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15 aprile 2023

Dheepan - Una nuova vita (J. Audiard, 2015)

Dheepan - Una nuova vita (Dheepan)
di Jacques Audiard – Francia 2015
con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Sivadhasan (Jesuthasan), ex guerrigliero delle Tigri Tamil che ha perso la famiglia e i compagni nella guerra civile, fugge dallo Sri Lanka per immigrare in Francia, assumendo il falso nome di Dheepan e fingendo di avere una famiglia – insieme a una donna sconosciuta (Srinivasan) e a una bambina orfana (Claudine Vinasithamby) – per ottenere rifugio politico. Qui lentamente i tre cercano di integrarsi e trovano anche lavoro in una banlieu fuori Parigi: lui come guardiano di un complesso di caseggiati, lei come badante, mentre la piccola va a scuola. Pur non avendo legami di sangue, lentamente svilupperanno affetto reciproco. E quando gli scontri fra le bande rivali di spacciatori che dominano la banlieu metteranno in pericolo questa nuova "famiglia", Sivadhasan non esiterà a tornare in azione per difenderla. Audiard mescola il tema dell'immigrazione e (soprattutto) dell'integrazione con sfumature da thriller e da crime story come già aveva fatto in alcune delle sue precedenti pellicole (da "Tutti i battiti del mio cuore" a "Il profeta"), scegliendo il punto di vista di personaggi singalesi che per lo più non parlano francese. Il risultato è gradevole, anche se non troppo originale: interessante le riflessioni sul significato di famiglia a prescindere dai legami di sangue (cosa che mi ha ricordato il film hongkonghese "Bullets over summer" di Wilson Yip) e l'uso del linguaggio, meno la drammaticità retorica sui rifugiati e la deriva action nel finale. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a "Cane di paglia" di Peckinpah. Forse esagerata la Palma d'Oro a Cannes (che infatti fu fischiata all'annuncio in sala), dove peraltro Audiard aveva già vinto il premio per la sceneggiatura per "Un héros très discret" e il Grand Prix per lo stesso "Il profeta".

10 maggio 2019

I fratelli Sisters (Jacques Audiard, 2018)

I fratelli Sisters (The Sisters Brothers)
di Jacques Audiard – USA/Francia 2018
con John C. Reilly, Joaquin Phoenix
***

Visto al cinema Colosseo.

I fratelli Sisters – il più giovane, impulsivo e violento Charlie (Joaquin Phoenix) e il più maturo, riflessivo e sensibile Eli (John C. Reilly) – sono due bounty killer al servizio del ricco e potente Commodoro, nell'Oregon del 1851, che li utilizza per i lavori più sporchi e per mettere a tacere i suoi nemici. Feroci e spietati, preceduti dalla loro fama di assassini, i due vengono incaricati di rintracciare Warm (Riz Ahmed), un chimico che ha messo a punto una sostanza in grado di rilevare la presenza di oro nei giacimenti fluviali, in fuga insieme all'informatore John Morris (Jake Gyllenhaal). Dal romanzo di Patrick deWitt "Arrivano i Sister", un western d'autore (è il primo film di Audiard in lingua inglese) che gioca con le convenzioni del genere, divertendosi a sovvertirle sia dal lato formale (la fotografia così vivida, la musica dal timbro spiazzante, le sparatorie mostrate attraverso ellissi o fuori campo) che da quello dei contenuti (vedi l'inatteso finale, con la mancata resa dei conti col cattivo, ma anche la struttura a doppio buddy movie, con le due coppie di inseguitori e di inseguiti). Il tutto, vivaddio, prendendo sempre sul serio la materia trattata e senza mai eccedere sul piano post-moderno o parodistico. Personaggi e situazioni sono infatti quelli dei western classici, soltanto leggermente "traslati" o fuori posto: a partire dai due protagonisti, che in altre pellicole non sarebbero che personaggi minori, cioè gli sgherri del cattivo, e che qui invece (soprattutto nel caso del fratello maggiore, interpretato da un ottimo Reilly) vengono portati in primo piano, indagati nel profondo, mostrati nelle loro più intime debolezze (le insospettabili tenerezze di uno spietato sicario che si lava i denti o conserva lo scialle di una donna amata) o nelle incomprensioni del rapporto familiare (evidenziato già dal titolo: "Siamo i fratelli Sisters. Sisters come sorelle"), lasciati in preda ai dubbi o ai rimorsi e infine, in qualche modo, ricompensati con un finale sereno. Rutger Hauer è il Commodoro, nell'unica breve scena in cui appare. Premio per la regia a Cannes.

