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20 marzo 2023

Il romanzo di Thelma Jordon (R. Siodmak, 1950)

Il romanzo di Thelma Jordon (The file on Thelma Jordon)
di Robert Siodmak – USA 1950
con Wendell Corey, Barbara Stanwyck
**1/2

Visto in divx.

L'assistente procuratore distrettuale – maldestramente tradotto come "giudice istruttore" nella versione italiana – Cleve Marshall (Corey), insoddisfatto del suo matrimonio, viene sedotto dalla femme fatale Thelma Jordon (Stanwyck), che lo convince di essere innocente dell'accusa di aver ucciso la vecchia zia per ereditarne il patrimonio, lasciando intendere che si sia trattato invece di un furto di gioielli. E così l'uomo, incaricato di rappresentare la pubblica accusa al processo contro di lei, farà di tutto per farla assolvere. Noir giudiziario con tutte le carte in regola, a partire da una protagonista ambigua e malvagia che però, man mano che procede la vicenda, finisce per innamorarsi davvero dell'uomo che avrebbe dovuto soltanto circuire. Lei stessa esplicita questa ambiguità nel finale, quando durante la sua confessione dichiara "Forse io sono due persone". Il personaggio maschile, dal suo canto, è la tipica vittima dei raggiri della donna, un po' come il Walter Neff de "La fiamma del peccato" (altro seminale noir con la Stanwyck), anche se è decisamente più integro (resta convinto fino in fondo che Thelma sia davvero innocente). Peccato però che tutto sia molto prevedibile: anche se non è mostrata esplicitamente sullo schermo, per lo spettatore non c'è mai il minimo dubbio sulla colpevolezza di Thelma. Inadeguato il titolo italiano (che c'entra un "romanzo"?). Paul Kelly è il capo procuratore, Stanley Ridges l'avvocato difensore, Joan Tetzel la moglie di Marshall (chiamata Pamela in originale e Patrizia nella versione italiana).

11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

7 gennaio 2023

Oltre la notte (Fatih Akin, 2017)

Oltre la notte (Aus dem Nichts)
di Fatih Akin – Germania 2017
con Diane Kruger, Denis Moschitto
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la morte del marito (un immigrato di origine curda) e del figlioletto per l'esplosione di una bomba piazzata da due giovani neonazisti nel quartiere turco di Amburgo, Katja (Diane Kruger) confida nella giustizia in tribunale. Non ottenendola, cercherà vendetta da sola. Un soggetto che a prima vista appare poco originale, simile a quello di tanti revenge movie tutta azione, ma che si ispira alla realtà, e precisamente alle decine di attentati di questo tipo avvenuti in Germania all'inizio degli anni Duemila. Il regista lo sviluppa con grande intensità, appoggiandosi alla straordinaria interpretazione della Kruger (premiata a Cannes come miglior attrice) nei panni di una moglie e di una madre che non sa darsi pace per la perdita dei suoi cari. Niente elaborazione del lutto o commozione ricattatoria, ma solo durezza, rabbia, decisione e persino un certo distacco, almeno in superficie. La vicenda è divisa in tre "capitoli" (intitolati "La famiglia", "La giustizia" e "Il mare", e dedicati rispettivamente all'attentato stesso, al processo in tribunale e al finale in Grecia in cui Katja rintraccia i due terroristi), coinvolgenti per il loro realismo e con la donna sempre al centro di tutto. Il finale potrebbe essere la cosa che convince meno: ma a renderlo interessante è la scelta – intenzionale e voluta – di un volto così "tedesco" (bianca, bionda e con gli occhi azzurri) per una protagonista che, in cerca di vendetta e spinta dall'odio e dalla rabbia, diventa estremista quasi quanto i neonazisti che le hanno tolto i suoi cari, fino a scegliere di utilizzare – letteralmente – i loro stessi mezzi. Nell'insieme, al di là dell'apparente appartenenza a un genere ben preciso e alle riflessioni sul terrorismo, la pellicola rappresenta un altro tassello nella filmografia di un regista, Akin, che da sempre affronta nelle proprie opere il tema dei rapporti fra tedeschi e immigrati, soprattutto quelli di origine greca, turca e curda (essendo lui stesso uno di loro).

18 dicembre 2022

Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022)

Argentina, 1985 (id.)
di Santiago Mitre – Argentina 2022
con Ricardo Darín, Peter Lanzani
***

Visto in TV (Prime Video).

Dopo la caduta della dittatura militare in Argentina e il ritorno della democrazia, il procuratore federale Julio César Strassera (Ricardo Darín) viene incaricato di rappresentare la pubblica accusa nel processo civile a Jorge Videla e agli altri membri della giunta che ha governato il paese nei sette anni precedenti. Sottoposto a forti pressioni, a intimidazioni e a continue minacce, in pochi mesi e con l'aiuto dell'assistente Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani) e di un team di giovani collaboratori Strassera riuscirà a raccogliere un numero sterminato di prove e di testimonianze contro i crimini commessi dalla giunta, compresi centinaia di casi di rapimenti, sparizioni (i cosiddetti "desaparecidos"), torture, violenze e omicidi, dimostrando che non si trattava di casi isolati ma di un uso strategico e diffuso della sopraffazione e della violenza. E per la prima volta nella storia, un tribunale civile riuscirà a condannare per crimini contro l'umanità i membri di una giunta militare, aprendo una nuova stagione di speranza e di giustizia per il paese. Un film di denuncia sociale che ripercorre la storia del "processo più importante della storia argentina", narrata in modo appassionante e senza mai smarrire la presa sul lato umano della vicenda: che si tratti di Strassera e dei suoi giovanissimi collaboratori (il cui punto di vista è sempre centrale), spesso in preda ai dubbi e alla paura, o delle testimonianze toccanti e sconvolgenti dei sopravvissuti e delle vittime della dittatura, o ancora delle incertezze e dei sensi di colpa di chi pensa di non aver fatto abbastanza in precedenza, la sceneggiatura narra fedelmente i fatti fino al momento della requisitoria finale di Strassera (riportata integralmente, compresa la citazione dantesca sui tiranni condannati nel settimo cerchio dell'Inferno, nonché il celebre "Nunca mas!" finale) che condensa, in poche parole accuratamente cesellate, tutta l'indignazione e il bisogno di giustizia nei confronti di veri e propri "crimini di stato", commessi da chi si era arrogato il compito di "difendere la patria dalla guerriglia", facendo ricadere magari la responsabilità sui propri subordinati o la colpa sulle stesse vittime. Con un'impostazione classica, una regia solida, e buone prove attoriali, la pellicola riesce compiutamente nei suoi intenti, risultando al tempo stesso coinvolgente ed equilibrata.

