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21 agosto 2022

Rabid (David Cronenberg, 1977)

Rabid - Sete di sangue (Rabid)
di David Cronenberg – Canada/USA 1977
con Marilyn Chambers, Frank Moore
**1/2

Visto in divx.

Sottoposta a un trapianto di pelle sperimentale dopo un incidente in moto, Rose (Marilyn Chambers) diventa "portatrice sana" di un'epidemia che rende lei assetata di sangue e trasforma la gente che morde (attraverso una protuberanza sotto l'ascella) in una sorta di mostri idrofobi. Il secondo lungometraggio "mainstream" di David Cronenberg è un horror seminale che fonde insieme le tematiche dei vampiri e degli zombie, con tanto di finale apocalittico in cui l'infezione si è ormai sparsa in tutto il mondo. Se infatti la prima parte del film è ambientata nella clinica di chirurgia plastica del dottor Keloid (Howard Ryshpan), isolata in campagna, i cui esperimenti danno origine alla mutazione, nel prosieguo la vicenda si sposta in città: memorabile la scena in cui Rose "adesca" una delle sue vittime in un cinema a luci rosse. Il diffondersi dell'epidemia, con i tentativi delle autorità di contenerla (attraverso vaccini, lockdown e controlli sanitari) sembra anticipare a modo sua la recente pandemia di Covid. Ma naturalmente la pellicola si iscrive di buon diritto nel filone dell'horror (anzi, del body horror, di cui Cronenberg è un maestro) alla Romero. All'epoca fece impressione per la violenza grafica, e in effetti era in anticipo sui tempi. La protagonista (scelta dal produttore esecutivo Ivan Reitman: Cronenberg avrebbe voluto Sissy Spacek) era nota per i suoi film pornografici, come "Dietro la porta verde". Un remake nel 2019.

26 novembre 2020

L'ultimo uomo della Terra (U. Ragona, 1964)

L'ultimo uomo della Terra (The last man on Earth)
di Ubaldo B. Ragona, Sidney Salkow – Italia/USA 1964
con Vincent Price, Franca Bettoja
***

Visto in TV.

Il biochimico Robert Morgan (Price) è da tre anni "l'ultimo uomo sulla Terra": da quando cioè una misteriosa epidemia ha trasformato tutti gli altri abitanti del pianeta (compresi i suoi stessi familiari) in una sorta di vampiri-zombie. Di notte Morgan rimane barricato nella propria casa, protetto da specchi e da aglio, mentre di giorno va a caccia di vampiri per la città, uccidendoli con i paletti di legno che lui stesso si fabbrica, per poi bruciarne i corpi. Dal celebre racconto di Richard Matheson che ispirerà successivamente anche "1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra" e, nel 2007, "Io sono leggenda", un B-movie horror angosciante e influente (gli deve molto per esempio, e per sua stessa ammissione, George Romero, che ne replicherà le atmosfere quattro anni dopo ne "La notte dei morti viventi"). Rivisto oggi, in tempi di Covid-19, il film è ulteriormente inquietante: la sezione centrale della pellicola, riservata a un lungo flashback che racconta l'insorgere e lo sviluppo dell'epidemia, riecheggia in maniera impressionante gli eventi odierni (vampiri-zombie a parte, naturalmente!). Il progetto di adattare il racconto di Matheson era nato presso gli studi della Hammer, in Gran Bretagna, che poi lo cedettero a una casa di produzione americana. Questa, per risparmiare, girò il film a Roma (le scenografie e i palazzi della città disabitata sono quelli del quartiere EUR), con un cast e una troupe italiana (ad eccezione di Price). Quanto alla regia, anche se la versione italiana la attribuisce a tale Ubaldo Ragona (carneade che non ha diretto nient'altro di rilevante), essa in realtà sarebbe opera (in parte o totalmente) di Sidney Salkow, prolifico regista americano per il cinema e la tv. Lo stesso Matheson ha scritto la sceneggiatura, firmandola con lo pseudonimo Logan Swanson. Passato inosservato alla sua uscita, il film ha conquistato con gli anni la fama di cult movie. In effetti è un piccolo gioiellino di horror minimalista, con un solo personaggio (almeno all'inizio) che descrive il mondo intorno a lui attraverso la voce fuori campo, di cui seguiamo pensieri e azioni in uno scenario post-apocalittico suggestivo e inquietante. E nel finale, quando entrano in gioco alcuni dei "vampiri", assistiamo al capovolgimento di ruoli che ha reso particolare il racconto di Matheson: sono i mostri ad avere paura del cacciatore, ed è quest'ultimo che è destinato a diventare uno spauracchio e una leggenda nella "nuova società" a cui questi daranno vita. Come detto, il comportamento dei vampiri, con le loro movenze lente, sembra anticipare quello degli zombie di Romero, mentre le sequenze di Price alle prese con la moglie Virginia che ritorna dalla morte anche dopo essere stata sepolta non possono non ricordare le tante pellicole di Roger Corman ispirate ad Edgar Allan Poe in cui l'attore ha recitato.

