31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questi porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

30 maggio 2021

Catherine (A. Dieudonné, J. Renoir, 1924)

Catherine, aka Une vie sans joie
di Albert Dieudonné [e Jean Renoir] – Francia 1924
con Catherine Hessling, Louis Gauthier
*1/2

Visto su YouTube.

Impiegata come domestica presso una famiglia alto-borghese, in una cittadina di provincia nel sud della Francia, l'orfana Catherine (Hessling) viene scacciata di casa dopo la morte del suo padrone Maurice (Albert Dieudonné), l'unico che provava affetto per lei. Vivrà di stenti e di espedienti fino a quando non sarà accolta da un politico (Louis Gauthier) che la assume come segretaria, nonostante le maldicenze che vorrebbero farla passare come sua amante, e che per lei non esiterà a mettere a repentaglio la propria carriera. Melodramma a sfondo sociale, poco più di un feuilleton dai toni patetici e morali (l'attacco è all'ipocrisia e al falso moralismo delle classi agiate), questo film muto non sarebbe altro che una curiosità se non rappresentasse l'esordio dietro la macchina da presa di Jean Renoir, figlio del pittore Pierre-Auguste, che scrisse appositamente la sceneggiatura per sua moglie Andrée Heuchling (ex modella del padre, che qui recita con un nome d'arte) e che sul set "non poteva trattenersi dall'intervenire continuamente nella regia" (come scrive lui stesso nella sua autobiografia). Molte scene sono state girate a Nizza. Renoir stesso interpreta il sotto-prefetto. Cinematograficamente è interessante la sequenza finale, anche se avulsa dal resto della pellicola, in cui la povera Catherine si trova a bordo della carrozza di un tram lanciato a tutta velocità verso un burrone. Il titolo "Une vie sans joie" è quello della riedizione del 1927, dopo che una battaglia legale aveva attribuito la paternità del film al solo Dieudonné, accreditando Renoir come aiuto regista.

29 maggio 2021

Il buio si avvicina (Kathryn Bigelow, 1987)

Il buio si avvicina (Near Dark)
di Kathryn Bigelow – USA 1987
con Adrian Pasdar, Jenny Wright
**1/2

Visto in divx.

In una notte stellata, il giovane cowboy Caleb (Pasdar) incontra la bella Mae (Wright), ragazza misteriosa ed enigmatica che lo morde sul collo e lo trasforma in un vampiro. Vagherà per le strade dell'America insieme a lei e al gruppo di cui fa parte, nascondendosi di giorno e andando a caccia di notte, rifiutandosi sempre però di uccidere per placare la propria sete, prima di riuscire a trovare una cura... Realizzato sulla scia di "Ragazzi perduti" e di altre pellicole che avevano riportato in auge il tema dei vampiri in modo non convenzionale (ma è da notare che la parola "vampiro" non viene mai pronunciata) e co-sceneggiato con Eric Red, il secondo film della Bigelow (ma il primo in cui firma la regia da sola) può vantare una bella atmosfera che mescola horror esistenziale, thriller, western moderno on the road e l'ambientazione nel sud degli Stati Uniti (Texas e dintorni), senza contare l'attrazione romantica fra Caleb e Mae, ma soffre per le tante ingenuità nella trama e per un'evidente povertà di budget. Da sottolineare la presenza di molti attori "cameroniani" nei ruoli di contorno (James Cameron e la Bigelow si sposeranno nel 1989, ma in questo film lui non è coinvolto in alcun modo): i membri del gruppo a cui Caleb si aggrega sono infatti interpretati da Lance Henriksen (il leader Jesse), Jenette Goldstein (la sua compagna Diamondback) e Bill Paxton (il tamarro e psicopatico Severen, che con il suo comportamento antagonista e sopra le righe è probabilmente il personaggio più memorabile del film, vedi per esempio la scena del massacro nel bar, che sembra anticipare Tarantino), cui si aggiunge il "piccolo" Joshua John Miller (Homer). Tim Thomerson è il padre di Caleb, che parte alla sua ricerca (evidente il contrasto fra la famiglia originale e quella di adozione, formata dai vampiri). Musica dei Tangerine Dream.

28 maggio 2021

Army of the dead (Zack Snyder, 2021)

Army of the dead (id.)
di Zack Snyder – USA 2021
con Dave Bautista, Ella Purnell
**

Visto in TV (Netflix).

In una Las Vegas invasa dagli zombie e isolata dal resto della nazione, un gruppo di superstiti e mercenari che era riuscito a fuggire dalla città progetta di introdurvisi di nuovo per raggiungere il caveau sotterraneo di un casinò e impadronirsi dei milioni di dollari in esso contenuti. Snyder fonde insieme due generi ben distinti e codificati del cinema action/horror/thriller americano, vale a dire lo zombie movie alla Romero (con alcune varianti che ricordano "Resident Evil") e l'heist movie (il "cinema di rapine", meglio se tecnologiche alla "Mission: Impossibile"), per produrre uno spettacolone che possa soddisfare un'ampia fetta di pubblico. E nonostante i suoi limiti, in fondo ci riesce: a parte le goffe battutine nei dialoghi e i personaggi stereotipati (su tutti la figlia del protagonista), la tensione e l'azione si mantengono alte per tutta la durata, forse eccessiva (due ore e mezza), della pellicola, e i colpi di scena non mancano (anche se non giungono certo inattesi, come in ogni film da "totomorti" che si rispetti). Peccato che l'ambientazione, Las Vegas appunto, sia solo un pretesto per scenari e situazioni più da videogioco che da film, e non sfruttata fino in fondo (almeno non quanto aveva fatto John Carpenter in una pellicola per certi versi analoga a questa, "1997: Fuga da New York": c'è anche il conto alla rovescia per portare a termine la missione, in questo caso perché una bomba nucleare sta per arrivare a distruggere la città). Il roster dei personaggi è ricco, ma si tratta di figure fumettistiche o costruite a tavolino, da dividere fra buoni e cattivi, e fra comici e drammatici, in pochi però capaci di lasciare qualcosa allo spettatore, a partire dall'anonimo protagonista interpretato da un Dave Bautista col pilota automatico. Da segnalare invece in positivo il tedesco Matthias Schweighöfer (Dieter, lo scassinatore, che lavora sulle note del "Crepuscolo degli dei" di Wagner), Nora Arnezeder (Lily "Coyote", la guida, uno dei personaggi più ambigui) e Raúl Castillo (Guzman, la testa calda caciarona e amante dei social media). Memorabile anche la tigre zombie. Molto belli i titoli di testa, quasi un film nel film, che raccontano gli antefatti della storia (e in questo ricordano il "Watchmen" sempre di Snyder). Curiosità: Tig Notaro, che interpreta il pilota dell'elicottero, è stata sostituita digitalmente all'attore inizialmente scritturato per la parte, Chris D'Elia, dopo che questi aveva già girato le sue scene.

27 maggio 2021

Pagine sommesse (A. Sokurov, 1994)

Pagine sommesse, aka Pagine silenziose (Tikhie stranitsy)
di Aleksandr Sokurov – Russia 1994
con Aleksandr Cherednik, Elizaveta Koroleva
**1/2

Visto su YouTube.

Tormentato dai sensi di colpa per un omicidio che ha commesso, un uomo vaga per le strade di una città, interagendo con i suoi abitanti. Ispirandosi al "Delitto e castigo" di Dostoevsky (anche se la didascalia iniziale allarga il campo, riferendosi "alle opere di scrittori russi del XIX secolo"), Sokurov firma un film breve (poco più di un'ora) ma lento e intenso, con atmosfere a tratti decisamente tarkovskiane (siamo in una sorta di limbo, con persone che sembrano quasi anime perdute, strade che emettono vapore e umidità, cani randagi e strane strutture architettoniche: il tutto ricorda "Stalker"). Notevole il lavoro sull'immagine e sul sonoro, con una fotografia (di Aleksandr Burov) dalla qualità quasi pittorica, dai colori desaturati che rendono i fotogrammi come vecchie foto sbiadite, e la rarefazione dei dialoghi (nei quali il protagonista si interroga sui motivi del proprio gesto e sull'esistenza di una volontà superiore) che dà vita a sequenze praticamente mute. La regia abbonda di long take e piani sequenza con movimenti di macchina lentissimi. Non per tutti i gusti, insomma, ma ricco di fascino. Certe cose (come le distorsioni delle immagini sullo schermo) anticipano il successivo "Faust". Musiche di Mahler (i Kindertotenlieder).

