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21 dicembre 2022

Paura e delirio a Las Vegas (T. Gilliam, 1998)

Paura e delirio a Las Vegas (Fear and loathing in Las Vegas)
di Terry Gilliam – USA 1998
con Johnny Depp, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Con una valigetta piena di droghe ed alcolici, a bordo di una cabriolet rossa, il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp) e il suo avvocato Dottor Gonzo (Benicio del Toro) attraversano il deserto per recarsi da Los Angeles a Las Vegas. Qui, continuamente sotto l'effetto degli stupefacenti (LSD, mescalina, etere), assisteranno a una corsa motociclistica, irromperanno in un convegno di procuratori distrettuali, devasteranno due stanze d'albergo e trascorreranno giornate e nottate all'insegna degli eccessi, di allucinazioni psichedeliche e di una follia anarchica e confusionaria. Film fluttuante e imprevedibile, tratto dal romanzo di Hunter S. Thompson, nel cui titolo si parla però di "disgusto", non di "delirio": la scelta dei distributori italiani di cambiarlo mostra tutta la loro incapacità di cogliere il vero significato della pellicola, che non è un semplice "delirio" ma una dichiarazione di rigetto verso un mondo ipocrita e perbenista, una fuga esistenziale, un modo per rendere esplicita la crisi del sogno americano. Il film si svolge infatti nel 1971, all'alba di un decennio che rappresenta la pietra tombale sugli ideali universali e i sogni di rivoluzione e cambiamento degli anni sessanta. La guerra del Vietnam, le apparizioni di Nixon in televisione, l'edonismo sfrenato di cui proprio Las Vegas (con i suoi casinò, i suoi circhi, i suoi eventi ricchi di celebrità) è il simbolo, costringono di fatto i due protagonisti a fuggire da sé stessi e dal mondo, rifugiandosi in una realtà alternativa e ribelle, popolata da rettili umanoidi e visioni alterate, ma capace di mettere in luce le contraddizioni e le ipocrisie della società che li circonda. La regia di Gilliam, che dà sfogo a tutto il suo talento visionario (con l'uso del grandangolo, le inquadrature sghembe e ondeggianti, i colori caldi e forti della fotografia di Nicola Pecorini), è al servizio di una trama episodica e quasi inesistente, mentre è notevole il tour de force dei due interpreti, dove spicca soprattutto uno straordinario Depp, con la pelata e perennemente fuori di testa. Piccole parti per Tobey Maguire (l'autostoppista), Christina Ricci (la pittrice Lucy), Cameron Diaz (la ragazza bionda nell'ascensore), Ellen Barkin (la cameriera del diner), Gary Busey (il poliziotto stradale).

12 settembre 2020

I banditi del tempo (Terry Gilliam, 1981)

I banditi del tempo (Time Bandits)
di Terry Gilliam – GB 1981
con Craig Warnock, David Rappaport
***

Rivisto in TV.

