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9 dicembre 2019

Anno 2000 - La corsa della morte (P. Bartel, 1975)

Anno 2000 - La corsa della morte (Death Race 2000)
di Paul Bartel – USA 1975
con David Carradine, Sylvester Stallone
***

Visto in divx.

In un futuro in cui gli Stati Uniti sono diventati una dittatura, l'annuale corsa automobilistica da una costa all'altra del paese – cui prendono parte pochi selezionati piloti, ciascuno affiancato da un navigatore di sesso opposto – è l'unico svago concesso alle masse oppresse: una gara ricca di violenza, anzi pensata apposta per permettere di darle sfogo, i cui concorrenti "segnano punti" se falciano i passanti che trovano sulla loro strada, con i punteggi massimi riservati all'uccisione di bambini e di anziani. Fra i favoriti della corsa c'è il veterano Frankenstein (David Carradine), misterioso pilota mascherato che ha subito così tanti incidenti da essere stato "ricucito" insieme più volte (o almeno così si dice). A sua insaputa, la sua nuova navigatrice Annie Smith (Simone Griffeth) fa parte di un gruppo di ribelli, guidato dall'anziana Abramina Lincoln, che intende sabotare la corsa. B-movie prodotto da Roger Corman che, nonostante l'evidente budget al risparmio, è diventato di culto: con pieno merito, visto che pur essendo girato con estrema semplicità, è assai divertente e pieno di idee tanto buffe quanto efficaci. Stupidamente (e volutamente) ironico, il film è violento ma anche cartoonistico, colorato e campy, con i diversi piloti con i loro variopinti veicoli che ricordano i concorrenti delle "Wacky Races": abbiamo il gangster italo-americano Mitraglia Joe (Sylvester Stallone), principale rivale di Frankenstein; e poi la cowgirl Calamity Jane (Mary Woronov), la nazista Grimilde e l'antico romano Cesare (rispettivamente Matilda e Nerone nell'originale). Ci sono persino scene alla Wile Coyote (il finto tunnel), così come numerose sequenze splatter (le vittime travolte sulla strada) e di nudo, la satira dei mass media e quella socio-politica, che svelano a tratti un'insolita profondità dietro l'ingenua superficie. Fra le tante gag: la "bomba a mano" di Frankenstein e la propaganda dei presidente che nega l'esistenza dei ribelli e attribuisce ai "francesi" tutte le azioni della resistenza, e persino la colpa del dissesto finanziario del paese (nel finale c'è una frase che, estrapolata dal suo contesto, è davvero surreale: "Neanche i francesi, con tutto il loro bieco potere, sono stati capaci di distruggere Frankenstein, che è la personificazione di tutte le nostre virtù nazionali!"). Il regista Bartel ebbe qualche contrasto con Corman (che preferiva che il film fosse più violento e meno ironico, e che lo aveva messo in cantiere per bruciare sul tempo l'uscita nelle sale di "Rollerball", pellicola con uno spunto molto simile). Diversi i sequel/remake, fra cui "Death Race" (2008) di Paul W.S. Anderson con Jason Statham e "Death Race 2050" (2017), sempre prodotti da Corman.

14 dicembre 2016

Cobra (George Pan Cosmatos, 1986)

Cobra (id.)
di George Pan Cosmatos – USA 1986
con Sylvester Stallone, Brigitte Nielsen
*1/2

Rivisto in TV.