26 maggio 2021

Buñuel nel labirinto delle tartarughe (S. Simó, 2018)

Buñuel nel labirinto delle tartarughe
(Buñuel en el laberinto de las tortugas)
di Salvador Simó – Spagna/Ola/Ger 2018
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Prime Video).

Nel 1930, dopo lo scandalo suscitato a Parigi da "L'age d'or", Luis Buñuel fatica a trovare finanziamenti per altri film. Gli giunge in aiuto l'amico Ramón Acín, scultore anarchico che si offre di produrgli una nuova pellicola grazie a una vincita alla lotteria. Su suggerimento di un antropologo, decide così di girare un documentario su Las Hurdes, nella regione dell'Estremadura in Spagna, una delle zone più povere e arretrate del paese. Insieme a Ramón e a una troupe di due uomini, Buñuel si reca dunque sul posto per effettuare le riprese di quello che diventerà il suo terzo film, "Terra senza pane", uscito nel 1933. Tratto da una graphic novel di Fermín Solís, questo biopic sceglie curiosamente di raccontare la lavorazione della pellicola attraverso il cinema d'animazione: il tratto stilizzato ma realistico è perfettamente al servizio di personaggi e ambientazioni, con occasionali inserti di sequenze del film di Buñuel, di cui è a tutti gli effetti un making of e di cui mostra i retroscena delle sequenze più crudeli e d'impatto (animali morti, bambini malati, riti e cerimonie ancestrali). Il regista appare tormentato da sogni e visioni, da ricordi d'infanzia e confronti con la morte, da paure irrazionali ed eccentricità (il terrore dei galli, il vestito da suora), da un rapporto irrisolto con il padre (che ricorre nei suoi incubi) e con Salvador Dalì (con cui aveva condiviso l'esperienza surrealista). Nel finale la pellicola rende giustizia anche a Ramón, ucciso dai franchisti nel 1936, il cui nome nei titoli di testa del film venne reintegrato soltanto nel 1960.

25 maggio 2021

Le cose che verranno (Mia Hansen-Løve, 2016)

Le cose che verranno (L'avenir)
di Mia Hansen-Løve – Francia/Germania 2016
con Isabelle Huppert, Roman Kolinka
***

Visto in divx.

La vita di Nathalie (Isabelle Huppert), insegnante di filosofia in un liceo parigino, sembra cambiare improvvisamente nel giro di pochi mesi: il marito Heinz (André Marcon), dopo venticinque anni di matrimonio, le confessa di amare un'altra donna e va a vivere con lei; l'anziana madre (Édith Scob), ansiosa e depressa, viene prima ricoverata in una casa di riposo e poi muore; i figli vanno via di casa e mettono su famiglia; la casa editrice per cui pubblica i suoi saggi, in seguito a "valutazioni della divisione marketing", le fa sapere che non intende proseguire la collaborazione... Ma la donna andrà avanti comunque, adattandosi alle nuove situazioni e trovando nuove gratificazioni in ciò che la vita le regala (come la nascita di un nipotino). Ritratto di una donna immersa in un mondo che rischia di lasciarla dietro mentre invecchia (gli studenti picchettano e contestano fuori dalla scuola, il marito si trova una donna più giovane, i suoi libri non vanno più incontro ai gusti del pubblico, lei stessa diventa nonna e si scopre lontana dalle idee dei giovani). La ritrovata "libertà", dopo anni in cui non aveva mai messo in discussione il proprio stile di vita ("Con mio marito ascoltavamo gli stessi dischi da vent'anni"), l'aiuterà a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé stessa: proprio come Pandora, l'anziana gatta della madre che ha dovuto adottare dopo la morte di lei (pur essendo allergica), sempre vissuta in casa ma che alla prima visita in campagna fugge alla scoperta dei propri istinti e del proprio essere, per tornare il mattino dopo con un topo in bocca! Ad aiutarla a trovare questa consapevolezza è il giovane Fabien (Roman Kolinka), il suo ex allievo prediletto, dalle idee anarchiche, radicali e anticonformiste ma almeno sincero con sé stesso, al quale proprio lei ha insegnato a essere coerente e a pensare con la propria testa. Il film narra tutto questo senza eccessi, scene madri o gridate, in maniera molto naturale e delicata, come "normale" e quotidiana è l'intera pellicola, calma e pacifica ("Deep peace" è il titolo della canzone di Donovan che si sente nel finale). "Finché si desidera, si può fare a meno di essere felici, perché si aspetta di esserlo. E se la felicità non arriva, la speranza si prolunga... Guai a chi non desidera più niente", recita un testo di Rousseau che Nathalie legge in classe ai suoi allievi. Ottima, come sempre, la Huppert. Nella colonna sonora spicca un bellissimo Lied di Schubert, "Auf dem Wasser zu singen".

23 maggio 2021

Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)

Magnolia (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 1999
con Tom Cruise, Julianne Moore
***1/2

Rivisto in DVD.

Le vicende di vari personaggi, molti dei quali collegati direttamente o indirettamente fra loro, si intersecano in maniera rocambolesca nell'arco di 24 ore, culminanti in una bizzarra pioggia di rane (un fenomeno meteorologico raro ma effettivamente possibile) su Magnolia Boulevard, a Los Angeles (da cui il nome del film). L'anziano produttore televisivo Earl Partridge (Jason Robards), in punto di morte, chiede all'infermiere che lo accudisce, Phil (Philip Seymour Hoffman), di rintracciare il figlio che ha abbandonato anni prima. Questi, che ora si fa chiamare Frank T.J. Mackey (Tom Cruise), è diventato un "guru" del sesso che conduce una trasmissione chiamata "Seduci e distruggi", dove insegna come conquistare (e abbandonare) le donne. La nevrotica Linda (Julianne Moore), giovane moglie di Earl, che ha sposato solo per il suo denaro, ha scoperto di amarlo proprio adesso che sta per morire e progetta di suicidarsi insieme a lui con una robusta dose di farmaci. Jimmy Gator (Philip Baker Hall), conduttore veterano del quiz show per bambini prodotto da Earl, è a sua volta malato di tumore, nonché alcolizzato e in crisi perché la figlia Claudia (Melora Walters) non vuole più vederlo né parlargli. Quest'ultima, tossicomane e sregolata, incontra il poliziotto Jim (John C. Reilly), single in cerca di amore che si invaghisce di lei. Anche Donnie Smith (William H. Macy), un tempo bambino prodigio protagonista della trasmissione di Jimmy e ora un perdente che conduce una vita miserabile, è in cerca di amore (è innamorato di un barista), e nel frattempo progetta di derubare il proprietario del negozio dove lavora. Il piccolo Stanley (Jeremy Blackman) è invece l'attuale star del quiz televisivo: ma le aspettative su di lui, fomentate dal padre e dal pubblico intero, lo fanno andare in crisi e scatenano la sua ribellione...

