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4 luglio 2023

Il piatto piange (Paolo Nuzzi, 1974)

Il piatto piange
di Paolo Nuzzi – Italia 1974
con Aldo Maccione, Agostina Belli
**1/2

Visto su YouTube.

In un paese sul Lago Maggiore (il film è ambientato a Luino, ma in realtà è stato girato a Orta San Giulio, sul Lago d'Orta), nei primi anni trenta durante il ventennio fascista, un gruppo di amici perditempo trascorre le nottate a giocare a carte ("Abbiamo battezzato un altro giorno", dicono a ogni alba) e le giornate a bighellonare, fra scherzi e donne (che si tratti di avventure galanti o di visite al locale bordello). Mario, detto "Camola" (Aldo Maccione), lavora come factotum nello studio di un avvocato ed è innamorato (come tutti) della bella Ines (Agostina Belli). Dal romanzo omonimo di Piero Chiara (nativo appunto di Luino), un ritratto della pigra quotidianità di provincia, dove giorni e notti si succedono senza che accada mai nulla, soprattutto per personaggi – come il gruppo di protagonisti – che cercano di tenersi lontani dalle responsabilità lavorative e dalla politica (il fascismo imperante). I toni, come da commedia all'italiana, mischiano umorismo e malinconia, farsa (scollacciata) e tragedia, anche se l'analisi psicologica non è particolarmente approfondita e i personaggi sono alquanto macchiettistici: più che le singole parti (personaggi o situazioni, distillati in tanti piccoli episodi slegati gli uni dagli altri), è l'insieme ad avere un suo valore nel ricostruire un ambiente ozioso, arretrato, maschilista ma a suo modo pure sincero. È il primo dei due soli lungometraggi cinematografici diretti da Paolo Nuzzi, già collaboratore e aiuto regista di Federico Fellini (le similarità con alcuni suoi lavori sono evidenti, in primis "Amarcord") nonché amico di Cesare Zavattini (il cui figlio Arturo è qui il direttore della fotografia). Nel cast corale, molti caratteristi e nomi noti come Erminio Macario, Andréa Ferréol, Renato Pinciroli, Bernard Blier, Antonio Spaccatini, Guido Leontini, Elisa Mainardi, Giuseppe Maffioli.

23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

25 aprile 2020

Giorni di gloria (De Santis, Visconti, et al, 1945)

Giorni di gloria
di Mario Serandrei, Giuseppe De Santis,
Luchino Visconti, Marcello Pagliero – Italia 1945
**

Visto in divx.

Dedicato "a tutti coloro che in Italia hanno sofferto e combattuto l'oppressione nazifascista" e co-prodotto dall'Anpi, un documentario (di montaggio) sulla resistenza, sui movimenti partigiani nell'Italia occupata e sui primi passi della rinascita e della ricostruzione nazionale dopo la guerra. Coordinato da Mario Serandrei (montatore) e Giuseppe De Santis (regista), e contenente anche spezzoni diretti da Luchino Visconti (il processo a Pietro Caruso, capo della polizia di Roma durante l'occupazione tedesca, e a Pietro Koch, dove il regista era presente come testimone) e Marcello Pagliero (l'apertura delle Fosse Ardeatine), il film utilizza materiale d'archivio (anche proveniente dal regime) e riprese effettuate in clandestinità per mostrare scorsi di vita e di lotta partigiana, raccontare piccoli e grandi episodi, far percepire l'atmosfera dei mesi immediatamente precedenti. E così si assiste all'organizzazione dei movimenti di resistenza sulle montagne e nelle città, si sentono i canti dei partigiani, si raccontano le azioni di sabotaggio e di guerriglia, si rievocano episodi come le Fosse Ardeatine e la strage di via Rasella, si documentano i processi ai complici delle forze di occupazione e la fucilazione delle spie, si odono le testimonianze delle vedove dei deportati o di coloro che furono uccisi dalle SS, si succedono scene di combattimento, scioperi e insurrezioni per riconquistare le città del nord, la folla che saluta l'arrivo delle truppe alleate per le strade di Milano, i cadaveri di Mussolini e degli altri gerarchi, e si termina mostrando i primi passi della ricostruzione ("con la forza paziente, onnipotente, del lavoro"). A raccontare il tutto c'è un narratore enfatico e una certa dose di retorica (inevitabile e giustificata, però, visto che gli eventi erano estremamente recenti), al netto dei quali non manca comunque l'evidente valore come testimonianza e documento storico.

19 gennaio 2020

Estate violenta (Valerio Zurlini, 1959)

Estate violenta
di Valerio Zurlini – Italia 1959
con Jean-Louis Trintignant, Eleonora Rossi Drago
***

Visto in divx.

