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31 dicembre 2022

Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974)

Frankenstein Junior (Young Frankenstein)
di Mel Brooks – USA 1974
con Gene Wilder, Marty Feldman
****

Rivisto in DVD.

Il dottor Frederick von Frankenstein (Gene Wilder), nipote del celebre scienziato che anni prima creò il famigerato mostro, non sembra interessato a seguire le tracce del suo antenato, di cui quasi si vergogna (tanto da cambiare la pronuncia del suo stesso cognome). Almeno fino a quando non entra in possesso del suo diario, con le indicazioni dettagliate su come dare vita alla creatura. A quel punto, la tentazione di riprodurne gli esperimenti sarà troppo forte per resisterle... Pare che l'idea di realizzare una parodia del classico "Frankenstein" di James Whale (includendovi anche elementi dei successivi sequel, in particolare "La moglie di Frankenstein", da cui proviene la scena dell'eremita cieco, e "Il figlio di Frankenstein", da cui deriva il personaggio dell'ispettore Kemp) sia stata di Wilder, co-sceneggiatore del film insieme a Mel Brooks (al quarto lungometraggio: è senza dubbio il suo capolavoro). Grazie all'eccellente cast di interpreti, alla qualità delle battute, alla riproduzione delle atmosfere dell'originale (mediante la fotografia in bianco e nero, lo stile di inquadrature degli anni trenta, la colonna sonora e persino il riutilizzo di alcune scenografie dell'epoca, come le attrezzature del laboratorio realizzate da Kenneth Strickfaden), il risultato è al tempo stesso avvincente ed esilarante, da considerare una delle migliore parodie (nel senso che non stravolge o banalizza il materiale di cui si prende gioco, ma gli rende un fedele e affettuoso omaggio, con una stupefacente attenzione ai dettagli) e uno dei film più divertenti di tutti i tempi, tanto nella versione originale quanto in quella italiana, splendidamente adattata da Mario Maldesi, le cui battute (spesso "rimodellate") sono a tratti persino più memorabili di quelle originali (a partire dal leggendario "Lupo ululà... Castello ululì"). Grazie anche agli eccellenti doppiatori (come Oreste Lionello su Frankenstein, Gianni Bonagura su Igor, Livia Giampalmo su Inga), tantissime gag, semplici frasi o scambi di battute sono rimaste impresse nelle orecchie, nella memoria e nell'immaginario degli spettatori italiani, come ben pochi altri film possono vantare. Da "Si... può... fare!" a "Che lavoro schifoso!" - "Potrebbe essere peggio" - "E come?" - "Potrebbe piovere!"; da "Ma è un malocchio questo!" - "E questo no?" a "Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"; da "Rimetta... a posto... la candela!" a "Presto! Dategli un... sedadavo!", e potrei continuare per ore, citando praticamente tutto il film (senza dubbio uno dei lungometraggi più "citabili" di sempre!). A proposito dell'adattamento italiano, consiglio la lettura del bell'articolo di Evit pubblicato sul suo blog "Doppiaggi italioti". Dicevamo del cast: al fianco dell'ottimo Wilder, estremamente espressivo nel ruolo dello scienziato pazzo, c'è uno straordinario Marty Feldman nei panni del servo Igor ("Gobba? Quale gobba?"), forse il personaggio più divertente del film (è il suo ruolo più noto). Il mostro è interpretato da Peter Boyle, che gli dona un vasto range di emozioni e stravolge in chiave comica i manierismi che furono di Boris Karloff. Non è da meno il comparto femminile, che comprende Teri Garr (l'assistente Inga: "Allora avrebbe un enorme Schwanzstück!"), la sempre meravigliosa Madeline Kahn (Elizabeth, la fidanzata del dottore, che nel finale sfoggia le celebri mèches de "La moglie di Frankenstein") e Cloris Leachman ("Frau Blucher!", il cui nome è sempre seguito dal nitrire dei cavalli). Infine, da citare Kenneth Mars (l'ispettore Kemp) e naturalmente Gene Hackman (quasi irriconoscibile sotto il trucco dell'eremita cieco). Da notare che si tratta di uno dei rarissimi film di Mel Brooks in cui il regista non recita. Oltre alle gag verbali, non da meno sono quelle visive, alcune delle quali (spesso con protagonista Igor) facevano scoppiare dal ridere gli stessi attori sul set, costringendoli a rigirare intere scene. Fra le molte sequenze delle pellicole originali virate in parodia, oltre alla suddetta dell'eremita, da ricordare quella della bambina presso il lago. Il risultato è così divertente e, soprattutto, memorabile, che ormai è quasi impossibile guardare di nuovo i classici film della Universal senza ridere involontariamente a ogni scena. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura e il sonoro. Dal 2007 esiste anche un musical teatrale.

27 dicembre 2022

Frankenstein (James Whale, 1931)

Frankenstein (id.)
di James Whale – USA 1931
con Colin Clive, Boris Karloff
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e ambizioso scienziato Henry Frankenstein (Colin Clive) sogna nientemeno che di sfidare Dio e di creare la vita: a questo scopo "assembla" una creatura (con pezzi di cadaveri rubati nei cimiteri) e la "anima" grazie a una scarica elettrica. Ma il mostro (Boris Karloff), sfuggito al suo controllo, semina morte e terrore nel villaggio e nella campagna circostante. E lo stesso Henry, alla guida degli abitanti locali, sarà costretto a distruggerlo, facendolo perire nelle fiamme. Questo film seminale è il più celebre adattamento del romanzo di Mary Shelley ("Frankenstein o il moderno Prometeo", pubblicato nel 1818), anche se si rifà soprattutto alla versione teatrale di Peggy Webling (del 1927): straordinariamente influente nel plasmare tanto il genere horror (in particolare quello di mostri: assieme al coevo "Dracula" è il capostipite del filone della Universal) quanto la mitologia e l'estetica del mostro di Frankenstein stesso, ne è diventato il punto di riferimento essenziale e irrinunciabile. Di fatto le fattezze della creatura, nell'immaginario collettivo, sono ormai quelle di Karloff, con il make up (opera di Jack Pierce) che ne accentua la natura mostruosa (con la fronte, le mani e i piedi pronunciati, e i chiodi conficcati nel collo). Da allora, omaggi, riferimenti, parodie (al cinema ma anche nei fumetti e nei cartoni animati) non hanno potuto più prescindere da questo aspetto iconico, così diverso da tutto ciò che era venuto prima (per esempio nelle precedenti versioni cinematografiche dell'opera, come il film muto del 1910 di J. Searle Dawley). Il produttore Carl Laemmle Jr., che voleva replicare il successo di "Dracula", uscito pochi mesi prima, scelse il regista britannico James Whale dopo la rinuncia della prima scelta Robert Florey. Anche Karloff fu un ripiego, visto che inizialmente la star doveva essere la stessa di "Dracula", Bela Lugosi, che però rinunciò perché avrebbe preferito interpretare lo scienziato e non il mostro. Il resto del cast comprende Mae Clarke (Elizabeth, la fidanzata di Henry), Edward Van Sloan (il dottor Waldman, suo mentore), Frederick Kerr (il barone Frankenstein, suo padre) e Dwight Frye (Fritz, l'assistente gobbo, quello che nelle pellicole successive sarà rinominato Igor). L'ambientazione è immaginata nelle Alpi bavaresi, attorno al villaggio (fittizio) di Goldstadt, mentre il laboratorio di Frankenstein (con attrezzature ideate da Kenneth Strickfaden) è situato in un vecchio mulino abbandonato, lo stesso in cui, dato alle fiamme, perirà nel finale la creatura (distaccandosi in questo dal romanzo originale, dove il mostro, anziché nel fuoco, scompariva nelle acque ghiacciate dell'Artico).