Il terzo film di Paul Thomas Anderson è tuttora forse il suo lavoro migliore ("Boogie nights" a parte). Lungo (tre ore abbondanti) e complesso, dalla struttura corale e altmaniana, pieno di rimandi e citazioni interne (i numeri 8 e 2, per esempio, si ripetono in continuazione: si tratta di un riferimento al passo biblico Esodo 8:2, che preannuncia la pioggia di rane), affronta tanti e tali temi di "peso" (la malattia, la morte, il rapporto fra padri e figli, i tradimenti, i sensi di colpa, la dipendenza – dal sesso, dalle droghe, dal successo, dall'alcol, o semplicemente dall'amore) da risultare estremamente ambizioso, forse troppo se pensiamo che è opera di un regista così giovane (soltanto 29 anni al momento dell'uscita nelle sale). E dire che inizialmente Anderson intendeva realizzare un film "piccolo" e intimo: ma in fase di scrittura la pellicola "ha continuato a sbocciare" (come una magnolia, appunto?), ingigantendosi sempre di più. Certo, non mancano alcuni passaggi un po' troppo melodrammatici, con certi eccessi emotivi e lungaggini che vanno forse a discapito dell'insieme. Come per "Il favoloso mondo di Amélie" di Jeunet, si ha a tratti l'impressione che "il troppo stroppia" (lo stesso PTA, in retrospettiva, ha ammesso che avrebbe fatto meglio a ridurre la durata della pellicola e a tagliare qualche cosa). Ma la tensione riesce a reggere per tutto il film, grazie anche a un eccellente montaggio, coadiuvato dalla fotografia (di Robert Elswit) e dalla colonna sonora (di Jon Brion, con molte canzoni di Aimee Mann), tutti elementi che fanno da collante fra le diverse scene, collaborando in maniera continua e incessante fra loro e con la regia.

Si parte da una voce narrante che riepiloga alcuni fatti bizzarri, strane coincidenze o casualità (in parte eventi reali, in parte leggende urbane), per sottolineare come quelli che sembrano scherzi del caso o fatalità possono invece accadere di continuo: le vicende che seguono ce lo dimostreranno, con frequenti collegamenti fra i personaggi o analogie fra le situazioni di cui sono protagonisti. Molte di queste si infatti ripetono o si rispecchiano l'una nell'altra: e le storie, oltre a intersecarsi, procedono anche in parallelo, in un crescendo che va di pari passo con l'evoluzione della situazione meteorologica all'esterno (la pioggia incessante, il breve momento di calma – in cui tutti i personaggi intonano, ciascuno per proprio conto, la canzone "Wise Up" – e infine la suddetta pioggia di batraci che, in qualche modo, contribuisce a sciogliere molti nodi). Ottimo e convincente Tom Cruise, forse alla sua prova migliore di sempre, in un ruolo sopra le righe e decisamente diverso da quelli che ha interpretato in precedenza. Eccellente anche Julianne Moore (meravigliosa la scena in farmacia), ma bene tutto il cast, che comprende numerosi habitué del regista (Philip Baker Hall, Philip Seymour Hoffman e John C. Reilly). Jason Robards era al suo ultimo film. Piccole parti per Luis Guzmán (uno dei concorrenti adulti del quiz show), Melinda Dillon (la moglie di Jimmy), Michael Bowen (il padre di Stanley), April Grace (la giornalista che intervista Frank), Alfred Molina, Henry Gibson, Felicity Huffman. Tre nomination agli Oscar (per Cruise come attore non protagonista, per la sceneggiatura, e per la canzone "Save Me").

22 maggio 2021

Scalciando e strillando (N. Baumbach, 1995)

Scalciando e strillando (Kicking and screaming)
di Noah Baumbach – USA 1995
con Josh Hamilton, Olivia d'Abo
**

Visto in TV (Netflix).

Per un gruppo di amici appena usciti dal college, perditempo e bamboccioni, nulla sembra cambiare mai: continuano infatti a gravitare attorno al campus dell'università, a frequentare le matricole, a perdere tempo in discorsi fumosi o in giochi infantili, senza mai prendere decisioni o passare veramente all'età adulta. E c'è persino chi pensa di iscriversi nuovamente a corsi sempre più inutili e improduttivi. La pellicola d'esordio di Noah Baumbach, probabilmente autobiografica (è prodotta da Jason Blum, suo compagno di stanza al college, con l'endorsement di Steve Martin, amico di famiglia), è una commedia corale che colpisce per la sincerità di fondo con cui ritrae un gruppo di persone che rifiuta di crescere, ma che già appare un pizzico intellettuale e pretenziosa, visto che il vuoto dei personaggi finisce per contagiare anche il film. Fra le varie storie, poco più che aneddotiche, quella principale (nonché l'unica interessante) riguarda il rapporto fra Grover (Josh Hamilton) e Jane (Olivia d'Abo), entrambi aspiranti scrittori, di cui ci viene mostrato in flashback, lungo tutta la pellicola, l'incontro e l'innamoramento, prima che la ragazza decida di trasferirsi per un anno a Praga, lasciando lui in preda al dubbio e nella perenne attesa di sue notizie. Gli altri ragazzi sono interpretati da Carlos Jacott, Chris Eigeman, Eric Stoltz, Jason Wiles, Parker Posey e Cara Buono, mentre Elliott Gould (unico personaggio "adulto") è il padre di Grover. Alcune fonti (per esempio Wikipedia) citano il titolo italiano come "Scalciando e urlando".

21 maggio 2021

Green, green grass of home (Hou Hsiao-hsien, 1982)

The green, green grass of home (Zai na he pan qing cao qing)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1982
con Kenny Bee, Chen Meifeng
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il giovane Ta-nien (Kenny Bee) si trasferisce dalla città in un piccolo villaggio di campagna ai piedi delle montagne, per lavorare come insegnante in una scuola elementare. Al fianco dei suoi piccoli allievi riscoprirà il piacere di una vita semplice e serena, guidata dal quotidiano contatto con la natura. Il terzo film di Hou Hsiao-hsien costituisce un primo passo avanti del regista taiwanese, rispetto alle due commedie romantiche precedenti (da cui peraltro torna l'attore protagonista), verso un cinema più personale e meno legato a esigenze commerciali e a schemi preconfezionati. Primo di una serie di lavori nostalgici e semi-autobiografici sui temi dell'infanzia e dell'adolescenza (come i successivi "In vacanza dal nonno" e "A time to live, a time to die"), il lungometraggio si sofferma in modo particolare sul rapporto con la natura, per esempio attraverso il tentativo di Ta-nien di salvaguardare il ruscello locale, i cui pesci vengono avvelenati o pescati abusivamente con l'elettricità. A rappresentare invece le seduzioni della grande città c'è la ragazza che giunge da Taipei con l'intenzione di riportare con sé Ta-nien, senza però riuscire a ostacolare la sua love story con la graziosa collega Su-Yen (Chen Meifeng). I veri protagonisti della pellicola, però, sono i bambini, al centro di piccoli e grandi episodi, fra giochi e monellerie, amicizie e litigi, fughe e ribellioni verso i genitori, con echi dell'Ozu di "Buon giorno" e del Truffaut de "Gli anni in tasca". Bravi i piccoli attori, in particolare Chou Pin-chun e Cheng Chuan-wen.

20 maggio 2021

Cheerful wind (Hou Hsiao-hsien, 1981)

Cheerful wind, aka Play while you play (Feng er ti ta cai)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1981
con Feng Fei-fei, Kenny Bee
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Xinhui (Feng Fei-fei), fotografa in un'agenzia di pubblicità, si innamora di Jintai (Kenny Bee), medico tirocinante che ha perso la vista in un incidente ed è in attesa di un trapianto di cornea. E dopo l'operazione che lo guarisce gli promette di sposarlo, rinunciando così al fidanzamento con il collega e regista Chieh-wen (Anthony Chan), con cui conviveva da tempo. Poco da segnalare in questa commedia romantica episodica e formulaica, secondo lavoro di Hou Hsiao-hsien, che ripropone il terzetto di attori del precedente e gemello "Cute girl" negli stessi ruoli (lui, lei, l'altro). Nessuno dei possibili spunti viene approfondito – la cecità di Jintai, il tema dell'immagine (le fotografie) o del suono (la lettura dei libri ai ciechi), i rapporti con i genitori, il desiderio di lei di viaggiare e visitare il mondo prima di sposarsi, per non parlare del momento metacinematografico all'inizio, con i personaggi impegnati nelle riprese dello spot pubblicitario – e mancano persino gag o equivoci sostenuti a lungo che possano ravvivare la trama (come il fatto che inizialmente Jintai non conosce l'aspetto di Xinhui). La ricerca di valori aggiunti o di significati con il senno di poi (considerando la successiva filmografia del regista) è piuttosto vana: è una pellicola leggera e a tratti gradevole (anche per le numerose canzoni nella colonna sonora), ma dimenticabile.

