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17 agosto 2021

Flic story (Jacques Deray, 1975)

Flic story (id.)
di Jacques Deray – Francia 1975
con Alain Delon, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in TV (Prime Video).

Nella Parigi del dopoguerra (siamo nel 1947), il giovane e brillante ispettore della Sûreté Roger Borniche (Alain Delon) viene incaricato di acciuffare un criminale appena evaso di prigione, il feroce e pericoloso Emile Buisson (Jean-Louis Trintignant). Tratto dalle memorie autobiografiche del vero Borniche (il cui personaggio apre e chiude infatti la pellicola in una sorta di narrazione), è forse il miglior film di Deray, la storia di una caccia all'uomo raccontata in maniera asciutta e lineare, con i poliziotti che passano di traccia in traccia mentre il bandito elimina dietro di sé spie e informatori, e con un'eccellente caratterizzazione dei personaggi. È una sorta di sfida fra due uomini per molti versi l'uno all'opposto dell'altro, e non solo perché si trovano su due lati della barricata, ma anche per le loro idee politiche e i loro trascorsi (Borniche è un ex partigiano, Buisson un reazionario) nonché, ovviamente, per il carattere e l'indole: Borniche è un poliziotto "buono", uno "sbirro con la coscienza" che non tollera gli eccessi e le violenze dei suoi colleghi; Buisson un criminale spietato e paranoico, che uccide a sangue freddo anche gli innocenti e i propri complici che sospetta di essere traditori, a ragione – come il barista Raymond (Mario David) – o a torto – come l'autista italiano Mario (Renato Salvatori). Ciò nonostante, fra i due (che si ritroveranno faccia a faccia solo alla fine), scatta una sorta di sintonia, tanto da definirsi "se non amici, almeno compagni di viaggio" e finire quasi per comprendersi a vicenda (a un certo punto Borniche dice addirittura: "Certi giorni mi farebbe quasi piacere essere Buisson"). La scena della cattura del criminale, con la tensione che monta nella locanda dove buoni e cattivi mangiano fianco a fianco, mi ha ricordato alcuni classici film hongkonghesi ("Dragon Inn" e "Bullets over summer"). Ottimo Delon, sempre con l'immancabile sigaretta in bocca, ma soprattutto Trintignant, dallo sguardo gelido e impenetrabile. Nel cast anche Claudine Auger, André Pousse, Paul Crauchet.

26 aprile 2019

Sole rosso (Terence Young, 1971)

Sole rosso (Soleil rouge)
di Terence Young – Italia/Francia/Spagna 1971
con Charles Bronson, Toshiro Mifune
**

Rivisto in TV.

Per recuperare una preziosa spada, dono dell'imperatore del Giappone al presidente degli Stati Uniti, il samurai Kuroda (Mifune) si allea con il bandito Link (Bronson), tradito dai suoi stessi complici e in cerca di vendetta. Un samurai nel Far West? È questa la caratteristica più insolita di questo western di produzione internazionale e con un cast davvero sui generis, che mette insieme il protagonista di tanti film di Akira Kurosawa con uno degli attori de "I magnifici sette", che era un remake proprio di un film dell'Imperatore, "I sette samurai". Aggiungiamoci poi Alain Delon nei panni del "cattivo" Gauche, e Ursula Andress in quelli della sua donna, e il piatto è servito. Interessante la collocazione storica: il film si svolge nel 1870, soltanto pochi anni dopo la restaurazione imperiale e la riapertura del Giappone al mondo, e proprio quando la casta dei samurai volgeva ormai al declino (cosa di cui Kuroda, rimasto fedele al codice del Bushido, è perfettamente consapevole). Peccato che da tutta questa commistione nasca una trama non particolarmente originale e senza troppe pretese, e che, nonostante il tono scanzonato (vedi i battibecchi fra i due protagonisti, così diversi per carattere e personalità, che pure con il tempo diventano amici e imparano a conoscersi e a rispettarsi, come nel più tipico dei buddy movie), si viaggi sul filo degli stereotipi (basti pensare al personaggio interpretato dalla Andress, o ai Comanche che attaccano nel finale). Non aiuta la regia piuttosto scolastica di Young. Musica di Maurice Jarre. Nel cast anche Capucine (una prostituta) e Luc Merenda (uno dei banditi).