Bambino sognatore e appassionato di storia, ma trascurato dai genitori, il piccolo Kevin (Craig Warnock) viene coinvolto da una banda di nani – in grado di viaggiare nel tempo grazie a una mappa che indica tutti i "buchi" temporali rimasti nel tessuto del creato – in una sarabanda di avventure attraverso varie epoche. I nani, che hanno trafugato la mappa all'"essere supremo" per il quale lavoravano, intendono usarla per compiere furti qua e là (sottraggono per esempio il bottino di guerra di Napoleone e il tesoro di Agamennone): ma il Male (David Warner), una sorta di diavolo, intende appropriarsene per sovvertire l'universo e ricrearlo in forma tecnologica. Scritto da Terry Gilliam insieme a Michael Palin, suo ex compagno al tempo dei Monty Python (e che appare in un paio di scenette cameo in compagnia di Shelley Duvall), un film che mescola in maniera assai creativa suggestioni fiabesche e avventurose provenienti dalle fonti più disparate: l'incipit con i nani che escono dall'armadio evoca al contempo J.R.R. Tolkien ("Lo Hobbit") e C.S. Lewis ("Le cronache di Narnia"), altri elementi ricordano "Alice nel paese delle meraviglie", "Il mago di Oz" (il volto fluttuante dell'essere supremo) o "I viaggi di Gulliver". Il risultato è un pastiche un po' episodico, che svaria in più direzioni e non privo di anacronismi, ma ricco di inventiva visionaria e surreale (valorizzata dal buon valore produttivo: la fotografia è di Peter Biziou), senza contare l'humour nero, dissacrante e satirico tipico dei Monty Python (vedi lo sfrenato consumismo dei genitori di Kevin, ossessionati dagli elettrodomestici, che alla fine vengono puniti come nelle fiabe). Fra le epoche attraversate ci sono le guerre napoleoniche in Italia (la battaglia di Castiglione) con Ian Holm nei panni di Bonaparte (un ruolo che l'attore aveva già interpretato nella serie televisiva "Napoleone e le donne" del 1974, e che riprenderà ne "I vestiti nuovi dell'imperatore" nel 2001), il medioevo inglese (con John Cleese, altro ex Monty Python, nel ruolo di un comico Robin Hood), il Titanic (mitica la battuta "Cameriere, altro champagne. Con molto ghiaccio!") e l'antica Grecia (con Sean Connery nei panni di un eroico Agamennone che uccide un minotauro), prima di trasferirci in ambito fantasy nella cosiddetta "era delle leggende", al di fuori della storia conosciuta, dove i protagonisti affronteranno orchi e giganti prima di essere catturati dal Male e imprigionati nella fortezza delle tenebre eterne. Per salvarli, dovrà intervenire di persona l'essere supremo (un dimesso e irresistibile Ralph Richardson). La banda dei nani è composta da David Rappaport (Randall), Kenny "C1-P8" Baker (Fidgit), Malcolm Dixon (Strutter), Mike Edmonds (Og), Jack Purvis (Wally) e Tiny Ross (Vermin): c'è chi ha visto nei sei nani un riferimento ai sei membri dei Monty Python. Peter Vaughan e Katherine Helmond sono l'orco e sua moglie, Jim Broadbent il presentatore dello show televisivo. Micene e il regno di Agamennone sono stati ricostruiti in Marocco, nelle stesse località dove Connery aveva già girato "L'uomo che volle farsi re". La canzone sui titoli di coda, "Dream Away", è composta da George Harrison, l'ex Beatle che ha finanziato la pellicola con la sua casa di produzione indipendente HandMade Films.

23 gennaio 2020

Monty Python e il sacro Graal (Gilliam, Jones, 1975)

Monty Python e il sacro Graal (Monty Python and the Holy Grail)
di Terry Gilliam, Terry Jones – GB 1975
con Graham Chapman, John Cleese
***1/2

Rivisto in TV, in originale con sottotitoli, per ricordare Terry Jones.