Luglio 1943: mentre l'Italia vive giorni decisivi per le sorti della guerra, il ventenne Carlo (Trintignant) – che ha evitato finora di andare sotto le armi grazie ai maneggi del padre, gerarca fascista di provincia – raggiunge gli amici a Riccione per un'estate all'insegna del divertimento e del disimpegno. Qui conosce la trentaquattrenne Roberta (Rossi Drago), vedova di guerra, e intreccia con lei una relazione sentimentale, osteggiata da più parti (la famiglia di lei, che non ritiene appropriato mettersi con un ragazzo più giovane, e la gelosia degli amici – e in particolare delle amiche – di lui). Ma gli eventi precipitano con la caduta del governo Mussolini e del fascismo: il padre di Carlo fugge precipitosamente dalla città, la villa di famiglia viene requisita e il giovane viene invitato a presentarsi in caserma per essere arruolato. I due amanti progettano allora di fuggire insieme... Il primo film davvero personale di Zurlini (il secondo in totale, dopo l'esordio con "Le ragazze di San Frediano" di cinque anni prima: in mezzo c'era stato il progetto di "Guendalina", poi diretto da Alberto Lattuada) si ispira a esperienze di gioventù dello stesso regista. Ma anche l'interprete vi apporta qualcosa di suo: Trintignant, al primo film italiano, aveva infatti appena concluso il servizio militare obbligatorio in Algeria. Scritto insieme a Suso Cecchi D'Amico e Giorgio Prosperi, il lungometraggio fonde il tema della relazione "proibita" (per via della differenza di età e delle convenzioni sociali) con la descrizione del momento storico, attraverso le esistenze di personaggi che cercano in ogni modo di dimenticare di trovarsi in un paese in guerra, anche se i fatti (i bombardamenti aerei, le notizie alla radio, la luce che va via) glielo ricordano continuamente. E sullo sfondo dell'amore fra Carlo e Roberta ci sono le dinamiche del gruppo di amici: dalla gelosa Rossana (Jacqueline Sassard), invaghita di Carlo, alla giovane Maddalena (Federica Ranchi), sorella del defunto marito di Roberta. Lilla Brignone è la madre di Roberta, Enrico Maria Salerno il padre di Carlo. Molto belle alcune sequenze dall'atmosfera inquieta e surreale, come in un quadro di De Chirico (il ballo notturno sotto la luce dei ricognitori, quando Carlo e Roberta si baciano per la prima volta, al suolo di "Temptation" cantata da Teddy Reno).

21 gennaio 2016

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Una giornata particolare
di Ettore Scola – Italia 1977
con Sophia Loren, Marcello Mastroianni
***1/2

Visto in divx, per ricordare Ettore Scola.

La "giornata particolare" è quella del 6 maggio 1938, data della visita di Adolf Hitler a Roma per incontrare Mussolini e suggellare l'alleanza fra Germania e Italia. La grande parata delle forze belliche italiane al cospetto dello stato maggiore tedesco, in via dei Fori Imperiali, catalizza l'attenzione e la presenza di quasi tutta Roma... E nel frattempo, nelle case rimaste vuote, avviene un "breve incontro fra due solitudini", quello fra due individui all'apparenza l'uno all'opposto dell'altro: la Loren è Antonietta, stanca madre di una famiglia numerosa (sei figli!), incolta, conformista (o meglio, che non ha mai messo in dubbio ciò che le viene inculcato) e perfettamente integrata nella retorica del regime (lei stessa conserva in un album le foto e le frasi più "machiste" del Duce); Mastroianni è Gabriele (come l'arcangelo?), scapolo, intellettuale, antifascista (o meglio, consapevole delle storture del regime), perseguitato perché gay, in procinto di essere mandato al confino e che medita propositi di suicidio. Eppure, bastano pochi minuti di conoscenza fortuita (l'uomo aiuta la donna a recuperare l'uccellino di casa, un merlo indiano, fuggito dalla gabbietta), di parole e di sguardi, per capire di trovarsi di fronte a un'anima gemella, nel vero senso della parola: così simili in infelicità e disagio, entrambi soffrono per la difficoltà di trovarsi fuori posto in un mondo non fatto a loro misura, che li sfrutta, li soffoca e li tormenta. Entrambi sono "diversi", ciascuno a proprio modo, ma il reciproco incontro saprà cambiarli ancor più profondamente. Nell'arco di pochissime ore, nelle stanze di un condominio composto da palazzoni quasi vuoti, sapranno entrare in contatto fino in fondo, parlando, confessandosi apertamente a cuore aperto, perfino amandosi. E tutto mentre, come incessante colonna sonora, nell'aria risuona la radio che trasmette ad alto volume i cori e la cronaca della parata. Dramma intimo e tragedia storica al tempo stesso, il film è diretto da uno Scola che lascia i personaggi padroni dell'inquadratura, accompagnandoli con una regia ariosa, caratterizzata dai long take o piani sequenza, che li segue attraverso momenti memorabili (la raccolta dei panni stesi sul tetto; i passi di rumba accennati nell'appartamento di Gabriele; la macinazione del caffé in quello di Antonietta), mentre i due eccellenti interpreti danno vita con estrema intensità a due personaggi a tutto tondo, grazie a una sceneggiatura (di Scola e Ruggero Maccari, con la collaborazione di Maurizio Costanzo) così precisa e attenta alle finezze della loro psicologia che gli si può pure perdonare qualche luogo comune (la moglie trascurata e infelice, lo stesso uso dello sfondo storico). Come aveva già fatto nel suo altro capolavoro, "C'eravamo tanto amati", Scola riflette sul presente dell'Italia usando il suo passato: se lì, però, la finestra di tempo ritratta era di trent'anni, qui è di un solo giorno. Curiosità: nel cast, nel piccolo ruolo della figlia maggiore di Antonietta, figura una giovane Alessandra Mussolini (della quale la Loren era la zia).

