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2 novembre 2020

Breaking news (Johnnie To, 2004)

Breaking news (Dai si gin)
di Johnnie To – Hong Kong 2004
con Richie Ren, Kelly Chen, Nick Cheung
**1/2

Rivisto in DVD.

Per risollevare la popolarità delle forze dell'ordine e riacquistare fiducia presso la popolazione, il tenente Rebecca Fong (Kelly Chen) organizza una spettacolare operazione mediatica: tutti gli agenti impegnati a stanare un gruppo di rapinatori che si è asserragliato in un edificio vengono dotati di una minicamera per riprendere in diretta ogni momento dell'irruzione, creando uno spettacolo (o una specie di reality show) a beneficio del pubblico e dei mass media. E naturalmente non mancano manipolazioni e montaggi studiati in modo da far fare la miglior figura possibile alla polizia. Ma i banditi, guidati dal carismatico Yuen (Richie Ren), controbattono a modo loro, attraverso telefoni cellulari e computer, imbastendo un palinsesto alternativo che riveli le bugie dei poliziotti, ridicolizzandoli e mostrando le difficoltà che incontrano. Lo scontro fra guardie e ladri si trasferisce così sul piano comunicativo e virtuale, una guerra di comunicati stampa, versioni contrastanti e immagini alterate. Un ottimo spunto, che avrebbe potuto dar vita a una bellissima riflessione sul potere dei media e sulla "realtà" di ciò che si vede in tv, ma che purtroppo non è portato alle sue estreme conseguenze: gran parte del film è infatti un convenzionale poliziesco con personaggi-tipo – vedi l'ispettore della squadra anticrimine interpretato da Nick Cheung, che ha un conto in sospeso personale con Yuen – anche se non mancano interessanti dinamiche tipiche dei prodotti Milkyway, come l'amicizia/cameratismo fra i rapinatori e un secondo gruppo di criminali, in questo caso dei killer, rimasti casualmente coinvolti nell'assedio, che si rifugiano insieme a loro nell'appartamento di uno degli inquilini (interpretato da Suet Lam). Ed è da ricordare anche lo stupefacente piano sequenza che apre la pellicola (che meriterebbe di essere vista solo per questo): una decina di minuti con la macchina da presa che si muove in lungo e in largo, su e giù, vagando prima per una strada, entrando poi in un appartamento e mostrando infine un conflitto a fuoco fra polizia e rapinatori, prima che questi si diano alla fuga... L'Orson Welles de "L'infernale Quinlan" ne sarebbe stato fiero. Piccole parti per You Yong (il killer), Simon Yam e Maggie Siu.

19 aprile 2020

Where a good man goes (Johnnie To, 1999)

Where a good man goes (Joi gin a long)
di Johnnie To – Hong Kong 1999
con Lau Ching Wan, Ruby Wong
**

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Michael (Lau Ching Wan), gangster violento e iracondo da poco uscito di prigione, si stabilisce nell'albergo a conduzione familiare gestito a Macao da Judy (Ruby Wong), vedova con figlioletto. Nonostante l'uomo sia continua fonte di guai (anche perché cerca di riconquistare il proprio posto di potere fra le triadi della colonia), fra i due nasce un sentimento reciproco, tanto che Michael medita di mettere la testa a posto e di formare una famiglia, aiutando anche la donna a pagare i suoi debiti. Ma i suoi tentativi sono frustrati dalla realtà, sotto forma di una faida con un gruppo di tassisti con cui ha fatto una rissa, e soprattutto da un poliziotto ostile e vendicativo (Lam Suet) che cerca in ogni modo di incastrarlo. Titolo minore (e semisconosciuto) della filmografia di Johnnie To, scritto con il fido Wai Ka-fai, non sfugge da personaggi stereotipati, caratterizzazioni sopra le righe, situazioni e luoghi comuni di tanto cinema di Hong Kong (da "A better tomorrow" in poi), senza tralasciare qualche momento citazionista (la rapina in banca ricorda "Quel pomeriggio di un giorno da cani"), ma si lascia comunque vedere con piacere fino all'inaspettato lieto fine grazie alla bella fotografia e alle buone interpretazioni (dal sempre bravo Lau alla controllata Wong).

17 dicembre 2019

Lifeline (Johnnie To, 1997)

Lifeline (Shi wan huo ji)
di Johnnie To – Hong Kong 1997
con Lau Ching Wan, Alex Fong
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

