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15 maggio 2020

Dove la terra scotta (Anthony Mann, 1958)

Dove la terra scotta (Man of the West)
di Anthony Mann – USA 1958
con Gary Cooper, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in TV.

L'ex bandito Link Jones (Gary Cooper), che da anni si è rifatto una vita onesta sotto falso nome, si trova malauguratamente a bordo di un treno che viene assaltato dagli uomini del suo capobanda di un tempo, il vecchio "zio" Dock Tobin (Lee J. Cobb), l'uomo che lo ha cresciuto e da cui era fuggito anni prima. Costretto a riunirsi al gruppo, ma guardato con sospetto dai nuovi complici, dovrà ingegnarsi per proteggere la giovane cantante Billie (Julie London), passeggera che è rimasta insieme a lui, facendola passare per la sua donna... Sceneggiato da Reginald Rose da un romanzo di Will C. Brown, un western sul tema della redenzione, diretto dall'esperto Mann con mano solida. Se i personaggi di contorno non sembrano particolarmente originali (il baro, la cantante, i banditi), lo stesso non si può dire per il protagonista e l'antagonista, legati da un passato comune (Dock è praticamente la figura paterna da cui Link ha voluto prendere le distanze), che li imprigiona ancora in un modo o nell'altro con catene che è difficile rompere. Link vive per espiare le colpe che ha commesso in gioventù, Dock insegue ancora sogni e obiettivi irrealizzabili (come la rapina alla banca di una cittadina ormai fantasma e abbandonata da tutti). Ignorato alla sua uscita negli Stati Uniti, il film fu molto amato in Francia da Jean-Luc Godard e con il passare del tempo ha acquisito una fama da cult movie. James Stewart, che aveva già recitato in otto film di Anthony Mann (fra cui cinque western), ci rimase male quando la parte del protagonista andò invece a Cooper, che i produttori avevano già sotto contratto. Il buon Gary aveva ben 57 anni, dieci in più di Lee J. Cobb: quest'ultimo dovette essere truccato per farlo sembrare più anziano del suo "figlioccio". Da non confondere con "L'uomo del west", film del 1940 con lo stesso Cooper.

1 febbraio 2020

Il sergente York (Howard Hawks, 1941)

Il sergente York (Sergeant York)
di Howard Hawks – USA 1941
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

Quando il pacifista Alvin York (Gary Cooper), contadino delle montagne del Tennessee, viene chiamato sotto le armi per andare a combattere in Europa (siamo nel 1916, durante la Grande Guerra), cerca inizialmente di dichiararsi obiettore di coscienza. Ma cambierà idea e si dimostrerà un eroe, sconfiggendo da solo un intero plotone di soldati tedeschi durante l'offensiva sulle Argonne. Ispirato a una storia vera (York è stato uno dei soldati americani più decorati della prima guerra mondiale), un film campione d'incassi che fonde l'ingenuità e la simpatia di un personaggio alla Frank Capra con la retorica e il patriottismo: uscito nelle sale americane in concomitanza con l'attacco di Pearl Harbour, riscosse uno strepitoso successo di pubblico e spinse molti giovani spettatori – almeno così si dice – ad andare ad arruolarsi non appena usciti dal cinema. Cooper, che per prepararsi alla parte si recò in visita alla fattoria del vero Alvin York, dà vita a un personaggio semplice ma ricco di contraddizioni: nella prima parte, interamente dedicata alla vita rurale nel Tennessee, lo vediamo ubriacone, scapestrato e attaccabrighe, per poi mettere la testa a posto per amore della bella Gracie (Joan Leslie), iniziare a lavorare sodo per comprarsi un terreno e seguire gli insegnamenti del pastore locale (Walter Brennan). E in guerra riuscirà a conciliare la sua devozione e il rispetto della vita umana con l'amore per la patria e la difesa della libertà. Un personaggio, come detto, che pare uscito da un film di Capra: il sempliciotto che deve confrontarsi con un mondo esterno ben più complesso di quello in cui ha sempre vissuto (si pensi anche al finale, in cui viene accolto in patria con tutti gli onori e rifiuta le proposte di lavorare come attore o testimonial per tornare invece nella sua terra). Alla sceneggiatura ha contribuito John Huston. Dieci nomination agli Oscar, con due statuette: per Cooper come miglior attore e per il montaggio.

