2020

Fievel sbarca in America (Don Bluth, 1986)

Fievel sbarca in America (An American Tail)
di Don Bluth – USA/Irlanda 1986
animazione tradizionale
**

Rivisto in TV.

Per sfuggire alle continue persecuzioni da parte dei gatti cosacchi, una famiglia di topolini ebrei (i Toposkovich, Mousekewitz in originale) lascia la natìa Russia per trasferirsi negli Stati Uniti (perché sono convinti che "non ci sono gatti in America"). Durante il viaggio per mare, il piccolo Fievel è separato dal resto della sua famiglia, ma riesce comunque ad approdare a New York. Qui, sempre cercando di ritrovare i propri genitori, contribuirà alla lotta dei topi contro i gatti della città (ebbene sì, ce ne sono anche in America!). Prodotto da Steven Spielberg, il secondo lungometraggio di Don Bluth dopo "Brisby e il segreto di NIMH" è ambientato alla fine dell'Ottocento (si sta completando la costruzione della Statua della Libertà) e affronta il tema dell'immigrazione dal punto di vista di animali antropomorfi. Il parallelo con le vicende degli esseri umani – con i quali vivono fianco a fianco – è evidente, anche se a differenza per esempio del "Maus" di Art Spiegelman gli aspetti storici, sociali e politici tendono a rimanere sullo sfondo, mentre in superficie ci sono le peripezie avventurose e dickensiane del piccolo protagonista, rese più accattivanti al pubblico infantile dal consueto utilizzo di canzoni e spalle comiche. Il dinamismo e lo stile morbido dei disegni, ben diverso da quello più spigoloso e stilizzato in voga negli anni settanta o in televisione, guarda senza farne segreto ai cartoni animati della vecchia scuola: Bluth e Spielberg vollero infatti recuperare l'atmosfera vintage dei film Disney degli anni quaranta, anticipando in questo il rinascimento della casa di Burbank che sarebbe stato avviato a fine decennio. Non a caso proprio Bluth è considerato colui che seppe "riempire" con i suoi lavori il gap lasciato dalla Disney negli anni ottanta, dimostrando che nel settore dell'animazione cinematografica c'era posto anche per altri produttori (la Universal, che distribuì il film al cinema, non si occupava di cartoon da vent'anni!). Il soggetto è di David Kirschner, la sceneggiatura è degli scrittori per bambini Judy Freudberg e Tony Geiss: molte scene furono però eliminate per motivi di budget, rendendo certi passaggi affrettati e togliendo spessore ad alcuni personaggi minori. Musiche e canzoni (fra cui "Somewhere Out There", che vinse il Grammy e fu nominata agli Oscar) sono firmate da James Horner. Il successo del film (all'epoca fu la pellicola a cartoni animati non Disney con il maggior incasso al botteghino) e del successivo "Alla ricerca della Valle Incantata", oltre a dare vita a sequel ("Fievel conquista il west") e serie televisive, senza però la partecipazione di Bluth, spinse lo stesso Spielberg a creare una propria casa di produzione dedicata all'animazione, la Amblimation.

14 febbraio 2020

Solino (Fatih Akin, 2002)

Solino (id.)
di Fatih Akin – Germania/Italia 2002
con Barnaby Metschurat, Moritz Bleibtreu
**1/2

Visto in divx.

Emigrata in Germania dal sud dell'Italia, la famiglia Amato – composta dal padre Romano (Gigi Savoia), dalla madre Rosa (Antonella Attili) e dai figli Giancarlo (Moritz Bleibtreu) e Gigi (Barnaby Metschurat) – apre una pizzeria a Duisburg, nel bacino della Ruhr. Ma i fratelli, una volta cresciuti nel nuovo paese, cercheranno una propria strada. E fra Gigi, aspirante regista, e il geloso Giancarlo esploderà la rivalità, anche perché innamorati della stessa ragazza, Johanna (Patrycia Ziółkowska). Diviso in tre sezioni ambientate a dieci anni di distanza l'una dall'altra (1964, 1974 e 1984), il terzo film di Akin (nonché il primo di cui non ha scritto la sceneggiatura, opera di Ruth Toma) affronta alcuni degli argomenti a lui più cari, l'immigrazione e il cibo, aggiungendovi l'amore per il cinema e il tema della disgregazione della famiglia, con l'amicizia-rivalità fra i protagonisti che si dipana appunto nell'arco di vent'anni. Se la prima parte, quando i due fratelli sono ancora bambini, è gradevole ma anche un po' stereotipata e di maniera (con un occhio a Tornatore e al suo "Nuovo Cinema Paradiso"), le successive appaiono più interessanti e sincere nel ritratto di personaggi che non sono mai del tutto buoni né del tutto cattivi. Nicola Cutrignelli interpreta Gigi da bambino. Nel cast anche Tiziana Lodato (Ada) e Vincent Schiavelli (il regista Baldi, che ispira Gigi con il suo motto "Ardore e passione!"). Solino è un paese fittizio: il film è stato girato a Leverano e dintorni, in Puglia. Mai distribuita in Italia (a quanto ne so), la pellicola è bilingue: gli attori italiani parlano italiano, quelli tedeschi alternano le due lingue (e tutto sommato non se la cavano male). La bella colonna sonora (di Jannos Eolou) comprende diverse canzoni italiane di quegli anni.