9 giugno 2015

Cronache di poveri amanti (C. Lizzani, 1954)

Cronache di poveri amanti
di Carlo Lizzani – Italia 1954
con Marcello Mastroianni, Antonella Lualdi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nella primavera del 1925, via del Corno (nel quartiere fiorentino di Santa Croce) è un microcosmo che riflette tutta l'Italia, divisa fra i fascisti in ascesa e gli antifascisti che si oppongono come possono. Fra questi ultimi c'è Corrado detto "Maciste" (Adolfo Consolini), meccanico dal fisico prestante, che rimane ucciso durante una ronda notturna delle camicie nere. Per vendicarlo, il suo amico Ugo (Marcello Mastroianni, in uno dei primi ruoli drammatici della sua carriera), fino ad allora interessato più alle donne, al gioco e al bere che non alla politica, si getta anima e corpo nella resistenza clandestina. Tutta la loro vicenda, come quella degli altri abitanti della strada, è raccontata in prima persona dal giovane Mario (Gabriele Tinti), tipografo appena trasferitosi in via del Corno su interessamento della fidanzata Bianca (Eva Vanicek): qui si innamora di Milena (Antonella Lualdi), giovane sposina il cui marito Alfredo (Giuliano Montaldo), proprietario della locale "pizzichetteria", è stato malmenato dagli stessi fascisti perché rifiutatosi di pagare un contribuito al partito. E nel frattempo, su tutti i "cornacchiai" – come si chiamano ironicamente gli abitanti della via – regna "la Signora" (Wanda Capodaglio), l'usuraia del luogo, che pur non muovendosi mai dal suo letto è sempre al corrente di ogni cosa, grazie agli occhi e alle orecchie della giovane serva Gesuina (Anna Maria Ferrero). Del vasto cast (la pellicola è di fatto corale) fanno parte anche Bruno Berellini (il fascista Carlino, detto "il ragioniere"), Cosetta Greco (la prostituta Elisa) e Irene Cefaro (Clara, l'amica di Bianca). Consolini, che recita nei panni di Maciste, era un atleta olimpico (lanciatore del disco), alla prima e unica esperienza cinematografica. Nel complesso, un buon adattamento del romanzo di Vasco Pratolini, che nonostante alcuni tagli si dichiarò soddisfatto del risultato. Il film avrebbe dovuto essere diretto da Luchino Visconti, ma mancarono i finanziamenti. Subentrò Lizzani con la "Cooperativa spettatori produttori cinematografici" che aveva già prodotto il suo lavoro d'esordio, "Achtung! Banditi!". Per risparmiare, il set di via del Corno fu ricostruito in studio (ma all'aperto), anche se non mancano scene e inquadrature che mostrano i luoghi più suggestivi e celebri di Firenze. Ne risulta una rappresentazione "popolare" dell'Italia proletaria di allora, fra mestieri, costumi e dinamiche sociali di un mondo in tumulto, dove gli amori e la vita quotidiana si intrecciano con gli sconvolgimenti politici della storia del paese.

5 marzo 2014

Anni ruggenti (Luigi Zampa, 1962)

Anni ruggenti
di Luigi Zampa – Italia 1962
con Nino Manfredi, Gino Cervi
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Marco, Ginevra, Paola, Marta, Esther, Beatrice e Sabrina.

Nel 1937, in piena era fascista, i notabili di un paesino del meridione (non identificato ma collocato in Puglia, a pochi chilometri da Alberobello: gran parte degli esterni sono stati girati a Ostuni) sono in subbuglio perché hanno saputo, per vie traverse, dell'imminente arrivo di un funzionario del partito, che dovrebbe giungere in incognito da Roma per compiere un'ispezione politico-amministrativa. Avendo tutti qualcosa da nascondere, ed essendo convinti di avere individuato il gerarca in Omero Battifiori (Nino Manfredi), che si presenta come un semplice agente di assicurazioni, i vertici locali cercano in ogni modo di finire nelle sue grazie, rendendo piacevole il suo soggiorno in paese e mostrando davanti ai suoi occhi un'assoluta fedeltà al regime. Il podestà (Gino Cervi) arriva addirittura al punto di favorire il suo fidanzamento con la figlia Elvira (Michèle Mercier). Ma alla fine la verità verrà a galla. Liberamente ispirato alla commedia "L'ispettore generale" di Gogol, il film di Zampa (che firma la sceneggiatura insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari) è una pungente satira non tanto del fascismo in sé, quanto dell'Italietta dove tutti si adeguano all'aria che tira, un malcostume mai scomparso e che rende la pellicola tuttora attuale. In realtà nessuno dei personaggi è veramente e convintamente "fascista": i notabili mettono in atto elaborate messinscene soltanto per perseguire i propri interessi e nascondere le proprie malefatte, mentre la fiducia del protagonista in Mussolini è frutto soprattutto di un'ingenuità che sarà messa a dura prova quanto entrerà in contatto con realtà povere e disastrate come quelle che circondano il villaggio (vedi la sequenza ambientata nelle "grotte", girata ai Sassi di Matera, dove Omero acquisisce una nuova consapevolezza sociale). Molte le scene da ricordare: la visita alla scuola, quella alle fattorie (dove si trovano sempre le stesse trenta mucche, trasportate in furgone da una masseria all'altra), la parata, e il finale con Omero che legge in treno la lettera per il Duce che gli ha consegnato un vecchio contadino. Nel cast, fra tanti caratteristi, anche Gastone Moschin (il rappresentante politico locale) e Salvo Randone (il medico antifascista). Insieme ai precedenti "Anni difficili" e "Anni facili", il film completa un'ideale trilogia con cui Zampa, attraverso la satira, denuncia i vizi sociali e politici degli italiani di prima e (soprattutto) di dopo la guerra.