28 marzo 2020

Contagion (Steven Soderbergh, 2011)

Contagion (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2011
con Matt Damon, Laurence Fishburne
***

Visto in divx.

Storia di una pandemia, che dal sud-est asiatico si diffonde rapidamente a tutto il mondo (anche se il film, con l'eccezione di alcune sequenze ambientate a Hong Kong, si concentra quasi esclusivamente sugli Stati Uniti): di impianto corale, e caratterizzata da un'insolita accuratezza scientifica per un film hollywodiano (lo sceneggiatore Scott Z. Burns, ispirato dalle allora recenti epidemie di SARS e H1N1, ha consultato medici ed esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per redigere ogni passaggio dello script), la pellicola racconta l'insorgere e la diffusione dei sintomi, le prime morti sospette, l'attivazione di medici e ricercatori competenti, le reazioni dei politici e dei media, il panico e il caos fra la popolazione, la ricerca di un vaccino, la lotta "in trincea" degli operatori sanitari, le misure e le precauzioni della gente comune, i confini chiusi e le quarantene, le fosse comuni, fino alla (temporanea?) risoluzione. A parte alcune esagerazioni (il virus MEV-1 è altamente contagioso, molto letale e dalla rapida incubazione), colpisce appunto per l'accuratezza scientifica con cui descrive un caso del genere: e vederlo in questo giorni, quando è in corso una pandemia (quella di Covid-19) anche nel mondo reale, risulta al tempo stesso inquietante e, in certo senso, tranquillizzante. La narrazione comincia dal "Giorno 2" (il racconto del "Giorno 1" – quello in cui il virus, dal pipistrello passando per il maiale, giunge in contatto per la prima volta con l'essere umano e quindi con il "paziente zero", che lo diffonderà poi nel resto della popolazione – è riservato per le ultime immagini, prima dei titoli di coda). L'ampio cast comprende Matt Damon, che si scopre immune quando invece sua moglie (Gwyneth Paltrow) è la prima a morire per la malattia (ed è lei, in effetti, ad averla portata dall'Asia fino in America); Laurence Fishburne (un medico del CDC, il centro per le prevenzione e il controllo delle malattie negli Stati Uniti); Jennifer Ehle (la ricercatrice che scopre il vaccino); Marion Cotillard (la dottoressa dell'OMS che si reca a indagare a Hong Kong); Kate Winslet (l'agente del reparto malattie infettive del CDC); Elliot Gould (il virologo che riesce a riprodurre il virus in coltura); Jude Law (il blogger "complottista"). Insieme, coprono un po' tutti i punti di vista relativi all'epidemia: quello dei medici e dei ricercatori, quello dei pazienti e della gente comune, quello degli informatori (o disseminatori di "fake news", nel caso del personaggio interpretato da Jude Law). La regia di Soderbergh si pone giustamente al servizio della storia e della sceneggiatura, così come la fotografia fredda e realistica e le scenografie. A parte poche sequenze (il caos nelle strade), il film riesce a evitare le trappole dei classici film catastrofici (d'altronde l'idea di spettacolarizzare la lotta a un nemico invisibile sarebbe stata persa in partenza) e ha ottenuto un buon successo di pubblico, con una popolarità che, visto l'argomento d'attualità, è comprensibilmente tornata a impennarsi in questi giorni.