20 novembre 2022

Mio cugino Vincenzo (Jonathan Lynn, 1992)

Mio cugino Vincenzo (My cousin Vinny)
di Jonathan Lynn – USA 1992
con Joe Pesci, Marisa Tomei
***

Rivisto in TV (Disney+).

Quando i giovani newyorkesi Billy (Ralph Macchio) e Stan (Mitchell Whitfield), di passaggio per l'Alabama, vengono arrestati dalla polizia locale con l'accusa di aver ucciso il commesso di una stazione di servizio (confessando fra l'altro il delitto, sia pure senza volerlo, visto che credevano di essere stati incriminati per non aver pagato una scatoletta di tonno), i due decidono di ricorrere all'aiuto legale del cugino di Billy, Vincenzo Gambini (Joe Pesci), avvocato appena iscritto all'albo e senza alcuna esperienza in aula. "Con dieci euro mio cugino lo faceva meglio": chi non ha mai pensato di risparmiare qualcosa rivolgendosi ad un aiuto in famiglia? Ma forse, se c'è di mezzo la propria vita (i due ragazzi rischiano la sedia elettrica), la questione è un pelo più delicata. Eppure, nonostante l'apparente inettitudine, e pur scontrandosi a più riprese con un giudice inflessibile e puntiglioso (Fred Gwynne) che non sopporta il suo andare sopra le righe (per non parlare dei suoi modi da italo-americano, decisamente fuori posto nel profondo Sud), il buon Vincenzo riuscirà a smontare le testimonianze e a fare chiarezza nella vicenda, anche con l'aiuto della vistosa ed eccentrica fidanzata Mona Lisa (Marisa Tomei) e delle sue conoscenze in campo automobilistico. Courtroom drama, anzi comedy, che gioca sugli equivoci (nella prima parte i fraintendimenti si sprecano) e sullo scontro fra personalità e ambienti opposti (Vincenzo e gli altri personaggi provenienti da Brooklyn si ritrovano immersi in uno stato, l'Alabama, che viaggia su... binari differenti), con buoni momenti comici e personaggi ben caratterizzati. L'inizio è un po' lento, ma poi la pellicola decolla e, come ogni film ambientato in tribunale che si rispetti, si fa via via più avvincente fino alla risoluzione finale. Divertenti, in particolare, i continui siparietti fra Vincenzo e il giudice. Molti i dialoghi e le scene (si pensi alla lite con il giocatore di biliardo, o allo scambio sul rubinetto rotto) che ironizzano sulla litigiosità e l'ossessione ai dettagli di un paese, gli Stati Uniti, dove pare che esista un avvocato ogni 300 abitanti. Premio Oscar (a sorpresa) per Marisa Tomei come attrice non protagonista: così a sorpresa che nacque presto una leggenda urbana, priva di fondamento, secondo la quale l'annunciatore aveva sbagliato a leggere il nome nella busta.

15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

22 dicembre 2020

Pericolosamente insieme (I. Reitman, 1986)

Pericolosamente insieme (Legal Eagles)
di Ivan Reitman – USA 1986
con Robert Redford, Debra Winger
**

Visto in divx.

Il rampante procuratore distrettuale Tom Logan (Redford) e l'avvocato difensore Laura Kelly (Debra Winger) uniscono le forze per difendere una ragazza, Chelsea Deardon (Daryl Hannah), dall'accusa di aver ucciso un collezionista d'arte per recuperare un quadro di suo padre, celebre pittore morto in un incendio (doloso?) diciotto anni prima. Al primo film "serio" della sua carriera (ovvero non prettamente comico, anche se non mancano tocchi da commedia screwball nel rapporto fra i due protagonisti), Reitman firma un thriller giudiziario scritto da Jim Cash e Jack Epps, Jr., la coppia di sceneggiatori di "Top gun". Nonostante però le buone prove degli interpreti (in particolare di un Redford molto in forma), il film soffre per una storia poco interessante, che fatica a decollare e a catturare l'attenzione dello spettatore. Ed è un peccato, visto che l'alchimia fra i due legali (inizialmente rivali, e poi alleati) è ben costruita, e che il mistero della colpevolezza o meno di Chelsea si trascina a lungo, man mano che gli altri possibili "cattivi" (Terence Stamp, John McMartin) vengono trovati uccisi. Nel cast anche Brian Dennehy (il detective Cavanaugh) e Roscoe Lee Browne (il giudice). Nel progetto originale i due avvocati avrebbero dovuto essere entrambi maschi (interpretati da Dustin Hoffman e Bill Murray) e la pellicola sarebbe stata simile a un buddy movie poliziesco. Quando è subentrato Redford, il tono è diventato quello di una commedia romantica e sofisticata nello stile dei classici con Spencer Tracy e Katharine Hepburn (il riferimento d'obbligo è "La costola di Adamo"). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, alla sua ultima collaborazione con Reitman. Sui titoli di coda si sente "Love Touch" di Rod Stewart. Nota: esiste una versione alternativa, montata per la tv americana, con un finale radicalmente diverso.

28 novembre 2020

Processo a Giovanna d'Arco (R. Bresson, 1962)

Processo a Giovanna d'Arco (Procès de Jeanne d'Arc)
di Robert Bresson – Francia 1962
con Florence Delay, Jean-Claude Fourneau
**1/2

Visto in divx.

