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29 gennaio 2023

Vital (Shinya Tsukamoto, 2004)

Vital - Autopsia di un amore (Vital)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2004
con Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo aver perso la memoria in seguito a un incidente stradale nel quale è rimasta uccisa la sua compagna Ryoko (Nami Tsukamoto), il giovane Hiroshi (Tadanobu Asano) decide di riprendere gli studi di medicina all'università. E durante le lezioni di anatomia, si ritrova sul tavolo operatorio proprio il cadavere di Ryoko, la quale comincia anche ad apparirgli in una serie di visioni: che si tratti dei ricordi del passato che stanno tornando, o soltanto di sogni bizzarri? Sceneggiato dallo stesso Tsukamoto, un film sul tema della memoria e dell'elaborazione del lutto. L'ossessione di Hiroshi per la dissezione anatomica va infatti di pari passo con il tentativo di recuperare i ricordi del suo rapporto con Ryoko, mentre la figura della donna si confonde (o si sovrappone) con quella di Ikumi (Kiki), sua compagna di corso con cui instaura una relazione alquanto morbosa (con i tentativi di auto-asfissia che riecheggiano le suggestioni di suicidio di Ryoko). Regia, recitazione, atmosfere sono fredde e "sospese", come devono essere, risultando inquietanti e cronenberghiane, ma senza sfociare nell'horror puro o tenere troppo a distanza lo spettatore, anche perché qualcosa di concreto (si parla di cadaveri, dopo tutto) mantiene sempre sulla terra i personaggi alienati. Analizzando il corpo morto di Ryoko, è come se Hiroshi volesse scavare nell'inconscio, alla ricerca dell'anima, tanto in quella della donna (che per lui è un mistero) tanto nella propria (recuperando i ricordi perduti). Dopo tutto, come gli spiega un docente all'inizio, sono proprio alcune aree del cervello a essere responsabili di personalità e memoria. Nel cast Ittoku Kishibe (il professore di anatomia), Kazuyoshi Kushida (il padre di Hiroshi) e Jun Kunimura (il padre di Ryoko).

15 novembre 2022

Swiss Army Man (Daniels, 2016)

Swiss Army Man - Un amico multiuso (Swiss Army Man)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2016
con Paul Dano, Daniel Radcliffe
**

Visto su Rakuten Tv.

Naufragato su un'isola deserta, Hank (Paul Dano) viene salvato grazie al provvidenziale arrivo di Manny (Daniel Radcliffe), "cadavere vivente" le cui funzioni corporee, misteriosamente ancora attive, gli permettono di sopravvivere nella foresta e di tornare alla civiltà. Fra i due nasce anche una profonda amicizia: ma non tutto è come sembra... Bizzarrissima black comedy, opera prima del duo di registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert (noti collettivamente come i "Daniels" e in precedenza autori di video musicali), un film carico di una comicità assurda e demenziale che sconfina a tratti nell'esistenzialismo. Certo, le gag su scorregge ed erezioni sono alquanto infantili, e la pellicola rischia più volte, sin dall'inizio, di indisporre uno spettatore che potrebbe persino annoiarsi per le lunghe sequenze in cui sono in scena soltanto i due personaggi (uno dei quali, appunto, "cadaverico"), isolati in mezzo alla natura, con il primo che cerca di spiegare al secondo come funzionano le cose della vita (a cominciare dall'amore): ma nel finale la stupidità lascia spazio a una sorta di visione filosofica del mondo e dei rapporti sociali che eleva l'insieme oltre il semplice cartoon o una delle tante varianti di titoli come "Weekend con il morto". Bravo Dano, mentre Radcliffe recita sempre immobile e inespressivo (e la cosa non gli riesce difficile): eppure, al di là degli scherzi, questa è forse una delle sue migliori interpretazioni. Nel cast, nelle scene finali, anche Mary Elizabeth Winstead (Sarah, la ragazza "amata" da Hank). Il titolo originale si riferisce al coltellino svizzero (Swiss Army knife), giustamente tradotto con "multiuso" nel doppiaggio italiano.

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

23 settembre 2019

Atlantis (Valentyn Vasyanovych, 2019)

Atlantis
di Valentyn Vasyanovych – Ucraina 2019
con Andriy Rymaruk, Liudmyla Bileka
***

Visto al cinema Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'Ucraina del 2025, "un anno dopo la fine della guerra" (siamo dunque sei anni nel futuro), è un paese ormai devastato e senza speranza: la terra e l'acqua sono irrimediabilmente inquinate, le strade sono inutilizzabili perché imbottite di mine antiuomo, e ogni possibilità di tornare a una vita normale sembra preclusa. Dopo aver assistito al suicidio di un suo ex commilitone, sofferente per la sindrome da stress post-traumatico, il reduce Sergiy (Rymaruk), operaio di una fabbrica siderurgica in via di chiusura, conosce una ragazza (Bileka) che lavora come volontaria per recuperare i cadaveri dei soldati – ucraini e russi – rimasti abbandonati durante il conflitto. Un film lento, pesante, cupo e angosciante, a tratti difficile da guardare (si pensi alle sequenze delle autopsie dei cadaveri ormai putrefatti o in decomposizione), del tutto privo di colonna sonora e composto da lunghe sequenze con la macchina da presa in posizione fissa. Eppure è di rara intensità e potenza espressiva, capace di restare con lo spettatore per molto tempo dopo la visione, con un suo fascino e una sua ragion d'essere nel denunciare le (possibili) conseguenze di un conflitto fratricida dove la prima a pagare a caro prezzo è la terra stessa, ridotta a un ammasso di strade desolate e di fanghiglia grigia. Vasyanovych dirige con mano ferma e consapevole, e ogni inquadratura è accuratamente studiata, quasi un quadro (di videoarte) a sé stante, dalle riprese di una sepoltura vista attraverso una telecamera a infrarossi, a un fugace incontro amoroso in un camion rimasto fermo sotto una pioggia sferzante e battente. Il titolo fa riferimento a un'altra "terra perduta" e andata ormai distrutta (Atlantide): vogliamo che la storia si ripeta? Un'Atlantide, si badi bene, sommersa da quell'acqua che qui, onnipresente in molte scene, ha un ruolo invece protettivo e salvifico.

