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2 agosto 2023

I misteri di un'anima (G. W. Pabst, 1926)

I misteri di un'anima (Geheimnisse einer Seele)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1926
con Werner Krauss, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Rimasto scosso dalla notizia di un omicidio avvenuto nella casa accanto (una donna uccisa con un rasoio), un uomo (Werner Krauss) inizia ad avere strani incubi, costellati da misteriose visioni. E in concomitanza con il ritorno dall'Oriente del suo più caro amico d'infanzia (Jack Trevor), nonché cugino della moglie (Ruth Weyher), scopre di avere il terrore di impugnare un coltello o una lama affilata, provando l'irresistibile impulso di usarli per uccidere proprio la consorte. Fugge così di casa, incontrando per caso un medico (Pavel Pavlov) che si offre di aiutarlo usando un nuovo metodo messo a punto da poco, la "psicoanalisi". Nel corso di una serie di sedute, il dottore riuscirà infatti a scoprire il motivo delle pulsioni alla base del trauma del protagonista. Per quanto non privo di ingenuità (il cartello iniziale recita "In ogni uomo ci sono desideri e passioni inconsci. Dal loro tentativo di emergere possono derivare misteriose malattie. La psicoanalisi le cura."), uno dei primi film a mettere in scena in maniera realistica e scientifica le teorie e i metodi della nuova disciplina di analisi del profondo. Il protagonista, un chimico viennese, ama la moglie ma vede irrazionalmente nel cugino una "minaccia" al loro matrimonio, nonché la causa del fatto che non abbiano figli. E le immagini surreali del sogno acquistano il loro reale significato solo quando vengono rielaborate e descritte dallo psichiatra, che analizzandole le riconduce a esperienze, paure e umiliazioni passate. Ovviamente basta ricordare traumi e sogni, ovvero portare le immagini fuori dall'inconscio, e si guarisce di colpo. Il produttore del film, Hans Neumann, avrebbe voluto direttamente Sigmund Freud come consulente scientifico per la pellicola, ma lui rifiutò, e allora si rivolse a due suoi allievi, Karl Abraham e Hanns Sachs, citati nei titoli di testa.

14 luglio 2023

Fantasma (Friedrich W. Murnau, 1922)

Fantasma (Phantom)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Alfred Abel, Lya de Putti
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Lorenz Lubota (Alfred Abel), impiegato comunale in una piccola cittadina, vive con la testa fra le nuvole, aspira a fare il poeta e – al pari della sorella Melanie (Aud Egede-Nissen) – è fonte di continue preoccupazioni per l'anziana madre (Frida Richard). Investito per la strada dalla carrozza guidata da una ragazza vestita di bianco (Lya de Putti), se ne innamora perdutamente. E quando incontra Melitta, che ne è praticamente la sosia, comincia a frequentarla e a dilapidare per lei il denaro che non ha, preso in prestito da una zia usuraia, convinto di poterla ripagare con le rendite delle sue poesie, ignorando però che l'editore al quale sono state proposte non ha alcuna intenzione di pubblicarle. Complici gli intrighi dell'infido Wigottschinski (Anton Edthofer), amante di Melanie, Lorenz scende così sempre più la china: perde il lavoro, fa frequentazioni equivoche, e infine si lascia convincere a compiere una rapina... L'intera vicenda (una storia di caduta ed espiazione, in chiave melodrammatica o, meglio, "psicodrammatica") è narrata in un flashback che comprende quasi tutto il film, da un Lorenz che riabilitatosi, e su suggerimento della moglie Marie (Lil Dagover), ha deciso di scrivere "la storia dei suoi misfatti". La sceneggiatura è di Thea von Harbou (già collaboratrice di Murnau ne "La terra che brucia"), tratta da un romanzo di Gerhart Hauptmann. Murnau, fedele alla corrente dell'espressionismo tedesco (evidente nella recitazione, nella fotografia, nelle scenografie della piccola e opprimente cittadina con i suoi ambienti stretti e i palazzi che sembrano prendere vita nei deliri del protagonista), la vivacizza con toni astratti e trasognanti: Lorenz è tormentato di continuo dalle sue fantasie, dalle immagini del "carretto fantasma" che rincorre, ed è completamente avulso dalla realtà, al punto da non rendersi conto delle sofferenze e dell'indigenza della madre rimasta a casa da sola. A lungo lo si era ritenuto un film perduto, prima che una copia venisse ritrovata (e restaurata) agli inizi degli anni Duemila.

22 giugno 2023

Selvaggina di passo (R. W. Fassbinder, 1973)