17 marzo 2018

Regarde les hommes tomber (J. Audiard, 1994)

Regarde les hommes tomber
di Jacques Audiard – Francia 1994
con Jean Yanne, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'esordio alla regia di Jacques Audiard (fino ad allora soltanto sceneggiatore) è un insolito noir, tratto da un romanzo di Teri White, che segue due storie parallele (leggermente sfasate temporalmente) che si incontrano solo alla fine. Simon (Yanne), rappresentante di biglietti da visita in crisi di mezza età, lascia il lavoro e la moglie per dedicarsi a tempo pieno alla ricerca del killer che ha sparato al suo giovane amico Mickey, un poliziotto infiltrato, mandandolo in coma. Contemporaneamente, l'anziano vagabondo e giocatore d'azzardo Marx (Trintignant) stringe un sodalizio con il più giovane e sempliciotto Frédéric (Kassovitz), che si fa chiamare Johnny: per ripagare il debito con un gangster, i due accettano di diventare dapprima suoi esattori e poi addirittura sicari. E in effetti sarà proprio Johnny a sparare a Mickey, scatenando i propositi di vendetta di Simon... La struttura a incastro consente ad Audiard di mantenere alta la tensione e al tempo stesso di esplorare al meglio i sentimenti dei suoi personaggi. Si tratta di due storie d'amicizia virile (e anche qualcosa di più) assai simili fra loro: asimmetriche per età (Simon e Marx anziani, Mickey e Johnny giovani), all'insegna del non detto e della mancanza di comunicazione (il tema dei vari linguaggi, così caro ad Audiard, è presente sin da questo primo film: si pensi alle scene in cui Simon legge ad alta voce il giornale all'amico in coma, o a quelle in cui Johnny descrive cosa c'è in televisione alla vecchietta cieca), dove l'amicizia, l'affetto e la dipendenza si intrecciano inesorabilmente. E a questo proposito, importante anche la metafora del cane: se Johnny si attacca a Marx come un cagnolino (significativo che rinunci al proprio nome quando gli viene detto che "Fredo" è un nome da cane), sia Simon che Marx prendono consapevolezza del legame quando incrociano lo sguardo di un cane che passa al loro fianco. Trattandosi di un'opera prima, non tutto è perfetto: qualche vezzo stilistico un po' fine a sé stessso (l'occasionale voce femminile narrante, i cartelli), una narrazione non sempre chiara e una fotografia da rivedere sono però compensate da diverse scene assai intense (per esempio quella in cui Simon chiede a un ragazzo di strada com'è la vita in comune con un altro uomo), da un'interessante colonna sonora (di Alexandre Desplat) e da uno struggente finale. Nel cast anche Bulle Ogier e Christine Pascal. Il titolo ha ispirato il nome di un gruppo di heavy metal francese.

22 agosto 2017

Un héros très discret (J. Audiard, 1996)