5 novembre 2018

La piscina (Jacques Deray, 1969)

La piscina (La piscine)
di Jacques Deray – Francia 1969
con Alain Delon, Romy Schneider
*1/2

Visto in TV.

Ospiti in una villa con piscina sulla Costa Azzurra durante le vacanze estive, la pace dei coniugi Jean-Paul (Alain Delon) e Marianne (Romy Schneider) è turbata dall'arrivo inatteso di Harry (Maurice Ronet), vecchio amico dell'uomo ed ex amante della donna, insieme alla sua figlia diciottenne Penelope (Jane Birkin). La presenza di Harry suscita la gelosia di Jean-Paul, che forse anche per questo motivo trasferisce le proprie attenzioni sulla ragazza... Scritto da Deray insieme a Jean-Claude Carrière (che hanno fatto una sorta di incrocio fra "I diabolici" e "Un uomo a nudo"), un film pruriginoso nella prima parte (con la macchina da presa che indugia sui corpi seminudi dei protagonisti), troppo tirata per le lunghe con le sue descrizioni dei noiosi riti di seduzione dell'alta borghesia, e che nel finale vira verso il thriller, quando le tensioni sotterranee finiscono con l'esplodere (senza comunque rinunciare a un'atmosfera sospesa e di continua attesa). I protagonisti sono tutte figure vuote, annoiate e insignificanti (come rivelano anche i loro mestieri: il pubblicitario e scrittore fallito, l'autore di canzonette...), senza un vero legame con il mondo esterno (ma anche i rapporti fra di loro sono esili, al punto che servirà una tragedia per far riavvicinare almeno un poco i due coniugi). Delon e la Schneider (che erano stati una coppia nella vita reale fino a pochi anni prima) esibiscono una discreta alchimia, Ronet non si fa notare, mentre la Birkin appare svagata e fuori parte nel ruolo della ragazza candida e ingenua. Musica di Michel Legrand. Rifatto da Luca Guadagnino nel 2015 ("A bigger splash").

4 marzo 2017

Il gattopardo (Luchino Visconti, 1963)

Il gattopardo
di Luchino Visconti – Italia 1963
con Burt Lancaster, Claudia Cardinale
****

Visto in divx.

Mentre i garibaldini sbarcano in Sicilia (siamo nel 1860, in pieno Risorgimento, alla vigilia dell'Unità d'Italia), il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con malcelato distacco ai cambiamenti in atto nel paese. Consapevole del declino dell'aristocrazia cui appartiene e dell'insorgere di una nuova classe di latifondisti arricchiti, Don Fabrizio si adopera per favorire il matrimonio di suo nipote Tancredi (Alain Delon) con la giovane e bella Angelica (Claudia Cardinale), figlia del rozzo ma ricco latifondista Calogero Sedara (Paolo Stoppa), sindaco di Donnafugata, il paese dove la famiglia si reca tutti gli anni per la villeggiatura estiva. E nel corso dello sfarzoso ballo che celebra il debutto della coppia in società, comincia finalmente a fare un sofferto bilancio della propria vita. Dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che era uscito nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore), sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa e lo stesso Visconti (e le frasi memorabili sono così tante che non potrò fare a meno di riportarne parecchie in questa recensione), uno dei film più importanti nella storia del cinema italiano, capolavoro del regista milanese (con cui dà definitivamente l'addio al neorealismo, ma soprattutto con cui passa dai temi della militanza politica e comunista alla riflessione nostalgica sulla decadenza dell'aristocrazia, il mondo cui lui stesso apparteneva) e vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes. "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", spiega Tancredi allo zio Fabrizio, che a sua volta ribadisce più tardi il concetto a Don Ciccio durante la battuta di caccia ("Qualcosa doveva cambiare perché tutto restasse com'era prima"). Ma tanto Tancredi è ambizioso, spregiudicato e istintivo, pronto ad abbracciare il cambiamento (e a passare da un ideale all'altro per il proprio tornaconto personale, come quando abbandona i garibaldini al loro destino per arruolarsi nell'esercito regio dopo la battaglia dell'Aspromonte), tanto Don Fabrizio è stanco e disilluso, specchio di un'intera Sicilia che desidera solo "un lungo sonno: questo è ciò che i siciliani vogliono. Ed essi odieranno tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portare loro i più meravigliosi doni". Mentre il paese si muove, l'antica aristocrazia si mostra pigra e imperturbabile, rifiutando di lasciarsi scuotere da quegli eventi che tanto coinvolgono la plebe (che intravede la speranza di una vita migliore) e la chiesa (che teme di perdere i propri privilegi). Non che Don Fabrizio non sia cosciente di ciò: capisce benissimo che all'orizzonte c'è qualcosa di nuovo (non necessariamente migliore), ma anche che la sostituzione di una classe dominante con un'altra non apporterà alcun cambiamento significativo nel grande ordine delle cose ("Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra", recita la frase che dà il titolo al libro e al film).