Selvaggina di passo (Wildwechsel)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1973
con Eva Mattes, Harry Baer
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Quando la quattordicenne Hanni (Eva Mattes) inizia a frequentare il diciannovenne Franz (Harry Baer), i genitori di lei (Jörg von Liebenfelß e Ruth Drexel) non la prendono bene. Il ragazzo finisce addirittura in carcere per aver fatto l'amore con una minorenne, ma una volta uscito, pochi mesi dopo, i due ricominciano a vedersi e a fare progetti per il futuro. Dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, e nel timore che il padre denunci di nuovo il ragazzo e lo faccia tornare in prigione, Hanni convince Franz a uccidere il suo genitore a colpi di pistola nel bosco... Tratto da un testo teatrale di Franz Xaver Kroetz, ispirato a sua volta a un fatto reale di cronaca (del 1967), un film girato per la televisione (ma poi uscito anche nelle sale, persino in Italia, dove peraltro fu ritirato dopo pochi giorni per via dell'argomento così scabroso) con cui Fassbinder mette in scena in maniera realista, lucida e quasi astratta un cupo fatto di cronaca e, soprattutto, la distanza siderale fra le diverse generazioni. Tanto il padre vive nel passato (parla spesso di quando era giovane, resta attaccato ai propri valori piccolo-borghesi, rimpiange addirittura l'epoca del nazismo) tanto la figlia pensa solo al futuro e mai al presente (al punto da non preoccuparsi affatto dei problemi o delle conseguenze di ciò che fa). Il contrasto si vede anche nella pragmaticità del padre ("Senza soldi non c'è amore, e senza lavoro non c'è moglie", dice, peraltro aggiungendo "soprattutto se è mia figlia") rispetto alla noncuranza con cui si muove la figlia, quasi sempre inespressiva (anche nella recitazione), che mostra un disinteresse totale di fronte alla famiglia e all'amore stesso, con l'unico faro del contrasto generazionale (del padre dice che "deve andarsene perché noi abbiamo bisogno di spazio"), il che fa del film un anello di congiunzione fra le opere che trattavano del disagio e della delinquenza giovanile (come "I vinti" di Antonioni) e quelle sui parricidi (come "Creature del cielo" di Peter Jackson). Presi in mezzo a Hanni e suo padre, Franz e la madre fanno quasi la figura dei vasi di coccio. La colonna sonora minimalista fa ripetutamente ricorso ad estratti dal secondo movimento (l'adagio) del quinto concerto di Beethoven per piano e orchestra. Piccole parti per Hanna Schygulla (la ginecologa) e Kurt Raab (il direttore della fabbrica).

22 maggio 2023

La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969)

La caduta degli dei
di Luchino Visconti – Italia/Germania 1969
con Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Helmut Berger.

Nel febbraio del 1933, la stessa notte dell'incendio del Reichstag che favorirà l'ascesa di Hitler, l'aristocratica famiglia von Essenbeck si riunisce attorno al suo decano, il barone Joachim (Albrecht Schönhals), per festeggiarne il compleanno. Presidente delle acciaierie di famiglia, che ha saputo tenere a galla durante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, per ingraziarsi il nuovo potere il barone medita controvoglia di nominare alla vicepresidenza il nipote Konstantin (Reinhard Kolldehoff), simpatizzante di Hitler e membro delle SA, esautorando Herbert (Umberto Orsini), marito dell'altra nipote Elisabeth (Charlotte Rampling), che invece è apertamente ostile al nascente regime. La notte stessa, però, il barone viene assassinato nel suo letto, e il controllo dell'acciaieria passa all'ambizioso dirigente Friedrich (Dirk Bogarde), amante di Sophie (Ingrid Thulin), vedova dell'unico figlio del barone (morto in guerra) e madre del giovane Martin (Helmut Berger), un ragazzo dissoluto, in balia delle proprie perversioni (si veste da donna per fare il verso a Marlene Dietrich, ha tendenze pedofile e incestuose) e facilmente manipolabile tanto dalla madre quanto da Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino che fa parte delle SS. Ispirandosi alle tragedie di Shakespeare (il Macbeth su tutti, ma in parte anche l'Amleto), e con un titolo wagneriano, il primo film della cosiddetta "trilogia tedesca" di Visconti (seguiranno "Morte a Venezia" e "Ludwig") rilegge gli anni dell'avvento del nazismo in Germania attraverso intrighi e lotte di potere all'interno di una famiglia. I paralleli fra la dissoluzione della società, le storture della dittatura e della politica e le perversioni individuali sono evidenti, e la regia di Visconti (aiutato dalla bella fotografia colorata di Pasqualino De Santis e Armando Nannuzzi, degna a tratti di un film horror) li cattura in profondità, avvolgendo lo spettatore in una spirale di morte, follia e decadenza. La pellicola è intensa e molto carica, con alcune scene che si trascinano a lungo (su tutte quella della festa/orgia delle camice brune a Bad Wiessee, prima di essere trucidati dalle SS durante la "notte dei lunghi coltelli") e un'impostazione corale, anche se Berger (che aveva già recitato per Visconti due anni prima, in un episodio de "Le streghe") ne è in un certo senso il protagonista principale. Nel cast anche Renaud Verley (lo studente Günther, figlio di Konstantin), Florinda Bolkan, Nora Ricci. I costumi sono di Piero Tosi, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Maurice Jarre. La famiglia von Essenbeck è ispirata ai Krupp, proprietari dell'omonima e storica acciaieria di Essen che forgiò armi e cannoni per i nazisti durante la guerra.

14 maggio 2023

Roulette cinese (R. W. Fassbinder, 1976)