L'ultimo film di To prima di fondare la Milkyway, la propria casa di produzione, segue le vicende di un gruppo di vigili del fuoco di Hong Kong, la cui caserma ha la nomea (anche presso i colleghi) di portare sfortuna. E in effetti non si contano i casi di incidenti sul lavoro o di salvataggi che, anche se condotti a termine con successo, hanno conseguenze negative. Ma il gruppo saprà riscattarsi quando sarà impiegato durante un colossale incendio in una fabbrica che contiene pericolosi prodotti chimici. Di impostazione corale, la pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima vengono presentati i vari personaggi – l'eroico caposquadra Yau (Lau Ching Wan), il giovane e severo direttore della stazione Raymond (Alex Fong), la vigilessa Lo (Ruby Wong) e la recluta Ho-yin (Raymond Wong) – i cui problemi e le traversie personali si intrecciano con il lavoro e le varie missioni di soccorso che li vedono impegnati. In particolare Yau, la cui tendenza a correre ogni rischio pur di salvare vite gli è costata una promozione, si innamora di una dottoressa (Carman Lee) dalle tendenze suicide, mentre Raymond, che fatica a farsi benvolere dai suoi stessi sottoposti, si vede improvvisamente costretto ad accudire una figlia cresciuta all'estero. L'intera seconda metà del film, la più spettacolare, è riservata all'incendio doloso nella fabbrica, con i nostri eroi che rimangono bloccati al suo interno e che tenteranno di uscire (portando in salvo gli operai intrappolati) fra esplosioni e crolli. Nel complesso un bel disaster movie, a tratti melodrammatico (vedi la sottotrama di Lo che rimane incinta) e pieno di enfasi e di retorica, ma ben recitato, ricco di tensione, diretto con mano ferma e con un finale sinceramente emozionante. Nel cast anche Damian Lau (il capo dei pompieri) e Lam Suet (il piromane).

5 aprile 2018

Executioners (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio 2: Executioners (Xian dai hao xia zhuan)
di Johnnie To, Ching Siu-tung – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito di "The heroic trio", girato nello stesso anno e con le stesse attrici. Questa volta il coreografo Ching Siu-tung è accreditato esplicitamente come co-regista (e in effetti gran parte del film, soprattutto nelle scene d'azione acrobatiche, mostra i segni del suo stile, mentre a Johnnie To si devono forse l'atmosfera retrò e la contorta trama a sfondo politico). Un'esplosione nucleare ha contaminato le riserve d'acqua del pianeta, costringendo il governo a razionarle. Il folle scienziato Kim (Anthony Wong), che afferma di aver inventato un sistema per purificare l'acqua, aspira a dominare il mondo e si allea con un colonnello dell'esercito (Paul Chun) per compiere un colpo di stato. A questo scopo sobilla le proteste e i disordini di piazza attraverso un "leader spirituale" (Takeshi Kaneshiro) che poi fa assassinare a tradimento. Quanto alle nostre tre eroine, Tung/Wonder Woman (Anita Mui) si è ritirata a vita privata per accudire sua figlia Cindy (o Charlie, nella versione doppiata in inglese), ma tornerà in azione per vendicare il marito Lau (Damian Lau), ucciso dai complotti di Kim; San/Ching (Michelle Yeoh) gira per il paese per portare assistenza medica alla popolazione, e si unirà alla resistenza contro la dittatura militare; e la cacciatrice di taglie Chat (Maggie Cheung), con l'aiuto del soldato Tak (Lau Ching Wan), si addentrerà nel deserto alla ricerca di una fonte d'acqua incontaminata. Rispetto al prototipo, la pellicola è assai meno divertente, i toni sono molto più cupi ed oscuri, ma soprattutto la trama è inutilmente complessa, piena di personaggi (fra i quali sosia e doppiogiochisti) e difficile da seguire. Le tre eroine sono quasi sempre divise l'una dall'altra, e la loro presenza passa spesso in secondo piano rispetto ad altre figure (che pure escono rapidamente di scena). L'ambientazione post-apocalittica è alquanto confusa e contraddittoria, mentre a restare impresso è il cattivo interpretato da Anthony Wong, folle e sfigurato. E la parte migliore è il cruento scontro finale (con tanto di arti strappati!).

3 aprile 2018

The heroic trio (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio (Dung fong saam hap)
di Johnnie To [e Ching Siu-tung] – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

