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16 dicembre 2019

Masquerade (J. L. Mankiewicz, 1967)

Masquerade (The honey pot)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1967
con Rex Harrison, Cliff Robertson
**1/2

Visto in DVD.

Realizzato da Mankiewicz dopo il gigantesco flop di "Cleopatra", ne segna il ritorno al cinema con un film più personale, un giallo con venature da commedia che purtroppo fu un insuccesso a sua volta: dopo le prime critiche, il regista fu costretto ad accorciare la pellicola di quasi mezz'ora rispetto alla prima versione, che durava 150 minuti. Attraversato da temi che da sempre – e anche in seguito: vedi il bellissimo "Gli insospettabili" – attiravano l'attenzione del regista/sceneggiatore (l'inganno e la manipolazione, la ricerca della ricchezza e dell'elevazione sociale, l'amore per il teatro e la teatralità), è un film barocco e interessante, girato a Venezia e con un cast tecnico in gran parte italiano, compreso il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo che morì durante le riprese.
Ispirato da una celebre commedia elisabettiana, il "Volpone" di Ben Jonson, l'eccentrico miliardario Cecil Fox (nomen omen) decide di mettere in scena fra le mura del suo palazzo veneziano un elaborato scherzo riservato alle tre donne che più ha amato in passato. Con l'aiuto di un attore che recita la parte del suo maggiordomo personale, finge così di trovarsi in punto di morte per osservare le reazioni delle tre amanti, che accorrono al suo capezzale nella speranza di essere nominate sue eredi universali. Quando però una delle tre donne viene assassinata, la commedia si muta in dramma. Le indagini di un poliziotto (Adolfo Celi) e la curiosità dell'infermiera personale della defunta (una glaciale e splendida Maggie Smith) porteranno a un finale ricco di colpi di scena, alcuni dei quali – a dire il vero – possono sembrare un po' telefonati. Il personaggio interpretato da Rex Harrison, ballerino mancato, istrionico gaudente e ossessionato dal tempo (non a caso le tre amanti gli regalano ciascuna un orologio), trova il suo contraltare nell'impassibile e calcolatore cameriere McFly (che corrisponde al personaggio di Mosca nella commedia di Ben Jonson), un Cliff Robertson in stile James Mason. Beffardo il finale, con le voci off dei due personaggi defunti che commentano indispettiti dal cielo gli ultimi sviluppi della storia.

30 dicembre 2018

Eva contro Eva (Joseph L. Mankiewicz, 1950)

Eva contro Eva (All about Eve)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1950
con Bette Davis, Anne Baxter
****

Visto in TV.

Mentre la giovane Eva Harrington (Anne Baxter), astro nascente del teatro, riceve un prestigioso premio durante una serata di gala, i personaggi che sono stati testimoni della sua rapida ascesa, seduti ad un tavolo vicino, ricordano gli eventi che l'hanno portata fin lì. Timida, insicura, ingenua e innocente (o almeno così sembrava), Eva era riuscita ed entrare nelle grazie di Margo Channing (Bette Davis), diva attempata ma ancora sulla cresta dell'onda, di cui si era professata ardente ammiratrice, conquistando con il proprio entusiasmo e l'amore per il teatro non solo lei ma tutto il suo entourage, dal drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) alla moglie di questi (e miglior amica di Margo) Karen (Celeste Holm), dal regista Bill Sampson (Gary Merrill) al produttore Max Fabian (Gregory Ratoff), fino al pungente critico Addison DeWitt (George Sanders), l'unico peraltro che riconosce Eva per quello che davvero è: una ragazza fintamente modesta ma in realtà un'ambiziosa arrampicatrice, pronta a tutto (falsità, menzogne, inganni e manipolazioni) per "spodestare" Margo e prenderne il posto (nel lavoro, ma anche negli affetti e nella vita privata). Capolavoro (uno dei tanti, perlomeno) di Mankiewicz e cinico ritratto del mondo dello spettacolo (il teatro, ma di riflesso anche il cinema: Eva disprezza Hollywood, però finirà per trasferirsi lì). Lo scontro fra le due donne, che il titolo italiano sottolinea ancora di più, è quello fra due personalità che in realtà sono quasi agli antipodi. Tanto Margo, la diva affermata, vorrebbe tornare a una vita semplice e aspira solo ad essere amata dall'uomo che ama, tanto Eva invece vive esclusivamente per il palcoscenico, si fa beffe dei reali sentimenti delle persone (che manipola con spregiudicatezza) e aspira alla fama, alla gloria, agli applausi, anche a costo di rimanere sola. "Per fare teatro bisogna dare tutti sé stessi, ci vuole ambizione, forza di volontà, abnegazione..." le viene detto: e lei non si tira indietro, calpestando ogni cosa. Nel finale, come una ruota che gira, le si presenta in stanza una giovane ammiratrice, Phoebe (Barbara Bates), pronta a farle quello che lei ha fatto con Margo (significativa la scena in cui si prova il suo costume allo specchio).