Il tenente di polizia Marion Cobretti, detto "il Cobra", duro dai modi spicci e insofferente alle regole, viene incaricato di proteggere una modella (Nielsen) da una banda di maniaci armati di accetta (che la vogliono uccidere perché è l'unica testimone di uno dei loro delitti). Nonostante l'ostilità di superiori e colleghi, saprà sgominare la banda e conquistare l'amore della ragazza. Nel tentativo di dare vita a una nuova franchise di successo dopo quelle di Rocky e Rambo, Stallone si affida – almeno nominalmente – alla regia di Cosmatos (che l'anno prima lo aveva diretto in "Rambo 2") e firma di persona una sceneggiatura che più esile non si può (anche se, a onor del vero, la pellicola fu accorciata di oltre mezz'ora per evitare problemi con la censura), ispirata un po' ai film dell'ispettore Callaghan (da cui provengono anche comprimari come Remi Santoni e Andrew Robinson) e un po' al romanzo "Fair Game" di Paula Gosling. Il risultato fu un discreto flop, che si lascia ricordare soltanto per un paio di frasi ad effetto (fra cui la più mitica, nella scena iniziale: "Tu sei il male, io sono la cura"). Per il resto la trama è stereotipata, le scene d'azione non regalano particolari sussulti, la caratterizzazione del protagonista è monodimensionale (il "solito" poliziotto giustizialista e individualista, anche nel vestiario: al posto dell'uniforme indossa jeans, giubbotto di pelle e occhiali a specchio) e quella dei comprimari è virtualmente inesistente (compresi i cattivi, di cui non si spiegano né origini né motivazioni: l'unico che si ritaglia un certo spazio è Brian Thompson, alias "La bestia della notte"). Eppure, se non lo si prende sul serio e lo si approccia come tipico action movie degli anni ottanta, basilare e disimpegnato, può garantire un certo guilty pleasure. All'epoca la Nielsen era la compagna di Stallone, e anche l'automobile di Cobra, una Ford Mercury nera del 1950, era davvero di proprietà dell'attore (ma per le riprese ne furono utilizzate due copie). Diffusissimo il product placement (di Coca-Cola e Pepsi contemporaneamente!). Stallone, che aveva rifiutato il ruolo di protagonista in "Beverly Hills Cop", riversò qui alcune delle idee che aveva proposto per quello. Marion, il nome "femminile" di Cobretti, è il vero nome di John Wayne.

15 ottobre 2015

John Rambo (Sylvester Stallone, 2008)

John Rambo (Rambo)
di Sylvester Stallone – USA/Germania 2008
con Sylvester Stallone, Julie Benz
**

Visto in TV.

Il quarto film della saga di Rambo giunge a vent'anni di distanza dal precedente. Dopo Rocky, rivisitato nel 2006, Stallone ha scelto infatti di riprendere anche il secondo dei due personaggi che gli avevano dato la fama di eroe d'azione negli anni ottanta: e lo fa senza tradirne lo spirito, e anzi approfondendo il personaggio più di quanto non provassero a fare i capitoli due e tre (il primo rimane una cosa a parte). Scopriamo subito che in questi vent'anni l'ex guerrigliero è rimasto in Thailandia, dove si guadagna da vivere catturando e vendendo serpenti velenosi (!). Quando un gruppo di missionari americani lo assolda affinché li conduca con la sua barca fino in Birmania (dove intendono portare medicine e la parola di Dio ai poveri contadini), il vecchio John si ritrova in mezzo all'azione: il gruppo viene infatti catturato dai soldati dell'esercito birmano, e toccherà a lui – insieme a un pugno di mercenari assoldati per l'occasione – liberarli e portarli in salvo. Se all'inizio il personaggio appare (giustamente) stanco, disilluso e anche un po' bolso e sovrappeso, per il resto nella franchise nulla sembra cambiato: una trama che più lineare non si può, cattivi cattivissimi (la parte tocca stavolta alla giunta militare che governa la Birmania, i cui soldati sono mostrati mentre assaltano e compiono nefandezze ai danni dei contadini cristiani, uccidendo gli uomini, stuprando le donne e rapendo i bambini per farne dei soldati a loro volta), sparatorie e tattiche di guerriglia, violenza e centinaia di morti, il tutto recitato e girato in stile anni ottanta (ed è un pregio). Di fronte all'idealista e pacifista Sarah, che ritiene che le cose possano cambiare facilmente, o ai mercenari ingaggiati, che al contrario ragionano in termini troppo pragmatici, Rambo esprime la sua filosofia, riassumibile nella frase più memorabile del film: "Vivere per niente o morire per qualcosa, scegliete voi". Nel gruppo dei comprimari spiccano l'inglese arrogante e razzista (Graham McTavish) e il giovane marine School Boy (Matthew Marsden): ma naturalmente Rambo funziona meglio quando agisce da solo, come nell'attacco alla chiatta dei pirati o nella fuga dopo l'assalto al campo. I mercenari inizialmente lo guardano dall'alto in basso, ritenendolo troppo vecchio o addirittura un semplice barcaiolo: ma si dovranno ricredere. Nel finale, vediamo John che dopo tanto tempo torna finalmente in patria, nella fattoria di famiglia: una sorta di (meritato) lieto fine per il personaggio, anche se Sly ha dichiarato che – a differenza di Rocky, su cui ha posto ormai la parola fine – immagina altre possibili avventure per lui.