4 ottobre 2017

Stand by me (Rob Reiner, 1986)

Stand by me - Ricordo di un'estate (Stand by Me)
di Rob Reiner – USA 1986
con Wil Wheaton, River Phoenix
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Alla notizia della morte dell'amico di un tempo Chris Chambers, lo scrittore Gordie Lachance (Richard Dreyfuss) rievoca un episodio della loro infanzia a Castle Rock, in Oregon. I dodicenni Gordie (Wil Wheaton) e Chris (River Phoenix), insieme ad altri due amici, Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O'Connell), decisero di andare alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo, Ray Brower, scomparso da alcuni giorni, che sapevano trovarsi presso i binari del treno in mezzo ai boschi. Un classico degli anni ottanta, nonché uno dei più bei film mai girati sul tema della crescita e dell'amicizia, un racconto di coming-of-age che si dipana nell'arco di due giorni, durante una lontana e assolata estate, nei quali i quattro amici sono protagonisti di un vero e proprio viaggio iniziatico, alla scoperta della morte ma anche e soprattutto di sé stessi. Nella totale assenza (o addirittura nell'ostilità) dei genitori e degli adulti in generale, i quattro ragazzini possono contare solo sulla propria amicizia per trovare gli stimoli ad andare avanti, alla scoperta del mondo e delle proprie potenzialità. E così Gordie, che vive nel trauma della morte del fratello maggiore Danny, il preferito dai genitori, si sente inadeguato e non amato, insicuro e fuori posto. Chris, additato da tutti come un poco di buono, anche per via della famiglia disastrata da cui proviene, lo aiuterà a ritrovare fiducia in sé stesso, e sarà a sua volta stimolato da lui a non arrendersi a un'esistenza limitata e infelice come quella che, a dire di tutti, lo dovrebbe attendere. La caratterizzazione dei quattro ragazzini è fenomenale: merito non solo della sceneggiatura ma anche del regista, che scelse quattro giovani attori con caratteristiche (anche familiari) molto simili a quelle dei personaggi: Wheaton era timido, sensibile e insicuro, Phoenix era un leader naturale ma proveniva da una famiglia quantomeno bizzarra, O'Connell era estroverso e ironico, Feldman era pieno d'ira anche per via dei cattivi rapporti coi suoi genitori. Reiner volle che i quattro ragazzi passassero due settimane insieme prima dell'inizio delle riprese, per farli diventare amici anche nella vita reale.

Il film è tratto da un racconto di Stephen King (contenuto nella raccolta "Stagioni diverse"), il quale ne apprezzò molto l'adattamento, dichiarando che riproduceva alla perfezione le atmosfere (in parte autobiografiche) che aveva voluto mettere sulla pagina scritta: King tornerà a collaborare con Reiner nel successivo "Misery non deve morire", e la casa di produzione indipendente fondata dal regista si chiamerà proprio Castle Rock Entertainment, in omaggio al paese (fittizio) da dove provengono i ragazzini. Tipici di King sono il tema della scrittura (Gordie è destinato a diventare uno scrittore: memorabili le storie che si inventa per intrattenere gli amici, come il racconto della gara di mangiatori di torte, con smisurata vomitata annessa: ma si sa, a quell'età sono queste le cose che divertono) e quelli legati alla crescita, alle sue dinamiche e alle sue leggende. A questo proposito, la caratterizzazione dei ragazzi, colti proprio nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza, è magistrale, come dimostrano le loro conversazioni (da argomenti banali legati alla tv e ai fumetti, alle paure, alle idealizzazioni e alle volgarità). Anche quando litigano, fanno subito la pace. Notevole il contrasto con la banda dei ragazzi più grandi (di cui fanno parte Kiefer Sutherland, nei panni del cattivo "Asso" Merrill, e Bradley Gregg, il fratello maggiore di Chris), che a differenza loro non hanno saputo fare il salto di qualità, rimanendo imprigionati nei ruoli adolescenziali del gioco e della sfida alla morte, sfociando inevitabilmente nel teppismo e nel bighellonaggio fine a sé stesso. Se Chris non avesse seguito l'invito di Gordie a provare a studiare per andare via da Castle Rock, sarebbe diventato senza dubbio come loro. Un film con ragazzini, ma non per ragazzini (come, invece, "I Goonies"): i temi trattati sono forti, e l'ostilità di genitori e adulti può generare traumi da cui è difficile riprendersi se non ci sono amici cui aggrapparsi. Molte le scene cult (l'attraversamento del ponte, le sanguisughe, il confronto finale con la pistola...), magnifica la ricostruzione della provincia negli anni '50. La pellicola avrebbe dovuto intitolarsi come il racconto di King da cui è tratta, "The body", ma i produttori vollero cambiarne il nome perché ricordava un horror o un film erotico. Scelsero così il titolo della bella canzone di Ben E. King, che si può sentire sui titoli di coda (e, in versione strumentale, in altri momenti della pellicola) e che riacquistò così una nuova popolarità.

29 luglio 2017

Il secondo cerchio (Aleksandr Sokurov, 1990)

Il secondo cerchio (Krug vtoroy)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1990
con Pyotr Aleksandrov, Nadezhda Rodnova
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Alla morte del padre, militare in pensione che viveva da solo, il suo unico figlio giunge da una città vicina per occuparsi del funerale. Non avendo grandi risorse, non potrà permettersi che una cerimonia ridotta al lumicino. Dopo aver espletato le formalità burocratiche, sarà quasi maltrattato dall'impresaria funebre cui si è rivolto, anche perché non intende cremare il corpo. Non sappiamo quale rapporto avesse con il padre in vita: probabilmente non erano vicini. Ma nella morte, tutto cambia: assai povero, il ragazzo finirà col togliersi calze e scarpe per metterle al cadavere. E terminato il rito, rimasto solo nella casa vuota, porterà fuori le poche cose rimaste (come la coperta del letto) per bruciarle. Primo lungometraggio di una cosiddetta "trilogia sulla morte e l'inesistenza" (seguiranno "Pietra" nel 1992 e "Pagine sommesse" nel 1994), il film di Sokurov è minimalista nel rappresentare i sentimenti come nel narrare gli eventi (si potrebbe dire che non mostra né la morte né la vita, ma solo ciò che vi gira attorno), con l'intenzione di raggiungere un piano metafisico attraverso il silenzio, la contemplazione e un concreto realismo. La forma non è da meno: fotografia dai colori seppiati (praticamente in bianco e nero), rarefazione assoluta di dialoghi e voci (per lunghi tratti il film è muto), assenza di colonna sonora (la musica si ode solo nell'ultima scena), macchina da presa quasi immobile e soprattutto un'estrema lentezza. A dirla tutta, sinceramente è un po' soporifero, ma la tristezza e le emozioni che genera possono restare a lungo con lo spettatore. Fuori dalla casa, la neve e il vento suggeriscono un'ambientazione siberiana. Il titolo fa forse riferimento all'inferno di Dante (anche se mi sarei aspettato che il film si intitolasse "Il primo cerchio", ovvero il limbo).

