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6 novembre 2017

Pranzo alle otto (George Cukor, 1933)

Pranzo alle otto (Dinner at Eight)
di George Cukor – USA 1933
con Lionel Barrymore, Jean Harlow
***1/2

Visto in divx.

In occasione della visita a New York di Lord e Lady Ferncliffe, una coppia di ricchi nobili britannici, i coniugi Jordan decidono di dare una cena in loro onore, invitando un ristretto gruppo di amici e conoscenti strettamente selezionati. Ma problemi di varia natura (economici, professionali, sentimentali e morali) si intrecceranno in maniera inaspettata...
I riti della mondanità al tempo della crisi finanziaria (gli effetti della Grande Depressione si facevano ancora sentire e restano palpapili sullo sfondo di tutto il film, nonostante l'ambientazione altolocata): da una commedia teatrale di George S. Kaufman ed Edna Ferber, uno dei capolavori di Cukor e del cinema hollywoodiano pre-codice Hays, ricco di stile e di incredibili finezze nella scrittura e non solo. Più che la cena (non certo un pranzo come dicono il titolo e i dialoghi italiani!), la pellicola – di impostazione corale – racconta i preparativi e tutti gli eventi che la precedono (il film si conclude proprio al momento di sedersi a tavola). E più che una commedia, a dire il vero sembra quasi un dramma, con una sceneggiatura che porta in primo piano senza remore temi come l'adulterio, il suicidio e l'alcolismo, e che nell'incastrare magistralmente le storie dei vari personaggi ne mette in luce le virtù ma soprattutto i vizi e i difetti (le ipocrisie, la cura delle apparenze, i tradimenti, la leggerezza). Tutti sono ottimamente caratterizzati (con un riuscito mix di umorismo, cinismo, empatia e pathos), anche grazie a un cast di interpreti in gran forma, fra i quali alcuni dei migliori attori e caratteristi dell'epoca: si va dal mite Oliver Jordan (Lionel Barrymore), armatore in crisi finanziaria e con problemi di salute (che tiene nascosti alla moglie), alla sua vacua consorte Millicent (Billie Burke), preoccupata soltanto della buona riuscita del suo pranzo (tanto da non accorgersi dei problemi delle persone attorno a lei). C'è poi la figlia ribelle Paula (Madge Evans), prossima al matrimonio ma che ha segretamente un amante; questi è il quarantacinquenne Larry Renault (John Barrymore), attore alcolizzato e ormai in declino, che cerca inutilmente di risollevare la propria carriera. Alla cena sono invitati anche i coniugi Packard: lui (Wallace Beery) è un grezzo uomo d'affari del Montana, volgare e arrivista, che complotta alle spalle di Jordan per togliergli il controllo della sua stessa società; lei (Jean Harlow) è la sua giovane moglie frivola, annoiata e capricciosa. Ci sono poi il dottor Talbot (Edmund Lowe), aitante e donnaiolo, che fra le sue numerose amanti conta proprio la signora Packard; e sua moglie, la rassegnata Lucy (Karen Morley), al corrente delle scappatelle del marito. Infine, l'ultima invitata è Carlotta Vance (Marie Dressler), anziana attrice di teatro, primo amore del signor Jordan e grande gaffeur, anche lei in perenni difficoltà economiche.

Naturalmente, dopo tanta attesa e tanti preparativi, la cena rischia di essere un disastro: a parte i problemi personali degli invitati e quelli della servitù, la sua stessa ragion d'essere viene a mancare quando Lord e Lady Ferncliffe fanno sapere all'ultimo momento che non si presenteranno (e simbolicamente, prima di loro sparisce il piatto forte, quel grottesco leone di gelatina che avrebbe dovuto essere la "nota di classe" del pranzo). Tutta la fragile impalcatura che regge la società sembra crollare (la salute e il lavoro di Oliver, il fidanzamento di Paula, le finanze di Carlotta, il matrimonio dei Packard e quello dei Talbot, l'autostima di Larry), le verità rimosse vengono a galla, e lo script non si arresta nemmeno per un attimo nel distruggere con cinismo le certezze dei personaggi. Ma in tutto questo, un pizzico di ottimismo all'insegna dell'ironia è sempre dietro l'angolo: a Oliver che confida alla moglie "Siamo rovinati", Millicent risponde candidamente "Ma tutti sono rovinati, caro!". La cura e l'attenzione allo studio dei personaggi è evidente anche in quelli minori: dalla cugina di Millicent, Hattie (Louise Closser Hale), invitata all'ultimo minuto alla festa al posto dei Ferncliffe, a suo marito Ed (Grant Mitchell), cinefilo recalcitrante; dal manager di Larry, Max Kane (Lee Tracy), che si dà inutilmente da fare per trovargli una nuova scrittura, ai vari domestici fra cui Tina (Hilda Vaughn), svagata e insofferente cameriera di Kitty. Ma fra i tanti interpreti (con note di merito per il tragico John Barrymore e la multiforme Marie Dressler), la più memorabile è proprio Jean Harlow, bionda platino luminosissima e deliziosa nel ruolo della superficiale Kitty Packard, vestita capricciosamente di bianco (e qui merita di essere citato il grande Adrian, costumista e fashion designer per tanti capolavori della MGM: suoi anche gli abiti di "Scandalo a Filadelfia", per esempio) o con la schiena scoperta alla festa ("La mia pelle è estremamente delicata e ho tanta paura di esporla", commenta senza rendersi conto dell'ironia), indimenticabile nella sua camera da letto decadente e arredata in stile Art Deco (gli scenografi Hobe Erwin e Frederic Hope dichiararono di aver utilizzato undici diverse "sfumature di bianco"). Celebre la battuta finale (a Kitty che afferma di aver letto un libro che sostiene che "le macchine prenderanno il posto di tutte le professioni", Carlotta replica, dopo averla squadrata: "Mia cara, di questo pericolo lei non deve spaventarsi"). Della regia di un giovane Cukor, raffinata e brillante oltre che perfetta nei tempi e nella direzione degli attori, è persino inutile parlare. Il film è stato rifatto per la tv nel 1989, diretto da Ron Lagomarsino con Lauren Bacall, Marsha Mason e Charles Durning.