28 novembre 2014

Rambo III (Peter MacDonald, 1988)

Rambo III (id.)
di Peter MacDonald – USA 1988
con Sylvester Stallone, Richard Crenna
*1/2

Rivisto in TV.

Ritiratosi a vivere in Thailandia per lavorare alla costruzione di un monastero, il reduce John Rambo afferma di avere definitivamente "smesso con la guerra". Eppure non può rifiutarsi di tornare in azione quando Trautman, il suo ex comandante, viene catturato dai russi durante una missione in Afghanistan. Dopo essersi introdotto clandestinamente nel paese e aver assistito alla violenza dei sovietici contro gli abitanti di un povero villaggio (anche se Gorbaciov aveva già lanciato le sue riforme e il muro di Berlino stava per crollare, qui siamo ancora in piena guerra fredda), Rambo penetra nella base dei nemici, la mette a ferro e fuoco e salva il suo amico sgominando (come al solito) da solo un intero esercito. Giunta al terzo capitolo, la saga del super-soldato ha ormai perso tutte le qualità che caratterizzavano la prima pellicola e si è trasformata in una scusa per mettere in scena sequenze d'azione e di combattimento a tutto spiano, oltre che per consentire a Stallone di sfoggiare un corpo sempre più muscoloso e coperto di cicatrici. Divisione assoluta fra buoni e cattivi, com'è consuetudine di questo tipo di film (c'è persino una ricorrente glorificazione dei mujaheddin, visto che combattendo contro i russi erano automaticamente dalla parte degli americani: il film è addirittura dedicato "al valoroso popolo afgano", e naturalmente non c'è il minimo accenno ai talebani o a questioni religiose e politiche), spari ed esplosioni (all'epoca il Guinness dei Primati lo nominò come la pellicola più violenta di sempre), sangue e sudore, più qualche frase lapidaria da mandare a memoria (ma la più celebre, "Chi sei?" - "Il tuo incubo peggiore", era più efficace e sintetica nella versione che si udiva nel trailer: "Sono il tuo incubo"), per un lungometraggio dall'impostazione assai semplice, che svolge certo il suo compito come pellicola d'azione, ma che alla resa dei conti risulta anche noioso e prevedibile. Avrebbe dovuto dirigerlo Russel Mulcahy, appena reduce dal successo di "Highlander": ma pochi giorni dopo l'inizio delle riprese venne sostituito dal direttore della fotografia Peter MacDonald, al suo esordio come regista. Da notare che anche negli Stati Uniti con questo film la saga assume semplicemente il titolo di "Rambo" (come già nel resto del mondo), abbandonando definitivamente quello originale "First blood".

17 ottobre 2014

Rambo 2 - La vendetta (G. P. Cosmatos, 1985)

Rambo 2 - La vendetta (Rambo: First Blood Part II)
di George Pan Cosmatos – USA 1985
con Sylvester Stallone, Richard Crenna
*1/2

Rivisto in TV.