Il primo lungometraggio vero e proprio del gruppo comico britannico dei Monty Python (composto da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin), dopo la raccolta di sketch "E ora qualcosa di completamente diverso", è una parodia dei miti di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, le cui vicende sono trasposte in un medioevo cupo, sporco e del tutto privo del glamour tipico dei lungometraggi hollywoodiani: un medioevo la cui natura fittizia è però rivelata a più riprese, segnatamente nel finale in cui la pellicola viene interrotta bruscamente e sul più bello dall'arrivo della moderna polizia che arresta gli attori e la troupe. Il risultato è un capolavoro di umorismo nonsense, comicità surreale e corrosiva, ironia british e non sequitur, che si alternano su un canovaccio che segue i vari personaggi impegnati nella ricerca del Santo Graal, compito affidato loro direttamente da Dio (che appare in animazione: i disegni e i cartoon sono, come sempre, opera di Terry Gilliam). Tutti i membri del gruppo interpretano diversi ruoli, anche en travesti: ma in particolare Chapman è Re Artù, Gilliam è lo scudiero Patsy (nonché "il vecchio della scena 24", ovvero il guardiano del Ponte della Morte che pone tre domande a chi cerca di passare), Cleese è il coraggioso ma troppo impulsivo Lancillotto (ma anche il bizzarro soldato francese che insulta Artù nei modi più assurdi e inventivi, o lo stregone Tim), Idle è il codardo Sir Robin (sempre seguito da una flotta di menestrelli che ne cantano le "gesta"), Jones è l'astuto Sir Bedevere (che per espugnare un castello escogita la costruzione di un "coniglio di Troia", dimenticandosi però che qualcuno doveva nascondervisi dentro) nonché l'effemminato principe Herbet, e Palin è Sir Galahad "il casto", nonché il capo dei cavalieri che dicono "Tiè!" (ma nell'originale dicono "Ni!"). La povertà del budget dà origine a grandi trovate creative: a parte l'uso dell'animazione, da ricordare le noci di cocco che vengono sbattute fra loro per simulare gli zoccoli dei cavalli (un "trucco" che viene scopertamente commentato in una delle prime scene del film), e le scenografie ripetute (i castelli diroccati, tutti uguali, immersi nelle brughiere scozzesi). Innumerevoli comunque le gag, tanto stupide, surreali o grottesche quanto memorabili, sin dai titoli di testa con i loro farlocchi sottotitoli in "svedese" (interrotti più volte dal licenziamento e dalla sostituzione dei responsabili): la discussione sulle rondini che trasportano noci di cocco, il duello contro il Cavaliere Nero, il castello assediato che risponde a colpi di vacche, il cavaliere con tre teste, le due guardie che devono sorvegliare il figlio del re per non farlo uscire dalla stanza, il coniglio feroce a guardia della caverna, il castello di Aaargh, la santa granata... Per la prima volta il gruppo dei Monty Python decide di non ricorrere a un regista esterno (come Ian MacNaughton, che aveva diretto i loro sketch precedenti) ma di fare tutto in famiglia: la pellicola segna così l'esordio alla regia sia per Gilliam (destinato poi a una brillante carriera dietro la macchina da presa) che per Jones. Diventato di culto in patria e negli Stati Uniti, il film ha dato origine anche a un musical teatrale, "Spamalot". Il doppiaggio della versione italiana, a lungo nota semplicemente con il titolo "Monty Python", realizzato dagli attori della compagnia teatrale del Bagaglino (fra cui Oreste Lionello, Bombolo e Pippo Franco), fa ampio uso di dialetti regionali e modifica diverse battute, spesso con allusioni sessuali (in ossequio al genere "boccaccesco" che andava di moda in quel periodo), per fortuna senza alterare più di tanto il senso della storia.

5 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (T. Gilliam, 2018)