15 maggio 2019

Last resort (Paweł Pawlikowski, 2000)

Last resort - Amore senza scampo (Last resort)
di Paweł Pawlikowski – GB 2000
con Dina Korzun, Paddy Considine
**1/2

Visto in divx.

Una giovane madre, Tanya (Dina Korzun), e suo figlio Artyom (Artyom Strelnikov) giungono dalla Russia in Gran Bretagna in cerca di una nuova vita. Ma l'uomo con cui la donna si era fidanzata non si presenta all'aeroporto: i due vengono quindi fermati come immigranti clandestini, trasferiti in una località costiera e alloggiati in uno squallido palazzone, in attesa che la loro richiesta di asilo venga accolta. Qui la ragazza e il bambino stringono una relazione d'affetto e d'amicizia con Alfie (Considine), gestore di un locale di giochi e divertimenti. Fra Ken Loach e i Dardenne, ma con un'ambientazione (il litorale desolato e abbandonato) che ricorda certi film di Garrone (come "L'imbalsamatore" o "Dogman"), un film ben fatto, semplice e coinvolgente, col merito di affrontare il tema dell'immigrazione da un'angolazione originale, con schiettezza e senza particolare retorica. Da ricordare le sequenze in cui Tanya, lei che in patria faceva l'illustratrice di libri per bambini, si lascia tentare per disperazione dall'offerta di recitare come modella in video pornografici per internet, ma anche le scene degli anziani che giocano al bingo, o quelle del ragazzino che bighellona con gli amici occasionali o che rivernicia l'appartamento insieme ad Alfie. Evidente l'impronta est-europea del regista (polacco), anche in un setting britannico. Il titolo ("Ultima risorsa") fa riferimento proprio al resort di divertimenti dove si svolge la storia, che naturalmente d'inverno ha un aspetto tutt'altro che turistico o vacanziero).

25 marzo 2019

Fiore gemello (Laura Luchetti, 2018)

Fiore gemello
di Laura Luchetti – Italia 2018
con Anastasya Bogach, Kallil Khone
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele (FESCAAAL). Era presente la regista.

Anna, sedicenne in fuga (scopriremo poi da che cosa, attraverso una lunga serie di flashback), incontra Basim, giovane immigrato clandestino della Costa d'Avorio, da poco sbarcato in Italia. Insieme trovano conforto l'uno nell'altra, in mezzo al disinteresse e all'ostilità circostante. Girato in Sardegna (di cui si intravedono scorci aspri e desolati), un film assai banale che racconta una storia banale come i suoi protagonisti (dei quali l'unico aspetto interessante è quello legato alla comunicazione: Anna non parla per nulla, Basim invece alterna due lingue, l'italiano e il francese). Anzi, si può persino dire che Basim cessa presto di essere un personaggio, e l'unica storia che il film racconta diventa quella di Anna, e non è che sia così interessante (o sconvolgente) soprattutto nelle sue svolte drammatiche e nel meccanismo farraginoso. Luoghi comuni, carenze logiche e narrative (vedi le figure di contorno, a partire dal "cattivo" interpretato da Aniello Arena, per non parlare dell'anziano floricoltore gentile (Giorgio Colangeli) o del "prostituto" travestito), prevedibilità e noia, anche nella regia e nell'utilizzo del paesaggio. E un affidamento al realismo filmico che mette a dura prova la pazienza dello spettatore (il cinema dovrebbe trasfigurare la realtà, non limitarsi a riprodurla). In più, la metafora insistita e retorica del fiore e della fragilità. I due attori sono esordienti: Khone, in particolare, era giunto in Italia soltanto sei mesi prima.