Spedito ai lavori forzati dopo la conclusione del precedente film, a Rambo viene offerta una possibilità di riabilitazione: dovrà tornare nella giungla vietnamita alla ricerca dei soldati americani che sono rimasti in mano ai guerriglieri come prigionieri di guerra. In realtà, a sua insaputa, si tratta di una missione fittizia (il governo vuole soltanto salvare la faccia di fronte alle associazioni dei reduci). Ma Rambo ovviamente troverà davvero i prigionieri e li porterà in salvo da solo, sgominando intere pattuglie di soldati vietnamiti e pure russi (!) a colpi di coltello, di arco (a un certo punto con tanto di frecce esplosive!) e di mitra. Tre anni dopo la pellicola originale, Stallone riprende il ruolo del soldato John Rambo (che secondo le intenzioni del suo creatore originale, lo scrittore David Morrell, sarebbe dovuto morire alla fine della precedente avventura) e lo trasforma in un super-eroe macho, patriottico e invincibile, che "vendica" la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam (il sottotitolo "La vendetta" può essere letto in chiave sia personale che nazionale) tenendo testa a innumerevoli nemici (esterni ed interni, questi ultimi identificati nei burocrati del governo che preferiscono lasciare i propri soldati nei campi di prigionia piuttosto di dover ammettere di non aver fatto nulla per salvarli). La sceneggiatura – dello stesso Stallone, che ha riscritto quella originale di James Cameron – è ridicola (con dialoghi come: "Ci lasceranno vincere stavolta?" - "Stavolta dipende da te!") e ha l'aria di essere improvvisata in pochi giorni: l'incipit è assai brusco, i personaggi sono tagliati con l'accetta, le svolte sono prevedibili, e l'unico vero impegno sembra essere stato profuso nelle scene d'azione, quelle in cui il personaggio mette in mostra i suoi muscoli, sopporta le più efferate torture, pone in atto incredibili tecniche di guerriglia, sbaraglia interi plotoni di soldati nemici, e da solo (o con l'aiuto di una ragazza che ovviamente alla fine ci lascia le penne) porta a termine, contro ogni avversità, la propria missione. Nel complesso un film semplicistico, retorico ("Tu cosa vuoi, Rambo?" - "Voglio che il nostro paese ci ami quanto noi lo amiamo"), implausibile, testosteronico, che si prende terribilmente sul serio (a differenza, per esempio, del contemporaneo "Commando" con Schwarzenegger)... e che ciononostante è entrato in pianta stabile nell'immaginario collettivo degli anni ottanta, tanto che quando si cita il personaggio si pensa subito a questa pellicola e non certo al più sofferto e ambiguo prototipo. Ma il terzo capitolo sarà pure peggio. Il regista, di origine greca, dirigerà Sly anche in "Cobra".

12 ottobre 2014

Rambo (Ted Kotcheff, 1982)

Rambo (First blood)
di Ted Kotcheff – USA 1982
con Sylvester Stallone, Brian Dennehy
***

Rivisto in TV.