3 febbraio 2020

Virus letale (Wolfgang Petersen, 1995)

Virus letale (Outbreak)
di Wolfgang Petersen – USA 1995
con Dustin Hoffman, Rene Russo
**

Visto in TV, con Sabrina.

Quando una letale epidemia, causata da un virus di origine africana che provoca una forte febbre emorragica, colpisce una cittadina degli Stati Uniti, il medico militare Sam Daniels (Dustin Hoffman) e la sua ex moglie Robby (Rene Russo) si ritrovano a lottare contro il tempo per rintracciare l'animale ospite e portatore sano (una scimmietta) prima che l'esercito, che ha isolato la città, la rada al suolo con una bomba. Thriller medico-catastrofista, ai tempi ispirato all'emergenza Ebola nello Zaire (anche se ci fu qualcuno che ci vide un parallelo con l'AIDS) e che oggi evoca ovviamente l'epidemia causata dal coronavirus cinese a Wuhan. Se da un lato è da apprezzare un'accuratezza scientifica superiore alla media dei film hollywoodiani (un personaggio osserva correttamente come la combinazione fra un tempo d'incubazione molto breve e un tasso di mortalità elevatissimo – caratteristiche tipiche dei virus in questo tipo di pellicole – renderebbe in realtà l'epidemia ben poco pericolosa, visto che gli infetti morirebbero prima di avere il tempo di contagiare altre persone), dall'altro la successione degli eventi è quanto mai inverosimile, con personaggi maldestri che sembrano trovare proprio ogni modo per diffondere il contagio senza volerlo. E non possono mancare i militari cattivi che vogliono nascondere l'esistenza del virus, non per evitare il panico fra la popolazione ma per usarlo in guerra come arma biologica. Alla fine, la cosa migliore è il cast: in ruoli minori ci sono Morgan Freeman, Donald Sutherland, Kevin Spacey, Cuba Gooding Jr. e Patrick Dempsey. Il rapporto fra i due protagonisti Hoffman e Russo, che interpretano una coppia di scienziati appena divorziati, ricorda quello visto in "The Abyss".

15 dicembre 2018

Epidemic (Lars von Trier, 1987)

Epidemic (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1987
con Lars von Trier, Niels Vørsel
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Incaricati di scrivere un copione, il regista Lars (von Trier) e lo sceneggiatore Niels (Vørsel) decidono di raccontare la storia di un'epidemia che dilaga in Europa, prendendo spunto dalle vere pestilenze che hanno sconvolto il vecchio continente nel medioevo. Il loro protagonista, il dottor Mesmer (il nome, forse non a caso, è quello dell'inventore del mesmerismo) è un giovane medico idealista che sceglie di abbandonare la città fortificata, che si è isolata per paura del contagio, per portare le proprie cure nelle campagne e nelle regioni più colpite dalla malattia. Ma durante i cinque giorni in cui Lars e Niels lavorano alla sceneggiatura, a loro insaputa una vera epidemia si sta diffondendo fra la popolazione... Il secondo lungometraggio di LVT dipana la sua trama su più livelli (i due cineasti al lavoro, il film da loro scritto, il mondo circostante), affrontando così il tema dell'infezione da più punti di vista: la natura che impazzisce senza motivo, l'uomo che avvelena sé stesso (il viaggio nella Germania industrializzata e inquinata), i provvedimenti che si rivelano inutili per arrestare il contagio (la chiusura della città, la formazione di un governo fatto solo da medici, con alcuni tocchi ironici: l'anestesista come ministro dell'istruzione, per esempio), l'impotenza della teologia di fronte alla morte... C'è anche spazio per alcune sequenze che sembrano poco collegate con il resto (il racconto di Niels sulle "ragazze di Atlantic City", con cui ha corrisposto per lettera facendosi passare per un liceale; la scena dell'ipnotismo). L'amico che i due incontrano a Colonia è Udo Kier, qui alla prima collaborazione con LVT (e l'aneddoto che racconta, il bombardamento dell'ospedale quando è nato, è reale). Formalmente la pellicola si fa notare per il bianco e nero, la camera a mano, il mix di immagini girate in 35 e 16 mm, oltre che per la scritta con il titolo del film e il simbolo del copyright, in rosso, stabilmente in sovrimpressione nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, come a indicare che si tratta di una copia di lavorazione. Ma nell'insieme resta un film d'autore un po' pretenzioso e convoluto, anche se alcuni spunti interessanti, come detto, non mancano (bellissima la sequenza in cui Mesmer, attaccato a una bandiera della croce rossa e trasportato da un elicottero, pare "volare" sopra i campi di grano), anche per via della struttura a "scatole cinesi" (la scatola più esterna, quella in cui Lars von Trier interpreta sé stesso, è forse la nostra realtà, il che ne fa un film horror). La colonna sonora del film-nel-film è data dall'ouverture del "Tannhäuser" di Wagner, mentre il testo della canzone sui titoli di coda ("Epidemic - We all fall down") è scritto dagli stessi Lars e Niels.

