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12 giugno 2019

L'arbitro (Paolo Zucca, 2013)

L'arbitro
di Paolo Zucca – Italia 2013
con Stefano Accorsi, Jacopo Cullin
**

Visto in TV.

L'arbitro di calcio Cruciani (Stefano Accorsi) aspira a dirigere un'importante finale europea. Caduto in disgrazia, sarà invece inviato per punizione in Sardegna ad arbitrare lo scontro diretto fra due formazioni di Terza Categoria, il Montecrastu e l'Atletico Pabarile. La prima è guidata dall'arrogante proprietario terriero Brai (Alessio Di Clemente), la seconda – da sempre umiliata dai rivali – ha ritrovato entusiasmo ed orgoglio grazie all'oriundo argentino Matzutzi (Jacopo Cullin), innamorato della bella Miranda (Geppi Cucciari), figlia dell'allenatore cieco Prospero (Benito Urgu). All'esordio nel lungometraggio, Zucca amplia e adatta un suo precedente corto (che aveva vinto nel 2009 il David di Donatello come miglior cortometraggio), e si vede: nonostante gli spunti interessanti non manchino (e le scene ambientate nel desolato entroterra sardo – che si alternano in modo un po' scollato con quelle legate al dietro le quinte del gotha del calcio – hanno il loro perché nel raccontare il mondo del pallone "minore", fatto di passione, entusiasmo e accese rivalità campanilistiche), la pellicola ha il respiro corto e presenta molti "riempitivi" (come tutta la superflua sottotrama sulla faida fra i pastori-cugini). L'aspetto più interessante è quello estetico-visivo: girato in bianco e nero, con una certa velleità autoriale, il film ondeggia fra numerosi registri, forse troppi (il neorealismo, la farsa, la citazione (l'ultima cena), il cinema muto, l'apologo morale, persino il western), ma mantiene essenzialmente il tono di una commedia che sconfina nella parodia o nella satira, con parecchi riferimenti – non certo velati – a fatti o personaggi reali: vedi l'arbitro corrotto Mureno (Francesco Pannofino) o il designatore maneggione Candido (Marco Messeri), che fanno il verso rispettivamente a Byron Moreno e Innocenzo Mazzini. Eppure proprio queste figure-macchiette sono i personaggi migliori della pellicola, che invece fatica a uscire dai luoghi comuni nella sua esile trama principale, scivolando nella confusione sul finale. Della parabola personale del meticoloso, ambizioso e religioso protagonista, invece, finisce per importarcene poco.

29 marzo 2019

Freedom fields (Naziha Arebi, 2018)

Freedom fields
di Naziha Arebi – Libia/GB 2018
con attori non professionisti
**

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Un documentario che racconta del tentativo di mettere in piedi una nazionale femminile di calcio nella Libia post-Gheddafi, dopo una rivoluzione che, anziché dare la libertà promessa, ha finito col rendere ancora più difficile la vita delle donne. L'ostilità e i pregiudizi che le calciatrici ricevono da ogni parte di una società che non approva il loro impegno nello sport fa naufragare ben presto il progetto della federazione, lasciando le giovani atlete completamente da sole. E dopo aver seguito alcune delle protagoniste nella loro difficile vita di tutti i giorni, il film documenta il loro viaggio in Libano per partecipare (come squadra "privata") a un torneo di calcio riservato a calciatrici dei paesi arabi. Girata nell'arco di cinque anni, una pellicola interessante (dove i temi dello sport e dell'autodeterminazione delle donne vanno a braccetto) ma anche un po' noiosetta, che a un certo punto tende a sfilacciarsi, forse anche perché la regista ha dovuto modificare in corsa il suo progetto quando gli eventi reali non sono andati come ci si sarebbe aspettati all'inizio.

2 ottobre 2016

Eccezzziunale... veramente (C. Vanzina, 1982)

Eccezzziunale... veramente
di Carlo Vanzina – Italia 1982
con Diego Abatantuono, Stefania Sandrelli
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Nel film che lo consacra come attore comico, Abatantuono riporta sullo schermo la figura del "terrunciello", ingenuo, ignorante e sgrammaticato, che ha caratterizzato la prima parte della sua carriera (anche teatrale), declinandola però in tre diversi personaggi. Seguiamo così le storie parallele di tre tifosi di calcio, rispettivamente del Milan, dell'Inter e della Juventus. Il capo ultras rossonero Donato, soprannominato "Il ras della Fossa", si innamora di Loredana (Stefania Sandrelli), fidanzata del rivale interista Sandrino, e cerca di nascondere alla ragazza (che odia il calcio) la propria passione per il Milan. Il nerazzurro Franco, vittima di uno scherzo degli amici (Massimo Boldi, Teo Teocoli, Ugo Conti), crede di aver vinto al Totocalcio e si indebita fino al collo. Per rimediare, i quattro pianificheranno la corruzione di un arbitro. Il camionista bianconero Tirzan, pur di seguire la sua squadra anche in una trasferta europea, si offre di guidare il tir di un collega: ma a Parigi gli ruberanno il camion. Tre episodi di qualità diseguale (quello dello juventino è senza dubbio il meno riuscito), costellati di tormentoni ("Viuleeeenza!") e battute più o meno divertenti, con spalle e macchiette che fanno da contorno alla comicità grezza ma dirompente di Abatantuono. E proprio il carisma e l'energia dell'attore, che canta anche la celebre title song, tengono a galla un film che dal punto di vista cinematografico è piuttosto carente, da ascrivere a pieno diritto in quella deriva trash e televisiva che la commedia all'italiana aveva preso agli inizi degli anni ottanta. Proprio in questo periodo, fra l'altro, apparvero tutte insieme numerose commedie a tema calcistico ("L'allenatore nel pallone", "Il tifoso, l'arbitro e il calciatore", "Paulo Roberto Cotechiño..."): insolito che non fosse accaduto già prima in un paese, come l'Italia, dove il pallone è sempre stato al centro dell'attenzione popolare. Diventato un film di culto (anche grazie ai numerosi passaggi televisivi), nel 2006 Vanzina e Abatantuono ne realizzeranno un sequel non certo all'altezza. Curiosità: nel progetto originale, poi mofidicato, il film avrebbe dovuto comprendere quattro episodi con protagonisti Carlo Verdone, Massimo Troisi, Roberto Benigni e Diego Abatantuono (con i primi tre, verosimilmente, tifosi della Roma, del Napoli e della Fiorentina). Nella realtà, sia Abatantuono che i suoi tre amici "interisti" (Boldi, Teocoli e Conti) sono tifosi del Milan.

