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16 giugno 2023

Gli inesorabili (John Huston, 1960)

Gli inesorabili (The Unforgiven)
di John Huston – USA 1960
con Burt Lancaster, Audrey Hepburn
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Quando un misterioso straniero, un vecchio militare con l'occhio di vetro (Joseph Wiseman), si presenta alle porte della loro fattoria, accusando la loro sorella adottiva Rachel (Audrey Hepburn) di essere una trovatella di sangue indiano, sottratta in tenera età alla stessa tribù Kiowa da cui provenivano i guerrieri che hanno ucciso loro padre, i tre fratelli Ben (Burt Lancaster), Cash (Audie Murphy) e Andy (Doug McClure) Zachary devono fare i conti con l'ostracismo e l'ostilità dell'intera comunità di allevatori cui appartengono, soprattutto dopo che una tribù di indiani giunge sulle loro terre per reclamare a forza la ragazza. Da un romanzo di Alan Le May (lo stesso autore di "Sentieri selvaggi", con cui ha molti temi in comune), un epocale western a sfondo melodrammatico e famigliare, che non lesina pugni nello stomaco e temi scottanti (dal razzismo diffuso – anche fra i protagonisti – verso gli indiani, che raramente era assurto così in primo piano in una pellicola per il grande pubblico, a scene di morte e di linciaggio), pur nell'ingenuità tipica dei grandi spettacoloni hollywoodiani, che spesso evitavano le controversie. Notevole il cast, che in ruoli minori comprende Lillian Gish (la vedova Zachary), John Saxon, Charles Bickford e Albert Salmi. Qualcuno ha accusato la Hepburn di non essere del tutto credibile come pellerossa (per non parlare del "whitewashing", la pratica – allora diffusa – di assegnare ad attori bianchi e celebri anche ruoli di altre etnie), ma il punto è proprio quello: lo sarà davvero, o si tratta solo delle calunnie di un vecchio rancoroso? Prodotto dallo stesso Lancaster, il film ebbe una lavorazione travagliata, a cominciare dalla sostituzione del regista e dello sceneggiatore inizialmente previsti (alla regia, in particolare, Delbert Mann fu rimpiazzato da Huston, che peraltro si scontrò a più riprese con la produzione perché voleva enfatizzare ancora di più il tema del razzismo). Inoltre la Hepburn cadde da cavallo durante le riprese, costringendo la troupe a un'interruzione di qualche mese e l'attrice stessa a stare lontana dalle scene per più di un anno (tornerà nel 1961 con "Colazione da Tiffany").

2 giugno 2023

Odio implacabile (Edward Dmytryk, 1947)

Odio implacabile (Crossfire)
di Edward Dmytryk – USA 1947
con Robert Young, Robert Mitchum, Robert Ryan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

A Washington, subito dopo la guerra, un giovane soldato (George Cooper) viene accusato di aver ucciso un uomo (Sam Levene) che aveva appena conosciuto in un locale. A indagare su di lui, perplesso dall'apparente assenza di un movente, è il capitano di polizia Finlay (Robert Young), mentre il suo commilitone Keeley (Robert Mitchum), convinto della sua innocenza, cerca in ogni modo di proteggerlo. In effetti il vero colpevole è un altro soldato, Montgomery (Robert Ryan), mosso da un odio viscerale e razzista. Da un soggetto del futuro regista Richard Brooks, dove però la vittima era un omosessuale (lo sceneggiatore John Paxton fu costretto a cambiare le caratteristiche del personaggio, trasformandolo in un ebreo, in osservanza al codice Hays, che vietava di rappresentare l'omosessualità sullo schermo), un noir poliziesco "a tema" per stigmatizzare l'intolleranza verso il diverso, che si tratti di omofobia (comunque implicita), antisemitismo o qualsiasi tipo di odio "a priori". Fra le righe, si sfiorano anche temi come il difficile reintegro dei soldati nella società civile dopo la guerra. L'impostazione è corale, dando spazio di volta in volta ai diversi personaggi, buoni o cattivi che siano. Oggi può sembrare un po' schematico, e fin troppo didascalico nel suo messaggio, ma resta di buona fattura a livello di scrittura, recitazione e regia. Piccole parti per Gloria Grahame (la prostituta Jinny), Paul Kelly, Steve Brodie. Ottimo il riscontro critico: cinque candidature agli Oscar – miglior film, regista, sceneggiatura, attore non protagonista (Ryan) e attrice non protagonista (Grahame) – e un premio a Cannes.

11 aprile 2023

L'addomesticamento (Nagisa Oshima, 1961)

L'addomesticamento (Shiiku)
di Nagisa Oshima – Giappone 1961
con Rentaro Mikuni, Eiko Oshima
**

Visto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta avviandosi verso la conclusione, un soldato americano di colore, ferito dopo essersi paracadutato dal suo aereo, viene fatto prigioniero dai contadini di un villaggio giapponese isolato fra le montagne. La sua presenza catalizza contrasti e discordie fra gli abitanti del piccolo insediamento, anche perché i motivi di dissidio già non mancavano prima del suo arrivo, fra le difficoltà dovute alla guerra (la scarsità di cibo, la presenza di rifugiati fuggiti da Tokyo, le notizie sempre peggiori che provengono dai soldati al fronte) e le tensioni sotterranee all'interno della comunità. Ed è facile trovare nel nemico il capro espiatorio per ogni cosa. Da un racconto giovanile di Kenzaburo Oe (pubblicato in italiano con il titolo "L'animale d'allevamento"), un altro film con cui Oshima prosegue la sua analisi (o meglio, critica feroce) della società giapponese, di cui denuncia una corruzione che prescinde dalla guerra (c'era prima, e ci sarà dopo: la guerra le offre soltanto una scusa o una giustificazione). Si tratta di una produzione indipendente, dopo che il regista aveva rotto con la Shochiku in seguito al boicottaggio del suo "Notte e nebbia del Giappone", che era stato ritirato dalle sale dopo pochi giorni. È un cinema di emozioni forti, che non si fa scrupolo di mettere in scena personaggi caratterizzati da vizi e difetti di ogni tipo (come l'avidità, la codardia, o il razzismo disumanizzante nei confronti del "negro" americano), evidenziati da una fotografia contrastata e un montaggio espressivo (non mancano alcuni notevoli long take): ma la storia corale è un po' troppo dispersiva (sono pochi i personaggi la cui caratterizzazione rimane con lo spettatore) e la narrazione è spesso pesante. Per questo motivo, rimane uno dei lungometraggi meno noti di Oshima, almeno in occidente.

12 marzo 2022

West Side Story (Steven Spielberg, 2021)

West Side Story (id.)
di Steven Spielberg – USA 2021
con Ansel Elgort, Rachel Zegler
**

Visto in TV (Disney+).