Roulette cinese (Chinesisches Roulette)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1976
con Margit Carstensen, Anna Karina
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Con la scusa dei rispettivi viaggi all'estero per motivi di lavoro, i benestanti coniugi Christ, Gerhard (Alexander Allerson) e Ariane (Margit Carstensen), intendono trascorrere il fine settimana – l'uno all'insaputa dell'altra – con i rispettivi amanti Irene (Anna Karina) e Kolbe (Ulli Lommel), mentre Angela (Andrea Schober), la figlia adolescente della coppia, dovrebbe rimanere a Monaco con la governante Traunitz (Macha Méril). La ragazza, però, che nutre un forte risentimento verso i genitori, dai quali sospetta di non essere amata per via della sua disabilità (è storpia sin dalla tenera età), complotta affinché si ritrovino tutti nella villa di famiglia in campagna, insieme anche ai servitori Kast (Brigitte Mira) e Gabriel (Volker Spengler). E per accrescere ulteriormente le tensioni sotterranee fra i presenti, propone un crudele gioco psicologico a base di indovinelli, la "roulette cinese"... Un "dramma da camera" che è anche uno spietato gioco al massacro delle relazioni e dei sentimenti di una famiglia altoborghese, di cui mette in luce le ipocrisie e le contraddizioni, fra personaggi ambigui e prigionieri dei propri ruoli sociali (vedi i coniugi che, pur tradendosi a vicenda, continuano a professarsi il reciproco amore, o la solidarietà fra le donne rivali: l'unica che sembra non voler nascondere i propri veri sentimenti è Angela, che però è un'inquietante manipolatrice) e le disabilità esteriori di alcuni personaggi (Angela è storpia, Traunitz – come la Marlene di "Petra von Kant" – è muta) che rispecchiano quelle interiori, dove spicca per esempio il complessato Gabriel, scrittore e filosofo sottomesso alla madre e ai suoi padroni. Non mancano alcuni passaggi misteriosi e non risolti (chi è Ali Ben Basset, citato in un frammento di dialogo fra Gerhard e Kast, che lascia intendere un qualche tipo di intrigo politico o addirittura terroristico?). Come spesso nel cinema di RWF, l'impostazione è teatrale: tranne l'incipit, la pellicola si svolge quasi tutta nella villa di campagna dei coniugi Christ, che nella realtà era un piccolo castello in Bassa Franconia di proprietà del direttore della fotografia, Michael Ballhaus. E come in teatro, c'è una letterale pistola di Čechov. Ma l'insieme, forse a parte il finale, è lontano dalla melodrammaticità e dall'insistenza sulle allegorie di altri film del regista tedesco, e si sviluppa in maniera più ambigua, rilassata e quasi surreale, risultando per certi versi sfuggente e ricordando semmai certe cose di Luis Buñuel (come "Il fascino discreto della borghesia").

31 gennaio 2023

Niente di nuovo sul fronte occidentale (E. Berger, 2022)

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)
di Edward Berger – Germania/USA 2022
con Felix Kammerer, Albrecht Schuch
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Le vicende del giovanissimo soldato tedesco Paul Bäumer (Felix Kammerer) e dei suoi commilitoni, fra cui il più "esperto" Stanislaus 'Kat' Katczinsky (Albrecht Schuch), sul fronte francese della prima guerra mondiale (il film si svolge dalla primavera del 1917 fino al novembre del 1918, quando viene firmato l'armistizio), impegnati in una sporca "guerra di trincea", dove milioni di soldati muoiono inutilmente nel fango per conquistare pochi chilometri di terra. Terzo adattamento dell'omonimo romanzo semi-autobiografico di Erich Maria Remarque, dopo il capolavoro del 1930 ("All'ovest niente di nuovo" di Lewis Milestone, che rimane la versione migliore) e il TV movie del 1979 (di Delbert Mann). Questa volta la realizzazione è tedesca (anche se la produzione è di Netflix), opera di un regista dai trascorsi per lo più televisivi, che si concentra sugli eventi bellici, trascurando quelli legati alla società di contorno che pure erano importanti per il contesto generale. A parte una breve scena all'inizio, quando Paul e i suoi amici lasciano la scuola, mancano infatti i momenti di confronto con la società civile e in particolare è assente la sequenza del breve ritorno di Paul a casa in licenza, ma anche quelle in cui il ragazzo ritrova sotto le armi il professor Kantorek, l'insegnante che lo aveva "indottrinato". Se dunque le scene di battaglia e di combattimento mantengono la loro potenza (l'enfasi visiva ed emozionale con cui sono riprodotte sullo schermo, del tutto spogliate di eroismo, riesce a denunciare l'orrore e l'assurdità di un conflitto in cui milioni di ragazzi perdono la vita, usati come carne da cannone), i personaggi stessi risultano invece quasi privi di personalità, compreso un protagonista di cui manca la prospettiva. E le sequenze dedicate alla trattativa dell'armistizio, con il capo della delegazione tedesca Erzberger (Daniel Brühl), nonché quelle con il generale guerrafondaio Friedrichs (Devid Striesow), che si oppone alla pace e manda i suoi uomini a combattere fino all'ultimo momento anche quando la sconfitta è ormai certa, quasi distraggono dall'intento di mostrare la guerra dal punto di vista del più umile dei soldati, e dunque con un valore universale ed esistenziale, anziché da quello della ricostruzione storica, legata alle trattative geopolitiche o a un conflitto specifico. Fotografia virata quasi sempre al blu. Ottimo il riscontro critico, con ben nove nomination agli Oscar (forse troppe?), compresa quella per il miglior film.

