Visualizzazione post con etichetta Snyder. Mostra tutti i post
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28 maggio 2021

Army of the dead (Zack Snyder, 2021)

Army of the dead (id.)
di Zack Snyder – USA 2021
con Dave Bautista, Ella Purnell
**

Visto in TV (Netflix).

In una Las Vegas invasa dagli zombie e isolata dal resto della nazione, un gruppo di superstiti e mercenari che era riuscito a fuggire dalla città progetta di introdurvisi di nuovo per raggiungere il caveau sotterraneo di un casinò e impadronirsi dei milioni di dollari in esso contenuti. Snyder fonde insieme due generi ben distinti e codificati del cinema action/horror/thriller americano, vale a dire lo zombie movie alla Romero (con alcune varianti che ricordano "Resident Evil") e l'heist movie (il "cinema di rapine", meglio se tecnologiche alla "Mission: Impossibile"), per produrre uno spettacolone che possa soddisfare un'ampia fetta di pubblico. E nonostante i suoi limiti, in fondo ci riesce: a parte le goffe battutine nei dialoghi e i personaggi stereotipati (su tutti la figlia del protagonista), la tensione e l'azione si mantengono alte per tutta la durata, forse eccessiva (due ore e mezza), della pellicola, e i colpi di scena non mancano (anche se non giungono certo inattesi, come in ogni film da "totomorti" che si rispetti). Peccato che l'ambientazione, Las Vegas appunto, sia solo un pretesto per scenari e situazioni più da videogioco che da film, e non sfruttata fino in fondo (almeno non quanto aveva fatto John Carpenter in una pellicola per certi versi analoga a questa, "1997: Fuga da New York": c'è anche il conto alla rovescia per portare a termine la missione, in questo caso perché una bomba nucleare sta per arrivare a distruggere la città). Il roster dei personaggi è ricco, ma si tratta di figure fumettistiche o costruite a tavolino, da dividere fra buoni e cattivi, e fra comici e drammatici, in pochi però capaci di lasciare qualcosa allo spettatore, a partire dall'anonimo protagonista interpretato da un Dave Bautista col pilota automatico. Da segnalare invece in positivo il tedesco Matthias Schweighöfer (Dieter, lo scassinatore, che lavora sulle note del "Crepuscolo degli dei" di Wagner), Nora Arnezeder (Lily "Coyote", la guida, uno dei personaggi più ambigui) e Raúl Castillo (Guzman, la testa calda caciarona e amante dei social media). Memorabile anche la tigre zombie. Molto belli i titoli di testa, quasi un film nel film, che raccontano gli antefatti della storia (e in questo ricordano il "Watchmen" sempre di Snyder). Curiosità: Tig Notaro, che interpreta il pilota dell'elicottero, è stata sostituita digitalmente all'attore inizialmente scritturato per la parte, Chris D'Elia, dopo che questi aveva già girato le sue scene.

10 settembre 2018

Justice League (Zack Snyder, 2017)