8 luglio 2016

Il viaggiatore (Abbas Kiarostami, 1974)

Il viaggiatore (Mosafer)
di Abbas Kiarostami – Iran 1974
con Hassan Darabi, Masud Zandbegleh
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Il piccolo Ghassem, figlio di un falegname che vive in una città di provincia, non ha in testa che il calcio. Già bocciato una volta, anziché studiare preferisce trascorrere le sue giornate a giocare a pallone con gli amici, incurante dei rimproveri della madre e delle punizioni che il padre o gli insegnanti gli impartiscono in continuazione. Quando viene a sapere che la nazionale iraniana giocherà una partita a Teheran, progetta di andarla a vedere. Per procurarsi i soldi necessari per il viaggio in autobus e il biglietto dello stadio non esita a rubare, a mentire e a ingannare: sottrae del denaro alla madre, prova a vendere la macchina fotografica dello zio, utilizza quest'ultima per fingere di scattare foto – dietro pagamento – agli alunni di una scuola elementare, e infine vende addirittura le porte con cui gioca la squadra del quartiere. Arrivato finalmente nella capitale, giunge allo stadio con tre ore di anticipo, bighellona un po' in giro, si addormenta e si risveglierà soltanto quando la partita è già terminata. Il primo vero lungometraggio di Kiarostami (il precedente "L'esperienza", oltre che più corto, si basava su un soggetto non suo) è incentrato sul tema del desiderio, assolutamente centrale nel suo cinema, e amplia i contenuti già presenti nel suo secondo cortomentraggio, "La ricreazione". Le azioni di Ghassem, personaggio indimenticabile e pieno di energia anche se tutt'altro che un ragazzo modello, sono rivolte esclusivamente alla realizzazione del suo obiettivo, incurante dei disagi, dei danni o delle delusioni che arreca agli altri: ma che in realtà il ragazzo abbia sensi di colpa è dimostrato nel finale, quando dorme sul prato mentre si sta giocando la partita, e sogna le conseguenze delle sue malefatte (il fallimento all'esame in classe per cui non ha studiato, l'essere inseguito dai ragazzini furibondi ai quali aveva promesso le fotografie). Al suo fianco c'è il fedele amico Akbar, quasi una voce della coscienza: pur coinvolto nelle sue bravate (un po' controvoglia, e in fondo in maniera disinteressata, anche se segretamente invidia l'amico), continuerà a ricordargli gli impegni e gli obblighi (i compiti da fare) e a interrogarsi al posto suo sulle conseguenze di ogni sua azione. Indicativa la scena in cui Akbar, intento a studiare, chiede al protagonista il significato di alcune parole, forse non scelte a caso: "ribelle" e "ambizione".

Quello de "Il viaggiatore" è un ritratto straordinario della fanciullezza, della noncuranza con cui si inseguono i propri obiettivi, con un protagonista esuberante e intraprendente, che appare quanto mai vivo e reale sullo schermo anche grazie alla rappresentazione del suo rapporto con l'ambiente che lo circonda. Il mondo di Ghassem – ma alla sua età come può essere altrimenti? – è onnipotente e autoreferenziale, senza punti di contatto con quello degli adulti (la madre e l'insegnante pensano solo a rimpallarsi le responsabilità della sua mancata educazione) e dunque con la sfera della maturità, che raggiungerà senza dubbio attraverso esperienze e delusioni come quella che conclude la pellicola, primo momento in cui il protagonista entra in contatto con una realtà più ampia (la grande città) di quella in cui finora ha vissuto. Il film mette dunque in scena un passaggio fondamentale della crescita: non sappiamo cosa ne sarà di Ghassem dopo la conclusione della vicenda, se sarà severamente punito e se imparerà dai suoi errori. Probabilmente, però, il viaggio e il suo infausto esito, anche se possono sembrare un semplice episodio di intemperanza, costituiranno un punto di passaggio e di svolta nella sua vita e nella sua crescita. Sotto forma di parabola, la storia illustra come desiderare qualcosa a tutti i costi possa portare infine anche a perderla nel più banale dei modi. Ma come nei migliori film prodotti dai registi iraniani per conto dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, le vicende minimaliste dei ragazzini possono assumere significati che vanno ben al di là di una lettura superficiale o di un messaggio morale o pedagogico. Regia e fotografia sono ottimi esempi di quel realismo poetico, qui ancora in fase embrionale, che farà la fortuna del nuovo cinema iraniano. Da sottolineare soprattutto l'uso delle ellissi (la più evidente è proprio la partita di calcio, così centrale nell'economia della vicenda eppure mai mostrata) e, per la prima volta in un lungometraggio iraniano, del sonoro in presa diretta (un elemento che diventerà distintivo di un'intera cinematografia, spesso usato in maniera creativa e artistica).

8 agosto 2014

Fuga per la vittoria (John Huston, 1981)

Fuga per la vittoria (Escape to victory, aka Victory)
di John Huston – USA 1981
con Sylvester Stallone, Michael Caine
**1/2

Rivisto in TV.