Processata a Rouen da un tribunale ecclesiastico asservito agli invasori inglesi, la "pulzella di Orléans" – che afferma di udire nella sua testa le voci di santa Caterina e santa Margherita e il conforto di san Michele, che le avrebbero intimato di prendere le armi in favore del re di Francia – viene condannata a morte come eretica (in quanto ritiene di poter comunicare con Dio senza la mediazione della chiesa e dei sacerdoti) e bruciata sul rogo. Tratto direttamente dagli atti e dalle minute del processo del 1431, nonché dalle deposizioni e testimonianze di quello di venticinque anni dopo, che riabilitò Giovanna, il film è breve (dura solo 65 minuti), asciutto e privo di qualsivoglia fronzolo, com'è nello stile di Bresson. Impossibile però non fare un confronto con il capolavoro di Dreyer, "La passione di Giovanna d'Arco" del 1928, che – forse perché muto – era molto più intenso e "spirituale". Questo si dipana in maniera più meccanica e distaccata, come un resoconto stenografico o la ricostruzione di una seduta in tribunale: tantissime domande su dettagli spesso insignificanti (ma, immagino, teologicamente importanti), cui Giovanna risponde sempre con raziocinio e dignità, rifiutando di farsi trascinare dove gli inquisitori vorrebbero. Anche le inquadrature sono sempre le stesse, ripetute uguali e inserite nel ritmo monotono della pellicola. Fra i pregi: il rigore, la compostezza e il senso di austerità (favorito dal bianco e nero), che fanno percepire, se non le emozioni, la trascendenza e la spiritualità (come era in Dreyer), quanto meno il peso della storia e la posta in gioco. Gli interpreti, come capita spesso nei film del regista, sono attori non professionisti: Florence Delay (accreditata come Florence Carrez) diventerà una scrittrice; Jean-Claude Fourneau (che interpreta il vescovo Cauchon) era un pittore surrealista.

19 novembre 2020

Il processo ai Chicago 7 (Aaron Sorkin, 2020)

Il processo ai Chicago 7 (The trial of the Chicago 7)
di Aaron Sorkin – USA 2020
con Mark Rylance, Eddie Redmayne, Frank Langella
**1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Ricostruzione (in versione un po' romanzata e con un cast corale) di uno dei più celebri processi della storia americana nel ventesimo secolo, quello contro sette dimostranti accusati di aver fomentato disordini di piazza durante la convention del partito democratico a Chicago nell'agosto del 1968. I sette, che protestavano contro la guerra nel Vietnam, appartenevano a gruppi eterogenei: studenti, hippies, organizzazioni anti-sistema e "Pantere nere". E quando Nixon divenne presidente, il nuovo procuratore generale John N. Mitchell (John Doman) chiese la loro condanna come atto di forza politico, nonostante gran parte della responsabilità degli scontri fosse dovuta al comportamento delle forze dell'ordine. Il lungo processo, che assunse pertanto caratteristiche simboliche legate alla libertà di espressione e di contestazione, calamitò l'attenzione dell'intera nazione, anche per l'atteggiamento beffardo e sopra le righe di imputati e avvocati, in aperta polemica contro un giudice, Julius Hoffman (Frank Langella), pieno di pregiudizi e ben lungi dal mostrarsi imparziale (arrivò persino a far legare e imbavagliare uno degli accusati). Fra i momenti chiave, la lettura in aula dei nomi di tutti i soldati americani morti in Vietnam mentre si svolgeva il dibattimento. Forse un po' troppo brillante e cabarettistico, retoricamente enfatico ed esagerato nelle caratterizzazioni, il film sa coinvolgere e interessare lo spettatore come le migliori pellicole del genere, facendolo al contempo indignare per gli abusi del sistema (la violenza dei poliziotti, la mancata equità del giudice) e parteggiare per gli imputati, grazie anche alle ottime prove attoriali: fra gli accusati spiccano Eddie Redmayne (Tom Hayden), Alex Sharp (Rennie Davis), un sorprendente Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman), Jeremy Strong (Jerry Rubin) e John Carroll Lynch (David Dellinger), mentre Mark Rylance è l'avvocato difensore William Kunstler, Joseph Gordon-Levitt il giovane e simpatetico prosecutore federale Richard Schultz, Yahya Abdul-Mateen la pantera Bobby Seale e Michael Keaton l'ex procuratore generale Ramsey Clark. Sorkin aveva scritto inizialmente la sceneggiatura per Steven Spielberg oltre dieci anni prima, ma poi ha deciso di dirigere la pellicola lui stesso (è il suo secondo film da regista dopo "Molly's game"). Il titolo italiano, così anglofilo, suona male: sarebbe stato meglio "Il processo ai sette di Chicago".

23 ottobre 2020

La passione di Giovanna d'Arco (C. T. Dreyer, 1928)

La passione di Giovanna d'Arco (La passion de Jeanne d'Arc)
di Carl Theodor Dreyer – Francia 1928
con Renée Falconetti, Antonin Artaud
****

Rivisto in DVD.