John Rambo (Stallone), reduce del Vietnam da poco tornato in patria, sta attraversando il paese quando viene preso di mira dall'arrogante sceriffo (Dennehy) di una cittadina dello stato di Washington, che lo accusa di vagabondaggio. Fuggito fra i boschi che ricoprono le impervie montagne circostanti, è oggetto di una caccia all'uomo da parte della polizia locale: ma la situazione si complica, visto che Rambo è un berretto verde addestrato nelle più svariate tattiche di guerriglia e di sopravvivenza. Nemmeno l'intervento della guardia nazionale e l'arrivo del generale Trautman (Richard Crenna), comandante di Rambo in Vietnam, risolvono la situazione, la cui escalation porta a un confronto diretto fra Rambo e lo sceriffo. Tratto da un romanzo di David Morrell (che terminava con la morte del protagonista), il film che ha dato vita alla seconda serie più popolare della carriera di Stallone (dopo "Rocky"): ma se nei capitoli successivi il personaggio si tramuterà in un simbolo della forza militare americana (e segnatamente dell'amministrazione reaganiana), impegnato in una serie di missioni all'estero, qui i toni sono ben diversi, quasi intimi e psicologici, e si sviluppano all'insegna del disagio dei reduci di una guerra diventata sinonimo di sconfitta e di tragedia nazionale, che hanno vissuto l'inferno sulla propria pelle (memorabile il "crollo" emotivo di Rambo nel finale, quando si rende finalmente conto di essere rimasto l'unico sopravvissuto della sua vecchia squadra) e che al rientro in patria hanno trovato soltanto ostilità, contestazione e antipatia. Anche se Stallone, intervenendo sulla sceneggiatura, ha cercato di accrescere l'empatia del personaggio, in questo primo film Rambo è di fatto un perdente e un emarginato, nonostante le sue incredibili abilità gli permettano di tenere testa da solo contro un numero soverchiante di avversari. Al di là della spettacolarità e della tensione delle scene di combattimento (che comunque non mancano) e di una trama che si incentra sullo scontro fra un tutore dell'ordine deviato (lo sceriffo) e un innocente perseguitato (in fondo non dissimile da pellicole come "Convoy" o "L'imperatore del nord"), il film acquista dunque valore come documento di un disagio di natura sia personale (i "flashback" con i ricordi delle torture e degli orrori vissuti durante la guerra) sia socio-culturale, quando non addirittura politico, specchio e metafora di tutte le contraddizioni dell'America. Dietro le apparenze di un "semplice" film d'azione e d'avventura, dunque, la carne al fuoco è tanta. E Stallone è perfetto nell'equilibrare l'energia e la fragilità nascosta del personaggio. Peccato solo per il finale, che non conclude degnamente la storia ma preserva il protagonista per i successivi sequel (dal maggiore successo di pubblico ma non altrettanto di critica).

8 settembre 2014

I mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014)

I mercenari 3 (The Expendables 3)
di Patrick Hughes – USA 2014
con Sylvester Stallone, Mel Gibson
**

Visto al cinema Plinius, con Monica e Sabrina.

Per avere la meglio su Conrad Stonebanks (Mel Gibson), commilitone da tempo creduto morto e invece riciclatosi come trafficante d'armi, il leader dei "Sacrificabili" Barney Ross (Sylvester Stallone) medita di mandare in pensione la sua vecchia squadra (Jason Statham, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews) in favore di un nuovo team di giovanissimi (Kellan Lutz, Ronda Rousey, Glen Powell, Victor Ortiz). Ma alla resa dei conti avrà ancora bisogno dell'aiuto dei vecchi compagni, nonché dei redivivi Arnold Schwarzenegger e Jet Li. Per la terza volta Stallone riunisce attorno a sé un cast stellare di eroi d'azione, stagionati o meno, per mettere in scena una sequenza ininterrotta di combattimenti, sparatorie, esplosioni e battute ironiche sulla falsariga del cinema action degli anni '80. Come sempre la trama conta poco, e il divertimento nasce dall'interazione di tanti pezzi da novanta; ma questa volta il meccanismo non sembra del tutto oliato e molti character sono sacrificati oltre misura. Pur ravvivato da numerose new entry (in particolare Gibson nel ruolo del cattivo; ma ci sono anche Harrison Ford, che sostituisce Bruce Willis come collegamento fra la CIA e il gruppo; Antonio Banderas, che dà vita a un personaggio schizzato e logorroico; e Wesley Snipes, medico con la passione per i coltelli), il film risulta dunque inferiore ai due capitoli precedenti (e in particolare al secondo, che rimane per me il migliore). Le cose da ricordare sono il personaggio di Banderas, come già detto, e la battuta di Stallone al termine dello scontro con Gibson: "Io sono l'Aja!". Pierce Brosnan e Dwayne Johnson (The Rock) sarebbero già in trattative per apparire nel quarto capitolo.

8 agosto 2014

Fuga per la vittoria (John Huston, 1981)

Fuga per la vittoria (Escape to victory, aka Victory)
di John Huston – USA 1981
con Sylvester Stallone, Michael Caine
**1/2

Rivisto in TV.