1 settembre 2018

Le vie della città (R. Mamoulian, 1931)

Le vie della città (City Streets)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Gary Cooper, Sylvia Sidney
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Figlia di un gangster al soldo di un boss che opera nel racket della birra (siamo ai tempi del proibizionismo), la giovane Nan Cooley (Sylvia Sidney) finisce in prigione per aver aiutato il padre a commettere un omicidio. Quando esce, scopre con dispiacere che anche il suo fidanzato Kid (Gary Cooper), un cowboy innocente e senza ambizioni che in precedenza lavorava al tirassegno in un luna park, è entrato a far parte della banda. Ma quando il boss, Big Fellow Maskal (Paul Lukas), mette gli occhi su di lei, il ragazzo saprà ribellarsi per proteggerla. Da un racconto di Dashiell Hammett, un intenso e originale noir a sfondo gangsteristico (un filone che in quegli anni stava entrando prepotentemente in voga, grazie a pellicole come "Nemico pubblico", "Piccolo Cesare" e "Scarface") con un'atmosfera di accerchiamento e paranoia e un nutrito gruppo di variegati personaggi. Guy Kibbee è Pop, il padre di Nan, che non esita a far finire la figlia in prigione o a darla in pasto al proprio capo pur di far carriera. Wynne Gibson è Agnes, l'amante del boss, che viene scaricata quando questi si invaghisce proprio di Nan. Se la vera protagonista è la Sidney (suo il punto di vista da cui gli spettatori seguono la storia), è comunque notevole il carisma di un giovane Gary Cooper, eroe ingenuo ma determinato. Memorabile la frase con cui il boss certifica il tradimento o la condanna a morte di coloro che gli intralciano la strada, stringendo loro la mano e dichiarando ipocritamente "Nessun rancore" ("No hard feelings"). La sceneggiatura affronta i temi dell'innocenza e del peccato con la sufficiente dose di ambiguità, anche perchè il codice Hays non era ancora entrato in vigore. Quanto alla regia di Mamoulian, al secondo film, punta molto sul montaggio, sulle inquadrature e sui dettagli, e può vantare una carrellata di perfetti volti da gangster (fra i comprimari figurano William Boyd, Stanley Fields e, non accreditata, una non ancora celebre Paulette Goddard).

18 gennaio 2018

La legge del Signore (William Wyler, 1956)

La legge del Signore, aka L'uomo senza fucile (Friendly Persuasion)
di William Wyler – USA 1956
con Gary Cooper, Dorothy McGuire
**

Visto in TV.

Il quacchero Giona Birdwell (Gary Cooper) vive serenamente con la sua famiglia nell'Indiana del 1862, cercando di seguire alla lettera i dettami della propria religione, che impone un'esistenza sobria e soprattutto un assoluto pacifismo. La moglie Eliza (Dorothy McGuire), guida spirituale della comunità, è particolarmente devota, mentre gli altri membri della famiglia si lasciano andare di tanto in tanto a qualche innocua infrazione alla regola (per Giona, per esempio, c'è l'attrazione per la musica e il desiderio di competere in velocità con la carrozza a cavalli del vicino di casa; la figlia Martha è innamorata di un bel tenente di cavalleria; il figlio maggiore Giosuè vorrebbe dimostrare di non essere un codardo; e il figlio più piccolo Azaria è in lotta perenne con l'oca di casa, Samantha). Ma quando la guerra civile irrompe nelle loro vite, sotto forma di una pattuglia di sudisti che si dirige con intenzioni bellicose verso la loro fattoria, Giona e Giosuè (Anthony Perkins) dovranno decidere se difendersi con le armi o se restare fedeli ai propri ideali. Primo film a colori di Wyler, sceneggiato da Michael Wilson (non accreditato perché sulla lista nera del Maccartismo) a partire da un romanzo di Jessamyn West, uno dei più celebri western a tema pacifista degli anni cinquanta, tanto che trent'anni più tardi fu fra le pellicole donate da Ronald Reagan a Mikhail Gorbaciov durante i loro summit. Il tema dell'uso della forza e della risoluzione non violenta dei conflitti è affrontato da diversi punti di vista, mostrando tutti i dubbi dei protagonisti e le differenze fra coraggio, codardia e ipocrisia. Peccato solo che l'intensità di alcuni bei momenti sia un po' annacquata dai toni leggeri, forse troppo, sparsi a piene mani nel resto del film (le scenette comiche con l'oca, la visita alla vedova con le tre figlie). La gestazione fu lunga (inizialmente il progetto era destinato a Frank Capra), ma il risultato fu premiato dalla critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e ricevette ben sei nomination agli Oscar). Buono il cast (ci sono anche Phyllis Love, Peter Mark Richman, Robert Middleton e Walter Catlett). Perkins era praticamente all'esordio (è solo il suo secondo film). Cooper tornerà su temi simili (quaccheri e pacifismo) nel capolavoro "Mezzogiorno di fuoco". Musiche di Dimitri Tiomkin, con la canzone "Friendly Persuasion (Thee I Love)" cantata da Pat Boone. Il titolo originale fa riferimento al nome ufficiale dei quaccheri, ovvero "La società degli amici". Nella versione doppiata, i nomi sono stati "italianizzati": in originale Giona, Giosuè, Azaria e Marta erano rispettivamente Jess, Josh, Little Jess e Mattie (per non parlare di "quacchero" pronunciato sempre "quaqquero").