Nel West Side newyorkese, durante gli anni Cinquanta, due bande giovanili (i Jets, bianchi, e gli Sharks, immigrati portoricani) si contendono un territorio in rovina, un pugno di isolati soggetti allo sgombero o alla demolizione. Nemmeno l'amore fra Tony (Elgort) e Maria (Zegler) potrà impedire che il circolo dell'odio e della vendetta sfoci in tragedia. Nuova versione cinematografica del celebre (e bellissimo) musical di Leonard Bernstein (con testi di Stephen Sondheim), rilettura quasi esplicita di "Romeo e Giulietta", questo film è forse un esempio perfetto di remake del tutto inutile: non solo non innova praticamente nulla rispetto alla pellicola di Robert Wise del 1961, di cui riprende mood, messa in scena e persino coreografie (tanto da rendere obbligatorio accreditare nei titoli di coda il coreografo originale, Jerome Robbins, al fianco di quelli moderni), ma risulta anche inferiore a essa sotto ogni aspetto, a partire dagli interpreti (meglio comunque la Zegler, che almeno sa cantare, del mediocre Elgort). Nonostante il regista dal nome importante, dunque, non c'è praticamente nessun motivo per preferire la visione di questa versione rispetto a quella di sessant'anni prima. Anziché attualizzare l'ambientazione (sarebbe stata un'idea niente male), il film riprende il setting degli anni '50 dell'originale, enfatizzando quanto meno l'aspetto del conflitto razziale, che risulta così predominante rispetto alla trama romantica o al tema della delinquenza giovanile. Fra una canzone e l'altra, lo sceneggiatore Tony Kushner aggiunge lunghi e inutili dialoghi che suonano però didascalici, fasulli o fuori registro rispetto al resto (non mancano anacronismi, anche per colpa del doppiaggio italiano, con termini come "eyeliner" o "distruzione reciproca assicurata" che mai avrebbero potuto essere usati da teenager degli anni Cinquanta) e soprattutto che fanno smarrire l'organicità dell'insieme, scollegando le parti musicali le une dalle altre. A tratti si ha addirittura l'impressione che al film interessino poco le canzoni, tanto che per paradosso potrebbero essere eliminate e la trama avrebbe ancora senso. Da notare come (non una o due, ma almeno una decina di volte!) i personaggi portoricani si dicano per i motivi più svariati che non devono parlare fra loro in spagnolo, come se i cineasti volessero giustificarsi davanti al pubblico (che paranoia!) del fatto che parlino e cantino in inglese. Per chi non avesse visto il film di Wise, comunque, la visione può risultare piacevole, visto che le canzoni ovviamente sono sempre molto belle, da "America" a "Tonight", da "Maria" a "Somewhere". Quest'ultima non è cantata da Tony e Maria, ma da un personaggio introdotto appositamente (e che sostituisce Doc), Valentina, proprietaria del negozio dove lavora Tony e interpretata da Rita Moreno, che nel film del 1961 era Anita. Ampliato anche lo spazio per il tenente Schrank (Corey Stoll) e per l'agente Krupke (Brian d'Arcy James). Ariana DeBose è Anita, Mike Faist è Riff, David Alvarez è Bernardo, Josh Andrés Rivera è Chino. Sette nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia e la fotografia).

8 gennaio 2022

Indovina chi viene a cena? (Stanley Kramer, 1967)

Indovina chi viene a cena? (Guess who's coming to dinner)
di Stanley Kramer – USA 1967
con Spencer Tracy, Sidney Poitier
***1/2

Visto in TV (La7), per ricordare Sidney Poitier.

La ventitreenne Joanna Drayton (Katharine Houghton) torna a casa per presentare ai suoi genitori il suo nuovo fidanzato, il dottor John Prentice (Sidney Poitier), che ha conosciuto solo pochi giorni prima e che intende sposare di lì a breve. Piccolo "problema": lei è bianca, e lui è nero. E la cosa desta perplessità, preoccupazioni e riserve persino in una coppia che si dice di vedute aperte e che si è sempre dichiarata contraria a pregiudizi e discriminazioni (la vicenda si svolge a San Francisco, nella "liberale" California) come quella composta da Matt (Spencer Tracy) e Christina (Katharine Hepburn). Pellicola epocale, fra le prime ad affrontare a viso aperto una questione come quella dei rapporti e dei matrimoni interrazziali, che all'epoca, negli USA, erano ancora illegali in numerosi stati e comunque mal visti da (gran?) parte dell'opinione pubblica. L'impostazione è quasi teatrale, con una sceneggiatura (di William Rose) costruita sui dialoghi e un'ambientazione limitata (a parte alcune scene all'aperto, l'azione si svolge tutta nella casa dei Drayton e nell'arco di poche ore), mentre i toni sfiorano la commedia. E proprio la qualità dei dialoghi e degli interpreti (eccezionali soprattutto Tracy e la Hepburn, al nono e ultimo film insieme) permette al film di superare i limiti della pellicola a tesi, il cui messaggio antirazzista rischia di essere più importante di tutto il resto. In un certo senso i personaggi sono tutti positivi, persino quelli che più fanno resistenza alla relazione fra Joanna e John, ovvero i due padri (le madri, invece, accettano più in fretta la cosa) e la domestica di colore Tilly (Isabel Sanford), nel cui caso il razzismo è interiorizzato. Tutti anziani o membri di una generazione precedente, per la quale lo stato delle cose è dato per assodato: i più giovani, invece, sono maggiormente aperti al cambiamento e fiduciosi che il mondo stia procedendo rapidamente in una nuova direzione. "Tu ti consideri ancora un uomo di colore, mentre io mi considero un uomo", dice John al padre. La distanza fra vecchi e giovani è evidente in numerose altre scene: dal flirt fra il garzone e la cameriera, all'accettazione rapida da parte degli amici di Joanna, fino alla sequenza dell'incidente in macchina davanti alla gelateria.

Che John sia praticamente "perfetto" per maniere, educazione e professione (è un medico affermato e filantropo) è necessario non tanto per idealizzare il personaggio ma per far sì che l'unica ragione per non approvare il suo matrimonio con la figlia sia appunto quella legata al colore della sua pelle. Cosa che Matt inizialmente nega a sé stesso, giustificando il rifiuto con l'essersi trovato di fronte a un fatto compiuto e di aver avuto troppo poco tempo per elaborare il cambiamento. Ma dopo una serie di confronti fra i vari personaggi, spesso a due a due, il film culmina nel commovente discorso finale dello stesso Matt che suggella nel migliore dei modi la vicenda. Roy E. Glenn e Beah Richards sono i genitori di John, Cecil Kellaway è monsignor Ryan, il prete amico di famiglia. La Houghton era nella realtà la nipote della Hepburn (la figlia di sua sorella Marion). Poitier, dopo essere stato il primo attore di colore a vincere l'Oscar (con "I gigli del campo" nel 1964), con questo e altri film (come "La calda notte dell'ispettore Tibbs", uscito lo stesso anno), divenne un simbolo del cinema impegnato antirazzista. Spencer Tracy, al quarto film con Kramer, morì due settimane dopo la fine delle riprese: era già malato, ma aveva insistito per terminare il film. L'aspetto del protagonista del film d'animazione "Up" della Pixar è modellato sul suo personaggio. Una battuta sarcastica della domestica Tilly ("Indovina chi viene a cena?" – "Il reverendo Martin Luther King?") fu eliminata quando MLK venne assassinato nell'aprile del 1968, ma poi reintegrata nell'edizione in home video. La pellicola ricevette nove nomination agli Oscar, vincendo due statuette (la Hepburn come miglior attrice e la sceneggiatura). Infine, una curiosità sul linguaggio: nel doppiaggio italiano è ampiamente usata la parola "negro", e anche in originale si alternano "black" e "negro" (l'unica ricorrenza di "nigger" è in una frase rivolta da Tilly a John per offenderlo): evidentemente all'epoca la parola non era ancora tabù.

