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16 luglio 2022

Encanto (B. Howard, J. Bush, 2021)

Encanto (id.)
di Byron Howard, Jared Bush – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Grazie a un misterioso "miracolo", i numerosi membri della famiglia Madrigal sono dotati di magici e fantastici poteri, che si estendono persino alla loro casa e con i quali proteggono il proprio benessere e quello del villaggio colombiano in cui vivono. Ciascuno di loro ha infatti un particolare "talento", che si tratti di parlare con gli animali, controllare la vegetazione o il clima, cambiare aspetto, un super-udito o una super-forza... tutti tranne la giovane e occhialuta Mirabel, unica della famiglia senza apparentemente alcun potere magico. E cosa ancora peggiore, una profezia dello zio Bruno (la "pecora nera" dei Madrigal, emarginato da tutti perché il suo dono di prevedere il futuro è visto come portatore di sciagura) sembra presagire che proprio lei sarà la causa della fine della magia... Grande successo di critica (ha vinto l'Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione, ed è stato scomodato persino il realismo magico di García Márquez) per uno dei film Disney più sopravvalutati degli ultimi tempi: la retorica motivazionale deborda da ogni sequenza, come i fiori e i colori che in ogni inquadratura dipingono l'irreale Colombia vista sullo schermo: il soggetto vorrebbe essere metaforico (la magia è sostenuta, in fin dei conti, dall'unità della famiglia), ma l'assenza di un vero villain e la complessiva mancanza di struttura e coesione nella trama e nella sua improvvisa risoluzione rendono il tutto generico e noioso. L'unico punto di forza (almeno quello) sarebbero i personaggi, ma gran parte dei membri della famiglia sono caratterizzati praticamente con un solo tratto, spesso legato al loro potere, che li definisce in sé stessi e nel rapporto con gli altri. Di fatto sono come i barbapapà! Canzoni (di Lin-Manuel Miranda) invadenti e poco ispirate, con due sole eccezioni: "La pressione sale" e, soprattutto, "Non si nomina Bruno" (We Don't Talk About Bruno). Piccola curiosità: come ricordato dal logo iniziale, si tratta del sessantesimo "classico Disney", e Byron Howard aveva firmato anche il cinquantesimo, "Rapunzel".

27 marzo 2019

Los silencios (Beatriz Seigner, 2018)

Los silencios
di Beatriz Seigner – Brasile/Colombia 2018
con Marleyda Soto, Enrique Diaz
***

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In fuga dalla guerra civile che per decenni ha insaguinato la Colombia, una donna e il suo figlioletto giungono su un'isola nei pressi del confine con il Brasile. E mentre cercano di riprendere una vita normale (attraverso il lavoro e la scuola), al loro fianco si muovono anche gli spiriti dei loro defunti: il marito, guerrigliero rimasto ucciso in battaglia, e la figlia più grande, Nuria. Un film stupefacente, permeato da un "realismo magico" che si fa via via sempre più esplicito (all'inizio non è affatto chiaro che, oltre al padre – del quale il figlio indossa gli stivali, il cappello, il fucile – anche Nuria è in realtà un fantasma: la verità, un po' come ne "Il sesto senso", viene alla luce poco a poco, suggerita da scene, dettagli e dialoghi sparsi, oltre che dal fatto che la bambina non parla mai con nessuno). Il clou si ha nella bellissima scena dell'incontro notturno fra i vivi e i morti, con i primi che domandano ai secondi quale sia il loro punto di vista sulle trattative di pace in atto fra il governo e le FARC: è giusto dimenticare, perdonare e andare avanti, oppure le ferite che il paese ha ricevuto sono ancora troppo fresche e dolorose per essere chiuse così rapidamente? La pellicola è ambientata nella "Isla de la fantasia", dove appunto il presente si congiunge con il passato (ed entrambi sono minacciati dal futuro, sotto la forma di speculazioni economiche o immobiliari). Particolarmente suggestiva la sequenza finale, quella del funerale sull'acqua, quando i defunti appaiono ancora una volta al fianco dei loro cari, ricoperti da colorati simboli e segni tribali come quelli degli antenati mitici. E i colori luminescenti e "fluo" che ne rivelano la natura ultraterrena finiscono per trasferirsi anche sui titoli di coda.