Justice League (id.)
di Zack Snyder [e Joss Whedon] – USA 2017
con Ben Affleck, Henry Cavill, Gal Gadot
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo la morte di Superman (raccontata in "Batman v Superman: Dawn of Justice", di cui questo film è letteramente il sequel), il mondo è piombato nell'incertezza e nel caos, e di questo approfitta il malvagio alieno Steppenwolf (Ciarán Hinds), che attacca la Terra con l'intenzione di distruggerla. Per opporsi a lui, Bruce Wayne/Batman (Ben Affleck) raduna una squadra di supereroi di cui fanno parte Diana Prince/Wonder Woman (Gal Gadot), l'atlantideo Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa), il giovane velocista Barry Allen/Flash (Ezra Miller) e l'ingegnerizzato Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher). Dopo aver imparato a fare squadra, i cinque riusciranno anche a resuscitare Clark Kent/Superman (Henry Cavill), che li aiuterà a sconfiggere il nemico. Il supergruppo per eccellenza dei fumetti della DC Comics (che, analogamente agli Avengers della Marvel, raduna tutti gli eroi più importanti del proprio universo: mancano ancora Green Lantern, Martian Manhunter e pochi altri, ma sicuramente nei prossimi film ci sarà spazio anche per loro) viene introdotto al cinema in una pellicola formulaica e priva della minima originalità, a partire da un antagonista quanto mai generico, le cui noiosissime scene sullo schermo grondano talmente tanta computer grafica che sembra di assistere a un videogioco anziché a un film. Già sconfitto in un'era remota da un'alleanza di tutti i popoli della Terra (comprese le Amazzoni e gli Atlantidei), stavolta per fermare Steppenwolf e il suo esercito bastano sei eroi, alcuni dei quali senza poteri (Batman) o alle prime armi (Flash). Se Affleck continua a interpretare un Batman vecchio, massiccio e milleriano, per gli altri personaggi abbiamo caratterizzazioni semplicissime (Wonder Woman e Superman fanno molti passi indietro rispetto ai film precedenti) o stereotipate (Aquaman è sborone, Cyborg è antagonista, Flash è socialmente inetto). Quanto alla resurrezione di Superman, questa avviene come se nulla fosse, a parte un primo e breve disorientamento. Fra le poche battute memorabili, la risposta di Bruce Wayne a Flash: "Quali hai detto che sono i tuoi superpoteri?" "Sono ricco". Piccole parti per il cast di contorno dell'uomo d'acciaio (Amy Adams è Lois Lane, Diane Lane è Ma' Kent), del cavaliere oscuro (Jeremy Irons è Alfred, J. K. Simmons è il commissario Gordon) e di Wonder Woman (Connie Nielsen è Ippolita). Dopo il flop di critica di "Batman v Superman", giudicato troppo cupo, il film è stato alleggerito nei toni rispetto allo script iniziale (grazie all'intervento di Joss Whedon, che si è occupato anche della post-produzione e della regia delle scene aggiuntive al posto di Snyder) nella speranza di imitare la Marvel, con il risultato però di una notevole perdita di spessore (si salvano in parte le interazioni fra i vari personaggi). A questo punto, sarebbe stato forse meglio imboccare direttamente la via della commedia, magari sulla falsariga della "Justice League International" di Keith Giffen e J.M. De Matteis, che alla fine degli anni ottanta realizzarono una sequenza di albi a fumetti fortemente autoironica. Belli i titoli di testa, con una versione acustica (di Sigrid) di "Everybody knows" di Leonard Cohen. Costato uno sproposito (ben 300 milioni di dollari), il film ha deluso al botteghino facendo meno sfracelli del previsto. Nel 2021 è stata resa disponibile in TV la "director's cut" (4 ore!) di Snyder.

2 aprile 2016

Batman v Superman: Dawn of Justice (Z. Snyder, 2016)

Batman v Superman: Dawn of Justice (id.)
di Zack Snyder – USA 2016
con Ben Affleck, Henry Cavill
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Nell'ambito del popolare filone supereroistico, il 2016 sarà ricordato come l'anno in cui i due principali universi fumettistici e cinematografici hanno offerto per la prima volta al pubblico pellicole crossover, incentrate su uno dei più diffusi cliché del genere: quello degli scontri fra eroi (anziché fra un eroe e un criminale), vere e proprie battaglie fra differenti filosofie o modus operandi, situazione che nei comics sembra spesso imprescindibile – anche se magari dovuta a un fraintendimento o a un'incomprensione – prima della formazione di un'alleanza contro un nemico comune. Fra qualche mese toccherà alla Marvel, con la "Civil War" che vedrà i Vendicatori dividersi in due fazioni rivali (guidate rispettivamente da Captain America e Iron Man); nel frattempo, però, è il turno della DC, che mette di fronte i suoi due personaggi più celebri, ovvero Batman contro Superman. Formalmente il film è un sequel de "L'uomo d'acciaio", la pellicola dello stesso Zack Snyder che raccontava le origini di Superman, alla quale si ricollega la scena iniziale della battaglia fra l'eroe e l'astronave kryptoniana del generale Zod e da cui eredita tutto il cast relativo a Metropolis (Henry Cavill come Clark Kent/Superman, Amy Adams come Lois Lane, Laurence Fishburne come Perry White, Diane Lane e Kevin Costner – in un cameo – come i genitori di Clark). Quello di Gotham City, invece, è del tutto inedito, visto che il film rappresenta un nuovo inizio per l'uomo pipistrello e non è direttamente legato alla trilogia del cavaliere oscuro di Christopher Nolan: in particolare abbiamo Ben Affleck (che sostituisce Christian Bale) nei panni di Bruce Wayne/Batman e Jeremy Irons (al posto di Michael Caine) in quelli di Alfred. Le origini di Batman (ambientate nel 1981: il cinema davanti al quale passano il piccolo Bruce e i suoi genitori annuncia l'uscita dell'"Excalibur" di John Boorman) sono rapidamente riproposte nella sequenza dei titoli di testa.