22 febbraio 2019

Kurz und schmerzlos (Fatih Akin, 1998)

Kurz und schmerzlos (aka Short Sharp Shock)
di Fatih Akin – Germania 1998
con Mehmet Kurtuluş, Aleksandar Jovanović
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il primo lungometraggio di Akin è una storia di amicizia, amore, tradimento e vendetta, ambientata nel sottobosco della piccola criminalità nella Germania multiculturale degli immigrati di seconda generazione (si svolge nel quartiere Altona di Amburgo, dove lo stesso Akin è nato e cresciuto). Il turco Gabriel (Mehmet Kurtuluş), appena uscito di prigione dopo aver scontato due anni per rissa aggravata, ritrova gli amici di un tempo – lo scalcinato ladruncolo greco Costa (Adam Bousdoukos) e l'ambizioso ricettatore serbo Bobby (Aleksandar Jovanović) – con i quali formava un trio inseparabile. Gabriel vorrebbe mettere la testa a posto, e sogna di tornare prima o poi in Turchia, ma rimane coinvolto insieme a Costa nei maneggi di Bobby, che lavora adesso per un pericoloso gangster albanese (Ralph Herforth). A complicare la vicenda, e a mettere a repentaglio la loro amicizia, ci sono anche le donne: Ceyda (Idil Üner), sorella di Gabriel e fidanzata di Costa, che lo lascia per un nuovo spasimante; e la bella Alice (Regula Grauwiller), la ragazza di Bobby, per la quale Gabriel prova una forte attrazione... Nonostante gli evidenti debiti ai primi film di Martin Scorsese ("Mean streets") e De Palma (Bobby sogna di essere come Al Pacino in "Scarface"), ma anche alle pellicole hongkonghesi di John Woo ("Bullet in the head", "A better tomorrow") e persino con qualche citazione di Sergio Leone ("Il buono, il brutto, il cattivo": vedi l'incipit con la presentazione dei personaggi), il film ha una sua identità precisa, fortemente dipendente dall'ambiente in cui si svolge la vicenda, quel melting pot di culture ed etnie caratteristico di molte metropoli europee al volgere del millennio. Bravi gli attori, che ben caratterizzano i personaggi. Il regista si ritaglia la parte dello spacciatore. Il titolo originale significa "Rapido e indolore". Non mi risulta che esista un'edizione italiana.

6 febbraio 2019

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Il gaucho
di Dino Risi – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari
**

Visto in TV.

Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), squattrinato addetto alle pubbliche relazioni di una piccola casa cinematografica, vola in Argentina per promuovere una pellicola neorealista ("La città morta") in occasione di un festival a Buenos Aires. Nella delegazione che lo accompagna ci sono l'attempata diva Luciana (Silvana Pampanini), due attricette oche (Maria Grazia Buccella e Annie Gorassini) e uno sceneggiatore comunista (Guido Gorgati). Troveranno una città popolata da esuli ed emigranti italiani, divisi fra chi ha fatto fortuna – come l'impetuoso Ingegner Maruchelli (Amedeo Nazzari), ricco esportatore di carne, che vive nel mito e nella nostalgia della patria abbandonata e che accoglie con il proprio entusiasmo i nuovi arrivati, ospitandoli per l'intera permanenza – e chi è rimasto uno spiantato – come Stefano (Nino Manfredi), amico ed ex commilitone di Marco, restato un pezzente nonostante le molte opportunità. Pellicola "turistica" ("Il Gaucho era un po' un pretesto per andare a fare una vacanza in Argentina", dirà lo stesso Risi), caciarona, improvvisata e senza una vera direzione, che dà il suo meglio soprattutto nel ritratto dei personaggi di Nazzari e di Manfredi (la scena migliore è proprio il malinconico incontro fra i due amici che fanno i conti con i propri fallimenti). Apprezzabile anche la demistificazione del "boom" economico (in Italia c'è ancora chi sta male e pensa di emigrare). Dal lato comico, invece, le gag sono ingenue e stereotipate, e il personaggio estroverso e un po' volgare di Gassman era già stato visto troppe volte (da notare la citazione da "Il sorpasso", quando Marco viene superato da un'auto, guidata da un romano, con lo stesso clacson della sua). Norberto Sanchez Calleja è Cecilio, lo spasimante di Luciana; Nora Carpena è la moglie di Maruchelli, che Marco prova a sedurre. Musiche di Armando Trovajoli. La sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi ed Ettore Scola.