10 ottobre 2018

Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand
***1/2

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni e altri.

Di ritorno dalle crociate, il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) e il suo scudiero Jons (Gunnar Björnstrand) attraversano un paese sconvolto dalla pestilenza, dove gli uomini muoiono come mosche e tutti temono che sia giunta la fine del mondo prevista dall'Apocalisse ("Quando l'angelo aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece silenzio e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe..."). Block, angosciato dal silenzio di Dio e tormentato dai dubbi che si aprono nella propria fede (mentre di contro lo scudiero Jons è più pragmatico e razionalista), si ritrova faccia a faccia con la Morte impersonificata (Bengt Ekerot), un'alta e tetra figura dalla pelle bianca e dal manto nero: e per prendere tempo, la sfida a una partita a scacchi (seguendo in questo un'iconografia medievale che mostrava spesso il tristo mietitore impegnato in tale attività). Man mano che la partita procede, trascinandosi di giorno in giorno, il cavaliere e lo scudiero proseguono il loro viaggio verso casa, incontrando fra gli altri una serva muta (Gunnel Lindblom) che Jons prende con sé; un fabbro di villaggio (Åke Fridell) con la moglie infedele (Inga Gill); e soprattutto una compagnia itinerante di attori e saltimbanchi, formata dal capocomico Jonas (Erik Strandmark) e dai giovani coniugi Jof (Nils Poppe) e Mia (Bibi Andersson), con il loro figlioletto Mikael. Saranno proprio questi ultimi, puri di cuore e di spirito (al punto che Jof, pur non comprendendo le proprie visioni, è in grado di percepire il trascendente e il soprannaturale), gli unici a salvarsi dalla Morte che il cavaliere, protraendo al massimo il tempo della partita a scacchi, condurrà con sé fino al proprio castello. Ambientato in un medioevo cupo ed oscuro, dove le campagne sconvolte dalla peste sono percorse da pellegrini penitenti e flagellanti (al canto del "Dies Irae") e da monaci che mettono alle fiamme le presunte streghe, forse il film più famoso di Ingmar Bergman, di certo quello che più di ogni altro è entrato nell'immaginario cinematografico e collettivo (non si contano gli omaggi, le citazioni, i riferimenti, anche in lavori del tutto diversi e che apparentemente non hanno niente in comune con le riflessioni esistenziali – prima ancora che religiose – del regista svedese: si pensi a "Last action hero" o a "Un mitico viaggio").