Nel 1941, nella Parigi occupata dai nazisti, viene organizzata una partita di calcio a scopi propagandistici fra una squadra di soldati tedeschi e una composta da prigionieri di guerra alleati, in gran parte ex giocatori. La resistenza francese progetta di far fuggire i prigionieri durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, attraverso un tunnel che sfocia negli spogliatoi, ma i giocatori preferiranno tornare in campo per cercare di vincere l'incontro. Liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto (la cosiddetta "partita della morte", giocata a Kiev nel 1942 fra soldati della Luftwaffe e prigionieri ucraini) già raccontato sullo schermo nel 1962 da due lungometraggi ungheresi e russi, un film dai toni epici e ingenui ma coinvolgente e trascinante, raro caso di incursione del cinema americano sul tema del "soccer". Come spesso accade in questo tipo di pellicole, il cast è nutrito e internazionale: si va da Max von Sydow (il maggiore tedesco Von Steiner, che in passato aveva fatto parte della nazionale tedesca e che si dà da fare per organizzare la partita: sarà l'unico fra i nazisti ad applaudire le prodezze degli avversari) a Michael Caine (il capitano Colby, allenatore e giocatore – nonostante la pancia, improbabile tanto per un atleta quanto per un prigioniero di guerra – della squadra degli alleati), da Sylvester Stallone (il portiere e l'unico giocatore statunitense, con tanto di scarsa conoscenza delle regole del gioco e diffidenze iniziali per uno sport che non consente il placcaggio!) a tutta una serie di fuoriclasse internazionali che interpretano i vari giocatori sul campo (in particolare il brasiliano Pelè, la cui rovesciata per il 4-4 finale è uno dei momenti più memorabili della pellicola; ma anche l'inglese Bobby Moore, l'argentino Osvaldo Ardiles, il polacco Kazimierz Deyna, il belga Paul Van Himst, l'olandese Co Prins, il danese Søren Lindsted e molti altri: ben tre di questi – Pelè, Moore e Ardiles – erano stati campioni del mondo). Se la prima parte del film, con evidenti echi di pellicole belliche tipo "La grande fuga", è puramente introduttiva (ma non mancano spunti interessanti, come la riflessione sulla disparità di trattamento che i nazisti riservavano ai prigionieri dell'Europa dell'est rispetto agli anglosassoni e agli occidentali), la partita di calcio vera e propria, che occupa tutta la parte finale della pellicola, è girata da Huston con stile realistico e una discreta attenzione alle regole dell'epoca (che, per esempio, non contemplavano le sostituzioni: il che spiega come mai Pelé esca dal campo per poi rientrarvi a pochi minuti dallo scadere). Celebre il finale in cui Stallone (che per il ruolo venne allenato dal portiere inglese Gordon Banks) para il rigore decisivo tirato dal capitano della squadra tedesca Baumann (Werner Roth), scatenando l'entusiasmo e l'invasione del pubblico. La gara, che si immagina giocata al leggendario stadio Colombes di Parigi (lo stesso in cui si svolse il mondiale del 1938) ma le cui riprese sono state in realtà effettuate a Budapest, è da gustarsi con uno sguardo incantato e un po' infantile, animati da un tifo viscerale che porta a sostenere la squadra degli alleati, a indignarsi per il gioco duro degli avversari o per l'arbitraggio di parte, e ad esultare per ogni gol segnato, con una progressione inarrestabile fino all'apoteosi finale. Anche per questo, nonostante gli stereotipi nelle caratterizzazioni dei personaggi e le ingenuità della trama (in parte debitrice a "Quella sporca ultima meta"), il film può essere considerato uno dei più significativi mai realizzati sul calcio.

5 giugno 2013

Hollywood brucia (Alan Smithee, 1997)

Hollywood brucia (An Alan Smithee Film: Burn Hollywood Burn)
di Alan Smithee [Arthur Hiller] – USA 1997
con Eric Idle, Ryan O'Neal
*

Rivisto in TV.