L'uomo che uccise Don Chisciotte (The man who killed Don Quixote)
di Terry Gilliam – GB/Spa/Fra/Por/Bel 2018
con Adam Driver, Jonathan Pryce
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Mentre si trova in Spagna per la lavorazione di uno spot pubblicitario, il cinico e disilluso regista Toby Grisoni (Adam Driver) scopre che Javier (Jonathan Pryce), l'anziano ciabattino che dieci anni prima aveva interpretato per lui il ruolo di Don Chisciotte in un film studentesco girato in quegli stessi luoghi, è impazzito e crede di essere davvero il leggendario personaggio di Cervantes. Convinto che Toby sia Sancho Panza, il vecchio lo coinvolgerà nelle proprie illusioni, trascinandolo con sé in una serie di disavventure picaresche in una campagna arcaica e religiosa, a metà strada fra il sogno e la realtà, fino a una folle serata in una festa in costume nel castello di un oligarca russo. Testamento della creatività e della forza di volontà di Gilliam, nonché summa di tutto il suo cinema (per dirne alcune: la (con)fusione fra immaginazione e realtà viene da "La leggenda del re pescatore", la serie di peripezie fantastiche ed esagerate da "Le avventure del barone di Munchausen", il medioevo grottesco e parodistico da "Monty Python e il sacro Graal"), il film esce finalmente nelle sale dopo una lunghissima gestazione, grane finanziarie e legali e una ventina d'anni di tentativi, problemi e incidenti di ogni genere (raccontati con dovizia di particolari nel documentario "Lost in La Mancha", che mostra il dietro le quinte delle riprese del 2000, quando gli attori protagonisti avrebbero dovuto essere Johnny Depp e Jean Rochefort). Ed è curioso ricordare come anche un altro celebre regista visionario e indipendente, Orson Welles, abbia lavorato per anni a un "Don Chisciotte", nel suo caso rimasto incompiuto. Caotico, diseguale, confusionario, colorato, sopra le righe, con una messinscena elaborata e barocca, il film tocca i temi da sempre cari al cineasta americano, su tutti la potenza della fantasia e dell'immaginazione: è evidente come per Gilliam fosse irresistibile la fascinazione per un personaggio come Don Chisciotte, che viene qui visto come un archetipo immortale, che si reincarna continuamente per continuare a vivere sulla faccia della Terra, anche a distanza di secoli. D'altronde, le avventure di Chisciotte erano sin dall'inizio il prodotto della sua folle fantasia, il desiderio di mantenere in vita l'epopea cavalleresca anche in tempi moderni, in un mondo cambiato e dove le antiche regole della cortesia e dell'onore non esistono più (siamo ora in un mondo che vive nel timore dei terroristi musulmani, o dove i ricchi, con i loro abusi e le loro prepotenze, fanno il bello e il cattivo tempo, "giocando" a ricostruire un medioevo farlocco e stereotipato). Che proprio un regista, ovvero un uomo che per mestiere crea fantasie e illusioni, sia destinato a rinverdire i fasti di Don Chisciotte è dunque assolutamente coerente. Adam Driver si cala nella parte che avrebbe dovuto essere di Johnny Depp imitandone il modo di recitare, tanto che in numerose scene è difficile non pensare proprio a lui. L'ottimo Pryce è un habituè di Gilliam, avendo recitato già in "Brazil", "Munchausen" e "I fratelli Grimm". Nel resto del cast si riconoscono Stellan Skarsgård (il produttore), Olga Kurylenko (la moglie del capo) e Rossy de Palma (una contadina). Joana Ribeiro è Angelica, la "Dulcinea" del caso, Óscar Jaenada il misterioso gitano.

19 settembre 2013

The zero theorem (Terry Gilliam, 2013)

The zero theorem - Tutto è vanità (The zero theorem)
di Terry Gilliam – GB 2013
con Christoph Waltz, Mélanie Thierry
***

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

In un futuro dominato dalla pubblicità, dai computer e dalle videocamere, e dove tutto – dal lavoro al sesso – ha i connotati di un videogioco, l'asociale programmatore Qohen Leth (Christoph Waltz) si occupa di calcolare "entità" per divisione di ricerca ontologica della mega-corporazione Mancom. In seguito alle sue continue richieste di poter lavorare da casa, viene incaricato da Management, l'elusivo e cameleontico boss della società, di dimostrare il "teorema zero", un complesso calcolo sul destino finale dell'universo e sul significato stesso dell'esistenza umana. Terry Gilliam torna con successo alla fantascienza visionaria, distopica e sociale che gli è tanto cara ("Brazil", "L'esercito delle dodici scimmie") e sforna una pellicola intima, claustrofobica, dai toni psicologici e – soprattutto – filosofici. Al centro di tutto (è praticamente sempre in scena) c'è il personaggio di Qohen Leth con la sua personalità complessata e antisociale, emotivamente disturbato, che parla di sé stesso al plurale (come Gollum) ed è convinto che riceverà, prima o poi, una telefonata di origine divina che gli spiegherà il senso della sua vita. Per questo motivo non ama uscire di casa (abita in una chiesa sconsacrata e abbandonata, infestata da topi e colombe) e rifugge la compagnia degli altri esseri umani. A tirarlo fuori dal suo guscio proveranno, con esiti diversi, la prostituta Bainsley (Mélanie Thierry), che lo spinge a unirsi a lei in sedute di sesso virtuale, e il giovane hacker Bob (Lucas Hedges), figlio di Management, interessato affinché Qohen completi la dimostrazione del teorema zero. Secondo quest'ultimo, l'universo si concluderà come è iniziato, collassando nel nulla all'interno di un buco nero, e dunque non esiste né un aldilà né un significato ultimo: quale scenario migliore per una corporazione come la Mancom – il cui slogan è "Dare un senso alle cose belle" – per prosperare a colpi di consumismo e di edonismo virtuale? Ma a Qohen tutto questo non interessa, e l'uomo esegue i suoi estenuanti calcoli senza curarsi di quello che significano... almeno fino a quando la giovane Bainsley non lo porterà a mutare radicalmente le sue prospettive. Concepito già nel 2009 (il ruolo di protagonista avrebbe dovuto essere di Billy Bob Thornton), il film è stato rinviato in seguito alla morte del produttore Richard D. Zanuck, alla cui memoria è dedicato. Alla fine è stato girato a Bucarest, in Romania, con un budget relativamente basso e in un limitato periodo di tempo (almeno rispetto agli altri film del regista). Fra i molti rimandi kafkiani, da segnalare l'eterna attesa di Qohen per una telefonata che forse non arriverà mai, forse un rimando al racconto dello scrittore ceco "Davanti alla legge". Ma il vero punto di forza del film (oltre alla prova di Waltz) è la straordinaria capacità inventiva di Gilliam, capace di deformare in modo grottesco e visionario il presente, le sue tendenze e le sue ossessioni, per dare vita a un futuro che non è altro, in fondo, che una ironica parodia della nostra vita quotidiana. Nel cast anche David Thewlis (l'"amichevole" supervisore di Qohen), Matt Damon (il camaleontico Management, che si confonde con l'ambiente) e un'eccezionale e irriconoscibile Tilda Swinton (la psicanalista virtuale).