La supereroina Wonder Woman – sotto la cui maschera si cela Tung (Anita Mui), moglie del detective Lau (Damian Lau) – indaga su una serie di misteriose sparizioni di neonati. A rapirli (per conto di un demoniaco "maestro", un crudele eunuco dai poteri soprannaturali che intende scegliere fra loro il futuro "imperatore della Cina" e metterlo alla guida di un esercito per conquistare il mondo) è San (Michelle Yeoh), alias Invisible Girl, in grado di rendersi invisibile grazie al mantello messo a punto da uno scienziato (James Pak). Quando Tung scoprirà che San è in realtà Ching, la sua sorella da tempo perduta, riuscirà a portarla dalla propria parte. Alle due si unirà anche la mercenaria motorizzata Chat (Maggie Cheung), alias Thief Catcher: e insieme le tre eroine sconfiggeranno il nemico. Le tre attrici forse più carismatiche del cinema di Hong Kong recitano insieme in un pastiche fantastico, grezzo e kitsch, che mescola wuxia e supereroi, scenari fantasy e ambienti urbani/futuristici (la grotta sotterranea del cattivo, letteralmente sotto le strade e i tombini della città, non appare meno irreale dell'ospedale dove vengono rapiti i neonati), pathos o drammi melò e situazioni ridicole da cartoon. C'è davvero di tutto, senza porre freni alla fantasia o al (cattivo) gusto, a volte prendendosi sul serio (la morte di un bambino, con tanto di lacrima che scorre sulla maschera di Wonder Woman; la storia d'amore fra Ching e lo scienziato) e a volte schiacciando il pedale dell'ironia (il personaggio di Chat, l'elemento più comico del trio, che a differenza delle altre due eroine non usa le arti marziali ma armi da fuoco e candelotti di dinamite) o del grottesco (il guardiano della grotta Kau (Anthony Wong), che divora le proprie dita, o che sfoggia come arma una classica "ghigliottina volante"). Nel finale, c'è spazio anche per l'animazione a passo uno dello scheletro scarnificato del cattivo. Vedere insieme sullo schermo tre attrici così diverse tra loro come Anita Mui (elegante diva della canzone), Michelle Yeoh (abile atleta di arti marziali) e Maggie Cheung (meravigliosa habitué del cinema d'autore) può essere straniante, ma di certo è un testamento alla capacità del cinema di Hong Kong di mescolare i generi sotto ogni punto di vista. Il divertimento, se si sta al gioco, non manca. Il tema dei neonati in pericolo ricorda "Hard boiled" di John Woo: e uno di loro muore durante la scaramuccia fra eroine, cosa davvero impensabile in un film occidentale! Diretto da un Johnnie To a inizio carriera, il film presenta più le stimmate di Ching Siu-tung (già collaboratore di Tsui Hark e regista di celebri fantasy come "Storie di fantasmi cinesi", qui produttore e coreografo) che non quelle del futuro autore di noir della Milkyway. L'iconica canzone sui titoli di coda è cantata da Anita Mui. Il film ha ispirato, fra i tanti, Olivier Assayas (che lo citerà in "Irma Vep") e la versione hollwyoodiana di "Charlie's Angels" di McG. Nello stesso anno uscirà un sequel, "Executioners".

30 novembre 2017

A hero never dies (Johnnie To, 1998)

A hero never dies (Chan sam ying hung)
di Johnnie To – Hong Kong 1998
con Leon Lai, Lau Ching Wan
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I gangster Jack (Leon Lai) e Martin (Lau Ching Wan) sono al servizio di due boss della triade in guerra fra loro, impegnati da mesi in una sanguinosa faida per il controllo di Hong Kong. Pur combattendo su fronti opposti, i due uomini sono però assai simili, tanto nella fedeltà e dedizione al dovere quando nel rispetto dei valori dell'amicizia e del cameratismo. Al punto da essere considerati "scomodi", e dunque scaricati senza troppa riconoscenza, quando i due boss stringeranno un'alleanza interessata per spartirsi il territorio, di fatto tradendo tutti coloro che hanno combattuto o sono morti per la loro causa. Abbandonati in Thailandia e sopravvissuti ai tentativi di eliminarli (grazie anche al sacrificio delle loro donne, Fiona Leung e Yoyo Mung), Jack e Martin – quest'ultimo rimasto mutilato – mediteranno vendetta. Al primo film diretto per la casa di produzione Milkyway da lui stesso fondata (anche se pare che il precedente "The odd one dies", accreditato a Patrick Yau, fosse stato girato in gran parte da lui), Johnnie To realizza il suo personale "A better tomorrow". Molti sono infatti gli elementi in comune con il capolavoro di John Woo: il mix fra gangster movie, noir e melodramma, un senso dell'onore e della fratellanza quasi anacronistico in un mondo dove domina il vile opportunismo, un soffuso strato di malinconia, violente sparatorie che l'apparentano al filone dell'heroic bloodshed, e naturalmente i temi del tradimento e della vendetta, peraltro ubiqui nel cinema di Hong Kong. To confeziona il tutto con il suo stile e la sua regia avvolgente, i lenti movimenti di macchina, la fotografia cupa e d'atmosfera, il ritmo rilassato ma sempre pronto a esplodere al momento dell'azione, e caratterizza i suoi personaggi con poche ma efficaci pennellate (vedi l'arroganza e il cappello da cowboy di Lau). Ne risulta uno dei suoi migliori film. Memorabile la scena all'interno del locale dove i due protagonisti si ritrovano per dirimere le loro controversie, con il "gioco" della moneta per distruggersi a vicenda i bicchieri, che anziché esacerbarne la rivalità cementa di fatto la loro potenziale amicizia (una scena che ricorda quella altrettanto celebre della pallina di carta in "The mission"). Il gestore del suddetto locale metterà da parte una bottiglia di vino per i due amici/nemici, e proprio questa bottiglia diventa uno dei fili conduttori della pellicola, simbolo della loro leggenda (viene mostrata nell'inquadratura iniziale e in quella conclusiva). Nella colonna sonora di Raymond Wong spicca una classica canzone pop giapponese, "Sukiyaki", reinterpretata in cantonese e poi in versione strumentale.