24 ottobre 2016

L'uomo del west (W. Wyler, 1940)

L'uomo del west (The Westerner)
di William Wyler – USA 1940
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

In una cittadina del Texas dove la legge non è ancora arrivata, l'autoproclamatosi "giudice" Roy Bean (Walter Brennan), proprietario del locale saloon, fa il buono e il cattivo tempo, appoggiando le ragioni degli allevatori di bestiame nella loro continua faida contro gli agricoltori e le famiglie di coloni che vorrebbero stabilirsi nella regione e recintare le terre destinate ai pascoli. I soprusi, i processi sommari e le maniere spicce dell'eccentrico Bean indispettiscono Cole Harden (Gary Cooper), pistolero di passaggio che interrompe il proprio viaggio verso la California per provare a portare la pace fra le due fazioni, spinto anche dall'affetto verso la giovane Jane (Doris Davenport), figlia di una famiglia di coltivatori. Sfruttando l'ossessione del giudice per l'attrice teatrale inglese Lillie "Jersey Lily" Langtry (Lilian Bond), di cui si finge conoscente, Cole gli strappa la promessa di destinare parte del terreno agli agricoltori: ma Bean non intende mantenere la parola e ordina ai suoi uomini di incendiare i raccolti dei coloni per costringere ad andare via... Ispirato a personaggi storicamente esistiti (Bean e Lily), il film ha il pregio di mettere in scena un conflitto (quello fra contadini e allevatori di bestiame) che ha caratterizzato a lungo il Texas e i territori di frontiera degli Stati Uniti negli anni dopo la Guerra Civile. Da notare come il contrasto fra coltivatori e cowboy si rispecchi in quello fra il "nomade" Cole e la "sedentaria" Jane (come la storia insegna, sarà quest'ultima ad avere la meglio). Se il tono del film non è sempre coerente (si passa da momenti decisamente comici, come la scena del "processo" di Cole e in generale tutta la parte dell'ossessione del giudice per Lily, ad altri assai drammatici, come la sequenza dell'incendio), la cosa migliore è il rapporto di amicizia-rivalità che si instaura fra i due protagonisti maschili, che non viene a mancare nemmeno durante e dopo la resa dei conti finale nel teatro dove Lily si esibisce (con le sedie vuote perché il giudice ha comprato tutti i biglietti pur di non dividere l'esperienza con nessuno). Premio Oscar a Brennan (il terzo in cinque anni) come miglior attore non protagonista.

22 agosto 2014

Addio alle armi (Frank Borzage, 1932)