6 gennaio 2016

Nemico pubblico (William A. Wellman, 1931)

Nemico pubblico (The Public Enemy)
di William A. Wellman – USA 1931
con James Cagney, Jean Harlow
***

Visto in divx.

La vita del gangster Tom Powers (Cagney), dall'infanzia fino al successo durante gli anni del proibizionismo in compagnia dell'amico fidato Matt Doyle (Edward Woods), che morirà al suo fianco durante uno scontro con una banda rivale. Insieme ai quasi contemporanei "Piccolo Cesare" e "Scarface - Lo sfregiato", uno dei film che hanno contribuito a portare in auge il genere dei crime movie, raccontando storie di malavita organizzata dal punto di vista dei "cattivi". Rispetto agli altri due, però, si distingue per un approccio più realistico ed "umano": se Piccolo Cesare e Scarface sono sociopatici folli e ambiziosi, che passo dopo passo ascendono alle massime gerarchie criminali per poi rovinarsi con le loro stesse mani, Tom Powers rimane sempre un "piccolo calibro" e soprattutto muore sì (benché il codice Hays non fosse ancora in vigore, era impensabile altrimenti) ma solo dopo il pentimento ed essersi riconciliato con il fratello Mike (Donald Cook), il suo onesto contraltare per tutta la vita. Ciò non ne fa comunque un film "buonista": la didascalia introduttiva (inserita forse in risposta alle polemiche provocate da "Piccolo Cesare", prodotto come questo dalla Warner Brothers), spiega che l'intento dei produttori non era quello di glorificare i gangster ma semplicemente di ritrarre "un ambiente che esiste attualmente in certi strati della vita americana". E in effetti, più che il personaggio in sé, Wellman e lo sceneggiatore Harvey Thew (da un romanzo inedito di Kubec Glasmon e John Bright) sembrano interessati a mostrare il mondo in cui vive e prospera, documentando le dinamiche della criminalità legata al proibizionismo (ancora in vigore al momento dell'uscita del film). Il che rende la pellicola un importante punto di riferimento storico e culturale quando si parla del cinema dei primi anni '30, la cui influenza resterà fondamentale per almeno due decenni (e risorgerà prepotentemente dagli anni settanta in poi). Il film lanciò la carriera di James Cagney, che divenne una delle star hollywoodiane più popolari (e pagate), specializzato in ruoli da "duro". E dire che inizialmente il protagonista avrebbe dovuto essere Edward Woods, con Cagney nei panni dell'amico, ma Wellman decise di scambiare i due ruoli (il che spiega come mai, nel prologo ambientato quando i due sono bambini, le somiglianze dei piccoli attori con le loro controparti adulte siano invertite). Nel cast anche Jean Harlow (Gwen, la donna di Tom, seduttrice bionda platino e vestita sempre di bianco: il ruolo era stato pensato per Louise Brooks, che rifiutò la parte), Leslie Fenton (il boss elegante e viveur "Nails" Nathan), Joan Blondell, Beryl Mercer, Robert Emmett O'Connor, Murray Kinnell e Mae Clarke (non accreditata, nel ruolo di Kitt, la prima ragazza di Tom: è a lei che, in una scena che allora fece scalpore, il gangster spiaccica in faccia un mezzo pompelmo). A parte il tema trattato (il termine "nemico pubblico" fu introdotto dall'FBI proprio negli anni del proibizionismo per indicare i gangster più pericolosi), il film non ha legami con il successivo "Nemico pubblico" di Michael Mann, che non ne è un remake.

7 gennaio 2007

Avventurieri dell'aria (H. Hawks, 1939)

Avventurieri dell'aria (Only angels have wings)
di Howard Hawks – USA 1939
con Cary Grant, Jean Harlow
***

Visto in DVD, con Martin.

La vita, gli amori, le tragedie di un gruppo di piloti civili che svolge il servizio postale in un'imprecisato paese dell'America Latina, fra il porto e le montagne perennemente immerse nella nebbia e nel maltempo. Cary Grant è il capo del gruppo, cinico e indurito dalle esperienze ma abile e benvoluto da tutti; Jean Harlow è la bionda che si innamora di lui nonostante il rischio, che incombe continuamente, di non vederlo tornare da una missione; Richard Barthelmess è un altro pilota con un passato scomodo da dimenticare; Rita Hayworth è sua moglie, nonché ex fiamma di Grant, in un ruolo un po' sacrificato (ma "Gilda" era ancora lontana da venire). Hawks è bravissimo a descrivere l'ambiente e a far interagire fra loro personaggi ben caratterizzati. Un piccolo gioiellino con molti temi tipici del regista, dall'amicizia virile al conflitto fra i sessi, dall'eroismo stemperato dall'ironia al rischio della morte incombente.