Se il film, visto oggi, può sembrare datato per le tante ingenuità legate all'epoca e le concessioni al gusto hollywoodiano, a partire dalla trasformazione in positivo del dottor Frankenstein nella seconda parte (mentre la prima ce lo presentava come un vero e proprio "scienziato pazzo", determinato a travalicare i limiti della natura: anzi, proprio questa pellicola ha contribuito a codificarne la figura, con tanto di assistente deforme al seguito), che mette la testa a posto e, addirittura, anziché essere punito per la sua smisurata ambizione può godere di un lieto fine (con matrimonio, figlio in arrivo, e brindisi finale "alla salute dei Frankenstein", come se non fosse stato lui in fondo il responsabile di ogni tragedia), ciò nonostante non mancano le scene forti, orrorifiche o raccapriccianti: su tutte quella della morte della bambina, Maria, che viene (anche se non consapevolmente) annegata dal mostro. In effetti la censura ebbe da ridire (ed eravamo nel periodo precedente al codice Hays!), chiedendo che fosse tagliata, così come si oppose a una linea di dialogo considerata blasfema (quando Henry afferma "Ora so cosa si prova a essere Dio!"). Per mettere le mani avanti, Laemmle fece inserire un prologo in testa al film, in cui Van Sloan preannuncia agli spettatori che il film «vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi! Se pensate che non sia il caso di sottoporre a una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi... be', vi abbiamo avvertito!». Da notare anche i titoli di testa, dove il nome dell'attore che interpreta il mostro è sostituito da un punto interrogativo. A film terminato, nei titoli di coda i credits ritornano ("Un buon cast merita di essere ripetuto"), stavolta con il nome di Karloff reinstallato. La fotografia, cupa ed espressionista, è di Arthur Edeson. L'enorme successo al botteghino portò alla realizzazione di una serie di sequel (solo il primo, "La moglie di Frankenstein" del 1935, diretto ancora da Whale), crossover (in cui la creatura incontra altri mostri della Universal, come Dracula o l'uomo invisibile), spin-off, remake (come quello di Kenneth Branagh del 1994), omaggi (come "Demoni e dei") e parodie, la più celebre delle quali (nonché la più fedele al materiale di partenza, arrivando persino a riutilizzare parte dei set originali) è senza dubbio il "Frankenstein Junior" di Mel Brooks (1974), così fedele che oggi è difficile guardare i film di Whale senza pensare, praticamente in ogni scena, alla loro versione comica. Ma è quello che capita un po' a tutte le opere iconiche: l'immaginario popolare se ne appropria e le svuota dell'impatto o dei significati originari.

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

29 dicembre 2021

Don't look up (Adam McKay, 2021)

Don't Look Up (id.)
di Adam McKay – USA 2021
con Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence
*1/2

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il professore di astronomia Randall Mindy (Leonardo DiCaprio) e la sua dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) scoprono che una gigantesca cometa, dal diametro di dieci chilometri, è in rotta di collisione con la Terra e colpirà il pianeta entro sei mesi, minacciando di estinguere ogni forma di vita. Cercano allora di lanciare l'allarme, ma il mondo è troppo stupido per capirlo. I loro tentativi si scontrano infatti con l'ottusità dei politici – a cominciare dal presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean (Meryl Streep) – e l'indifferenza del pubblico, interessato solo a gossip e vacuità varie. Pastrocchio senza capo né coda, funestato da fastidiosissimi cambi di registro: il progetto iniziale, con ogni probabilità, era quello di fare solo una satira politica, puntata soprattutto verso l'amministrazione Trump, con i suoi slogan, la cecità (motivata da interessi e cinismo) di fronte a emergenze globali come i cambiamenti climatici, e la discutibile gestione del pubblico e del privato (nepotismo compreso: il segretario di stato (Jonah Hill) è il figlio del presidente). Ma essendosi la lavorazione del film protratta in piena pandemia di Covid-19, la satira è finita inevitabilmente per rivolgersi verso la situazione attuale, l'emergenza sanitaria appunto (basta sostituire il virus con la cometa!), con tutto il corredo di negazionisti, complottisti o semplicemente persone che prendono le decisioni sbagliate per ignoranza, incomprensione del pericolo, diffidenza verso la scienza, o desiderio di autodistruzione. Il che sarebbe anche valido, intendiamoci: ma sceneggiatura e regia, oltre a mancare di ogni sottigliezza (e rendendo così fastidiosa la divisione fra chi sa la verità e chi rifiuta di vederla, ovvero "buoni" e "cattivi"), non sembrano nemmeno capaci di mantenere lo stesso taglio per più di dieci minuti: e così si passa da momenti che sembrano uscire da "Idiocracy", dove tutti sono incredibilmente stupidi, ad altri che vorrebbero essere "seri" e toccanti, come gran parte del finale; e gli stessi personaggi (quello interpretato da DiCaprio in primis) oscillano in continuazione da un estremo all'altro, senza una personalità chiara. Il tutto ricorda un altro (brutto) film, "Mars attacks", che aveva gli stessi difetti: un mix di registri che alla lunga spiazza lo spettatore. Immaginatevi un "Dottor Stranamore" con scene toccanti o ispirazionali nel finale: che ci azzeccano? Il vasto cast – ci sono anche Mark Rylance (la parodia di Steve Jobs/Elon Musk), Cate Blanchett (la giornalista tv), Timothée Chalamet (lo skateboarder), Ron Perlman (il militare astronauta), Ariana Grande (praticamente sé stessa), Himesh Patel (l'ex di Kate) e altri ancora – serve solo a far numero: l'unico che recita intensamente è DiCaprio, gli altri sono macchiette. Il titolo del film ("Non guardate sopra" nei dialoghi italiani: perché non intitolare anche la pellicola così?) è lo slogan usato dal presidente Orlean e dei suoi seguaci per negare l'esistenza della cometa.

11 ottobre 2021

From beyond (Stuart Gordon, 1986)

From Beyond - Terrore dall'ignoto (From Beyond)
di Stuart Gordon – USA 1986
con Barbara Crampton, Jeffrey Combs
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il dottor Pretorius (Ted Sorel) e il suo assistente Crawford (Jeffrey Combs) mettono a punto una macchina, il "risonatore", capace di stimolare la ghiandola pineale e risvegliare così una sorta di "sesto senso" che permette di guardare in un'altra dimensione attorno a noi, popolata da pericolosi e orripilanti mostri. Dopo l'apparente morte di Pretorius, Craword viene ritenuto pazzo e affidato alle cure di una psichiatra, la dottoressa McMichaels (Barbara Crampton), che gli suggerisce di ritentare l'esperimento... Il secondo film di Stuart Gordon, come il precedente "Re-animator", è ispirato a un racconto di H.P. Lovecraft ("Dall'ignoto"), sceneggiato da Dennis Paoli e prodotto dal suo amico Brian Yuzna (oltre che interpretato dagli stessi attori), e fonde l'horror (anzi, in questo caso il body horror) con la fantascienza. Pur tecnicamente un B-movie (il budget è basso, anche se gli effetti speciali artigianali non sono da buttar via, soprattutto nel mettere in scena mostri grotteschi come Pretorius, trasformato in un ammasso informe di carne; e la lavorazione, per risparmiare, fu effettuata in Italia, a "Dinocittà"), è un film folle e visionario, malsano e disgustoso, ai limiti dell'exploitation, tanto da essersi ritagliato – come il lavoro precedente del regista – un'aura da cult movie. A tratti si respira aria di Cronenberg. La storia sfiora molti temi, compreso quello delle pulsioni sessuali (Pretorius era un pervertito sadomasochista, e la macchina, oltre a materializzare i mostri, influenza anche gli istinti e le inibizioni erotiche), oltre naturalmente all'abusato dibattito sui limiti della curiosità scientifica, e non mancano scene ad effetto (Crawford trasformato in uno zombie mangiacervelli) che aiutano a superare i limiti intrinseci del genere, le ingenuità anni ottanta e la povertà produttiva. Nel cast anche Ken Foree (l'agente "Bubba" Brownlee) e Carolyn Purdy, moglie del regista (la dottoressa Bloch). Musiche di Richard Band.