Nel 1941, nella Parigi occupata dai nazisti, viene organizzata una partita di calcio a scopi propagandistici fra una squadra di soldati tedeschi e una composta da prigionieri di guerra alleati, in gran parte ex giocatori. La resistenza francese progetta di far fuggire i prigionieri durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, attraverso un tunnel che sfocia negli spogliatoi, ma i giocatori preferiranno tornare in campo per cercare di vincere l'incontro. Liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto (la cosiddetta "partita della morte", giocata a Kiev nel 1942 fra soldati della Luftwaffe e prigionieri ucraini) già raccontato sullo schermo nel 1962 da due lungometraggi ungheresi e russi, un film dai toni epici e ingenui ma coinvolgente e trascinante, raro caso di incursione del cinema americano sul tema del "soccer". Come spesso accade in questo tipo di pellicole, il cast è nutrito e internazionale: si va da Max von Sydow (il maggiore tedesco Von Steiner, che in passato aveva fatto parte della nazionale tedesca e che si dà da fare per organizzare la partita: sarà l'unico fra i nazisti ad applaudire le prodezze degli avversari) a Michael Caine (il capitano Colby, allenatore e giocatore – nonostante la pancia, improbabile tanto per un atleta quanto per un prigioniero di guerra – della squadra degli alleati), da Sylvester Stallone (il portiere e l'unico giocatore statunitense, con tanto di scarsa conoscenza delle regole del gioco e diffidenze iniziali per uno sport che non consente il placcaggio!) a tutta una serie di fuoriclasse internazionali che interpretano i vari giocatori sul campo (in particolare il brasiliano Pelè, la cui rovesciata per il 4-4 finale è uno dei momenti più memorabili della pellicola; ma anche l'inglese Bobby Moore, l'argentino Osvaldo Ardiles, il polacco Kazimierz Deyna, il belga Paul Van Himst, l'olandese Co Prins, il danese Søren Lindsted e molti altri: ben tre di questi – Pelè, Moore e Ardiles – erano stati campioni del mondo). Se la prima parte del film, con evidenti echi di pellicole belliche tipo "La grande fuga", è puramente introduttiva (ma non mancano spunti interessanti, come la riflessione sulla disparità di trattamento che i nazisti riservavano ai prigionieri dell'Europa dell'est rispetto agli anglosassoni e agli occidentali), la partita di calcio vera e propria, che occupa tutta la parte finale della pellicola, è girata da Huston con stile realistico e una discreta attenzione alle regole dell'epoca (che, per esempio, non contemplavano le sostituzioni: il che spiega come mai Pelé esca dal campo per poi rientrarvi a pochi minuti dallo scadere). Celebre il finale in cui Stallone (che per il ruolo venne allenato dal portiere inglese Gordon Banks) para il rigore decisivo tirato dal capitano della squadra tedesca Baumann (Werner Roth), scatenando l'entusiasmo e l'invasione del pubblico. La gara, che si immagina giocata al leggendario stadio Colombes di Parigi (lo stesso in cui si svolse il mondiale del 1938) ma le cui riprese sono state in realtà effettuate a Budapest, è da gustarsi con uno sguardo incantato e un po' infantile, animati da un tifo viscerale che porta a sostenere la squadra degli alleati, a indignarsi per il gioco duro degli avversari o per l'arbitraggio di parte, e ad esultare per ogni gol segnato, con una progressione inarrestabile fino all'apoteosi finale. Anche per questo, nonostante gli stereotipi nelle caratterizzazioni dei personaggi e le ingenuità della trama (in parte debitrice a "Quella sporca ultima meta"), il film può essere considerato uno dei più significativi mai realizzati sul calcio.

26 luglio 2014

Ultimo minuto (Pupi Avati, 1987)

Ultimo minuto
di Pupi Avati – Italia 1987
con Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci
**

Visto in divx, con Sabrina.

Walter Ferroni (Ugo Tognazzi), da molti anni general manager e factotum di una squadra di calcio di provincia (mai nominata: ma il modello, i colori e lo stadio sono quelli del Vicenza), viene messo da parte dal nuovo presidente (Lino Capolicchio), imprenditore giovane e rampante che intende gestire la società in maniera moderna e "trasparente". Vista la carenza di risultati, però, il presidente sarà costretto a richiamarlo a bordo per salvare la squadra dalla retrocessione. Una pellicola sul calcio visto non dal campo da gioco ma dal lato manageriale, "dietro le quinte" se vogliamo. Benché poco memorabile e priva di particolari guizzi (la sceneggiatura è scritta a sei mani da Pupi Avati, dal fratello Antonio e dal giornalista sportivo Italo Cucci), è da apprezzare per il tentativo di raccontare il mondo dello sport da una prospettiva cinica e realistica, senza toni da commedia o esagerazioni sopra le righe: Ferroni, che ama alla follia la sua squadra ed è disposto a sacrificare ogni cosa per essa (persino la propria famiglia), è un "maneggione" che non lascia nulla al caso: detta le tattiche all'allenatore-fantoccio, controlla lo stile di vita dei giocatori, cura i contatti con i giornalisti e la tifoseria, "aggiusta" fraudolentemente i bilanci e non esita a ricorrere ad accordi sottobanco con gli scommettitori o con altre squadre quando c'è bisogno del punticino decisivo per evitare la Serie B... ma dimostra anche di intendersi parecchio di pallone, quando lancia in prima squadra, nella partita decisiva, una giovane promessa diciassettenne al posto del bomber veterano e corrotto (Massimo Bonetti) che pure è fidanzato con sua figlia Marta (Elena Sofia Ricci). Non manca, come in ogni film di Avati, un retrogusto amaro e nostalgico ("Il vero calcio era quello degli anni '50...", afferma un personaggio). Diego Abatantuono interpreta, in una manciata di scene, il talent scout. Camei per Aldo Biscardi, Enrico Ameri, Enrico Mentana e Ferruccio Gard. Il protagonista del film è dichiaratamente ispirato a figure come Italo Allodi o Luciano Moggi.

23 novembre 2012

Didier (Alain Chabat, 1997)

Dider (id.)
di Alain Chabat – Francia 1997
con Jean-Pierre Bacri, Alain Chabat
**1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando la sorella Annabelle, prima di partire per una vacanza, gli affida per una settimana il proprio labrador Didier, il procuratore calcistico Jean-Pierre (Bacri) pensa che si tratti soltanto dell'ennesima seccatura. Anche perché ha ben altro di cui preoccuparsi: la squadra locale – alla quale ha venduto i suoi migliori giocatori – naviga in cattive acque, fra sconfitte e infortuni, e l'irascibile presidente minaccia di rivalersi su di lui se non troverà una soluzione prima della partita decisiva per salvarsi dalla retrocessione (che verrà giocata contro il PSG al Parco dei Principi!). Una notte, magicamente, Didier da cane si ritrova trasformato in essere umano. Resosi conto dell'accaduto, Jean-Pierre ha il suo ben da fare nell'insegnare al suo ospite come comportarsi da uomo e non da animale (prima regola: non annusare il sedere alle persone!). Ma quando scopre che Didier ha un incredibile talento per il calcio, decide di farlo aggregare alla squadra, spacciandolo per un eccentrico campione lituano... Commedia surreale e quasi-disneyana (il meccanismo, seppur al contrario, è lo stesso di "Geremia, cane e spia") che è valsa a Chabat, geniale comico e uno dei fondatori del gruppo "Le Nuls", il premio César per il miglior debutto cinematografico. La sospensione dell'incredulità è obbligatoria per potersi godere il film (il motivo della misteriosa trasformazione di Didier non viene spiegato), ma il divertimento non manca. Chabat – esilarante nella parte del "cane", del quale imita ogni dettaglio del comportamento (gli istinti, i movimenti, gli sguardi) – tornerà a recitare in compagnia dell'ottimo Bacri anche ne "Il gusto degli altri".