La sceneggiatura (dello stesso Mankiewicz, ispirata a un racconto di Mary Orr) è brillante e sofisticata, ricca di battute scoppiettanti e sardoniche, con tantissimi paralleli (ma anche smarcamenti) fra il teatro e la vita reale. Il mondo di Broadway è descritto come una grande famiglia, i cui componenti (attori, scrittori, registi, produttori) agiscono insieme e concorrono tutti verso un solo obiettivo: esemplare il discorso (ironicamente assai ipocrita) di Eva quando riceve il premio, in cui ringrazia tutti coloro che l'hanno portata al successo (e che pure la odiano). E grandioso il cast, dove spicca in particolare una strepitosa Bette Davis, che alterna momenti in cui il suo personaggio si mostra orgoglioso, stizzoso o geloso ad altri in cui è fragile, insicuro o rassegnato, da quando soffre per la vecchiaia che avanza a quando finalmente accetta la propria età e decide di rifiutare le parti (giovanili) che continuano a proporle ma che non le si addicono, lasciando di fatto il campo libero ad Eva. Per questo motivo la sua non è una sconfitta, ma una serena uscita di scena. Particina anche per un'allora sconosciuta Marilyn Monroe nei panni dell'attricetta Claudia Caswell: pur comparendo in poche sequenze, emana già una luce propria e calamita lo sguardo su di sé (favorita anche dal fatto di vestire di bianco, unica fra tutti i personaggi). Da notare qualche sottotesto lesbico (non esplicitato, ovviamente), per esempio nelle scene con la bizzosa Berta ("Birdie" in originale), l'anziana "fedele amica e compagna" di Margo, interpretata da Thelma Ritter. Ma, tra le righe, la stessa Eva è omosessuale (come probabilmente anche Addison). Il tema dell'attrice che invecchia, invece, può invogliare a qualche paragone con un altro capolavoro uscito nelle sale in quello stesso anno (il 1950), "Viale del tramonto". Trionfo agli Oscar, con ben 14 nomination (record fino ad allora, poi soltanto eguagliato da "Titanic" nel 1997 e da "La La Land" nel 2016), fra cui ben 4 alle attrici, e 6 statuette vinte (miglior film, regia, sceneggiatura, costumi, sonoro, e Sanders come attore non protagonista). La pellicola ispirerà, fra gli altri, "Tutto su mia madre" di Almodóvar e "Il cigno nero" di Aronofsky.

5 novembre 2017

Uomini e cobra (J. L. Mankiewicz, 1970)

Uomini e cobra (There was a crooked man...)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1970
con Kirk Douglas, Henry Fonda
***

Visto in TV.