Il processo di Giovanna d'Arco a Rouen, da parte di una giuria ecclesiastica assoggettata agli invasori inglesi durante la guerra dei cent'anni, e la sua condanna al rogo come eretica, dopo che la fanciulla rifiutò più volte di ritrattare la propria asserzione di essere stata "eletta" dal Signore per liberare la Francia. Film muto fra i più importanti e influenti della storia del cinema (anche se girato proprio mentre stava per arrivare il sonoro), fu il primo lavoro di Dreyer in Francia dopo aver lasciato la sua natìa Danimarca: nelle intenzioni dei produttori, che vi investirono una grossa somma di denaro e che contavano sulla rinnovata popolarità della figura di Giovanna d'Arco (canonizzata come santa e patrona di Francia proprio in quegli anni, nel 1920), avrebbe dovuto essere un film storico dai toni epici e monumentali, tratto dal romanzo di Joseph Delteil del 1925 di cui avevano acquistato i diritti. Il regista, invece, preferì basarsi sulle trascrizioni autentiche del processo di Giovanna per dare vita a "un capolavoro di emozioni che fonde in maniera uguale realismo ed espressionismo", costruito su insistite inquadrature in primissimo piano della protagonista (ripresa quasi sempre soltanto dal collo in sù) e carrellate sui volti dei giudici e degli inquisitori (con la fotografia ad alto contrasto di Rudolph Maté che, insieme all'illuminazione drammatica e alle inquadrature dal basso, mette enfaticamente in risalto ogni ruga e imperfezione dei visi: agli attori fu imposto di non ricorrere al make-up). Gli eventi storici (o leggendari) diventano dunque la base per la rappresentazione delle passioni, delle paure e dei desideri umani, con il volto di Giovanna (interpretata da una straordinaria Renée Falconetti, attrice teatrale qui alla sua seconda e ultima esperienza cinematografica) al centro di primi o primissimi piani prolungati e intensissimi (e dire che agli albori del cinema sembrava irreale fare primi piani, o anche semplicemente piani medi, perchè sullo schermo le figure apparivano troppo grandi e mettevano a disagio un pubblico abituato al teatro). Il risultato è un cinema che parla di umanità senza filtri, mettendo a nudo l'anima del personaggio atraverso un processo di purificazione ed astrazione. La protagonista diventa un simbolo del sacrificio, della verità, del coraggio di fronte alla crudeltà e al pregiudizio dei suoi accusatori, uomini distanti dall'universo sia divino che intimo della ragazza. Il titolo del film (ma anche la corona di spine) suggerisce addirittura un parallelo fra lei e Gesù Cristo.

Con i capelli corti e poi rasati, spogliata di elmo e di corazza (e dunque privata sia della femminilità che delle caratteristiche maschili e guerresche), Giovanna ci appare fragilissima e sperduta, ma comunque sempre dignitosa e ferma nelle proprie convinzioni. A volte quasi in trance mistica, con gli occhi lucidi e lo sguardo perso nel vuoto (o nel trascendente), è a malapena in grado di comprendere le domande che le vengono poste o di rispondere agli inquisitori (che, dal canto loro, cercano di approfittarne con intricate questioni teologiche per strapparle dichiarazioni "eretiche" e poterla così condannare). L'iconografia, pur originalissima, è quella di una vera e propria santa e martire. Soltanto per un momento Giovanna cede alla tentazione di salvarsi la vita firmando un documento di abiura, per poi cambiare subito idea, preferendo la morte al tradimento. Gran parte del budget (sette milioni di franchi) fu speso per costruire un set di cemento che riproducesse il castello di Rouen e le sue prigioni, ispirandosi a varie strutture medievali. Gli edifici furono dipinti di rosa (!) in modo che apparissero grigi sullo schermo in contrasto con il cielo bianco sopra di loro. Dreyer, che girò l'intero film in rigoroso ordine cronologico, fece scavare delle buche sul pavimento per poter effettuare le riprese dal punto più basso possibile. Notevoli anche le inquadrature capovolte, nel finale, della folla che si ribella ai soldati inglesi dopo l'esecuzione di Giovanna. Nonostante tanta cura nei dettagli, le scenografie (di Hermann Warm e Jean Hugo) si intravedono a malapena nella pellicola finale, che pone invece maggior attenzione sulle figure umane, il che fece infuriare i produttori che ritennero di aver speso tanto denaro per niente. Dreyer ribatté che il realismo del set era necessario per ottenere interpretazioni realistiche e convincenti dagli interpreti. La voce che il regista abbia maltrattato tirannicamente la Falconetti per estorcerle una recitazione più sofferente ed intensa è soltanto una leggenda, come forse quella del suo suicidio, ma è vero che l'attrice soffrì di depressione e non tornò mai più al cinema, nonostante gli elogi della critica. Nel resto del cast spicca lo scrittore Antonin Artaud nel ruolo del chierico simpatetico Jean Massieu, mentre Eugène Silvain è il vescovo Pierre Cauchon, Maurice Schutz il giudice Nicolas Loyseleur, e André Berley il pubblico accusatore Jean d'Estivet. L'intero film è girato con un mascherino sui bordi.

La figura di Giovanna d'Arco era già stata portata sullo schermo diverse volte: fra gli altri, da Georges Méliès nel 1900, da Mario Caserini nel 1908, da Ubaldo Maria Del Colle nel 1913 e da Cecil B. DeMille nel 1917, ma nessuno si era limitato a rappresentarne soltanto la morte. La versione di Dreyer, proiettata nell'aprile del 1928 a Copenaghen e nell'ottobre dello stesso anno a Parigi, fu preceduta da veementi polemiche in Francia, fomentate da nazionalisti che non tolleravano che a dirigere la pellicola fosse un regista che non era "né francese né cattolico" (a peggiorare le cose ci fu la diceria infondata che il ruolo di protagonista era stato affidato all'attrice americana Lillian Gish). L'arcivescovo di Parigi e la censura governativa imposero inoltre numerosi tagli. E come se non bastasse, a dicembre un incendio distrusse il negativo originale del film. Dreyer rimontò una nuova versione della pellicola utilizzando materiali scartati, ma anche questa scomparve in un incendio nel 1929 (evidentemente ad avere problemi con il fuoco non è soltanto Giovanna, ma anche i film a lei dedicati!). Per anni l'unica edizione circolante fu quella realizzata dallo storico del cinema Joseph-Marie Lo Duca nel 1951, a partire da una copia della seconda versione di Dreyer, con l'aggiunta di una colonna sonora a base di musica barocca. Pur lontana dalle intenzioni originarie del regista, questa copia ha contribuito a mantenere elevata la fama del film nel corso dei decenni, rendendolo uno dei titoli più celebrati nella storia del cinema muto, fonte di ispirazione per numerosi cineasti (come gli autori della Nouvelle Vague: in una celebre sequenza di "Questa è la mia vita" di Godard, per esempio, i protagonisti assistono a una sua proiezione). Soltanto nel 1981 venne ritrovata in un ospedale psichiatrico in Norvegia (e poi restaurata) una copia del film originale, com'era prima delle censure. In ogni caso, alla sua uscita riscosse un grande successo critico ma fu un flop al botteghino, impedendo a Dreyer di realizzare altre pellicole fino al 1931. Oggi figura in pianta stabile nella lista dei migliori film di tutti i tempi, e può essere considerato come uno dei primi casi in cui il cinema ha dimostrato di essere un'arte in grado di produrre opere di livello paragonabile ai grandi capolavori della letteratura, della poesia o della pittura dei secoli precedenti, e non una semplice moda, attrazione tecnologica o forma di intrattenimento popolare. Forse solo Sjöström, Chaplin, Murnau ed Eisenstein, prima di Dreyer, erano stati capaci di tanto.