1 giugno 2011

The wholly family (T. Gilliam, 2011)

The wholly family (id.)
di Terry Gilliam – Italia 2011
con Nicolas Connolly, Cristiana Capotondi
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi.

Una famiglia di turisti americani cammina per le strade e i vicoli di Napoli, dove il bambino rimane talmente affascinato da una statuetta di Pulcinella da rubarla quando i genitori si rifiutano di comprargliela. Di notte la statuetta si animerà, e con l’aiuto di una serie di Pulcinella in carne e ossa lo trasporterà in un viaggio onirico e inquietante fra catacombe, ospedali, ristoranti e sale da ballo. Al risveglio, saprà come riportare la pace fra i litigiosi genitori: e anche la sua famiglia potrà dirsi felice come quelle ritratte dalle figurine del presepe che i venditori espongono per la strada. Parte di una serie di short “sponsorizzati” da una nota marca di pasta per rilanciare l’immagine di Napoli (i film precedenti sono stati realizzati da Pappi Corsicato e Valeria Golino), proiettato nelle sale in abbinamento a "Cirkus Columbia" di Danis Tanovic, questo cortometraggio di 20 minuti può vantare tutta la cattiveria, l’ironia e la visionarietà tipiche di Terry Gilliam. I grotteschi Pulcinella (fra i vari attori spicca Renato De Maria) che offrono piatti su piatti di pasta al piccolo protagonista e che lo guidano in un viaggio notturno alla ricerca dell’armonia famigliare perduta non si dimenticano facilmente. Se nella sequenza del sogno non mancano momenti degni del miglior surrealismo (si pensi al reparto maternità dell’ospedale, con i bambini che nascono dalle uova e il piccolo protagonista che, gettato via dalla madre, va in pezzi come un bambolotto), anche quando ritrae il mondo “reale” l’ex Monty Python non si limita a mostrare gli aspetti più patinati e folcloristici di Napoli ma anche quelli che agli occhi di un inglese o di un americano possono sembrare più sgradevoli o scioccanti (le montagne di spazzatura, l’invadenza anche “fisica” degli abitanti).

14 gennaio 2010

La leggenda del re pescatore (T. Gilliam, 1991)

La leggenda del re pescatore (The fisher king)
di Terry Gilliam – USA 1991
con Jeff Bridges, Robin Williams
***1/2

Rivisto in DVD, con Ginevra, Giovanni e Rachele.