18 giugno 2018

Cafarnao (Nadine Labaki, 2018)

Cafarnao - Caos e miracoli (Capharnaüm)
di Nadine Labaki – Libano 2018
con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'incipit è potente. Il dodicenne Zain, rinchiuso in un carcere minorile per aver accoltellato un uomo (scopriremo poi il perché), fa convocare i propri genitori in tribunale perché intende fare loro causa per averlo fatto nascere. "Chi non vuole prendersi cura dei figli non dovrebbe fare dei bambini", è la sua tesi. Da qui la pellicola racconta in flashback le vicissitudini del piccolo protagonista, cresciuto in una famiglia povera e in un ambiente degradato, privato persino dell'identità (ignora la sua data di nascita e non ha documenti, perché mai registrato all'anagrafe, come peraltro tutti i suoi numerosi fratellini e sorelline), costretto a lavorare anziché andare a scuola e a diventare adulto troppo in fretta. La goccia che fa traboccare il vaso è quando la sorellina Sahar, di un anno più piccola di lui, viene data in sposa, ancora bambina, a un negoziante del quartiere. Dopo aver cercato inutilmente di impedirlo, Zain fugge di casa. Sarà accolto e ospitato da Rahil, immgrata clandestina etiope, e si prenderà cura del suo figlioletto Yonas, di solo un anno, quando la ragazza verrà arrestata... I primi due lungometraggi di Nadine Labaki ("Caramel" ed "E ora dove andiamo?"), pur affrontando temi di notevole peso, li presentavano con la leggerezza della commedia e del musical. Il terzo, invece, nella sua denuncia è serio in tutto e per tutto, col rischio di sfociare nel melodrammatico e, a tratti, nella retorica, non solo per le condizioni estreme che mostra ma anche e soprattutto perché i protagonisti sono bambini (peraltro interpretati da attori eccezionali, tanto Zain quanto il piccolo Yonas). Ma per fortuna la barriera del buonismo non viene mai oltrepassata del tutto, e manca ogni traccia di gratuità o di accondiscendenza: e il film, nel raccontare un'intensa storia di peripezie e di espedienti per sopravvivere in un mondo duro e cieco alle difficoltà dei più deboli, non intende assolvere o giustificare le peggiori nefandezze con la scusa della povertà o delle condizioni sociali. La sapiente tecnica cinematografica (regia, montaggio, fotografia) è al servizio della storia e dei personaggi senza sconfinare nel poetismo fine a sé stesso. E sapere dall'inizio che Zain è destinato a finire in prigione aumenta la tensione durante l'intera visione, visto che lo spettatore si aspetta in continuazione che le cose precipitino da un momento all'altro. Ma ci sono anche (pochi) piccoli tocchi surreali o di umorismo poetico (il vecchio che si veste da Uomo Ragno, anzi da "Uomo Scarafaggio"; in generale le scorribande di Zain insieme al piccolo Yonas). La regista interpreta l'avvocatessa Nadine. Premio della giuria a Cannes.

19 marzo 2018

Une saison en France (M. Haroun, 2017)

Une saison en France
di Mahamat-Saleh Haroun – Francia 2017
con Eriq Ebouaney, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Abbas (Ebouaney), fuggito dalla guerra nella Repubblica Centrafricana per rifugiarsi in Francia con il fratello Etienne e i due figlioletti Yacine e Asma, ha perso nel frattempo la moglie (che continua ad apparire nei suoi sogni, anche a occhi aperti) e ha trovato l'amore di un'altra immigrata, la polacca Carole (Bonnaire). Quando però la sua richiesta d'asilo vene respinta e gli viene intimato di lasciare il paese entro trenta giorni, i sogni di una nuova vita svaniscono di colpo, si ritrova un sans-papiers, costretto alla clandestinità e sempre più invisibile: fino alla scelta finale di sparire davvero. Primo film girato in Francia dal regista ciadiano di "Daratt", è una pellicola asciutta e intensa che ha il merito di calare lo spettatore nelle difficoltà di un migrante (di più: di un padre migrante, che nel suo paese era un professore di francese e qui è costretto ad accontentarsi dei lavori più umili), lasciando la porta aperta alla riflessione, senza pudore ma anche senza fronzoli o retorica. I toni sono quelli di un realismo alla Dardenne o alla Ken Loach, anche se il finale inquieto con l'improvvisa scomparsa della famiglia (che si lascia dietro gli oggetti più cari: i libri per Abbas, il monopattino per Yacine, il pesciolino rosso per Asma) può far pensare ad Haneke. Bella la scena conclusiva, con Carole che si aggira spersa sulle dune della spiaggia che un tempo ospitava la "Giungla di Calais" (l'accampamento dei rifiugiati che speravano di espatriare in Inghilterra), e ottimi gli interpreti.