Addio alle armi (A farewell to arms)
di Frank Borzage – USA 1932
con Gary Cooper, Helen Hayes
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Primo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Ernest Hemingway, pubblicato solo tre anni prima (nel 1929) e ambientato sul fronte del Piave durante la prima guerra mondiale. Il tenente americano Frederic Henry (Cooper), che guida ambulanze per conto dell'esercito italiano, si innamora dell'infermiera inglese Catherine Barkley (Hayes). Ma gli eventi della guerra li separeranno: lei, incinta, si rifugerà in Svizzera per partorire, mentre lui, pur di raggiungerla, diserterà dopo la disastrosa battaglia di Caporetto. Ma sarà troppo tardi, e Catherine morirà di parto fra le sue braccia. Struggente love story che la sceneggiatura vena di ulteriore romanticismo rispetto al libro, sullo sfondo di un conflitto percepito come insensato: ma l'antimilitarismo è veicolato senza retorica, e le vicende della guerra lasciano sempre spazio in primo piano ai personaggi, simpatetici e tridimensionali (la caratterizzazione fornita da Hemingway, ai protagonisti come ai comprimari, è ovviamente favorita dalla natura semi-autobiografica del romanzo). Adolphe Menjou è il maggiore Rinaldi, il medico amico di Frederic che gli presenta Catherine. La differenza di statura fra i due protagonisti (uno e novanta lui, appena un metro e mezzo lei) è talmente evidente che, nella scena in cui passeggiano affiancati, fanno quasi fatica a baciarsi. La regia di Borzage rende memorabili alcune sequenze, come il bombardamento che interrompe i bagordi di Rinaldi e Frederic (che conversa con il piede di una prostituta), la soggettiva del ricovero di Frederic a Milano, il finale che fa coincidere la fine della guerra con la morte di Catherine e che dona la pellicola il tono di un vero e proprio melodramma romantico. Pur avendo edulcorato alcuni dei passaggi più cinici e pessimisti di Hemingway e avendo evitato di soffermarsi nei dettagli sulla sconfitta di Caporetto (presentata attraverso un montaggio un po' confuso di immagini dai toni quasi irreali, girate evidentemente in studio e non in esterni), il film fu proibito in Italia durante il fascismo. Degna di nota la fotografia di Charles Lang, premiata con l'Oscar. Rifatto (peggio) nel 1957 da Charles Vidor.

30 ottobre 2012

Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952)

Mezzogiorno di fuoco (High Noon)
di Fred Zinnemann – USA 1952
con Gary Cooper, Grace Kelly
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Eleonora, Ginevra, Florian e Daniele.

Lo sceriffo Will Kane si è appena sposato con la giovane quacchera Amy Fowler, ha rassegnato le dimissioni come tutore dell'ordine (spinto da lei, che non approva la violenza) e sta per lasciare la città per ritirarsi a vita privata. Ma un telegramma annuncia l’arrivo, con il treno di mezzogiorno, del bandito Frank Miller, appena uscito di prigione e deciso a vendicarsi dell’uomo che lo aveva arrestato. Pur non avendo più responsabilità in merito, Kane decide di restare in città per affrontare Miller, nonostante sia la moglie che i dignitari del paese cerchino di scoraggiarlo. Poiché l’avversario si presenterà insieme a tre compari, lo sceriffo cerca inutilmente di formare un gruppo di agenti giurati, ma sia il suo giovane vicesceriffo (che nutre del rancore nei suoi confronti) che gli altri abitanti del paese si tirano indietro spaventati. Mezzogiorno si avvicina e Kane si ritrova solo e abbandonato da tutti. Western assai atipico per i tempi, tutto costruito sull’attesa e sulla suspense: l’azione (se non consideriamo la breve scazzottata fra Cooper e Lloyd Bridges) è riservata solo ai dieci minuti finali, mentre il resto della pellicola scandisce in tempo reale l’approssimarsi del duello (il lungometraggio comincia alle dieci e trenta e termina poco dopo mezzogiorno), una sorta di “Aspettando Godot” in salsa western. Accolto alla sua uscita con qualche controversia, sia per motivi politici (vedi sotto) che per la rottura delle convenzioni e dei cliché del genere, ne è considerato oggi un caposaldo e ha generato numerose citazioni, omaggi, parodie e remake (persino in chiave fantascientifica: vedasi “Atmosfera zero”). Sergio Leone si ispirerà alla sequenza in cui i tre sgherri di Frank Miller attendono il loro capo alla stazione per il magnifico incipit di “C’era una volta il west” (e chissà, magari avrà notato qui per la prima volta Lee Van Cleef, che interpreta uno dei suddetti sgherri). Memorabile anche il montaggio che conduce allo scoccare fatidico delle dodici, mostrando in rassegna i volti tesi di tutti i personaggi – compresi coloro che hanno rifiutato di aiutare Kane – alternati al treno in arrivo e alla pendola che, inquadrata sempre più da vicino e di sbieco, batte il passaggio degli ultimi secondi. E proprio lo sferragliare del treno e il ticchettio dell'orologio riecheggiano continuamente nella title song (Do Not Forsake Me, O My Darlin’, cantata da Tex Ritter) e nella sofisticata colonna sonora di Dimitri Tiomkin.