20 agosto 2020

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Chicago (id.)
di Rob Marshall – USA 2002
con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones
**1/2

Rivisto in TV.

Nella Chicago degli anni venti, la ballerina di fila Roxie Hart (Renée Zellweger) e la soubrette di vaudeville Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones), entrambe in prigione per omicidio e in attesa di processo, diventano rivali anche dietro le sbarre pur di calamitare l'attenzione dell'avvocato Billy Flynn (Richard Gere) e i riflettori dei media sui rispettivi casi. Dall'omonimo spettacolo di Broadway del 1975, ispirato peraltro a una commedia teatrale del 1926 che si rifaceva a una storia vera e che era già stata portata due volte sullo schermo ("Chicago" nel 1927 e "Roxie Hart" nel 1942, quest'ultimo con Ginger Rogers), un musical che fonde cinismo, satira e leggerezza per parlare di fama e celebrità (che, come sempre, sono quanto mai volatili). Con l'eccezione forse di Amos (John C. Reilly), il marito di Roxie, tutti i personaggi mentono o simulano per il proprio tornaconto, a cominciare da Billy, avvocato manipolatore che gioca con le persone e... le prove in tribunale. In un mondo in cui ogni cosa, dal giornalismo ai processi, è uno spettacolo ("È tutto un circo", dice Billy a Roxie), recitare una parte sembra l'unico modo per restare a galla, anche se per poco, prima che giunga una nuova diva ad eclissare la precedente. Alla prima regia cinematografica, Marshall punta a sottolineare questo aspetto in ogni modo, forse esagerando col montaggio e perdendo un po' la presa sulla materia trattata: ecco dunque che i numeri cantati, eseguiti su un palco immaginario a mo' di cabaret, scorrono in parallelo all'azione filmata, alternandosi a essa come per punteggiarla con i loro commenti. E anche la fotografia appare definita e luminosa come se i personaggi fossero sempre sotto le luci di un teatro. Fra i punti deboli, purtroppo, ci sono proprio le canzoni, tutt'altro che memorabili (se si eccettua la prima, la celebre "All that jazz"), che rallentano la storia anziché portarla avanti. Belle, invece, le coreografie (per esempio quella della conferenza stampa, con i giornalisti come burattini e l'avvocato come ventriloquo). Nel cast anche Queen Latifah ("Mama", la detenuta intrallazzona), Lucy Liu (un'altra donna assassina), Colm Feore (il procuratore) e Christine Baranski (la giornalista). Esagerato il successo di critica (ben 12 nomination agli Oscar e 6 statuette vinte, compresa quella per il miglior film), ma d'altronde eravamo in un periodo di revival del musical (l'anno precedente era uscito "Moulin rouge!") e cominciava ad affiorare quella nostalgia ossessiva per il cinema del passato che caratterizzerà i decenni successivi.

19 giugno 2020

Molly's game (Aaron Sorkin, 2017)

Molly's Game (id.)
di Aaron Sorkin – USA 2017
con Jessica Chastain, Idris Elba
***

Visto in TV, con Sabrina.

Molly Bloom (Chastain), ex sciatrice freestyle ritiratasi dalle competizioni per un grave infortunio, si "reinventa" gestendo un giro clandestino di partite di poker (nella variante "Texas hold 'em") riservato a ricche celebrità e uomini potenti. Anche se la sua unica colpa è quella di aver intascato delle commissioni sulle vincite, l'FBI l'accusa di essere complice della mafia russa nel riciclaggio di denaro, per cercare di convincerla a svelare i nomi e i segreti di tutti i partecipanti alle sue serate. Difesa da un agguerrito avvocato (Idris Elba), Molly resterà però fedele a sé stessa, e nel frattempo recupererà il rapporto con il padre (Kevin Costner), psicologo e allenatore, figura autoritaria che è all'origine (inconscia) di tutti i suoi guai. Da una storia vera (la pellicola è tratta dal libro di memorie della stessa Bloom), un film girato in maniera spigliata e accattivante dallo sceneggiatore Aaron Sorkin (all'esordio dietro la macchina da presa), che vivacizza la vicenda con una struttura a flashback, dialoghi arguti, riflessioni – a volte controcorrente – sui temi del potere e del denaro (da sempre al centro dei lavori di Sorkin, dalla serie tv "West Wing" al film "The social network"), e interessanti analisi sulla psicologia dei giocatori d'azzardo. Protagonista assoluta (non c'è praticamente una sequenza che non la veda in scena) nel ruolo di una donna sola che si destreggia con spirito d'iniziativa e nonchalance in un mondo popolato da uomini ricchi e potenti senza sacrificare la propria integrità, Jessica Chastain compie un autentico tour de force che le è valso un ampio riscontro critico (per molti si tratta della sua prova migliore). Nomination ai Golden Globe (per Chastain) e agli Oscar (per la sceneggiatura). Michael Cera è il "giocatore X", ispirato a varie celebrità di Hollywood amanti del gioco d'azzardo (come Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire e Ben Affleck). Nel cast anche Jeremy Strong, Chris O'Dowd e Brian d'Arcy James.