18 novembre 2016

Voglio la testa di Garcia (Sam Peckinpah, 1974)

Voglio la testa di Garcia (Bring me the head of Alfredo Garcia)
di Sam Peckinpah – USA 1974
con Warren Oates, Isela Vega
***

Rivisto in divx.

Un ricco e potente haciendero (Emilio Fernández), furioso perché la sua giovane figlia è stata messa incinta da uno dei suoi lavoranti, offre un milione di dollari a chiunque gli porterà la testa dell'uomo in questione, Alfredo Garcia, che nel frattempo si è dato alla macchia. Molti si lanciano sulle sue tracce, setacciando l'intero Messico: ma a scoprire che Garcia è già morto in un incidente stradale è Bennie (Warren Oates), un americano in cerca di fortuna che si guadagna da vivere suonando il piano in un bar di terz'ordine di Città del Messico, al quale alcuni dei "cacciatori" promettono diecimila dollari se porterà loro la testa. In compagnia della sua donna Elita (Isela Vega), che a suo tempo aveva avuto una tresca proprio con Alfredo, Bennie si mette dunque in viaggio verso il cimitero di provincia dove Garcia è sepolto, con l'intenzione di dissotterrarne e decapitarne il cadavere. Ma ignora di essere seguito da due sicari che vogliono impadronirsi a loro volta della testa... Scritto insieme all'amico Frank Kowalski, interpretato dal fedele Oates (di solito caratterista) e ambientato in un Messico polveroso e ancestrale, realistico e lontano dai cliché hollywoodiani, il decimo lungometraggio di Peckinpah è un "piccolo" film indipendente, al tempo stesso uno dei suoi lavori più personali (fu una delle poche volte che ebbe il totale controllo sul montaggio finale), più controversi e più violenti, permeato da un cinismo dissacrante e fatalista, con un mood a metà fra i poliziotteschi italiani e il futuro cinema tarantiniano. Pur essendo già morto quando il film comincia, la testa di Garcia (avvolta in un fagotto: di lui non vediamo mai il volto, se non in fotografia) passa di mano in mano provocando stragi e spargimenti di sangue fino all'apocalittico finale, simbolo dell'avidità e del potere che distrugge tutto (a partire dai sentimenti) e non produce nulla di buono. Stroncato alla sua uscita, il film è naturalmente diventato – come tutto il cinema del regista – un oggetto di culto. Nel cast anche Robert Webber, Gig Young e Helmut Dantine. In un piccolo ruolo (uno dei due motociclisti violentatori) si riconosce Kris Kristofferson.

12 luglio 2016

Le massaggiatrici (Lucio Fulci, 1962)

Le massaggiatrici
di Lucio Fulci – Italia/Francia 1962
con Sylva Koscina, Philippe Noiret
**

Visto in TV.

Tre intraprendenti ragazze (Sylva Koscina, Valeria Fabrizi e Cristina Gaioni) aprono una "casa di massaggi" in un appartamento di Roma. Due imprenditori (Ernesto Calindri e Luigi Pavese) si servono delle loro grazie per firmare un lucroso contratto con il presidente (Louis Seigner) della "Casa per la protezione della giovane". Ma quando questi muore proprio mentre si trova in casa delle fanciulle, dovranno nasconderne il cadavere per evitare uno scandalo. Antesignano della commedia sexy e "scollacciata" all'italiana che furoreggierà nel decennio successivo, il film fa esplicito riferimento alla legge Merlin, da poco approvata e ancora al centro del dibattico sociale e politico, e non si fa scrupolo a prendere di mira l'ipocrisia e la "doppia morale" di parte della società e di una certa classe politica. Il sottotitolo della pellicola, "Pochade in un tempo... moderno", chiarisce bene il tono della narrazione: una comicità farsesca e sopra le righe, fra equivoci, doppi sensi, scambi di persona, cadaveri che scompaiono e riappaiono, situazioni pruriginose che regolarmente non portano mai a nulla. Nel complesso, un divertimento innocuo ma interessante come specchio dei tempi, e in ogni caso più spigliato dei tanti film che ne seguiranno. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia hanno una parte piccola ma importante nel finale (i guardiani notturni). Philippe Noiret (che interpreta il viscido segretario del presidente), al suo primo film italiano, è doppiato da Elio Pandolfi. Musica del jazzista Nini Rosso.

18 giugno 2015

Il figlio di Saul (László Nemes, 2015)