L'immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la Morte è sicuramente potente, ma la pellicola offre molto di più: è il percorso di un uomo che comincia a farsi delle domande nel momento in cui si rende conto di stare ormai avvicinandosi al proprio destino finale, un percorso che non tutti fanno allo stesso modo (il contraltare del cavaliere, come detto, è lo scudiero nichilista: ma c'è anche chi proietta le proprie paure all'esterno, cercando un capro espiatorio – la ragazza accusata di essere una strega (Maud Hansson) – oppure chi semplicemente rifiuta di accettare la situazione). Tutti dobbiamo morire, ma non tutti ci avviciniamo alla morte nello stesso modo. Anche formalmente il film gioca con gli estremi: la vita e la morte sono simboleggiate dal bianco e nero (e non a caso, nella partita a scacchi, la Morte muove i pezzi neri), che la fotografia di Gunnar Fischer esalta in modo magistrale. E nella cupezza generale, risaltano la luce e la gioia di vivere della giovane famiglia di saltimbanchi: il momento in cui giocano con il bambino sul prato, in cui si gustano il latte e le fragole (un "posto delle fragole" ante litteram!) svela il reale significato della felicità: apprezzare e godersi la vita momento per momento, come lo stesso cavaliere riconosce affermando che porterà quell'istante nella propria memoria. In tutto questo, Bergman – che come Shakespeare condisce il dramma con alcune scenette comiche (quelle relative al fabbro e alla moglie che scappa con l'attore) – si ispira, oltre che alle suddette iconografie medievali (si pensi anche all'ultima scena, quella della "danza con la Morte", o ai dipinti che un artigiano sta tracciando sulle pareti di una chiesa diroccata), a un piccolo dramma teatrale, "Pittura su legno", da lui stesso scritto qualche anno prima. Insignito del premio speciale della giuria al Festival di Cannes, il film divenne un classico istantaneo e portò Bergman alla fama internazionale. La pellicola segna anche l'inizio della collaborazione con il regista svedese di due intepreti che in seguito appariranno ripetutamente nei suoi lavori: Max von Sydow (attore teatrale all'esordio assoluto nel cinema) e Bibi Andersson.

15 maggio 2018

Bandiera gialla (Elia Kazan, 1950)

Bandiera gialla (Panic in the Streets)
di Elia Kazan – USA 1950
con Richard Widmark, Jack Palance
**1/2

Visto in divx.

Uno straniero (di nazionalità armena, come il regista Elia Kazan), sbarcato da poche ore nel porto di New Orleans, viene assassinato da un gangster (Jack Palance, al suo debutto sul grande schermo) e dai suoi due scagnozzi per un debito di gioco. Analizzando il cadavere, il medico militare Clinton Reed (Richard Widmark) scopre che l'uomo era infetto da peste polmonare: in una corsa contro il tempo, diventa così di fondamentale importanza non solo scoprire da quale nave era sbarcato, ma anche rintracciare tutti coloro con cui è stato in contatto ravvicinato, a cominciare dai suoi killer, prima che il contagio possa diffondersi fra la popolazione. Naturalmente gli assassini faranno invece di tutto per non farsi trovare... Un thriller ad alta tensione con uno spunto insolito e originale e un ottimo cast di caratteristi: al fianco di Widmark, in un rapporto da "buddy movie" (all'inizio si guardano in cagnesco, poi impareranno a rispettarsi a vicenda e a collaborare) c'è il commissario di polizia interpretato da Paul Douglas. Barbara Bel Geddes è la moglie del protagonista, Zero Mostel e Guy Thomajan i complici del gangster. Il titolo italiano si riferisce al segnale che comunica la presenza di una malattia infettiva a bordo di una nave. Kazan gira un film tutto ambientato in un porto (e dintorni) quattro anni prima del capolavoro "Fronte del porto". Interessante anche il ruolo della stampa, di cui viene difesa la libertà ed elogiata l'importanza, anche se in un caso come questo diffondere la notizia dell'epidemia può fare più danni che altro. La sceneggiatura di Edna ed Edward Anhalt vinse l'Oscar. Musica di Alfred Newman.