4 febbraio 2014

Il giardino dei Finzi-Contini (V. De Sica, 1970)

Il giardino dei Finzi-Contini
di Vittorio De Sica – Italia 1970
con Lino Capolicchio, Dominique Sanda
***

Visto in divx, con Eleonora, Marta, Esther, Beatrice, Francesca e Fausto.

Nella Ferrara del 1938, l'inasprirsi delle leggi razziali sotto il fascismo non sembra toccare più di tanto la serenità della ricca famiglia ebrea dei Finzi-Contini, che nella loro villa circondata da un immenso giardino – da cui escono raramente – continuano a ricevere le visite di amici e conoscenti. Fra questi c'è il giovane Giorgio (Lino Capolicchio), ebreo della media borghesia cittadina, innamorato della raffinata ed enigmatica Micol (Dominique Sanda), che però non ricambia il suo affetto. I turbamenti amorosi di Giorgio andranno di pari passo con il deterioramento del clima sociale e politico, fino a quando anche la gabbia dorata dei Finzi-Contini non sarà più in grado di proteggere la famiglia dalla deportazione. Tratto dall'omonimo romanzo di Giorgio Bassani (che non volle essere coinvolto nell'adattamento), il film racconta in modo originale e intimista il dramma degli ebrei italiani appartententi alle classi sociali più elevate, dapprima illusi che nel proprio paese non si potessero raggiungere i livelli di persecuzione della Germania nazista (esemplare la scena in cui Giorgio, in visita al fratello che si è trasferito a vivere in Francia, viene improvvisamente a conoscenza dei campi di concentramento tedeschi), e poi costretti a un brusco risveglio quando era ormai troppo tardi. All'inizio, infatti, i disagi sembrano essere di poco conto (espulsi dal circolo del tennis, gli amici di Micol ed Alberto si ritrovano nella loro villa a giocare fra loro), poi si fanno via via più opprimenti (il padre di Giorgio perde il lavoro, il ragazzo non può più studiare in biblioteca o addirittura laurearsi, cosa che invece la ricca e privilegiata Micol riesce comunque a fare), e infine si sfocia nella guerra e nel disastro completo. La Sanda era apparsa quello stesso anno anche ne "Il conformista" di Bertolucci, un altro film che raccontava la vita sotto il fascismo. Nel cast anche Helmut Berger (Alberto, il fratello di Micol), Fabio Testi (Giampiero, l'amico milanese) e Romolo Valli (il padre di Giorgio), mentre un giovane Alessandro D'Alatri interpreta Giorgio da bambino in alcuni flashback. Il ritmo lento e la recitazione impostata (che lo differenziano a livello formale dai capolavori del periodo neorealista di De Sica, avvicinandolo invece ai vari Antonioni, Visconti e Bertolucci di quegli anni) non rendono il film necessariamente datato, bensì contribuiscono a creare quell'atmosfera un po' sospesa e irreale che ben descrive le illusioni e la passività dei personaggi in un contesto sociale che a sua volta doveva certamente sembrare irreale a chi ci viveva (spingendo Micol e la sua famiglia a un isolamento sempre più stretto). E l'esperienza del regista gli consente di evitare ogni trappola "intellettuale", fondendo invece mirabilmente le due anime della narrazione (i drammi amorosi e "privati" di Giorgio con quelli a più ampio spettro dovuti al fascismo). La pellicola valse al settantenne De Sica il suo quarto Oscar per il miglior film straniero (un record che condivide con Federico Fellini), nonché l'Orso d'Oro a Berlino.

21 agosto 2013

Le vie del signore sono finite (M. Troisi, 1987)

Le vie del signore sono finite
di Massimo Troisi – Italia 1987
con Massimo Troisi, Jo Champa
***

Visto in divx, con Sabrina.