Entrambi creati negli anni trenta, e legati in seguito da una forte amicizia e da un reciproco rispetto sulle pagine delle loro storie a fumetti, Superman e Batman rappresentano in realtà due concetti estremamente diversi di supereroe: stupisce come solo negli anni ottanta, in particolare nella seminale miniserie di Frank Miller "Il ritorno del cavaliere oscuro", i due personaggi siano stati messi per la prima volta in forte contrapposizione, impegnati in una lotta senza esclusione di colpi le cui sequenze hanno notevolmente ispirato anche i realizzatori di questo film (le scene in cui Batman indossa l'armatura corazzata per poter fronteggiare la potenza di Superman, non prima di essersi equipaggiato con armi e proiettili alla kryptonite per indebolire il suo avversario, provengono direttamente dalle tavole di Miller). Qui le loro differenze sono evidenziate dal concetto di dio (Superman) contro uomo (Batman). Il primo, "venuto dal cielo" (essendo un alieno) e dai poteri immensi e quasi senza limiti, è visto e percepito dall'umanità come un salvatore, una figura quasi religiosa; e le analogie teologiche permeano gran parte della trama (il "cattivo" del film, un giovane e megalomane Lex Luthor, le cavalca a spron battuto), tanto che le autorità si interrogano persino sul proprio diritto a ingabbiare e limitare una forza tanto grande e superiore. L'uomo pipistrello, privo di veri superpoteri e mosso dagli istinti umani più viscerali e innati (il desiderio di vendetta e di giustizia), invece, incarna l'umanità nei suoi tratti migliori e peggiori, in un delicato equilibrio fra bene e male che lui stesso a volte mette in discussione. Il conflitto fra i due personaggi si gioca dunque sul piano morale e filosofico prima ancora che su quello fisico (anche su questo, comunque, ci sono sottigliezze che li mettono in contrapposizione: Batman, per esempio, ha spesso la barba incolta, mentre l'aspetto di Superman è impeccabile). L'ottimismo, la fiducia, l'illusione e la speranza sono le armi che li dovrebbero unire: e quando vengono a mancare (tanto all'uno quanto all'altro, a seconda dei momenti) li pongono in guerra diretta fra loro.

Naturalmente, pur essendo personaggi iconici di un medesimo genere narrativo, Batman e Superman hanno anche un differente "raggio d'azione": fronteggiano minacce diverse e vivono in setting assai distanti. I poteri di Superman gli permettono di affrontare nemici altrettanto potenti, minacce cosmiche ed extraterrestri, pericoli di natura globale (alle quali non sempre presta la sufficiente attenzione: le sue debolezze umane – come l'amore per Lois Lane – lo portano a trascurare a volte le conseguenze delle proprie azioni e a non prendere in considerazione le responsabilità che un tale potere gli dona; d'altro canto, proprio il suo retaggio umano – simboleggiato per esempio dai genitori adottivi – contribuisce a farne l'eroe che è). Batman, invece, si muove fra le strade e i vicoli bui di Gotham City, affronta un sottobosco criminale di piccolo calibro o al limite, quando si tratta dei suoi nemici più noti e pittoreschi, di psicopatici. La scena introduttiva, quella in cui Bruce Wayne assiste quasi impotente alla distruzione provocata dallo scontro fra Superman e l'astronave del generale Zod, lo mette bene in evidenza. Il contrasto fra questi due mondi, che avrebbe potuto essere illustrato in chiave ingenua e camp (come, in un certo senso, avviene nel film della Marvel), è trattato in maniera quanto mai realistica, sfociando in una pellicola che ha sì i suoi momenti d'azione, le sue lunghe scazzottate fra esseri dotati di poteri fantastici, i tanti momenti di sospensione dell'incredulità, ma è anche complessivamente cupa, oscura e pessimista, con l'umanità che si interroga sulla reale natura e pericolosità di questi eroi (a volte percepiti anch'essi come criminali, temuti o anche solo semplicemente contestati dal pubblico, guardati con sospetto e diffidenza dalle autorità), sulle orme di un'altra classica serie degli anni ottanta, quel "Watchmen" di Alan Moore cui il film reca un omaggio esplicito (sulle mura di un edificio abbandonato si intravede la frase "Quis custodiet ipsos custodes?" di Giovenale).