La vicenda narrata dalla pellicola è generalmente considerata come una metafora del maccartismo. Lo sceneggiatore (nonché coproduttore, anche se non accreditato) Carl Foreman era infatti finito nelle liste nere di Hollywood perché in passato aveva fatto parte del partito comunista ma soprattutto perché, convocato dal comitato contro le attività anti-americane, aveva rifiutato – a differenza dei suoi ex compagni – di fare altri nomi. Il tema dell’uomo tradito o abbandonato dagli amici e lasciato a combattere da solo (e la scena finale, in cui Kane getta con disprezzo la stella di sceriffo nella polvere) furono percepiti come evidenti messaggi contro il clima che allora regnava nell’ambiente, anche se il soggetto della pellicola proveniva da un “innocuo” racconto western di John W. Cunnigham, “The tin star”. Anche il casting non fu immune da polemiche per la differenza di età fra Gary Cooper, allora cinquantunenne, e Grace Kelly, poco più che ventenne e quasi agli esordi. In ogni caso, Cooper vinse l’Oscar per il miglior attore: il film si portò a casa anche le statuette per il montaggio, la canzone e la colonna sonora (oltre alle nomination per miglior pellicola, regia e sceneggiatura). Katy Jurado è Helen Ramirez, la messicana che in passato aveva abbandonato Miller per Kane (notevole il contrasto anche cromatico e visivo fra lei e l’altra donna del film, Amy, la mora vestita di nero e la bionda vestita di bianco). In ruoli minori figurano Lon Chaney Jr., Harry Morgan e Ian MacDonald. Fra coloro ai quali il film non piacque ci fu John Wayne, che sosteneva le liste nere e che sette anni dopo, insieme a Howard Hawks (a sua volta critico: “Non penso che un buono sceriffo debba correre per la città come un coniglio a chiedere aiuto a tutti”), realizzò una sorta di risposta conservatrice con “Un dollaro d’onore”. Zinnemann, che ammirava Hawks, ne rimase deluso e rispose: “Gli sceriffi sono persone come le altre, e non esistono due persone uguali. Il film si svolge nel Vecchio West, ma in realtà si tratta di una storia su un conflitto di coscienza. In questo senso è simile al mio ‘Un uomo per tutte le stagioni’. In ogni caso, il rispetto per l’eroe western non è certo diminuito a causa di ‘Mezzogiorno di fuoco’.”

6 settembre 2010

Sogno di prigioniero (H. Hathaway, 1935)

Sogno di prigioniero (Peter Ibbetson)
di Henry Hathaway – USA 1935
con Gary Cooper, Ann Harding
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Costretto da bambino a separarsi da Mary, la sua amatissima compagna di giochi, Peter la ritroverà anni dopo sposata a un nobile di campagna. L'amore rifiorirà al primo sguardo, ma l'uomo – per aver provocato accidentalmente la morte del marito di lei – verrà condannato all'ergastolo: da allora i due amanti continueranno a incontrarsi ogni notte nei loro sogni, per il resto della loro vita. Al centro di questa pellicola particolare e bizzarra (ispirata da un racconto di George Du Maurier) c'è un amore talmente forte da oltrepassare i confini della realtà fisica, unendo i due protagonisti in maniera indissolubile. Il film è nettamente diviso in tre parti: quella iniziale in cui i due protagonisti sono bambini e vivono con le rispettive famiglie fianco a fianco in due ville alla periferia di Parigi; quella centrale che mostra la loro vita da adulti, irrequieti e all'inconsapevole ricerca l'uno dell'altro, fino all'inatteso rincontro; e quella finale in cui realtà e sogno si fondono. Pur con i suoi bravi difetti (l'eccessivo "carico" sentimentale, una sceneggiatura non sempre equilibrata, una recitazione – soprattutto da parte di Cooper – un po' svogliata), è un buon rappresentante di quel filone caratterizzato da un romanticismo fantastico ed esasperato – tipicamente americano, benché di ispirazione europea ed ottocentesca – cui si possono ascrivere anche pellicole come "Il ritratto di Jennie", "Pandora" o "Il fantasma e la signora Muir". All'epoca, naturalmente, affascinò i surrealisti. Interessanti gli effetti visivi nella parte finale (l'uomo che passa attraverso le sbarre, il castello incantato distrutto da un fulmine, la frana sulla montagna) e la fotografia che accentua l'atmosfera onirica del paesaggio. Nel cast c'è anche Ida Lupino, nella piccola parte della donna che Peter incontra nel suo viaggio a Parigi.