Il figlio di Saul (Saul fia)
di László Nemes – Ungheria 2015
con Géza Röhrig, Levente Molnár
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rinchiuso in un campo di concentramento nazista, l'ebreo ungherese Saul fa parte dei "Sonderkommando", ovvero quei prigionieri – scelti fra i più forti e robusti – cui venivano affidati i compiti di manovalanza e di "gestione" del campo: divisi in gruppi comandati dai Kapo, si occupavano fra le altre cose di far "pulizia" dei tanti corpi dopo le docce a gas. Come i suoi compagni, Saul sembra ormai anestetizzato agli orrori di cui è testimone. Ma quando riconosce fra i morti il cadavere di un ragazzino, fa di tutto per sottrarlo di nascosto ai forni crematori e per trovare un rabbino fra gli altri prigionieri in modo da poterlo seppellire nel migliore dei modi: si tratta infatti – o almeno così afferma – di suo figlio. Angosciante e claustrofobico, eppure diverso da ogni altra pellicola sull'Olocausto girata finora, sembra incredibile che si tratti di un film d'esordio. Pochi registi, anche in passato (viene da pensare addirittura a Orson Welles), hanno dimostrato già al debutto una tale padronanza tecnica, una tale originalità nella messa in scena, una tale coerenza stilistica e una tale fiducia nei propri mezzi. La macchina da presa rimane costantemente attaccata al protagonista, senza allontanarsi mai da lui di più di mezzo metro, e rinuncia alla profondità di campo, al punto che tutto l'ambiente sullo sfondo (e dunque anche gli orrori che circondano Saul) appare spesso fuori fuoco, come per proteggere il protagonista (e lo spettatore stesso) dall'inferno in cui si trova. Il tutto rappresenta alla perfezione la chiusura di Saul in sé stesso e la focalizzazione sul suo unico obiettivo (quello di dare un degno funerale al figlio), che gli impedisce di mescolarsi con chi gli sta attorno, che si tratti dei tedeschi aguzzini, dei Kapo collaborazionisti, o persino degli altri prigionieri che stanno progettando una rivolta e una fuga (cui Saul non sembra particolarmente interessato). Manca del tutto il voeyurismo, o il senso di realismo documentaristico che di solito accompagna le pellicole girate con la camera a mano, i lunghi piani sequenza o l'inquadratura che segue il protagonista. Qui la forma (dimenticavo: c'è anche il formato in 4:3 ad accrescere la sensazione di intima claustrofobicità) si sposa mirabilmente con i contenuti, senza che l'una possa essere distinta dagli altri. Ne risulta un film potente, rigoroso, austero (non c'è colonna sonora), carico di tensione, che descrive un'odissea personale prima ancora che un dramma universale, dove il contesto è lasciato abilmente sullo sfondo e dove il punto di vista "chiuso" amplifica l'esperienza emotiva dello spettatore, trascinato insieme a Saul in un inferno senza significato e senza via di scampo. I dettagli della vita nel campo di concentramento (dall'appello fatto con i numeri anziché con i nomi, alle dinamiche di interazione fra deportati che parlano diverse lingue; dai segni di riconoscimento come le croci rosse sugli abiti dei "Sonderkommando", alla consapevolezza della morte imminente, visto che anche loro vengono perdiodicamente giustiziati e sostituiti perché a conoscenza di troppi "segreti", tanto che c'è sempre qualcuno che si premura di far sì che le testimonianze – tramite scritte o fotografie "clandestine" – non vadano perdute) fanno da gelido contorno agli orrori dello sterminio, cui si può far fronte solo rimuovendo apparentemente ogni emozione e mettendo "fuori fuoco" le immagini più cruente. Meritato Grand Prix a Cannes e premio Oscar per il miglior film straniero.

13 giugno 2015

Perfect day (Fernando León de Aranoa, 2015)

Perfect day (A perfect day)
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2015
con Benicio del Toro, Tim Robbins
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Siamo in Bosnia nel 1995, verso la fine della guerra nei balcani. Alcuni membri di un'organizzazione umanitaria sono impegnati nella bonifica di un pozzo, dentro il quale è stato gettato il cadavere di un ciccione: se non verrà rimosso al più presto, le acque si contamineranno irrimediabilmente. Ma fra la ricerca di una corda (l'unica disponibile si è spezzata), le infinite pastoie della burocrazia delle Nazioni Unite, il boicottaggio da parte degli stessi abitanti del luogo, e difficoltà logistiche di ogni tipo – dalle mucche minate (!) ai bisticci personali o sentimentali fra i membri del gruppo – si scoprirà che in tempo di guerra anche i piccoli problemi possono diventare insormontabili. Diretta da un regista spagnolo (e girata in Spagna, nonostante il setting balcanico) e con un cast internazionale (Benicio del Toro, Tim Robbins, Mélanie Thierry, Olga Kurylenko), una black comedy grottesca e surreale nella vena di "No man's land" (anche se decisamente meno autentica e più radical chic), che ironizza sulla futilità e l'impotenza dei volontari delle ONG, senza trascurare di mostrare gli orrori della guerra, davanti ai quali a volte si perde un po' il senso delle cose. Buon ritmo, battute e dialoghi: a tratti ci si diverte, e gli interpreti sono convincenti. Ma nel complesso il film gira in tondo come i suoi personaggi, fallisce nel voler ergere il conflitto in Bosnia a scenario universale, e in fondo dice cose ovvie per non dire niente di nuovo.

30 agosto 2012

Piccoli omicidi tra amici (D. Boyle, 1995)

Piccoli omicidi tra amici (Shallow grave)
di Danny Boyle – GB 1995
con Ewan McGregor, Kerry Fox, Christopher Eccleston
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa e Sabrina.

Tre giovani amici che condividono un appartamento a Edimburgo (un giornalista, un avvocato e un'infermiera) organizzano audizioni goliardiche per trovare un quarto coinquilino che sia di loro gradimento. La scelta ricade su un sedicente scrittore dall'aria misteriosa: dopo una sola giornata, però, questi viene ritrovato morto per overdose nella sua camera, insieme a una valigia piena di denaro. I tre progettano di tenersi i soldi e di sbarazzarsi del cadavere, che fanno a pezzi e seppelliscono in un bosco: ma presto i sospetti e le paranoie cominceranno a incrinare la loro amicizia, mentre due gangster si mettono sulle tracce della valigia e la polizia sembra indagare su di loro. Dirompente esordio alla regia di Danny Boyle con un thriller cinico, vivace e frizzante (anche se il titolo italiano suggerisce più che si tratti di una black comedy), girato in economia e ambientato quasi interamente fra le quattro mura dell'appartamento condiviso dai tre protagonisti. La pellicola segna di fatto anche l'esordio come attore cinematografico di Ewan McGregor (in precedenza aveva avuto solo una particina), che con Boyle girerà poi i successivi "Trainspotting" e "Una vita esagerata". Ma anche i coprotagonisti Eccleston e Fox erano relativamente poco noti. L'incipit e alcune scene (come quelle con il pupazzo-bebé che si aggira sul pavimento) saranno di ispirazione proprio per l'opera seconda del regista, vale a dire "Trainspotting". La sceneggiatura è di John Hodge, la colonna sonora di Simon Boswell.