Cupo, "realistico", filosofico, dicevamo (i critici, che l'hanno stroncato, l'hanno accusato di essere "poco divertente"). Tuttavia resta un film d'azione, dinamico, fracassone e ad alto impatto visivo. La sceneggiatura (di Chris Terrio e David S. Goyer) ha certo le sue pecche: buchi logici o passaggi un po' precipitosi, cose che avvengono soltanto perché fanno comodo allo script per procedere da un punto a un altro. D'altro canto, ci sono anche piccoli colpi di genio (come mettere in relazione il fatto che la madre di Batman e quella adottiva di Superman hanno lo stesso nome: Martha). La regia di Zack Snyder non è niente di che, ma almeno per una volta non fa danni. Altalenante il comparto attoriale, dove Affleck in particolare non mi è dispiaciuto (nel cast di supporto, fra gli altri, c'è pure Holly Hunter nei panni della senatrice June Finch). A un certo punto, quasi a sorpresa e fuori contesto, appare anche Wonder Woman (interpretata da Gal Gadot), che si allea agli altri due eroi nella lotta finale contro Doomsday, scatenato da Luthor per sconfiggere definitivamente Superman (e chi ha letto i fumetti, segnatamente quelli di Dan Jurgens, a quel punto si immagina facilmente il finale: il sacrificio e la morte di Superman, fra l'altro, si ricollegano alla lettura cristologica del personaggio; e gli ultimi fotogrammi svelano già la sua inevitabile resurrezione). Si intravedono, inoltre, Flash, Aquaman e Cyborg. Ed ecco che il sottotitolo del film ("Dawn of Justice") acquista un nuovo significato: la pellicola funge da buildup per la nascita della Justice League, protagonista di film futuri. In effetti, insieme a "L'uomo d'acciaio", essa dà vita al cosiddetto "DC Extended Universe", franchise che nelle intenzioni dovrebbe rivaleggiare con il "Marvel Cinematic Universe" e di cui sono già in lavorazione numerosi capitoli in uscita nei prossimi anni (e chissà che la bizzarra sequenza onirica/futuristica non preannunci qualcosa: "Crisis", magari?). Ultime note: Lex Luthor (Jesse Eisenberg), come detto, è giovane, rampante, considerevolmente folle; e perde i capelli non perché diventa calvo, ma perché glieli rasano a zero quando finisce in prigione! Nei titoli di coda, fra i tanti fumettisti ringraziati, spiccano i citati Frank Miller e Dan Jurgens. Infine, per chi si chiedesse chi ha la meglio fra Batman e Superman senza volersi sciroppare due ore e mezza di film: beh, a tutti gli effetti vince Batman.

24 giugno 2013

L'uomo d'acciaio (Zack Snyder, 2013)

L'uomo d'acciaio (Man of steel)
di Zack Snyder – USA 2013
con Henry Cavill, Amy Adams
**

Visto al cinema Colosseo.