Gli eventi storici e quelli familiari sono tutti filtrati dall'occhio del protagonista, punto di vista soggettivo su un periodo storico (il Risorgimento) a lungo congelato nella cultura italiana nei suoi aspetti mitologici e agiografici, e che soltanto in quegli anni, grazie appunto al romanzo di Tomasi di Lampedusa, cominciava a essere rivisto in chiave meno stereotipata e più lucida e sfaccettata. Nel romanzo, del Risorgimento si esplicita "la natura di contratto, all'insegna dell'immobilismo, tra la vecchia aristocrazia e l'emergente classe borghese". E il protagonista assurge a simbolo di tutta una terra, la Sicilia, i cui abitanti sono capaci di adattarsi a ogni condizione, a ogni evento, a ogni dominazione straniera. "La mia è un'infelice generazione. A cavallo fra due mondi, e a disagio in tutti e due". La disillusione del principe e la mancanza di speranza lo spingono a rinunciare a ogni possibilità di evoluzione personale (come quando rifiuta la nomina a senatore del nuovo regno), e anche quando abbraccia tale cambiamento (il voto per il sì alle elezioni per l'annessione al Piemonte: curiosamente, lui è l'unico al quale il sindaco Calogero propone entrambe le schede, mentre agli altri elettori viene offerta solo un'opzione) non lo fa per convinzione ma per rassegnazione all'inevitabile declino individuale. Il suo posto sarà preso dai nuovi ricchi (Calogero) e dai giovani ambiziosi ma senza ideali (Tancredi). Per quanto riguarda l'aspetto cinematografico, la messa in scena è a dir poco sontuosa, e non soltanto nella celebre scena finale del ballo (che occupa quasi l'intera ora conclusiva di un film già di per sé lungo, circa tre ore). La fotografia di Giuseppe Rotunno fa risaltare le scenografie di Mario Garbuglia e i costumi di Piero Tosi (ai quali Visconti stesso dedica un'attenzione maniacale: dalle tenute dei garibaldini all'abito bianco di Angelica), mentre la colonna sonora di Nino Rota (arricchita da brani di Verdi, come quelli della "Traviata" che la banda di Donnafugata suona all'arrivo del principe, o il valzer che si ode durante il ballo) punteggia in maniera efficace le immagini di una Sicilia arcaica ma raffinata, un mondo completamente a parte nel tempo e nello spazio. Lancaster, in una delle sue interpretazioni più memorabili (in italiano è doppiato da Corrado Gaipa), svetta su un ricco cast che comprende un Delon al secondo film con Visconti (dopo "Rocco e i suoi fratelli"), una bellissima Cardinale e un giovane Terence Hill (accreditato con il suo vero nome, Mario Girotti) nei panni del conte milanese Cavriaghi, amico di Tancredi, oltre a Paolo Stoppa, Pierre Clémenti, Rina Morelli, Romolo Valli, Lucilla Morlacchi, Giuliano Gemma, Serge Reggiani, Lou Castel, Leslie French.

30 ottobre 2016

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti – Italia 1960
con Alain Delon, Renato Salvatori
****

Rivisto in divx.