20 settembre 2011

Life without principle (Johnnie To, 2011)

Life without principle (Dyut meng gam)
di Johnnie To – Hong Kong 2011
con Lau Ching Wan, Denise Ho
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In una caotica Hong Kong, le vite di tre personaggi si intrecciano sullo sfondo di una crisi economica globale che, innescata dal tracollo della Grecia, si ripercuote con la forza di un ciclone sulle borse asiatiche e sull’economia cinese. Cheung (Richie Ren) è un poliziotto perennemente indeciso sul proprio futuro: mentre la moglie insiste affinché stipulino un impegnativo mutuo per acquistare un appartamento, lui preferisce gettarsi a capofitto nel lavoro. Teresa (Denise Ho) è impiegata in banca come promotrice finanziaria e deve fronteggiare senza molto successo clienti difficili e situazioni estenuanti, soprattutto dopo che la crisi ha "bruciato" in poche ore milioni di dollari e di speranze. Pantera (Lau Ching Wan) è un gangster ingenuo ma leale verso gli amici, che per guadagnare la somma di denaro necessaria a tirare fuori un socio di prigione si ritrova impantanato fino in fondo in un mondo a lui estraneo, quello delle più ardite speculazioni finanziarie. Una borsa piena di denaro e un misterioso delitto cambieranno la vita di tutti e tre. L’abilità di To nel gestire una molteplicità di personaggi e soprattutto di muoverli come pedine sullo scacchiere dell’ambiente in cui si vivono, che a volte è il vero protagonista dei suoi lavori, è qui resa ancora più efficace dalla scelta di collegare le loro vicende personali alla più stretta attualità. Da sempre abituato a sperimentare e a giocare con i generi (soprattutto con la commedia e il noir, i suoi preferiti), Johnnie To non rinuncia alle figure tipiche dei suoi film (gangster e poliziotti in primis) ma li sfrutta per raccontare le follie di un sistema economico globale che premia o punisce, quasi aleatoriamente, astuti speculatori e ingenui investitori, "squali" della finanza e sprovvedute vecchiette in cerca di soldi facili.

4 novembre 2010

Vendicami (Johnnie To, 2009)

Vendicami (Vengeance)
di Johnnie To – Hong Kong/Francia 2009
con Johnny Hallyday, Anthony Wong
***

Visto in DVD, con Hiromi.

Francis Costello (Hallyday), cuoco francese che nasconde un passato da killer (e il cui cognome riecheggia inevitabilmente quello del protagonista del leggendario "Le samourai" di Jean-Pierre Melville, da noi intitolato per l'appunto "Frank Costello faccia d'angelo"), giunge a Macao dove la famiglia di sua figlia (Sylvie Testud) è stata sterminata da misteriosi sicari. Per rintracciare i colpevoli e ottenere la giusta vendetta, assolda tre gunmen esperti del luogo (Anthony Wong, Lam Ka-Tung e Lam Suet) affinché lo aiutino a individuare la pista giusta e a seguirla fino a Hong Kong. I tre uomini, quando scopriranno che il mandante dell'omicidio è lo stesso boss per il quale solitamente lavorano, Mister Fung (Simon Yam), sceglieranno di rimanere dalla parte del francese e di tener fede alla parola datagli, sacrificando la propria vita in nome della lealtà e dell'amicizia. Ma Costello, nel frattempo, ha perso la memoria per colpa di una pallottola nella testa ("a bullet in the head"!)... E "a che serve la vendetta se non ricordi più niente?". Proprio il tema della memoria dona a questo malinconico noir d'azione, frutto della collaudata coppia Johnnie To-Wai Ka-Fai (il primo regista, il secondo sceneggiatore), una patina tutta particolare, quasi alla "Memento" (come il protagonista del film di Nolan, Hallyday ricorre a fotografie e ad appunti per riconoscere o distinguere gli amici e i nemici). Ma anche se To, alle prese con una coproduzione internazionale, aggiunge qualche ingrediente europeo alla solita ricetta, i temi rimangono gli stessi dei suoi lavori migliori: l'amicizia (che viene cementata dai consueti momenti di condivisione attorno a un tavolo), il cameratismo (anche fra nemici: vedi la scena del picnic che precede la sparatoria al parco), la famiglia, il tradimento, la vendetta. Nelle intenzioni originarie, il personaggio di Costello avrebbe dovuto essere interpretato proprio da Alain Delon, esplicitando ancora di più il richiamo a Melville: di fronte al suo rifiuto, il regista ha dovuto ripiegare su un altro attore transalpino, Johnny Hallyday, che comunque non se la cava affatto male con il suo volto scavato e lo sguardo che sembra adombrare un tragico passato, la cui cancellazione è forse un sollievo e un'occasione per ricominciare da capo. Numerose le scene da antologia, fra cui vanno ricordati almeno gli inseguimenti sotto la pioggia (magnifica la fotografia di Cheng Siu-keung) e lo scontro a fuoco nella discarica, con i personaggi che si fanno scudo con le enormi balle di carta riciclata.