19 maggio 2021

Acqua, vento, sabbia (Amir Naderi, 1989)

Acqua, vento, sabbia (Aab, baad, khaak)
di Amir Naderi – Iran 1989
con Majid Nirumand
***

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un ragazzino vaga nel deserto alla ricerca della propria famiglia, che ha abbandonato il villaggio natale dopo che il lago si è prosciugato. L'ultimo film girato da Amir Naderi in patria prima di abbandonare per sempre il paese e trasferirsi negli Stati Uniti, e forse il suo lavoro iraniano più celebre in occidente insieme al precedente "Il corridore" (con lo stesso attore, che lì era un bambino e qui è giusto un po' più cresciuto), è una pellicola quasi muta, antinarrativa e documentaristica. Il rumore incessante che vento che soffia (il sonoro, come capita spesso nel cinema iraniano, è un elemento fondamentale), la sabbia che permea l'aria, la terra spaccata e le dune del deserto mettono l'ambiente al centro della storia, rendendolo di fatto protagonista al pari del ragazzo, che si muove in uno scenario desolato, dove piccoli momenti di solidarietà si alternano ad altri in cui l'isolamento e l'istinto di sopravvivenza hanno la prevalenza su tutto. A differenza di gran parte delle persone che incontra, in più occasioni il ragazzo dimostra di avere un cuore: quando soccorre un bambino perso (o abbandonato?) nel deserto, facendo di tutto affinché sia accolto da una carovana di passaggio, o quando, nel finale, scava a mani nude un pozzo nella sabbia per trovare l'acqua necessaria a salvare una vita. E mentre il viaggio e la ricerca del protagonista assumono quasi toni archetipici, i luoghi inospitali, le carcasse di animali morti (attorno ai quali si aggirano cani randagi), i canti delle popolazioni nomadi concorrono a impreziosire un film lento e ostico ma anche immersivo, unico nel suo genere e capace di illustrare con forza il rapporto fra l'uomo e la natura. Nel finale, quando l'acqua sgorga copiosamente dal pozzo (è quasi un'inondazione, come se ci trovassimo in mezzo al mare), si odono le note della quinta sinfonia di Beethoven.

18 maggio 2021

Tangsir (Amir Naderi, 1973)

Tangsir
di Amir Naderi – Iran 1973
con Behrouz Vossoughi, Parviz Fanizadeh
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Per vendicarsi dei quattro uomini (un mercante, un avvocato, un giudice corrotto e lo sceicco locale) che gli hanno sottratto con l'inganno i risparmi di una vita per poi umiliarlo e deriderlo, il povero ma orgoglioso tangsir (ovvero membro di una tribù del Tangestan, nell'Iran meridionale) Za'er Mohammad decide di farsi giustizia da solo. Le sue azioni saranno la scintilla che scatenerà la rivolta della popolazione contro i soprusi e le vessazioni di autorità corrotte e forze dell'ordine compiacenti. Pellicola giovanile di Amir Naderi, ambientata a metà degli anni trenta (di Za'er, che ora lavora come scavapozzi, si dice che ha combattuto vent'anni prima, al fianco di Ali Delvari, contro gli inglesi che avevano occupato la regione nel 1915), ispirata a un romanzo di Sadeq Chubak e interpretata da quella che era una vera e propria star del cinema persiano, Behrouz Vossoughi, qui nel ruolo di un uomo coraggioso che diventa sua malgrado l'acclamato leader di una rivoluzione armata. Nonostante qualche ingenuità nella scrittura e alcune concessioni alla retorica, il film è appassionante e mette in mostra il talento di un regista che dopo essersi fatto le ossa con pellicole popolari come questa si dedicherà in seguito a un tipo di cinema sempre più personale, culminante in due titoli semi-autobiografici noti anche in occidente ("Il corridore" e "Acqua, vento, sabbia").

17 maggio 2021

Un pilota ritorna (R. Rossellini, 1942)

Un pilota ritorna
di Roberto Rossellini – Italia 1942
con Massimo Girotti, Michela Belmonte
*1/2

Visto in divx.

Il tenente Gino Rossati (Girotti), aggregato a una squadriglia dell'aviazione italiana incaricata di effettuare bombardamenti in Grecia e in Jugoslavia, viene abbattuto e fatto prigioniero dagli inglesi. Ma riuscirà a fuggire e a fare ritorno in patria. Da un soggetto di Tito Silvio Mursino (ovvero Vittorio Mussolini, figlio del duce e grande appassionato di cinema, che si firma con uno pseudonimo che è l'anagramma del suo nome), sceneggiato fra gli altri da Michelangelo Antonioni, è il secondo dei tre film di "propaganda" diretti da Rossellini a inizio carriera (la cosiddetta "trilogia della guerra fascista": gli altri due sono "La nave bianca" e "L'uomo dalla croce"). Come il lavoro precedente, intende celebrare l'eroismo dei militari italiani, enfatizzandone al tempo stesso il lato umano. Se la prima parte, quella ambientata all'aeroporto militare, che stempera l'inevitabile retorica patriottico-guerresca con momenti di quotidianità, cameratismo e scherzi e mostra le missioni degli aviatori in Grecia con belle riprese all'alto e dall'interno dei velivoli, è apprezzabile, la seconda, dedicata alla prigionia e poi alla ritirata degli inglesi che fanno terra bruciata portandosi dietro prigionieri e ostaggi civili – fra cui l'infermiera Anna (Belmonte), che si prende cura di un soldato amputato – è più convenzionale e meno interessante. L'energetica colonna sonora è di Renzo Rossellini, fratello di Roberto. Michela Belmonte, al debutto (ma reciterà in soli tre film), era la sorella minore della popolare attrice degli anni trenta e quaranta María Denis. Il film è dedicato "ai piloti che dai cieli di Grecia non hanno fatto ritorno".

16 maggio 2021

Mission: Impossible II (John Woo, 2000)

Mission: Impossible II, aka M:I-2 (id.)
di John Woo – USA 2000
con Tom Cruise, Thandie Newton
*1/2

Rivisto in DVD.

L'agente speciale Ethan Hunt viene incaricato di recuperare un pericoloso virus, Chimera, caduto nelle mani di un traditore che intende venderlo, insieme all'antivirus, a una casa farmaceutica. Al quarto film a Hollywood, dopo il successo di "Face/Off", John Woo ha finalmente la grande occasione di dirigere un film ad alto budget e con una star di primo livello come Tom Cruise, nel sequel di una delle pellicole che avevano riscosso il maggior successo al botteghino negli anni precedenti. Purtroppo tutto questo si ripercuote sul risultato finale: il regista cinese si ritrova infatti con una ridotta libertà d'azione rispetto al consueto (non aiuta il fatto che lo stesso Cruise sia co-produttore) e imprigionato da una sceneggiatura ingessata che (incredibile a dirsi) è persino peggiore di quella del primo capitolo. La storia è infatti contorta, i personaggi generici, i dialoghi pessimi, e persino il cast di contorno rappresenta un passo indietro se confrontato con quello del primo film: i cattivi sono gli anonimi Dougray Scott e Richard Roxburgh, la comprimaria femminile è l'insopportabile Thandie Newton. Un po' meglio i ruoli minori, interpretati da Anthony Hopkins (il superiore di Hunt), Rade Šerbedžija (il ricercatore che ha creato il virus) e Brendan Gleeson (il direttore dell'industria farmaceutica), mentre dal primo film torna solo Ving Rhames. Deludono, purtroppo, anche le scene d'azione, poco adrenaliniche: da ricordare giusto l'iconico incipit sui titoli di testa, con Tom Cruise impegnato in una spettacolare ma improbabile scalata a mani nude (free solo climbing) nel canyon del Colorado, e l'inseguimento finale in moto lungo le coste dell'Australia. La trovata delle maschere facciali per camuffare il proprio aspetto, per quanto derivante dalla serie tv (e dal film precedente), è invece abusata: alla quarta volta che se ne fa uso, cessa di essere una sorpresa. La mano di Woo si vede solo a tratti: nei ralenti, nei movimenti di macchina, e in piccoli dettagli (le colombe, gli occhiali da sole che trasformano Ethan Hunt in un personaggio alla "A better tomorrow"). La battuta migliore (a parte l'autoreferenziale "Questa non è Missione Difficile, è Missione Impossibile" di Hopkins) è quando il cattivo dice a Cruise: "La cosa più difficile quando ti ho interpretato è stato sorridere come un idiota ogni quindici minuti" (una frase che ricorda l'analoga presa in giro di Nicolas Cage verso John Travolta in "Face/Off").