La famiglia Parondi, composta dalla madre Rosaria e da cinque figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), si trasferisce dalla Lucania a Milano in cerca di miglior fortuna. Anche al nord, i ragazzi fanno comunque fatica a trovare lavoro e prenderanno strade differenti: qualcuno perderà l'innocenza, altri sapranno adattarsi meglio al nuovo stile di vita. Ispirato al romanzo "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, il film è uno dei massimi capolavori di Visconti e dell'intero cinema italiano, capace di fondere i temi del neorealismo con la forma del melodramma e di andare ben oltre la semplice riflessione sul fenomeno dell'immigrazione o una stereotipata contrapposizione fra nord e sud (o fra campagna e città). Nonostante i membri della famiglia continuino a provare nostalgia per il proprio paese d'origine (e a cullare il sogno, prima o poi, di ritornarvi), Milano non è infatti ritratta in chiave negativa ma semplicemente come un nuovo ambiente in cui vivere, in grado di offrire opportunità a chi è capace di coglierle: lavoro (un esempio c'è quasi subito all'inizio: un'improvvisa nevicata consente ai fratelli di guadagnare qualche soldo come spalatori), successo (attraverso il pugilato, metafora della lotta per la sopravvivenza) e amore. Al centro del racconto vi è semmai l'evoluzione psicologica, nel bene o nel male, dei suoi personaggi. Con una durata che sfiora le tre ore, il film è formalmente diviso in cinque sezioni, ciascuna delle quali intitolata a uno dei fratelli, ma in realtà si concentra su due di loro: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon). Il primo è una testa calda, indisciplinato e ambizioso, che nel corso della pellicola scenderà sempre più la china in una spirale di debiti, reati e violenza. Il secondo è intrinsecamente buono, pronto a perdonare le malefatte del fratello e a giustificare le sue azioni in nome dell'unità della famiglia, da preservare a ogni costo. A unire a doppio filo le loro storie c'è il tentativo di raggiungere il successo nel pugilato (dapprima ci prova Simone, che ha talento ma non la necessaria disiplina; poi è la volta di Rocco, che si rivela un campione) ma soprattutto il legame con la prostituta Nadia (Annie Girardot), personaggio tragico e centrale nell'economia della vicenda. Anche in questo caso è Simone ad aprire la strada e Rocco poi a seguirlo: dopo essere stata l'amante del fratello maggiore per un breve periodo, la ragazza finisce con l'innamorarsi del più "puro" Rocco, per il quale prova anche a cambiare vita. Ma la gelosia di Simone, che arriva persino a violentarla, farà precipitare tutto verso la tragedia.

L'ultima parola è però riservata a Ciro, quello che fra tutti i fratelli sembra avere maggiormente la testa sulle spalle, che conclude il film spiegando a Luca (il più piccolo) come sia le scelte di Simone (che ha perso di vista l'onestà e la dignità) sia quelle di Rocco (pronto sempre a perdonare e mai a difendersi) siano inevitabilmente destinate al fallimento in un mondo che sta cambiando – erano gli anni del "boom" economico, con tutti i suoi vantaggi ma anche le sue trappole – e che richiede di adattarsi in qualche modo, allontanandosi magari dai valori arcaici, nella speranza di un futuro migliore. Una riflessione pragmatica, prima ancora che amara o populista, grazie alla quale il film supera i limiti che rinchiudevano in sé stesso un certo cinema neorealista con lo sguardo sempre rivolto al passato. Molto interessante il cast: Visconti non si fa problema a ricorrere ad attori stranieri – Delon e Girardot innanzitutto, ma anche Katina Paxinou nel ruolo della madre, e poi Spiros Focás (Vincenzo), Max Cartier (Ciro), Roger Hanin (l'impresario Duilio), Suzy Delair (la proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco) – se hanno i volti giusti, per dar vita a personaggi intrinsecamente italiani, grazie naturalmente anche al doppiaggio. In piccole parti si riconoscono anche Paolo Stoppa (Cerri, il manager della palestra), una giovanissima Claudia Cardinale (Ginetta, la fidanzata di Vincenzo), Corrado Pani e Nino Castelnuovo (due degli amici di Simone), Claudia Mori e Adriana Asti (le commesse della lavanderia). Le tante figure di contorno sono spesso caratterizzate mirabilmente con pochi tratti (vedi i sottotesti gay del personaggio di Duilio). Memorabile la colonna sonora di Nino Rota, che fa le prove generali per "Il padrino", e preziosa la fotografia di Giuseppe Rotunno, che ritrae con palpabile spessore gli scenari milanesi: dalla Stazione Centrale alle guglie del Duomo, dalle periferie di Lambrate ai trafficati Navigli, dalla zona della Ghisolfa alle sponde dell'Idroscalo (dove la provincia di Milano aveva negato l'autorizzazione a girare, ritenendo il film "scandaloso" e "denigratorio"). Molti di questi luoghi sono oggi profondamente cambiati, soprattutto per quanto riguarda i quartieri della periferia, ormai inglobati nella città. Lo stabilimento Alfa Romeo del Portello non esiste più, mentre la palestra dove Simone e Rocco praticano la boxe è diventata il circolo Arci di via Bellezza. Il titolo del film richiama quello del ciclo di romanzi di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" (e sarà a sua volta trasfigurato da Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle"), mentre il nome Rocco è un omaggio al poeta Rocco Scotellaro, assai ammirato da Visconti e particolarmente attento alle condizioni dei contadini dell'Italia meridionale.