21 aprile 2021

Ombre (John Cassavetes, 1959)

Ombre (Shadows)
di John Cassavetes – USA 1959
con Lelia Goldoni, Ben Carruthers, Hugh Hurd
***

Visto in TV (Prime Video).

Tre fratelli, neri ma con diverse tonalità di colore della pelle, abitano insieme a Manhattan: Hugh, il maggiore, fa il cantante nei locali notturni della città e di tutto il paese, e per questo motivo è spesso assente per lavoro; il tormentato Ben, musicista jazz e trombettista, trascorre il suo tempo bighellonando con gli amici a caccia di ragazze; e Lelia, solo ventenne, è aspirante pittrice e scrittrice. Quando incontra il giovane bianco Tony, Lelia se ne invaghisce e fa l'amore con lui per la prima volta: ma il ragazzo, scoprendo la sua origine etnica, ha un momento di riluttanza, e tanto basta a Hugh per cacciarlo via. L'opera prima di Cassavetes, pellicola indipendente finanziata grazie a un appello in radio e con attori reclutati in parte attraverso un annuncio sul giornale (tranne i protagonisti, studenti del corso di recitazione tenuto dallo stesso regista), rappresentò un autentico shock nel mondo del cinema americano dell'epoca, così dominato dagli studios di Hollywood. Qui siamo in tutt'altro ambiente, quello della costa est, e con un metodo di lavoro del tutto nuovo, basato sull'improvvisazione (la didascalia finale recita infatti: "The film you have just seen was an improvisation"), il che lo accumuna alla musica jazz che per molti versi è il filo conduttore della pellicola dal punto di vista formale (la macchina da presa libera, il montaggio rapido e aggressivo, gli "attacchi" dei vari personaggi, i dialoghi realistici). Anche la scelta del tema da trattare, il vissuto quotidiano di personaggi "normali", è quanto mai lontano dall'artificialità e della spettacolarizzazione melodrammatica del cinema di Hollywood, avvicinandosi semmai alla Nouvelle Vague francese (che stava per esplodere in contemporanea) e fornendo – per dirla alla Mereghetti – un "primo assaggio di quella nevrosi newyorkese che tanta parte avrà nel cinema americano anni settanta" (da Woody Allen a Martin Scorsese). E se una relazione interrazziale era ancora tabù nel cinema e nella società americana degli anni cinquanta, a Cassavetes più che del razzismo in sé interessa raccontare del "disorientamento esistenziale" che colpisce un po' tutti, bianchi e neri, giovani e vecchi. Da notare che nella realtà né Lelia Goldoni (di origine italiana) né Carruthers erano afro-americani. Una prima versione del film, girata nel 1957 e proiettata in pubblico nel 1958 con scarso successo, è stata considerata per lungo tempo perduta, prima di essere ritrovata nel 2004. La versione comunemente diffusa è invece la seconda, girata nel 1959 e preferita dallo stesso regista (che riteneva la prima "troppo fredda e intellettuale"). La colonna sonora è in parte opera del jazzista Charles Mingus, con improvvisazioni del sassofonista Shafi Hadi. Tony, il fidanzato bianco di Lelia, è interpretato da Anthony Ray, figlio del regista Nicholas. Apprezzato anche all'estero (vinse un premio della critica alla mostra di Venezia), il film fu responsabile in gran parte della nascita del movimento del cinema d'avanguardia negli Stati Uniti.

25 marzo 2021

Ma Rainey's Black Bottom (G. C. Wolfe, 2020)

Ma Rainey's Black Bottom (id.)
di George C. Wolfe – USA 2020
con Chadwick Boseman, Viola Davis
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Nella Chicago del 1927, quattro musicisti di colore attendono l'arrivo della cantante Ma Rainey (Viola Davis), detta la "madre del blues", per una sessione di registrazione prima di una tournée. Fra di loro c'è il giovane e ambizioso trombettista Levee (Chadwick Boseman), che sogna di scrivere le proprie canzoni e di mettere in piedi una band. Ma dovrà scontrarsi non solo con i colleghi più veterani e realisti e con la personalità strabordante di Ma, primadonna che intende sfruttare fino in fondo i privilegi ottenuti col proprio successo (ben consapevole che i produttori sono interessati solo ai profitti che la sua voce garantisce), ma soprattutto con un mondo ancora in preda a ingiustizie e iniquità legate al colore della pelle, fonte in lui di traumi, rabbia e frustrazione. Anche se si parla en passant di arte, lavoro o religione, infatti, il vero tema è quello razziale, trend topic di particolare peso in tempi di movimento BLM (Black Lives Matter). Di evidente origine teatrale (il dramma di August Wilson si svolge praticamente in tempo reale, in due soli ambienti – la sala di registrazione e lo scantinato sottostante – e con una manciata di attori), ma col valore aggiunto della bella e calda fotografia, un film dove tutto collima verso un tragico (ma non inaspettato) finale. Bravi gli attori: Glynn Turman, Colman Domingo e Michael Potts sono gli altri tre musicisti, più anziani di Levee; Dusan Brown (il nipote balbuziente Sylvester) e Taylour Paige (la "ragazza") sono l'entourage di Ma Rainey; i bianchi Jeremy Shamos e Jonny Coyne sono rispettivamente il manager e il produttore discografico. Ma a sorprendere è soprattutto Boseman, al suo ultimo film (è morto di tumore durante la post-produzione) e decisamente più convincente qui, in un film su piccola scala ma intenso, che nello spettacolone "Black Panther". Cinque nomination agli Oscar: per Boseman (probabilmente il favorito per la statuetta, visti anche i precedenti di Peter Finch e Heath Ledger), Davis, la scenografia, i costumi e il trucco. Il titolo è quello di una delle canzoni del repertorio di Ma Rainey, alcune vere foto della quale (con la sua band) scorrono sui titoli di coda.

20 aprile 2020

Fa' la cosa giusta (Spike Lee, 1989)

Fa' la cosa giusta (Do the right thing)
di Spike Lee – USA 1989
con Spike Lee, Danny Aiello
***1/2

Rivisto in TV.