15 maggio 2021

Mission: Impossible (B. De Palma, 1996)

Mission: Impossible (id.)
di Brian De Palma – USA 1996
con Tom Cruise, Jon Voight
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Membro di una squadra speciale di agenti segreti – l'IMF ("Reparto missione impossibile") – specializzati in azioni ad alta pericolosità, l'esperto in camuffamenti Ethan Hunt (Cruise) viene sospettato di essere un traditore, dopo che il suo intero team è stato eliminato nel corso di una missione a Praga. Per discolparsi dovrà identificare la vera talpa, rubando per proprio conto la lista degli agenti sotto copertura che questi intendeva vendere a un trafficante internazionale. Pellicola ispirata a una classica serie televisiva degli anni sessanta, che aveva già avuto un revival (sempre sotto forma di serie tv) alla fine degli anni ottanta: pur tradendone in parte lo spirito (il focus si sposta da un gruppo a un singolo eroe) e i personaggi originali (basti pensare a Jim Phelps, fra i protagonisti del serial tv e qui – interpretato da Jon Voight, dopo il rifiuto di Peter Graves – trasformato in cattivo), ha fatto registrare uno straordinario successo al botteghino, tanto da dare vita a una fortunata saga cinematografica (a oggi composta da sei capitoli, tutti con Tom Cruise come protagonista; ma altri sono in arrivo). A colpire l'immaginario del pubblico sono state soprattutto le sequenze delle effrazioni iper-tecnologiche, come quella al quartier generale della CIA, in seguito scimmiottate e imitate da numerose altre pellicole (anche in estremo oriente, come in Giappone o a Hong Kong, dove il film ha fatto particolare furore). E se per il resto la sceneggiatura è scadente (la trama ha poco senso o sembra improvvisata, e i personaggi mancano di personalità, a partire dal protagonista: ma anche la bella Emmanuelle Béart è sprecata), poco importa: lo spettacolo è tutto a livello di tensione, atmosfere, scene d'azione, con reminiscenze hitchcockiane e sequenze come l'inseguimento finale fra l'elicottero e il treno in corsa che bastano e avanzano a tenere desta l'attenzione di uno spettatore in cerca di intrattenimento facile sì ma di qualità. Tom Cruise, anche co-produttore, ha effettuato personalmente gran parte dei propri stunt. Nel cast anche Kristin Scott Thomas, Vanessa Redgrave, Jean Reno e Ving Rhames. La colonna sonora di Danny Elfman comprende anche una rielaborazione (di Larry Mullen e Adam Clayton) del tema classico della serie tv (di cui all'inizio è proposta una vera e propria sigla).

14 maggio 2021

Act of God (Peter Greenaway, 1981)

Atto di Dio (Act of God)
di Peter Greenaway – GB 1981
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale


In questo documentario di una mezz'ora scarsa, realizzato per conto di un'emittente televisiva (Thames Television), Greenaway intervista diverse persone che sono state colpite da un fulmine, intervallando le loro testimonianze con strane catalogazioni statistiche (le divide cioè per altezza, per capi di vestiario, per gli oggetti che tenevano in mano al momento dell'accaduto, per località geografica, per l'ora esatta (al minuto) in cui il fulmine è caduto, ecc.), e aggiungendo inoltre alcuni brevi reportage su altri casi in cui la vittima non è sopravvissuta. Fra gli episodi più curiosi, quello che ha spinto il regista a scegliere questo soggetto (la tv gli aveva dato carta bianca) è stato il caso di una squadra di calcio gallese rimasta folgorata tutta insieme mentre i giocatori si stringevano per mano prima del calcio di inizio: "la scarica è passata attraverso tutti i giocatori e ha incenerito soltanto l'ultimo della fila, che si chiamava Peter Greenaway. Non potevo non fare questo film!", ha commentato. Lungi dall'apparire sensazionalista e compiacente nel raccontare tragedie personali, il corto ha quel mood di catalogazione enciclopedica che permea quasi tutti i lavori di Greenaway del suo primo periodo, da "Windows" a "Vertical features remake", con il culmine – naturalmente – raggiunto nel monumentale "The Falls". Almeno in questo caso gli eventi raccontati sono reali (al netto di leggende e superstizioni che vengono menzionate di sfuggita, o di riferimenti storici, letterari e musicali sull'argomento), e dunque nonostante le apparenze si tratta di un autentico documentario e non un mockumentary. La musica, come sempre, è di Michael Nyman.

13 maggio 2021

Il giardino delle vergini suicide (S. Coppola, 1999)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides)
di Sofia Coppola – USA 1999
con Kirsten Dunst, Josh Hartnett
***

Rivisto in DVD.

Raccontato in flashback, 25 anni dopo i fatti, da uno dei ragazzi del vicinato che hanno assistito da lontano a tutta la vicenda, la storia del misterioso suicidio delle cinque sorelle Lisbon – Cecilia (Hanna R. Hall), di 13 anni; Lux (Kirsten Dunst), di 14; Bonnie (Chelse Swain), di 15; Mary (A. J. Cook), di 16; Therese (Leslie Hayman), di 17 – cresciute nella bambagia di una famiglia benestante e altoborghese in un ricco quartiere residenziale alla periferia di Detroit. Anche se gli indizi sul motivo dei suicidi in qualche modo non mancano (l'asfissia della famiglia in primis, con genitori molto severi, protettivi e oppressivi: il padre, insegnante nella loro stessa scuola, è debole e sottomesso; la madre, casalinga, è bigotta e intransigente, tanto che giunge a rinchiudere le figlie in casa), i veri pensieri e l'indole delle ragazze rimangono sempre evasivi e sfuggenti, un vero e proprio enigma agli occhi dei ragazzi osservatori, che ammettono la loro incapacità di afferrare o conoscere l'animo femminile ("Capimmo che sapevano tutto di noi, e che noi non potevamo comprenderle affatto"). Il primo lungometraggio di Sofia Coppola, figlia del grande regista Francis Ford Coppola e anche sceneggiatrice, che ha adattato l'omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, rimane tuttora uno dei suoi lavori più interessanti. Nonostante l'ambientazione quasi contemporanea (siamo negli anni Settanta), a tratti l'estetica ricorda il vittoriano "Picnic a Hanging Rock" di Peter Weir: sarà per l'atmosfera sospesa di mistero ed enigma (la vicenda è rivissuta nei ricordi dei ragazzi quasi come si sia trattato di uno strano sogno), o per l'aspetto virginale – appunto! – delle ragazze, tutte bellissime e biondissime, quasi indistinguibili l'una dall'altra (anche se l'enfasi è soprattutto sulle due più giovani, e su Lux in particolare). James Woods e Kathleen Turner sono i due genitori, Josh Hartnett è Trip, il "bello" della scuola che si innamora di Lux (interpretato da Michael Paré da adulto). Piccole apparizioni per Scott Glenn (il prete) e Danny DeVito (lo psichiatra). Il titolo italiano fa riferimento alla scena in cui gli alberi del giardino di casa, malati, vengono abbattuti nonostante le proteste delle ragazze, che vi si identificano. La colonna sonora (ispirata alle sonorità dei Pink Floyd) è opera del duo francese di musica elettronica Air.