7 dicembre 2008

L'ottava moglie di Barbablù (E. Lubitsch, 1938)

L'ottava moglie di Barbablù (Bluebeard's eighth wife)
di Ernst Lubitsch – USA 1938
con Gary Cooper, Claudette Colbert
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Il ricchissimo magnate americano Brandon incontra a Nizza la graziosa Nicole, figlia di un nobile decaduto, e se ne innamora immediatamente. Ma il giorno stesso delle nozze, la ragazza scopre che lui ha già avuto sette mogli e che ha divorziato da tutte entro pochi mesi. Fa allora inserire nel contratto di nozze una clausola che le farà guadagnare un cospicuo vitalizio in caso di un nuovo divorzio e comincia a rendergli la vita difficile in ogni modo per spingerlo a rompere il matrimonio... Movimentata commedia sulla guerra dei sessi e sul dualismo fra interessi e sentimenti, sceneggiata da Charles Brackett e Billy Wilder con dialoghi veloci e scoppiettanti: in molte cose sembra in effetti una pellicola quasi più wilderiana che lubitschiana (anche se naturalmente proprio Lubitsch è stato il maestro e il faro illuminante di Wilder). Fra gag-tormentoni basate su frasi, oggetti o situazioni che sembrano spuntare da contesti assurdi (come il pigiama a righe che fa incontrare i due protagonisti, la vasca da bagno di Luixi XIV che il padre di Nicole vuol vendere a Brandon, la parola "Cecoslovacchia" da compitare all'indietro per addormentarsi), l'utilizzo della musica come commento sonoro ai movimenti dei personaggi, o il gioco di gelosie e di ripicche che i due coniugi mettono in atto l'uno nei confronti dell'altro, la storia si dipana in maniera a tratti sorprendente. L'unica cosa che non mi ha convinto sono stati i due attori protagonisti: non ho mai trovato Cooper particolarmente adatto ai ruoli comici, mentre la Colbert mi è un po' antipatica. Nel cast ci sono anche Edward Everett Horton (il marchese de Loiselle, padre di Nicole) e un giovane David Niven (amico e spasimante di Nicole, nonché impiegato di Brandon, in un ruolo alla Charles Ruggles). Proprio all'inizio c'è una delle gag migliori: un cartello nella vetrina di un negozio di Nizza recita "Si parla l'inglese, si capisce l'americano".

4 giugno 2008

Marocco (Josef von Sternberg, 1930)

Marocco (Morocco)
di Josef von Sternberg – USA 1930
con Marlene Dietrich, Gary Cooper
***

Visto in DVD.

Il primo film americano di Marlene Dietrich (e il secondo, dopo “L'angelo azzurro”, dei sette che reciterà per la regia di von Sternberg) è una pellicola romantica che a tratti sembra quasi un “Casablanca” ante litteram ma che a conti fatti poggia su una trama piuttosto lineare. Marlene è una disillusa cantante di cabaret che si rifugia in una cittadina del Marocco, dove si innamora a prima vista di un giovane soldato della legione straniera (Cooper), nonostante la corte che le viene fatta da un ricco pittore (Adoplhe Menjou). Inizialmente priva di fiducia verso il genere maschile (ma anche Cooper è discretamente misogino, pur essendo ritratto come un Don Giovanni), finirà con l'abbandonare ogni cosa per seguire il soldato, incamminandosi nel finale a piedi nudi nel deserto del Sahara. Se qualcuno si chiedesse perché certi personaggi diventano icone del cinema, per capirlo gli basterebbe guardare il primo numero musicale del film, quello in cui la Dietrich si esibisce in marsina e cilindro (con sottotesti lesbici nemmeno poi tanto nascosti, visto che riceve un fiore da una spettatrice e la bacia sulla bocca). Sternberg, come di consueto, fa un ottimo lavoro con luci, scenografie e movimenti di macchina (i bei carrelli all'arrivo dei soldati in città e al momento della loro partenza), mentre restano memorabili alcuni frammenti di dialogo: “C'è una legione straniera anche per le donne. Ma noi non abbiamo uniformi, né bandiere, né medaglie quando siamo coraggiose, né bende quando ci feriamo”.