12 gennaio 2021

Little Joe (Jessica Hausner, 2019)

Little Joe (id.)
di Jessica Hausner – Austria/Germania/GB 2019
con Emily Beecham, Ben Whishaw
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La biologa Alice (Emily Beecham) crea in laboratorio una pianta geneticamente modificata che emette un polline contenente vari ormoni (come l'ossitocina, "l'ormone dell'amore"), allo scopo di donare "felicità" attraverso il profumo a chi se ne prende cura. Ma inizia a sospettare che l'inquietante fiore rosso, da lei battezzato "Little Joe" dal nome di suo figlio, possa infettare il cervello di chi entra in contatto diretto con il polline, alterandone in maniera quasi impercettibile la personalità: l'unico obiettivo degli individui infetti diventa quello di proteggere e accudire la pianta, facilitandone la diffusione. Al quinto film, la regista di "Lourdes" sforna un horror minimalista e psicologico, quasi un incrocio low key fra certe pellicole fantascientifiche degli anni cinquanta (come "L'invasione degli ultracorpi", con i mitici baccelloni che sostituiscono gli esseri umani con delle copie identiche) e "La piccola bottega degli orrori" (altro film dove il "cattivo" è una pianta). Le interpretazioni controllate, i movimenti di camera lenti, la fotografia iperrealistica di Martin Gschlacht, le scenografie fredde e asettiche e la colonna sonora "giapponese" con brani di Teiji Ito concorrono all'esperienza di uno spettatore che è lasciato ad interrogarsi se le paure di Alice – e della sua collega Bella (Kerry Fox), la prima a sospettare che nella pianta ci sia qualcosa che non va – siano soltanto frutto di paranoia: i cambiamenti nel comportamento del figlio Joe (Kit Connor), per esempio, potrebbero anche essere spiegati con il passaggio del ragazzino nell'adolescenza. Ben Whishaw, David Wilmot e Phénix Brossard sono gli altri colleghi della protagonista.

16 novembre 2020

La Terra è piatta (Daniel J. Clark, 2018)

La Terra è piatta (Behind the curve)
di Daniel J. Clark – USA 2018
con Mark Sargent, Patricia Steere
***

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Documentario sui complottisti americani della Flat Earth Society, personaggi squinternati che credono ancora oggi che la Terra sia piatta e che comunicano fra loro (rinforzandosi le convinzioni a vicenda) attraverso internet e i social media. Lungi dal volerli mettere in ridicolo (ci riescono da soli!), dal disprezzarli o da additarli al pubblico ludibrio, il film ne mostra il lato più umano ed affabile, chiarendo che in fondo si tratta di un problema psicologico prima ancora che culturale o scientifico. Anche se l'oggetto della loro credenza sembra innocuo, in realtà l'atteggiamento antiscientifico, la rinuncia al pensiero critico (fidandosi solo del proprio intuito) e il rigetto verso ogni informazione fornita dall'establishment (a partire dalla scuola) potrebbe condurre sempre più persone a comportamenti con conseguenze ben più pericolose per la società (come il rifiuto dei vaccini o la negazione dei cambiamenti climatici). Non a caso di solito chi crede a un'ipotesi di complotto finisce col credere anche alle altre. I variopinti personaggi che vengono intervistati e seguiti durante le loro attività (podcast, incontri, conferenze, elucubrazioni personali) sembrano a tratti persone normali, anche se sempre sole e con un forte complesso di vittimismo o inferiorità, convinte di combattere una battaglia contro il resto del mondo per ristabilire una verità che solo loro vedono (se davvero ci fosse un complotto, coinvolgerebbe una quantità enorme di individui!). Fra gli aspetti più buffi (o tragici), ci sono i tentativi di effettuare esperimenti "scientifici" per dimostrare che la Terra è piatta, scartando immediatamente i risultati che vanno contro la loro teoria: in questo agiscono, si noti bene, proprio al contrario di come fa la scienza, che parte invece dall'esperimento e dai dati per poi trarne una teoria coerente. Altro momento chiave è quello in cui una complottista, Patricia Steere, è attaccata dai "colleghi" perché sospettata di essere un'infiltrata della CIA (per via delle ultime tre lettere del suo nome!): di fronte a questa deformazione della realtà le viene il dubbio che anche lei si sbagli... ma dura lo spazio di un attimo ("Sono così anch'io? Ma so di non esserlo"). Fra divisioni in fazioni che si accusano a vicenda, metafore campate per aria, e tanta volontà di "non sentirsi soli", i complottisti fanno quasi tenerezza e compassione, e il regista Clark è bravo nel non inserirsi mai con il proprio commento o la propria voce, e lasciare che il (desolante) panorama si mostri da solo in tutto il suo significato antropologico.

13 ottobre 2020

The arrival (David Twohy, 1996)

The arrival (id.)
di David Twohy – USA 1996
con Charlie Sheen, Lindsay Crouse
*1/2

Visto in TV.

Il radioastronomo Zane Zaminsky (Charlie Sheen) capta un segnale proveniente dallo spazio: che si tratti della prova dell'esistenza di vita extraterrestre? Ma i suoi superiori alla NASA non solo rifiutano di dargli retta, ma distruggono le registrazioni del segnale e poi lo licenziano. Con l'aiuto di una ricercatrice che studia i cambiamenti climatici (Lindsay Crouse), Zane scoprirà che è in atto un complotto a più livelli: in effetti gli alieni sono già sulla Terra, hanno assunto fattezze umane e stanno modificando il pianeta, aumentando le temperature per renderlo più adatto alla propria specie... Scritto e diretto da Twohy, al secondo film da regista dopo "Timescape", un thriller d'azione e fantascientifico che attualizza il classico tema dell'invasione aliena, spogliandolo dalle paranoie legate ai sottotesti politici (quelli di pellicole come "L'invasione degli ultracorpi" o "Essi vivono") e rivestendolo invece di argomenti ambientalisti (i pericoli del riscaldamento globale). Peccato che tutto sia raffazzonato e dozzinale, dalla caratterizzazione dei personaggi alle svolte narrative, e che culmini in scene d'azione prive di tensione o di spessore. Molte anche le cadute di stile o le ingenuità (la scena degli scorpioni nella stanza d'albergo in Messico sembra appartenere a un altro genere di film). Nel cast anche Teri Polo (la fidanzata di Zane), Ron Silver (il suo capo) e Tony Johnson (il ragazzino nero). Oscurato alla sua uscita da "Independence day", il film è semmai da confrontare con "Contact" di Robert Zemeckis (uscito l'anno successivo) e "Arrival" di Denis Villeneuve (uscito nel 2016, con cui ha comune il titolo e l'argomento, ma poco altro).

28 marzo 2020

Contagion (Steven Soderbergh, 2011)

Contagion (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2011
con Matt Damon, Laurence Fishburne
***

Visto in divx.