In una caldissima giornata d'estate, con la canicola che dà alla testa, un isolato di Brooklyn (il film è stato girato nel quartiere di Bedford-Stuyvesant) ribolle di tensioni razziali. I suoi abitanti sono prevalentemente neri, ma non mancano ispanici, italiani e asiatici: un melting pot che convive più o meno pacificamente e pigramente, anche se la rabbia repressa è sempre pronta a esplodere. E a far scoccare la scintilla può bastare un minimo e insignificante pretesto. Al centro di una vicenda corale c'è la pizzeria gestita dall'italo-americano Sal (Danny Aiello), insieme ai figli Pino (John Turturro) e Vito (Richard Edson), sorta di luogo d'incontro condiviso fra le varie culture, dove Mookie (Spike Lee) lavora come fattorino per consegnare le pizze a domicilio. Mookie vive con la sorella Jade (Joie Lee, sorella di Spike), che lo considera un irresponsabile, e ha avuto un figlio da Tina (Rosie Perez, protagonista delle scene di street dancing che aprono la pellicola), una ragazza portoricana. Nei suoi giri per l'isolato incontra numerosi e variopinti personaggi: il "Sindaco" (Ossie Davis), vecchio ubriacone che è un po' la voce della coscienza del quartiere, non sempre ascoltata dai più giovani (è lui a pronunciare la frase del titolo, rivolta al protagonista); il problematico Buggin Out (Giancarlo Esposito), sempre in cerca di un'occasione per piantare grane in nome dell'"orgoglio nero" (per esempio boicottando la pizzeria di Sal perché sul muro sono appesi solo ritratti di celebrità italo-americane); il colossale Radio Raheem (Bill Nunn), che vaga con un gigantesco stereo da cui spara in continuazione musica ad alto volume ("Fight the Power" dei Public Enemy); Smiley (Roger Guenveur Smith), ragazzo mentalmente disabile che gira vendendo foto di Malcolm X e Martin Luther King; la vecchia Mother Sister (Ruby Dee), che osserva tutto ciò che accade nel quartiere dalla finestra del suo appartamento; e ancora, gruppi di nullafacenti che commentano ogni cosa stando seduti in strada, bande di ragazzi che gironzolano facendo scherzi, gang di portoricani, negozianti coreani, e la voce del DJ del quartiere, Love Daddy (Samuel L. Jackson), che fornisce l'incessante colonna sonora. Ispirato ad alcuni eventi reali (il pestaggio e l'omicidio di un afro-americano da parte della polizia di New York), il film intende mostrare come l'odio, la rabbia e la violenza possano esplodere in ogni momento, se la situazione sottostante ha raggiunto il livello di guardia, coinvolgendo tanto le persone intolleranti e razziste (da un lato e dall'altro: vedi Vito o Buggin Now) quanto quelle comprensive e tutto sommato ben disposte verso le altre etnie (è il caso di Sal o di Mookie). Alla sua uscita, il film suscitò stupide e cieche polemiche negli Stati Uniti, e fu accusato di fomentare la rabbia dei neri, mentre invece si limita a ritrarre (a volte in maniera realistica, a volte ai limiti della parodia) uno stato di cose, ed è quanto mai equilibrato nel mostrare ragioni e soprattutto torti di tutti (riuscitissimo il montaggio di insulti razziali che i personaggi si scambiano fra loro, rivolti ad etnie e minoranze che pure convivono a pochi metri di distanza: tutti sono sullo stesso piano e nessuno pare migliore degli altri) e nel raccontare di come la violenza possa nascere dal minimo casus belli e distruggere anche le poche occasioni di integrazione e di fratellanza. La pellicola si conclude con due citazioni di segno opposto su questo tema, rispettivamente di Martin Luther King e di Malcolm X (per uno la violenza porta a un'insensata spirale distruttiva, per l'altro è inevitabile e giustificata), ritratti insieme nella foto che Smiley gira vendendo e che alla fine viene affissa sulla parete della pizzeria distrutta. La contrapposizione fra amore e odio è resa esplicita dai tirapugni di Radio Raheem, che recano le parole "Love" e "Hate", come i tatuaggi di Robert Mitchum ne "La morte corre sul fiume".

12 febbraio 2020

La calda notte dell'ispettore Tibbs (N. Jewison, 1967)

La calda notte dell'ispettore Tibbs (In the heat of the night)
di Norman Jewison – USA 1967
con Sidney Poitier, Rod Steiger
***1/2

Visto in TV.

Di passaggio per una cittadina nel Mississippi, in una calda notte d'estate, l'ispettore Virgil Tibbs (Poitier) – poliziotto di colore proveniente da Philadelphia – viene dapprima accusato (in quanto nero!) di essere il responsabile di un omicidio avvenuto in strada quella stessa notte, e poi convinto controvoglia a collaborare alle indagini, aiutando lo sceriffo locale Gillespie (Steiger) a dipanare la matassa. Iconico poliziesco che, più che sulla trama gialla, è incentrato su un altro tema, ovvero quel razzismo allora ancora molto diffuso negli stati del profondo sud. In effetti gli Stati Uniti stavano vivendo una stagione di forti tensioni e sconvolgimenti a livello sociale, e proprio film come questo (e come "Indovina chi viene a cena?", uscito lo stesso anno e interpretato sempre da Poitier), diedero il loro contributo alla lotta per i diritti civili. La cittadina fittizia in cui si svolge la storia è pervasa da forti tensioni, palpabili sotto l'aspetto pigro e sonnolento dei suoi abitanti. Alcune scene, come quella in cui il protagonista, alla domanda "Come ti chiamano dalle tue parti, Virgil?", risponde "Mi chiamano Signor Tibbs!", o quella in cui schiaffeggia il signorotto locale Endicott, proprietario di piantagioni di cotone gestite come ai tempi della guerra civile, fecero una forte impressione su un pubblico non abituato a un nero che rifiutava di porgere l'altra guancia. E nonostante tutto, il rapporto fra Tibbs e Gillespie, iniziato sotto i peggiori auspici, finirà col consolidarsi: i due stringeranno, se non proprio un'amicizia, una sorta di legame empatico (anche lo sceriffo, a suo modo, è solo ed emarginato all'interno della città). In ogni caso, al di là della ripetuta insistenza sul tema del razzismo e dell'odio (da cui non è immune nemmeno il "perfetto" protagonista, presentato come un detective geniale ed educato, che pure si lascia tentare dall'orgoglio di dimostrare di essere superiore ai bianchi e dal desiderio che il colpevole sia la persona più disprezzabile della città), il film può vantare anche una grande qualità artistica e produttiva: dalla regia di Jewison alle interpretazioni dei due protagonisti (e dei comprimari: da ricordare almeno Warren Oates nel ruolo del poliziotto Sam, Larry Gates in quelli di Endicott, e Lee Grant in quelli della moglie della vittima dell'omicidio), senza trascurare la fotografia di Haskell Wexler (che, per la prima volta in un film hollywoodiano a colori di una major, tenne conto del colore della pelle di Poitier nella scelta delle luci) e la colonna sonora di Quincy Jones (con la canzone "In the heat of the night" interpretata da Ray Charles). La pellicola ricevette sette nomination e vinse cinque premi Oscar, compreso quello per il miglior film: premiati anche l'ottimo Steiger come miglior attore, Stirling Silliphant per la sceneggiatura (adattata da un romanzo di John Ball) e il futuro regista Hal Ashby per il montaggio. Diede inoltre origine a due sequel di minor valore (nel 1970 e nel 1971) e a una serie tv (senza Poitier, dal 1988 al 1994).