30 gennaio 2008

Maschere e pugnali (Fritz Lang, 1946)

Maschere e pugnali (Cloak and dagger)
di Fritz Lang – USA 1946
con Gary Cooper, Lilli Palmer
**

Visto in DVD.

Qualche anno prima della fine della guerra, temendo che i nazisti stiano per mettere a punto la bomba atomica, i servizi segreti americani inviano in Europa un fisico nucleare con il compito di mettersi in contatto con i cervelli che lavorano al progetto tedesco. L'uomo si reca dapprima nella neutrale Svizzera e poi in Italia, dove viene aiutato dalla resistenza a far uscire dal paese uno scienziato italiano e si innamora di una bella partigiana. Un Lang decisamente minore e meno riuscito di altri, anche se ha i suoi buoni momenti. Come scienziato "d'azione", il protagonista è piuttosto improbabile, anche se il bel combattimento contro la spia dell'OVRA è teso e realistico. Ma il lungo inserto romantico nella seconda parte rallenta un po' la storia e fa calare la tensione. La produzione censurò il finale inizialmente previsto da Lang, nel quale il protagonista pronunciava parole di condanna verso l'utilizzo dell'energia atomica a fini bellici (era il 1946!). Il pensiero dell'autore risulta comunque evidente: all'inizio Cooper afferma che "la società non è degna dell'energia atomica", mentre il professore italiano è convinto che l'unica buona scienza sia "una scienza libera e al servizio dell'umanità". Il doppiaggio italiano d'epoca non è eccelso: addirittura per due volte si parla di fisica "nucleolare"!

5 settembre 2007

Se avessi un milione (E. Lubitsch et al., 1932)

Se avessi un milione (If I had a million)
di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone – USA 1932
***

Visto in DVD, con Albertino.

Nel 1932, lo stesso anno di "Mancia competente", Lubitsch venne incaricato dalla Paramount di scrivere, dirigere e coordinare quello che molti critici ritengono il primo film a episodi della cinematografia americana. Con l'aiuto di altri sceneggiatori (fra cui Joseph L. Mankiewicz) e registi, cui affidò gran parte dei segmenti, nacque così questo divertente e gradevole film che sfrutta molte delle star comiche della casa di produzione. La trama ha come protagonista un miliardario in fin di vita (uno straordinario Richard Bennett) che, per non lasciare la propria fortuna agli odiati parenti, decide di donare un milione di dollari ciascuno a otto persone scelte a caso dell'indirizzario della città. Gli episodi che seguono raccontano le loro reazioni e il modo in cui investono il denaro improvvisamente piovuto dal cielo, spaziando dal comico al grottesco, dal tragico al brillante: un commesso di un negozio di porcellane (Charlie Ruggles) si sfoga distruggendo tutta la merce in esposizione; una prostituta (Wynne Gibson) si concede una notte da sola in un albergo di lusso; un falsario (George Raft) non riesce a riscuotere l'assegno perché tutti credono che sia contraffatto; un'anziana coppia di amanti (Alison Skipworth e W.C. Fields) si dedica a una comica caccia in auto ai pirati della strada; un condannato a morte (Gene Raymond) viene giustiziato pochi secondi dopo aver ricevuto il denaro; un umile impiegato di una grande azienda (Charles Laughton) si reca dal direttore per fargli una pernacchia; un soldato (Gary Cooper) crede che si tratti di uno scherzo e cede l'assegno in cambio di dieci dollari; una vecchietta ospite di una casa di riposo (May Robson) si vendica della tirannica direttrice e trasforma l'ospizio in un club esclusivo per sé e le sue compagne. L'episodio più celebre e memorabile (nonché l'unico sicuramente diretto da Lubitsch) è quello con Laughton, ma fra i più belli c'è anche quello della prostituta (con alcuni tocchi inconfondibilmente lubitschiani, come la scena in cui lei toglie il secondo cuscino dal letto), mentre il meno riuscito è forse quello con Gary Cooper. Alcune gag sono molto raffinate (Ruggles con il coniglio al guinzaglio), altre sembrano anticipare la commedia all'italiana (la pernacchia). In Italia venne eliminata completamente la sequenza più tragica, quella del condannato alla sedia elettrica, e furono tagliati alcuni dialoghi in cui le vecchiette all'ospizio parlavano della morte. In ogni caso, stupefacente la libertà di temi e di stili che Lubitsch e i suoi collaboratori potevano permettersi all'epoca, prima del codice Hays, anche all'interno di un film "leggero". Gli effetti della Grande Depressione erano ancora ben radicati nella società, e il film metteva in scena tutti i sogni e le speranze di riscatto delle persone comuni, così come le beffe del destino. Buffa la traduzione italiana d'epoca, con perle come "apple pie" tradotto con "pizza".