6 dicembre 2012

Io sono leggenda (F. Lawrence, 2007)

Io sono leggenda (I am Legend)
di Francis Lawrence – USA 2007
con Will Smith, Alice Braga
**

Visto in TV, con Sabrina.

Tre anni dopo che un virus (ideato come possibile cura per il cancro) ha scatenato un'epidemia, uccidendo il 90% dell'umanità e trasformando il resto in vampiri-zombie, lo scienziato militare Robert Neville – uno dei pochissimi a essersi rivelato immune – si aggira per le strade di una New York vuota e desolata, in compagnia del cane Sam (in realtà una femmina: Samantha), cercando eventuali altri superstiti, difendendosi dagli umani trasformati in mostri e tentando contemporaneamente di sintetizzare una cura in laboratorio. Terza versione cinematografica (dopo "L'ultimo uomo della Terra" e "1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra") del celeberrimo racconto di Richard Matheson, di cui però stravolge senso e significato, a partire addirittura dal titolo: nel testo originale, infatti, non solo non ci sono altri sopravvissuti e non c'è una cura, ma l'appellativo di "leggenda" è quello con cui il protagonista verrà ricordato dagli stessi vampiri, ormai ri-civilizzati, in quanto ultimo esponente di una razza odiata ed estinta. Il progetto di un nuovo adattamento era in lavorazione da diversi anni, e inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Ridley Scott, con Arnold Schwarzenegger come protagonista. La sceneggiatura è stata modificata e riscritta dopo l'uscita di "28 giorni dopo" e della saga di "Resident Evil": il risultato è un onesto e gradevole film post-apocalittico, in cui si salva soprattutto l'atmosfera della prima parte, quella in cui Will Smith si aggira da solo con il cane in una città deserta, spettrale e silenziosa, di cui la natura sta lentamente riappropriandosi; nulla comunque che non si sia già visto altre volte in passato (oltre ai titoli già citati, basti ricordare "L'esercito delle dodici scimmie"). Meno riuscito il finale, più prettamente hollywoodiano ed "eroico". E l'abuso di computer grafica (non solo i mostri-vampiri, ma anche gli animali selvatici sono tutti realizzati in CG) fa rimpiangere i tempi in cui gli effetti erano più artigianali, e dunque più "veri" e credibili. Pare che la sola scena dell'evacuazione di New York dal Ponte di Brooklyn sia costata alla produzione cinque milioni di dollari: all'epoca si trattava della scena più costosa mai girata in un film. Il finale alternativo compreso nel DVD, in cui Neville si rende conto che i vampiri stanno cominciando a riacquistare caratteristiche e sentimenti umani, sarebbe stato forse migliore di quello effettivamente incluso nel montaggio.

5 dicembre 2010

E venne il giorno (M. N. Shyamalan, 2008)

E venne il giorno (The Happening)
di M. Night Shyamalan – USA 2008
con Mark Wahlberg, Zooey Deschanel
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Una misteriosa epidemia che spinge gli uomini al suicidio di massa, causata da una neurotossina portata dal vento e forse prodotta dalle piante e dalla natura come "reazione" alla presenza sempre più dannosa degli esseri umani, si diffonde a partire dal Central Park di New York in tutta la regione nord-orientale degli Stati Uniti. Fra coloro che cercano disperatamente di mettersi in salvo, fuggendo in qualche modo dalla zona contaminata, ci sono l'insegnante di scienze Elliot Moore, sua moglie Alma e la piccola Jessie, figlia di un collega: ma dovranno vedersela con un mondo impazzito nel quale anche la solidarietà umana sembra venire a mancare. Tracciando ardite metafore e collegamenti fra fenomeni naturali diversissimi fra loro (la scomparsa delle api, le alghe che producono tossine per uccidere i pesci, il sistema immunitario degli organismi biologici), Shyamalan si lancia nel catastrofismo a sfondo ecologico, mette in scena una "fine del mondo" singolare e silenziosa, e vorrebbe spaventare gli spettatori costruendo un'atmosfera tesa e inquietante che guarda a Hitchcock ("Gli uccelli"), a Weir ("L'ultima onda") e ai film paranoici degli anni cinquanta (come "L'invasione degli ultracorpi"). Ma nonostante alcuni spunti interessanti (le fronde degli alberi mosse dal vento, percepite dai personaggi come una minaccia; l'assenza di momenti "fracassoni" e gridati, tipici di altri horror catastrofici), la pellicola non decolla mai completamente, anche per colpa di attori non molto in parte, e il messaggio ecologista risulta talmente banale e generalizzato da essere difficile da prendere sul serio (a suo onore, comunque, l'autore ha dichiarato esplicitamente di non aver voluto realizzare nient'altro che un buon B-movie). Se pure avevo difeso il regista di origine indiana in occasione dei suoi film precedenti, stroncati anch'essi – come questo – dalla maggior parte della critica ("Lady in the water", per esempio, non mi era dispiaciuto), stavolta devo riconoscere che c'è poco da salvare. E deve essersene accorto lo stesso Shyamalan, visto che per la prima volta rinuncia al suo consueto cameo (avrebbe dovuto interpretare Joey, il collega con cui Alma si incontrava all'insaputa del marito, ma il personaggio non si vede mai sullo schermo).