26 febbraio 2019

Green book (Peter Farrelly, 2018)

Green book (id.)
di Peter Farrelly – USA 2018
con Viggo Mortensen, Mahershala Ali
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

New York, 1962: il buttafuori italoamericano Tony "Lip" Vallelonga (Mortensen) viene assunto come autista e guardia del corpo dal "Dottor" Don Shirley (Mahershala Ali), pianista di colore che sta per intraprendere una tournée di due mesi negli stati del profondo sud, dove la segregazione razziale è ancora un dato di fatto. Durante il viaggio non soltanto Tony riuscirà a tirare a più riprese Shirley fuori dai guai: diversissimi per estrazione, abitudini e carattere (buzzurro e impulsivo il primo, dotato di un enorme appetito e di maniere rozze e spontanee, ma pronto ad affrontare con buon senso e praticità ogni situazione pericolosa; raffinato e introverso il secondo, profondamente solo ma anche ostinato e deciso con orgoglio a mantenere la propria dignità di fronte alle umiliazioni), i due uomini sapranno vincere i pregiudizi e le rispettive diffidenze per stringere una forte amicizia, guadagnandosi il rispetto reciproco e affrontando a testa alta le ingiustizie sociali. Da una storia vera, una commedia on the road che affronta di petto il tema del razzismo e dell'integrazione nell'America in trasformazione degli anni sessanta, vincitrice a sorpresa del premio Oscar come miglior film (oltre che delle statuette per la sceneggiatura originale e per l'attore non protagonista ad Ali): un riconoscimento forse esagerato e dovuto in gran parte al tema antirazzista più che ad effettivi meriti cinematografici. In ogni caso, i due protagonisti sono eccellenti (Mortensen in particolare, parecchio ingrassato per la parte), il ritmo non manca e la ricostruzione storica è ottima. Peter Farrelly lavora per la prima volta senza il fratello Bobby, con il quale aveva realizzato per lo più pellicole di genere comico-demenziale. Il finale forse eccede nei buoni sentimenti (d'altronde è ambientato anche a Natale). Il titolo è quello di una "guida di viaggio" che elencava gli alberghi e i locali che accettavano i neri.

17 novembre 2018

Ragtime (Miloš Forman, 1981)

Ragtime (id.)
di Miloš Forman – USA 1981
con Howard E. Rollins jr., Brad Dourif
**1/2

Rivisto in TV.

Nella New York di inizio novecento si intrecciano le storie di diversi personaggi (alcuni dei quali realmente esistiti): la più importante è quella di Coalhouse Walker Jr. (Howard Rollins), pianista di colore che, per vendicarsi di un affronto subito (uno scherzo razzista che porta a tragiche conseguenze), terrorizzerà l'establishment bianco, minacciando di far saltere in aria la biblioteca privata del milionario J.P. Morgan se non gli sarà consegnato il responsabile del gesto, il pompiere volontario Willie Conklin (Kenneth McMillan). Ma c'è anche la storia della famiglia bianca e benestante di New Rochelle, appena fuori New York, che accoglie Sarah, compagna di Coalhouse e madre di suo figlio, rimanendo coinvolta nella vicenda: i suoi membri – il padrone di casa (James Olson), la sua sensibile moglie (Mary Steenburgen) e il fratello minore di lei (Brad Dourif) che, simpatizzante della causa di Walker, si unirà al gruppo di questi fornendogli armi e bombe – curiosamente non hanno nome per tutto il film. E c'è la giovane modella e attrice Evelyn Nesbit (Elizabeth McGovern), che ha posato per una statua nuda posizionata sul tetto del Madison Square Garden, cosa che fa impazzire di gelosia il suo ricco marito, l'industriale Harry Thaw (Robert Joy), il quale sparerà all'architetto Stanford White (Norman Mailer). E c'è l'artista di strada Tateh (Mandy Patinkin), migrante che farà fortuna nel mondo del cinema, scegliendo proprio Evelyn come protagonista dei suoi lavori... Un montaggio di spezzoni di cinegiornale, all'inizio della pellicola, introduce alcuni di questi e molti altri personaggi pubblici dell'epoca (Harry Houdini, Theodore Roosevelt e il suo vice Charles W. Fairbanks, Booker T. Washington, J. P. Morgan) che saranno legati, in maniera diretta o indiretta, alle vicende narrate. Ne risulta un affresco corale e "altmaniano", fra la realtà storica e la fiction, bel calato nell'atmosfera di inizio secolo: un momento in cui la società americana era in piena trasformazione, fra nuove forme di arte (il cinema, la musica, come il ragtime che dà il titolo alla pellicola), mutamenti sociali e di costume (il ruolo della donna, le minoranze razziali), l'incombere della guerra. Nel cast spicca James Cagney (nel ruolo del capo della polizia Rheinlander Waldo), di ritorno al cinema dopo vent'anni di assenza e alla sua ultima apparizione sullo schermo (a lui, per rispetto, va il primo posto nei titoli). Ultimo film anche per Pat O'Brien. Ma ci sono anche piccole parti per interpreti all'esordio come Samuel L. Jackson, Debbie Allen e Jeff Daniels. La musica è di Randy Newman. Otto nomination agli Oscar (fra cui sceneggiatura, fotografia e colonna sonora, oltre a Rollins e McGovern come attori non protagonisti) ma nessuna statuetta. Il film è tratto dall'omonimo romanzo storico di E. L. Doctorow.

26 settembre 2018

The nightingale (Jennifer Kent, 2018)

The nightingale
di Jennifer Kent – Australia 2018
con Aisling Franciosi, Baykali Ganambarr
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Per inseguire l'ufficiale britannico (Sam Claflin) e i due soldati che l'hanno violentata e hanno ucciso suo marito e suo figlio, l'ex galeotta irlandese Clare (Franciosi) si fa guidare dall'aborigeno Billy (Ganambarr) fra i boschi della Tasmania del 1825 (che allora era una colonia penale a cielo aperto). Fra i due nascerà una sorta di solidarietà, in quanto entrambi hanno perso la propria famiglia per colpa degli inglesi. Un revenge movie forzato, melodrammatico, manipolatore e manicheo, oltre che inutilmente lungo. Anche perché la protagonista cambia idea e personalità ad ogni svolta, soltanto per rimandare l'inevitabile resa dei conti e prolungare l'inseguimento. Anche le ripetute scene di violenza e uccisioni appaiono gratuite, al solo scopo di mostrare quanto cattivi siano i cattivi. Alcuni critici americani avevano polemizzato quest'anno con la Mostra di Venezia perché in concorso c'era soltanto un film di una regista donna: ma dopo averlo visto si può ben dire che sarebbe stato meglio se non ci fosse stato nemmeno questo (che pure la giuria ha voluto premiare con un contentino). Buona comunque la parte centrale, quando sono in scena soltanto la protagonista e l'aborigeno, che in mezzo alla natura riescono a superare le rispettive diffidenze e a scoprire quanto abbiano in comune (a partire dal canto e dal soprannome: "usignolo" lei, "merlo nero" lui). Pretestuoso (e in fondo inutile) il formato 4:3.