Camillo (Troisi), che gestisce con il fratello Leone (Marco Messeri) una bottega di barbiere in una cittadina termale nell'Italia degli anni '30, perde l'uso delle gambe dopo la separazione dalla fidanzata Vittoria (Jo Champa). Il medico del paese, che aspira a introdurre la psicanalisi in Italia, sospetta che si tratti di una malattia psicosomatica: ma né le sue cure né un viaggio a Lourdes, durante il quale il ragazzo stringe amicizia con il timido poeta Orlando (Massimo Bonetti), producono il miracolo desiderato. A determinare la salute di Camillo è in effetti la sua altalenante relazione con Vittoria: tanto che, quando la ragazza rompe il fidanzamento con un altro pretendente, l'uomo torna a camminare. Al terzo film come regista, Troisi abbandona la piccola quotidianità napoletana e sceglie di collocare le vicende del suo personaggio in un periodo ben preciso della storia italiana recente (anticipando in questo il Benigni de "La vita è bella"), forse per evitare di ripetersi e per uscire dalla gabbia dei lungometraggi precedenti. L'ambientazione storica, pur funzionale alla trama, non è comunque preponderante: in primo piano rimangono sempre le vicende personali di Camillo, e gli elementi della dittatura fascista irrompono con prepotenza – e senza preavviso – solo a metà pellicola, dalla scena in cui il protagonista, a causa di un'innocua battuta su Mussolini, viene denunciato come possibile agitatore politico. Pur dando spazio anche ad alcuni comprimari (su tutti l'infantile Leone, che colleziona soldatini, legge fumetti – il "Corrierino", naturalmente! – e vive solo per accudire gelosamente il fratello malato; ma anche il timido e complessato Orlando), che peraltro gravitano sempre intorno a lui, Troisi non rinuncia ai monologhi surreali e alle battute memorabili (come quella sulla lettura: "Io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere, non li raggiungerò mai") e trasforma il suo personaggio solitario e stralunato in un individuo più attivo, esuberante e mentitore. Camillo, che sperimenta innovativi ritrovati contro la perdita dei capelli e il dolore, è un personaggio che va sempre e comunque per la propria strada, incurante delle ideologie (aborrisce il fascismo, ma non gli lotta contro: ne è semplicemente una vittima innocente) e della religione (impara ben presto che è inutile attendersi un miracolo, anche se la Madonna continua ad apparire in sogno ai suoi conoscenti), e che si costruisce da solo il proprio destino. Enzo Cannavale è il padre, Clelia Rondinella è la sorella che si fa suora. Musiche (e una canzone, "Qualcosa arriverà") di Pino Daniele.

29 dicembre 2011

Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

Novecento
di Bernardo Bertolucci – Italia 1976
con Robert De Niro, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Alfredo Berlinghieri (De Niro), figlio dei proprietari di una grande azienda agricola, e Olmo Dalcò (Depardieu), figlio dei braccianti che ci lavorano, nascono lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901 (la data della morte di Giuseppe Verdi: il film è ambientato proprio nei luoghi verdiani, in una fattoria nel comune di Busseto e nella "Bassa", fra le province di Parma, Cremona, Reggio Emilia e Mantova). Nonostante le differenze di classe sociale, i due ragazzi diventeranno grandi amici e cresceranno insieme. Ma il loro rapporto sarà messo a dura prova dagli eventi storici che segneranno l'Italia nella prima metà del secolo: dall'avvento del fascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale (la pellicola si conclude – a parte un breve controfinale – proprio nel giorno della liberazione, il 25 aprile 1945). Per tutta la vita Olmo porterà avanti le proprie idee socialiste, mentre Alfredo – che pure in gioventù le guardava con una certa simpatia – lascerà che le prepotenze e la violenza dei fascisti si facciano strada anche nel microcosmo della tenuta di famiglia. Se non il capolavoro, di certo il film più celebre, ambizioso e personale di Bertolucci, una pellicola epica e lunghissima (dura oltre cinque ore, divise in due parti che uscirono separatamente al cinema – proprio come farà Marco Tullio Giordana con quello che può essere considerato un suo seguito ideale, "La meglio gioventù") che conquista lo spettatore per la sua natura di grande affresco corale, per la maestria tecnica (la fotografia è di Vittorio Storaro, il montaggio di Franco Arcalli, le scenografie di Ezio Frigerio e Gianni Quaranta, la musica di Ennio Morricone), per il realismo e l'attenzione ai particolari (nella messa in scena della vita contadina – dal lavoro nei campi ai riti e ai canti popolari – ma anche di quella borghese, come nelle sequenze che mostrano la vita "oziosa" di Alfredo in compagnia dello zio Ottavio) e soprattutto per l'ampio respiro storico della vicenda, abbinato però a uno sguardo che rimane sempre focalizzato su un piccolo territorio (i grandi eventi della storia del ventesimo secolo – da cui il titolo della pellicola – sono filtrati da una prospettiva intima e locale, in maniera non dissimile da quello che farà il tedesco Edgar Reitz nell'ancora più monumentale "Heimat").