20 novembre 2012

Vykrutasy (Levan Gabriadze, 2011)

Vykrutasy (aka Lucky Trouble)
di Levan Gabriadze – Russia 2011
con Konstantin Khabensky, Milla Jovovich
**1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando Slava (Kabensky, già visto nei film di Bekmambetov sui "Guardiani della notte"), insegnante e aspirante scrittore senza successo, incontra la bellissima Nadya (Milla, al suo primo film girato in Russia), se ne innamora perdutamente. E la passione è ricambiata, tanto che la ragazza decide di mandare a monte il proprio fidanzamento precedente (con Daniel, un amico d'infanzia) per sposare invece lui. Mentre Nadya organizza a Mosca il sontuoso ricevimento di nozze, Slava si reca al proprio paese (un villaggio sulla costa) per dare le dimissioni da insegnante e sbrigare le ultime pratiche: ma qui – per una serie di equivoci – viene coinvolto come allenatore e costretto a partecipare a un torneo di calcio giovanile. La sua unica possibilità per lasciare il paese e partire subito per Mosca è quella di essere eliminato dal torneo. Ma i ragazzi – un gruppo di orfani presi dalla strada, tutti ladruncoli indisciplinati e apperantemente inesperti – dimostrano di avere mille risorse e riescono inaspettatamente a vincere ogni incontro nonostante il loro stesso allenatore complotti contro di loro. E così ogni giorno Slava deve inventarsi una scusa per giustificare il suo ritardo alla promessa sposa, che nel frattempo a sua volta ha il proprio da fare per tenere a bada i parenti e gli invitati al matrimonio (nonché le avances dell'ex fidanzato, che torna alla carica spalleggiato dalla futura suocera). Divertente commedia che sconfina spesso nella farsa e che alterna scene tipiche delle pellicole sportive (l'elogio del gioco di squadra, lo spirito di gruppo che si cementa man mano, il desiderio di rivalsa) a quelle dei film romantici (con l'interminabile festa di matrimonio che si protrae per giorni e giorni, ma anche i tentativi dell'ex fidanzato di riconquistare a ogni costo la ragazza). Il ritmo è spigliato e i colpi di scena non mancano, con la regia che ben si destreggia fra le riprese delle varie partite del torneo (mostrando anche azioni spettacolari quasi alla "Shaolin soccer") e sequenze che sviluppano i rapporti fra i personaggi. Milla, bellissima come sempre e pure autoironica, nei titoli di coda ringrazia per aver avuto finalmente l'opportunità di girare un film in russo (quando la vede per la prima volta, Slava commenta che gli sembra di trovarsi "in un film di Hollywood"). Vladimir Menshov, il regista di "Mosca non crede alle lacrime", partecipa nei panni del funzionario che impone al protagonista di allenare la squadra di ragazzini. Cameo anche per il calciatore Aleksandr Kerzhakov.

14 ottobre 2012

Sognando Beckham (G. Chadha, 2002)

Sognando Beckham (Bend It Like Beckham)
di Gurinder Chadha – GB 2002
con Parminder Nagra, Keira Knightley
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Divertente commedia sul calcio femminile, sulle difficoltà di integrazione delle nuove generazioni di espatriati e sull'importanza di saper "piegare" le regole della tradizione (to bend it, come recita il titolo originale, che si riferisce anche alla capacità di Beckham di dare l'effetto alla palla per aggirare la barriera sui calci di punizione) allo scopo di esprimere sé stessi e raggiungere i propri obiettivi. Jesminder ("Jess"), diciottenne di origine indiana che vive con la sua famiglia in Inghilterra, alla periferia ovest di Londra, è un'appassionata fan di David Beckham e ama giocare a pallone al parco con gli amici (maschi), il che non è visto di buon occhio dai genitori, assai conservatori (il padre è un sikh ortodosso, la madre sogna per lei un matrimonio punjabi). Avendola osservata in azione, la coetanea Juliette ("Jules", una Keira Knightley agli esordi) le propone di entrare a far parte della locale squadra amatoriale di calcio femminile. Combinando il loro talento, Jess e Jules portano il team in finale, ma la loro amicizia viene messa a repentaglio dal fatto che entrambe si innamorano dell'allenatore, il giovane irlandese Joe (Jonathan Rhys Meyers). E nel frattempo non mancano i problemi con le rispettive famiglie: la madre di Jules si convince che fra le due ragazze ci sia una relazione lesbica, mentre i genitori di Jess, dopo aver scoperto che la figlia fa parte della squadra, le impediscono di continuare a giocare, anche perché il matrimonio della sorella maggiore Pinky (Archie Panjabi) è imminente e tutta la famiglia deve mobilitarsi per organizzarlo al meglio. Il miglior film della regista anglo-indiana Gurinder Chadha (che non si ripeterà più) fonde in maniera leggera, fresca e (auto)ironica i luoghi comuni della pellicola sportiva (il riscatto, il gioco di squadra, il sacrificio, la vittoria finale), di quella romantica (i dilemmi dell'amicizia e dell'amore) e di quella a sfondo sociale (il contrasto fra il rispetto della tradizione e la lotta per l'autodeterminazione, i dissidi generazionali – "Non sempre i genitori hanno ragione" – e i cambiamenti nel comportamento dei figli degli espatriati – vedi la disinibita sorella Pinky, dedita al sesso pre-matrimoniale, o l'amico Tony, che si rivela essere gay). Significativa la scena in cui Jess vede – nella barriera da aggirare sul calcio di punizione decisivo – la madre, le zie e gli altri parenti, insomma tutti coloro che rappresentano una tradizione (famigliare, etnica, sociale) da superare. Se dunque il divertimento non manca, questo non va a discapito dei contenuti e della sostanza, il tutto in un setting realistico e ben definito (i personaggi vivono nei dintorni dell'aeroporto di Heathrow, i cui aerei in decollo si vedono spesso passare nei cieli sopra le loro teste: la scena finale della pellicola non poteva dunque che ambientarsi nell'aeroporto stesso, con le protagoniste che partono per una nuova avventura – una borsa di studio in America, dove il calcio femminile è praticato anche a livello professionistico), strizzando un occhio al cinema bollywoodiano (musiche, abiti, colori e balletti) e un altro a quello britannico ("My beautiful laundrette" ha fatto scuola). E dunque poco male se la trama presenta qualche cliche di troppo, se alcuni personaggi sono eccessivamente macchiettistici (i parenti), se l'alchimia fra la Nagra e Rhys Meyers non pare proprio perfetta e se le sequenze calcistiche non sono sempre convincenti. Il buon ritmo della storia e l'energetica simpatia delle due protagoniste compensano ogni cosa. Molte ragazze della squadra di calcio sono vere giocatrici dilettanti. Cameo, nei panni di sé stessi, per gli ex calciatori e commentatori sportivi Alan Hansen, John Barnes e Gary Lineker, mentre nel finale si intravede in aeroporto anche David Beckham (e signora) in persona. Nei titoli di coda la regista, la troupe e gli attori intonano a turno le strofe della canzone finale in hindi.