25 settembre 2018

BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018)

BlacKkKlansman (id.)
di Spike Lee – USA 2018
con John David Washington, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

La storia vera di Ron Stallworth (Washington), il primo poliziotto di colore assunto nel dipartimento di Colorado Springs, che negli anni '70 riuscì a entrare a far parte (ovviamente sotto copertura) della sezione locale del Ku Klux Klan, facendosi sostituire da un collega bianco, Flip Zimmerman (Driver), quando doveva incontrare gli altri membri faccia a faccia. Ispirandosi al libro di memorie scritto dallo stesso Stallworth, Spike Lee racconta la vicenda con toni da commedia, irridendo i razzisti di ieri e di oggi (presentati per lo più come psicopatici o disadattati), e concludendo addirittura la pellicola con un aggancio all'attualità (i disordini durante la marcia dei suprematisti bianchi a Charlottesville, e le frasi di Donald Trump sull'argomento). L'ambientazione negli anni settanta consente di citare esplicitamente la cultura dell'epoca, a partire dai film di blaxploitation come "Shaft", "Super Fly" o "Coffy", ma soprattutto di mostrare le tensioni razziali di una società che stava mutando rapidamente. Il registro non è sempre coerente, ondeggiando fra il realismo e la satira in maniera disuguale (vedi il montaggio in parallelo dei razzisti che si gustano "Nascita di una nazione" e i neri che rievocano un episodio di linciaggio): ma la pellicola stimola comunque riflessioni su orgoglio, appartenenza e identità. Washington (figlio di Denzel) non pare sempre a suo agio, anche perché sfoggia un'improbabile capigliatura afro, mentre il sempre bravo Driver è più convincente nel ruolo dell'infiltrato di origine ebrea. L'intera vicenda, se vogliamo, è una variazione del "Cyrano de Bergerac" (e di adattamenti come quello visto nel film "Un uomo in prestito"). Laura Harrier è Patrice, l'attivista delle Pantere Nere.

19 novembre 2017

Venere nera (A. Kechiche, 2010)

Venere nera (Vénus noire)
di Abdellatif Kechiche – Francia/Belgio 2010
con Yahima Torres, Andre Jacobs
**

Visto in divx.

Il film racconta la storia vera di Saartjie "Sarah" Baartman, la "Venere ottentotta", donna di etnia khoi (popolazione africana affine ai boscimani) vissuta all'inizio dell'Ottocento, che fu esibita in Europa (prima a Londra e poi a Parigi) come "fenomeno da baraccone" per via delle sue fattezze insolite per il pubblico europeo, segnatamente il grande sedere sporgente e il cosiddetto "grembiule delle ottentotte", un abnorme sviluppo delle labbra vaginali. Via via sempre più degradata e umiliata dalle esibizioni in pubblico cui era sottoposta, Saartjie attirò anche l'interesse di scienziati e naturalisti, che la ritrassero in una serie di bozzetti e che dopo la sua morte ne acquistarono il corpo per farne un calco in gesso e conservarne i genitali in formalina. Soltanto quasi due secoli dopo, alla fine del Novecento, i suoi resti furono restituiti al Sudafrica affinché le fosse data sepoltura (come mostrano le immagini durante i titoli di cosa). Una storia vera ma poco conosciuta, indicativa del grado di razzismo di stampo coloniale che permeava la società europea anche in un'epoca in cui la scienza cominciava a interessarsi delle popolazioni aborigene. Ma se l'argomento è senza dubbio intenso e interessante, i difetti congeniti al pretenzioso regista Abdellatif Kechiche – dalla tendenza ad allungare a dismisura ogni scena all'assoluta mancanza di sottigliezza – rendono il film lento, didascalico, ripetitivo e appunto troppo lungo. Per non parlare di una certa retorica, evidente soprattutto nella costruzione dei personaggi minori. La protagonista, che per molti versi può ricordare "Elephant Man" (anche se non si tratta di un caso altrettanto estremo), rimane tuttavia nella memoria. Nel cast anche Olivier Gourmet ed Elina Löwensohn. François Marthouret è il naturalista Georges Cuvier.

11 febbraio 2017

A United Kingdom (Amma Asante, 2016)

A United Kingdom - L'amore che ha cambiato la storia
(A United Kingdom)
di Amma Asante – GB 2016
con David Oyelowo, Rosamund Pike
*

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina.

La vera storia di Seretse Khama, erede al trono del protettorato britannico del Bechuanaland (l'attuale Botswana, di cui dopo l'indipendenza diventerà il primo presidente), e del suo controverso matrimonio nel 1948 con una donna bianca, l'inglese Ruth Williams, conosciuta quando lui studiava legge a Londra e lei era una semplice impiegata. Il loro amore fece scalpore nell'Africa ancora soggetta al colonialismo e alla separazione razziale, e indispettì in particolare il vicino Sudafrica, che proprio in quegli anni stava istituzionalizzando l'apartheid. Pur di non compromettere i rapporti con quel paese (dal quale riceveva approvvigionamenti di oro e uranio), il governo britannico cercò dapprima di convincere Khama a divorziare da Ruth, e poi lo costrinse all'esilio, assumendo direttamente il controllo della nazione (e dei suoi preziosi giacimenti). Ma le reazioni e le proteste dell'opinione pubblica riuscirono a farlo tornare in patria, dove si battè per l'indipendenza e la democrazia nel suo paese. Una storia interessante ed edificante raccontata in modo piatto, scialbo e convenzionale. Gli intrighi politici, che sovrastano ben presto la storia d'amore, sono esposti in maniera semplicistica, e il film che ne risulta è agiografico, ingessato dagli eventi storici e compiaciuto nella sua retorica.