30 novembre 2009

The hole (Tsai Ming-liang, 1998)

The hole – Il buco (Dong)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1998
con Yang Kuei-mei, Lee Kang-sheng
***1/2

Rivisto in divx, con Martin, in originale con sottotitoli.

Mentre il capodanno del 2000 si avvicina e le piogge torrenziali scuotono la città, Taipei è colpita da una misteriosa epidemia: un virus di origine sconosciuta, trasmesso dagli scarafaggi, spinge gli esseri umani a comportarsi in modo psicotico e a rintanarsi come insetti in cerca di buio e di umidità. Intere aree vengono messe in quarantena, la raccolta dei rifiuti e l'erogazione dell'acqua potabile sono sospese per costringere gli abitanti ad andarsene. Fra coloro che restano nella propria casa ci sono un uomo e una donna che vivono in due appartamenti di un immenso condominio, l'uno sopra l'altro. I due non si conoscono, non hanno alcun contatto e si parlano a malapena, ma un buco scavato nel pavimento/soffitto delle rispettive abitazioni finirà con mettere in comunicazione i loro spazi vitali e a unirli indissolubilmente. E quando lei sembrerà aver contratto la malattia, lui riuscirà a "riportarla alla luce", sottraendola alla solitudine e all'alienazione.

Pellicola geniale, insolita nella forma e ricca nei contenuti: pur con i consueti tempi lenti e l'attenzione ai piccoli gesti quotidiani, Tsai prova stavolta a universalizzare i propri temi (i protagonisti non hanno nome, l'ambientazione fantascientifica è una metafora del mondo intero) e ravviva il contesto della vicenda con bizzarri inserti musicali che esplicitano pensieri e sentimenti e nei quali la donna interpreta – nella propria fantasia – una serie di brani anni '50 della cantante Grace Chang (alla quale è dedicato un ringraziamento finale). Vedere gli abiti colorati e le raffinate coreografie dei balletti prendere vita negli ambienti degradati dell'edificio crea un insolito cortocircuito nella mente dello spettatore. Ma tutto il lungometraggio si mantiene miracolosamente in equilibrio fra il surreale e il quotidiano, senza rinunciare all'ironia e all'assurdo per mostrare il malessere e il disagio esistenziale. Da annoverare fra i migliori lavori del regista, è stato anche il suo primo film che ho visto, quando uscì nelle sale italiane in versione sottotitolata. Indimenticabile – e angosciante – la pioggia scrosciante che cade in continuazione. La pellicola (che fa parte di una serie di lungometraggi, "2000 as seen by...", commissionata a registi di tutto il mondo dal canale televisivo francese Arte) è completamente girata in interni, dalle camere spoglie degli appartamenti con le pareti scrostate per l'umidità, alle scale e ai corridoi del condominio, fino alle vaste sale vuote del mercato coperto dove l'uomo lavora.