19 settembre 2011

Il mundial dimenticato (Garzella, Macelloni, 2011)

Il mundial dimenticato
di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni – Italia/Argentina 2011
con Sergio Levinsky, Marcelo Auchelli
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tutti gli appassionati di calcio sanno che dopo i mondiali del 1938, anno in cui l'Italia si laureò campione del mondo per la seconda volta, la FIFA fu costretta ad annullare le edizioni del 1942 e del 1946 a causa della seconda guerra mondiale, e che il torneo venne riorganizzato soltanto nel 1950, in Brasile. Ma è proprio vero? Questo documentario racconta "la vera incredibile storia dei mondiali di Patagonia 1942", ovvero di un campionato organizzato in una delle più remote regioni del pianeta, mentre il resto del mondo era insanguinato dal conflitto, e mai riconosciuto ufficialmente dalla federazione internazionale, al punto da essere stato quasi dimenticato; un torneo le cui vicende si confondono fra realtà e leggenda, organizzato dall'eccentrico conte Otz (esule ungherese in Patagonia) per amore dello sport, di cui era appassionato e nel quale vedeva l'unico antidoto alla follia distruttrice della guerra, e conteso da nazionali non sempre ufficiali, in cui militavano soprattutto giocatori non professionisti (emigrati, operai, minatori, esiliati, soldati), e persino da una squadra di indios mapuche. Come nel leggendario mockumentary "Forgotten silver" di Peter Jackson, si comincia a seguire la ricostruzione della vicenda con il dubbio se i fatti raccontati siano accaduti realmente o meno, nonostante la presenza di numerosi personaggi celebri (da Roberto Baggio a João Havelange) che, intervistati, dicono la loro sul fantomatico mundial: ma poi l'accumularsi di circostanze sempre più ridicole e improbabili (il figlio di Butch Cassidy che arbitra gli incontri armato di pistola; le incredibili acrobazie dei giocatori; il portiere mapuche che ipnotizza i rigoristi avversari) e soprattutto di situazioni che anticipano famosi eventi avvenuti solo in seguito (la semifinale fra Italia e Germania che finisce 4-3, con tanto di gol simile a quello segnato da Rivera nel 1970, il gol-non gol nella partita dell'Inghilterra che precorre quello del 1966 e che fornisce addirittura l'occasione per introdurre la moviola in campo, benché si debba interrompere la partita per diverse ore per dare il tempo agli operatori di sviluppare la pellicola!) fanno capire che siamo di fronte a un divertissement non dissimile da quello di Jackson. Al resoconto delle imprese sportive e dei risultati del torneo si sovrappongono vicende umane (come quelle del cineoperatore argentino che vuole emulare Leni Riefenstahl e che inventa le più svariate e sofisticate tecniche di ripresa sportiva), sentimentali (la bella Helene, figlia del Conte Otz, contesa fra il bomber tedesco – pur essendo lei ebrea – e il portiere mapuche) e storiche (l'orgoglio degli immigrati italiani, le tensioni della guerra). Non mancano ironie sui luoghi comuni (i polacchi missionari, i nazisti "potenziati" in laboratorio come l'Evil Team di "Shaolin Soccer"). Ottima la ricostruzione dei filmati d'epoca. Il divertente film, frutto di quattro anni di duro lavoro da parte dei due registi e raccontato attraverso la testimonianza di un celebre giornalista sportivo argentino, Sergio Levinsky, è ispirato a un racconto di Osvaldo Soriano.

18 aprile 2011

Offside (Jafar Panahi, 2006)

Offside (id.)
di Jafar Panahi – Iran 2006
con Sima Mobarak-Shahi, Safdar Samandar
***

Visto al cinema Arlecchino.

Forse il più rappresentativo regista iraniano della generazione post-Kiarostami (di cui è stato assistente e del quale ha anche portato sullo schermo alcune sceneggiature), e già autore di ottime pellicole come "Il palloncino bianco", "Lo specchio", "Il cerchio" e "Oro rosso", Jafar Panahi è salito agli onori della cronaca – se così si può dire – per l'arresto nel 2010 con l'accusa di girare film contro il regime, e soprattutto per la condanna (insieme a un altro cineasta, Mohammad Rasoulof) a sei anni di carcere con l'assurdo divieto di dirigere film o scrivere sceneggiature per i prossimi vent'anni. Questo "Offside" (ma perché in italiano non chiamarlo "Fuorigioco"?) è dunque l'ultimo lungometraggio che ha completato: esce nelle nostre sale con cinque anni di ritardo (ma meglio tardi che mai) e racconta la storia di un gruppo di ragazze che, vestite da uomo e spinte dalla passione per il calcio (ma non solo), cercano di intrufolarsi nello stadio di Teheran per assistere alla partita fra Iran e Bahrein, valida per la qualificazione ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Identificate, vengono rinchiuse in un gabbiotto all'esterno dello stadio, dove sono sorvegliate – non senza un certo imbarazzo – da alcuni giovani militari in attesa di essere portate in questura: nel paese islamico, infatti, alle donne è vietato assistere ad eventi sportivi maschili (e viceversa). Fresco e brillante, attraverso il tono da commedia leggera e le situazioni ironiche (esilarante la sequenza in cui uno dei soldati deve accompagnare una delle ragazze alla toilette maschile) il film mette in luce le contraddizioni di leggi o tradizioni che le nuove generazioni percepiscono sempre più come sorpassate o discriminatorie. E la passione calcistica (che raramente è stata portata sullo schermo in maniera così diretta, ingenua e felice, lontana anni luce da quella fasulla e ideologicizzata delle curve ultras nostrane) maschera il desiderio di emancipazione, di uguaglianza o di maggior libertà. Il film è stato girato quasi per intero allo stadio e in tempo reale, nel giorno stesso della partita: per potervi entrare con i suoi attori e la troupe, Panahi – sotto falso nome – aveva presentato alle autorità uno script che nulla aveva a che fare con la pellicola che poi ha effettivamente realizzato. Da notare che l'Iran vinse la partita (e le scene di celebrazione fra la folla, nel finale, sono autentiche e spontanee): se l'avesse persa, il regista aveva già pronto un finale differente.

