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22 novembre 2015

Woyzeck (Werner Herzog, 1979)

Woyzeck (id.)
di Werner Herzog – Germania 1979
con Klaus Kinski, Eva Mattes
***1/2

Rivisto in DVD.

Dal testo teatrale di Georg Büchner (ispirato a un vero fatto di cronaca di inizio ottocento, lasciato incompiuto dall'autore alla sua morte a soli 23 anni, e dal quale è tratta anche l'opera "Wozzeck" di Alban Berg), la storia di un umile soldato che uccide la donna che ama (e dalla quale ha anche un figlio illegittimo), per gelosia ma anche perché portato alla follia dall'oppressione del mondo intorno a lui. Vessato dal suo capitano, sottoposto a strani esperimenti da un dottore, umiliato dal prestante tamburomaggiore con il quale Maria lo ha tradito, il protagonista – una sorta di misero Otello – non regge alla pressione e al sospetto, e finisce con l'accoltellarla, per poi annegare nel lago in cui ha gettato l'arma del delitto. La pellicola fu girata in soli 17 giorni e subito dopo "Nosferatu", quasi senza pausa fra una lavorazione e l'altra, in modo da sfruttare i permessi non ancora scaduti per le riprese del primo film: ecco perché Kinski sfoggia una capigliatura così rada (in "Nosferatu" era calvo, e i capelli non gli erano ancora ricresciuti) e mostra segni di stanchezza e spossatezza per le fatiche del film precedente, che si abbinano perfettamente al personaggio. La fedeltà al testo è totale, ma questo non fa della pellicola un semplice caso di "teatro filmato": la mano del reagista è sempre presente con le sue scelte cinematografiche, come quella di mostrare al rallentatore la sequenza chiave dell'omicidio (il che contrasta con le immagini, invece accelerate, dell'incipit in cui il soldato è maltrattato dall'istruttore), o l'uso delle musiche di accompagnamento (fra cui Vivaldi e Beethoven). Nel rendere l'atmosfera mitteleuropea (si tratta forse del film "più tedesco" della carriera di Herzog) sono fondamentali anche le scenografie (le strade e le case della cittadina di Telč, in Cecoslovacchia) e l'uso del paesaggio (memorabile, in particolare, il campo di papaveri mossi dal vento, fa i quali Woyzeck prende la decisione di uccidere Maria). Il resto lo fanno la magnifica fotografia di Jörg Schmidt-Reitwein, da tempo collaboratore del regista, con una luce che dona alle scene un'aura pittorica (alcune sequenze nella casa di Maria sembrano provenire dai quadri di Vermeer) e l'intensità delle interpretazioni (tanto dei protagonisti quanto dei personaggi secondari). Herzog gira ogni scena come fosse un piano sequenza, con pochi o nessuno stacco di ripresa, lasciando che gli spazi siano gestiti e resi dinamici dalla posizione degli attori stessi. Molti temi della pellicola (la follia, la frustrazione, l'alienazione) erano già stati affrontati da Herzog nel suo lungometraggio d'esordio, "Segni di vita", a sua volta debitore a Büchner. Ma qui, pur senza cambiare una parola del testo teatrale, il regista interpreta in maniera differente il dramma della follia ("Gli uomini sono come degli abissi. Se provi a guardarci dentro, ti gira la testa", recita uno dei passaggi più celebri). Per Herzog, Woyzeck è "meno pazzo di chi lo circonda: il mondo borghese così chiuso in sé stesso, quello militare... Woyzeck è sempre al centro della storia perché è umano, pieno di dignità. In realtà Woyzeck è il più normale di tutti". Inizialmente il regista aveva promesso la parte di protagonista a Bruno S., con cui aveva lavorato ne "L'enigma di Kaspar Hauser": ma poi si rese conto che Kinski sarebbe stato più adatto al ruolo, e si fece perdonare scrivendo su due piedi per Bruno S. un altro copione, quello di "Stroszek" (da notare come i due titoli siano simili!). L'ottima Eva Mattes fu premiata come miglior attrice al Festival di Cannes.

10 gennaio 2012

Per qualche dollaro in più (S. Leone, 1965)