Storia di una pandemia, che dal sud-est asiatico si diffonde rapidamente a tutto il mondo (anche se il film, con l'eccezione di alcune sequenze ambientate a Hong Kong, si concentra quasi esclusivamente sugli Stati Uniti): di impianto corale, e caratterizzata da un'insolita accuratezza scientifica per un film hollywodiano (lo sceneggiatore Scott Z. Burns, ispirato dalle allora recenti epidemie di SARS e H1N1, ha consultato medici ed esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per redigere ogni passaggio dello script), la pellicola racconta l'insorgere e la diffusione dei sintomi, le prime morti sospette, l'attivazione di medici e ricercatori competenti, le reazioni dei politici e dei media, il panico e il caos fra la popolazione, la ricerca di un vaccino, la lotta "in trincea" degli operatori sanitari, le misure e le precauzioni della gente comune, i confini chiusi e le quarantene, le fosse comuni, fino alla (temporanea?) risoluzione. A parte alcune esagerazioni (il virus MEV-1 è altamente contagioso, molto letale e dalla rapida incubazione), colpisce appunto per l'accuratezza scientifica con cui descrive un caso del genere: e vederlo in questo giorni, quando è in corso una pandemia (quella di Covid-19) anche nel mondo reale, risulta al tempo stesso inquietante e, in certo senso, tranquillizzante. La narrazione comincia dal "Giorno 2" (il racconto del "Giorno 1" – quello in cui il virus, dal pipistrello passando per il maiale, giunge in contatto per la prima volta con l'essere umano e quindi con il "paziente zero", che lo diffonderà poi nel resto della popolazione – è riservato per le ultime immagini, prima dei titoli di coda). L'ampio cast comprende Matt Damon, che si scopre immune quando invece sua moglie (Gwyneth Paltrow) è la prima a morire per la malattia (ed è lei, in effetti, ad averla portata dall'Asia fino in America); Laurence Fishburne (un medico del CDC, il centro per le prevenzione e il controllo delle malattie negli Stati Uniti); Jennifer Ehle (la ricercatrice che scopre il vaccino); Marion Cotillard (la dottoressa dell'OMS che si reca a indagare a Hong Kong); Kate Winslet (l'agente del reparto malattie infettive del CDC); Elliot Gould (il virologo che riesce a riprodurre il virus in coltura); Jude Law (il blogger "complottista"). Insieme, coprono un po' tutti i punti di vista relativi all'epidemia: quello dei medici e dei ricercatori, quello dei pazienti e della gente comune, quello degli informatori (o disseminatori di "fake news", nel caso del personaggio interpretato da Jude Law). La regia di Soderbergh si pone giustamente al servizio della storia e della sceneggiatura, così come la fotografia fredda e realistica e le scenografie. A parte poche sequenze (il caos nelle strade), il film riesce a evitare le trappole dei classici film catastrofici (d'altronde l'idea di spettacolarizzare la lotta a un nemico invisibile sarebbe stata persa in partenza) e ha ottenuto un buon successo di pubblico, con una popolarità che, visto l'argomento d'attualità, è comprensibilmente tornata a impennarsi in questi giorni.

16 marzo 2020

Quando i mondi si scontrano (R. Maté, 1951)

Quando i mondi si scontrano (When Worlds Collide)
di Rudolph Maté – USA 1951
con Richard Derr, Barbara Rush
**1/2

Rivisto in divx.

"But when worlds collide,
said George Pal to his bride,
I'm gonna give you some terrible thrills..."

Alcuni astronomi scoprono che due corpi celesti sconosciuti, Zyra e Bellus, stanno dirigendosi ad alta velocità verso la Terra: mentre Zyra avrà solo un passaggio ravvicinato, Bellus è destinato a scontrarsi con il nostro pianeta e a distruggerlo entro otto mesi. L'annuncio della fine del mondo viene inizialmente accolto con scetticismo, ma ben presto tutti dovranno ricredersi. Nel frattempo, grazie ai finanziamenti dell'egocentrico miliardario Stanton (John Hoyt), il professor Hendron (Larry Keating) ha iniziato a costruire un veicolo spaziale che permetterà a quaranta persone di sopravvivere, abbandonando la Terra prima della catastrofe e raggiungendo la superficie di Zyra, nella speranza che sia abitabile. Oltre al pilota Randall (Richard Derr) e a Joyce (Barbara Rush), la figlia del dottore, gli altri prescelti vengono selezionati tramite un sorteggio, il che scatenerà il risentimento degli esclusi (dimostrando come la natura dell'uomo è fatta di egoismo tanto quanto di altruismo). Prodotto dal leggendario George Pal e tratto da un romanzo di Edwin Balmer e Philip Wylie (autori anche di un seguito, "After Worlds Collide"), un ingenuo ma epocale B-movie apocalittico/fantascientifico che non è altro che una versione moderna del mito dell'Arca di Noè (a bordo della navicella, oltre agli esseri umani, vengono imbarcate diverse coppie di animali), al punto che si apre con una citazione della Bibbia. Notevoli, per l'epoca, le sequenze relative agli effetti del passaggio di Zyra vicino alla Terra, con vulcani che eruttano, terremoti e maremoti (le scene di New York e delle altre città costiere inondate dalle acque valsero a Gordon Jennings l'Oscar per i migliori effetti speciali): di contro, nel finale su Zyra gli sfondi sono evidentemente dipinti. Nel cast anche Peter Hansen (il "rivale" di Randall per Joyce), Hayden Rorke e Stephen Chase. Il film potrebbe aver ispirato pellicole più moderne come "Deep impact" e "Armageddon".

10 dicembre 2019

Lo zoo di Venere (Peter Greenaway, 1985)

Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts)
di Peter Greenaway – GB/Olanda 1985
con Andréa Ferréol, Brian Deacon, Eric Deacon
**1/2

Rivisto in DVD.

Quando le proprie mogli scompaiono in un incidente automobilistico causato da un cigno (!), i fratelli gemelli Oliver e Oswald Deuce (Brian ed Eric Deacon), etologi presso lo zoo di Rotterdam, rimangono ossessionati dalla morte e dalla putrefazione. Iniziano così una serie di esperimenti, filmando le carcasse di animali in decomposizione, e nel contempo danno vita a una relazione a tre con Alba (Andréa Ferréol), la donna che era alla guida dell'auto dove sono morte le mogli, che ha avuto una gamba amputata dal misterioso e ambiguo chirurgo Van Meegeren (Gerard Thoolen), a sua volta ossessionato dall'arte del pittore fiammingo Vermeer e dal desiderio di replicarne i dipinti. Pellicola surreale e caledoiscopica, nella quale Greenaway (al secondo lungometraggio di finzione dopo "I misteri del giardino di Compton House") inietta, come suo solito, i tanti temi che lo affascinano da sempre, dal sesso alla morte, dagli alfabeti alle catalogazioni, senza preoccuparsi del realismo o di un filo logico e rinunciando al tipo di narrazione tradizionale, col rischio di disorientare lo spettatore o, più probabilmente, di alienarlo o disgustarlo. Anche grazie alla splendida fotografia di Sacha Vierny (con il quale il regista inaugura una collaborazione destinata a durare), ogni inquadratura è ricchissima di dettagli e di allegorie, di citazioni mitologiche o artistiche, all'insegna della geometria o, più esattamente, di una simmetria che permea l'intera pellicola, a iniziare dal titolo (la parola ZOO si riferisce ai tre protagonisti) e dai personaggi stessi. Inizialmente ben diversi, al punto da litigare fra loro, Oliver e Oswald (interpretati da una vera coppia di fratelli) finiscono per assomigliarsi sempre più, fino a essere indistinguibili e a desiderare addirittura di diventare una cosa sola (facendosi "ricucire" insieme come alla nascita, quando erano siamesi, oppure considerandosi un unico individuo, per esempio quando si definiscono "il padre" dei due bambini, anch'essi gemelli, che partorisce Alba). La ricerca della simmetria o quella della complementarietà, a livello sociale ma anche biologico (vita-morte), guida tutte le loro azioni e ne condiziona l'ambiente: si ritrova nelle scenografie, nei discorsi, nei racconti che li circondano (spesso il tema sono gli animali, alcuni dei quali – come la zebra – si prestano perfettamente a questo tema). Di questo gioco di rimandi concettuali, metatestuali e artistici fanno parte i diversi personaggi di contorno: Beta, la figlioletta di Alba, che recita l'alfabeto con i nomi di animali; Venere di Milo (Frances Barber), la prostituta/sarta/aspirante scrittrice che racconta aneddoti sulla fauna e sul sesso; Van Hoyten (Joss Ackland), il misterioso direttore dello zoo, figura ricorrente nell'immaginario greenawayano (è il principale antagonista dell'ornitologo Tulse Luper); Caterina Bolnes (Guusje Van Tilborg), la moglie/assistente di Van Meegeren. Fra filmati di frutti o di animali in decomposizione, mutilazioni e amputazioni varie, passaggi surreali o grotteschi e l'impressione che molto di ciò che si vede sia estemporaneo o fine a sé stesso, il film non è certo per tutti i gusti: ma cresce ad ogni successiva visione, specie se accompagnata da quella degli altri lavori del regista, con cui forma un corpus autonomo e coerente (molti gli elementi, per esempio, che anticipano il successivo "Giochi nell'acqua"). Per certi versi il film ricorda anche "Inseparabili" di Cronenberg. Fondamentale la colonna sonora di Michel Nyman, integrata da due canzoni d'antan, "The Teddy Bear's Picnic" e "An Elephant Never Forgets" (su musica di Schumann).