La carriera di Jake Lucas, speaker radiofonico cinico e rampante, si arresta bruscamente quando spinge senza volerlo uno dei suoi ascoltatori a compiere una strage in un locale di Manhattan frequentato da yuppie. Sconvolto dai sensi di colpa, Jake finisce col ritirarsi dal mondo: ma verrà scosso dall'incontro con l'eccentrico Parry, ex professore di storia trasformatosi in un barbone e precipitato nella follia dopo aver perso la moglie proprio in quella sparatoria. Convinto di essere un cavaliere medievale e di avere il compito di recuperare il Santo Graal (in realtà un trofeo custodito nella libreria di una casa sulla quinta avenue), Parry chiede l'aiuto di Jake, il quale – sentendosi responsabile del suo stato – se ne prende a cuore le sorti e cerca di ripagare il proprio debito aiutandolo a conquistare il cuore della goffa impiegata Lydia, di cui Parry è invaghito. Ma chi ha veramente bisogno di aiuto è Jake, non Parry: e per risorgere dall'inferno in cui è precipitato dovrà fare ben di più, calandosi fino in fondo nel mondo irreale e fiabesco dell'amico e lasciandosi guidare da lui fino a riscoprire la semplicità della vita e la bellezza del mondo che lo circonda. Uno dei migliori film di Terry Gilliam, nonostante si tratti di un progetto non suo (è il primo lungometraggio al quale non ha collaborato a livello di scrittura – anche se il Santo Graal, la follia e gli elementi fantastici in un contesto urbano sono elementi tipici delle sue opere – nonché il primo in cui non figura nessuno degli ex membri dei Monty Python). Le tendenze più estreme e visionarie del regista vengono tenute sotto controllo dall'ottima sceneggiatura di Richard LaGravanese, capace di fondere romanticismo ed elogio della pazzia e di lavorare sui temi del perdono, della redenzione e della grazia divina, benché alcuni passaggi – soprattutto nel finale – sembrino un po' affrettati. Davvero ottimi i due interpreti, ben affiancati da Mercedes Ruehl e Amanda Plummer (e c'è anche un cameo di Tom Waits), per non parlare della buffa drag queen Michael Jeter. Ma a colpire è soprattutto la trasfigurazione in chiave fantasy e surreale della città di New York, trasformata (grazie a luci, effetti, scenografie e alla fotografia di Roger Pratt) in un'ambientazione fiabesca e medievale, con tanto di castelli, boschi e cavalieri, dove la verità e la bellezza si nascondono fra montagne di rifiuti, negli scantinati, in scalcinati videoshop, in contrapposizione ai freddi attici e ai grattacieli dei quartieri alti. Come regista, Gilliam aggiunge molte idee di suo: meravigliosa, per esempio, la sequenza in cui Perry sta seguendo Lydia e, per un momento, la hall della stazione si trasforma in un salone da ballo; visivamente interessante anche l'interno del palazzo-castello, con le scalinate che sembrano uscire da un quadro di M. C. Escher. In una scena è ben visibile un poster di "Brazil" sulla parete, mentre fra le canzoni intonate da Robin Williams spiccano "How about you?" (più volte) e "Lydia the tattooed lady" (resa celebre da Groucho Marx). Nel ciclo arturiano, il "re pescatore" è il malato custode del Santo Graal che può essere curato dalla sua infermità soltanto grazie all'intervento di un "eletto" dall'animo semplice: nel film questo personaggio può essere identificato con ciascuno dei due protagonisti, visto che in un certo senso Jake e Parry si guariscono a vicenda.

21 dicembre 2009

I fratelli Grimm (Terry Gilliam, 2005)

I fratelli Grimm e l'incantevole strega (The brothers Grimm)
di Terry Gilliam – GB/USA 2005
con Matt Damon, Heath Ledger
**