13 novembre 2010

Il primo ragazzo (S. Paradžanov, 1959)

Il primo ragazzo (Pervyy paren)
di Sergej Paradžanov – URSS 1959
con Georgij Karpov, Lyudmila Sosyura
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Fra i film "di regime" girati da Paradžanov prima della sua svolta personale e artistica del 1964, questo è forse uno dei più sopportabili, grazie a una messa in scena sbarazzina (sebbene naturalmente molto impostata), a una fotografia dai colori vivaci (belli soprattutto i cieli rossi al tramonto) e alle numerose canzoni patriottiche che donano alla pellicola un tono leggero, per l'appunto quasi da musical. Ambientato in un kolchoz ucraino nel quale seguiamo la vita di un gruppo di "giovani comunisti", fra amori e corteggiamenti, studio e lavoro nei campi, sagre paesane e balli contadini, ricorda un po' "Il fiore sulla pietra", anche perché ne condivide l'attore protagonista (Georgij Karpov, che secondo me assomiglia all'Aleksey Batalov di "Quando volano le cicogne"). Il giovane Juscka – come ci spiega la voce narrante – si ritiene il ragazzo più in gamba della regione, e in effetti il suo comportamento audace e spudorato lo rende assai popolare presso gli amici e le ragazze (benché non riesca a fare breccia nel cuore della bella Odarka, allevatrice di maiali e ottima atleta ma dotata di un caratterino pari al suo). La sua leadership sembra vacillare quando nel villaggio ritorna Danilo, appena congedato dall'esercito, che ben presto diventa il centro dell'attenzione di tutti e stimola i compagni a fare sport (corse ciclistiche o campestri, partite di calcio). Juscka lo crede anche suo rivale in amore, e per mettergli i bastoni fra le ruote si "arruola" come portiere nella squadra avversaria durante un incontro amichevole. Alla fine, però, gli equivoci saranno risolti e l'amicizia e l'amore trionferanno. A tratti quasi corale (a quella di Juscka e Danilo si intrecciano altre storie parallele, come la vicenda romantica fra il negoziante Sidor e la bambinaia Frosenka), il film può essere considerato un equivalente sovietico delle contemporanee pellicole occidentali a sfondo giovanile: naturalmente qui i valori sono quelli del lavoro e della solidarietà, che vanno di pari passo con l'amicizia, l'amore e lo sport.

17 settembre 2010

Morgen (Marian Crisan, 2010)

Morgen
di Marian Crisan – Romania 2010
con András Hatházi, Yilmaz Yalcin
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Nelu lavora come sorvegliante in un supermercato, fatica a trovare i soldi per rifare il tetto di casa e abita con una moglie bisbetica presso il confine fra Romania e Ungheria, che attraversa frequentemente per andare a pescare o per seguire le partite in trasferta della squadra di calcio locale. Quando trova nella sua fattoria un immigrato clandestino turco che sta cercando di raggiungere la Germania, istintivamente decide di ospitarlo e di aiutarlo. I due non capiscono una sola parola delle rispettive lingue (l'unica che condividono è "Morgen", in tedesco "domani", con la quale Nelu continua a procrastinare il momento della partenza di Behran), ma diventeranno lo stesso amici. Nel frattempo, il fatto che Nelu ospiti il turco in casa sua si rivela un segreto di Pulcinella: ne sono al corrente tutti, comprese le guardie di confine, che però preferiscono non intervenire per non trovarsi impastoiati nelle procedure burocratiche. Noi italiani siamo abituati allo stereotipo del rumeno emigrante, ma anche loro – soprattutto da quando sono entrati a far parte dell'Unione Europea – hanno a che fare con l'immigrazione (e nei bar la gente commenta a proposito dell'eccessivo numero di stranieri nelle squadre di calcio: "Vengono qui per i soldi"). Questo film affronta l'argomento dei confini e della sicurezza nazionale con leggerezza e forse in modo un po' semplicistico, ma è sincero ed efficace nel mostrare l'altra faccia della medaglia e nel veicolare l'idea – gridata anche dal protagonista – che "le frontiere non dovrebbero più nemmeno esistere", soprattutto quelle ormai rese inutili da eventi storici come la dissoluzione del blocco orientale e l'avvento dell'Europa unita (assurda la scena iniziale in cui una zelante guardia ungherese impedisce a Nelu di portare dall'altra parte il pesce che ha appena pescato). Il regista (anche sceneggiatore) è esordiente, avendo realizzato in precedenza soltanto un cortometraggio, "Megatron", premiato a Cannes nel 2008.

16 settembre 2009

Akadimia Platonos (F. Tsitos, 2009)