12 maggio 2021

The constant gardener (F. Meirelles, 2005)

The constant gardener - La cospirazione (The Constant Gardener)
di Fernando Meirelles – GB/Germania 2005
con Ralph Fiennes, Rachel Weisz
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Dopo la morte della giovane moglie (Rachel Weisz), attivista umanitaria che indagava sulle attività illecite delle case farmaceutiche occidentali che operano in Africa, un diplomatico inglese di stanza in Kenya (Ralph Fiennes) prosegue il suo lavoro e scopre che nel continente nero vengono sperimentati con disinvoltura nuovi farmaci sulla pelle delle persone e con la complicità del governo britannico. Da un romanzo di John le Carré, sceneggiato da Jeffrey Caine, un buon thriller di fantapolitica che si appoggia su temi forti e d'attualità, vagamente ispirato a casi reali e con una bella ambientazione. La brava Weisz (che appare quasi solo in flashback) fu premiata con l'Oscar come miglior attrice non protagonista, ma il peso del film è soprattutto sulle spalle di Fiennes, che torna in Africa (questa volta subsahariana) nove anni dopo "Il paziente inglese". Peccato che regia e fotografia non abbiano le idee del tutto chiare, ondeggiando in un guazzabuglio di stili diversi. Colonna sonora dell'almodovariano Alberto Iglesias. Il titolo si riferisce alla passione per il giardinaggio del protagonista, in un primo tempo indifferente ai problemi dei paesi africani (significativa la scena in cui rifiuta di aiutare una famiglia kenyota, spiegando alla moglie che è impossibile occuparsi di tutti, mentre in seguito cambierà idea e sarà protagonista di uno scambio di vedute simile, ma stavolta dall'altra parte della barricata). Nel cast anche Bill Nighy (il politico corrotto), Danny Huston (il collega traditore) e Pete Postlethwaite (il medico con i sensi di colpa).

11 maggio 2021

Tatuaggio (Yasuzo Masumura, 1966)

Tatuaggio (Irezumi)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1966
con Ayako Wakao, Akio Hasegawa
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Siamo in epoca Edo. Fuggita con il suo giovane amante perché il padre non approvava la loro relazione, la figlia di un mercante (Ayako Wakao) viene venduta a una casa di geisha, il cui proprietario le fa tatuare un ragno gigante sulla schiena. Diventa ben presto una delle cortigiane più richieste e ambite, facendo girare la testa a numerosi clienti: ma come per vendicarsi di coloro che le hanno fatto torto, si trasforma anche in una "mangiatrice di uomini", causandone la rovina o la morte, come se il ragno tatuato l'avesse posseduta (lo stesso tatuatore si sente in colpa). Da un racconto di Junichiro Tanizaki (sceneggiato da Kaneto Shindo), un film torbido e avvolgente, che l'ambientazione storica contestualizza ma fino a un certo punto: la figura della donna ammaliatrice e divoratrice, che porta alla rovina gli uomini che lei stessa attira nella propria rete, ha un carattere mitologico ed archetipico, che trascende dunque l'ambientazione giapponese e il periodo in questione. La bella Ayako Wakao era l'attrice prediletta di Masumura, avendo recitato in ben venti dei suoi film. Akio Hasegawa è il suo pavido amante, Fujio Suga l'amico che la tradisce vendendola, Asao Uchida il proprietario del bordello, Kei Sato il samurai, Gaku Yamamoto il tatuatore.

10 maggio 2021

L'arte della difesa personale (R. Stearns, 2019)

L'arte della difesa personale (The Art of Self-Defense)
di Riley Stearns – USA 2019
con Jesse Eisenberg, Alessandro Nivola
***

Visto in TV (Prime Video).

Casey (Eisenberg), impiegato amministrativo timido e complessato, dopo essere stato aggredito in strada da un gruppo di motociclisti decide di iscriversi a un corso di arti marziali. Finisce così nella palestra di karate gestita da un eccentrico "Sensei" (Nivola): imparerà a vincere le proprie paure, ma scoprirà anche che i metodi del maestro, carismatico e folle, sono tutt'altro che ortodossi... Strepitosa black comedy che sorprende lo spettatore dall'inizio alla fine, con una vena comico-grottesca e un'asciuttezza di fondo che pure non impediscono di fornire un ritratto accurato (per quanto esagerato e sopra le righe) di certi ambienti legati alle arti marziali: palestre dove da un lato si impara a migliorare sé stessi sul piano mentale e filosofico prima ancora che su quello fisico, ma dove dall'altro possono circolare machismo, testosterone e violenza. Il taglio è comunque sempre straniante e astratto, a tratti esilarante, in particolare mentre seguiamo i "progressi" di Casey, il suo prendere lentamente contatto con il lato più virile e convinto della propria personalità, con l'orgoglio per i progressi compiuti (il passaggio dalla cintura bianca a quella gialla è un vero e proprio momento chiave), l'atteggiamento più sicuro di sé nei confronti degli altri e del mondo; ma il plot non lesina nemmeno colpi di scena con svolte quasi da thriller, come quando scopriamo la natura delle "lezioni serali" che il Sensei riserva a un gruppo di allievi selezionati (e qui il film ricorda per assonanza pellicole cult come "Fight club" e "Point break"). Ottimo il protagonista. Imogen Poots è Anna, l'unica donna che frequenta la palestra, mal tollerata dal Sensei ("Essere donna le impedirà di diventare uomo"), ma che fornisce a Casey l'ultimo insegnamento necessario (la forza non è solo violenza, e la compassione non è solo debolezza). Memorabili i cani (Casey passa da un bassotto a un pastore tedesco, così come – ovviamente su suggerimento del Sensei – dallo studio del francese a quello del tedesco e dall'ascolto della musica pop a quello del metal).

9 maggio 2021

L'hotel elettrico (Segundo de Chomón, 1908)

L'hotel elettrico (Hôtel électrique)
di Segundo de Chomón – Francia 1908
con Segundo de Chomón, Julienne Mathieu
***

Visto su YouTube.

Una coppia di turisti (interpretati dallo stesso Chomón e da sua moglie Julienne Mathieu) arriva in un grande albergo dove, grazie a una serie di comandi su una consolle, le valigie si spostano da sole fino in camera, dove si aprono e tutti gli oggetti e gli abiti al loro interno si dispongono nei cassetti e negli armadi. Sempre grazie a questa meravigliosa tecnologia, le spazzole lucidano le scarpe da sole, i capelli della signora vengono pettinati e l'uomo viene rasato da strumenti che si muovono autonomamente. Persino una lettera ai parenti, per comunicare loro che il viaggio è andato bene, viene scritta da sola. Ma proprio quando tutto sembra andare bene, un malfunzionamento fa impazzire le apparecchiature elettriche e l'intero contenuto della stanza viene scosso in un turbine incessante. Trionfo del "cinema di effetti speciali" di cui Chomón era maestro: qui non si tratta però di imitare Georges Méliès come in altri suoi lavori, che spesso erano copie pedisseque dei film del regista francese (si pensi a "Excursion dans la lune" del 1908, remake scena per scena del "Viaggio sulla Luna" del 1902); il riferimento sembra essere invece "The haunted hotel" (1907) di James Stuart Blackton (a sua volta, comunque, ispirato a "L'auberge ensorcelée" di Méliès). Siamo infatti di fronte all'applicazione su larga scala dell'animazione a passo uno (stop motion), tecnica che Chomón aveva già sperimentato in precedenza (per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" del 1906) e che ora porta alle estreme conseguenze: il movimento degli oggetti è fluido e convincente (per l'epoca), ma la grande novità è l'applicazione della "pixilation", ovvero la fusione fra attori in carne e ossa e oggetti mossi a scatto singolo (nella scena della pettinatura e della rasatura). Memorabile sotto diversi punti di vista, il film raggiunge il suo climax nel finale caotico e distruttivo che porta bruscamente la pellicola alla conclusione. E per certi versi l'argomento trattato anticipa il "Mio zio" di Jacques Tati (con la sua casa moderna, piena di elettrodomestici e automatismi).