24 novembre 2019

L'ufficiale e la spia (Roman Polanski, 2019)

L'ufficiale e la spia (J'accuse)
di Roman Polanski – Francia/Italia 2019
con Jean Dujardin, Louis Garrel
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Il cosiddetto "affare Dreyfus" è stato uno degli scandali politici, sociali e giudiziari più celebri d'Europa, a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, tanto da scuotere la Francia e dividere l'opinione pubblica in due acerrime fazioni (innocentisti e colpevolisti). Il film sceglie di raccontare l'intricata vicenda non dal punto di vista di Alfred Dreyfus (Louis Garrel), il soldato alsaziano di origine ebrea che nel 1894 fu accusato di spionaggio e alto tradimento e condannato alla deportazione, ma da quello di Marie-Georges Picquart (Jean Dujardin), l'ufficiale dei servizi segreti che contribuì a riaprire l'indagine su di lui, e in quanto tale si dipana come una spy story, fra thriller storico e giallo processuale, in grado di catturare l'attenzione dello spettatore e tenerlo attaccato allo schermo con tutto il mestiere di un regista "classico" che non ha bisogno di strizzatine d'occhio post-moderne (per fortuna!). Inizialmente convinto come tutti della colpevolezza di Dreyfus, anche a causa dell'antisemitismo diffuso nell'esercito e in ampi strati della popolazione francese, una volta nominato capo del dipartimento di statistica dello Stato Maggiore (ovvero l'unità di spionaggio) Picquart individua casualmente l'identità del vero colpevole e si rende conto che l'alsaziano è stato condannato ingiustamente e senza vere prove. La sua ostinata battaglia per la verità e la giustizia – anche grazie all'aiuto dello scrittore Émile Zola, autore della famosa lettera "J'accuse" – gli costerà a sua volta l'ostracizzazione dall'esercito e l'incriminazione... La sceneggiatura (di Polanski e Robert Harris) è tratta da un romanzo che lo stesso Harris aveva già scritto con l'intenzione di farne un film insieme all'amico regista (con il quale aveva già collaborato in passato): e non c'è dubbio che l'interesse di Polanski per l'argomento possa dipendere anche dalle persecuzioni e dalle accuse cui lui stesso è stato sottoposto in diversi momenti della sua vita (come bambino di famiglia ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale; come artista e intellettuale nella Polonia comunista; e recentemente con le accuse di violenza sessuale negli Stati Uniti). Di impostazione classica e tradizionale, come dicevamo, il film non è però una semplice "illustrazione" asettica degli eventi passati, ma dà prova di profondità quando indaga nell'animo del protagonista, ben collocandolo nel contesto storico e nel clima sociale con cui interagisce e che fa da sfondo alla vicenda. Anzi, proprio questo clima è il vero centro nevralgico della pellicola, suggerendo peraltro un parallelo con la realtà odierna e mettendoci in guardia su come fake news e campagne d'odio possano ostacolare la giustizia e nascondere la verità: per venirne a capo serve l'integrità di uomini come Picquart, che seguono l'etica e la coscienza, capaci di andare anche contro i propri pregiudizi o quelli dell'ambiente in cui vive. Ottimo il contributo del cast: oltre a Dujardin e Garrel, entrambi incredibilmente in parte (grazie anche a un ottimo make up), ci sono Emmanuelle Seigner nei panni dell'amante di Picquart, e ancora Grégory Gadebois (il maggiore Henry), Mathieu Amalric (il grafologo Bertillon), Melvil Poupaud (l'avvocato Labori), Denis Podalydès (l'avvocato Demange), François Damiens (Émile Zola). La versione italiana, anziché il più iconico "J'accuse", dà al film il titolo del romanzo di Harris, che mi sembra un po' generico e anche fuorviante: Picquart e Dreyfus sono entrambi ufficiali, e nessuno dei due è una spia! Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia. Fra i produttori c'è Luca Barbareschi, che recita anche un piccolo ruolo. Naturalmente l'affare Dreyfus era già stato portato sullo schermo innumerevoli volte: la prima addirittura "in tempo reale", nel 1899, da Georges Méliès (che ritagliò per sé stesso la parte dell'avvocato Labori). Altra versione celebre è quella di William Dieterle ("Emilio Zola", 1937), che vinse l'Oscar come miglior film dell'anno.

13 settembre 2019

Un uomo per tutte le stagioni (F. Zinnemann, 1966)

Un uomo per tutte le stagioni (A man for all seasons)
di Fred Zinnemann – GB 1966
con Paul Scofield, Robert Shaw
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Inghilterra, 1529: l'integerrimo sir Thomas More, avvocato e Lord Cancelliere del regno, non nasconde la propria disapprovazione di fronte al desiderio del re Enrico VIII di divorziare dalla sua prima moglie per risposarsi con Anna Bolena. In seguito, rifiutandosi – in quanto cattolico – di accettare il sovrano come capo supremo della nuova chiesa anglicana, verrà rinchiuso nella Torre di Londra e condannato a morte per tradimento. Da un testo teatrale di Robert Bolt, che ha adattato personalmente la sceneggiatura per il grande schermo, un apologo sul tema dell'integrità morale, sacrificando ogni cosa (compresa la vita) pur di non tradire i propri principi e la propria coscienza: speculare a quella di More è infatti la parabola del giovane Richard Rich (John Hurt), che si lascia invece corrompere dalla sete di ricchezza e di potere, tradendo e spergiurando pur di fare carriera. L'ottimo cast vede Robert Shaw nei panni di Enrico VIII, Leo McKern in quelli di Thomas Cromwell, rivale e successore di More, e Orson Welles in una breve comparsata in quelli del cardinale Wolsey, suo predecessore. Wendy Hiller e Susannah York sono rispettivamente la moglie e la figlia di More, Nigel Davemport è il duca di Norfolk, Vanessa Redgrave appare brevemente come Anna Bolena. L'attore shakesperiano Paul Scofield aveva interpretato il ruolo di More anche a teatro: i produttori avrebbero voluto dare la parte a Richard Burton o Laurence Oliver, ma Zinnemann si impuntò. Ottima la ricostruzione storica, anche se non c'è bisogno di scene sontuose, epiche o spettacolari: il film riflette su politica e teologia con toni intimi e meditativi. Il titolo proviene da una definizione di Thomas More da parte di un suo contemporaneo. Grande successo di critica, con otto nomination agli Oscar e sei statuette vinte: quelle per il miglior film, la regia, il protagonista, la sceneggiatura, la fotografia (con i colori vibranti di Ted Moore) e i costumi. Nel 1988 Charlton Heston diresse e interpretò un rifacimento televisivo del dramma teatrale.