29 febbraio 2016

Zootropolis (B. Howard, R. Moore, 2016)

Zootropolis (Zootopia)
di Byron Howard, Rich Moore [e Jared Bush] – USA 2016
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

In un mondo dove tutte le specie di mammiferi (e non solo gli esseri umani, che anzi brillano per la loro assenza) si sono evolute oltre lo stadio selvatico e hanno imparato a convivere pacificamente, la coniglietta Judy Hopps aspira sin da bambina a diventare poliziotta. Nonostante tutti cerchino di dissuaderla (i conigli sono considerati buoni soltanto a fare i contadini), Judy riesce a realizzare il proprio sogno e viene assegnata al distretto centrale di Zootropolis (Zootopia in originale), gigantesca città popolata da milioni di animali antropomorfi, simbolo di integrazione e di convivenza, ogni distretto della quale rappresenta un differente habitat naturale (la foresta pluviale, il deserto, i ghiacci artici, ecc.). Inizialmente preposta all'incarico più umile (l'ausiliaria del traffico), ben presto rimane coinvolta in un caso spinoso, quando scopre che alcuni predatori sono "regrediti" al loro stadio naturale, feroce e selvaggio, mettendo così in pericolo la comunità. E con l'aiuto della cinica volpe Nick Wilde, truffatore di piccolo calibro, scoprirà che è in atto un complotto per rivoltare la popolazione (il 90% della quale è costituita da "prede") contro di essi. Impostato come un classico buddy movie poliziesco, un film vivace e ricco di personaggi simpatici (scena cult: quella dei bradipi impiegati alla motorizzazione civile), ma soprattutto che veicola messaggi importanti: al fianco del classico tema della forza di volontà e di autodeterminazione (tanto Judy quanto Nick devono superare difficoltà e pregiudizi per realizzare i propri sogni: la prima, in quanto "tenera" coniglietta, non è presa sul serio come poliziotta; il secondo, in quanto volpe, è bollato da tutti come infido e pericoloso), e naturalmente a quello dell'amicizia, ci sono quelli del razzismo e dell'ostilità all'integrazione, quanto mai attuali in tempi di migranti e di terroristi (per via di pochi casi, tutti i predatori vengono guardati con sospetto: come non pensare ai musulmani oggi?), con alcuni scambi di battute che mettono anche in luce l'ignoranza degli xenofobi ("Tornatene nella foresta!", "Ma io vengo dalla savana!"). Certo, non tutto brilla per originalità: già l'idea di realizzare un cartoon in stile poliziesco non è nuovissima (era già stata usata, per esempio, nel sottovalutato "Osmosis Jones"). Inoltre parecchi sviluppi della trama sono francamente prevedibili, e alcune citazioni sono un po' inflazionate (c'era davvero bisogno dell'ennesima parodia de "Il padrino"?). La scena dell'addestramento di Judy all'accademia di polizia ricorda quella analoga, che però era migliore e più efficace, di "Mulan". Da notare il personaggio della popstar Gazelle, la cui voce e le cui canzoni sono di Shakira. Alla regia, nominalmente di Byron Howard ("Rapunzel") e Rich Moore ("Ralph Spaccatutto"), ha collaborato anche l'esordiente Jared Bush.

22 febbraio 2014

12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013)

12 anni schiavo (12 Years a Slave)
di Steve McQueen – USA/GB 2013
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel 1841, il violinista di colore Solomon Northup, che vive libero con la sua famiglia nello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo in Louisiana, dove lavorerà nelle piantagioni di cotone per dodici anni prima di riottenere la libertà. Tratto da una storia vera (Northup scrisse nel 1853 un libro sulla sua odissea, dal quale John Ridley ha adattato la sceneggiatura), un monumentale affresco storico sul tragico fenomeno della schiavitù negli Stati Uniti prima della guerra di secessione (letto però in chiave personale e individualistica), con il quale il talentuoso regista britannico Steve McQueen debutta a Hollywood con grande successo. Ben nove, infatti, le candidature all'Oscar, con molte probabilità di portare a casa la statuetta per il miglior film: un po' troppo, forse, per un'opera terza che mi è parsa inferiore alle prime due e che, al netto della potenza del tema narrato, delle ottime interpretazioni e dell'elevato tasso tecnico della realizzazione, risulta in realtà priva di evoluzione, di sfumature e di una vera profondità. A parte il protagonista, con il quale lo spettatore è chiamato a identificarsi, gli altri personaggi e in generale il mondo attorno a lui sono infatti descritti in termini manichei o puramente utilitaristici: basti pensare al carpentiere abolizionista canadese interpretato da Brad Pitt, che assomiglia più a un espediente narrativo che a un vero personaggio. In generale, anche se i vari schiavisti che si passano la "proprietà" di Solomon nel corso degli anni sono differenti l'uno dall'altro (chi più buono, come Benedict Cumberbatch, e chi più cattivo, come l'eccezionale Michael Fassbender, già protagonista dei primi due lavori di McQueen e senza dubbio il migliore del cast), mancano autentici dilemmi morali; e la sceneggiatura non fa mai il salto di qualità. Ordinaria anche la colonna sonora di Hans Zimmer, impreziosita però da alcuni splendidi blues e spiritual cantati dai neri durante il lavoro nelle piantagioni. Il regista sfoggia comunque al meglio le proprie capacità tecniche, dando vita a sequenze di grande impatto: su tutte, la scena in cui Solomon è costretto a frustare la giovane schiava Patsey (Lupita Nyong'o), girata in un lungo e unico piano sequenza. Paul Giamatti è il mercante di schiavi, Paul Dano il lavorante razzista, Sarah Paulson la moglie di Fassbender.

10 gennaio 2014

A spasso con Daisy (B. Beresford, 1989)

A spasso con Daisy (Driving Miss Daisy)
di Bruce Beresford – USA 1989
con Morgan Freeman, Jessica Tandy
*

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Georgia degli anni cinquanta, l'anziana e ricca vedova ebrea Daisy Werthan (Jessica Tandy), maestra in pensione impossibilitata a guidare, è costretta dal figlio (Dan Aykroyd) ad assumere uno chauffer, il nero ed analfabeta Hoke Coburn (Morgan Freeman). Questi ha il compito di portarla in giro: in sinagoga, dai parenti, a fare la spesa, ecc. Inizialmente ostile all'idea, con il passare del tempo la testarda Miss Daisy inizia ad abituarcisi e a stringere amicizia con l'uomo, nonostante le differenze di razza e di ceto sociale. E il loro rapporto, che si snoda per un arco di venticinque anni, si intreccia con l'evolversi della società nel profondo sud dell'America. Tratta da una pièce di Broadway, una delle pellicole più insulse e meno meritevoli fra tutte quelle che hanno mai vinto l'Oscar per il miglior film, che attraverso due personaggi dall'evoluzione quasi inesistente vorrebbe affrontare – ma di fatto le sfiora soltanto, con un trattamento all'acqua di rose – questioni sociali come il razzismo e l'integrazione, limitandosi giusto a citare una volta Martin Luther King. La regia è anonima, la ricostruzione storica è assai mediocre (lo scorrere degli anni si intravede a malapena), la colonna sonora di Hans Zimmer è ricattatoria, ma il difetto principale della pellicola è il ritmo piatto e noioso: la struttura episodica non si concede mai un climax o un picco, e l'andamento uniforme e sempre uguale mette a dura prova la pazienza dello spettatore. Nota di demerito per lo "sbarazzino" titolo italiano, che – chissà perché – elimina il "Miss" dal nome di Daisy (fino alla fine, invece, Hoke si rivolge a lei con deferenza).