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Nella Germania occupata dai francesi (siamo nel diciannovesimo secolo), i fratelli Wilhelm ("Will") e Jacob ("Jake") Grimm si guadagnano da vivere fingendo di essere cacciatori di streghe, mostri e demoni, e approfittando della credulità popolare. Ma quando si troveranno di fronte a una vera strega (una regina prigioniera della propria vanità, divenuta immortale ma tuttora in cerca dell'eterna giovinezza), dovranno ricorrere a ben altro che ai trucchi da baraccone in loro possesso. E accumuleranno tanti spunti e informazioni interessanti da convincerli a cambiare mestiere e diventare quei narratori di fiabe come oggi li conosciamo. Ambizioso film in costume che ricorda per certi versi alcuni film di Tim Burton (segnatamente "Sleepy Hollow"), è però caratterizzato da un tono leggermente comico-farsesco che impedisce alla pellicola di farsi prendere sul serio, di fare veramente paura o di sprigionare un autentico fascino dell'avventura o del fiabesco. Non bastano purtroppo brevi citazioni o riferimenti a favole celebri (da Cappuccetto Rosso ad Hänsel e Gretel, da Biancaneve alla Bella Addormentata, da Raperonzolo a Jack e il fagiolo magico, dall'omino di marzapane al principe ranocchio) per tenere insieme un film che, pur non disprezzabile dal lato dell'intrattenimento, non è certo da annoverare fra i più memorabili di Gilliam. Buoni, comunque, costumi, scenografie ed effetti speciali. Il momento più divertente, per me, è quando Jake si getta dalla torre attaccato ai capelli della strega, gridando "Raperonzolo!". Il rapporto fra i due personaggi principali, che degli autentici Grimm non hanno nulla, è all'insegna di un conflitto piuttosto banale (il "razionale" Will contro il "credulone" Jake). Il titolo italiano gioca a ingigantire la presenza di Monica Bellucci, affiancando il suo personaggio al nome dei due protagonisti. Fra gli attori, comunque, spiccano anche la bella Lena Headey (la selvaggia cacciatrice che aiuta i nostri eroi), il buffo Peter Stormare (nei panni dello sgherro italiano Mercurio Cavaldi) e il sempre raffinato Jonathan Pryce (il crudele generale francese). Come tutti i film di Gilliam, anche questo ha subito alcune traversie produttive, per esempio a livello di cast. Nel ruolo di Will, Gilliam avrebbe voluto Johnny Depp: ma il produttore Bob Weinstein gli impose Matt Damon perché riteneva che Depp non fosse "abbastanza famoso commercialmente"; per Cavaldi il regista aveva pensato a Robin Williams, che poi ha rinunciato; e per la regina malvagia, il ruolo era stato proposto – prima che alla Bellucci – anche a Nicole Kidman e Uma Thurman. La pellicola è stata girata interamente nella Repubblica Ceca, e Gilliam ha dovuto rinunciare a diversi suoi collaboratori abituali che non erano graditi ai produttori.

29 ottobre 2009

Parnassus (Terry Gilliam, 2009)

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
di Terry Gilliam – Gran Bretagna 2009
con Heath Ledger, Christopher Plummer
**

Visto al cinema Orfeo, con Albertino e altra gente.