14 maggio 2007

È arrivata la felicità (F. Capra, 1936)

È arrivata la felicità (Mr. Deeds goes to town)
di Frank Capra – USA 1936
con Gary Cooper, Jean Arthur
**

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Dopo aver ereditato venti milioni di dollari da uno zio mai conosciuto, il generoso e sempliciotto Longfellow Deeds – suonatore di tuba e poeta a tempo perso – si trasferisce dal piccolo paesino di Mandrake Falls a New York. Qui tutti vorrebbero approfittare della sua ingenuità, da questuanti di ogni tipo ai disonesti amministratori del suo patrimonio, fino a una giornalista che riesce a conquistare il suo affetto nascondogli la propria professione e scrivendo a sua insaputa articoli che ne dileggiano il comportamento; nauseato dalla vita cittadina, Deeds decide di donare tutta l'eredità agli agricoltori vittime della Depressione, ma per questa sua scelta viene accusato di essere pazzo. In tribunale, difendendosi da solo, riuscirà a dimostrare di essere più sano lui di tutti gli altri abitanti della città. Non ho mai amato particolarmente il populismo di Frank Capra, e questo film non fa eccezione. A parte alcune battute qua e là (come quella sulle abitudini della gente mentre si concentra, sottolineate da Deeds al processo), la storia risulta fiacca soprattutto nella parte centrale e in quella sentimentale, banale e telefonata, e non offre altro che i soliti buoni sentimenti e l'elogio della semplicità, dell'infantilismo, del buon senso e della generosità che si ritrovano negli altri film del regista. Cooper mi è sembrato fuori parte in un ruolo che sarebbe calzato meglio a James Stewart, mentre nel cast spicca un giovane e simpatico Lionel Stander nella parte della guardia del corpo incaricata di tenere lontano i giornalisti.

8 novembre 2006

Vera Cruz (Robert Aldrich, 1954)

Vera Cruz (id.)
di Robert Aldrich – USA 1954
con Gary Cooper, Burt Lancaster
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Visto in DVD.

Un bel western di ambientazione messicana, dal ritmo serrato e con numerosi capovolgimenti narrativi. Cooper e Lancaster sono due dei tanti avventurieri che si sono recati in Messico in cerca di fortuna approfittando della guerra civile fra le truppe dell'imperatore Massimiliano e i ribelli di Juárez. Vengono incaricati dall'imperatore in persona di scortare la carrozza di una contessa dalla capitale fino al porto di Vera Cruz, dove dovrà imbarcarsi per l'Europa. Ma la carrozza contiene in realtà un carico d'oro che fa gola tanto ai due americani quanto ai ribelli e persino alla stessa nobildonna: le alleanze si stringono e si sciogliono in un susseguirsi di colpi di scena, con tutti che, prima o poi, progettano di tradire tutti. I due protagonisti, amici-rivali ed esperti tiratori, non potrebbero essere più diversi fra loro. Cooper, ex colonnello sudista, è un gentiluomo tutto d'un pezzo e dai modi cortesi. Lancaster, invece, una "simpatica canaglia" che guida col pugno di ferro un gruppo di desperados poco raccomandabili, fra i quali c'è anche Ernest Borgnine. Il primo ("l'eroe") è sempre serio e veste di chiaro; il secondo ("l'anti-eroe") è perennemente sorridente e veste di nero. Suggestivi alcuni scenari, come il palazzo dell'imperatore o il passaggio della carovana all'ombra delle piramidi azteche. Memorabile anche l'assalto finale alla fortezza imperiale da parte dei ribelli. Per certi versi sembra anticipare alcuni temi, personaggi e ambientazioni degli spaghetti western.