7 gennaio 2023

Oltre la notte (Fatih Akin, 2017)

Oltre la notte (Aus dem Nichts)
di Fatih Akin – Germania 2017
con Diane Kruger, Denis Moschitto
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la morte del marito (un immigrato di origine curda) e del figlioletto per l'esplosione di una bomba piazzata da due giovani neonazisti nel quartiere turco di Amburgo, Katja (Diane Kruger) confida nella giustizia in tribunale. Non ottenendola, cercherà vendetta da sola. Un soggetto che a prima vista appare poco originale, simile a quello di tanti revenge movie tutta azione, ma che si ispira alla realtà, e precisamente alle decine di attentati di questo tipo avvenuti in Germania all'inizio degli anni Duemila. Il regista lo sviluppa con grande intensità, appoggiandosi alla straordinaria interpretazione della Kruger (premiata a Cannes come miglior attrice) nei panni di una moglie e di una madre che non sa darsi pace per la perdita dei suoi cari. Niente elaborazione del lutto o commozione ricattatoria, ma solo durezza, rabbia, decisione e persino un certo distacco, almeno in superficie. La vicenda è divisa in tre "capitoli" (intitolati "La famiglia", "La giustizia" e "Il mare", e dedicati rispettivamente all'attentato stesso, al processo in tribunale e al finale in Grecia in cui Katja rintraccia i due terroristi), coinvolgenti per il loro realismo e con la donna sempre al centro di tutto. Il finale potrebbe essere la cosa che convince meno: ma a renderlo interessante è la scelta – intenzionale e voluta – di un volto così "tedesco" (bianca, bionda e con gli occhi azzurri) per una protagonista che, in cerca di vendetta e spinta dall'odio e dalla rabbia, diventa estremista quasi quanto i neonazisti che le hanno tolto i suoi cari, fino a scegliere di utilizzare – letteralmente – i loro stessi mezzi. Nell'insieme, al di là dell'apparente appartenenza a un genere ben preciso e alle riflessioni sul terrorismo, la pellicola rappresenta un altro tassello nella filmografia di un regista, Akin, che da sempre affronta nelle proprie opere il tema dei rapporti fra tedeschi e immigrati, soprattutto quelli di origine greca, turca e curda (essendo lui stesso uno di loro).

16 novembre 2022

Il tesoro (G. W. Pabst, 1923)

Il tesoro (Der Schatz)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1923
con Hans Brausewetter, Lucie Mannheim
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Svetelenz (Werner Krauss), lavorante al servizio di un fabbricante di campane (Albert Steinrück), si convince che nella casa del suo padrone è nascosto un tesoro, sepolto prima dell'occupazione dei turchi. A trovarlo sarà Arno (Hans Brausewetter), giovane orafo e scultore, ma Svetelenz se ne impossesserà con l'inganno, con l'intenzione di cederlo al padrone in cambio della mano di sua figlia Beate (Lucie Mannheim), che invece è innamorata proprio di Arno... Il primo film diretto dall'austriaco G. W. Pabst, uno dei più influenti registi di lingua tedesca durante la repubblica di Weimar, è una parabola sull'avidità umana, di ambientazione quasi medievale, che mette a confronto tre personaggi accecati dalla brama di oro – il mastro campanaro, sua moglie (Ilka Grüning) e Svetelenz – con due che invece scelgono l'amore e la povertà (Arno e Beate). La storia è semplice ma girata con mestiere. Oltre ai personaggi, ben caratterizzati, spiccano i set e le scenografie, in particolari gli interni della casa e della fonderia delle campane, costruiti da un team di architetti influenzati dalla corrente dell'espressionismo. Eppure, già in questo film d'esordio si nota la tendenza di Pabst ad allontanarsi dall'astrazione dei contemporanei tedeschi per muoversi in direzione di un maggiore naturalismo e di un certo realismo, come dimostreranno i suoi lavori successivi. Esiste una colonna sonora originale, appositamente composta da Max Deutsch.

5 ottobre 2022

La terra che brucia (F. W. Murnau, 1922)

La terra che brucia, aka Il campo del diavolo (Der brennende Acker)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Vladimir Gajdarov, Stella Arbenina
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

A differenza del fratello Peter (Eugen Klöpfer), che resta legato alle proprie origini, l'ambizioso Johannes (Vladimir Gajdarov) non intende portare avanti la fattoria di famiglia, mirando a qualcosa di più della semplice vita rurale, ovvero denaro e successo. Venuto a sapere che sotto il "campo del diavolo", un lotto di terreno che i contadini locali considerano maledetto perché non vi cresce niente, si trova nascosto un prezioso giacimento di petrolio, sposa con l'inganno la vedova Helga (Stella Arbenina), che ha ereditato il campo dal defunto marito. Il suicidio della donna, quando scopre che Johannes non l'ama, gli farà riconsiderare i propri valori... Dramma famigliare (il sottotitolo è "Il dramma di un uomo ambizioso") sul contrasto fra amore e avidità, che si snoda per sei atti (come capitoli di un romanzo) ricchi di eventi e di personaggi: dal conte Rudenburg (Eduard von Winterstein), ossessionato dal tesoro che secondo la leggenda si troverebbe sotto il campo del diavolo; a Gerda (Lya De Putti), la figlia del conte, che per gelosia incendia il pozzo di petrolio (da cui il titolo della pellicola); da Lellewel (Alfred Abel), il ricco spasimante di Gerda, da lei perennemente rifiutato; a Maria (Grete Diercks), la domestica nella fattoria dei Rog, il cui amore per Johannes è da questi disprezzato. L'ambientazione rurale, con le fatiche dei contadini e le antiche superstizioni locali, è ben ricostruita, con toni cupi che la regia sottolinea anche tramite l'uso delle iridi circolari, mentre il montaggio è già sofisticato (si veda quello alternato, nel finale, fra il campo che brucia e la preghiera dei contadini a tavola). Murnau è attorniato da fior di collaboratori: alla sceneggiatura ha collaborato Thea von Harbou, alla fotografia Karl Freund.