6 gennaio 2010

Mad detective (Johnnie To, Wai Ka-Fai, 2007)

Mad detective (Sun taam)
di Johnnie To, Wai Ka-Fai – Hong Kong 2007
con Lau Ching Wan, Andy On
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Lo schizofrenico Bun, un tempo poliziotto dal brillante intuito che risolveva molti casi con i suoi metodi controversi (il suo motto era "applica le emozioni all'indagine, non la logica") e che portava alle estreme conseguenze la tecnica di calarsi nei panni della vittima o dell'assassino, è stato licenziato per i suoi comportamenti sempre più psicotici: era arrivato addirittura a tagliarsi un orecchio di fronte al proprio capo come omaggio quando questi era andato in pensione. Il giovane Ho, che vedeva in lui un maestro, gli chiede però di tornare in azione per aiutarlo a risolvere un enigma ormai irrisolto da diversi mesi: la misteriosa sparizione di un agente, Wong, e della sua pistola, con la quale qualcuno sta ora commettendo una serie di delitti. Bun però è ormai ritenuto da tutti un folle senza speranza: vede attorno a sé persone che non esistono o fantasmi del passato (come la moglie, che nella realtà lo ha abbandonato da tempo: da notare che la moglie reale e quella immaginaria sono interpretate da due attrici diverse, rispettivamente Kelly Lin e Flora Chan) e soprattutto afferma che gli altri gli appaiono non con le loro reale fattezze, ma con quelle delle loro personalità interne; Ho, per esempio, per lui ha le sembianze di un ragazzino sperduto e impaurito. Pedinando Chi-wai (Lam Ka-Tung), ex compagno di pattuglia di Wong e principale sospettato della sua sparizione, Bun scopre che questi ha addirittura sette personalità distinte, fra le quali spicca quella di una donna fredda e calcolatrice che domina su tutte le altre (la più inerme e subordinata di tutte è invece il "ciccione" Lam Suet)...

Alternando immagini della "realtà" a quelle filtrate dalla mente di Bun, e lasciando il dubbio se si tratti davvero di follia oppure di un istinto soprannaturale (da brivido quando le personalità di Chi-wai commentano sgomente: "È capace di vederci!") e iper-amplificato (visto anche che tutte le intuizioni del protagonista si rivelano immancabilmente esatte), il film si sviluppa come un interessante poliziesco dai toni surreali e decisamente sui generis. Probabilmente è più un film di Wai Ka-Fai (autore anche della sceneggiatura) che di Johnnie To (per quanto lo spunto della pistola scomparsa possa ricordare "PTU" e la regia solida e senza fronzoli sia fondamentale nel tenere il soggetto sotto controllo). Fra i momenti più interessanti, l'imbarazzante cena "a quattro" fra Bun, Ho e le rispettive compagne (con la moglie di Bun che interagisce con gli altri solo nella sua testa) e lo "scambio" finale delle pistole che passano da una mano all'altra (all'inizio nessuno spara con la propria; in seguito c'è un complesso lavoro di "rotazione" delle armi per nascondere le prove di quello che è realmente avvenuto). Ma la stessa sparatoria finale in un oceano di specchi rotti è girata da manuale e ispirata forse alla "Signora di Shanghai" di Orson Welles. Bravi gli interpreti (Lau Ching Wan, un attore che mi piace molto, è brillante e ambiguo come al solito), magnifiche le scenografie e suggestive le atmosfere (a tratti le immagini sono impercettibimente distorte, proprio come i titoli di testa inclinati e di sbieco, a rivelare che non tutto quello che vediamo può essere considerato reale).

17 ottobre 2008

Love on a diet (Johnnie To, Wai Ka-Fai, 2001)

Love on a diet (Sau san naam neui)
di Johnnie To, Wai Ka-Fai – Hong Kong/Giappone 2001
con Andy Lau, Sammi Cheng
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Di solito non amo le commedie romantiche di To, ma questa mi è sembrata simpatica e sopra la media, anche per la trovata di "ingrassare" a dismisura i personaggi. Il film, curiosamente, non è ambientato a Hong Kong ma in Giappone e vede ancora una volta insieme la coppia Andy Lau/Sammi Cheng, già protagonisti l'anno precedente del grande successo "Needing you...". Questa volta i due super divi sono quasi irriconoscibili, grazie al trucco e alle protesi che li trasformano in due ciccioni sovrappeso! Lei è intenzionata a dimagrire di 90 chili in sei mesi per riconquistare il suo ex ragazzo, un affermato pianista; e lui, all'inizio un po' controvoglia, le dà una mano, la ospita in casa sua e coinvolge nella "missione impossibile" anche i suoi amici di Chinatown (fra cui Lam Suet e Wang Tian-Lin: e c'è pure una citazione/parodia della celebre scena della pallina di carta di "The Mission"). Com'era facile prevedere, fra i due "ciccioni" scatterà l'amore... Ovviamente in questo tipo di film è inutile cercare imprevedibilità e complessità, e alla fine la pellicola – dopo un buon inizio – diventa banalotta e un po' caricaturale. Ma come commedia romantica è sufficientemente sui generis e i due interpreti si rivelano davvero in forma, oltre che coraggiosi a mostrarsi per quasi tutto il film in versione XXL: mi è piaciuto soprattutto Andy Lau, che di solito non mi fa impazzire. Certo che sembra impossibile che si possa ingrassare così tanto con la cucina giapponese! Molto bella la canzone di Sammi Cheng "Forever beauty", che si sente sia durante il film sia sui titoli di coda.