Per qualche dollaro in più
di Sergio Leone – Italia/Spa/Ger/USA 1965
con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Il "monco" e il Colonnello Douglas Mortimer sono due bounty killer sulle tracce dell'Indio, un criminale infido e senza scrupoli, da poco evaso di prigione, che sta progettando di compiere una spettacolare rapina alla ricca banca di El Paso. Dopo le iniziali incomprensioni, i due decidono di allearsi per sgominare la banda dell'Indio: ma se il primo è mosso soltanto dal desiderio di mettere le mani sulle taglie dei banditi, il Colonnello ha motivazioni diverse e più profonde. Lo scontro finale avverrà nel villaggio di frontiera dove l'Indio e i suoi uomini si sono rifugiati dopo aver portato a termine la rapina. Tornato al western dopo l'inatteso e straordinario successo di "Per un pugno di dollari" (del cui titolo fa un ironico upgrade: stavolta i dollari sono ben di più di un "pugno"), Leone cambia produttori (si affida ad Alberto Grimaldi, ma nell'operazione vengono coinvolti anche gli americani della United Artists), assolda lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni (già collaboratore di Germi e Monicelli) e sforna quello che a posteriori sarà ricordato come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia del dollaro": se nel primo film il protagonista unico e assoluto era Clint Eastwood, qui gli si affianca un secondo personaggio, il freddo cacciatore di taglie nerovestito e interpretato da Lee Van Cleef (scelto a pochi giorni dall'inizio delle riprese, dopo che Henry Fonda, Charles Bronson e Lee Marvin non si erano resi disponibili), che rimane impresso nella memoria dello spettatore persino più del compagno, anche perché – a differenza dell'"uomo senza nome" – possiede un background e ha dunque delle motivazioni più concrete per affrontare l'antagonista di turno (il cui ruolo, come nella pellicola precedente, è ricoperto dall'ottimo Gian Maria Volontè); nel terzo film della trilogia, "Il buono, il brutto, il cattivo", da due protagonisti si passerà a tre, con Eli Wallach che si affiancherà a Eastwood e a Van Cleef.

La trama è più complessa rispetto a quella – stilizzata e lineare – di "Per un pugno di dollari", con continui colpi di scena, capovolgimenti e cambi di situazione, e anche i legami fra i personaggi vengono analizzati con maggiore profondità: oltre al rapporto fra i due protagonisti/rivali, uno giovane e uno anziano, è da segnalare la marcata caratterizzazione del "cattivo", intelligente e calcolatore, traditore al punto da voler ingannare i suoi stessi uomini, ma anche tossicodipendente e a sua volta ossessionato da un delitto commesso in passato che torna di frequente a far capolino nei suoi sogni e nella sua memoria. Alcuni personaggi minori restano a livello di macchiette (la proprietaria dell'albergo dove alloggia Clint Eastwood, il bambino che gli dà informazioni, il vecchio "profeta"), mentre fra i membri della banda di Gian Maria Volontè spicca il "gobbo" interpretato da Klaus Kinski (d'altronde fra i coproduttori figurava anche una società tedesca). Meravigliose le location: dalla chiesa sconsacrata che funge da rifugio alla banda dell'Indio, agli scenari messicani (in realtà anche questo film venne girato in Spagna). Anche lo stile di Leone si affina, culminando in sequenze di grande impatto come quella della rapina alla banca e naturalmente nel duello finale fra Van Cleef e Volontè nel piazzale del pueblo, scandito dal suono del carillon dell'orologio da tasca che lega tragicamente il passato dei due personaggi (davvero memorabile, a questo proposito, la musica di Ennio Morricone, che parte proprio dal semplice campanello del carillon per ricamarci su un tema trascinante). Non mancano, infine, sequenze ciniche e umoristiche: su tutte la conta dei cadaveri nella scena finale.

15 dicembre 2010

Erotico profondo (J. Franco, 1976)

Erotico profondo (Jack the Ripper)
di Jess Franco – Germania/Svizzera 1976
con Klaus Kinski, Josephine Chaplin
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Uno svogliato Klaus Kinski interpreta Jack lo squartatore in un film deludente, che si trascina senza offrire particolari sorprese allo spettatore (e mantenendo molto meno di quanto prometteva il fuorviante titolo italiano: giusto un paio di nudi fugaci e qualche grossolano tocco di gore). Il misterioso assassino che semina il panico fra le prostitute nella Londra di fine Ottocento è in realtà un medico rispettato e stimato, che di notte rapisce e mutila le donne per poi gettarne i pezzi nelle acque del fiume con la complicità della custode del giardino botanico. Nonostante gli indizi forniti da alcuni testimoni (fra cui un vecchio cieco dagli istinti molto sviluppati), Scotland Yard brancola nel buio: ma un giovane detective riuscirà a risolvere l'enigma grazie all'aiuto della propria compagna, una ballerina che pur di adescare l'assassino corre il rischio di diventare la sua prossima vittima. Luoghi comuni, scenari approssimativi e personaggi senza spessore: gli istinti omicidi del protagonista sono spiegati, un po' superficialmente, attraverso l'odio nutrito nei confronti della madre (interpretata – nella sequenza del sogno – dalla stessa attrice che recita nel ruolo della fidanzata dell'ispettore), che era stata a sua volta una prostituta. Risibile la ricostruzione d'epoca, che per rendere l'atmosfera si affida unicamente a strade invase dalla nebbia e a una fotografia scura e avvolgente. Il film è praticamente un remake a colori di una precedente e più riuscita pellicola in bianco e nero di Franco, "Il diabolico dottor Satana".

24 luglio 2009

Fitzcarraldo (Werner Herzog, 1982)

Fitzcarraldo (id.)
di Werner Herzog – Germania/Perù 1982
con Klaus Kinski, Claudia Cardinale
****

Rivisto in DVD, con Giovanni.

"Chi sogna può muovere le montagne."