È il film con cui la DC Comics ha dato il via ufficiale al proprio "Extended Universe", nel tentativo di imitare la concorrente Marvel e di riscuotere un analogo successo con una serie di pellicole intrecciate fra di loro. E naturalmente non si poteva iniziare che con il supereroe DC per eccellenza, vale a dire Superman. Prodotto da Christopher Nolan, e dunque idealmente imparentato – sin dalla scelta di non mettere il nome dell'eroe nel titolo – con la trilogia de "Il cavaliere oscuro", questo reboot ci ricorda perché l'uomo d'acciaio sia – oltre che il primo e più famoso supereroe del comicdom americano – anche uno dei personaggi su cui è più difficile scrivere una buona storia. Il regista Zack Snyder e lo sceneggiatore David S. Goyer se la cavano limitando al minimo gli elementi iconici della saga (niente Lex Luthor, niente kryptonite, persino niente Clark Kent: solo nell'ultimissima scena – quasi un contentino – il nostro eroe inforca gli occhiali e si presenta al Daily Planet per farsi assumere come giornalista) e ponendo il personaggio di fronte ad avversari del tutto pari a lui per forza e poteri, ovvero ad altri kryptoniani (cosa che già accadeva, comunque, nel "Superman II" del 1980, di cui questo è quasi un remake). Il cattivo, il generale Zod (responsabile anche della morte del padre di Kal-El), è infatti scampato a sua volta, con un pugno di sottoposti, alla distruzione del suo pianeta d'origine: e vorrebbe "trasformare" la Terra in un nuovo Krypton, alterandone massa e atmosfera ed eliminandone tutti gli abitanti. Ma Superman, ormai terrestre d'adozione, saprà fermarlo. Se a livello di script si è lavorato per sottrazione, e tutto sommato direi che la scelta è stata giusta (ma non mancano i soliti e triti riferimenti cristologici, visto che il buon Kal-El, inviato dal padre a "salvare" il mondo, ha 33 anni), come spesso capita nei lavori di Snyder la cosa migliore di un film prevedibilmente fracassone è l'aspetto visivo: la regia irrequieta e la fotografia plumbea (di Amir Mokri) giocano a "simulare" il cinema d'autore o il documentario, attraverso immagini spesso sfocate o sovraesposte e inquadrature imperfette o traballanti, il tutto per dare maggior "realismo" alla pellicola: e devo ammettere che, dopo un primo impatto negativo, il risultato non è poi male e aiuta a rendere digeribili anche l'orgia di effetti visivi e le lunghe e noiose scene d'azione (che si riducono essenzialmente a prolungate scazzottate fra kryptoniani). Come nella trilogia nolaniana su Batman, il costume dell'eroe e in generale tutta l'estetica del film è più dark e meno fumettosa rispetto al passato. E sempre come nei film di Nolan, si fa ampio ricorso ad attori famosi nei ruoli dei comprimari: spiccano su tutti Russell Crowe e Kevin Costner nei panni dei due "padri" di Superman, rispettivamente Jor-El (in versione "ologramma" nelle scene successive alla distruzione di Krypton) e Pa' Kent (in numerosi flashback della vita di Clark da bambino e da ragazzo); Diane Lane è Ma' Kent; Laurence Fishburne è Perry, il direttore del Daily Planet. Se Amy Adams è una Lois Lane un po' sciacquetta, convincono Michael Shannon negli ingrati panni del cattivo Zod e anche il belloccio e muscoloso Henry Cavill in quelli di un Superman almeno un po' più espressivo dell'ultima volta (dimentichiamoci in fretta di Brandon Routh, per favore!).

11 aprile 2012

Sucker Punch (Zack Snyder, 2011)

Sucker Punch (id.)
di Zack Snyder – USA 2011
con Emily Browning, Abbie Cornish
*1/2

Visto in DVD.

Fatta rinchiudere dal malvagio patrigno in un istituto di igiene mentale, la giovane Babydoll si "rifugia" in un mondo immaginario nel quale l’ospedale diventa un night club/bordello e le pazienti sono costrette dal perfido proprietario (alter ego di uno degli infermieri) a intrattenere i clienti con le loro danze. Qui la ragazza coinvolge altre quattro compagne in un elaborato piano di fuga, per portare a termine il quale è necessario impadronirsi di cinque oggetti: e ciascuno dei tentativi si trasforma, con un ulteriore volo di fantasia, in una spericolata missione in cui le cinque eroine devono combattere e sgominare incredibili avversari (spiriti-samurai in armatura, soldati zombie/steampunk, orchi e draghi, androidi cibernetici) all’interno di scenari fantastici e apocalittici (un misterioso tempio giapponese, le trincee della seconda guerra mondiale, un castello fantasy sotto assedio, una megalopoli su un altro pianeta). Pur trattandosi del primo film di Zack Snyder basato su un soggetto originale (una storia dello stesso regista), sembra comunque – come i suoi lavori precedenti – tratto da un fumetto o da un videogioco, al punto che ho dovuto verificare che non fosse davvero così: e già questo la dice lunga sul tipo di spettacolo cui si va incontro. Apparentemente ambizioso e complesso, alla resa dei conti si rivela invece assai semplice e schematico, anche perché il tema della libertà da conquistare attraverso la fantasia è tutt’altro che nuovo e i colpi di scena nel finale non sconvolgono particolarmente. Se il plot è vagamente ispirato a “Il gabinetto del dottor Caligari” (o, per citare titoli più recenti, a “Franklyn” e “Inception”, con le loro scatole cinesi di mondi alternativi contenuti l'uno dentro l'altro), la struttura – che si sviluppa su missioni e livelli, in maniera sempre più ripetitiva – e l’estetica sono da videogame (le sequenze d’azione, affogate negli effetti speciali e nella fotografia desaturata, sono insopportabilmente lunghe: ma il vero problema è che si ha l’impressione che sia il resto del film a essere stato pensato da Snyder come pretesto per giustificare le scene action, e non il contrario). La regia è debordante e videoclippara, con il solito abuso di ralenti e l’invadenza del commento musicale, mentre la caratterizzazione dei personaggi femminili, piatta e superficiale, è in linea con l’immaginario di un quattordicenne o, nel migliore dei casi, di un otaku (a partire dalla bad girl/lolita in uniforme da scolaretta): di fatto le cinque protagoniste non sono altro che bamboline, o meglio action figure, da muovere a piacimento in mondi paralleli che a loro volta richiamano gli scenari di celebri film o videogiochi (e non a caso il personaggio da cui dipendono le sorti di Babydoll, evocato per l’intera pellicola, si chiama “il giocatore”). La mono-espressività di Emily Browning (seconda scelta, dopo che Amanda Seyfried si era defilata dal progetto) non migliora certo le cose; meglio invece le comprimarie, come Jena Malone, Jamie Chung e – nei panni dell’istruttrice di danza – Carla Gugino. In ogni caso, pur con tutti i suoi limiti, il film può anche essere apprezzato sotto l’aspetto visivo, ludico e feticista, e addirittura guadagnarsi un’etichetta non del tutto immeritata di guilty pleasure. Il titolo è un’espressione che indica un colpo che prende l’avversario di sorpresa: secondo le intenzioni di Snyder, si riferisce alla rivelazione che la vera protagonista della storia non è Babydoll ma una delle sue quattro compagne. Un’escamotage poco convincente, però, visto che – checché se ne dica – la Browning resta costantemente al centro del racconto. Titoli di coda, in stile burlesque, completamente fuori contesto.