Le spectre rouge (Segundo de Chomón, 1907)

Le spectre rouge
di Segundo de Chomón [e Ferdinand Zecca] – Francia 1907
con Julienne Mathieu
**

Visto su YouTube.

In una caverna, un demone in costume scheletrico e mantello si diletta in una serie di giochi di prestigio, facendo apparire belle ragazze, lasciandole levitare e poi sparire, riducendone le dimensioni fino a infilarle dentro delle bottiglie, o ammirandone le fattezze in uno specchio (nonché in una specie di schermo televisivo, dove può anche cambiare canale!). Ma una diavolessa lo disturba in continuazione, rompendogli le uova nel paniere. Pellicola "alla Méliès", nella quale Segundo de Chomón – che dal 1905 lavorava in Francia alla Pathé, agli ordini di Ferdinand Zecca – ripropone in una cornice infernale gran parte dei trucchi ottici e teatrali già usati dal regista parigino, come la sostituzione e la scomparsa tramite stacchi, la sovrimpressione e la ripresa a ritroso, il tutto in una scenografia statica con quinte mobili. La colorazione virata sul rosso contribuisce all'atmosfera, ma per il resto il cortometraggio offre poco di interessante, essendo peraltro stato realizzato quando lo stesso Méliès e il suo "cinema delle attrazioni" erano già in declino. Curiosità: il film è spesso confuso (anche in rete, vedi IMDb e YouTube) con un altro lavoro di Chomón, "Satan s'amuse", al punto che qualcuno ha sospettato che si tratti di due titoli per la stessa pellicola. Ma stando ad altre fonti, "Satan s'amuse" avrebbe tutt'altra trama e mostrerebbe il diavolo, annoiato, risalire in superficie e interagire con gli uomini che vivono lassù.

8 maggio 2021

Hansel and Gretel (Tim Burton, 1983)

Hansel and Gretel
di Tim Burton – USA 1983
con Jim Ishida, Michael Yama
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Abbandonati nel bosco dalla matrigna cattiva (Michael Yama), i due fratellini Hansel e Gretel (Andy Lee e Alison Hong) trovano rifugio in una casa fatta di dolciumi, dove però abita una strega (sempre Yama) che progetta di mangiarli. A finire nel forno sarà invece lei, e i due bambini potranno riunirsi con il padre (Jim Ishida). Tim Burton ha realizzato questa versione della celebre fiaba dei fratelli Grimm per un programma televisivo di The Disney Channel: si tratta del suo primo lavoro con attori in carne e ossa (il precedente "Vincent" era in animazione a passo uno). Curiosa la scelta di casting, con interpreti tutti di etnia asiatica: forse anche per questo ci sono arti marziali (la strega combatte con shuriken e nunchaku!). Nel complesso simpatico, anche grazie agli sfondi disegnati, ai pupazzi (il padre dei due bambini è un giocattolaio) e all'esplosione di colori nella casa della strega, e degna di lode la scelta di non edulcorare i temi dark della fiaba originale (con gli americani non si sa mai!), con tutti i suoi significati simbolici e psicanalitici.

7 maggio 2021

Minari (Lee Isaac Chung, 2020)

Minari (id.)
di Lee Isaac Chung – USA 2020
con Steven Yeun, Han Ye-ri
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Una famiglia di immigrati coreani, negli anni ottanta, si trasferisce dalla California all'Arkansas per vivere in una casa mobile in mezzo alla campagna, dove il capofamiglia (Steven Yeun) spera di coltivare la terra, mentre lui e la moglie (Han Ye-ri) lavorano in un vicino allevamento di polli al "sessaggio" dei pulcini. Ma le difficoltà non mancano, dalla mancanza di acqua per irrigare i campi ai problemi di salute del figlio più piccolo (Alan Kim), malato di cuore, così come i disaccordi e le differenze di vedute fra i due coniugi. Che non si acquietano nemmeno quando dalla Corea giunge la madre di lei, eccentrica nonnina (Yoon Yeo-jeong) incaricata di accudire i bambini. Ma alla fine le cose si sistemeranno quasi da sole. Semi-autobiografico (il regista è nato negli Stati Uniti da genitori coreani ed è cresciuto in una fattoria), un film acclamato dalla critica (ha vinto numerosi premi ed è stato nominato a sei Oscar, conquistando con Yoon la statuetta per la miglior attrice non protagonista) e che in America è piaciuto per via della rinnovata attenzione verso le radici della loro multiculturalità, che però io ho trovato esile, noioso e semplicemente poco interessante, tanto nella storia quanto nei personaggi. Gli eventi accadono quasi random, le svolte sono telefonate, le risoluzioni non hanno peso. La cosa peggiore è la poca naturalezza di fondo: più che coreani, i personaggi sembrano americani in tutto e per tutto: per come recitano, per come parlano, per i valori che propugnano. Non a caso i dialoghi (assai didascalici, peraltro) sono stati scritti in inglese dal regista, e tradotti in coreano (da un'altra persona) soltanto in seguito. Il doppiaggio italiano appiattisce il tutto traducendo sia il coreano che l'inglese nella nostra lingua ed eliminando così l'unico elemento di interesse, quello multiculturale appunto. Anche il sessaggio dei pulcini poteva rappresentare un'ardita metafora (gli elementi "improduttivi" vengono scartati), ma poi non c'è legame con le vicende dei protagonisti o con l'ambiente circostante. Fotografia molto (troppo) desaturata, come a voler ammantare di un'aura remota e nostalgica quelli che sono ricordi dell'infanzia. Ma che siamo negli anni ottanta lo si capisce solo da una frasetta che fa riferimento a Reagan, a metà film. Il "minari" che dà il titolo alla pellicola è una sorta di prezzemolo orientale.

5 maggio 2021

Il silenzio degli innocenti (J. Demme, 1991)

Il silenzio degli innocenti (The silence of the lambs)
di Jonathan Demme – USA 1991
con Jodie Foster, Anthony Hopkins
***

Rivisto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Per tracciare un profilo psicologico di "Buffalo Bill", elusivo serial killer che rapisce, uccide e scuoia giovani donne, Clarice Starling (Jodie Foster), agente dell'FBI ancora in addestramento, viene inviata dal suo superiore Jack Crawford (Scott Glenn) a "intervistare" Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psicopatico cannibale rinchiuso in un carcere psichiatrico di massima sicurezza. Inquietante e pericoloso, ma anche colto e dai modi affabili, Hannibal stringerà uno strano sodalizio con Clarice, aiutandola (seppure in maniera enigmatica e mai diretta) a identificare l'assassino (Ted Levine). Dal romanzo di Thomas Harris, secondo volume – dopo "Il delitto della terza luna", da cui era stato tratto "Manhunter" di Michael Mann – del ciclo dedicato al personaggio di "Hannibal the Cannibal", un thriller di grande successo che ha riportato in auge il filone dei serial killer (tanto che negli anni successivi spuntarono come funghi molte pellicole di questo tipo). Vinse i cinque premi Oscar più importanti, quelli per il miglior film, la regia, la sceneggiatura (di Ted Tally), l'attore e l'attrice protagonista (il secondo per Foster, dopo "Sotto accusa"), uno dei soli tre film a esserci riusciti (il primi due erano stati "Accadde una notte" e "Qualcuno volò sul nido del cuculo"). Rispetto al film di Mann, siamo su livelli più alti sotto ogni punto di vista: la regia, l'atmosfera, la suspence, ma soprattutto la caratterizzazione psicologica dei personaggi, che escono dai cliché del genere e penetrano sotto la pelle dello spettatore, inquietandolo a più riprese (soprattutto Lecter, originalissima figura di cattivo che non è però l'antagonista del film, come peraltro già in "Manhunter", dove il personaggio era interpretato da Brian Cox). Il titolo (che in originale non parla di "innocenti" ma di "agnelli": le battute sulla famiglia torinese si sono sprecate, quindi non le ripeterò) si riferisce al sogno ricorrente di Clarice che le impedisce di dormire tranquilla, sin da quando da bambina aveva assistito allo sgozzamento degli animali di una fattoria, le cui grida l'hanno spinta a intraprendere la carriera che ha scelto. Memorabile (e iconico) Hopkins con la maschera sul viso (ispirata a quella dei portieri di hockey), ma anche il personaggio eccentrico e para-transessuale di Buffalo Bill (con qualche polemica in patria da parte delle organizzazioni LGBT; per quanto possa valere, Lecter stesso mette in chiaro che non c'è un legame fra transessualità e violenza). Molte le trovate interessanti, oggi forse meno efficaci perché in seguito se ne è abusato allo sfinimento: dalla fuga di Lecter dalla gabbia in cui era tenuto prigioniero (con modalità grandguignolesche) alla scena dell'irruzione nella presunta casa del killer (con un montaggio parallelo che "inganna" lo spettatore). Ottima la musica di Howard Shore. Cameo per Roger Corman (il direttore dell'FBI), mentre Anthony Heald interpreta Frederick Chilton (il direttore dell'istituto psichiatrico, nonché "l'amico" che Hannibal "attende per cena" nel finale). Numerosi errori e imprecisioni nella traduzione e nell'adattamento italiano dei dialoghi (vedi qui). Lecter – e purtroppo anche Clarice – torneranno in "Hannibal" di Ridley Scott.

