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15 ottobre 2022

Il male non esiste (Mohammad Rasoulof, 2020)

Il male non esiste (Sheytan vojud nadarad)
di Mohammad Rasoulof – Iran/Ger/Cec 2020
con Ehsan Mirhosseini, Kaveh Ahangar, Mahtab Servati
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Visto in TV (Now Tv).

Quattro episodi sul tema della pena di morte in Iran, visto dalla prospettiva di chi è "costretto" a somministrarla, che si tratti di burocrati statali o giovani soldati di leva. Il regista (che ha girato il film clandestinamente: la pellicola è stata ovviamente bandita in patria) si è ispirato alle proprie esperienze e ha affermato di aver inteso esplorare la questione dell'assunzione delle proprie responsabilità, dunque da un punto di vista personale e individuale, piuttosto che imbastire una battaglia a livello politico o sociale. Nel primo episodio, intitolato "Il diavolo non esiste" (come il titolo letterale del film stesso), assistiamo alla vita quotidiana, persino monotona, di un uomo di mezza età, con i suoi problemi famigliari, le interazioni con moglie, figlioletta e madre, la visita in banca o al supermercato per fare la spesa, i dialoghi di tutti i giorni. Solo alla fine scopriremo che lavoro fa, ovvero il boia in un carcere di Teheran: è la "banalità del male", immersa in un vissuto quotidiano dove le questioni legate al suo terribile lavoro sono completamente rimosse e lasciate da parte durante il resto della sua giornata. Nel secondo episodio, un giovane militare di leva viene assegnato al braccio della morte, con il compito di accompagnare i prigionieri verso il loro destino. Non saprà reggere alla tensione e sceglierà di "evadere". Nel terzo episodio, un altro soldato ottiene una licenza per far visita alla sua ragazza: quando questa scopre che il suo compito sotto le armi è quello di giustiziare i condannati a morte, cosa di cui non le aveva mai fatto accenno, deciderà di lasciarlo. Nel quarto, un uomo che vent'anni prima aveva disertato dall'esercito pur di non macchiarsi le mani del sangue dei condannati, confessa il proprio passato alla figlia, una ragazza che da allora è vissuta all'estero e che ignorava persino il loro legame di parentela. Quattro storie potenti, che restano dentro, legate dalla stessa tematica ma distanti per ambientazioni (molto belli, in particolare, gli scenari naturali degli ultimi due episodi), con personaggi che di fronte all'orrore del dover giustiziare altri uomini scelgono vie differenti: chi la rimozione di ogni senso di colpa, chi la fuga, chi l'ignoranza, chi la consapevolezza. Ottimi il vasto cast, la regia e la confezione. Nella colonna sonora spicca la versione di Milva di "Bella ciao" (quella connotata come "canto delle mondine"), più avanti ripresa anche in versione strumentale. Orso d'oro al festival di Berlino.

4 settembre 2021

Le bianche distese (M. Rasoulof, 2009)

Le bianche distese (Keshtzar haye sepid)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2009
con Hasan Pourshirazi, Younes Ghazali
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Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Da trent'anni Rahmat (Pourshirazi), con la sua barca a remi, visita i villaggi e le comunità che vivono sulle isole rocciose e sulle coste di un vasto lago salato (il film è stato girato sul Lago di Urmia, nelle province azere dell'Iran settentrionale) per "raccogliere le lacrime" degli abitanti. Le versa infatti in un'ampolla di vetro e le porta via, insieme a tutti i loro dolori: nel far questo è testimone di lutti, funerali, ma anche strani riti, cerimonie e superstizioni, spesso crudeli (una ragazza data "in sposa al mare" affinché interceda per far cadere la pioggia; un nano calato in un pozzo per recare agli spiriti sotterranei le preghiere degli abitanti del villaggio, le cui parole sono state racchiuse in barattoli di vetro; un pittore condannato alla cecità perché si ostina a dipingere il mare di colore rosso). Ad accompagnarlo, per un breve periodo, ci sarà un ragazzo, Nassim (Ghazali), che si finge sordo e muto, partito alla ricerca del proprio padre. Suggestivo, poetico e visionario (gli elementi antropologici sono in gran parte frutto dell'immaginazione del regista, anche sceneggiatore), il terzo film di finzione di Rasoulof si colloca in quell'area del World Cinema già frequentata da autori come Pasolini ("Medea"), Paradžanov ("Ashik Kerib") e Naderi ("Acqua, vento, sabbia"), fra riti ancestrali, antichi costumi e località sperdute nell'Asia centrale. Proprio i magnifici scenari (le coste e gli scogli incrostati di sale, le acque del lago che si confondono con il cielo, le isole rocciose sperse in mezzo al nulla) valgono da soli la visione, senza poi contare le musiche e i canti popolari che punteggiano gli eventi e la bellezza di un mondo arcaico e fuori dal tempo. Per il resto i dialoghi sono sparsi e rarefatti, i personaggi semplici osservatori, la tavolozza cromatica basilare. A curare il montaggio c'è Jafar Panahi, collega e amico del regista e a sua volta grande cineasta: sia Rasoulof che Panahi, rappresentanti di un cinema anticonformista e indipendente, avranno continui problemi con la censura di stato e saranno condannati nel 2010 per "propaganda contro il governo" a non poter girare più altri film (cosa che continueranno invece a fare clandestinamente). L'episodio del pittore imprigionato, i cui occhi vengono "rieducati" a forza perché, a differenza di tutti gli altri, vede (e dipinge) il mare di colore rosso anziché blu, è una chiara metafora delle pressioni e delle persecuzioni del regime verso gli artisti non allineati.