20 luglio 2022

Paese del silenzio e dell'oscurità (W. Herzog, 1971)

Paese del silenzio e dell'oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit)
di Werner Herzog – Germania 1971
con Fini Straubinger, Else Fehrer
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Documentario sui sordociechi: il film segue in particolare Fini Straubinger di Monaco di Baviera, che Herzog aveva conosciuto durante le riprese del precedente "Futuro impedito". Fini, diventata completamente cieca a 15 anni e sorda a 18, racconta com'è la vita per chi, come lei, vive immerso nell'oscurità e nel silenzio (che poi in realtà non sono tali: come spiega lei stessa, si sentono continuamente rumori e ronzii, e anche gli occhi non vedono solo nero ma strani colori). I suoi ricordi di bambina e di ragazza, quando ancora vedeva e sentiva, le tornano in mente in continuazione: come le immagini di una gara di salto con gli sci. Rispetto ad altri "colleghi" di sventura, Fini è fra le più autonome: e infatti si occupa di volontariato, andando a fare visita ad altri sordociechi (soprattutto a quelli che vivono più isolati dagli altri, per esempio in campagna o negli istituti psichiatrici) per conto di un'associazione bavarese. Ciascuno ha un "accompagnatore" che li aiuta a comunicare fra loro e con il mondo esterno, grazie a un linguaggio esclusivamente "tattile", il metodo Lormen, che consiste in una serie di punti e di linee tracciate sul palmo della mano e lungo le dita. In generale, quello tattile è il principale modo che i sordociechi hanno per comunicare con il mondo, toccando oggetti e tastando forme. Fini e i suoi amici vengono così portati a volare per la prima volta (su un piccolo aeroplano), al giardino botanico a toccare le piante (persino i cactus!) e allo zoo ad accarezzare gli animali. Si incontrano regolarmente, per "parlare" e recitare poesie. Tutto, insomma, pur di non rimanere da soli a "naufragare nel buio e nel silenzio". Un film sincero, intenso, commovente, fra i migliori documentari di Herzog (ma d'altronde, quasi tutti i documentari di Herzog sono belli). La parte forse più impressionante è quella, nel finale, in cui incontriamo alcuni bambini che, a differenza di Fini, sono sordociechi dalla nascita: e ci viene spiegato che, se sin da piccoli non gli si insegna qualche forma di comunicazione, rimangono del tutto isolati dal mondo e chiusi in sé stessi, con conseguenze anche a livello mentale. Girato in maniera sobria e diretta, il film ha come unico accompagnamento alcuni brani di musica classica.

29 aprile 2022

La libertà di Brema (R. W. Fassbinder, 1972)

La libertà di Brema (Bremer Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Wolfgang Schenck
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Trasmesso sulla televisione tedesca nel dicembre del 1972, questo film è l'adattamento di una delle tante opere teatrali di Fassbinder: in quanto tale, gli elementi cinematografici sono di poco conto (il personaggi si muovono su un palco, e c'è giusto un fondale su cui vengono proiettate immagini di specchi d'acqua e occasionali primi piani), mentre i punti di forza sono soprattutto il testo, ricco di spunti, e la recitazione, in particolare quella della protagonista (gli attori sono quelli dell'Antiteater, il collettivo diretto dallo stesso Fassbinder: nel cast ci sono Wolfgang Schenck, Kurt Raab, Hanna Schygulla). Il soggetto si ispira a un episodio realmente accaduto a Brema a inizio Ottocento: una donna, Geesche Gottfried, fu giudicata colpevole di aver ucciso quindici persone nel corso di oltre un decennio, tutti avvelenati con l'arsenico (messo nel tè o nel caffè): fra questi il suo primo marito, i suoi figli, i suoi genitori e vari parenti. Fu l'ultima persona giustiziata pubblicamente nella città di Brema. Fassbinder ne rilegge la vicenda in chiave di emancipazione femminile: in un periodo e in un contesto sociale in cui la donna doveva essere del tutto sottomessa all'uomo (che si trattasse del marito, del padre o del fratello), di fatto una serva in casa propria, Geesche non ha altro modo di farsi strada che eliminare fisicamente i suoi tormentatori: cerca così una via per poter seguire i propri sentimenti, per gestire di persona l'azienda di famiglia (una selleria) e per non essere dipendente dalla volontà, dalle consuetudini o dalle imposizioni della morale altrui (comprese quelle della religione, che – come le dice la madre – vuole che la felicità non debba essere cercata sulla terra, qui e ora, ma solo nell'aldilà). E di fronte alle ipocrisie (ogni matrimonio è considerato "felice" dalla società, anche se le donne sono schiavizzate), alle incomprensioni o ai pregiudizi misogini di chi le sta attorno ("Una donna è troppo stupida per capire"), Geesche trova – attraverso il delitto – il modo per rivendicare la propria libertà. Il sottotitolo recita "Una tragedia borghese".

20 febbraio 2022

Le lacrime amare di Petra von Kant (R. W. Fassbinder, 1972)

Le lacrime amare di Petra von Kant
(Die bitteren Tränen der Petra von Kant)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Hanna Schygulla
***1/2

Visto in divx.