15 aprile 2019

Il gatto a nove code (D. Argento, 1971)

Il gatto a nove code
di Dario Argento – Italia 1971
con James Franciscus, Karl Malden
**

Visto in TV.

Con l'aiuto dell'enigmista cieco Franco Arnò (Malden), il giornalista Carlo Giordani (Franciscus) indaga su una serie di delitti incentrati attorno all'istituto di ricerce genetiche del professor Terzi (Tino Carraro). Gli scienziati del laboratorio hanno infatti scoperto un'alterazione cromosomica che porta a una predisposizione alla delinquenza, e l'assassino (che potrebbe anche essere uno di loro) intende impedire che la propria natura antisociale venga alla luce. Il secondo lungometraggio di Dario Argento (nonché secondo tassello della "trilogia degli animali") è ancora un giallo prima che un horror. Rispetto al precedente "L'uccello dalle piume di cristallo", però, l'atmosfera è più convenzionale e lo svolgimento meccanico, con sospetti su vari personaggi prima di una risoluzione in fondo abbastanza banale. Se la tensione non sempre è ai massimi livelli (tranne forse nella scena del cimitero), sono però da apprezzare alcune scelte stilistiche (le soggettive dell'assassino, l'inquadratura ravvicinata della sua iride colorata di rosso), mentre certi personaggi di contorno sembrano uscire da una commedia (il barbiere, lo scassinatore "Gigi Scalogna"). Il titolo è abbastanza pretestuoso (le "nove code" del gatto simboleggiano le tante piste da seguire durante l'indagine). La vicenda è ambientata a Torino. Musica di Ennio Morricone. Catherine Spaak è Anna, la bella figlia del professor Terzi, mentre Cinzia De Carolis è la piccola Lori, la nipotina di Arnò. Nel cast anche Horst Frank (il tedesco gay), Aldo Reggiani e Rada Rassimov. Gli attori protagonisti furono imposti ad Argento dai finanziatori americani giunti sulla scia del suo precedente film (che in effetti aveva riscosso più successo negli USA che in Italia).

22 gennaio 2019

I Origins (Mike Cahill, 2014)

I Origins (id.)
di Mike Cahill – USA 2014
con Michael Pitt, Àstrid Bergès-Frisbey, Brit Marling
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

Il biologo molecolare Ian Gray studia l'evoluzione dell'occhio per dimostrare che Dio non esiste (soprattutto negli Stati Uniti, infatti, questo è uno degli argomenti chiave nel dibattito fra scienziati e creazionisti). Dopo la tragica morte della sua fidanzata Sofi, che a differenza sua era profondamente credente, proprio la struttura dei suoi occhi gli farà scoprire una sconvolgente verità sulla reincarnazione. Il secondo film del regista di “Another Earth” cerca, come il precedente, di mantenersi in equilibrio fra la fantascienza e il romantico-filosofico (o addirittura, in questo caso, la religione), ma stavolta il risultato è un po' un pasticcio, che affonda fra luoghi comuni (la netta divisione fra lo scienziato ateo e la ragazza “aperta” alla spiritualità, che lo critica perché con i suoi esperimenti di modificazione genetica di esseri viventi in laboratorio “gioca a fare Dio”), confusione narrativa (troppi ingredienti vengono introdotti senza che abbiano il necessario payoff: la lesione agli occhi di Ian o il prete incontrato in ascensore, per esempio) e, cosa peggiore di tutte, le stimmate del film a tesi (vedi anche l'utilizzo delle coincidenze). L'ultima parte, quella ambientata in India, dove il protagonista si reca in cerca della possibile reincarnazione della sua amata, è in particolare talmente prevedibile da mettere a repentaglio anche l'eventuale buona disposizione dello spettatore. E il continuo insistere sulla dicotomia (a livello peraltro banale) fra scienza e religione rivela soltanto un'ossessione tipicamente americana. Peccato, perchè la forma della pellicola non era male, con il suo ritmo rilassato e la fotografia suggestiva, ma finisce per essere sovrastata dai (discutibilissimi) contenuti.

30 luglio 2018

Solaris (Andrej Tarkovskij, 1972)

Solaris (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1972
con Donatas Banionis, Natalya Bondarchuk
***1/2

Rivisto in divx.

Lo psicologo Kris Kelvin (Donatas Banionis) viene inviato a bordo della stazione spaziale che orbita attorno a Solaris, pianeta ricoperto per intero da un misterioso oceano i cui vortici e le cui correnti lo fanno somigliare a un gigantesco cervello (tanto che c'è chi suppone che sia "pensante"). Gli scarsi progressi ottenuti nel corso degli anni dalla "solaristica", la scienza che studia le strane proprietà del pianeta, stanno spingendo i burocrati verso lo smantellamento della stazione, che dalle decine di scienziati che ospitava un tempo è ora ridotta a soli tre occupanti, Sartorius (Anatolij Solonitsyn), Snaut (Jüri Järvet) e Gibarian (Sos Sargsyan). E in effetti il compito di Kelvin è proprio quello di valutare l'opportunità di mantenerla in funzione. Ma l'uomo scoprirà che nei suoi corridoi e nelle sue stanze appaiono strane presenze, che il pianeta materializza dai ricordi e dalla coscienza dei suoi occupanti. Kelvin ritrova così Hari (Natalya Bondarchuk), la sua giovane moglie che si era avvelenata dieci anni prima... Tratto dal romanzo omonimo di Stanislaw Lem, il terzo lungometraggio di Tarkovskij è un film di fantascienza, sì, ma decisamente sui generis. Pubblicizzato in occidente come "la risposta sovietica a '2001: Odissea nello spazio'", appartiene – come il capolavoro di Kubrick – al genere della fantascienza filosofica, ed è una pellicola che esplora i temi della conoscenza, della memoria, dell'inconscio e del significato stesso di umanità. In Italia venne "adattato" da Dacia Maraini, che lo mutilò di quasi un'ora, compresi i quaranta minuti introduttivi, aggiunti da Tarkovskij rispetto al romanzo originale e ambientati sulla Terra, in cui Kelvin – alla vigilia della sua partenza – riceve nella casa del vecchio padre (Nikolai Grinko) la visita di Benton (Vladislav Dvorzhetsky), pilota in pensione che anni prima aveva riferito strani avvistamenti sopra l'oceano di Solaris. Questa prima parte è importante perché in essa Kelvin, che si mostra scettico di fronte alle parole di Benton, lascia intendere che non vedrà più il padre, evidentemente troppo vecchio per essere ancora lì ad aspettarlo al suo ritorno (i tempi dei viaggi spaziali, si sa, possono essere lunghi: non viene mai specificato quando distante sia il pianeta, né i dettagli della tecnologia dei voli interstellari). E tutto ciò darà un particolare significato alla scena finale. Le parti tagliate in Italia saranno poi reintegrate (con sottotitoli) nel DVD.