Detto questo, il film – forse in parte ispirato a "Il mulino del Po" – è tutt'altro che equilibrato e ha anche i suoi bravi difetti: in particolare il manicheismo che – in nome dell'antifascismo e dell'apologia del socialismo – porta a idealizzare il popolo contadino e a demonizzare i borghesi e i "padroni", conducendo a sequenze un po' troppo sopra le righe (come quelle legate ai personaggi di Attila e di Regina, per esempio quando uccidono un bambino senza motivo). Poco convincente anche il trattamento riservato ai due protagonisti principali, Alfredo e Olmo, che man mano che la trama procede perdono importanza e restano sempre più ai margini degli eventi. Nella seconda metà del film, più che a narrare la loro storia, il regista sembra interessato soprattutto a mettere in scena una vicenda collettiva: significativa la lunghezza che viene riservata alla sequenza finale della liberazione nel cortile della fattoria. Grandioso il cast: erano anni in cui il nostro cinema poteva permettersi di ricorrere a grandi attori stranieri anche per i ruoli principali (e non per semplici comparsate), e poco importa se dovevano interpretare personaggi così permeati di italianità. Certo, nel 1976 De Niro e Depardieu – che appaiono anche in una scena di nudo frontale – erano giovani e a inizio carriera, ancora lontani dalla fama che avrebbero conquistato in seguito, ma tutto ciò non fa che valorizzare l'intuizione di Bertolucci e la sua decisione di scritturarli per il film. E comunque, anche il resto del cast non scherza: nei panni delle due donne amate da Olmo e Alfredo ci sono Stefania Sandrelli e Dominique Sanda (che avevano recitato già insieme ne "Il conformista"), in quelli dei nonni ci sono mostri sacri come Burt Lancaster e Sterling Hayden, per non parlare poi della coppia di cattivi formata da Donald Sutherland (Attila) e Laura Betti (Regina), di Romolo Valli (il padre di Alfredo), di Werner Bruhns (lo zio Ottavio), di Alida Valli (la vedova Pioppi) e dei tanti altri comprimari (fra cui vorrei ricordare Stefania Casini, la prostituta epilettica, e Pippo Campanini, il prete del paese). Nota di merito, infine, per i giovanissimi Roberto Maccanti e Paolo Pavesi che interpretano rispettivamente Olmo e Alfredo da bambini nella prima ora di film. Il film si apre con un'immagine de "Il quarto stato" di Pellizza da Volpedo, dipinto realizzato nel 1901 e dunque anch'esso un simbolo del ventesimo secolo: non a caso era stato collocato all'ingresso del Museo del Novecento recentemente inaugurato a Milano.

2 agosto 2010

Il conformista (B. Bertolucci, 1970)

Il conformista
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1970
con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Marcello Clerici (Trintignant) cerca continuamente di omologarsi alla massa ("Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri, e tu invece vuoi somigliare a tutti", gli dice l'amico Italo): per questo motivo ha deciso di sposarsi con Giulia (Sandrelli), una ragazza mediocre e borghese che in realtà non ama, e per lo stesso motivo aderisce al partito fascista, entrando addirittura a far parte della polizia segreta ("La gente collabora con noi per paura, per soldi o per fede fascista: voi, invece, per nessuno di questi motivi"). La sua missione lo porterà a Parigi – con la copertura del viaggio di nozze – per riallacciare i contatti con il professor Quadri, un suo vecchio docente che ora vive in esilio ed è membro di un movimento di resistenza antifascista. L'ordine è quello di eliminarlo: ma innamoratosi di Anna, la giovane moglie del professore (una seducente e ambigua Dominique Sanda), alla resa dei conti si rivelerà incapace sia di uccidere Quadri (ci dovranno pensare altri agenti dell'Ovra) sia di salvare la donna. Nei film di Bertolucci i temi politici e sociali si intrecciano spesso con quelli individuali e psicologici, e anzi i primi dipendono da questi ultimi. "Il conformista" ne è un perfetto esempio, con il suo spietato ritratto di un personaggio privo di ideali, che aderisce al fascismo e a valori a lui estranei (la religione, la famiglia) soltanto perché mosso da un'ostinata "ricerca della normalità" che affonda le sue radici nei traumi sessuali subiti nell'infanzia e nel rifiuto di una famiglia decadente (un padre malato di mente, una madre dissoluta e morfinomane). Il protagonista è l'emblema dei molti italiani che si professarono fascisti durante il ventennio, per poi passare dall'altra parte della barricata alla caduta del regime. L'omonimo romanzo di Alberto Moravia è adattato cinematograficamente in maniera sontuosa, grazie anche alla fotografia di Vittorio Storaro (che sfrutta in maniera magistrale luci, ombre, colori e tonalità calde o fredde), alle imponenti scenografie di Ferdinando Scarfiotti (che ricostruisce i marmorei palazzoni del potere, i manicomi, le ville borghesi, le strade di Parigi), della musica di Georges Delerue e delle intepretazioni di un ottimo cast (ci sono anche Gastone Moschin, nei panni dell'agente fascista Manganiello; Enzo Tarascio, in quelli del professor Quadri; José Quaglio, l'intellettuale cieco Italo; Pierre Clementi, il vetturino pederasta Lino; e Yvonne Samson, la madre di Giulia). La complessa sceneggiatura è temporalmente destrutturata: si inizia in media res, a Parigi, e gli antefatti vengono narrati attraverso una serie di flashback.