2 settembre 2008

Triangle (Tsui Hark, Ringo Lam, Johnnie To, 2007)

Triangle (Tie saam gok)
di Tsui Hark, Ringo Lam, Johnnie To – Hong Kong 2007
con Simon Yam, Louis Koo, Sun Honglei
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Curioso esperimento, questa pellicola realizzata a sei mani: non si tratta di un film a episodi, bensì di un lungometraggio in cui ciascun regista ha a propria disposizione trenta minuti e deve proseguire la vicenda (lavorando in tutta autonomia con la propria troupe e i propri sceneggiatori) dal punto in cui è stata interrotta dal collega precedente, mantenendo naturalmente gli stessi attori e la stessa ambientazione. Tsui Hark, responsabile della parte iniziale, ha il compito di presentare i personaggi e di mettere in moto la storia; Ringo Lam, cui tocca il segmento centrale, porta avanti la pellicola e la lascia con un cliffhanger; Johnnie To (la cui casa di produzione Milkyway è alla base del progetto) la conclude alla sua maniera. Naturalmente lo stile, il mood, le atmosfere e persino le caratterizzazioni dei protagonisti variano sensibilmente al passaggio della macchina da presa da una mano all'altra, al punto da lasciare alla fine quasi l'impressione di aver visto tre film diversi. Il risultato comunque non è spiacevole: vuoi per la novità dell'operazione, vuoi per il valore qualitativo che i tre registi, in ogni caso, riescono a garantire.

Nel segmento di Tsui Hark facciamo la conoscenza con Sam (un impiegato in difficoltà finanziarie), Fai (un giovane tassista che frequenta gli ambienti della malavita) e Mok (un misterioso antiquario): imbeccati da uno strano individuo incontrato in un bar, i tre amici scoprono un antico tesoro ma faticano a fidarsi l'uno dell'altro (bella la scena in cui si fotografano a vicenda con i cellulari). Nel frattempo la moglie di Sam rivela al suo amante, il poliziotto Wen, che il marito sta tentando di ucciderla. La fotografia è oscura e notturna, i dialoghi rapidi, la carne al fuoco molta e i personaggi ambigui e misteriosi a sufficienza da permettere ai registi successivi, se lo vogliono, di ampliarne o di modificarne il background. Ed è infatti quello che succede.
Nel segmento di Ringo Lam, il più tradizionale dal punto di vista cinematografico, i personaggi agiscono maggiormente alla luce del sole. I riflettori si spostano decisamente su Sam (interpretato da Simon Yam), che acquista una personalità più vigorosa e decisa. Scopriamo che sua moglie Ling è una paranoica: né la sua gravidanza, né i tradimenti del marito né tantomeno i suoi tentativi di ucciderla erano reali. Il subdolo Wen, approfittando della situazione, si impossessa del tesoro e fugge per la campagna, mentre i tre protagonisti si lanciano al suo inseguimento.
Johnnie To si rivela subito il più "autore" dei tre registi, nel bene e nel male: gli bastano pochi minuti per risolvere alcune delle situazioni lasciate in sospeso da Lam, scegliendo bellamente di ignorarne altre. Fra tocchi surreali (vedi l'ingresso in scena di Lam Suet) e un'ambientazione sospesa e fuori dal mondo (quasi una parodia di "Dragon Inn"), conduce il film verso strade inaspettate ed è sicuramente il più attento al lato cinematografico dell'operazione, a scapito magari della caratterizzazione dei singoli personaggi: ma in fondo l'aspetto interessante del film consiste proprio nelle sue differenze e contraddizioni interne, altrimenti l'intero esperimento non avrebbe avuto senso. Per citare il mio amico Ernesto, "tre registi che girano a partire da un'unica sceneggiatura, pensata in anticipo, fondamentalmente rischiano di fare come i registi di seconda o terza unità, quelli che lavorano quando il regista principale è occupato altrove seguendo pedissequamente le sue direttive. Mentre in questo caso dovevano anche scrivere la storia, con i propri sceneggiatori, e questo da una parte crea una specie di slegatura, ma dall'altra è proprio il bello di un lavoro del genere".

1 giugno 2008

All about Ah Long (Johnnie To, 1989)

All about Ah Long (A Lang de gu shi)
di Johnnie To – Hong Kong 1989
con Chow Yun-fat, Sylvia Chang
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un Chow Yun-fat insolitamente capellone è il protagonista di questo bel film che, come capita spesso nel cinema di Hong Kong, ondeggia spudoratamente fra la commedia familiare e il melò popolare, riuscendo a tenere a galla una storia che per certi versi sembrerebbe un po' stereotipata: ex pilota di moto, ex donnaiolo e ora semplice operaio e camionista, il trentenne Ah Long ha allevato da solo il figlio Porky (Wong Kwan-yuen), un vivace bambino a lui legatissimo, dopo la brusca fine della sua storia d'amore con Sylvia. Ma quando la donna, che ignorava addirittura che il bambino fosse ancora in vita, dopo dieci anni torna dall'America (dove è diventata un'affermata regista di spot pubblicitari), proprio il figlio diventa l'elemento che la riavvicina all'ex compagno. Fosse stato un film americano, sarebbe stato probabilmente sdolcinato e prevedibile: To, invece (con l'aiuto dei due bravi protagonisti, che hanno collaborato anche alla sceneggiatura), mantiene fino alla fine un tono malinconico e non accondiscendente, con il destino che incombe e cospira contro il lieto fine (anche se il finale tragico mi è parso un po' gratuito). Un film da vedere, oltre che per gustarsi un prodotto così calato nella Hong Kong degli anni ottanta – con le contraddizioni fra il mondo sporco, sottoproletario e "cantonese" e quello pulito, ricco e "occidentale" – anche per scoprire un CYF diverso da come siamo abituati. Nel cast c'è anche il caratterista Ng Man-tat (visto in tanti film di Stephen Chow) nei panni dell'amico Dragon.