Nell'industria hollywoodiana, è consuetudine che un regista scontento di come il suo film sia stato manipolato in fase di post-produzione (per esempio se l'intervento dei produttori durante il montaggio ne altera irrimediabilmente la visione artistica) ritiri il proprio nome e lo firmi con lo pseudonimo di "Alan Smithee". Ma quando il malcapitato regista si chiama davvero così, cosa può fare? È quello che accade al protagonista di questo film (interpretato da Eric Idle, ex Monty Python), che dopo aver diretto "Trio", un blockbuster d'azione con Sylvester Stallone, Whoopi Goldberg e Jackie Chan, se lo vede modificare drasticamente in peggio dai suoi produttori (Ryan O'Neal e Richard Jeni). Decide allora di rubare la pellicola e di darsi alla macchia, minacciando di bruciarla in sprezzo a Hollywood. La cosa assurda (la realtà supera la fantasia!) è che il film, già metacinematografico di suo, diventa addirittura meta-metacinematografico – e quindi autoreferenziale – quando scopriamo che il regista Arthur Hiller, scontento del risultato, ha realmente disconosciuto il proprio lavoro, e dunque la pellicola è davvero uscita a firma Alan Smithee: di fatto parla di sé stessa. Commedia satirica sull'industria di Hollywood costruita come un mockumentary, con i personaggi che narrano le vicende alla macchina da presa e si rivolgono direttamente agli spettatori (in un continuo montaggio di "finte interviste"), è però un film confuso e pasticciato, a tratti imbarazzante per la pochezza dei dialoghi e delle situazioni (non a caso figura in molte liste dei "peggiori film della storia"). Colpa essenzialmente della sceneggiatura di Joe Eszterhas (anche produttore e di fatto il vero "autore" del film), che vorrebbe essere autoironica (non si contano le battute o le frecciatine ai suoi stessi lavori: a un certo punto, per descrivere quanto sia brutto "Trio", si dice "È peggio di Showgirls!") ma si rivela incapace di far ridere (e non parliamo di far riflettere), anche quando è costretta a "scomodare" mostri sacri come Stallone, Jackie e la Goldberg nei panni di sé stessi (il loro ruolo è comunque minimo: probabilmente avranno girato la parte in un solo giorno). Nel cast, anche i rapper Coolio e Chuck D (che interpretano i registi Brothers), Harvey Weinstein (sì, il produttore, qui nei panni del detective Sam Rizzo) e numerose star, registi o producer che interpretano sé stessi (Billy Bob Thornton, Shane Black, Robert Evans, Robert Shapiro, Larry King, lo stesso Joe Eszterhas).

2 settembre 2012

I mercenari 2 (Simon West, 2012)

I mercenari 2 (The Expendables 2)
di Simon West – USA 2012
con Sylvester Stallone, Jean-Claude Van Damme
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Elena, Monica e Roberto.

I "sacrificabili" sono tornati! Come nel primo capitolo, Sylvester Stallone (autore anche della sceneggiatura, ma non della regia che stavolta ha lasciato a Simon West) ha riunito attorno a sé un nutritissimo roster di star del cinema d'azione degli anni ottanta, veri "pezzi da museo" (come recita ironicamente una delle tante battute del film) e totem di un'epoca in cui questo genere puntava le proprie carte sugli scontri fisici e non sugli effetti speciali generati al computer. Inutile aggiungere che la pellicola, per i nostalgici e i fan di quel tipo di film, è imperdibile quanto la precedente, pur scontando il rischio della ripetizione; ma rispetto al primo capitolo i dialoghi sono conditi da maggior humour: tanti gli in-jokes, in particolare, che riguardano Schwarzenegger ("Sono tornato!"). Se Jet Li esce di scena dopo poche sequenze, in compenso rispetto al precedente episodio Schwarzy e Bruce Willis hanno maggior spazio – e partecipano al combattimento finale – e soprattutto fanno la loro comparsa Chuck Norris (memorabile la sua entrata, accompagnata dal refrain de "Il buono, il brutto, il cattivo" di Morricone e seguita dall'attore stesso che racconta una delle tante "leggende urbane" che circolano in internet su di lui: "Una volta sono stato morso da un cobra. Ma dopo cinque giorni di dolore atroce... il cobra è morto") e Jean-Claude Van Damme nei panni del "cattivo", lo spietatissimo Jean Vilain (si chiama proprio così!). Questi ha deciso di impadronirsi delle riserve di plutonio che i sovietici hanno nascosto in una miniera bulgara, ma troverà sulla sua strada i nostri eroi, decisi a vendicare la morte del più giovane di loro (il "pivello" Liam Hemsworth). Tutto il cast (completato da Jason Statham, Dolph Lundgren, Terry Crews, Randy Couture e da una donna, Nan Yu) è protagonista di sparatorie, combattimenti e inseguimenti senza soluzione di continuità e ad alto livello di testosterone: il film mantiene tutte le sue promesse, che non comprendevano certo raffinati momenti di introspezione psicologica. Peccato solo che Schwarzy e Norris abbiano girato le loro scene in pochi giorni (e si vede: entrano ed escono dalla storia in maniera un po' casuale). Fra le performance migliori, quelle di Lundgren e Van Damme. Un terzo episodio è in cantiere: i produttori hanno già contattato Steven Seagal, Mel Gibson e altri ancora.