21 gennaio 2013

Django unchained (Q. Tarantino, 2012)

Django Unchained (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2012
con Jamie Foxx, Christoph Waltz
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel profondo Texas, un paio d’anni prima della guerra civile americana, lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) viene liberato dal cacciatore di taglie tedesco King Shultz (Christoph Waltz) e si unisce a lui per vendicarsi degli schiavisti che gli hanno portato via la moglie, ora segregata nella tenuta del negriero Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). Per la prima volta nella sua carriera Quentin Tarantino realizza esplicitamente un western (“esplicitamente” perché in passato, per esempio in alcune sequenze di “Kill Bill” e di “Bastardi senza gloria”, si era già ispirato a questo genere cinematografico da lui così amato), facendo riferimento diretto al sottogenere del western all’italiana: il nome del protagonista e l’idea di base provengono infatti dal leggendario “Django” di Sergio Corbucci, mentre spunti, situazioni e persino parte della colonna sonora (da Ennio Morricone al tema di “Trinità”) saccheggiano ampiamente la produzione italiana degli anni sessanta e settanta. Ma come sempre, nei film di Tarantino è difficile contare tutte le citazioni che si accumulano strada facendo, anche perché molte di esse si accatastano in maniera random o addirittura superflua. In ogni caso, il regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che “affrontasse l’orribile passato degli Stati Uniti riguardo alla schiavitù”, ma di averlo voluto fare come uno spaghetti western e non un film “serio”. Anche Sergio Leone e soci, a dire il vero, usavano i grandi eventi storici e sociali nei loro film: ma questi rimanevano soltanto sullo sfondo e non sovrastavano, con il loro ingrombrante significato, le vicende degli uomini che di quelle pellicole erano i protagonisti. C’è chi ha scritto che dopo “Kill Bill” il buon Quentin ha smesso di essere uno sperimentatore ed è diventato un autore: proprio per questo, nonostante la sua voglia di stupire con esagerazioni sempre maggiori, è diventato in un certo senso prevedibile. Se non mancano scene e sequenze esilaranti o memorabili, soprattutto nella prima parte (la liberazione di Django da parte di Schultz, il loro primo “lavoro” insieme, la divertentissima scena dei vendicatori incappucciati che anticipano il Ku Klux Klan: “La prossima volta faremo maschere migliori”), dall’entrata in scena di DiCaprio la pellicola sembra ingripparsi e comincia ad arrancare, trascinando la parte centrale troppo a lungo, prima di riprendere il suo ritmo nello scontro finale. E rimane sempre la sensazione che il tema della schiavitù – così come era avvenuto per il nazismo e l’olocausto in “Bastardi senza gloria” – siano per Quentin soltanto un pretesto come un altro per dare libero sfogo alla sua vena citazionista, all’esibizione di violenza fumettosa ed estetizzata (notevoli gli schizzi di sangue finto), alla messa in scena di dialoghi e situazioni talmente assurde e paradossali che dopo un po’ cominciano a stancare. Alcune curiosità: Franco Nero, il Django originale del film di Sergio Corbucci, compare in una breve sequenza nella quale, fra l’altro, discute con Jamie Foxx su come si scriva il suo nome (“La ‘D’ è muta” – “Lo so”). La donna con il volto coperto da un fazzoletto che si intravede più volte insieme agli sgherri di Candie, al punto che lo spettatore si attende su di lei chissà quale rivelazione che invece non arriverà mai, è Zoë Bell, già controfigura di Uma Thurman in “Kill Bill” e protagonista di “Grindhouse – A prova di morte”. Lo stesso Tarantino ha un breve cameo nei panni di un uomo che esplode a causa di un candelotto di dinamite. Sempre fra gli sgherri di Candie, infine, si riconoscono Tom Savini e Ted Neeley (il Gesù di “Jesus Christ Superstar”!). Nel cast ci sono anche Kerry Washington (la moglie di Django, dal nome tedesco: Broomhilda von Shaft) e Samuel L. Jackson (Stephen, il servitore di Candie). La multiforme colonna sonora contiene anche brani classici (il “Dies Irae” dal Requiem di Verdi, “Per Elisa” di Beethoven suonata con l’arpa), rap e pop. Polemiche in America (prive di senso, visto il contesto) per la troppa violenza del film e per l’eccessivo uso della parola “nigger”.

21 dicembre 2012

Il buio oltre la siepe (Robert Mulligan, 1962)

Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird)
di Robert Mulligan – USA 1962
con Gregory Peck, Brock Peters
***1/2

Visto in TV.

In una piccola cittadina rurale nell’Alabama del 1932, ancora sofferente per le conseguenze della Grande Depressione, i due figli dell’avvocato Atticus Finch – Jem (10 anni) e Scout (6 anni) – sono testimoni dell’impegno del padre nel difendere un uomo di colore, Tom Robinson (Peters), dall’accusa di aver violentato la figlia di un contadino. Nel contempo i due bambini e un loro amico, Dill, si incuriosiscono per le voci sulla presenza, nella casa a fianco (“oltre la siepe” appunto), di Boo, un malato di mente tenuto segregato dalla sua stessa famiglia. Tratto dal romanzo omonimo (premio Pulitzer) di Harper Lee, è uno dei più celebri film hollywoodiani sul tema del razzismo, ancor più pregevole perché l’intera vicenda è vista attraverso l’esperienza e la sensibilità dei bambini. Le inquietudini si fanno strada in mezzo ai giochi infantili, e non tutte le ingiustizie trovano una spiegazione ai loro occhi o vengono punite (il padre perde il processo). Ottimi i due giovani attori, Mary Badham (sorella del regista John) e Phillip Alford, che interpretano i due figli di Atticus, il “maschiaccio” Jean Louise, detta ‘Scout’, e Jeremy, detto ‘Jem’. Potente esordio sullo schermo (anche se appare solo nel finale) per Robert Duvall nei panni del "mostro buono" Boo. La pellicola vinse tre premi Oscar: per la scenografia, per la sceneggiatura non originale e per il miglior attore protagonista (Gregory Peck, nel ruolo forse più celebre e iconico di tutta la sua carriera). Ma forse avrebbe meritato una statuetta anche la fotografia in bianco e nero di Russell Harlan, fondamentale per ricreare l’atmosfera concreta e torbida, ma al tempo stesso sospesa e quasi onirica, che fa da sfondo alla vicenda (l’intera storia è narrata dalla voce di Scout adulta, che la rievoca come un fondamentale momento formativo della propria infanzia). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, mentre tra i produttori figura Alan J. Pacula. Fra le sequenze memorabili, quella del tentativo di linciaggio a Tom da parte della folla razzista, che proprio i bambini contribuiscono a dissipare, e naturalmente il processo, uno degli esempi più celebri di courtroom drama, con l'arringa finale di Atticus Finch che invita (inutilmente) la giuria a superare i propri preconcetti.