L'oceano di Solaris è un'entità vivente, che si nutre dei ricordi degli uomini della stazione e comunica con loro generando dei simulacri immortali, "fantasmi" o "ospiti" (come vengono definiti) che in alcuni casi – come in quello di Hari – possono arrivare a ritenersi essi stessi umani. Lento ma ragionato, misterioso e metafisico, il film avvolge lo spettatore con le sue immagini legate all'acqua e alla vita (dalla prima inquadratura, quella delle alghe sommerse nello stagno, alle ripetute sequenze del vasto oceano di Solaris, con i suoi vortici, le onde e la schiuma), le riflessioni sui ricordi e la nostalgia (i sogni di Kelvin di sé stesso bambino, che gioca nella neve in compagnia della madre (Olga Barnet), una donna bellissima che finisce col confondersi con la stessa Hari), quello della conoscenza (che risalta dalla contrapposizione di vedute fra gli scienziati: c'è chi è disposto a distruggere l'oggetto studiato pur di comprenderlo, come lo sprezzante e arido "razionalista" Sartorius, e chi invece preferisce distruggere sé stesso, come fa Gibarian, che si suicida prima dell'arrivo di Kelvin; chi vuole proseguire nella sua eterna ricerca rivolta all'esterno, ancora Sartorius, e chi, come lo smarrito Snaut, afferma che prima di tutto "l'uomo deve conoscere l'uomo. Non abbiamo bisogno del cosmo ma di uno specchio", citando non a caso il titolo del film successivo del regista). Prima di studiare pianeti extrasolari, non sarebbe meglio proteggere e contemplare il nostro, con i suoi miracoli legati alla vita (umana, animale, vegetale)? Alcuni critici hanno parlato di "riflessione sui limiti del razionalismo e del cognitivismo umano". Di certo la sceneggiatura si domanda anche cosa significhi essere umani (Hari prova dolore ed amore, e sviluppa una sensibilità e una coscienza che gli altri simulacri non avevano mostrato, tanto che Kelvin si innamora nuovamente di lei ed è tentato di rimanere sulla stazione per sempre, forse anche per espiare i sensi di colpa dovuti al suo suicidio: dei tre scienziati Kelvin è l'unico che accetta il mistero di Solaris, quasi come un atto di fede). A differenza del romanzo, invece, Tarkovskij non sembra interessato più di tanto a una questione assai cara a Lem, quella del tentativo degli uomini di comunicare con una forma di vita aliena (di cui certifica la totale incapacità e inadeguatezza).

Se dunque come contenuti è tutt'altro che una pellicola di fantascienza convenzionale, anche stilisticamente "Solaris" è un film con un ritmo e un linguaggio tutto suo. La fotografia alterna in continuazione scene in bianco/nero e a colori, in maniera apparentemente casuale (ma non sono forse così anche i ricordi?), così come fonde immagini della realtà e quelle prodotte dalla coscienza (memorie, sogni, emozioni). Tarkovskij lo considerava un fallimento perché non era stato in grado di "trascendere il genere" (come farà, invece, con "Stalker") a causa della necessità di inserire frasi di dialogo "tecnologico" ed effetti speciali. Eppure il cuore della pellicola non sta in queste: le spiegazioni scientifiche sulla natura dei "fantasmi" creati dall'oceano sono ridicole (sarebbero composti di neutrini anziché di atomi, stabilizzati dal campo magnetico del pianeta), e le scenografie della stazione spaziale mostrano un ambiente decadente, degradato, tutt'altro che all'avanguarda tecnologica. I veri temi del film sono esistenzialisti, psicologici e soprattutto tarkovskiani fin nel profondo, al punto che molte scene o immagini evocano o addirittura anticipano elementi di tutte le altre pellicole del regista, passate e future (il bambino fra gli alberi nella neve ricorda "L'infanzia di Ivan"; a un certo punto si intravede l'icona della Trinità di Andrej Rublev, per non parlare del cavallo al galoppo; l'oceano di Solaris legge i pensieri e l'anima degli uomini, e ne esaudisce i desideri nascosti, come la Zona di "Stalker", tanto che Kelvin si domanda cosa accadrebbe se inconsciamente desiderasse che Hari muoia; il flusso di ricordi d'infanzia, la fusione di opere d'arte e immagini della famiglia evocano "Lo specchio" e "Nostalghia", senza contare che Snaut afferma esplicitamente "Non abbiamo bisogno del cosmo ma di uno specchio", ovvero di studiare e riflettere su noi stessi; in Hari, che si sacrifica per amore, c'è infine in nuce quel tema del sacrificio che darà il titolo all'ultimo film del regista). Ed è da ricordare la sala centrale della stazione, ricolma di libri, quadri, statue ed esempi dell'arte e della cultura umana, molti dei quali rimandano alle memorie o alle esperienze dei suoi occupanti: in particolare il "Don Chisciotte" di Cervantes e i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio (soprattutto "I cacciatori nella neve" con il suo paesaggio invernale, che riflette i ricordi d'infanzia di Kelvin e che sarà ripreso anche ne "Lo specchio").

A parte le scenografie della stazione spaziale (disegnata da Mikhail Romadin) e le immagini dell'oceano, gli effetti speciali si limitano alla bella ma brevissima sequenza dell'assenza di peso a gravità zero. Per evocare una città futuristica, nella lunga scena in cui Benton guida in autostrada, il regista ha fatto ricorso a immagini girate in Giappone, nel distretto di Akasaka a Tokyo, evidentemente considerate sufficientemente all'avanguardia per l'epoca (il progetto originale era di riprendere le strutture dell'Expo del 1970 a Osaka, ma non si fece in tempo). Sia la confusa e moderna città che l'asettica stazione spaziale contrastano visivamente e tematicamente con la campagna e i dintorni della casa paterna (lo stagno, le alghe, il cane, il cavallo). Sarà proprio questo ambiente che ritroveremo nel suggestivo ed enigmatico finale. Dapprima sembra che Kelvin sia tornato sulla Terra, ritrovando al tempo stesso il padre, il proprio passato e sé stesso, un ritorno che simboleggia la fine di un viaggio (forse anche a questo si deve il paragone con "2001"? quella di Kelvin è una vera e propria "odissea nello spazio") e la riappropriazione di tutto ciò cui aveva detto addio (dimenticando la moglie morta o bruciando le proprie cose nel falò prima di partire per la stazione). Ma c'è qualcosa di strano: piove all'interno della casa, e in precedenza un dialogo con il padre ci aveva lasciato intendere che il lungo viaggio interstellare gli avrebbe impedito di tornare in tempo per vedere il genitore ancora vivo. Le immagini ci rivelano poi che questo ambiente è riprodotto, come una sorta di microcosmo da preservare, su una delle isole che sorgono spontaneamente nell'oceano di Solaris ("la coscienza galleggia sull'inconscio collettivo come un'isola sul mare", ha scritto Jung). Una forma di esilio volontario, per espiare le proprie colpe, o per abbracciare fino in fondo il mistero del pianeta? Al fascino generale esercitato dal film contribuisce anche la colonna sonora, che oltre alla musica elettronica di Eduard Artemyev (poco più di un rumore ambientale) comprende il preludio corale "Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christ" di Johann Sebastian Bach. Nel cast, dove Tarkovskij ricorre ad alcuni attori con cui aveva già lavorato in "Andrej Rublev" e "L'infanzia di Ivan" (Solonitsyn e Grinko), spicca la bella Natalya Bondarchuk – dal volto enigmatico e dalle pose leonardesche – nel ruolo di Hari, per il quale il regista aveva inizialmente pensato a sua moglie Irma Raush, e poi alla bergmaniana Bibi Andersson. Il film vinse il Gran Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes. Nel 2002 Steven Soderbergh ne ha realizzato un remake americano, più breve e meno complesso e affascinante, con George Clooney come protagonista.

15 marzo 2018

La teoria del tutto (James Marsh, 2014)

La teoria del tutto (The Theory of Everything)
di James Marsh – GB 2014
con Eddie Redmayne, Felicity Jones
*1/2

Visto in divx, per ricordare Stephen Hawking.