21 marzo 2018

Killing Jesus (Laura Mora, 2017)

Killing Jesus (Matar a Jesús)
di Laura Mora Ortega – Colombia 2017
con Natasha Jaramillo, Giovanny Rodríguez
***

Visto allo Spazio Oberdan, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Studentessa di fotografia e figlia ribelle di un professore universitario "scomodo", Paula vede uccidere il padre in strada davanti ai propri occhi a colpi di pistola da un giovane che poi fugge in moto. Il suo mondo felice e disimpegnato crolla, e la ragazza si ritrova frustrata dall'apparente disinteresse della polizia. Quando rivede per caso lo stesso ragazzo, Jesús, pochi mesi dopo in una discoteca, comincia a frequentarlo con l'intenzione, prima o poi, di ucciderlo... Parzialmente autobiografico, un film assai intenso e autentico, sia pure su un tema classico come quello della vendetta, ambientato in una Medellin dai due volti, le cui strade sono oscure e pericolose ma possono in attimo illuminarsi per le luci di Natale o riempirsi di persone in festa per una partita di calcio, dove si uccide senza troppo pensare alle conseguenze ma dove i legami familiari e di amicizia tengono a galla le esistenze di molte persone, dove amore e odio si mescolano e un gesto di generosità e di affetto (così come uno di tradimento e di aggressione) può provenire da chiunque in qualsiasi momento, proprio come meravigliosi punti panoramici si nascondono nei luoghi più impensati. L'uso della camera a mano, anziché essere fastidioso, contribuisce a calare lo spettatore nella realtà di Paula e del mondo violento che, per scelta, si trova a frequentare: allo stesso realismo e alla stessa intensità concorre la scelta di ricorrere ad attori non professionisti per le due parti principali. Molto bella anche la fotografia di James L. Brown, che immerge lo spettatore nell'ambiente circostante. Il film è dedicato al padre della regista, che come nel film fu ucciso davanti ai suoi occhi: nella realtà Laura Mora non incontrò mai il giovane killer, se non (ripetutamente) nei suoi sogni.

29 marzo 2017

All'inseguimento della pietra verde (R. Zemeckis, 1984)

All'inseguimento della pietra verde (Romancing the Stone)
di Robert Zemeckis – USA 1984
con Kathleen Turner, Michael Douglas
**

Rivisto in divx.

Joan Wilder (Kathleen Turner), solitaria scrittrice di romanzi rosa, si reca in Colombia per salvare la sorella Elaine, rapita da una maldestra coppia di contrabbandieri di reperti archeologici (Danny DeVito e Zack Norman) sulle tracce di un favoloso tesoro. Questo, che si rivelerà un gigantesco smeraldo (la "pietra verde" del titolo), è appetito anche dal crudele Zolo (Manuel Ojeda), ufficiale della polizia segreta colombiana. Ma la ragazza sarà aiutata – dapprima controvoglia e solo dietro compenso – dall'avventuriero Jack Colton (Michael Douglas), "simpatica canaglia" di cui finirà ovviamente per innamorarsi. Prodotto sull'onda lunga de "I predatori dell'arca perduta", che aveva riportato in auge il cinema d'avventura, un film leggero e vecchio stile che rappresentò per Zemeckis il primo successo al botteghino (in attesa del vero boom, l'anno successivo, con "Ritorno al futuro"). La trama fa acqua da tutte le parti (non si spiega, per esempio, chi avrebbe nascosto lo smeraldo e disegnato la mappa, o come i vari cattivi ne fossero a conoscenza), l'ambientazione e i personaggi sono stereotipati quanto e più di quelli dei romanzi scritti da Joan (uno su tutti: il trafficante di droga "simpatico" interpretato da Alfonso Arau), le situazioni di pericolo, le sequenze d'azione e il combattimento finale (dove Joan sconfigge il cattivo tutta da sola, senza l'aiuto di Jack) sono quasi da cartoon (la scena in cui l'alligatore divora lo smeraldo che Zolo tiene in mano fa pensare a Capitan Uncino!). Ma forse proprio in questo sta il fascino del film, da gustarsi in maniera totalmente disimpegnata, come uno di quei vecchi serial che ispirarono anche l'Indiana Jones di Lucas e Spielberg. L'anno successivo venne prodotto un sequel, "Il gioiello del Nilo", di minor successo (e senza Zemeckis). I tre protagonisti (Douglas, la Turner e DeVito) si ritroveranno insieme invece nel 1989 ne "La guerra dei Roses".