15 giugno 2012

C'era una volta in Anatolia (N. B. Ceylan, 2011)

C'era una volta in Anatolia (Bir zamanlar Anadolu'da)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2011
con Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdoğan
***1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Tre auto si muovono a fari accesi nell'oscurità, sulle strade sterrate delle colline e delle desolate campagne dell’Anatolia centrale (ci troviamo nella remota provincia di Kirikkale), attraversando campi arati o incolti, piantagioni di ulivi e villaggi sperduti. A bordo – fra gli altri – ci sono il commissario Nuci (Yılmaz Erdoğan), il medico Cemal (Muhammet Uzuner) e il procuratore Nusret (Taner Birsel), che scortano due fratelli arrestati per omicidio: uno di questi, Kenan (Fırat Tanış), ha promesso di condurli fino al luogo dove è sepolto il cadavere della loro vittima, ma non ricordandosi con precisione la località finisce per costringere gli uomini della scorta a una lunga odissea notturna, che terminerà soltanto all’alba. Più che un poliziesco sui generis, un film corale e di grande fascino ed atmosfera, costruito attorno a un minuscolo fatto di cronaca (di cui peraltro non tutto ci viene rivelato), che ritrae un nucleo di figure complesse e sfaccettate in un forte crescendo narrativo e cinematografico. La sceneggiatura cesella con lievi tocchi le psicologie dei numerosi personaggi, rinchiusi in una sorta di limbo o sul ciglio di un abisso: ad alcuni è dato giusto qualche breve “momento di gloria” (l’autista Arap, il comandante militare, lo stesso sospettato Kenan), mentre altri (il commissario, il procuratore, il medico) assurgono al ruolo di veri protagonisti: tutti hanno un doloroso passato da raccontare – o magari da tenere segreto – e un difficile presente da vivere, e le loro storie personali si inseriscono con grande naturalezza all’interno della vicenda comune. Molti i dialoghi che si sovrappongono nel corso della notte: si parla o si filosofeggia di futilità (lo yogurt di bufala, il nuovo cimitero del villaggio, gli strumenti in dotazione all’ospedale), di lavoro, di problemi famigliari (malattie, matrimoni, morti, divorzi); si fanno battute ("Così non si entra nell'Unione Europea!"), ci si vanta di assomigliare a Clark Gable, affiorano malumori, frustrazioni, rimorsi, sensi di colpa ("In fin dei conti, chiunque si suicidi lo fa per punire qualcun altro"). E mentre la notte è sferzata dal vento, dai lampi, dalla pioggia e dalla tempesta, non mancano gli squarci soprannaturali: fa pensare a Tarkovskij, per esempio, la scena del cane del morto (un pastore tedesco) che si ripresenta sulla fossa dove è stato sepolto il suo padrone, come un messaggero che collega il mondo dei vivi con quello dei defunti. Se dobbiamo trovare un difetto a un film nel complesso assai riuscito, è probabilmente l’eccessiva lunghezza (quasi due ore e mezza): l’ultima parte, quella che ci conduce fino all’autopsia, poteva forse essere un po’ sforbiciata. Ma è evidente che Ceylan, da vero artista, non può essere imbrigliato e ha realizzato il suo film inserendovi tutti gli spunti che gli provenivano da varie direzioni (da Tarantino a Cechov, per non parlare del titolo che scherza con l’epica alla Sergio Leone). Fra le tante scene memorabili, brilla di luce propria – è davvero il caso di dirlo! – quella in cui la figlia del sindaco porta il tè agli uomini che attendono nell’oscurità, illuminando con la lanterna e la propria presenza “angelica” l’ambiente e l’animo dei presenti. Tutti rimangono colpiti da lei, e Kenan addirittura vede il fantasma dell’uomo ucciso. Magnifica, come sempre nei lavori del regista turco, la fotografia, qui rivolta soprattutto alla resa dei paesaggi notturni (con quelle luci – così abbaglianti – delle vetture che illuminano la strada). Fra gli interpreti spicca l’intenso Uzuner nella parte del medico, carico di malinconici segreti, che nel finale si concede un profondo sguardo in camera. Una possibile lettura che mi è sorta in mente mentre vedevo il film, probabilmente nemmeno pensata o voluta dal regista, è cristologica: gli uomini che si muovono a bordo delle tre vetture sono in tutto tredici (i due arrestati, il commissario e un agente, il procuratore e il suo assistente, il medico, i due militari, i due uomini con le pale, i due autisti); e Kenan, che si autoaccusa del delitto (quando è evidente che è stato commesso dal fratello ritardato), è un Cristo che si sacrifica per espiare le colpe altrui: unico con i capelli lunghi e la barba, al momento dell’arresto viene insultato dalla folla che gli tira addosso anche delle pietre; se si aggiungono la sua affermazione di essere il “padre” anche del figlio della sua vittima, l’apparizione soprannaturale del morto, la visione “angelica” della figlia del sindaco, l’ambientazione medio-orientale (i campi pietrosi e gli ulivi) e le varie tappe del viaggio notturno che configurano una sorta di “via crucis”, direi che le suggestioni in tal senso non mancano!

31 maggio 2012

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, 1944)

Arsenico e vecchi merletti (Arsenic and old lace)
di Frank Capra – USA 1944
con Cary Grant, Priscilla Lane
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ginevra

In partenza per il viaggio di nozze, il critico teatrale Mortimer Brewster si ferma a dare un salutino alle zie Abby e Martha, due zitelle che vivono – benvolute da tutti – in un tranquillo quartiere di Brooklyn. Ma la sconvolgente quanto casuale scoperta di un cadavere che riposa nella cassapanca delle zie sconvolge i piani di Mortimer. Le care vecchiette gli confessano candidamente che hanno l’abitudine di avvelenare – con una mistura di “arsenico, stricnina e cianuro” – anziani sconosciuti che invitano nella loro casa, allo scopo di donare loro pace e tranquillità e non farli più soffrire di solitudine: i corpi vengono poi seppelliti in cantina dall’altro nipote Teddy, che nella sua follia si crede Theodore Roosevelt ed è convinto di scavare “le chiuse del canale di Panama”. La situazione si fa ancora più complicata e grottesca con l’inatteso arrivo del terzo fratello, Jonathan, gangster in fuga dalla polizia che spera di trovare un rifugio sicuro in casa delle zie; con lui – che come se non bastasse ha a sua volta un cadavere da nascondere in cantina, quello del “signor Spenalzo” – c’è anche l’ambiguo dottor Einstein (Peter Lorre), un medico che gli ha praticato una plastica facciale trasformandolo in un sosia di Boris Karloff. Fra tanti shock e pericoli, Mortimer comincia a dubitare anche della propria sanità mentale: con tutti questi pazzi e assassini nella sua famiglia, come potrà vivere tranquillamente con la sua nuova moglie? Tratto dall’omonima commedia di Joseph Kesselring, in scena a Broadway dal 1933 (alcuni degli attori, come le ziette Josephine Hull e Jean Adair e il nipote folle John Alexander, sono gli stessi della versione teatrale), una folle, scatenata ed esilarante black comedy senza un attimo di tregua dall’inizio alla fine: personalmente è il mio preferito fra tutti i film di Frank Capra, paladino del "buonismo" che per una volta si concede un pizzico di irriverenza e di sfida alle convenzioni. Fu girato nel 1941 ma distribuito solo tre anni dopo, quando la versione teatrale aveva ormai lasciato le scene. Anche se l’adattamento dei fratelli Julius e Philip Epstein è ottimo, nel passaggio dal palcoscenico al film si perde un po' di autoreferenzialità: Mortimer, che si scaglia continuamente contro le convenzioni teatrali e la prevedibilità di certi spettacoli, a un certo punto mima una scena di una commedia che ha visto in cui un uomo non si rende conto del pericolo alle sue spalle: esattamente quello che sta accadendo a lui in quel momento; altri personaggi (il poliziotto, il direttore del manicomio) gli sottopongono in continuazione le commedie da loro scritte, per ricevere un parere o un incoraggiamento; e del personaggio di Jonathan si dice che “assomiglia a Boris Karloff”, quando a teatro era interpretato proprio dal protagonista di "Frankenstein" (che purtroppo, impegnato a Broadway, non ebbe il tempo di recitare anche nel film ed è sostituito da Raymond Massey). Straordinario comunque il cast, con note di merito per Cary Grant (espressivo come non mai) e Peter Lorre. Priscilla Lane è la neosposa di Mortimer, Edward Everett Norton è il direttore del manicomio.