27 gennaio 2009

Il clan dei siciliani (H. Verneuil, 1969)

Il clan dei siciliani (Le clan des siciliens)
di Henri Verneuil – Francia 1969
con Alain Delon, Jean Gabin
**1/2

Visto in DVD.

Il rapinatore e killer solitario Roger Sartet evade con l'aiuto di una famiglia siciliana trapiantata a Parigi e organizza insieme a loro uno spettacolare furto di gioielli. Il colpo avviene ad alta quota, a bordo di un aereo di linea diretto a New York che viene dirottato su un'autostrada in costruzione. Ma la relazione fra Roger e la moglie di uno dei suoi figli scatena la sete di vendetta del "padrino", il che permetterà alla polizia di identificarli. Il primo polar diretto da Verneuil è un kolossal ad alto budget con un cast che comprende grandi nomi del genere (oltre a Delon e a Gabin ci sono anche – fra gli altri – Lino Ventura nei panni del commissario sulle tracce di Roger e Amedeo Nazzari in quelli del socio italo-americano; Irina Demick è invece la donna che rovinerà il piano perfetto). Tratto da un romanzo di Auguste Le Breton (lo stesso di "Rififi") adattato da José Giovanni, non sarà un capolavoro ma offre un buon intrattenimento per due ore, con ottimi momenti di tensione come la scena della rapina in aereo e quella, ambientata al mare, che mostra l'attrazione fra un Delon pescatore di anguille e la Demick che prende il sole nuda. Il personaggio che rimane più impresso è comunque quello di Gabin, un patriarca freddo e calcolatore, non malvagio ma incapace di passar sopra a un'offesa "d'onore". Cento volte meglio, in ogni caso, di roba odierna come "Ocean's Eleven". La bella colonna sonora è di Ennio Morricone.

9 aprile 2008

Frank Costello faccia d'angelo (J.P. Melville, 1967)

Frank Costello faccia d'angelo (Le samouraï)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1967
con Alain Delon, François Périer
***1/2

Rivisto in DVD.

Rarefatto e sospeso, quasi muto e quasi in bianco e nero (la fotografia è a colori, sì, ma i toni di grigio e di beige predominano e l'atmosfera da noir pervade ogni ambiente e ogni personaggio), è l'indimenticabile ritratto di un killer solitario e metodico, che va incontro al proprio destino senza mostrare disperazione né accettare compromessi. Alain Delon, con la sua espressione immutabile e gli occhi di ghiaccio, è perfetto nel tratteggiare un personaggio freddo e silenzioso, che vive in un appartamento spoglio e ha come unico compagno un uccellino in gabbia, e che dopo aver commesso un omicidio in un locale notturno fugge inspiegabilmente senza eliminare la giovane pianista di colore che lo ha visto in volto. Nonostante tutto il suo alibi regge, meticolosamente costruito con l'aiuto della bella Jane (interpretata dalla moglie Nathalie Delon), ma la polizia continua a indagare su di lui e anche i suoi mandanti decidono di eliminarlo. La versione italiana modifica il titolo del film (nonché il nome del protagonista, che in originale si chiamava Jeff e non Frank), aggiunge una musica bossanova sopra il silenzio e il cinguettio dell'uccellino, ed elimina anche il cartello introduttivo nel quale Melville aveva voluto inserire una finta citazione del Bushido ("Non vi è solitudine più profonda di quella del samurai, se non quella di una tigre nella giungla, forse...), cancellando così del tutto il riferimento ai guerrieri giapponesi e alla loro aderenza a un codice di regole e di doveri che tanto ricorda, appunto, i protagonisti di molte pellicole orientali, il Kitano di "Sonatine" e "Hana-bi" in primis. Sono innumerevoli comunque i film e gli autori che hanno tratto ispirazione dalla pellicola: persino alcuni insospettabili, tanto il loro stile è diverso da quello di Melville, come John Woo (la trama di "The killer" gli assomiglia molto) e la coppia Bud Spencer/Terence Hill (ricordate il sicario Paganini in "Altrimenti ci arrabbiamo"?), oltre a naturalmente a Jim Jarmusch, che nel suo "Ghost dog" recupera il parallelo fra il codice del killer e quello dei samurai.