Autore di un colpo che gli ha fruttato mezzo milione di dollari, il rapinatore Paris Pitman Jr. (Kirk Douglas) viene arrestato e rinchiuso in una prigione nel deserto dell'Arizona: non prima, però, di aver nascosto il bottino in un anfratto pieno di serpenti velenosi, di cui è l'unico a conoscere l'ubicazione. In carcere, Paris non perde tempo a escogitare un modo di evadere. E grazie al suo carisma, coinvolge nel piano i suoi compagni di cella, anche se deve vedersela con l'occhio vigile dello sceriffo Woodward W. Lopeman (Henry Fonda), inflessibile tutore della legge, che si è fatto nominare direttore della prigione anche nella speranza di migliorare le condizioni di vita dei detenuti... L'unico western mai girato da Mankiewicz, su una sceneggiatura di David Newman e Robert Benton (reduci dal successo di "Gangster story"), è naturalmente un western atipico, cinico e divertente, ambientato quasi tutto in una prigione a cielo aperto, della quale mostra le dinamiche e i rapporti fra i prigionieri, le guardie e la direzione (prima quella inflessibile e corrotta del primo direttore, poi quella "illuminata", più rilassata e dialogante di Lopeman). Al centro di tutto questo domina l'ambigua figura del protagonista, memorabile anche visivamente con i capelli rossi e gli occhialini rotondi: carismatico, pieno di iniziativa, leader naturale, ma in realtà un "serpente" pronto a tradire e a ingannare chiunque pur di raggiungere i propri obiettivi. Lo vediamo sin dalla scena iniziale, quella della rapina, in cui non esita a sacrificare i propri compagni per tenersi il bottino tutto per sé, e poi naturalmente nel resto del film, dove piega ai propri piani ogni altro valore (l'amicizia, la solidarietà, la redenzione). I serpenti a sonagli che affollano la grotta dove ha nascosto il denaro (e che il titolo italiano, pur trasformandoli in cobra, mette in primo piano) ne sono un'ovvia metafora (e faranno giustizia poetica). A lui si contrappone un personaggio altrettanto complesso come lo sceriffo, intransigente quando si parla di sesso o di alcol, ma sinceramente disposto a dare una seconda possibilità anche ai più gaglioffi (e la cosa rischia di costargli più volte la pelle). In mezzo, tanti personaggi come in ogni prison movie che si rispetti (a tratti la pellicola ricorda "La grande fuga"): il giovane Coy Cavendish (Michael Blodgett), testa calda finito in carcere per un incidente; la coppia formata dal truffatore Cyrus (John Randolph) e dal pittore Whinner (Hume Cronyn), verso i quali gli impliciti sottotesti gay si sprecano; il violento ladruncolo Floyd (Warren Oates); il gigantesco cinese Ah-Ping (C.K. Yang); e l'anziano rapinatore di treni Missouri Kid (Burgess Meredith), veterano della prigione, che sopravvive "sognando" una fattoria e che gli intrighi di Paris finiranno per corrompere (come tutto e come tutti). Mankiewicz gestisce il cast corale con mano ferma e ottimo ritmo, senza rinunciare a un acido sense of humour: la pellicola, grazie anche alla colonna sonora di Charles Strouse, è spigliata e ha a tratti un tono sbarazzino e leggero, sin dai titoli di testa con illustrazioni in stile fiabesco (il titolo originale è l'incipit di una celebre filastrocca per bambini).

9 marzo 2009

La contessa scalza (J. L. Mankiewicz, 1954)

La contessa scalza (The barefoot contessa)
di Joseph L. Mankiewicz – USA/Italia 1954
con Ava Gardner, Humphrey Bogart
***

Visto in DVD.