11 giugno 2011

Atmen (Karl Markovics, 2011)

Atmen
di Karl Markovics – Austria 2010
con Thomas Schubert, Karin Lischka
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciottenne Roman Kogler, cresciuto fra orfanotrofi e riformatori (e dunque mai veramente "libero"), è ora imprigionato in un centro di detenzione giovanile per avere involontariamente ucciso un coetaneo quattro anni prima, in reazione al suo tentativo di soffocarlo per scherzo con la maglietta. Apatico, chiuso e introverso, è in attesa dell'udienza che potrebbe restituirgli la libertà condizionata; e nel frattempo ottiene un permesso per uscire ogni giorno ed andare a lavorare in un mortuario, dove si occupa del trasporto di cadaveri (il che richiede, occasionalmente, anche di prelevarli nelle case, di lavarli e di vestirli: proprio come in "Departures", film con il quale questa pellicola condivide alcuni aspetti ma non certo il taglio narrativo e l'estetica romantica). In difficoltà nei confronti del mondo e della vita ("L'inferno sono gli altri", cita a un certo punto un personaggio), Roman si trova invece a proprio agio con i morti: ma lentamente il difficile rapporto con i colleghi si scioglie nell'amicizia, alcuni brevi incontri (come quello con una ragazza straniera in treno) lo spingono a una maggiore apertura, e soprattutto ha la forza di andare in cerca della madre che lo aveva abbandonato alla nascita (e che, a sua volta, aveva tentato di soffocarlo da piccolo, prima di reinfondere in lui il soffio della vita). Un film dalle scenografie fredde e asettiche e dall'incedere minimalista, ma che affronta temi psicologici che vanno ben oltre la semplice esistenza del protagonista. Il tema del soffocamento (reale o metaforico) e del bisogno di "respirare" è esplicitato dal titolo, che significa appunto "respiro", e si rispecchia in molti particolari del film, che dunque dimostra di essere assai meditato: dal fumo delle sigarette che Roman inala, all'aria che trattiene quando si tuffa in piscina. Eccellenti le interpretazioni, e davvero un buon esordio alla regia per l'attore Karl Markovics.

13 marzo 2011

Frankenstein di Mary Shelley (K. Branagh, 1994)

Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley's Frankenstein)
di Kenneth Branagh – USA 1994
con Kenneth Branagh, Robert De Niro
**

Visto in DVD.

Sulla falsariga del "Dracula di Bram Stoker" diretto due anni prima da Francis Ford Coppola (che qui figura come produttore), Branagh tenta di infondere nuova linfa in uno dei più classici personaggi horror, facendo piazza pulita di tutte le precedenti versioni cinematografiche (in particolare di quelle con Boris Karloff, che tanto hanno influito nell'immaginario comune) e restando il più fedele possibile (ma nemmeno troppo) al romanzo gotico di Mary Shelley, senza peraltro rinunciare a uno stile "moderno" e hollywoodiano, con tanto di fotografia patinata e musica pomposa. La storia, naturalmente, è nota: il giovane medico Viktor Frankenstein, ossessionato dal desiderio di sconfiggere la morte dopo la scomparsa della madre, modella una creatura cucendo insieme i pezzi di vari cadaveri (fra cui quello di un assassino), inserendole il cervello di uno scienziato e dandole vita con l'elettricità. Ma il mostro che ne risulta è aggressivo e infelice, e progetta di vendicarsi del suo creatore. Nello scontro finale, fra i ghiacci del Polo Nord, periranno entrambi. Anche se non mancano sequenze di grande impatto, come quelle che vedono il protagonista all'opera nel suo laboratorio e in generale tutta la mezz'ora finale (dove spicca la scena in cui il mostro strappa il cuore della sposa di Viktor durante la prima notte di nozze), complessivamente il film delude per colpa dell'eccessiva enfasi visiva, di una certa ingenuità nei dialoghi e di una sceneggiatura superficiale che banalizza i temi dell'opera originale (l'umanità del mostro, la sfida della scienza a Dio). Poco riuscito il personaggio del mostro, che De Niro – anche per colpa del trucco fin troppo pesante – non riesce a rendere abbastanza tormentato per suscitare la necessaria empatia nel pubblico. Branagh, dal suo canto, sembra interessato soprattutto a mettere in mostra sé stesso e il proprio fisico: il vero protagonista del film è lo scienziato, non la creatura. Apprezzabili, comunque, le rivisitazioni di episodi celebri come l'incontro del mostro con il vecchio cieco (interpretato da Richard Briers) e la nascita della "moglie di Frankenstein" (Helena Bonham Carter, sorprendentemente all'altezza). Il cast comprende anche Tom Hulce (l'amico e compagno di studi di Viktor), Ian Holm (il padre) e soprattutto un irriconoscibile John Cleese (il mentore di Viktor, il cui cervello viene poi innestato nella creatura).