14 febbraio 2008

Asterix alle Olimpiadi (Forestier, Langmann, 2008)

Asterix alle Olimpiadi (Astérix aux jeux olympiques)
di Fréderic Forestier, Thomas Langmann – Francia 2008
con Clovis Cornillac, Gérard Depardieu
*

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film dal vivo dedicato ai personaggi creati da Goscinny e Uderzo, "Asterix e Obelix contro Cesare", era piuttosto brutto, nonostante Benigni. Il secondo, "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", era invece molto carino, nonostante la Bellucci (merito quasi esclusivamente del geniale Alain Chabat, che lo aveva scritto, diretto e interpretato). Questo terzo, che nell'anno di Pechino 2008 non poteva che essere dedicato alle Olimpiadi, è scadente sotto tutti i punti di vista, e francamente c'era da aspettarselo visto che Chabat è stato esautorato. Battute che non fanno mai ridere, ritmo sotto tono, personaggi insulsi e irriconoscibili, lo spirito di Goscinny completamente assente, un monocorde Alain Delon (che sostituisce Chabat come Giulio Cesare) e Depardieu che "citano" i loro successi precedenti (in particolare "Cyrano" per il secondo), una comparsata di divi dello sport (ma se la coppia Michael Schumacher-Jean Todt e il wrestler Nathan Jones hanno almeno un minimo ruolo nella storia, gli altri – Zinedine Zidane, la tennista Amelie Mauresmo, il cestista Tony Parker – compaiono solo nella sequenza finale, buona giusto per i titoli di coda). Rispetto ai due film precedenti sono cambiati parecchi attori (Asterix in primis: si passa dall'anonimo Christian Clavier al forse più azzeccato Clovis Cornillac), Obelix vede sparire il proprio nome dal titolo, e la sceneggiatura dà molto più spazio a Bruto (Benoît Poelvoorde), l'inetto e traditore figlio di Cesare, che non ai due galli. L'unico spunto interessante, anche se trattato in maniera banale, è quello di considerare la pozione magica come doping, il che impedisce ad Asterix e Obelix di usarla durante le gare. Da segnalare anche stavolta la presenza di alcune "star" italiane: dopo Benigni e la Bellucci, è la volta di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu nei panni dei giudici di gara. Pessimo, come ormai è nella norma, il doppiaggio italiano, in particolare per il personaggio della principessa greca. Nel finale c'è anche un inutile ritorno fuori contesto di Numerobis, l'architetto egiziano di Cleopatra, forse nel tentativo di recuperare un po' dell'umorismo nonsense del secondo film.

13 febbraio 2008

Notte sulla città (J.P. Melville, 1972)

Notte sulla città (Un flic)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1972
con Alain Delon, Richard Crenna
**

Visto in DVD.