17 giugno 2015

Un mondo fragile (C. A. Acevedo, 2015)

Un mondo fragile (La tierra y la sombra)
di César Augusto Acevedo – Colombia 2015
con Haimer Leal, Hilda Ruiz
***

Visto al cinema Ducale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo essere fuggito anni prima, l'anziano Alfonso fa ritorno a casa quando viene a sapere che il figlio Gerardo è gravemente malato ai polmoni. La famiglia (composta dalla moglie di Gerardo, Alicia; dal loro figlioletto Manuel; e dalla nonna Esperanza, che nutre ancora rancore verso Alfonso per averla abbandonata) vive in mezzo agli sterminati campi di canne da zucchero che danno loro sostentamento come lavoranti: e proprio i frequenti incendi appiccati ai campi (per bruciare le foglie delle canne, dopo che queste sono state tagliate), che producono una grande quantità di cenere, sono la fonte della malattia di Gerardo. La pellicola, asciutta e realista, indaga con acutezza e intensità non solo i rapporti fra i vari membri della famiglia, costantemente preoccupati per le condizioni di Gerardo, ma anche la vita dura e difficile che conducono i lavoratori nei campi, soggetti a turni massacranti e pagati pochissimo da caporali sempre pronti ad approfittarsi di loro (tanto che, a un certo punto, i lavoranti minacciano uno sciopero). Tutto attorno, radure e sentieri circondati da file e file di canne da zucchero, la cenere che piomba da un cielo plumbeo, l'oscurità in cui è immerso Gerardo (che, per le sue condizioni di salute, è costretto a restare chiuso in casa con tutte le finestre e le persiane sbarrate) danno l'impressione di trovarsi in un limbo da cui la fuga è l'unica via di uscita (e infatti Alicia vorrebbe trasferirsi da qualche altra parte con tutta la famiglia, ma la nonna è troppo legata alla casa in cui ha sempre vissuto per abbandonarla: e chissà che proprio una dicotomia di questo tipo non abbia portato Alonso, a suo tempo, ad abbandonare quella terra verso cui sente comunque un forte legame). Proprio l'ambientazione che circonda i personaggi eleva di tono la narrazione, fungendo da sfondo perfetto per le loro dinamiche famigliari. La sofferenza, la dignità, la memoria, la speranza in un futuro diverso e la tragica accettazione dei fatti si fondono così con messaggi di natura politica e sociale, senza che uno degli aspetti soffochi l'altro: un miracoloso equilibrio che sembra il punto di forza del regista, ventottenne e all'esordio.

17 settembre 2009

La sangre y la lluvia (J. Navas, 2009)

La sangre y la lluvia
di Jorge Navas – Colombia/Argentina 2009
con Quique Mendoza, Gloria Montoya
**

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

"Tutto in una notte" per le strade buie e piovose di Bogotà. Il tassista Jorge, che ha visto da poco morire il fratello in un misterioso agguato, viene contattato da un gruppo di gangster che forse ha a che vedere con l'omicidio; la bella Angela, che gira per locali notturni in cerca di alcol, cocaina e trasgressione, lo soccorre dopo un incidente e rimane al suo fianco per tutta la nottata, restando coinvolta nella guerra fra bande di gangster e guerriglieri. La pioggia battente, le strade insanguinate e il mondo della notte fanno da sfondo a una vicenda urbana confusa e disperata. Ma se la prima parte del film non è male, incentrata com'è sull'incontro fra due personaggi solitari e alla deriva, la seconda si trascina un po' troppo (la scena in cui i due protagonisti vengono tenuti prigionieri in auto dai banditi è decisamente troppo lunga) e così si giunge alla fine, e all'alba, quasi stremati. Peccato.