10 marzo 2011

Ladri di cadaveri (John Landis, 2010)

Ladri di cadaveri (Burke & Hare)
di John Landis – Gran Bretagna 2010
con Simon Pegg, Andy Serkis
***

Visto al cinema Centrale.

John Landis torna al cinema dopo dodici anni di assenza con una divertente e dissacrante black comedy che racconta la storia vera ("tranne le parti che non lo sono", come recita il cartello introduttivo) di Burke & Hare, famigerati "procacciatori" di cadaveri per le scuole di anatomia di Edimburgo agli inizi dell'ottocento, una vicenda già fonte di ispirazione per altre pellicole (come "La iena" di Robert Wise, con Boris Karloff e Bela Lugosi). A quei tempi la legge imponeva di usare a scopi scientifici soltanto i corpi dei condannati a morte, che però – in un periodo in cui lo studio della medicina era in forte sviluppo – erano in numero insufficiente a coprire la richiesta. Questo aveva fatto crescere a dismisura il valore dei cadaveri, e la milizia era costretta a pattugliare i cimiteri per impedire agli "scavafosse" più disperati di trafugare le salme appena sepolte. Burke e Hare, due immigrati irlandesi, ebbero l'idea di trasformarsi in serial killer per procurarsi la materia prima da offrire al compiacente dottor Knox. In seguito al clamore che fece il loro caso, venne persino cambiata la legge, introducendo la possibilità per i familiari dei defunti di donare il loro corpo alla scienza. Non sarà un ritorno ai tempi d'oro di "Blues Brothers" e "Una poltrona per due", ma dal lato del puro intrattenimento il film non delude le attese e presenta tutto quello che era lecito attendersi da Landis (e dal genere): humour nero, situazioni grottesche, gag visive e comicità caustica e irriverente (compresa la satira verso le istituzioni, da sempre presente nei lavori del regista, che a dire il vero stavolta ne ha per tutti); ma offre anche inaspettate e interessanti chiavi di lettura, come quella fornita dalla trovata di intrecciare la storia dei due criminali con una rappresentazione tutta al femminile del sanguinolento "Macbeth" di Shakespeare (Burke compie i delitti per finanziare lo spettacolo teatrale della donna di cui è innamorato: un'allusione di Landis alle proprie difficoltà nel trovare fondi per fare cinema?) o la sottotrama delle prove fotografiche (il dottor Knox fa immortalare con questa tecnologia innovativa i cadaveri che seziona, in modo da creare una rivoluzionaria "mappa del corpo umano"; ma proprio le foto dei corpi incastreranno Burke e Hare, convinti di essere al sicuro in assenza di testimoni e con i cadaveri ormai distrutti: C.S.I. ante litteram!). Fenomenale il cast, con molti caratteristi e volti noti: oltre ai due protagonisti (Andy "Gollum" Serkis e Simon "Shaun of the dead" Pegg), ci sono le autoironiche Isla Fisher e Jessica Hynes nei ruoli femminili (più la Jenny Agutter de "Un lupo mannaro americano a Londra" in una piccola parte), Tom Wilkinson e Tim Curry in quelli dei due medici rivali, e ancora diversi comici britannici come Ronnie Corbett (il capo della milizia) o Bill Bailey (il boia), per finire con i camei di Christopher Lee, Ray Harryhausen e persino Costa Gavras (con tutta la famiglia, in fotografia), senza contare l'apparizione a sorpresa, proprio alla fine, del "vero" William Burke!

21 settembre 2010

Silent souls (A. Fedorchenko, 2010)

Silent souls (Ovsyanki)
di Aleksei Fedorchenko – Russia 2010
con Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Marisa e Lucia.

Aist appartiene ai Merja, un'antica etnia russa di origine finnica, le cui tradizioni sono ancora vive sebbene in via d'estinzione. I suoi ricordi d'infanzia, legati in particolare al padre poeta, lo spingono a mettere per iscritto memorie, riti e sensazioni. Alla morte della moglie di Miron, suo amico e superiore, lo accompagna nel viaggio di addio alla salma: come prevedono le antiche usanze dei Merja, infatti, il cadavere deve essere agghindato, trasportato fino alla riva di un fiume e bruciato su una pira funebre, per poi spargere le ceneri nell'acqua. Impossibile non pensare, anche solo in parte, a "Departures": anche qui, naturalmente, il riferimento è al mito di Caronte. Ma rispetto al film giapponese, in questo riflessivo viaggio di accompagnamento verso la morte – nel corso del quale non viene mai smarrito il contatto con la vita, anche attraverso la carnalità e il sesso – manca qualcosa in termini di emozioni, e soprattutto il finale improvviso e irrisolto lascia un po' perplessi: nell'insieme, è più accademico che poetico. Il titolo originale significa "gli zigoli", come la coppia di uccellini in gabbia che il protagonista acquista al mercato e che faranno compagnia ai due uomini durante il viaggio, causando in ultima istanza anche la loro morte.

20 settembre 2010

The ditch (Wang Bing, 2010)

The ditch (Jiabiangou)
di Wang Bing – Hong Kong 2010
con Lu Yo, Lian Renjun, Yang Haoyu
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Cinema radicale, rigoroso, monolitico e a tratti quasi insostenibile. Il primo lungometraggio di finzione del documentarista Wang Bing è ambientato in un "campo di rieducazione" maoista alla fine degli anni cinquanta, nel Deserto dei Gobi, dove venivano spediti i dissidenti politici, i reazionari ma anche tutti gli intellettuali che semplicemente esprimevano idee o pareri non allineati alle direttive del partito. Il compito dei prigionieri, condannati ai lavori forzati, sarebbe quello di scavare fossati e dissodare quattromila ettari di terreno desertico: ma il clima, il freddo, la fame e la carestia impediscono persino di svolgere questo lavoro, confinando gli uomini nei dormitori sotterranei dove muoiono come mosche. Pur di sopravvivere, ogni stratagemma è buono, come cibarsi di semi o di topi: molti si spingono fino a nutrirsi dei corpi dei compagni morti. Una donna giunta lì in visita (una delle poche rimaste fedeli, visto che la maggior parte dei prigionieri riceve, prima o poi, la comunicazione del divorzio) cerca disperatamente il cadavere del marito, sepolto fra la sabbia del deserto... La pellicola procede accumulando lunghi piani sequenza che mostrano le dure condizioni del campo, senza compromessi e senza concessioni di alcun tipo allo spettatore. E alla fine rimane una sola frase: "I vivi contano più dei morti". Il regista, che ha girato quasi clandestinamente e senza autorizzazione, ha impiegato sei anni a raccogliere testimonianze dai sopravvissuti dei campi. La pellicola pertanto non è targata Cina, ma è coprodotta da Hong Kong, Francia e Belgio.