Un giovane commissario di polizia, solitario e dai modi spicci, ignora che a capo di un'audace banda di ladri c'è proprio un suo amico, proprietario del locale che frequenta abitualmente e compagno della donna con cui – forse non a sua insaputa – ha una relazione. Maltrattato dalla critica alla sua uscita e rinnegato dallo stesso regista (che in un'intervista dichiarò: "Un flic? Non ho mai girato un film che si chiama Un flic"), in realtà l'ultimo film di Melville non è poi così male. Anche se soffre per personaggi di routine e poco approfonditi (Delon, soprattutto, ma anche Catherine Deneuve nei panni dell'amante/complice/traditrice), può contare su un'atmosfera pensierosa e malinconica e su almeno due sequenze che, per motivi diversi, rimangono fortemente impresse nella memoria: quella della rapina iniziale alla banca, tesa e realistica, con uno scenario inedito e piuttosto impressionante (una cittadina costiera, vuota e desolata per l'inverno, con il vento, la pioggia e le onde del mare che sferzano i marciapiedi), e quella dell'elaborato e implausibile furto sul treno: l'elicottero e il treno sono smaccatamente dei modellini (si vedono persino i fili che sorreggono il velivolo giocattolo!), mentre la calamitona usata dal ladro per girare la chiave nella porta è ai limiti del ridicolo.

8 febbraio 2008

I senza nome (J.P. Melville, 1970)

I senza nome (Le cercle rouge)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1970
con Alain Delon, Gian Maria Volontè, Yves Montand
***

Visto in DVD.

"Se due uomini sono destinati a incontrarsi un giorno, inevitabilmente lo faranno in questo cerchio rosso": inizia così, con una finta frase che il Buddha avrebbe pronunciato dopo aver tracciato un cerchio per terra con il gessetto, il penultimo film di Melville (che già aveva fatto ricorso a una finta citazione del bushido per aprire il suo "Frank Costello faccia d'angelo"). I due personaggi che il caso porta a incontrarsi nel cerchio (metaforicamente costituito dai posti di blocco della polizia che delimitano una regione della campagna francese) sono Corey (un baffuto Alain Delon), ex galeotto appena uscito di prigione, e Vogel (Volontè), pregiudicato scappato dal treno che lo stava trasportando in carcere e che si rifugia proprio nel portabagagli dell'automobile del primo. Insieme a un ex poliziotto alcolizzato (un grande Yves Montand, il migliore del cast) tenteranno un audace furto a una gioielleria di Place Vendôme, ma dovranno vedersela con l'ostinato commissario Mattei (Bourvil, al suo ultimo film) che dà loro la caccia in ogni modo. Classico come impostazione, efficace nel mettere in scena "un mondo notturno dominato da figure solitarie", è la summa del polar (il noir poliziesco alla francese) secondo il regista, che affermò di avervi inserito tutte le 19 situazioni 'tipiche' del genere. Proprio 19, sì, non una di più o di meno, che Melville avrebbe catalogato personalmente e che aveva già usato nei suoi precedenti film, ma mai tutte insieme in una sola pellicola. Se Delon è giustamente il personaggio più melvilliano, silenzioso ma attento, che abbandona le foto della sua ex donna (l'unica fugace presenza femminile in un universo maschile) nella cassaforte del socio dopo aver capito di essere stato ormai tradito, Volontè tratteggia in maniera essenziale un sempre imprevedibile killer italiano, Bourvil fa quello che deve fare con la sua faccia da poliziotto e Montand propone una figura tormentata da delirium tremens, allucinazioni e incubi di ragni, topi, insetti e serpenti che lo assalgono sul letto. Ma restano impressi anche i personaggi minori, dal capo della polizia convinto che "tutti gli uomini sono colpevoli: nascono innocenti, ma non dura a lungo", al barman Santi che il commissario tenta ripetutamente di corrompere. Magistrale la lunghissima sequenza muta della rapina notturna (quasi mezz'ora, praticamente in tempo reale).

10 novembre 2007

L'eclisse (M. Antonioni, 1962)

L'eclisse
di Michelangelo Antonioni – Italia 1962
con Monica Vitti, Alain Delon
***

Visto in DVD.