Nel cimitero di Rapallo, al funerale di Maria Vargas (alias Maria D'Amato, alias contessa Torlato-Favrini), gli uomini che l'hanno conosciuta più da vicino ricordano la sua vita in una lunga serie di flashback. Lo scrittore e regista Harry Dawes (Bogey, in un ruolo che forse Mankiewicz sentiva come parzialmente autobiografico) l'aveva scoperta quando faceva la ballerina in un locale di Madrid, dove si era recato in cerca di volti nuovi per conto del produttore Kirk Edwards, ed era diventato rapidamente il suo confidente, quasi una sorta di padre. L'esperto di relazioni pubbliche Oscar Muldoon (Edmond O'Brien) l'aveva introdotta prima a Hollywood e poi nel mondo dell'alta società, dove era diventata la compagna dell'ambiguo uomo d'affari sudamericano Alberto Bravano. E il conte Vincenzo (Rossano Brazzi) l'aveva sposata e portata in Italia, senza però rivelarle di essere impotente e di non poter dunque avere un erede. Le voci fuori campo e il sofisticato uso dei flashback (ce n'è persino uno, narrato da Maria, dentro un altro, ricordato da Harry; e una stessa scena ripetuta due volte, da punti di vista diversi) danno una patina noir a un film con il quale Mankiewicz attacca pesantemente il dorato mondo di Hollywood, falso, ipocrita e ingannevole; quello dei nuovi ricchi, volgare, dispotico e privo di valori; e quello dei vecchi aristocratici, chiuso in sé stesso, votato al passato e destinato all'estinzione: tre mondi attraversati come una meteora da una donna forte e indipendente, che preferisce camminare a piedi nudi perché le scarpe rappresentano un'insopportabile costrizione, che sembra incapace di amare ("L'amore è una malattia, e io non sopporto le persone malate") e di essere felice ovunque si trasferisca, che non sa resistere all'attrazione per il popolo e la gente semplice, e che – come Cenerentola (anche lei refrattaria alle scarpe!) – è alla continua ricerca di un Principe Azzurro, senza rendersi conto che la realtà e ben differente dalle fiabe o dal cinema (eppure il regista le spiega subito che "un copione deve avere senso, la vita no"). Forse anche per questi motivi, oltre che per la sua romantica tragicità, il film è molto più amato in Europa (e in particolar modo in Francia) che negli Stati Uniti.

28 marzo 2008

Uomo bianco, tu vivrai! (J. L. Mankiewicz, 1950)

Uomo bianco, tu vivrai! (No way out)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1950
con Richard Widmark, Sidney Poitier
**1/2

Visto in DVD.

Per ricordare il grande caratterista Richard Widmark, scomparso un paio di giorni fa, mi sono guardato questo bel drammone a sfondo sociale (anche se il titolo italiano fa pensare semmai a un western revisionista!) in cui interpreta la parte di un cattivone balordo e razzista, ricoverato in ospedale insieme al fratello dopo essere rimasto ferito in una tentata rapina. Quando il fratello muore sotto i ferri di un giovane medico di colore (Poitier, al suo esordio sullo schermo), Widmark lo accusa senza mezzi termini di averlo ucciso e provoca una tumultuosa rivolta contro i neri nei bassifondi della città. L'unico modo che il medico avrebbe per dimostrare di aver agito correttamente sarebbe quello di fare l'autopsia del cadavere, ma ovviamente il fratello rifiuta di dare il suo assenso. Insolitamente duro per l'epoca, il film è solido grazie agli ottimi protagonisti (ci sono anche Linda Darnell nei panni della vedova del paziente morto, inizialmente a sua volta razzista ma che poi si ravvede, e Stephen McNally in quelli del primario dell'ospedale che nutre fiducia nell'operato del medico) e al grande mestiere del regista-sceneggiatore. Parallelo al conflitto razziale c'è il (consueto per Mankiewicz) conflitto di classe, dove i rapporti di forza fra le parti sono curiosamente invertiti: Poitier, come gli altri medici, è infatti educato e benestante, mentre Widmark e la Darnell sono di bassa estrazione.

28 dicembre 2007

Improvvisamente l'estate scorsa (J.L. Mankiewicz, 1959)

Improvvisamente l'estate scorsa (Suddenly, Last Summer)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1959
con Elizabeth Taylor, Montgomery Clift, Katharine Hepburn
***1/2

Visto in DVD.