Biopic sulla vita del cosmologo Stephen Hawking, dagli anni dei primi studi a Cambridge (durante i quali cominciò a sviluppare i sintomi della SLA, la malattia neuromotoria che col tempo lo costrinse alla totale immobilità: all'epoca i medici gli diedero solo due anni di vita, ma lo scienziato è poi vissuto fino a 76 anni) ai grandi successi come scienziato e come divulgatore, raccontati attraverso il suo rapporto con la prima moglie Jane (dal cui libro di memorie "Verso l'infinito" è tratta la sceneggiatura). Come risultato, la pellicola ha un forte focus sugli aspetti della vita affettiva, romantica e familiare di Hawking, mentre trascura o semplifica quasi al limite della banalità quelli scientifici e i contenuti delle sue teorie. Da questo punto di vista, il tv movie della BBC con Benedict Cumberbatch ("Hawking" del 2004) era certamente più equilibrato e soddisfacente. Quello che ne esce non è tanto il ritratto di una mente brillante, quanto quello di un uomo malato che, nonostante le difficoltà, riesce a trovare il proprio posto nel mondo e una parvenza di felicità. E la ricerca di una grande teoria unica sulle origini dell'universo (da cui il titolo) è soltanto accennata, mentre altrettanto spazio si dà al rapporto fra scienza e fede (la moglie è credente, lui no). In ogni caso, sia i dialoghi che la regia si appoggiano a cliché e convenzioni. La prima metà del film è dedicata all'incontro fra Stephen e Jane, alla scoperta della malattia e alla decisione di sposarsi e di continuare a lottare. Nella seconda metà, entrano in gioco i due personaggi che saranno i rispettivi secondi coniugi: il musicista Jonathan (Charlie Cox) e la terapista Elaine (Maxine Peake). Che la sceneggiatura (che pure si prende qualche libertà) sia tratta dal libro di Jane, è evidente: il punto di vista è spesso quello della donna, che ne esce come una figura eroica e, a tratti, l'autentica protagonista. Redmayne, in ogni caso, ha vinto l'Oscar come miglior attore. David Thewlis è Dennis Sciama, Christian McKay è Roger Penrose. Gradevole la musica di Jóhann Jóhannsson.

19 novembre 2017

Venere nera (A. Kechiche, 2010)

Venere nera (Vénus noire)
di Abdellatif Kechiche – Francia/Belgio 2010
con Yahima Torres, Andre Jacobs
**

Visto in divx.

Il film racconta la storia vera di Saartjie "Sarah" Baartman, la "Venere ottentotta", donna di etnia khoi (popolazione africana affine ai boscimani) vissuta all'inizio dell'Ottocento, che fu esibita in Europa (prima a Londra e poi a Parigi) come "fenomeno da baraccone" per via delle sue fattezze insolite per il pubblico europeo, segnatamente il grande sedere sporgente e il cosiddetto "grembiule delle ottentotte", un abnorme sviluppo delle labbra vaginali. Via via sempre più degradata e umiliata dalle esibizioni in pubblico cui era sottoposta, Saartjie attirò anche l'interesse di scienziati e naturalisti, che la ritrassero in una serie di bozzetti e che dopo la sua morte ne acquistarono il corpo per farne un calco in gesso e conservarne i genitali in formalina. Soltanto quasi due secoli dopo, alla fine del Novecento, i suoi resti furono restituiti al Sudafrica affinché le fosse data sepoltura (come mostrano le immagini durante i titoli di cosa). Una storia vera ma poco conosciuta, indicativa del grado di razzismo di stampo coloniale che permeava la società europea anche in un'epoca in cui la scienza cominciava a interessarsi delle popolazioni aborigene. Ma se l'argomento è senza dubbio intenso e interessante, i difetti congeniti al pretenzioso regista Abdellatif Kechiche – dalla tendenza ad allungare a dismisura ogni scena all'assoluta mancanza di sottigliezza – rendono il film lento, didascalico, ripetitivo e appunto troppo lungo. Per non parlare di una certa retorica, evidente soprattutto nella costruzione dei personaggi minori. La protagonista, che per molti versi può ricordare "Elephant Man" (anche se non si tratta di un caso altrettanto estremo), rimane tuttavia nella memoria. Nel cast anche Olivier Gourmet ed Elina Löwensohn. François Marthouret è il naturalista Georges Cuvier.

22 luglio 2017

Il giorno degli zombi (George A. Romero, 1985)

Il giorno degli zombi (Day of the dead)
di George A. Romero – USA 1985
con Lori Cardille, Terry Alexander
***

Visto in DVD.

L'invasione di zombi cannibali ha ormai spazzato via gran parte della civiltà: le città sono deserte e i pochi sopravvissuti vivono in gruppi isolati e sotto assedio. In una base sotterranea in Florida, un ristretto gruppo di militari e scienziati cerca di trovare una cura all'epidemia che ha sconvolto il pianeta. Ma i progressi del dottor Logan (Richard Liberty), soprannominato "dottor Frankenstein" per via dei suoi mostruosi esperimenti sui cadaveri, che spera di riuscire ad addomesticare o "educare" i mostri per controllarli in qualche modo, non sono apprezzati dal comandante della base, l'ottuso e autoritario capitano Rhodes (Joseph Pilato), che pensa a una soluzione più rapida e radicale. Dopo "La notte dei morti viventi" e "Zombi", George Romero completa la sua trilogia zombesca (anche se poi ci ripenserà e sfornerà altri tre film) con un altro grande lungometraggio, appena meno epocale dei precedenti, nel quale mostra come anche in un microcosmo di una decina di persone il peggio dell'uomo finisca col tornare fuori. Al punto che quasi si fa il tifo per gli zombi quando, nel finale, invadono la base e si scatenano contro i suoi abitanti. Visivamente impressionante (gli effetti speciali di Tom Savini sono sempre più gore ed espliciti), violento negli assunti e negli sviluppi, e concettualmente significativo anche a livello politico (erano gli anni dell'imperialismo reaganiano), il film mette in scena senza filtro la follia e le paure dell'animo umano (dagli incubi di Sarah, unica donna del gruppo, alle minacce e alle ingiurie di Rhodes, che non si fa scrupolo di uccidere chi mette in dubbio la sua autorità), con la divisione in fazioni persino in una situazione di emergenza che non può che portare al caos e alla (auto)distruzione. Memorabile il personaggio di Bub (un grande Sherman Howard), lo zombi su cui il dottor Logan compie i suoi esperimenti, che ricorda ancora emozioni o frammenti della sua vita precedente e che nel finale – in un clamoroso capovolgimento di ruoli – insegue e uccide a revolverate il militare cattivo. Come al solito, Romero fa tutto prima di tutti (e meglio): le sue pellicole di zombi si rivelano sempre ben più che semplici horror, e influenzeranno tutto ciò che verrà in seguito (a partire da "The Walking Dead"). Persino il "lieto fine" sull'isola deserta risuona come una resa o uno sberleffo finale. Inizialmente il film avrebbe dovuto essere più lungo e ambizioso, ma il regista dovette fare i conti con una riduzione del budget. Contemporaneamente alla sua uscita nelle sale, John Russo (co-sceneggiatore della prima pellicola della serie) e Dan O'Bannon realizzarono a loro volta un sequel, "Il ritorno dei morti viventi", che diede vita a una fortunata saga parallela.

30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.