16 agosto 2019

L'affaire Dreyfus (Georges Méliès, 1899)

L'affaire Dreyfus
di Georges Méliès – Francia 1899
con Georges Méliès
**

Visto su YouTube.

Una ricostruzione filmata dello scandalo Dreyfus, dal nome dell'ufficiale dell'esercito francese (di origine ebrea) accusato di alto tradimento e condannato all'esilio, nonostante numerose prove ne dimostrassero invece l'innocenza. Il caso, anche per via della celebre lettera aperta di Émile Zola ("J'accuse"), ebbe una forte risonanza mediatica e divise ferocemente per anni l'opinione pubblica francese. È dunque perfettamente naturale che anche il "giovane" cinematografo, nato da pochi anni, si inserisse nel dibattito con questa serie di "actualités ricostruite". Méliès ripropone le vicende del caso (per una volta in chiave realista, mettendo da parte gli elementi fantasy e i trucchi teatrali da illusionista, anche se non mancano comunque i fondali dipinti e alcuni "effetti speciali") in 11 segmenti da un minuto ciascuno (di cui ne sopravvivono 9): dall'arresto di Alfred Dreyfus al suo esilio sull'Isola del Diavolo, dal suicidio del colonnello Henry (uno dei "cospiratori") all'attentato contro l'avvocato Labori, dal ritorno di Dreyfus in Francia fino al processo a Rennes, e persino le zuffe fra giornalisti di destra e di sinistra (ma per comprendere meglio le vicende, a uno spettatore moderno non farebbe male prima un ripassino degli eventi storici). La maggior parte delle scene sono statiche, poco più che dei tableaux vivants, ma alcune (come quella dei giornalisti succitati) sono maggiormente dinamiche e vedono gli attori passare dal campo lungo al primo piano o avvicinarsi fino alla macchina da presa. Se i singoli film non fossero stati pensati per essere venduti – e proiettati – separatamente, si tratterebbe della pellicola più lunga realizzata dal regista francese fino a quel momento: per come è, invece, il primato andrà alla "Cenerentola", realizzata qualche mese più tardi. In ogni caso, può essere considerato quantomeno il primo serial della storia del cinema. È inoltre praticamente un instant movie, essendo stato girato mentre il processo di Dreyfus a Rennes era ancora in corso e l'interesse del pubblico per la vicenda era ai massimi livelli (tanto che anche la Pathé, casa cinematografica rivale della Star Film, mise in cantiere una versione filmata dell'affaire, forse girata da Ferdinand Zecca). Méliès dichiarò di aver voluto fornire una rappresentazione oggettiva e neutrale degli eventi, ma è evidente come – da buon intellettuale – le sue simpatie vadano a Dreyfus (e il fatto che si sia ritagliato per sé il ruolo di Fernand Labori non fa che confermarlo). L'attore che interpreta il protagonista era un operaio di un'officina, scelto perché gli somigliava parecchio: la leggenda vuole che alcuni spettatori, quando il film venne proiettato fuori dalla Francia, credettero di assistere a riprese di eventi reali.

19 maggio 2019

Urlo (Rob Epstein, Jeffrey Friedman, 2010)

Urlo (Howl)
di Rob Epstein, Jeffrey Friedman – USA 2010
con James Franco, Jon Hamm
***

Visto in divx alla Fogona.

Bel documentario su Allen Ginsberg, poeta simbolo della beat generation, incentrato in particolare sul processo che nel 1957 coinvolse Lawrence Berlinghetti come editore di “Urlo”, il poema esistenziale (“la sua visione del mondo in quattro parti”) scritto da Ginsberg due anni prima e accusato di oscenità. Con una cadenza jazz che richiama il fraseggio e lo stile dello stesso autore, la pellicola alterna scene (in bianco e nero) in cui Ginsberg legge il suo poema alla platea del Six Gallery di San Francisco nel 1955; un'intervista rilasciata a New York nel 1957, in cui racconta la propria vita, l'amicizia con Jack Kerouac, Neal Cassady e Carl Salomon, i viaggi, i suoi amori omosessuali, e la genesi dell'opera; e sequenze del processo, in cui l'accusa cerca vanamente di screditare “Urlo”, mettendone in dubbio il valore letterario o artistico e chiamando a testimoniare diversi “esperti” di poesia e letteratura (di fatto, è un processo all'arte stessa e alla possibilità di espressione artistica). In più, ampi stralci del poema sono accompagnati da immagini e sequenze in animazione. Il tutto è molto coinvolgente: il testo di Ginsberg – a un primissimo impatto, una serie di parole assurde o volgari e di versi sconclusionati – sembra via via acquistare sempre più senso e significato, immergendoci in un mondo legato alle esperienze di vita, alla sfera personale e intima (dove il poeta esprime tutti quei sentimenti che prima teneva per sé o che non osava confessare alla famiglia) e naturalmente alla società di quel tempo, fra satira e metafore (come le invettive contro il “Moloch” del consumismo). Si tratta di una vera rivoluzione nella poesia moderna e contemporanea, equivalente a quelle che la pittura aveva vissuto nei decenni precedenti, mostrata nel momento in cui veniva formandosi e di cui siamo oggi ben più consapevoli. Ottimo James Franco nei panni di Ginsberg. Jon Hamm è l'avvocato Jake Ehrlich, Todd Rotondi è Jack Kerouac, Jon Prescott è Neal Cassady.