17 marzo 2009

Watchmen (Zack Snyder, 2009)

Watchmen (id.)
di Zack Snyder – USA 2009
con Patrick Wilson, Malin Akerman
**

Visto al cinema Orfeo.

In un 1985 parallelo e cupissimo, dove l'America è ancora guidata da Nixon e ha vinto la guerra del Vietnam grazie agli straordinari poteri del Dottor Manhattan (un superuomo la cui esistenza ha però condotto il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare con l'Unione Sovietica), gli altri supereroi – in realtà semplici vigilantes mascherati, privi di superpoteri – sono ormai fuorilegge e invisi al pubblico. L'unico che non si è ritirato a vita privata è il manicheo Rorschach, che indagando sulla misteriosa morte di un collega, apparentemente ucciso da un "killer di maschere", riunirà i suoi vecchi compagni e scoprirà un terribile piano per distruggere il mondo... o forse per salvarlo.

Faccio parte di coloro che ritengono "Watchmen" (scritto magistralmente da Alan Moore e illustrato con precisione da Dave Gibbons) il più bel fumetto di tutti i tempi, per talmente tanti motivi – storici, culturali, formali e contenutistici – che sarebbe troppo lungo elencarli qui. Basti dire che racconta una storia di supereroi, in chiave metaforica, calandola in un contesto realistico mai visto prima nell'ambito del genere mainstream per eccellenza del fumetto nordamericano. Assieme ad altre opere cardine degli anni ottanta (come quelle di Frank Miller o dei fratelli Hernandez) ha avuto il merito di dimostrare come setting e personaggi superomistici potessero essere usati anche al di fuori del mondo puerile, colorato e fantascientifico che li aveva ospitati fino ad allora (e smascherandone in questo modo la natura folle e assolutistica), qualcosa di cui il cinema si è accorto con almeno vent'anni di ritardo (se mai se ne è accorto: un Nolan non fa primavera...). Alla notizia che il film tratto da questo caposaldo dell'arte sequenziale sarebbe stato diretto da Zack Snyder, ho subito temuto il peggio. Nulla in "300", il suo lavoro precedente, faceva infatti pensare che sarebbe stato capace di affrontare le finezze di un testo come quello di Alan Moore (che dopo le delusioni precedenti ha rifiutato polemicamente di essere accreditato nei titoli della pellicola, come d'altronde aveva fatto con "V per Vendetta" e farà in occasione di altri futuri adattamenti cinematografici delle sue opere). Quella di Snyder mi sembrava una scelta dovuta solo a motivi di marketing ("Se ha ottenuto successo facendo un film tratto da un fumetto, facciamogliene fare un altro, anche se non c'entra nulla con il precedente"). E purtroppo i timori si sono rivelati fondati: la pellicola non "respira" e brilla di luce riflessa, un nano che si appoggia sulla spalla del gigante Moore. Per questo motivo, nella recensione che segue ne sottolineerò soprattutto i difetti, dando i pregi (che pure ci sono, ma derivano tutti dal materiale originale) per scontati.