Un héros très discret
di Jacques Audiard – Francia 1996
con Mathieu Kassovitz, Anouk Grinberg
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il timido e metodico Albert Dehousse (Kassovitz), il cui padre è morto nella prima guerra mondiale, si risparmia di combattere la seconda perché unico figlio di una vedova di guerra. Cresciuto in un villaggio nel nord della Francia, isolato e protetto da tutto, con la sola immaginazione (e i romanzi d'avventura) come valvola di sfogo, nell'immediato dopoguerra fuggirà di casa per raggiungere Parigi, dove comincerà a costruirsi una vita "fittizia" e spericolata, fingendo di essere stato membro della resistenza francese e frequentando i circoli degli ex combattenti, fino a diventare agli occhi di tutti quell'eroe che aveva sempre sognato di essere. La sua gigantesca menzogna – nel corso della quale si scorprirà persino bigamo: dopo aver abbandonato la moglie di provincia, Yvette (Sandrine Kiberlain), sposerà infatti Servane (Anouk Grinberg), una ragazza del suo nuovo ambiente – gli farà fare addirittura carriera: sempre più apprezzato da militari e politici, sarà nominato telente colonnello e messo a capo della commissione di inchiesta sui collaborazionisti francesi in Germania. Il secondo film di Audiard, tratto da un romanzo del diplomatico Jean-François Deniau e premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, è costruito in parte come un mockumentary (con tanto di interviste a storici e protagonisti della vicenda, e naturalmente al nostro "eroe", ormai invecchiato e interpretato da Jean-Louis Trintignant) e in parte come un racconto di formazione. Nella sua complessità sembra di percepire persino rimandi a "Barry Lyndon" (tutta la parte dell'incontro con i vari mentori a Parigi, per esempio: dal "Capitano" Dionnet (Albert Dupontel) al maneggione Mr. Jo, che gli insegnano o lo aiutano ad affinare l'arte del raggiro) e alle opere di Greenaway (le musiche di Alexandre Desplat contribuiscono senza dubbio, così come l'ossessione di Albert da bambino per i dizionari, l'osservazione, la costruzione di identità e storie fittizie). Il protagonista, "très discret", trascorre infatti il tempo a osservare, a leggere, a imparare e a imitare: si inventa storie e frasi (o si appropria di quelle che ascolta), se le ripete, le recita poi come attore consumato. "Le vite più belle sono quelle che ci inventiamo", si giustifica Albert, anziano, all'inizio del film. Decisamente interessante, anche se a tratti si dilunga troppo, e le singole parti sono forse più riuscite dell'insieme. Il tema del rapporto fra fantasia e realtà era probabilmente più nelle corde di un Ozon (vedi "Angel", "Frantz" o "Nella casa") che non di Audiard.

5 febbraio 2013

Sulle mie labbra (Jacques Audiard, 2001)

Sulle mie labbra (Sur mes lèvres)
di Jacques Audiard – Francia 2001
con Emmanuelle Devos, Vincent Cassel
***

Rivisto in divx, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Claudia, Francesca, Fausto, Florian, Sabine.

Carla, ragazza sorda e solitaria che lavora come segretaria in un ufficio immobiliare, assume come assistente personale Paul, un giovane ladruncolo appena uscito di prigione. Oltre che per il piacere di avere finalmente un uomo accanto, la donna approfitta dei suoi metodi e della sua spregiudicatezza per prendersi – non sempre in maniera lecita – qualche rivincita nell’ambiente di lavoro (dove i colleghi tendono a isolarla e a ridicolizzarla). A sua volta, Paul sfrutterà la capacità di lei di leggere le labbra per coinvolgerla nel tentativo di “soffiare” la refurtiva a tre malviventi che hanno appena compiuto una rapina in banca. Insolito ed elegante thriller esistenziale che a una prima parte a sfondo “sociale”, tutta ambientata in un contesto lavorativo quotidiano e frustrante, ne fa seguire una seconda dai toni più “polar”, che si dipana nel sottobosco della malavita parigina come un film d’azione. Fondamentale la caratterizzazione dei personaggi, descritti come figure a tutto tondo e piene di luci e ombre (più che una relazione sentimentale – anche se il sottotesto sessuale è sempre presente, e alla fine la storia d’amore si concretizza – entrambi “usano” le capacità dell’altro per il proprio beneficio e il proprio riscatto: persino lei non si fa scrupolo a infrangere la legge). La fotografia è scura e avvolgente, le riprese con la macchina a mano si soffermano spesso e volentieri su primissimi piani e su particolari ravvicinati dei corpi, dei volti e delle mani dei protagonisti, mentre il sonoro gioca con il particolare modo in cui Carla percepisce il mondo intorno a sé (come quando si toglie l’apparecchio acustico per non essere disturbata o infastidita dai rumori che la circondano, affidandosi totalmente agli altri sensi, la vista in primis). Buone e intense le interpretazioni di Emmanuelle Devos (che per questo ruolo ha vinto il premio César) e Vincent Cassel: i due reggono quasi tutto il peso del film sulle loro spalle, lasciando pochissimo spazio ai comprimari (fra i quali spicca Olivier Perrier nei panni dell’assistente sociale di Paul, protagonista di un’insolita sottotrama che lo vede alle prese con la scomparsa della moglie). Il tema della comunicazione attraverso un linguaggio straniero o comunque “diverso” (qui quello dei sordi che leggono le labbra) rimarrà una costante di tutto il cinema di Audiard (si pensi alla musica in “Tutti i battiti del mio cuore” o al dialetto ne “Il profeta”), così come quello dell’handicap (fino al recente, anche se meno riuscito, “Un sapore di ruggine e ossa”).