Nel terzo film della trilogia dell'alienazione, Antonioni torna a raccontare l'eclisse dei sentimenti, l'insensatezza dell'amare, il vuoto dell'esistenza. Forse la pellicola è un po' più debole delle due precedenti ("L'avventura" e "La notte"), ma è comunque di grande impatto, soprattutto dal punto di vista cinematografico ed estetico. La Vitti interpreta stavolta una ragazza che esce da una faticosa relazione soltanto per entrare lentamente, senza troppa convinzione, in un'altra con un giovane operatore della Borsa di Roma. Proprio le scene del mercato azionario, lunghi inserti che sembrano un po' corpi estranei nella struttura slegata del film e caratterizzate da una grande "confusione organizzata" (nella quale risalta in maniera quasi comica il minuto di silenzio osservato in memoria di un defunto, con gli operatori che commentano "qui un minuto di silenzio costa miliardi di lire"), si contrappongono a quelle degli scenari urbani di una Roma fredda e depressa. La leggerezza del personaggio di Monica Vitti, onirica ed eterea, si oppone alla concretezza di quello di Alain Delon (che ha a che fare con crisi economiche, furti di automobili, suicidi). E alla fine la città si svuota, in immagini di grande suggestione, quasi documentaristiche. I luoghi dove erano passati (e avevano vissuto) i personaggi, ora appaiono vuoti e inerti. Ma tutto il film brilla per bellissime inquadrature, soprattutto quelle che incorniciano il volto di Monica Vitti, enigmatico e fascinoso in ogni scena, vera e propria "musa" del regista in quegli anni. La musica sui titoli di testa è un twist cantato da Mina.

29 gennaio 2007

Tre passi nel delirio (Vadim, Malle, Fellini, 1968)

Tre passi nel delirio (Histoires extraordinaires)
di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini – Francia/Italia 1968
con Jane Fonda, Alain Delon, Terence Stamp
**

Rivisto in DVD.

Un film a episodi tratto dai racconti di Edgar Allan Poe che avevo già visto parecchi anni fa ma che non ricordavo quasi per niente, eccezion fatta per qualche immagine del primo episodio che mi era rimasta nella mente. Le tre storie sono ambientate in epoche differenti (un medioevo fiabesco e irreale per Vadim, un ottocento austero e opprimente per Malle, un ventesimo secolo grottesco e infernale per Fellini) e presentano protagonisti ossessionati dal paranormale che li tormenta fino a farli impazzire (come peraltro recita, correttamente, il titolo italiano del film). La qualità dei tre cortometraggi, però, è piuttosto disuguale. Se da Vadim non mi aspettavo molto di più, Malle (che pure poteva contare su uno dei racconti più interessanti di Poe) mi ha piuttosto deluso. Bello, invece, l'episodio di Fellini, soprattutto dal punto di vista estetico e visivo: è sicuramente il migliore dei tre.

"Metzengerstein" di Roger Vadim, con Jane Fonda e Peter Fonda (*1/2)
Dopo aver fatto uccidere il cugino che l'aveva respinta, una nobile viziata e dissoluta è tormentata da un gigantesco destriero nero che potrebbe essere lo spirito del congiunto. Insoddisfacente e inconcludente, si salva per i bei paesaggi (è girato in Finistère, nella Bretagna francese) e per Jane Fonda, bellissima anche se poco in parte, che sfoggia tutta una serie di eleganti vestitini medievali. Brutta invece la musica e mediocre la narrazione, che lascia troppo spazio alla voce fuori campo.

"William Wilson" di Louis Malle, con Alain Delon e Brigitte Bardot (*1/2)
Per tutta la vita, un uomo crudele e sadico è perseguitato da un misterioso sosia che manda all'aria le sue malefatte. Da uno dei racconti più interessanti di Poe sul tema del doppio, Malle tira fuori una versione scialba e priva di tensione. Curiosa la parte di Brigitte Bardot, giocatrice d'azzardo con il sigaro.

"Toby Dammit" di Federico Fellini, con Terence Stamp (***)
Un attore inglese, nevrastenico, alcolizzato e ossessionato dal demonio, giunge a Roma per interpretare "il primo western cattolico". Farà una brutta fine. L'episodio di Fellini è il migliore, e non solo perché è quello più personalizzato (ambientato ai giorni nostri, nel mondo del cinema, in una Roma trasfigurata dalla splendida la fotografia di Giuseppe Rotunno, con colori, luci e tonalità rosse). Tutto concorre a farne un piccolo gioiellino: la musica di Nino Rota, i moltissimi volti dei caratteristi, il tono grottesco, il protagonista che parla inglese e non è tradotto (il resto degli attori parla in italiano). Peccato soltanto che la scena finale, quella sulla strada che si interrompe nella nebbia, non sia bella e convincente come la parte iniziale all'aeroporto e quella centrale alla cerimonia di consegna dei premi cinematografici.