Si ha un bel dire che un film deve essere giudicato a sé stante, senza fare troppi paragoni con l'opera di partenza: quando questa è un capolavoro assolutamente perfetto, è difficile dimenticarsene. In realtà, ciò che si richiede è che l'opera cinematografica abbia una propria identità e sia valida in quanto tale, anche perché spesso l'eccessiva fedeltà al materiale originale può appiattire il risultato, rovinarne il ritmo o – nel caso più estremo – rendere il film superfluo. Snyder ha scelto di restare assai fedele alla trama del fumetto (a dire il vero il finale è cambiato in peggio, diventando più "realistico" ma anche più contraddittorio e illogico), riproponendone pari pari molte scene, sequenze, dialoghi e inquadrature, ma si conferma un cineasta grossolano, attento solo alla struttura esteriore della vicenda e interessato più a elaborare lo storyboard delle scene d'azione che a interrogarsi sui significati del testo originale, sull'opportunità di includere o meno un particolare dettaglio, una chiave di lettura, una metafora. I pregi della pellicola stanno quasi esclusivamente nella capacità di far "risuonare" qualcosa nella mente dello spettatore che ha letto il fumetto (come nel caso degli splendidi titoli di testa, la cosa migliore del film e forse l'unico momento in cui riesce a sintetizzare i contenuti originari, generando da essi qualcosa di nuovo e di emozionante). Tutte le modifiche (che si tratti di singole frasi aggiunte, di piccoli cambiamenti alla trama, di differenti scelte di regia, di decisioni su cosa sacrificare e cosa mantenere) sembrano invece infelici, arbitrarie o anche sciatte, a partire dal combattimento iniziale fra il Comico e il suo assassino (dove non si capisce perché Blake faccia resistenza e lotti anziché consegnarsi volontariamente alla morte). E persino l'ambientazione temporale, che comunque ha un suo fascino, in un certo senso sembra "sbagliata": per il lettore del fumetto, gli anni '80 erano l'attualità e avevano una valenza storica e simbolica ben precisa; nel film, invece, quel periodo è vissuto come distante e in chiave "vintage", e per lo spettatore non si differenzia dai decenni immediatamente precedenti: tanto che, per dargli più caratterizzazione, è necessario l'inserimento di personaggi come Andy Warhol e Lee Iacocca e l'utilizzo di un'invadente colonna sonora a base di Bob Dylan e Leonard Cohen (c'è persino "99 Luftballoons" di Nena!). La sceneggiatura, dopo un buon inizio, procede con l'unico scopo di stimolare il desiderio dello spettatore di rivedere questa o quella scena del fumetto prendere vita sullo schermo.

Il difetto principale, comunque, rimane il regista, che esagera con i ralenti, mirati a "congelare" la sequenza filmica per riprodurre in maniera esatta le vignette del fumetto (cosa che poteva avere un senso con i disegni di Miller, che si basano soprattutto sull'espressività, sulle pose precise dei personaggi e sul dinamismo, non certo con quelli di Gibbons, dove è l'insieme dei piccoli dettagli ad avere importanza); che è incapace di cogliere le simmetrie, i rimandi interni e i giochi di specchi (se apre il film con lo smile insanguinato, perché non lo chiude con lo stesso simbolo anziché con l'inquadratura del diario di Rorschach?); che avrebbe fatto meglio a tagliar via del tutto alcuni personaggi fondamentali, anziché introdurli senza poi sfruttarli pienamente (come il primo Gufo Notturno o lo psicanalista di Rorschach) o addirittura presentarli solo alla fine senza un adeguato aggancio emotivo (il giornalista di destra e il suo assistente scemo; l'edicolante e il bambino). Forse nel DVD verranno inserite le immancabili scene aggiuntive che li riguardano, è vero, ma il fatto che siano state tagliate tutte le parti con i personaggi "normali" (sullo schermo ci sono sempre e solo i sei supereroi protagonisti) dimostra come in fondo regista e produttori le ritenessero – assolutamente a torto – meno importanti, per esempio, di scene d'azione come quelle con Rorschach in prigione. Sul mancato inserimento del fumetto di pirati, vera e propria chiave di lettura metafumettistica del "Watchmen" originale, non me la sento invece di infierire. Mantenerlo tale e quale, in fondo, non avrebbe significato granché: semmai si poteva trasformarlo in un telefilm.