16 giugno 2012

Un sapore di ruggine e ossa (J. Audiard, 2012)

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os)
di Jacques Audiard – Francia/Belgio 2012
con Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Lui, Ali, è un ex pugile giunto in Costa Azzurra con il figlioletto di cinque anni – che sembra essere l'ultimo dei suoi pensieri – per rifugiarsi dalla sorella e cercare lavoro (prima come buttafuori in una discoteca, poi come sorvegliante notturno). Lei, Stéphanie, è un'addestratrice di orche in un parco acquatico, cui vengono amputate le gambe dopo un incidente. La coppia che formano si basa dapprima solo sull'amicizia, il conforto reciproco e il sesso: ma alla lunga arriverà anche l'amore. Con un film di estrema fisicità (si mostrano corpi feriti o mutilati; feroci combattimenti a mani nude – Ali entra in un circuito di lotte clandestine in stile "Fight Club" – e torride scene di sesso; per non parlare della sequenza più bella, quella in cui Ali porta Stéphanie a nuotare e ad immergersi in un mare illuminato dal sole al tramonto), Audiard racconta la storia dell'incontro di due personaggi soli e chiusi in due "prigioni" esistenziali: lui (incapace di esprimere i propri sentimenti) in quella di una vita senza scopi e senza prospettive, fatta di relazioni e di rapporti occasionali, di indifferenza verso il figlio e le persone che gli stanno attorno, di ricerca del brivido e del rischio per puro "divertimento"; e lei in quella della malattia, in fuga da una vita infelice (di cui l'esibizionismo in discoteca e la crisi del rapporto con il precedente compagno non erano che prodromi) e alla disperata ricerca di nuova forza e di una nuova stabilità. Ma rispetto ai lavori precedenti del regista francese, il film (dedicato a Claude Miller, scomparso da poco) non convince appieno: molti sono gli snodi forzati, gli elementi dispersivi (non casualmente: la pellicola è tratta da una raccolta di racconti, "Rust and Bone" del canadese Craig Davidson), i passaggi melodrammatici (come il licenziamento della sorella, l'incidente del bambino sul ghiaccio, Stéphanie che diventa il manager di Ali durante gli incontri clandestini) messi lì senza un adeguato approfondimento oppure inseriti ad hoc per "pilotare" la vicenda nella giusta direzione e poi dimenticati (lo stesso handicap di Stéphanie, cui poi si rimedia con delle protesi di metallo, cessa di avere peso nella vicenda da metà film in poi). Bravi i due protagonisti. Nel cast c'è anche il belga Bouli Lanners nei panni di Martial, il barbuto mentore di Ali.

8 luglio 2009

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, 2005)

Tutti i battiti del mio cuore (De battre mon coeur s'est arrêté)
di Jacques Audiard – Francia 2005
con Romain Duris, Niels Arestrup
***

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane Tom Seyr è uno scontroso speculatore edilizio senza scrupoli, che non si fa problemi a compiere violente incursioni notturne per "liberare" gli appartamenti che gli interessano dagli occupanti abusivi. Ma il suo stile di vita cambia improvvisamente quando gli si prospetta la possibilità di fare un audizione come pianista: l'amore per la musica classica, trasmessogli dalla madre scomparsa (che era una concertista), torna così a far capolino, anche se sembra difficile conciliarlo non solo con gli impegni di "lavoro" ma anche con i tanti problemi di natura personale che lo affliggono: aiutare il suo problematico padre a chiudere i conti in sospeso con un losco trafficante russo, e coprire le scappatelle coniugali di un suo socio, della cui moglie è segretamente innamorato. Un gran bel film sul potere salvifico dell'arte (della musica, nella fattispecie), che – come ne "Le vite degli altri" – si rivela capace di stimolare una crescita interiore e di portare luce e umanità anche nelle esistenze più squallide e disperate. Al terzo film di Audiard che vedo (dopo "Sulle mie labbra" e "Un prophète"), mi sembra ormai evidente quanto il regista sia particolarmente interessato – oltre che ai temi fondamentali della redenzione e del cambiamento – a quello del linguaggio e della ricerca di un idioma comune in grado di superare le barriere etniche o sociali (belle, per esempio, le sequenze in cui Tom prende lezioni di pianoforte dall'insegnante cinese, con la quale non è in grado di scambiare che pochissime parole e con cui comunica – oltre che con la musica – attraverso gli stati d'animo). Duris offre una memorabile e intensa interpretazione, mentre Audiard dirige con eleganza e fermezza, confermandosi un regista estremamente interessante anche se poco prolifico. Curiosamente anche suo padre Michel Audiard era un regista, e questo spiegherebbe come mai nei suoi lavori le relazioni fra padri e figli (reali o "adottivi") siano così importanti. Il ritratto psicologico del protagonista è assai curato e la macchina da presa, di fatto, non lo abbandona per un solo istante, senza però che questo vada a discapito della partecipazione o del coinvolgimento emotivo dello spettatore. Alcune note: il film sarebbe ispirato a una pellicola americana con Harvey Keitel, "Rapsodia per un killer" ("Fingers", 1978) di James Toback; i brani al pianoforte che si sentono nel film (in particolare la toccata in mi minore di J. S. Bach) sono stati eseguiti dalla sorella del protagonista, la concertista Caroline Duris.