9 settembre 2010

I mercenari (Sylvester Stallone, 2010)

I mercenari (The Expendables)
di Sylvester Stallone – USA 2010
con Sylvester Stallone, Jason Statham
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un sogno che si avvera. Un film d'azione in puro stile anni ottanta che riunisce tutti insieme i principali interpreti del genere e in particolare quelli della vecchia scuola: Sylvester Stallone (anche regista e sceneggiatore), Arnold Schwarzenegger (per lui soltanto un cameo, purtroppo, visti gli impegni politici: "Vuole diventare presidente"), Dolph Lundgren (per Ivan Drago c'è ovviamente un ruolo a metà fra il buono e il cattivo), Mickey Rourke (sfatto come in "The Wrestler", filosofo, tatuato e tatuatore), Jet Li (con il complesso dell'altezza: e vorrei ben vedere, al fianco di tanti colossi), Jason Statham (l'eroe di "The transporter" e "Crank", il mio preferito del cast) e Bruce Willis (anche lui in un ruolo ridotto)... E non basta: ci sono anche i wrestler Randy Couture e "Stone Cold" Steve Austin, l'ex giocatore di football Terry Crews e persino Gary "Ken il guerriero" Daniels! Per completare un cast davvero da favola mancherebbero soltanto (sono stati contattati, ma hanno rifiutato per motivi vari) Jackie Chan, Steven Seagal, Chuck Norris e Jean-Claude Van Damme (che pare abbia acconsentito ad apparire nel sequel). I cattivi sono Eric Roberts e David Zayas, le donzelle Giselle Itiè e Charisma Carpenter. Della trama è anche inutile parlare, visto che non conta (si tratta comunque di spodestare un dittatore di un'isola sudamericana, spalleggiato da un ex agente CIA interessato al traffico di droga): l'importante è godersi la successione senza pause di sparatorie, esplosioni, inseguimenti, scontri corpo a corpo, pugni, calci, coltellate e distruzioni assortite. E il bello è che sembra di essere tornati ai tempi di "Commando", senza traccia di tutti quelli elementi che hanno affossato il genere negli ultimi decenni, come adolescenti, fighettume vario, sottotrame idiote, eccessi tecnologici. Solo testosterone e mazzate! Con coraggio il film rinuncia anche alle influenze hongkonghesi che, da John Woo in poi, hanno modificato le pellicole d'azione (ma Corey Yuen ha comunque collaborato alle coreografie, in particolare nelle scene con Jet Li). Impressionante la fisicità dei corpi, anche quelli di interpreti che ormai hanno una certa età. Ovviamente, i più "giovani", come Statham, se la cavano meglio, ma tutti – a partire da Stallone – hanno comunque l'aria di divertirsi un mondo. E per riassumere il film, la cosa migliore è citare l'imperdibile recensione pubblicata sul sito I 400 calci: "Non importa di che sesso eravate quando siete entrati al cinema: quando uscirete, sarete UOMINI".