17 settembre 2010

Post mortem (Pablo Larraín, 2010)

Post mortem
di Pablo Larraín – Cile 2010
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

I grandi eventi storici si intrecciano con quelli personali in un film dai toni cupi e di grande intensità e spessore che si sviluppa su più piani, tracciando un ardito paragone fra la fine delle illusioni di un paese e quelle di un singolo individuo. Mario è un uomo grigio, triste e solo: si definisce un "funzionario" ed è avvezzo alla morte, visto che trascrive i referti delle autopsie presso l'obitorio di Santiago del Cile. È anche innamorato della vicina di casa, una ballerina di cabaret anoressica che invece preferisce frequentare un giovane attivista politico di sinistra. Tutto cambierà quando esplode il colpo di stato del 1973. Indimenticabili, per la loro potenza comunicativa, alcune sequenze che sembrano brillare di luce propria: su tutte, quella in cui Mario e i suoi colleghi si ritrovano a fare l'autopsia di Salvador Allende, oppure le montagne di cadaveri che si accumulano nelle corsie dell'obitorio, con il protagonista che li trasporta imperturbabile con il suo carrello. Ma indicativo è il momento in cui l'automobile di Mario "fende" un corteo di protesta politica, al quale evidentemente l'uomo non è interessato; e le due interminabili scene, con camera fissa, che mostrano il pianto dei personaggi principali e l'accatastamento dei mobili – nel finale – contro la porta dietro alla quale si nascondono gli amanti: è il Cile che seppellisce la propria storia e le proprie speranze. Il regista è abile nel mostrare, prendendosi il proprio tempo, l'anestesia che porta gli uomini ad assuefarsi alla morte e alla violenza, o il dolore personale che conduce a decisioni radicali e irrevocabili. Forse inizialmente la pellicola si lascia seguire un po' a fatica, anche per l'impenetrabilità del protagonista, ma alla resa dei conti si rivela davvero soddisfacente.

22 aprile 2010

Departures (Yojiro Takita, 2008)

Departures (Okuribito)
di Yojiro Takita – Giappone 2008
con Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki
***

Visto al cinema Eliseo, con Rachele.

Vincitore a sorpresa dell'Oscar per il miglior film straniero nel 2009, "Departures" affronta il tema del lutto e dell'addio alle persone care da un punto di vista decisamente insolito, dimostrando che l'amore per la vita passa anche attraverso il rispetto per la morte. Il protagonista Daigo, violoncellista costretto a rinunciare alla carriera musicale dopo lo scioglimento della sua orchestra e trasferitosi da Tokyo al suo paese natale nella prefettura di Yamagata, trova lavoro in quella che credeva essere un'agenzia turistica e che invece si occupa di "necro-cosmesi": il suo compito consiste nel preparare i corpi dei defunti per il loro "viaggio finale", ripulendoli, vestendoli e truccandoli affinché ricevano l'ultimo saluto da parte dei parenti prima della cremazione. Ma anche nella cultura giapponese, così sensibile e attenta al ciclo della vita, la morte è quasi un argomento tabù: poiché da sempre i defunti vengono appunto inceneriti, lavorare a contatto con i cadaveri è considerato impuro e degradante; ecco perché Daigo tiene inizialmente nascosto il proprio mestiere ("tanato-esteta") alla moglie, che quando lo scopre minaccia di lasciarlo e rifiuta di lasciarsi toccare da lui; a un certo punto vediamo persino un amico togliergli il saluto a causa della sua professione. Eppure, lavorando con passione e amore, pian piano il protagonista riesce a conquistare la giusta serenità che finisce col contagiare anche coloro che gli stanno attorno, guadagnandosi rispetto e comprensione. Ben lungi dall'essere un semplice rituale o una cerimonia vuota e "inutile" (come potrebbe sembrare a prima vista, dato che i corpi verranno comunque cremati subito dopo), il suo lavoro diventa un mezzo per ricomporre i dissidi e i contrasti irrisolti in vita, come mostra il caso dei genitori che solo dopo la morte accettano la natura "femminile" del loro figlio travestito. E nel finale, proprio attraverso il rito della vestizione e della pulitura del suo corpo, lo stesso Daigo recupera anche il rapporto con il padre, che aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora un bambino. Pur non particolarmente innovativa dal lato cinematografico (ma scenografia e ambientazione hanno un fascino particolare), la pellicola ha i suoi maggiori pregi nel soggetto e nella delicatezza in cui questo è trattato. Tutto, nel film, ci ricorda che la morte è parte essenziale della vita: la natura (i salmoni che risalgono la corrente del fiume per poi morire), l'amore (dopo aver visto il suo primo cadavere, Daigo sente l'esigenza di abbracciare la moglie per "attaccarsi" a qualcosa di vivo), il cibo (i personaggi si rendono conto del fatto che la carne che mangiano proviene da animali morti: fortunatamente questo non si traduce in un rifiuto – come nel caso dei vegetariani più estremi – ma in una maggior consapevolezza), il rapporto con i genitori (che si concretizza e si rafforza anche dopo la loro dipartita: non solo nel caso di Daigo, ma anche del suo amico, il figlio della donna che gestisce il bagno pubblico, e in generale di tutti i parenti di coloro alle cui cerimonie funebri assistiamo sullo schermo) e persino la musica (mentre il protagonista suona il violoncello, immerso fra le montagne e i campi, la primavera prende il posto dell'inverno e ogni cosa rinasce a nuova vita). Nella prima parte non mancano passaggi decisamente comici o grotteschi (il polpo che la moglie di Daigo sta per cucinare e che si rivela essere ancora vivo; la preparazione del filmato "dimostrativo" con Daigo come modello), che poi lasciano il posto a un profondo umanesimo che si sviluppa con lentezza e poesia. Anche la colonna sonora di Joe Hisaishi (a parte alcuni brani di Beethoven, Brahms e Schubert) è più commovente e melodica del solito.