1 agosto 2010

Strategia del ragno (B. Bertolucci, 1970)

Strategia del ragno
di Bernardo Bertolucci – Italia 1970
con Giulio Brogi, Alida Valli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

In un'assolata estate, il giovane Athos Magnani fa ritorno a Tara, il paesino della "Bassa" padana dove suo padre (che portava il suo stesso nome) è morto da eroe antifascista prima che lui nascesse, ucciso a tradimento nel 1936 da un sicario di cui l'identità è sempre rimasta ignota. Il borgo, isolato dal mondo, vive su ritmi tutti suoi e nel ricordo del suo unico eroe, cui sono intitolate strade e monumenti; ma Draifa, la sua vecchia amante, è convinta che l'assassino viva ancora fra la gente del posto e chiede ad Athos di indagare, a costo di togliere la polvere dagli scheletri del passato e di scoprire che la verità ha anche un lato oscuro e ambiguo. Liberamente tratto da un racconto di Borges ("Tema del traditore e dell'eroe", da "L'aleph"), questo affascinante lungometraggio ha sicuramente come punto di forza l'ambientazione: un paese pigro e vuoto, reso ancor più desolato dalla calura estiva, che vive nel passato ("Ma non ci sono giovani in questo paese?", si chiede Athos) e nella memoria, dove ognuno custodisce gelosamente segreti e misteri, fra sagre rurali, l'onnipresente musica di Verdi, il culatello e la trippa, il vino, le biciclette, i giochi dei bambini: è lo stesso scenario che in seguito, spogliandolo in parte dall'atmosfera sospesa e surreale, Pupi Avati virerà in chiave horror con "La casa delle finestre che ridono", ma che qui – dietro la patina del giallo – prefigura in parte "Novecento", benché su scala ridotta (l'insignificanza di Tara all'interno delle dinamiche globali si rivela tutta nel finale, quando le erbacce sui binari del treno suggeriscono la scarsa frequenza con cui il paese è collegato al resto del mondo). Il cast comprende anche Pippo Campanini, Franco Giovannelli e Tino Scotti nei panni dei tre vecchi amici del padre di Athos: il loro piano di assassinare Mussolini mentre si trova a teatro ad assistere al "Rigoletto" mi ha fatto pensare alla scena clou di "Bastardi senza gloria" di Tarantino, in cui si progetta di uccidere Hitler mentre è al cinema. In ogni caso, il film è visivamente splendido: notevole, in particolare, la qualità pittorica delle scenografie (gli scorci delle vie e delle case rimandano a De Chirico, mentre i titoli di testa scorrono su immagini di opere di Ligabue). Il film è stato girato a Sabbioneta: Tara, nome di fantasia, era quello della piantagione di Rossella O'Hara in "Via col vento".

12 giugno 2009

Vincere (Marco Bellocchio, 2009)

Vincere
di Marco Bellocchio – Italia 2009
con Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

La storia di Ida Dalser, la donna che ebbe un figlio (inizialmente riconosciuto e poi rinnegato) da Benito Mussolini prima della sua ascesa al potere, e che il Duce fece rinchiudere in un manicomio perché continuava a insistere pubblicamente di essere sua moglie. Per anni la sua vicenda rimase del tutto sconosciuta, e solo dopo la fine della guerra la sua esistenza e quella del figlio (nel frattempo morti entrambi) vennero alla luce. Il film, che si dipana plumbeo fra stereotipi e melodramma, purtroppo è tutt'altro che convincente: l'impressione è che a Bellocchio della storia di Ida non importi niente, e che la pellicola sia una scusa per riproporre in un nuovo contesto temi a lui cari come l'anticlericalismo (notevole la trasformazione di Mussolini da sindalista socialista e ateo in dittatore alleato della Chiesa per interesse personale), l'antifascismo e le ossessioni e la follia. I personaggi sono tratteggiati con superficialità, e in certe scene sembra di assistere a una fiction televisiva – d'autore, sì, ma sempre una fiction. Colpa anche di una sceneggiatura fiacca e retorica (che fra l'altro – ma non è certo il peggior difetto – non ha nemmeno il coraggio di mostrare quale fu la fine della Dalser e del figlio), di una recitazione espressionistica e monocorde, di una colonna sonora troppo invadente e di una fotografia (di Daniele Ciprì) cupa e perennemente scura. Molte le scene metacinematografiche in cui si vedono i personaggi andare al cinema o assistere a proiezioni varie: bella, per esempio, la rissa fra pacifisti e guerrafondai (fra cui Mussolini) che scoppia di fronte alle immagini di un cinegiornale, oppure il momento in cui Ida si commuove guardando “Il monello” di Chaplin. C'è anche un ampio ricorso a diverse immagini di repertorio, con inserimento dei discorsi di Mussolini o sovraimpressioni di motti dell'epoca. Brutte e inutilmente lunghe, invece, le due scene di sesso nella parte iniziale. Bisogna comunque dare atto a Bellocchio di aver mostrato Ida come la donna folle e autodistruttiva che fu, attratta ottusamente da un uomo di potere e incapace di vivere una vita propria, tutt'altro che l'eroina coraggiosa che qualche regista (magari televisivo) avrebbe potuto essere tentato di dipingere.