Ambientato a New Orleans nel 1937, tratto da un dramma di Tennessee Williams (dalle cui opere sono state girate numerose celebri pellicole, come "Un tram che si chiama desiderio", "La gatta sul tetto che scotta" e "La dolce ala della giovinezza") e sceneggiato da Gore Vidal, è un film che sembra fatto su misura per Mankiewicz: mette in scena infatti quei personaggi ossessionati e quell'atmosfera squilibrata che si ritrovano spesso nelle opere migliori del regista. La sempre grande Katharine Hepburn, in un ruolo intenso e melodrammatico, è una vedova che si rivolge a un celebre medico per convincerlo a praticare una lobotomia su sua nipote, rinchiusa in una clinica per alienati mentali dopo aver assistito a un tragico evento: la morte di suo cugino, unico figlio della donna, avvenuta l'estate precedente durante un viaggio in Europa. Anziché da neurochirurgo, il medico si comporterà però da psichiatra per scoprire cosa è veramente avvenuto in quell'occasione. Le sequenze finali, allucinate e orrorifiche, ricordano addirittura certe cose di Buñuel. Mentre il personaggio del medico (Clift), pur nella sua ricerca della verità, resta sullo sfondo e si limita a un ruolo da spettatore/narratore, a svettare sono le due donne: la Taylor, sconvolta da un trauma, e la Hepburn, in adorazione del figlio. Il "grande assente che incombe" è proprio quest'ultimo, che viene continuamente rievocato da ricordi, omaggi, allusioni: un personaggio che riconosceva la crudeltà della natura, cercava inutilmente un contatto con Dio, sfruttava le donne di famiglia come "richiami" per soddisfare la propria omosessualità, e rimane infine vittima di un tragico contrappasso. Come dice Mereghetti, "oggi lo spettatore può sorridere di certe ingenuità psicoanalitiche, ma non può non restare affascinato dalla suggestiva e morbosa atmosfera".

10 aprile 2007

Il fantasma e la signora Muir (J. L. Mankiewicz, 1947)

Il fantasma e la signora Muir (The ghost and Mrs. Muir)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1947
con Gene Tierney, Rex Harrison
***1/2

Rivisto in DVD, con Albertino e Cristina.

Uno dei film più romantici che abbia mai visto, la storia dell'amicizia e dell'amore "impossibile" fra una vedova e il fantasma di un burbero marinaio che abita la dimora in cui lei si è trasferita dopo la morte del marito: un vero e proprio inno all'amore che riesce a vincere le barriere del mondo fisico e materiale e persino quelle del tempo e della morte, folle e surreale come avrebbe potuto concepirlo Buñuel e al tempo stesso concreto e pragmatico (la donna, priva di mezzi di sostentamento e con figlioletta a carico, aspira a essere libera tanto economicamente quanto socialmente). Mankiewicz si rivela un autentico "pittore dell'immaginario" (la definizione viene dal castorino di Alberto Morsiani) e sfrutta alcuni temi gotici e soprannaturali tipici delle pellicole horror non per incutere paura (il tono del film è quasi immediatamente quello del fantasy romantico) bensì per affascinare lo spettatore. La vicenda è incentrata completamente sui due protagonisti: gli altri personaggi, dalla bambina (una Natalie Wood ancora giovanissima) alla cameriera fedele, dai soffocanti parenti al bellimbusto imbroglione (George Sanders), sono solo comparse della loro storia. Buona la regia, con le onde del mare che simboleggiano lo scorrere del tempo, ed eccellenti i due interpreti, quanto mai indovinati. Il bellissimo e commovente finale – difficile trattenere una lacrima – è stato dichiaratamente citato da Don Rosa nel nono capitolo della Saga di Paperon de' Paperoni (l'unico esempio di fumetto disneyano, che io sappia, nel quale si assiste alla morte di un personaggio e se ne vede addirittura il cadavere).