Le speranze che il film si rivelasse per il cinema di supereroi l'equivalente di quello che l'opera di Moore ha rappresentato per il fumetto svaniscono presto: si tratta di un lungometraggio che non farà storia e che probabilmente verrà dimenticato dal grande pubblico nel giro di qualche mese, fagocitato da nuove uscite più popolari: un deciso spreco di potenzialità. Certo, alcune cose buone ci sono comunque, come la resa di personaggi in bilico fra il bene e il male, l'atmosfera opprimente, la cura nelle scenografie e – tutto sommato – l'intero apparato tecnico (la fotografia, i costumi e gli effetti speciali). Mancano invece le emozioni che comunicavano certi passaggi della pagina scritta e disegnata (il racconto di Rorschach sulle sue origini, il dialogo fra Laurie e il Dottor Manhattan su Marte, il Comico sfregiato in Vietnam...: momenti indimenticabili nella versione fumettistica, quando non veri e propri pugni nello stomaco, che qui invece risultano anestetizzati e non si stagliano rispetto a ciò che li circonda). Snyder dà spesso la sensazione di non aver affatto colto lo spirito del testo di Moore, ma in un paio di punti c'è anche il sospetto che il travisamento sia anche colpa dell'edizione italiana (a proposito, davvero pessimo il doppiaggio): i supereroi chiamati "Watchmen" come se fosse questo il nome del loro gruppo (e senza alcun accenno, in tutto il film, alla frase di Giovenale "Quis custodiet ipsos custodes?" da cui proviene il titolo originale dell'opera), l'annuncio della candidatura di Ronald Reagan (anziché Robert Redford: altrimenti dove sarebbe la satira?) a presidente degli Stati Uniti, e così via. Il cast mi è parso adeguato, con nota di merito per Malin Akerman nei panni di Silk Spectre, e il volto di Jackie Earle Haley (Rorschach) mi ha fatto pensare più di una volta a Clint Eastwood. Non mi è piaciuto invece Ozymandias, né come attore né come personaggio, ritratto in maniera esageratamente solenne.

25 marzo 2007

300 (Zack Snyder, 2007)

300 (id.)
di Zack Snyder – USA 2007
con Gerard Butler, Leda Headey
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Visto al cinema Colosseo, con Monica e Albertino.

Tratto da uno dei fumetti meno belli di Frank Miller, il film racconta in maniera barocca, romanzata e irrealistica la battaglia delle Termopili, dove un manipolo di trecento soldati spartani guidati dal re Leonida riuscì a tener testa all'esercito persiano di Serse e a guadagnare il tempo necessario ai greci per riorganizzarsi e resistere all'invasione. La tecnica con cui gran parte delle scene è stata girata è praticamente la stessa di "Sin City" (ma già il fatto di arrivare secondo toglie valore al film): le vignette del fumetto sono ricostruite con estrema precisione e i personaggi disegnati sulla carta sembrano quasi prendere vita in una sorta di animazione "live", con tanto di ralenti e brevi fermi immagine nei momenti in cui le pose sono più eroiche e spettacolari. Ma se nel film di Rodriguez il bianco e nero, l'ambientazione noir/pulp e la storia riuscivano a fornire una solida ossatura alla pellicola, qui la spettacolarità visiva risulta monocorde e fine a sé stessa, e tutto si risolve nel mettere in mostra una continua carneficina, un bagno di sangue nel quale i soldati spartani, come in un videogioco, affrontano una dopo l'altra ondate di nemici sempre più assurdi e improbabili: fra questi, ninja, orchi, rinoceronti e olifanti. Il tutto è inoltre condito con dialoghi retorici su patriottismo, libertà e coraggio. Peccato: se fosse stato meno serio e più cialtrone, il film – visto l'indubbio impatto visivo – sarebbe risultato più piacevole e divertente. Così invece, fra tanta esaltazione guerresca e la completa disumanizzazione del nemico, soltanto nel finale (quando "Faramir" incita i suoi all'attacco) la pellicola riesce a emozionare un po'. Orrendo il doppiaggio italiano, in particolare la voce del narratore e quella della regina di Sparta, un'insopportabile Anita Caprioli il cui accento ricorda quello della Bellucci. Ogni volta che dal passo delle Termopili l'azione si spostava a Sparta, facendo tornare in scena la regina (che nel fumetto non aveva tutto questo spazio), mi cadevano le braccia. Direi che non ci sono più dubbi: la grande scuola del doppiaggio italiano è definitivamente tramontata, e le nuove leve sono men che mediocri.