La stilista Petra von Kant (Margit Carstensen), che vive reclusa nella propria casa in compagnia della silenziosa assistente tuttofare Marlene (Irm Hermann), riceve la visita dell'amica Sidonie (Katrin Schaake) che le presenta Karin (Hanna Schygulla), una giovane modella da poco tornata in Germania dall'Australia. Innamorata della ragazza, la donna la prende sotto la sua ala protettrice e la invita ad abitare con lei: ma quando Karin, dopo aver raggiunto a sua volta la fama, la abbandonerà, Petra avrà un crollo e un esaurimento nervoso... Uno dei capolavori di Fassbinder, uno studio sul narcisismo e la dipendenza amorosa ("Ein krankheitsfall", "Un caso di malattia", recita il sottotitolo) con un cast esclusivamente femminile e tratto da una sua opera teatrale. Tale origine è evidente: l'intera azione – divisa in quattro "atti" di mezz'ora ciascuno – si appoggia ai dialoghi e si svolge tutta nell'appartamento di Petra, anzi nella sua camera da letto, fra colonne e pareti ricoperte da perlinature di legno, tendaggi, quadri (una parete è rivestita completamente da una riproduzione del dipinto seicentesco "Mida e Bacco" di Nicolas Poussin), specchi e oggetti vari, come manichini e bambole, una delle quali ha proprio le fattezze della bionda Karin. Le fenomenali attrici (sei in tutto: ci sono anche Eva Mattes e Gisela Fackeldey, rispettivamente la figlia e la madre di Petra, che appaiono nel quarto e ultimo atto) danno vita a personaggi diversificati, che ruotano tutti intorno alla figura centrale di Petra: dai loro dialoghi con lei, infatti, emergono i suoi sentimenti, le riflessioni sul ruolo della donna nei rapporti d'amore e di potere, il differente modo di atteggiarsi in un mondo solo apparentemente pigro e decadente (sia Petra che Sidonie sono evidentemente di famiglia aristocratica). Notevole in particolare la figura di Marlene, che non parla mai ma assiste e osserva soltanto, pallida e vestita di nero come un servo di scena (un kuroko del teatro giapponese): devota alla sua padrona, accetta di essere comandata e maltrattata da lei e sceglierà di andarsene quando questa invece le mostrerà empatia. È un cinema certo teatrale, con scenografie barocche e claustrofobiche, ma tagliente e profondo nei personaggi e nelle caratterizzazioni psicologiche: Fassbinder al suo meglio, insomma, con le sue attrici belle, vive e sfaccettate, problematiche e complesse, imprigionate nei propri problemi di dipendenza che sfociano in punte di pura (melo)drammaticità. Come colonna sonora, proveniente dai dischi di Petra, ci sono due canzoni del Platters ("Smoke Gets Into Your Eyes" e "The Great Pretender") e poi, nella scena dello "sclero" finale, quando la donna è tormentata dalla disperazione e dal dolore, un estratto dalla "Traviata" di Verdi ("Un dì, felice, eterea") con il celebre inno a "quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor". Nel 2005 il compositore irlandese Gerald Barry realizzerà proprio un'opera lirica a partire dal testo di Fassbinder. Il film ha ispirato, fra gli altri, cineasti come Olivier Assayas, Peter Strickland e soprattutto François Ozon (che nel 2022 ne realizzerà anche una versione al maschile, "Peter von Kant").

28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

13 gennaio 2022

Vampyr - Il vampiro (Carl T. Dreyer, 1932)

Vampyr - Il vampiro (Vampyr - Der Traum des Allan Grey)
di Carl Theodor Dreyer – Germania/Francia 1932
con Julian West, Sybille Schmitz
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Visto in DVD.

Lo studente Allan Gray, ospite in un'inquietante locanda nel villaggio di Courtempierre, scopre che il villaggio stesso è oppresso dalla malvagia influenza di un vampiro, un essere soprannaturale e maligno. Fra le sue vittime, in particolare, c'è Léone (Sybille Schmitz), una delle figlie del castellano locale (Maurice Schutz), che giace fra la vita e la morte. Il padre chiede l'aiuto di Gray, inviandogli un libro che spiega i segreti dei vampiri: e il giovane, insieme alla sorella di Léone, Gisèle (Rena Mandel), e a un vecchio domestico (Albert Bras), riuscirà a sgominare la minaccia. Ispirato a "Carmilla" e altri racconti di Sheridan Le Fanu, un seminale film horror che – insieme al "Nosferatu" di Friedrich Wilhelm Murnau e al quasi contemporaneo "Dracula" di Tod Browning – ha contribuito a codificare il genere cinematografico dei vampiri. Qui il pericolo e le presenze maligne sono più soprannaturali e meno concrete rispetto alle altre pellicole citate: i veri vampiri non si vedono mai (la malvagia Marguerite Chopin controlla tutto dalla sua bara, sepolta nel cimitero locale) ed è soprattutto il loro influsso ad agire come una morsa di terrore sui personaggi, grazie anche all'aiuto di alcuni "succubi" umani, come il dottore del villaggio (Jan Hieronimko). Il ritmo lento e la costante sensazione di oppressione e irrequietezza, condita da immagini di vecchiaia e di morte, ai limiti dell'allucinato, fa collocare la pellicola a metà strada fra il cinema espressionista tedesco e quello surrealista (è stato descritto dalla critica "una meditazione surreale sul tema della paura"). Da notare soprattutto le ombre che si muovono da sole, ma anche la sequenza in soggettiva dalla bara, che fa parte del "sogno" di Gray, dopo che si è addormentato e "sdoppiato", con il suo alter ego onirico che osserva il mondo "in trasparenza". Accreditato come Julian West, l'attore protagonista era in realtà il barone Nicolas de Gunzburg, nobile francese di origine russo-ebraica, alla sua unica esperienza cinematografica prima di trasferirsi negli Stati Uniti dove lavorerà nel campo della moda e dell'editoria. La sua recitazione può sembrare monocorde, ma fu il regista a volere che si muovesse appunto come in un sogno, senza espressione e con i movimenti rallentati. La fotografia è di Rudolph Maté. Il film è il primo lavoro sonoro di Dreyer, anche se i dialoghi sono ridotti al minimo (furono girati in tre versioni: in tedesco, in francese e in inglese) e gran parte del linguaggio è quello del muto, compresi lunghi intertitoli. L'insuccesso commerciale e di critica fece sì che il regista non diresse un altro lungometraggio per oltre dieci anni, fino a "Dies irae" nel 1943, girato in Danimarca durante l'occupazione nazista.