L'anziano Dottor Parnassus, che ha ricevuto l'immortalità dal diavolo e vi ha poi rinunciato per amore, si aggira nella Londra contemporanea imbastendo con una scalcinata troupe itinerante uno spettacolo da baraccone per convertire la gente al potere dell'immaginazione: attraverso lo specchio finto che si trova sul palco, infatti, si accede a mondi fantastici dove è possibile essere purificati dai propri vizi e dai propri difetti. Ma gli "affari" vanno male: e pur di salvare la propria figlia Valentina, che il mefistofelico Mr. Nick verrà a prendersi nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Parnassus accetta di fare una nuova scommessa con il demonio. Ad aiutarlo interverrà un misterioso giovane, Tony, coinvolto in loschi traffici finanziari e (forse) sovrannaturali. Caotico, visionario, irreale, grottesco, confuso e sovraccarico, "The Imaginarium of Doctor Parnassus" (ma quanto è più bello e appropriato il titolo originale?) è indubbiamente un film con più difetti che pregi. Chi cerca una narrazione tradizionale, un minimo equilibrio fra storia e personaggi, uno sviluppo soddisfacente delle premesse, rimarrà deluso. Chi si accontenta invece della grandiosità visiva, di scenari surreali e onirici, del gusto retrò e ottocentesco tipico del regista, troverà pane per i suoi denti. Personalmente, conoscendo Gilliam e sapendo già cosa aspettarmi, sono riuscito a godermi abbastanza questo virtuosistico e immaginifico esercizio di stile, il cui tema ultimo può essere individuato nell'elogio della narrazione per immagini (Parnassus è un chiaro alter ego di Gilliam stesso). Non si tratta certamente di uno dei suoi lavori migliori, ma rispecchia al proprio interno quasi ogni altra cosa che l'autore ha fatto in passato, dalla fusione fra vita e teatro e dal personaggio che racconta storie e crea mondi de "Le avventure del barone di Münchhausen" all'anima perduta in cerca di identità e all'irruzione di antiche fantasie in un mondo moderno e contemporaneo de "La leggenda del re pescatore", dal gusto per l'animazione e per le invenzioni visive degli esordi (qui sorrette dalla computer grafica più che dai disegni e dai collage) fino alle scenette comiche e trasgressive – sì, ci sono persino quelle! – degli sketch con i Monty Python (il balletto dei poliziotti è uno dei momenti migliori del film). E anche dal lato extra-filmico la pellicola può essere vista come un paradigma dell'intera carriera del regista, funestata spesso da intoppi e impedimenti di lavorazione. La morte improvvisa di Heath Ledger, avvenuta durante le riprese e qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo (aveva già vinto un Oscar postumo con "Il cavaliere oscuro"), ha costretto probabilmente Gilliam a modificare in parte la sceneggiatura (e la pellicola ne risente: la seconda metà è decisamente inferiore alla prima). Per poter completare il film, nel ruolo di Tony si sono succeduti anche Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell (quest'ultimo con il maggiore tempo sullo schermo, compreso tutto il finale), e non a caso la pellicola si chiude con la didascalia "Un film di Heath Ledger e amici". Il resto del cast, comunque, è all'altezza. Su tutti spiccano Tom Waits nei panni di Mr. Nick, diavolo con bombetta e sigaro, e la modella Lily Cole (con un corpo e un volto fuori dal comune, un po' alla Devon Aoki) in quelli di Valentina. Ma vanno ricordati anche Christopher Plummer (il dottor Parnassus), Andrew Garfield (il suo giovane assistente Anton) e Verne Troyer (lo gnomo Percy).

27 luglio 2006

Jabberwocky (T. Gilliam, 1977)

Jabberwocky (id.)
di Terry Gilliam – Gran Bretagna 1977
con Michael Palin, Max Wall
**1/2

Cenorava. E i visciattivi cavatalucerti
Girillavano e sfrocchiavano nella serbaja;
mollicciattoli eran gli spennatoli
e gli smarriti verporcelli fistarnuiurlavano.
"Guardati dal mascellodonte, figlio mio!
Le mascelle che mordono e le tenaglie che afferrano.
Sii sospettoso del rapace malco ed evita
lo schiumarioso Bamariolo!

Rivisto in DVD con Monica, Roberto e una marea di altra gente, in originale con sottotitoli.

Non è propriamente un film dei Monty Python (oltre a Gilliam e Palin vi ha partecipato solo Terry Jones), ma ha molto in comune con "Il sacro Graal" di soli due anni prima, a partire dall'ambientazione. Il medioevo inglese, anzi, qui è ancor meglio ricostruito, con tutte le sue lordure, la povertà e l'oscurantismo (nulla a che vedere con lo scenario pulito e disneyano dei film americani dello stesso genere). Il film si ispira alla filastrocca omonima di Lewis Carroll, un gioco linguistico pieno di parole inventate: nei sottotitoli italiani, il nome Jabberwocky è tradotto "ciarlestrone", mentre nella versione che ho sul libro "Gödel, Escher, Bach" era "mascellodonte". L'umorismo di Gilliam si sposa bene al nonsense di Carroll, e il risultato è a tratti esilarante: vedi le scene con il re Bruno il Discutibile, il suo estenuante araldo, i suonatori, i cavalieri che giocano a nascondino, gli uomini vestiti da suora, eccetera. Rispetto a "Monty Python e il sacro Graal", come detto, c'è un maggiore impegno produttivo, anche se manca la coralità del film precedente e lo spettro delle gag è ridotto. Comunque, ad avercene oggi film così.