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23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

22 dicembre 2019

Pinocchio (Matteo Garrone, 2019)

Pinocchio
di Matteo Garrone – Italia 2019
con Federico Ielapi, Roberto Benigni
***

Visto al cinema Colosseo.

I registi italiani sembrano avere una predilezione, se non una vera e propria ossessione, per il personaggio di Collodi, protagonista della favola italiana più nota nel mondo. E dopo le versioni, fra le altre, di Luigi Comencini e Roberto Benigni, ecco arrivare quella di Matteo Garrone, che già nel 2015 aveva compiuto un'incursione nel campo delle fiabe con "Il racconto dei racconti". Il rischio, giungendo dopo così tanti predecessori (non dimentichiamo il film animato della Disney, forse la versione più popolare di tutte, del quale fra l'altro sarebbe in cantiere un remake in live action), era quello di risultare datato o già visto: ma questo "Pinocchio" ha il merito di bilanciarsi perfettamente fra la fedeltà al testo originale, di cui riprende tutti gli episodi, e un'impronta visiva affascinante e pittorica, eccellente per atmosfera, costumi e scenografie, dove anche i personaggi più fantastici (come il burattino stesso o gli animali antropomorfi) assumono una palpabile concretezza grazie al make up, ad effetti digitali (e artigianali!) e a una fotografia (di Nicolaj Brüel) che fonde mirabilmente il mondo magico con quello del quotidiano. In fondo, spogliata dal linguaggio della fiaba (e dal moralismo ottocentesco), quella che Pinocchio visita è la realtà del mondo degli adulti, che ha le sue regole e le sue punizioni: una realtà trasfigurata dalle fantasie e dall'immaginazione di un bambino con tutte le sue tentazioni, le paure e i desideri, un bambino che vuole fare le marachelle ma ha paura delle conseguenze. La natura affabulatoria della novella è conservata, affascinando anche uno spettatore che conosca già a menadito le vicende del burattino di legno e le sue disavventure mentre va all'esplorazione di un mondo vasto, sconosciuto e ricco di pericoli e tranelli. E la naturalezza con cui sullo schermo convivono personaggi quasi neorealisti (falegnami, pastori, osti, contadini) e ambientazioni veriste (le campagne o le colline della Toscana, ritratte in diverse stagioni) con creature fiabesche (fate, marionette viventi, animali in parte o del tutto antropomorfi) è il punto di forza di un film superbo per le interpretazioni e per la qualità dell'immagine, che pur non perdendo mai di vista il rispetto per la fonte originale (è forse uno degli adattamenti più fedeli di sempre) si premura di limitarne in qualche modo gli elementi più datati (come gli intenti pedagogici, eliminando per esempio la paternalistica voce del narratore) senza peraltro edulcorare quelli più cupi (l'onnipresente tema della morte). L'abilità di Garrone sta anche nel sottolineare aspetti che erano presenti in Collodi ma quasi dimenticati rispetto ad altri divenuti più popolari (come il naso che si allunga, qui presente in una sola scena): basti pensare, per esempio, ad alcuni passaggi satirici, grotteschi o non-sense che non stonerebbero in "Alice nel paese delle meraviglie" (come il processo in cui Pinocchio viene assolto perché "colpevole"). Se l'interpretazione del piccolo Ielapi nel ruolo del burattino di legno è filtrata dal trucco e dagli effetti digitali, il resto del cast brilla per l'azzeccata scelta dei volti e la totale immersione nel mondo di Collodi. Roberto Benigni, che nel fallimentare film del 2002 da lui diretto aveva interpretato il burattino (e forse proprio quello era stato il motivo del suo fallimento), veste qui i panni, assai più adatti a lui, del falegname Geppetto. Massimo Ceccherini, forse il migliore del cast (nonché co-sceneggiatore insieme a Garrone) è la Volpe. Rocco Papaleo è il Gatto, Gigi Proietti è Mangiafuoco, Marine Vacth è la Fata Turchina da adulta (già, perché appare anche da bambina, intepretata da Alida Baldari Calabria). Davide Marotta è un inquietante Grillo Parlante, il cui ruolo è ridotto rispetto ad altre versioni. Da ricordare anche Alessio Di Domenicantonio (Lucignolo), Enzo Vetrano (il maestro), Maria Pia Timo (la Lumaca), Paolo Graziosi (Mastro Ciliegia), Nino Scardina (l'Omino di burro che porta i bambini nel Paese dei Balocchi). Musiche di Dario Marianelli.

26 ottobre 2006

Pinocchio (B. Sharpsteen, H. Luske, 1940)

Pinocchio (id.)
di Ben Sharpsteen, Hamilton Luske – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con la mia nipotina Elena (quasi quattro anni).

Il secondo lungometraggio Disney dopo "Biancaneve" è tuttora uno dei migliori classici di animazione della casa di Burbank. Stupenda soprattutto la prima parte, con la magnifica sequenza nella casa di Geppetto (ben 35 minuti), fra orologi a cucù di ogni tipo, un'atmosfera da villaggio alpino (sembra di essere in Svizzera, in Tirolo o in Baviera, non certo nella Toscana di Collodi!), il grillo parlante che introduce lo spettatore alla storia, i battibecchi fra il gatto Figaro e la pesciolina Cleo, l'arrivo della fata azzurra (unico personaggio in rotoscope). L'animazione è calda, fluida e convincente. Gradevole anche la colonna sonora: non a caso il tema di When you wish upon a star è diventato il motivo musicale per eccellenza della Disney, presente tuttora nel suo logo introduttivo. La trama non è fedelissima al racconto di Collodi (gli elementi moralistici e pedagogici sono annaquati da un taglio più avventuroso e simpatico; Pinocchio stesso, più che bugiardo e indisciplinato, è fondamentalmente buono e ingenuo, vittima innocente dei raggiri del Gatto e della Volpe), ma ne conserva gli elementi principali (il naso che si allunga è presente in una sola occasione e non ha grande importanza nell'economia della vicenda, per esempio). Certo che a rivederlo oggi, alcuni passaggi del film fanno scalpore: i bimbi che fumano, per esempio, o il fatto che i "cattivi" rimangano impuniti o che nessuno salvi Lucignolo e gli altri bambini dal loro crudele destino (d'altronde era così anche nel romanzo di Collodi). È strano che gli americani non ne abbiano ancora fatto una versione politically correct (a differenza di "Fantasia", dal quale sono state epurate le scene con le centaurine "di colore"), anche se prima o poi arriverà l'inevitabile adattamento in live action. La parte finale, quella con la balena, è forse meno bella di tutto il resto, ma nel complesso il film rimane un grande classico degno del primissimo periodo dell'era Disney, quello dei cinque capolavori in cinque anni (1937-1942). Oltre a Sharpsteen e Luske, hanno diretto alcune sequenze anche Bill Roberts, Norman Ferguson, Jack Kinney, Wilfred Jackson e T. Hee.