15 aprile 2008

Justice, my foot! (Johnnie To, 1992)

Justice, my foot! (Sam sei goon)
di Johnnie To – Hong Kong 1992
con Stephen Chow, Anita Mui
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Stephen Chow è un avvocato brillante ed eccentrico, dalla parlantina irrefrenabile e in grado di vincere persino le cause in cui i suoi clienti sono colpevoli, ma sua moglie (una splendida Anita Mui, che si dimostra perfettamente adatta anche ai ruoli comici) lo convince a ritirarsi dalla professione perché convinta che il suo attaccamento al denaro porti sfortuna: non a caso tutti i figli della coppia muoiono ancora in fasce. Dovrà però tornare a esercitare per difendere una donna (Carrie Ng) accusata di aver avvelenato il marito e affrontare magistrati corrotti e intrighi di ogni tipo. Anche se la trama è seria e il film è essenzialmente un courtroom drama, il tono è comico: e non poteva essere altrimenti con un protagonista come Chow, pronto a farsi beffe di tutti, fra gag tipiche della commedia cantonese – a dire il vero stavolta più verbali che fisiche e spesso quasi incomprensibili per uno spettatore occidentale – e un pizzico di arti marziali (con abbondante uso di wire work). Non mancano nemmeno assurde citazioni, come quando Chow viene creduto pazzo ed è legato come Hannibal Lecter ne "Il silenzio degli innocenti". Ma il risultato convince solo a tratti e non lo annovererei né fra le migliori commedie dell'attore né fra i migliori film del regista, nonostante all'epoca fu un grande successo che contribuì a far decollare le carriere di entrambi.

6 ottobre 2007

Election (Johnnie To, 2005)

Election (Hak se wui)
di Johnnie To – Hong Kong 2005
con Simon Yam, Tony Leung Ka-fai
**

Visto in DVD.

Una delle più antiche e potenti triadi di Hong Kong è in fermento per l'imminente elezione del nuovo presidente, che avviene ogni due anni: ma quando gli anziani dell'organizzazione scelgono di eleggere il più pacato Lok (Simon Yam), l'irruento Big D (Tony Leung Ka-fai) scatena una sanguinosa faida, con la polizia come terzo incomodo. Come spesso capita, Johnnie To non riesce a convincermi appieno nonostante le indubbie doti registiche e il consueto uso di una fotografia che gioca su luci e ombre. Il finale, con l'inaspettata resa dei conti fra i due rivali, è la cosa più bella di una pellicola che per il resto manca di compattezza e non avvince, anche perché nell'inutile parte centrale sembra dimenticarsi dei due protagonisti e si perde in un rivolo di personaggi che si passano di mano in mano il bastone di legno con la testa di drago che rappresenta lo scettro del comando della triade. Nonostante l'interesse per i rituali della mafia cinese visti dall'interno, resta una certa sensazione di improvvisazione con molti personaggi (i poliziotti, il giovane interpretato da Louis Koo) abbandonati a metà strada. Solo nel finale il focus della storia si sposta finalmente sui due contendenti, ma cominciare a caratterizzarli dopo un'ora di film è un po' poco.

16 aprile 2007

Yesterday once more (Johnnie To, 2004)

Yesterday once more (Lung fung dau)
di Johnnie To – Hong Kong 2004
con Andy Lau, Sammi Cheng
*1/2

Visto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Una coppia di ex coniugi cleptomani si contende una preziosa collana sottratta alla futura suocera di lei, che a sua volta era stata una ladra in gioventù. Johnnie To punta a emulare Lubitsch, Blake Edwards e la commedia brillante americana, fallendo miseramente. Del resto, che il genere non fosse nelle sue corde lo si era già visto nelle sue prove precedenti. Il film è noioso e ripetitivo, i personaggi antipatici e vacui (soprattutto lei), e il fatto che una manciata di scene siano state girate a Udine viene "pompato" a dismisura nella fascetta e nel libretto del DVD italiano come se ci si trovasse di fronte a una versione cantonese/friulana di "Vacanze romane". Mai davvero divertente o emozionante, la pellicola ha un unico (relativo) sussulto nel colpo di scena finale. Scialba anche la prova degli attori, che appaiono privi di alchimia nonostante avessero già lavorato insieme: eppure Andy Lau ha una buona carriera cinematografica alle spalle (da Wong Kar-Wai a "Infernal affairs"), mentre Sammi Cheng – che recita maldestramente anche qualche battuta in italiano – mi piace decisamente di più come cantante.