12 gennaio 2007

Operazione Cicero (J. L. Mankiewicz, 1952)

Cicero

Operazione Cicero (5 Fingers)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1952
con James Mason, Danielle Darrieux
***

Visto in DVD.

Nel 1944, durante la guerra, il cameriere personale dell'ambasciatore inglese ad Ankara si propone come spia ai tedeschi, vendendo loro documenti segreti compresi i piani dello sbarco in Normandia: il suo scopo è quello di arricchirsi per poter dichiarare il proprio amore a una contessa, che pur essendo caduta in disgrazia continua a guardarlo dall'alto verso il basso per la differenza di classe. Un ottimo film di spionaggio valorizzato dall'eccellente prova di Mason e dalla consueta bravura di Mankiewicz, sempre attento alla caratterizzazione dei suoi personaggi, anche di quelli minori. "Cicerone" (nome in codice della spia) è un individuo mistificatore e doppiogiochista, intelligente ma sottovalutato da tutti, ossessionato dal desiderio di superare le barriere di classe: tutti temi tipici del cinema di questo grande regista e sceneggiatore. Bello il finale, con Mason braccato fra le strade di Istambul sia dagli inglesi che dai tedeschi, e il successivo colpo di scena in Brasile, beffardo ma soddisfacente (vedi la risata finale). Una didascalia all'inizio afferma che si tratta di una storia vera, e per quanto sembri improbabile è proprio così: è stata tratta dal libro di memorie scritto da un funzionario dell'ambasciata tedesca, che peraltro compare anche nel film facendo la figura del sempliciotto.

9 novembre 2006

Il bandito senza nome (J. L. Mankiewicz, 1946)

Il bandito senza nome (Somewhere in the night)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1946
con John Hodiak, Nancy Guild
***

Visto in DVD.

Alla fine della seconda guerra mondiale, un uomo si risveglia in un ospedale da campo a Okinawa. È ferito al volto, ma soprattutto è vittima di un'amnesia e non ricorda nulla, nemmeno il proprio nome. Gli unici legami con il passato sono due misteriose lettere: la prima è da parte di una donna che scrive di odiarlo, l'altra di Larry Cravet, un misterioso "amico" che gli ha lasciato cinquemila dollari presso una banca di San Francisco. Indagando, il protagonista scopre che Cravet è ricercato per omicidio e per il furto di due milioni di dollari. E che facendo troppe domande su di lui si rischia di attirare l'attenzione di personaggi poco raccomandabili... Un intricato giallo-noir su un tema classico, quello dell'uomo senza passato in cerca della propria identità e che, a un certo punto, non potrà che sospettare di essere proprio lui il criminale che tutti stanno cercando. Mankiewicz, al suo secondo film, è abile a descrivere "un'odissea notturna e onirica tra manicomi, locali notturni, porti e ospizi dell'esercito della salvezza" [Mereghetti] e un personaggio ossessionato dalla ricerca della verità. Il fatto poi che sia un reduce di guerra gli aggiunge profondità e spessore. Ottimo il cast, che comprende anche caratteristi come Richard Conte e Fritz Kortner.

18 agosto 2006

Lettera a tre mogli (J. L. Mankiewicz, 1949)

Lettera a tre mogli (A letter to three wives)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1949
con Jeanne Crain, Linda Darnell, Ann Sothern
***1/2

Visto in DVD alla Fogona.