26 ottobre 2021

Provvedimenti contro i fanatici (W. Herzog, 1968)

Provvedimenti contro i fanatici (Maßnahmen gegen Fanatiker)
di Werner Herzog – Germania 1968
con Petar Radenkovic, Mario Adorf
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Visto in DVD.

Il primo lavoro a colori di Herzog è un breve mockumentary surreale e nonsense, girato presso la pista di un ippodromo vicino a Monaco di Baviera. Vengono intervistati una serie di fantini, ciascuno dei quali si prodiga in discorsi fumosi e privi di significato. Uno di essi, in particolare, afferma di avere l'incarico (auto-attribuitosi?) di "proteggere i cavalli dai fanatici", perché "anche i cavalli sono esseri umani" (sic!). Le persone intervistate vengono tutte, immancabilmente, interrotte da un vecchio signore senza un braccio che insiste affinché se ne vadano via, in quanto lui è l'unico che sa trattare veramente i cavalli. Fra i protagonisti si riconosce un giovane Mario Adorf. L'ultima scena, anziché all'ippodromo (da cui è stato cacciato), è ambientata presso uno zoo, dove l'uomo di cui sopra è passato dal proteggere i cavalli ai fenicotteri. Herzog stesso ha dichiarato che il film non deve essere preso sul serio, e che l'ha girato con intenti umoristici.

25 ottobre 2021

Ultime parole (Werner Herzog, 1967)

Ultime parole (Letzte Worte)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Antonis Papadakis, Lefteris Daskalakis
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Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre si trovava in Grecia per girare il suo primo lungometraggio ("Segni di vita"), Herzog ha realizzato in soli due giorni anche questo breve corto, che attraverso il montaggio di alcune interviste agli abitanti di Creta racconta la storia dell'ultimo uomo (Antonis Papadakis) rimasto a vivere da solo sull'isola di Spinalonga, un tempo colonia per lebbrosi, nutrendosi di lucertole, fino a quando non viene trovato e riportato a terra ("alla civiltà, si presume"). Se il protagonista si limita ad affermare di non voler dire niente (l'incipit del film recita: "Mi dicono che devo dire di no, ma io non dico neanche questo: sono le mie ultime parole"), anche i discorsi degli altri personaggi sono bizzarri, visto che spesso ripetono più volte le loro battute come se stessero facendo le prove generali davanti alla macchina da presa. In particolare, due poliziotti raccontano di come hanno trovato l'uomo, e un medico elargisce alcuni aneddoti sui lebbrosi. A intervallare il tutto, alcune sequenze con musiche e canti popolari, con Papadakis che suona la lira tradizionale e Daskalakis il bouzouki. Significativo come, anche con una struttura non convenzionale, con il montaggio di materiali eterogenei e con il curioso mix fra documentario e finzione, Herzog riesca già a costruire una storia e dei personaggi interessanti.

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz (W. Herzog, 1966)

La difesa esemplare della fortezza Deutschkreutz
(Die beispiellose Verteidigung der Festung Deutschkreuz)
di Werner Herzog – Germania 1966
con Peter Brumm, Georg Eska
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Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il terzo cortometraggio giovanile di Herzog (dopo "Ercole" e "Gioco sulla sabbia", quest'ultimo mai proiettato o distribuito) è, per dirla con le parole dello stesso regista, "una satira dello stato di guerra e pace e delle assurdità che ispira". Accompagnati da una voce fuori campo, che divaga su usi e costumi medievali degli antichi proprietari del castello e vaneggia a proposito di vari argomenti legati alla guerra, vediamo quattro uomini penetrare in un grande edificio-fortezza abbandonato e in rovina (la location si trova in Austria orientale, quasi al confine con l'Ungheria), indossare uniformi militari (abbandonate lì durante la seconda guerra mondiale) e "giocare" ad addestrarsi come soldati. In particolare, si preparano a difendere la fortezza da un imminente attacco, che però non si verificherà mai ("Il nemico ci ha abbandonati"), anche perché nella campagna all'esterno si vedono al massimo alcuni contadini al lavoro. L'accenno a un precedente utilizzo del castello come ospedale psichiatrico, oltre al suo passato di fortezza medievale e poi di teatro bellico durante la seconda guerra mondiale, aggiunge spessore all'insieme, che a tratti prefigura alcuni dei lavori immediatamente successivi (nello specifico, "Segni di vita" e "Anche i nani hanno cominciato da piccoli"), ed è interessante nel mettere in scena una "ricostruzione fittizia" della realtà che però aiuta a focalizzare l'attenzione sulle contraddizioni dell'essere umano.

24 ottobre 2021

Ercole (Werner Herzog, 1962)

Ercole (Herakles)
di Werner Herzog – Germania 1962
con Reinhard Lichtenberg
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Visto in DVD.