Akadimia Platonos (De tha gineis ellinas pote)
di Fillipos Tsitos – Grecia 2009
con Antonis Kafetzopoulos, Anastasis Kozdine
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Il titolo del film è il nome del quartiere di Atene che nell'antichità ospitava l'accademia di Platone e dove ora vive Stavros, negoziante che trascorre le giornate a oziare davanti alla porta della propria scalcinata bottega in compagnia di tre amici, chiacchierando di calcio e lamentandosi dell'invasione degli albanesi che immigrano in Grecia in cerca di lavoro. Uno dei suoi compagni ha addirittura addestrato il proprio cagnolino, "Patriota", ad abbaiare solo agli stranieri. Ma la vita di Stavros, che si trascina stancamente ascoltando musica rock e accudendo l'anziana madre, cambia completamente il giorno in cui scopre di avere un fratello albanese, anzi di essere forse albanese lui stesso. E persino i suoi amici cominciano a tenerlo a distanza, prendendo alla lettera il coro da stadio che tutti insieme intonavano contro gli immigrati: "Albanese, non sarai mai un greco". Una magnifica pellicola dolce-amara sul tema del razzismo e della multiculturalità, dai toni ironici e leggeri e popolata da personaggi ottimamente caratterizzati (e interpretati da attori dai volti buffi e pittoreschi). Gran parte dell'azione si svolge nel piccolo e poco frequentato incrocio di fronte al negozio e alla casa di Stavros, teatro di confuse partite a pallone, dove il comune vorrebbe costruire un monumento alla solidarietà culturale e dove un numeroso gruppo di cinesi ("è impossibile contarli!") sta aprendo una bottega di moda italiana (!). Le piccole meschinità, i valori dell'amicizia e i paradossi linguistici e filosofici espongono efficacemente sullo schermo, senza alcuna retorica, tutte le contraddizioni e la relatività dei nazionalismi di ogni tipo, anche quelli su scala piccola e familiare. E in cima a tutto, ecco il tema dell'identità personale: quella che Stavros, in piena crisi (anche per via dell'insonnia e del rapporto irrisolto con l'ex moglie), rischia di perdere e finisce col ritrovare nel momento e nell'occasione più impensata.

19 giugno 2009

Il mio amico Eric (Ken Loach, 2009)

Il mio amico Eric (Looking for Eric)
di Ken Loach – GB 2009
con Steve Evets, Eric Cantona
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Pur rimanendo ancorato alla descrizione degli ambienti proletari che gli sono cari, Loach sorprende e diverte con una pellicola decisamente più leggera (e ottimista) del consueto e caratterizzata da un insolito elemento surreale. Il protagonista, Eric Bishop (un ottimo Steve Evets, attore televisivo semisconosciuto e dal nome curiosamente palindromo), è un postino di mezza età in preda a forti crisi depressive: non si è mai ripreso dall'aver abbandonato la prima moglie Lily molti anni prima, subito dopo la nascita di una figlia (che ormai è in procinto di laurearsi), e ora vive con due figliastri (residui di rapporti e matrimoni successivi), con i quali ha forti problemi di incomunicabilità, e in preda alla più totale confusione mentale. Gli amici e i colleghi cercano di aiutarlo come possono, con divertenti e improvvisate sedute psicologiche e corsi di autostima. E un risultato, in effetti, lo ottengono: Eric vede materializzarsi davanti ai propri occhi nientemeno che l'ex calciatore francese Eric Cantona, di cui è un grande tifoso e che considera una figura carismatica e di riferimento. Cantona – il cui ruolo nella vicenda ricorda i "fantasmi" dickensiani o il coniglio Harvey del film con James Stewart – lo stimola a rimettere in sesto la sua vita e a riallacciare i contatti con Lily. E quando la ritrovata famiglia è minacciata da una gang di microcriminali con i quali uno dei figliastri era malauguratamente entrato in contatto, Eric ha la forza di reagire: insieme a tutti i suoi amici e colleghi organizza una spettacolare "spedizione punitiva" a casa dei malviventi, dimostrando che l'unione – e centinaia di maschere da Eric Cantona! – fa la forza, oltre che la vittoria sta nel gioco di squadra (e nell'unione dei lavoratori, tanto per ricordare che siamo sempre di fronte a una pellicola di Loach!). Impagabile la frase rivolta al capo dei cattivi: "Dovunque andrai a nasconderti, io ti ritroverò. And you know why? Because I'm a fucking postman!". Ma divertentissime anche le continue metafore e i proverbi (in francese) che l'ex giocatore del Manchester United sforna a ripetizione davanti a Eric, un'attitudine che nasce da una reale conferenza stampa nel corso della quale il calciatore si limitò a pronunciare le seguenti parole: "Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine" (il filmato viene mostrato durante i titoli di coda), per non parlare della risposta che a un certo punto dà nel film: "I'm not a man, I'm Cantona". Anche questa, naturalmente, è una pellicola da gustarsi assolutamente in lingua originale, visto il particolare slang (dove una parola su tre è "fuck" o "fucking") parlato da Eric e dagli altri personaggi.

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

23 settembre 2008

E la vita continua... (A. Kiarostami, 1991)

E la vita continua... (Zendegi va digar hich)
di Abbas Kiarostami – Iran 1991
con Farhad Kheradmand, Buba Bayour
***1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Nel giugno del 1990 un devastante terremoto colpì le regioni settentrionali dell'Iran, distruggendo interi villaggi e uccidendo decine di migliaia di persone. Preoccupato per la sorte dei piccoli fratelli Ahmadpur, interpreti del suo precedente film "Dov'è la casa del mio amico?", un regista (Kiarostami stesso?) parte in macchina da Teheran insieme al proprio figlio per raggiungere il villaggio di Koker, dove i bambini abitavano, e scoprire se sono sopravvissuti. Il viaggio si rivela però ben più difficile del previsto: l'unica strada è impraticabile e l'automobile con i due protagonisti a bordo è costretta a innumerevoli deviazioni fra colline e macerie. Con un'insolita commistione fra finzione e documentario, al punto che non è facile capire dove finisca la prima e inizi il secondo, in questa eccezionale pellicola la macchina da presa si sostituisce spesso all'occhio dei personaggi o degli spettatori, mostrando in soggettiva gli effetti del terremoto (con panoramiche delle strade e delle case in rovina, riprese dal finestrino dell'automobile) e come la gente comune affronti con la catastrofe disperazione o rassegnazione. In quegli stessi giorni si svolgevano i campionati mondiali di calcio (in Italia), e anche fra i profughi e gli sfollati c'è chi si preoccupa di trovare un modo di seguire le partite: i morti sono morti, ora bisogna pensare alla vita. La scenetta con i due novelli sposini che hanno deciso di unirsi immediatamente in matrimonio il giorno dopo il sisma sarà alla base del successivo film della trilogia. Non mancano riflessioni su Dio (il terremoto è stato voluto da lui?) e la morte ("Se i morti potessero resuscitare, apprezzerebbero di più la vita"). Inquantificabile l'importanza del paesaggio, fra colline spoglie (si rivede brevemente anche la celebre strada a zig zag sormontata dall'albero solitario), alture rocciose, strade polverose, piantagioni di ulivi, greggi di pecore, e squarci poetici come l'improvvisa apparizione di un campo verde attraverso la finestra di una casa semidistrutta. A sguardi ravvicinati su mura, crepe, fessure, intonaci e mattoni si alternano campi lunghi o lunghissimi, come quello della strada in ripida salita che chiude il film e che prefigura, naturalmente, il magnifico finale di "Sotto gli ulivi".