Tre donne, in campagna per un picnic di beneficenza, ricevono una lettera da una comune amica che confessa di essere fuggita con il marito di una di loro. L'intera giornata trascorre fra ansie, ricordi e rimpianti, prima che il ritorno a casa al calar della sera sveli finalmente l'identità del fuggiasco. Da uno spunto semplice e accattivante, un film moderno e raffinato, sceneggiato in maniera eccellente dallo stesso Mankiewicz attraverso una serie di flashback che consentono lo studio di tre coppie diversissime fra loro per psicologia ed estrazione sociale; tre coppie ma sette personaggi, contando anche la misteriosa rubacuori Eva Ross che non si vede mai in volto ma che è il motore di ogni vicenda, sempre presente in ogni discorso quando addirittura non è la narratrice del film stesso. Proprio le caratterizzazioni dei personaggi rappresentano il punto di forza della pellicola. I dialoghi sono arguti e serrati, le attrici ottime (che bella la Darnell!) e affiancate da bravi attori come Kirk Douglas e Paul Douglas (nessuna parentela). Oltre che mostrare tre esempi diversi di matrimonio (due d'amore, ma con il coniuge maschile o femminile dipendente dall'altro socialmente ed economicamente; uno d'interesse), il film è anche un ottimo esempio di ritratto sociale e, fra i tanti temi che sfiora, ci sono le divisioni fra classi, la dialettica fra denaro e cultura, l'invadenza della pubblicità e della radio (non c'era ancora la TV in ogni casa), il consumismo, l'arrampicata sociale, oltre che naturalmente la vita di coppia, l'amore, la rivalità e la comprensione fra coniugi. Tratto da un romanzo di John Klempner (dove le mogli erano cinque!), il film vinse due Oscar: per la sceneggiatura e per la regia. Nell'edizione italiana, come capitava spesso a quei tempi, quasi tutti i nomi sono cambiati o storpiati (Eva, per esempio, in originale si chiama Addie). Il film affascinò particolarmente François Truffaut che ne scrisse così: «Ho rivisto di recente "Lettera a tre mogli" e ho pensato di non ignorare più niente di Joseph Mankiewicz. Brillante, intelligente, tutto eleganza, gusto e raffinatezza (...) Quasi diabolico per precisione, abilità e sapienza (...) Un senso della durata delle inquadrature e dell'efficacia degli effetti che non si ritrova che in Cukor».

17 agosto 2006

Il castello di Dragonwyck (J. L. Mankiewicz, 1946)

Il castello di Dragonwyck (Dragonwyck)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1946
con Vincent Price, Gene Tierney
**1/2

Visto in DVD alla Fogona.

È il film d'esordio di Mankiewicz, fino ad allora solo sceneggiatore e produttore. Ispirato in parte alla fiaba di Barbablù, si presenta come un noir gotico ricco di fascino e atmosfera, nel quale più che la protagonista (la bella Gene Tierney) spicca il personaggio di Vincent Price, nobile latifondista fascinoso e folle che si atteggia a padrone feudale nel cuore degli Stati Uniti (siamo a metà del diciannovesimo secolo). Ossessionato dal potere e dal desiderio di tramandare il proprio nome, ha gioco facile nel sedurre l'ingenua ragazza venuta dalla campagna che sogna a occhi aperti il lusso rappresentato dalla solennità del suo castello, dagli abiti, dalla servitù. Grande importanza viene data ai conflitti di classe (fra il nobile e la ragazza, gli agricoltori, il giovane medico), ma non mancano nemmeno alcuni tocchi che, in un altro film, si potrebbero definire da horror: il maniero è oscuro e maledetto, è stato testimone di vicende tragiche e crudeli e nelle sue sale risuona il canto di un fantasma. La sceneggiatura (dello stesso Mankiewicz) è tratta da un romanzo di Anya Seton. I genitori di Gene Tierney sono interpretati da Walter Huston e Anne Revere. Musiche di Alfred Newman. Fra i produttori, oltre a Darryl F. Zanuck, figurerebbe Ernst Lubitsch, ma non è accreditato: in effetti in un primo momento il film avrebbe dovuto essere diretto proprio da Lubitsch, con Gregory Peck come protagonista, ma il grande regista dovette rinunciare per motivi di salute (sarebbe morto l'anno seguente).