30 marzo 2017

Il ragazzo selvaggio (F. Truffaut, 1970)

Il ragazzo selvaggio (L'enfant sauvage)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del Settecento (il film inizia nel 1798), in una foresta nel sud della Francia, viene trovato un bambino di circa dieci anni che viveva come un selvaggio: nudo e incapace di parlare, si nutriva di ghiande e radici e si comportava come un animale. Catturato, è portato a Parigi per essere studiato e "curato": dapprima rinchiuso nell'Istituto per Sordomuti, viene poi ospitato personalmente dal dottor Jean Itard nella sua tenuta di campagna, dove lo scienziato cerca faticosamente di educarlo e istruirlo, in particolare insegnandogli a comprendere il linguaggio. Ispirato a una storia vera (il bambino divenne noto con il nome di "Victor dell'Aveyron") e ai diari e agli appunti del dottor Itard, che contribuirono allo sviluppo di una branca della psicologia, un film all'apparenza atipico rispetto al resto della produzione di Truffaut. Girato con uno stile quasi bressoniano, in un rigoroso (e formalmente elegantissimo) bianco e nero, con dissolvenze che fanno uso dei mascherini circolari tipici dell'era del muto, una progressione narrativa del tutto priva di drammaticità (la pellicola racconta una successione di episodi che ricordano proprio le pagine di un diario, con un approccio quasi didascalico e documentaristico), e con lo stesso Truffaut come attore protagonista (nei panni dello scienziato: il ragazzo selvaggio è invece interpretato – in maniera fisica ed animalesca – da un eccezionale Jean-Pierre Cargol, un bambino gitano incontrato per caso da un'assistente del regista in una strada di Montpellier e che in seguito non ha più proseguito la carriera d'attore). Eppure, a ben vedere, i collegamenti a livello di temi e contenuti con le altre opere del regista francese non mancano, a cominciare ovviamente da quelle con il suo film d'esordio, "I quattrocento colpi", che come questo presentava un giovanissimo protagonista emarginato, alle prese con un mondo che gli stava stretto e con le tappe della propria educazione (più o meno controvoglia). Da notare che "Il ragazzo selvaggio" è dedicato proprio a Jean-Pierre Léaud, l'attore che aveva intepretato Antoine Doinel. Qui la situazione è ancora più estrema, come scrisse in seguito lo stesso Truffaut: «Ne "I quattrocento colpi" ho mostrato un ragazzo che mancava di affetto, cresciuto senza tenerezza; in "Fahrenheit 451" ho parlato di un uomo cui vengono negati i libri, cioè la cultura. Quello che manca a Victor dell'Aveyron è ancora più radicale: si tratta del linguaggio». Un altro parallelo si può fare con "Jules e Jim": anche qui il protagonista è alle prese con una serie di norme impostegli dalla società, per sfuggire alle quali (come l'istinto di trasgressione impone) non c'è soluzione che la fuga (o la morte, reale o metaforica). Curiosa la scelta di Truffaut di interpretare lui stesso lo scienziato, come a voler sovrintendere personalmente all'educazione del suo personaggio. Françoise Seigner è madame Guérin, la governante di Itard (l'unica che dimostra affetto, quasi materno, verso Victor), Jean Dasté è il professor Pinel, il collega scettico.

Nella storia di Victor – che ricorda un altro caso celebre, quello di Kaspar Hauser, anch'esso portato al cinema pochi anni più tardi (nel 1974) da Werner Herzog – è evidente, anche a un livello superficiale, la contrapposizione fra natura (istintuale) e cultura (artificiale). I medici che per primi esaminano il ragazzo, e a ben vedere lo stesso Itard, si pongono unicamente l'obiettivo di "civilizzarlo", anche a forza se necessario: per loro il ragazzo è solo l'oggetto di un "esperimento di educazione". Eppure, nonostante i premi che gli vengono elargiti ogni volta che porta a termine con successo uno degli innumerevoli esercizi cui è sottoposto, le uniche volte che lo vediamo davvero felice sono quelle in cui può tornare ad aggirarsi nella natura, che si tratti di semplici passeggiate in campagna, di furiose scorribande notturne o di danze sotto la pioggia. A un certo punto, persino la governante di Itard spiega allo scienziato che tutto quello che è riuscito a fare per il ragazzo è stato "strapparlo a una vita innocente e felice". L'ambientazione a cavallo fra Settecento e Ottocento, in epoca post-rivoluzione e dunque in pieno illuminismo (uno dei cui tratti era proprio il compito pedagogico dell'intellettuale), non è certo un dettaglio da poco: l'idealista Itard è fermamente convinto che Victor sia un "selvaggio" solo per mancanza di educazione, e non per problemi psichici o per carenze affettive come invece suggerirebbero la moderna medicina o psicanalisi (oggi, restrospettivamente, si ritiene che Victor fosse autistico). La contrapposizione ottocentesca fra natura e cultura risalta magnificamente anche nella colonna sonora: se nei primi minuti, quelli in cui il ragazzo vive ancora nella foresta, il film è accompagnato solo dai rumori della natura, dalle frasche che si muovono, dai canti degli uccelli, dallo scorrere dell'acqua (e persino le voci dei paesani che catturano Victor non sono doppiate!), quando ci si trasferisce a Parigi e poi nella tenuta di Itard ecco che subentrano suoni "creati dall'uomo", vale a dire due brani di Antonio Vivaldi (il concerto per mandolino RV 425 e quello per flauto traverso RV 433), che accompagnano tutte le tappe dell'educazione del povero Victor, fino al suo ultimo tenativo di fuga, con annesso l'inevitabile ritorno a casa, dopo che lo scienziato, non contento dei soliti esercizi, ha voluto "mettere alla prova" persino la sua morale e il senso di giustizia, punendolo ingiustamente dopo un compito svolto in modo corretto. Proprio questa breve fuga e il successivo ritorno possono essere considerate come le ultime tappe del suo "percorso di crescita". Il film si interrompe quando Victor è ancora bambino: nella realtà, visse ancora una trentina d'anni (senza mai raggiungere un completo sviluppo intellettuale) prima di morire a Parigi nel 1828.

26 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

Arrival (id.)
di Denis Villeneuve – USA/Canada 2016
con Amy Adams, Jeremy Renner
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Quando dodici astronavi aliene sbarcano sulla Terra, fermandosi in diversi punti del pianeta, l'esperta linguista Louise Banks (Adams) viene incaricata di decifrare il linguaggio dei loro occupanti – una misteriosa razza di creature eptapodi – per stabilire una comunicazione e scoprirne le intenzioni e i reali motivi della loro venuta. Mentre Louise compie lentamente progressi, la tensione fra la popolazione e le divisioni fra i principali governi del pianeta (non tutti convinti che si debba comunicare pacificamente con gli alieni) crescono inesorabilmente verso il punto di non ritorno... Il regista canadese Denis Villeneuve scalda i motori per l'imminente "Blade Runner 2049" cimentandosi per la prima volta con la fantascienza grazie a una sceneggiatura di Eric Heisserer (dal racconto "Storia della tua vita" di Ted Chiang). Se il modello letterario è "La voce del padrone" di Stanislaw Lem (come in quel romanzo, infatti, Louise fa parte di una task force di scienziati di varia estrazione – fra i quali il fisico teorico Ian Donnelly (Renner) – che devono collaborare per decifrare la lingua degli alieni), quelli cinematografici sono indubbiamente "Contact", "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e "Interstellar". Pur implausibile in più punti sul piano logico o scientifico, la pellicola riesce a far riflettere in maniera intelligente sul tema della comunicazione (che implica necessariamente un qualche tipo di connessione o di condivisione) e su come il linguaggio influenzi il modo di percepire il mondo: quello degli alieni, così diverso del nostro, rispecchia la loro concezione "circolare" del tempo, che finisce col permeare anche la mente di Louise e portarla alla soluzione dell'enigma (con un emotivo colpo di scena finale per gli spettatori, "manipolati" fino a quel punto da un montaggio che li aveva portati a ritenere dei flashback quelli che in realtà erano dei momenti di precognizione). Certo, la scelta finale della protagonista, smaccatamente pro-life, getta un'ombra fastidiosa sull'intera pellicola e sui suoi reali intenti. Nella versione italiana, Ian e Louise battezzano i due alieni Tom e Jerry: in originale, invece, li chiamano Abbott e Costello (ovvero Gianni e Pinotto). Forest Whitaker è il colonnello americano, Tzi Ma è il generale cinese. La colonna sonora d'atmosfera (di Jóhann Jóhannsson) comprende il suggestivo "On the Nature of Daylight" di Max Richter. Da notare che vent'anni prima, nel 1996, era già uscito un film chiamato "The arrival" che parlava di contatti con gli alieni, ma si trattava di un thriller d'azione (di David Twohy) senza grandi qualità.