18 settembre 2008

Il papà di Giovanna (Pupi Avati, 2008)

Il papà di Giovanna
di Pupi Avati – Italia 2008
con Silvio Orlando, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Siamo a Bologna, negli anni del fascismo. Per troppo amore nei confronti della figlia Giovanna (che frequenta lo stesso liceo nel quale lui insegna), un docente di storia dell'arte fà di tutto perché la ragazza, bruttina e introversa, riesca a socializzare con i compagni. Quando la psicolabile Giovanna ucciderà per gelosia la sua migliore amica e verrà internata in manicomio, il professore continuerà a starle vicino, forse perché nel frattempo si è reso conto che la colpa è proprio delle false illusioni che lui le aveva inculcato. Nel frattempo la guerra cambierà molte cose... Una discreta ricostruzione ambientale (ma la sceneggiatura cerca senza troppo successo di fondere i drammi privati con i grandi eventi storici) e l'ottima prova di Silvio Orlando (premiato a Venezia, in un ruolo che qualche decennio fa sarebbe stato di Carlo Delle Piane) salvano solo in parte un film che nella seconda metà si sfilaccia fra banalità psicologiche sui rapporti familiari e anonimi quadretti dell'Italia del dopoguerra. Brava anche la giovane Rohrwacher, mentre Francesca Neri (nei panni della madre di Giovanna) non aggiunge nulla alla pellicola ed Ezio Greggio (il poliziotto amico di famiglia) mostra tutta la sua inadeguatezza come attore drammatico: sembra sempre sforzarsi per mantenere sul viso un'espressione seria, e la scena in cui i partigiani lo processano è talmente fuori posto che forse Avati avrebbe fatto meglio a toglierla dal film (anche perché, come in fondo tutto il personaggio di Greggio, c'entra poco con il resto della storia). Da sottolineare un fastidioso product placement relativo a una marca di olio, visibile più di una volta sulla tavola del protagonista: al bando la pubblicità dal cinema!

13 giugno 2008

Sanguepazzo (M. T. Giordana, 2008)

Sanguepazzo
di Marco Tullio Giordana – Italia 2008
con Luca Zingaretti, Monica Bellucci
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

In una delle scene iniziali del film, Luca Zingaretti – nei panni di Osvaldo Valenti, istrione, gaudente e cocainomane attore di cinema degli anni trenta – si lamenta con un regista perché nei film la sua voce viene sempre doppiata. Ebbene, per alcune pellicole italiane (come questa) si dovrebbe proprio tornare a quella sana abitudine, perché non è davvero accettabile dover assistere a spettacoli dove a fatica si comprendono le parole degli attori. Quando parlava la Bellucci, in particolare, sembrava quasi di ascoltare una lingua straniera. Purtroppo se un film è recitato così male (Zingaretti si salva, ma attorno a lui c'è il vuoto), non ci sono regia, scenografie e ricostruzioni storiche che tengano: tutto viene irrimediabilmente affossato dalla mediocrità degli interpreti. Anche la sceneggiatura, comunque, ha le sue responsabilità. Per raccontare la storia dei due attori e amanti Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che si compromisero con il regime fascista e vennero giustiziati dai partigiani a Milano pochi giorni dopo la liberazione, Giordana utilizza una struttura a flashback che fa più danni che altro: oltre a spezzettare continuamente la vicenda con i numerosi salti dal 1945 agli anni precedenti, ne anticipa ogni svolta drammatica distruggendo la tensione e insistendo su ogni dettaglio almeno due volte. Mi ha infastidito anche l'uso dei filmati di repertorio, che presentano uno stacco troppo netto con la fotografia patinata del resto della pellicola. Ma il peggio è certo rappresentato da un'attrice mediocre come la Bellucci, del tutto incapace di veicolare le emozioni del suo personaggio. Alla fine quel che resta ricorda più una fiction televisiva che un omaggio al cinema della tarda era fascista. Alessio Boni, nei panni del regista Golfiero Goffredi (a sua volta innamorato della Ferida ma che sceglie di diventare partigiano), non aggiunge nulla alla pellicola, così come i brevissimi cameo di Luigi Lo Cascio, Sonia Bergamasco e Marco Paolini, e il chiacchierato bacio lesbico fra la Bellucci e Lavinia Longhi.

10 novembre 2006

Fascisti su Marte (C. Guzzanti, 2006)

Fascisti su Marte
di Corrado Guzzanti, Igor Skofic – Italia 2006
con Corrado Guzzanti, Marco Marzocca
**1/2

Visto ieri al cinema Apollo, con Albertino.

Di solito non guardo molta TV, ma qualche sketch dei "Fascisti su Marte" di Guzzanti lo avevo visto e lo avevo trovato simpatico. Le avventure fantascientifiche di un gruppo di Arditi, guidati dal gerarca Barbagli, che nel 1939 avevano raggiunto il "rosso pianeta, bolscevico e traditor" perché convinti che "l'Italia ha diritto alla sua espansione... anche in verticale", narrate con lo stile del cinegiornali d'epoca dell'Istituto Luce, sono surreali e a tratti spassose. In questo film il comico ricicla il materiale già trasmesso (quasi tutta la prima parte del film ne è un montaggio), vi aggiunge nuove scene e soprattutto un finale. Il risultato è gradevole, ma dopo una mezz'oretta di visione comincia già ad annoiare: forse si tratta di un tipo di umorismo più adatto a pillole quotidiane che a un lungometraggio. Inoltre la vena parodistica della prima parte tende pian piano ad assumere le sfumature della farsa, per non parlare delle allusioni alla politica moderna che ne annacquano la natura di (falso) documentario. Da salvare comunque la satira del linguaggio del ventennio e dei temi cari all'immaginario fascista, ma anche alcune trovate come la scomparsa di Majorana narrata nel retrolampo (italica versione di "flashback") o i nomi geografici dati alle località marziane ("Crepaccio ma non mollo", "Valli Alida"). E naturalmente il conto alla rovescia con i numeri romani.