4 maggio 2021

Cute girl (Hou Hsiao-hsien, 1980)

Cute girl, aka Lovable you (Jiushi liuliu de ta)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1980
con Feng Fei-fei, Kenny Bee
**

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Wen-wen (Feng Fei-fei), figlia di un ricco industriale, decide di trascorrere dalla zia in campagna i suoi ultimi giorni di "libertà" prima di accettare il matrimonio combinato che le è stato organizzato dalla famiglia. Laggiù, però, si innamora di Daigang (Kenny Bee), geometra che sta progettando la costruzione di un'autostrada. Tornati a Taipei, Daigang farà di tutto per sabotare le nozze della fanciulla... Il primo film di Hou Hsiao-hsien si iscrive nella tradizione della commedia romantica, di cui rispetta quasi tutti i luoghi comuni, almeno nella prima parte: già, perché nella seconda si fa più originale, a partire dal fidanzato di Wen-wen, Qian (Anthony Chan), che anziché rivale diventa amico di Daigang e gli lascia il campo libero, per terminare con un colpo di scena che assicura il lieto fine, sovvertendo il luogo comune del giovane povero che viene rifiutato dalla famiglia ricca di lei. Leggera e moderatamente sbarazzina, la pellicola è comunque poco degna di nota se non fosse per il nome del regista e degli attori (Kenny Bee, cantante hongkonghese e pop star al pari della sua co-protagonista, continuerà a recitare nei film di HHH), in un momento in cui il cinema di Taiwan, dominato da commediole di questo tipo, doveva ancora evolversi e raggiungere la notorietà internazionale (con i film d'autore dello stesso Hou, di Edward Yang e di Tsai Ming-liang).

3 maggio 2021

Giliap (Roy Andersson, 1975)

Giliap
di Roy Andersson – Svezia 1975
con Thommy Berggren, Mona Seilitz
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo (Berggren) viene assunto come cameriere in un grande e vetusto albergo, una struttura decadente che ospita per lo più cene di lavoro o funerali. Come tutti coloro che lavorano nell'hotel, afferma di essere lì solo "di passaggio": in particolare, attende di trovare un imbarco su una delle grandi navi che salpano dal porto della città. Nel frattempo fa conoscenza con i colleghi, fra i quali spiccano l'eccentrico Gustav, detto "Il conte" (Willie Andréason), ex galeotto implicato in affari sporchi, e la bella Anna (Mona Seilitz), che sogna di andare a lavorare in un albergo turistico, sulla spiaggia, durante la stagione estiva. Il secondo lungometraggio di Roy Andersson (cinque anni dopo "Una storia d'amore") è una pellicola atipica nella filmografia del regista svedese, lontana dal suo stile surreale e grottesco (se non a tratti, nelle sequenze legate al personaggio di Gustav), anche se la laconicità dei personaggi, che faticano ad esprimere le proprie emozioni, e le atmosfere quasi da noir, malinconiche e fataliste, la accomunano a un certo cinema del nord Europa come quello di Aki Kaurismäki. Non ebbe il minimo successo, né al botteghino né presso la critica (che lo detestò, trovandolo pretenzioso e datato: giudizi ingenerosi, con il senno di poi), e questo contribuì a tenere il regista lontano dalla macchina da presa per lungo tempo: a parte due corti, infatti, non girerà più un film per venticinque anni, tornando al cinema soltanto nel 2000 con "Canzoni del secondo piano". È vero che la pellicola, soprattutto all'inizio, appare molto lenta e monotona, ma pian piano riesce a immergere lo spettatore nel suo mondo tragico e disperato, con personaggi che si dividono fra quelli rassegnati e quelli che sognano di andarsene in cerca di una nuova vita (non a caso nella camera del protagonista spicca un poster dell'Italia, con il campanile del duomo di Pistoia). Del personaggio interpretato da Berggren non conosceremo mai neppure il nome: "Giliap" è quello in codice che gli affibbia Gustav quando vuole coinvolgerlo in una delle sue losche imprese.

2 maggio 2021

Una magnifica avventura (G. Stevens, 1937)

Una magnifica avventura (A damsel in distress)
di George Stevens – USA 1937
con Fred Astaire, Joan Fontaine
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Convinto per un equivoco che la giovane e capricciosa aristocratica Alyce Marshmorton (Joan Fontaine) si sia innamorata di lui, l'attore americano Jerry Halliday (Fred Astaire) – di passaggio in Inghilterra insieme al proprio addetto stampa (George Burns) e alla sua inetta segretaria (Gracie Allen) – si introduce nella dimora di campagna di lei, il castello di Tottney, popolato da nobili eccentrici. Dopo una lunga serie di fraintendimenti, i due si innamoreranno veramente. Commedia musicale spigliata e divertente, la prima recitata da Astaire per la RKO senza l'abituale partner Ginger Rogers (e la seconda in cui è diretto da George Stevens), liberamente ispirata a un romanzo di P.G. Wodehouse ("Una damigella in pericolo") che qualche anno prima era approdato anche a teatro, e con canzoni e musiche di Ira e George Gerschwin (che morì durante le riprese, quattro mesi prima dell'uscita della pellicola in sala). Degne di note soprattutto le scenografie e le coreografie, come quella (assai lunga ed elaborata) del ballo al luna park, fra scivoli, nastri trasportatori, piattaforme rotanti e specchi deformanti, che valse l'Oscar a Hermes Pan. Più che con Joan Fontaine (che non sapeva ballare), Astaire si esibisce "in trio" con Burns e Allen (coppia comica sulle scene del vaudeville, oltre che nella vita): esilarante soprattutto Gracie, totalmente clueless rispetto a ciò che le capita attorno. Nel cast anche Montagu Love (Lord Marshmorton, il padre di Alyce), Constance Collier (la zia Caroline), Ray Noble (il cugino Reggie), Reginald Gardiner (il maggiordomo Keggs) e Harry Watson (il giovane valletto Albert): questi ultimi due, che hanno scommesso su chi Alyce sposerà (se Jerry o Reggie), tramano continuamente dietro le quinte, favorendo od ostacolando – a seconda delle circostanze – la relazione fra i due innamorati. Fra le canzoni e le sequenze di ballo, da ricordare "Put Me to the Test", "Things Are Looking Up", "A Foggy Day (in London Town)" e "Nice Work If You Can Get It".