Questo cortometraggio di nove minuti è il primo film realizzato da Werner Herzog, all'epoca ventenne. Essenzialmente un lavoro di montaggio, alterna riprese di un culturista che si allena in palestra, sollevando pesi e flettendo i muscoli (si tratta di Reinhard Lichtenberg, Mister Germania 1962), con scene girate in esterni che evocano sei delle mitologiche dodici fatiche di Ercole, trasfigurate in chiave moderna. Alla domanda "Pulirà le stalle di Augia?", seguono le immagini di una grande discarica di rifiuti; a "Ucciderà l'Idra di Lerna?", quelle di una lunga fila di automobili imbottigliate nel traffico; dopo "Domerà i cavalli di Diomede?" si vedono sfrecciare i bolidi di una corsa automobilistica (con tanto di incidente, ripreso a Le Mans); a "Sconfiggerà le Amazzoni?" segue la sfilata di soldatesse in uniforme; dopo "Vincerà i giganti?" si vedono le macerie di enormi caseggiati distrutti; e infine, alla domanda "Resisterà agli uccelli stinfali?" seguono le immagini di aerei da guerra americani che sganciano bombe. Ad accompagnare il tutto, una musica jazzata. Herzog stesso ammetterà che il breve film era "stupido e senza troppo senso", ma che gli è stato utile come sorta di apprendistato ("Fare un film è stato meglio che andare alla scuola di cinema"), nonché per capire meglio cosa volesse fare in seguito.

22 agosto 2021

Il castello di Vogelöd (F. W. Murnau, 1921)

Il castello di Vogelöd (Schloß Vogelöd)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1921
con Lothar Mehnert, Olga Tschechowa
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Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Fra gli ospiti nel castello di Vogelöd, invitati dal padrone di casa (Arnold Korff) per una battuta di caccia, c'è anche l'enigmatico conte Oetsch (Lothar Mehnert), guardato da tutti con sospetto perché accusato (senza prove) di aver ucciso tre anni prima il proprio fratello. Quando nel castello giunge anche la vedova di quest'ultimo (Olga Tschechowa), risposatasi con il barone Safferstätt (Paul Bildt), la tensione monta a mille. E le cose peggiorano la notte successiva, per via dell'improvvisa sparizione di Padre Faramund, prete e amico fidato con cui la baronessa intendeva consultarsi... Da un romanzo di Rudolph Stratz (sceneggiato da Carl Mayer, già co-autore de "Il gabinetto del dottor Caligari" e poi abituale collaboratore di Murnau), uno dei pochi fra i primi lavori del regista tedesco a essere sopravvissuto: si tratta di un giallo da camera con (prevedibile) colpo di scena finale, permeato da un'atmosfera misteriosa, oscura e malsana, cui non mancano sequenze quasi horror (come il sogno del "gentiluomo ansioso" (Julius Falkenstein) che vede entrare di notte nella propria stanza un mostro dalle mani adunche: una scena che anticipa con ogni evidenza il "Nosferatu" dell'anno successivo). All'interno di un cast corale spiccano Mehnert e la Tschechowa, che danno vita a due personaggi ambigui, a metà fra il bene e il male (di Oetsch sapremo solo alla fine se è davvero un assassino, mentre la donna dichiara a più riprese di essere "attratta dalla malvagità"). Le scenografie sono di Hermann Warm, la direzione della fotografia è di Fritz Arno Wagner e László Schäffer. Eccellente la qualità della copia restaurata (dalla Cineteca di Bologna) nel 2002.

11 agosto 2021

La paura mangia l'anima (R. W. Fassbinder, 1974)

La paura mangia l'anima (Angst essen Seele auf)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1974
con Brigitte Mira, El Hedi ben Salem
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Visto in divx, alla Fogona.

Emmi (Mira), vedova anziana e sola, conosce il marocchino Alì (Salem), immigrato in Germania, e se ne innamora, arrivando addirittura a sposarlo. La cosa fa scandalo, perché lui è più giovane di lei ma soprattutto è uno "straniero", e la coppia finisce con l'essere ostracizzata (dai figli di lei, dai vicini di casa, dai negozianti del quartiere, dalle colleghe di lavoro). Ispirandosi in parte a "Secondo amore" e "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk, ma collocando la vicenda in un contesto sociale molto diverso e ben definito (la Germania degli anni settanta, dove gli immigrati – specie se arabi o di colore – erano visti con estremo pregiudizio, in particolare dopo gli attentati di Monaco del 1972), Fassbinder (che si ritaglia una particina, quella del marito della figlia della protagonista, interpretata da Irm Hermann) mette in luce il razzismo e l'intolleranza della "gente comune", ma anche l'ipocrisia (quando poi c'è un tornaconto, tutti ricominciano a rivolgere loro la parola e finiscono con l'accettare il nuovo stato delle cose: "Il tempo è un'ottima medicina", è l'amaro commento, che fotografa solo in parte la situazione), senza però limitarsi a un pamphlet socio-politico e raccontando anche le difficoltà psicologiche del rapporto fra due persone così diverse per età e cultura. La fotografia di Jürgen Jürges rievoca, a modo suo, i vividi colori dei film di Sirk. El Hedi ben Salem, al primo ruolo da protagonista, era all'epoca il compagno del regista tedesco, che ha girato il film in meno di due settimane, in una pausa di lavorazione fra altri due lavori ("Martha" ed "Effi Briest"). Ciò nonostante, la pellicola ricevette un grande riscontro critico ed è diventata uno dei film più noti e celebrati di Fassbinder, tuttora di grande attualità. Il titolo originale in tedesco è volutamente sgrammaticato ("Paura mangiare anima": è una frase pronunciata dal marocchino Alì, che non parla bene la lingua): il suo significato è metaforico, ma si fa anche letterale quando veniamo a sapere che gli immigrati, per lo stress, soffrono frequentemente di ulcera perforante.