27 agosto 2008

Dhan Dhana Dhan Goal (V. Agnihotri, 2007)

Dhan Dhana Dhan Goal
di Vivek Agnihotri – GB/India 2007
con Arshad Warsi, John Abraham
*1/2

Visto in volo da Osaka a Londra, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Southall United è una scalcinata squadra di calcio inglese composta soltanto da giocatori originari dell'India, del Pakistan e del Bangladesh. Pur essendo incapace di vincere una singola partita, è un importante punto di riferimento per gli abitanti del quartiere. Ma la sua esistenza viene minacciata dalla decisione del consiglio comunale di costruire un centro commerciale al posto del suo campo di gioco. Per raccogliere la somma necessaria ad affittare il terreno per altri trent'anni, la squadra dovrà vincere il prossimo campionato. Come allenatore viene ingaggiato una disillusa vecchia gloria del club, ma il vero salto di qualità viene fatto con l'arrivo di un fenomenale attaccante rifiutato dalle altre squadre perché di origine indiana. Nonostante la forte rivalità fra l'attaccante e il capitano della squadra, e le scorrettezze degli avversari, il Southall vincerà trionfalmente il campionato con un goal all'ultimo minuto. Se le sequenze calcistiche sono ben girate (ma le frasi dei commentatori e le scritte in sovrimpressione sono ridicole o implausibili), il film naufraga però per eccesso di retorica: prevedibile e irrealistico dal punto di vista agonistico, presenta tutto il repertorio delle pellicole sportive, dall'esasperazione dello spirito di squadra a quello del rispetto per sé stessi, dal tema della rivincita dei loser (che di punto in bianco diventano capaci di battere i campioni) a quello dell'amicizia tradita (quando l'attaccante firma per una squadra di una categoria superiore): il calcio non è più uno sport ma una questione di vita o di morte. Un confronto con "Sognando Beckham" sarebbe impietoso, anche tralasciando il fatto che quest'ultimo aveva dalla sua parte il fatto – non trascurabile – di avere una protagonista femminile.

11 giugno 2008

Maradona di Kusturica (E. Kusturica, 2008)

Maradona di Kusturica (Maradona by Kusturica)
di Emir Kusturica – Spagna/Francia 2008
con Diego Armando Maradona, Emir Kusturica
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Chi è Diego Armando Maradona? Una divinità in Terra, come sembrano suggerire le esilaranti sequenze con i riti e le celebrazioni della "chiesa maradoniana"? Un rivoluzionario amico di Fidel Castro, che sfoggia un tatuaggio di Che Guevara ed è in prima fila accanto a Hugo Chávez a manifestare contro Bush? Un personaggio dei film di Kusturica, come il regista si premura a sottolineare mostrandoci numerose scene tratte dalle sue pellicole precedenti (da "Ti ricordi di Dolly Bell" a "Gatto nero, gatto bianco")? Un tossicodipendente che guarda al suo passato devastato dalla cocaina rimpiangendo di aver perduto i momenti migliori della sua vita, come la crescita delle sue figlie? O semplicemente un calciatore le cui prodezze si ricordano ancora a distanza di anni, come la rete contro l'Inghilterra ai mondiali in Messico (non la "mano de Dios", l'altra: quella definita "il gol del secolo", che Kusturica smonta e seziona in ogni maniera, mostrandoci ciascuno dei sette difensori dribblati con le fattezze dei "nemici" politici dell'Argentina, dalla Thatcher a Reagan, in stile cartoon alla Terry Gilliam)? La risposta è in questo vivace documentario realizzato nell'arco di due anni (dal 2005 al 2007), nel corso dei quali il regista serbo – che ne è protagonista al pari del campione, come viene suggerito sin dal titolo – ha seguito la vita del 'pibe de oro', è diventato suo amico, ha cantato e palleggiato insieme a lui, lo ha intervistato a cuore aperto e ne ha portato sullo schermo i rimpianti ("Potevo essere un calciatore ancora migliore, senza la cocaina: pensate che giocatore vi siete persi!") e la grandezza, le contraddizioni e la popolarità ("la gente lo adora, ha bisogno di un leader perché i leader mondiali non solo all'altezza"), i momenti più difficili e quelli felici. La pellicola è condita anche da alcune belle canzoni inedite di Manu Chao.

27 maggio 2008

Eccezzziunale veramente 2 (C. Vanzina, 2006)

Eccezzziunale veramente: capitolo secondo... me
di Carlo Vanzina – Italia 2006
con Diego Abatantuono, Carlo Buccirosso
*

Visto in TV, con Hiromi.

Il milanista Donato Cavallo scopre di avere un figlio interista; lo juventino Tirzan, appena uscito da un coma, è costretto dalla moglie (Sabrina Ferilli) a un ménage à trois; l'interista Franco Alfano trova una valigia piena di soldi, che però appartiene alla mafia. Una delle cose che più mi dà fastidio del revival del trash all'italiana è il tentativo di specularci sopra imbastendo inutili e improbabili sequel di titoli che avevano già fatto il proprio tempo. Questo secondo episodio del film di Abatantuono sulle improbabili avventure di tre tifosi di calcio, oltre a essere brutto di suo (la regia e la recitazione sono piatte e televisive), non aggiunge nulla alla pellicola precedente e ha il suo unico pregio, si fa per dire, nella storpiatura dell'italiano parlato dal protagonista, che qualche sorriso – a me che sono amante dei giochi di parole – è pure riuscito a strapparlo. Per il resto, troviamo tutti i difetti del cinema-panettone di Vanzina & Co., fra luoghi comuni, trame inconcludenti, gag telefonate e un'assoluta mancanza di compattezza e di coerenza. Non manca nemmeno il product placement, invasivo e fastidioso, e l'apparizione speciale di vip (i giocatori del Milan, nella sequenza onirica iniziale che – a parte la mancanza di doti recitative – è la cosa migliore del film). Molte le battute e gli sfottò riservati all'Inter (non per nulla Abatantuono è milanista), mentre lo spazio dedicato alla "Giuventus" è parecchio sacrificato.