Un film straordinario, larger-than-life come il suo protagonista, il folle e visionario Brian Sweeney Fitzgerald che gli indios dell'Amazzonia chiamano "Fitzcarraldo" perché non riescono a pronunciare correttamente il suo nome. Inventore e imprenditore dalle mille idee, sempre destinate al fallimento, e grande appassionato di musica lirica, Fitzcarraldo sogna di costruire a Iquitos – minuscolo villaggio sul Rio delle Amazzoni – un teatro dell'opera all'altezza di quello della vicina città di Manaus e in grado di accogliere grandi cantanti europei come Enrico Caruso (la pellicola è ambientata agli inizi del novecento). Per racimolare il denaro necessario, decide di lanciarsi nel commercio del caucciù: e per raggiungere una regione ricca di alberi della gomma e non ancora sfruttata, si imbarca in un'impresa apparentemente assurda: trasportare una nave sopra una collina – con l'aiuto di una tribù di selvaggi che lo credono un dio – per evitare un tratto di fiume infestato da pericolose rapide. Fra splendidi paesaggi e character pittoreschi, presentati allo spettatore con un ritmo lento, languido, onirico e avvolgente come le acque del fiume che trasporta i personaggi, Herzog si dimostra ancora una volta a proprio agio nella descrizione di un uomo che sfida i propri limiti pur di realizzare il suo sogno, e Kinski lo assiste fedelmente donando al personaggio l'energia necessaria per renderlo indimenticabile, un vero e proprio simbolo della forza di volontà che si batte contro gli ostacoli posti sul suo cammino dalla natura selvaggia e dalla società umana (come i ricchi signori della gomma che lo deridono per il suo idealismo). La virtù di Fitzcarraldo sta nel fatto di non essere alla ricerca di una ricchezza personale, bensì di essere spinto dal desiderio di condividere con tutti (persino con il suo maiale, al quale intende riservare una poltrona di velluto nel palco principale!) la propria passione per la musica. L'unica persona che lo sostiene incondizionatamente sin dall'inizio è la sua donna, la tenutaria del bordello locale (una splendida Cardinale), che gli fornisce i fondi necessari per acquistare la nave e dare così inizio all'avventura.

Inizialmente Herzog aveva pensato a Jason Robards per il ruolo principale (ed era prevista anche una parte per Mick Jagger!), ma poi si è rivolto nuovamente al suo "miglior nemico", quel Kinski che sul set di "Aguirre" aveva dovuto minacciare con un fucile pur di fargli portare a termine le riprese. Anche durante "Fitzcarraldo" i rapporti fra i due, a quanto pare, furono accesissimi, al punto che alcuni indios avrebbero approcciato il regista offrendosi di uccidere l'attore per conto suo! Più tardi Herzog ha commentato così: "Avevo ancora bisogno di Kinski per alcune scene, così ho declinato l'invito. Ma ho sempre rimpianto di aver perso quell'opportunità". Sul film e sulla sua lunghissima lavorazione (quasi quattro anni!) circolano comunque numerose altre leggende e dicerie, compreso quella secondo cui diversi indios sarebbero morti di fatica durante le scene in cui la nave (che pesava oltre trecento tonnellate) viene trasportata su per la montagna con un rudimentale sistema di corde e paranchi. In realtà nessuno morì durante le riprese, anche se è vero che ci furono diversi incidenti (il direttore della fotografia si ferì la mano sulle rapide, un membro della troupe venne morso da un serpente velenoso e gli fu amputato il piede, un altro rimase ferito nell'atterraggio del suo aereo). La pellicola (ispirata a una storia vera) consentì a Herzog di vincere a Cannes il premio per la miglior regia.

3 settembre 2006

Aguirre, furore di Dio (W. Herzog, 1972)

Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes)
di Werner Herzog – Germania 1972
con Klaus Kinski, Helena Rojo
***1/2

Rivisto in DVD, con Elisabeth e i suoi, in originale con sottotitoli.

È il primo dei cinque film girati da Herzog con Klaus Kinski, e ancora adesso uno dei suoi film migliori (sarà la terza o quarta volta che lo rivedo). Estremo e visionario, narra della folle spedizione di un manipolo di conquistadores spagnoli alla vana ricerca del mitico Eldorado. Dopo una difficile traversata fra le montagne, un gruppo di soldati viene incaricato da Pizarro di percorrere un fiume a bordo di zattere. La febbre, la follia e gli indios li decimeranno, anche se l'ambizione e la forza di Aguirre non si lasceranno fermare da nulla: indimenticabili le immagini del condottiero, rimasto solo sulla zattera, circondato da centinaia di scimmiette e in preda a deliri di onnipotenza ("strapperò il Messico a Cortez, sposerò mia figlia e darò vita a una stirpe pura e immortale… io sono il furore di Dio!"). Quasi tutto il fascino del film è dovuto a due sole componenti, la stupefacente ambientazione fluviale-amazzonica e il carisma di Kinski, i cui innumerevoli primi piani possiedono una forza dirompente. Pare che spesso improvvisasse, senza un copione, e Herzog naturalmente lo lasciava fare. Comunque ottimo anche il resto del cast, i costumi, gli intermezzi con gli indios e le musiche dei Popol Vuh.