23 gennaio 2019

Piove sul nostro amore (Ingmar Bergman, 1946)

Piove sul nostro amore (Det regnar på vår kärlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1946
con Birger Malmsten, Barbro Kollberg
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

David, ex galeotto, e Maggi, fuggita di casa perché incinta, si incontrano per caso alla stazione ferroviaria in una piovosa notte di ottobre e decidono di andare a vivere insieme. I loro tentativi di costruirsi una nuova vita onesta (acquistando una casetta e trovando un lavoro), fra mille traversie, saranno frustrati in continuazione dalla società, dalla morale e dai pregiudizi della gente. Ma alla fine, grazie all'intervento del misterioso “narratore” della storia (una sorta di angelo custode), che li difenderà in tribunale durante un processo, riusciranno ad avere una nuova occasione. Secondo film di Bergman, che sotto l'aspetto del fotoromanzo melodrammatico sfiora già temi profondi e di spessore, come il rapporto fra individuo e società (in particolare quello dei giovani che devono fare i conti con le leggi e la burocrazia “paterna”). Lo fa con toni leggeri (la commistione fra dramma e commedia anticipa quasi Fellini, anche se la trama ricorda “L'uomo del sud” di Renoir e lo stile è debitore in generale alle atmosfere del realismo poetico di Marcel Carné), una struttura un po' improvvisata e una forma ondivaga ma comunque gradevole, anche grazie alla buona caratterizzazione dei tanti personaggi di contorno (come i due venditori ambulanti e la vicina bonacciona, ma anche il perfido proprietario della casetta e i vari rappresentanti dell'ordine – il prete, l'avvocato, il funzionario – che mettono i bastoni fra le ruote ai due giovani). Tipicamente bergmaniano, invece, il personaggio del narratore-angelo custode.

31 ottobre 2018

Lo straniero (Luchino Visconti, 1967)

Lo straniero
di Luchino Visconti – Italia 1967
con Marcello Mastroianni, Anna Karina
***1/2

Visto in divx.

Nell'Algeria coloniale francese, il modesto impiegato Arturo Meursault (Mastroianni) uccide "per caso" un giovane arabo. Si consegna alla polizia e sarà condotto in tribunale. Qui il dibattimento diventa un processo alla sua vita, in particolare alla sua presunta insensibilità in occasione della recente morte della madre in un ospizio fuori città. È un processo di stampo etico e moralista, dove l'indifferenza di Meursault e il suo scarso attaccamento alla madre vengono visti come disinteresse per la patria, i valori religiosi e gli ideali dell'intera società. Dal romanzo esistenzialista di Albert Camus (sceneggiato dal regista con Suso Cecchi D'Amico), uno dei film esteticamente più sobri e minimalisti di Visconti. La prima metà è dedicata alla confessione di Meursault, e ne fornisce il ritratto di un uomo mite, senza volontà o ambizioni e apparentemente senza sentimenti, ma in realtà semplicemente uno "straniero" che vive in un mondo in cui non sa o non vuole integrarsi, dove nulla lo interessa davvero ("Per me è lo stesso" è il suo mantra, che si parli di amore o di lavoro). Eppure ha una donna (Maria, l'ex collega interpretata da Anna Karina), degli amici (Raimondo, un poco di buono: è lui, avendone picchiato la sorella, che scatena l'ira dell'arabo che poi Arturo uccide), delle relazioni (il vicino di casa con il cane, il datore di lavoro). Agli occhi altrui appare però vuoto, anestetizzato, difficile da comprendere. E naturalmente non crede in Dio, per la disperazione del procuratore che lo accusa (Georges Wilson) e lo sconcerto del prete che lo visita in galera (Bruno Cremer). Tanto basta per ritrarlo come un "mostro" abietto agli occhi della società (e della giuria) e per condannarlo alla pena capitale (la sua colpa sembra più quella di non aver pianto al funerale della madre che quella di aver ucciso l'arabo). Una condanna che accetterà con la stessa indifferenza e noncuranza, vista l'ineluttabilità della morte. La parte del protagonista sarebbe dovuta andare inizialmente ad Alain Delon, ma Mastroianni è perfetto e misurato, con il suo sguardo vuoto e il suo flusso di pensieri che donano alla pellicola un andamento quasi onirico, come se la vicenda non fosse ambientata nella nostra realtà ma in un territorio di confine fra l'esistenza e la sua negazione. D'altronde Mersault è letteralmente uno straniero, un uomo diviso a metà, fra l'Europa e l'Africa, né francese né algerino, senza una vera patria o vere radici. La regia asciutta di Visconti e la fotografia di Giuseppe Rotunno illustrano l'irrealtà dell'ambiente alla perfezione. Interessante anche la musica spettrale ed evocativa di Piero Piccioni. Bernard Blier è l'avvocato difensore. Da notare come il doppiaggio presenti i nomi italianizzati (Arturo, Raimondo, ecc.), provenienti forse dalla prima traduzione del romanzo.

5 maggio 2018

A wife confesses (Y. Masumura, 1961)

A Wife Confesses (Tsuma wa kokuhaku suru)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1961
con Ayako Wakao, Hiroshi Kawaguchi
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

A Tokyo, con gran clamore mediatico, si celebra il processo di Ayako Takigawa (Ayako Wakao), una donna accusata di aver ucciso il marito, professore universitario (Eitaro Ozawa) e appassionato alpinista, tagliando la corda che li legava durante un'escursione in montagna e facendolo così precipitare lungo la parete di roccia. Insieme a loro, durante l'arrampicata, c'era anche il giovane Koda (Hiroshi Kawaguchi), collaboratore dell'uomo e, secondo l'accusa, amante della donna, che avrebbe compiuto l'omicidio non soltanto per liberarsi di un marito più anziano di lei, che non amava più e che non intendeva concederle il divorzio, ma anche per intascare la sua assicurazione sulla vita e risposarsi in seguito con il ragazzo... Da un romanzo di Masaya Maruyama (che ricorda per metà un fatto di cronaca e per metà un noir in stile "La fiamma del peccato"), un courtroom drama ad alta intensità che mette in primo piano i sentimenti delle persone (Ayako è effettivamente innamorata di Koda, mentre questi le si affeziona solo per pietà), a costo di sfociare nel melodrammatico, mentre in secondo piano sfiora diversi pregiudizi della società giapponese (la moglie è vista di cattivo occhio dai commentatori non tanto per il possibile omicidio, ma perché, anche se fosse innocente, non ha scelto di morire insieme al marito). Haruko Mabuchi è la fidanzata di Koda, Jun Negami è l'avvocato. Confezione (musica, fotografia e montaggio) da Nouvelle Vague giapponese, la corrente cinematografica cui Masumura può essere apparentato.