24 novembre 2020

L'isola di ferro (Mohammad Rasoulof, 2005)

L'isola di ferro (Jazireh ahani)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2005
con Ali Nassirian, Hossein Farzi-Zadeh
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una gigantesca petroliera in disuso, arrugginita e ancorata al largo della costa meridionale dell'Iran, ospita una vasta comunità di profughi sunniti. È come una comune o un piccolo villaggio galleggiante, con tanto di scuola e fattorie, autosufficiente e completa di dinamiche sociali (matrimoni, nascite, morti). A gestire tutto è il capitano Nemat (Ali Nassirian), che distribuisce e organizza i lavori, mantiene l'ordine, riscuote gli "affitti", tiene i conti e coordina le diverse attività, come la periodica vendita clandestina delle parti d'acciaio della nave o dei barili di petrolio che ancora si riescono a pompare dalla stiva. Fra i problemi cui deve far fronte ci sono le vicissitudini di Ahmad (Hossein Farzi-Zadeh), il suo giovane aiutante e "addetto alle comunicazioni", innamorato di una ragazza (Neda Pakdaman) con cui si scambia messaggi contro il volere del padre di lei; le preoccupazioni del maestro della scuola, che avverte che lo scafo sta lentamente affondando, ogni giorno di più; e soprattutto l'invito ad evacuare la nave, destinata alla demolizione dalla compagnia proprietaria. Alla fine, come un novello Mosé, il capitano guiderà i passeggeri in un esodo sulla terraferma, verso la "terra promessa", in una regione arida e polverosa ("Qui costruiremo una città": ma l'ultima scena mostra un bambino che sente il richiamo del mare – e della libertà – e si tuffa). Il secondo lungometraggio di Rasoulof funziona a più livelli: come racconto corale (con numerosi e variopinti personaggi ben caratterizzati con pochi tratti: dal bambino che pesca i pesci nella stiva allagata, per poi rigettarli in mare, al vecchio che scruta costantemente il cielo in attesa di qualcosa di misterioso, dal giovane in sedia a rotelle che gestisce l'ascensore lungo lo scafo, al maestro che si fabbrica i gessetti per la lavagna con le cartucce di vecchie pallottole come stampi), come fotografia delle dinamiche sociali e culturali (la ragazza costretta a sottomettersi alla volontà del padre, e in generale il conflitto fra autocrazia e libertà evidente anche nel rapporto fra il capitano e il giovane Ahmad), come allegoria dell'isolamento delle comunità e delle minoranze (con la diffidenza per ciò che viene dall'esterno, comune in fondo all'intera nazione: significativa la scena in cui i ragazzi vengono puniti perché hanno cercato di guardare canali televisivi stranieri via satellite), come metafora del cambiamento che schiaccia le realtà più povere e rurali (la vendita della nave), come ritratto della capacità di arrangiarsi e reinventarsi sfruttando ogni risorsa a disposizione, come immagine del conflitto fra materialismo e umanesimo. Grazie anche a ottime interpretazioni e all'originale ambientazione, la solida regia alterna un pragmatico realismo a suggestioni simboliche e allegoriche. Tratto da una pièce teatrale scritta dieci anni prima dallo stesso regista, è stato girato presso il porto di Bandar Abbas, sulla costa iraniana del Golfo Persico.