14 giugno 2009

Il profeta (Jacques Audiard, 2009)

Il profeta - Uccidi o sarai ucciso (Un prophète)
di Jacques Audiard – Francia 2009
con Tahar Rahim, Niels Arestrup
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciannovenne Malik El Djebena viene condannato a sei anni di prigione. Entra in carcere ignorante, impaurito e senza alcuna prospettiva: ne uscirà istruito, maturato e soprattutto a capo di un piccolo impero criminale. La prigione come maestra di vita e come via d'ingresso principale al mondo della criminalità organizzata: i temi non sono nuovi, ma lo stile di Audiard è efficace nel mostrarli con una grande concretezza drammatica. Il suo controllo sulla materia trattata non viene mai meno, anche se alcune divagazioni metafisiche sembrano un po' dei corpi estranei rispetto al resto della pellicola. Fra i punti di forza del film ci sono senza dubbio la descrizione di un mondo duro e amorale, dove ogni amicizia nasconde un interesse e che tuttavia offre grandi opportunità a chi è in grado di coglierle; e soprattutto la lenta ma serrata progressione degli eventi, che porta lo spettatore quasi a convivere con Malik per tutti i sei anni della sua prigionia, osservandone la trasformazione e i continui passi in avanti, dall'apprendimento delle lingue alla comprensione delle regole interne ed esterne. Il regista è bravo anche a evitare molti luoghi comuni dei lungometraggi ambientati nelle carceri e a sfuggire a ogni inutile didascalismo, e qua e là regala immagini di gran classe e piccoli momenti di approfondimento dei personaggi che mostrano la cura nella sceneggiatura e nella progettazione del film (che a Cannes ha vinto il Grand Prix).

Pur essendo arabo (ma non praticante), Malik diventa un protetto del boss corso Luciani, che lo sfrutta per uccidere un pericoloso testimone rinchiuso in un altro blocco. L'impressionante omicidio, il primo della sua vita, scuote il ragazzo a tal punto che il “fantasma” della sua vittima continuerà ad apparire nella sua cella e a tenergli compagnia, regalandogli squarci di visioni del futuro (da qui il titolo del film: ma ripeto, quello soprannaturale è forse l'unico elemento che mi è sembrato superfluo). All'apparenza ingenuo e sempliciotto, in realtà intelligente e veloce ad apprendere, Malik continuerà a lavorare per il gangster corso, studiandolo in segreto e appropriandosi dei segreti del mestiere, e contemporaneamente metterà in piedi per proprio conto una serie di traffici di droga dentro e fuori dalla prigione, approfittando delle poche libere uscite per stringere legami con criminali sempre più potenti. Fondamentali, per la riuscita del film, sono i volti degli attori: tutti sporchi, brutti, feriti dalla vita e dalla violenza. Non so come sarà la versione italiana, ma è senza dubbio un film da vedere in originale, visto che la commistione delle lingue (il corso, l'arabo, il francese) è davvero splendida e particolarmente rilevante nell'economia del film. Fra l'altro, anche nell'unico altro lavoro di Audiard che avevo visto, “Sulle mie labbra”, il linguaggio aveva un ruolo importante.