23 settembre 2006

The mission (Johnnie To, 1999)

The mission (Cheung fo)
di Johnnie To – Hong Kong 1999
con Anthony Wong, Francis Ng
****

Rivisto in DVD, con Michele.

Ogni volta che rivedo questo capolavoro firmato da To con la sua casa di produzione Milkyway rimango sempre più colpito dal rigore stilistico e dalla perfezione dei dettagli. La storia è piuttosto semplice: un boss delle triadi, scampato a un agguato di misteriosi sicari, assolda cinque guardie del corpo per farsi proteggere giorno e notte. Ma il regista, pur con uno sguardo apparentemente distaccato, sottolinea a dismisura l'aspetto umano dei protagonisti, come nella splendida sequenza in cui giocano con una pallina di carta nel corridoio, che illustra magnificamente, senza bisogno di spendere troppe parole, il passaggio dall'iniziale indifferenza e ostilità a uno stato di complicità. I personaggi peraltro mostrano rispetto anche nei confronti degli avversari: esemplare la scena in cui siedono al tavolo con il killer che hanno appena catturato. Per personaggi simili, l'amicizia appena cementata è qualcosa di estremamente importante: e questo aggiunge tensione all'ultima parte della pellicola, quando il loro leader, Curtis, viene incaricato dal boss (fino ad allora dipinto come una persona generosa, pronta a comprendere e a perdonare tutti) di eliminare uno dei suoi stessi compagni, un dilemma che divide gli eroi e li mette l'uno contro l'altro. Lo stile della pellicola è fenomenale, secco, preciso: non mi riferisco tanto alla gelida fotografia e ai dialoghi scarni che dicono e non dicono (per esempio, nella scena in cui il giovane Shin torna a casa tardi dopo aver "accompagnato" la moglie del capo), ma soprattutto alla coreografia delle scene d'azione, su tutte la sparatoria nel centro commerciale. Per citare quel che avevo scritto al tempo della prima visione, To in questo film sembra l'anti-John Woo: stessi temi, stessi risultati, stessa tensione ma utilizzando metodologie contrapposte. Mentre Woo sfrutta il dinamismo e il movimento, To si basa sulla staticità, la geometria delle inquadrature e la freddezza dei protagonisti che rimangono immobili a sparare anche se i proiettili sfrecciano a pochi centimetri dai loro volti.

12 settembre 2006

Exiled (Johnnie To, 2006)

Exiled (Fangzhu)
di Johnnie To – Hong Kong 2006
con Anthony Wong, Francis Ng
***

Visto al cinema Mexico, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Johnnie To gira il suo "Mucchio selvaggio", una storia d'amicizia e di morte che in parte ricorda anche il suo capolavoro "The mission", del quale potrebbe quasi essere considerato il seguito (anzi, se non ricordo male, era stato proprio annunciato come tale). Quattro gangster in trasferta a Macao decidono di tradire il loro boss quando questi ordina loro di eliminare un ex compagno che ha abbandonato la gang per farsi una famiglia. Il consueto stile impeccabile di To (e i suoi attori feticcio: ci sono anche Lam Suet e Simon Yam) è al servizio di una storia tesa e avvincente, con le solite sparatorie eleganti e calligrafiche intervallate da intermezzi di quiete e di umorismo, e personaggi che in un attimo passano dallo spararsi addosso a mettersi intorno a un tavolo a mangiare e ridere in compagnia. In fondo, che la storia finisca bene o male non importa né agli spettatori né ai personaggi stessi, che affrontano le prove più difficili e le decisioni più ardue con leggerezza e rassegnazione, al punto da lanciare una moneta per decidere se gettarsi o meno in una pericolosa azione.

4 giugno 2006

Needing you... (Johnnie To, Wai Ka-fai, 2000)

Needing you... (Goo laam gwa lui)
di Johnnie To e Wai Ka-Fai – Hong Kong 2000
con Andy Lau e Sammi Cheng
*1/2

Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Lui è manager in una grande azienda di computer, divorziato e con la fama di dongiovanni. Lei un'impiegata alle sue dipendenze, con la testa perennemente fra le nuvole e sfortunata in amore: all'inizio c'è attrito e incomprensione, poi amicizia e complicità, e infine scatta il colpo di fulmine. Classica commedia hongkonghese leggera e romanticosa, ma poco originale e poco divertente, nonostante la simpatia di Sammi Cheng. Mi è parsa una pellicola "alimentare" di scarso interesse che non ha nulla a che vedere con i prodotti Milkyway che hanno reso celebre Johnnie To. Eppure proprio questo tipo di commedie romantiche ebbero un grande successo di pubblico in patria e salvarono la casa di produzione del regista dai suoi guai finanziari (evidentemente i thriller cupi e angoscianti su gangster e poliziotti, pur apprezzati dalla critica, non ottenevano il riscontro sperato), spingendola a realizzare altri film dello stesso tipo negli anni successivi.